Museo Dei Gladiatori – Gladiator Museum

Il Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum ha sede a piazza Navona 90, 00186 Roma, negli ambienti sotterranei che si aprono sul fianco occidentale della piazza; il recapito telefonico è 06 68891777, la posta elettronica info@gladiatormuseum.com. Un avvertimento che conviene leggere prima di mettersi in cammino: il portale turistico ufficiale di Roma Capitale lo classifica come temporaneamente chiuso, e il sito del museo annuncia una nuova sede senza indicarne data, quartiere o indirizzo. Chi arriva oggi in piazza Navona con l'intenzione di entrare non trova un botteghino aperto. Quando la sede sotterranea funzionava, l'orario dichiarato era tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.30 e il biglietto costava 12 euro l'intero e 10 euro il ridotto per la fascia dai 6 ai 15 anni: sono le tariffe che il museo pubblica ancora sul proprio sito, e che andranno riverificate quando la collezione riaprirà altrove. Non serve prenotare, non c'è fila, non c'è nulla da comprare in anticipo.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Ci si arriva comunque facilmente, perché piazza Navona è uno dei pochi punti di Roma raggiungibili da mezza città senza cambiare mezzo. Le linee di autobus 30, 70, 81, 87, 492 e 628 fermano tutte a Senato e a Rinascimento, due fermate contigue su corso del Rinascimento, la strada che corre parallela alla piazza sul lato lungo orientale: da lì all'ingresso ci si mette un minuto scarso. Il tram 8 arriva a piazza Venezia, a ottocentocinquanta metri, dieci minuti a piedi passando per il Gesù e corso Vittorio Emanuele II. La metropolitana serve male questo pezzo di centro storico: la stazione più vicina è Barberini sulla linea A, un chilometro e mezzo, diciotto minuti di camminata in discesa attraverso via del Tritone e piazza di Pietra. Chi arriva in treno a Termini fa prima con il 70 diretto che con qualunque combinazione di metropolitana. In automobile non si arriva: l'area è zona a traffico limitato del centro storico e il parcheggio più vicino è quello del Gianicolo, che comporta comunque venti minuti a piedi e la salita di ritorno.

Se state costruendo un itinerario romano intorno all'antichità, la pagina delle attrazioni turistiche raccoglie i luoghi che vale la pena incrociare con questo tema, dal Colosseo alle Terme di Caracalla.

Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum
Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

Che cos'è il Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum e perché conta

Chiariamo subito un equivoco che genera delusioni e recensioni acide. Questo non è un museo archeologico: nelle vetrine non ci sono elmi tirati fuori da una necropoli campana, non ci sono spade originali sequestrate a un tombarolo. È un museo di ricostruzioni, e la sua collezione supera i cinquecento pezzi fra armature, elmi, spade, scudi, schinieri e finimenti, coprendo un arco che va dal VII secolo avanti Cristo al IV secolo dopo Cristo. Le riproduzioni sono state realizzate studiando gli originali conservati nei grandi musei archeologici europei e americani, e ricostruite con le tecniche antiche di fusione e di lavorazione del metallo. Detto in modo brutale: è un museo di filologia applicata al metallo.

Questa scelta, che a un archeologo di scuola rigida può sembrare un compromesso, ha in realtà un vantaggio enorme e poco riconosciuto. Un elmo Montefortino autentico, oggi, è un guscio di bronzo verde, ammaccato, spesso privo dei paraguance, quasi sempre privo del cimiero. Chi lo guarda in una vetrina di Napoli o di Vienna vede un oggetto archeologico e non capisce nulla di come funzionava sulla testa di un uomo. La ricostruzione filologica restituisce il peso, la lucentezza del bronzo appena lavorato, l'ingombro reale, il crine tinto, i lacci di cuoio. In vent'anni di gruppi accompagnati davanti alle vetrine dei musei nazionali ho imparato che la comprensione arriva quasi sempre da un pezzo ricostruito, non dal frammento originale. Il mio giudizio netto: un museo così vale come strumento didattico più di quanto molti colleghi accademici siano disposti ad ammettere, a condizione che il visitatore sappia in partenza che cosa sta guardando.

L'allestimento di piazza Navona era distribuito su due livelli. Il livello superiore ospitava la sequenza cronologica delle armature e degli elmi; il livello inferiore, scendendo, portava a contatto con colonne autentiche appartenenti allo Stadio di Domiziano, la struttura del 86 dopo Cristo che ha dato a piazza Navona la sua forma allungata e i suoi lati arrotondati. Sempre al livello inferiore era stata ricostruita una cella da gladiatore, dove il pubblico poteva farsi fotografare. Un altro elemento che distingueva il museo dagli istituti statali: qui gli oggetti si potevano toccare, e toccare un'armatura cambia il modo in cui la si capisce.

Dove si trova oggi il Museo Dei Gladiatori e che cosa è cambiato

La sede di piazza Navona ha funzionato fino al 2019. Da allora le oltre cinquecento riproduzioni attendono un trasferimento: il sito del museo parla apertamente di una nuova sede in arrivo, senza aggiungere altro, e il portale di Roma Capitale registra lo stato di chiusura temporanea. Nel frattempo anche l'area archeologica dello Stadio di Domiziano, cioè il complesso sotterraneo confinante che rendeva unica quella sede, risulta chiusa al pubblico per disposizione della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. I due destini sono intrecciati: quel sottosuolo è un unico organismo di ambienti voltati, corridoi e murature di età flavia, e ogni intervento su una porzione condiziona l'accesso alle altre.

Vale la pena capire perché la questione non è banale. Gli ambienti in questione non sono cantine ottocentesche: sono i resti dell'ambulacro e delle strutture di sostegno della cavea dello stadio costruito da Domiziano per gli agoni ginnici di modello greco, l'edificio che poi ha dettato la pianta della piazza soprastante. Un museo privato che occupa spazi archeologici vincolati vive in un equilibrio permanente fra la sostenibilità economica dell'affitto, i vincoli di tutela e le condizioni di conservazione delle murature. Quando quell'equilibrio si rompe, la collezione si sposta e i muri restano. È accaduto molte volte a Roma, e quasi sempre l'esito è stato il medesimo: anni di attesa.

Il consiglio pratico che do a chi mi scrive per organizzare una giornata romana a tema gladiatorio: non costruite l'itinerario intorno a questo museo finché non ci sarà un indirizzo nuovo e verificabile. Costruitelo intorno al Colosseo, al Ludus Magnus visto dall'alto e al Museo del Legionario Romano sull'Appia Antica, e tenete il Gladiator Museum come sorpresa da recuperare al prossimo viaggio. Roma è una città in cui la pazienza rende sempre.

Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona
Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona

Come arrivare al Museo Dei Gladiatori e come muoversi nella zona

Gli autobus che servono il Museo Dei Gladiatori

Le fermate utili sono due e portano nomi che confondono i romani stessi: Senato e Rinascimento. Sono entrambe su corso del Rinascimento, la carreggiata che separa piazza Navona da Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. Ci passano il 30, il 70, l'81, l'87, il 492 e il 628. Il 30 e il 492 vengono da nord e da est e sono i più comodi per chi alloggia verso Prati o verso la stazione Tiburtina; il 70 collega direttamente Termini attraversando via Nazionale e largo di Torre Argentina; l'81 arriva dal Vaticano passando per Risorgimento; l'87 e il 628 servono l'asse verso il Colosseo e verso i Lungotevere meridionali. Nelle ore di punta il tratto fra largo Argentina e corso del Rinascimento è lento: se avete meno di dieci minuti di margine, scendete ad Argentina e fate i quattrocento metri a piedi, arrivate prima.

Metropolitana, tram e piedi

La linea A ferma a Barberini e a Spagna, entrambe a una ventina di minuti di cammino. La linea B non serve questa zona. Il tram 8 termina a piazza Venezia. Chi viene dal Vaticano fa bene a camminare: dal ponte Sant'Angelo alla piazza sono seicento metri lungo via dei Coronari, una delle strade più belle del rione Ponte, e il percorso vale da solo il tempo speso. Chi viene dal Colosseo può prendere l'87 oppure camminare per venticinque minuti passando per il Foro Boario e il ghetto: è un itinerario che tiene insieme il luogo dove nel 264 avanti Cristo si combatté il primo munus gladiatorio documentato a Roma e il luogo dove, quasi due millenni dopo, si è provato a raccontarne le armi.

Accessibilità e barriere

Il punto dolente di ogni museo ricavato in un sottosuolo archeologico romano è la quota. La sede di piazza Navona si sviluppava su due livelli collegati da scale, e il livello inferiore, quello con le colonne dello stadio, comportava una discesa. Chi viaggia con una sedia a rotelle, con un passeggino rigido o con difficoltà motorie deve considerare questo dato come strutturale e non come un dettaglio: nei sotterranei del centro storico l'ascensore è quasi sempre impossibile da installare per ragioni di tutela. Prima di programmare la visita, quando il museo riaprirà, conviene chiedere direttamente allo staff quale sia la situazione nella nuova sede. Su questo non accetto ottimismi: meglio una domanda in più che una scala trovata all'improvviso.

Che cosa si vede nel Museo Dei Gladiatori: il percorso sala per sala

Il percorso, nella sede storica, era costruito come una linea del tempo dell'armamento. Non era un museo tematico a isole: era una cronologia, e questa scelta è il suo pregio maggiore. Chi la seguiva capiva una cosa che nessun manuale scolastico riesce a far passare, e cioè che l'esercito romano non ha mai avuto un equipaggiamento fisso, ma lo ha cambiato in continuazione, quasi sempre copiando i nemici che aveva appena sconfitto.

La sequenza degli elmi al Museo Dei Gladiatori

Si partiva dagli elmi più antichi, di derivazione corinzia ed etrusca. L'elmo corinzio è quello che tutti hanno in mente pensando alla Grecia: una calotta unica di bronzo battuto che copre il volto per intero lasciando aperta soltanto una fessura a T per occhi, naso e bocca. Protegge in modo eccezionale e rende sordi e mezzi ciechi, ragione per cui i Greci finirono per portarlo spinto all'indietro sulla fronte tranne che al momento dello scontro. Le versioni etrusche e italiche lo alleggeriscono, aprono il volto, aggiungono paraguance mobili.

Poi arrivava il Montefortino, e con lui la Roma repubblicana. Prende il nome dalla necropoli gallica di Montefortino di Arcevia, nelle Marche, dove ne furono trovati esemplari nel corso degli scavi ottocenteschi: la forma è quella di una calotta conica di bronzo fuso, con un piccolo bottone apicale che serviva a fissare il cimiero e con un breve paranuca sporgente all'indietro. È un elmo celtico che i Romani adottarono di peso, e che equipaggiò le legioni per oltre tre secoli, dalla seconda guerra punica fino all'età augustea. Guardarlo ricostruito, lucido, con il crine, cambia completamente la percezione: sembra un oggetto moderno, quasi sportivo.

Dal Montefortino il percorso saliva verso le forme più complesse dell'età imperiale: il tipo Coolus, ancora in bronzo, con il paranuca allargato e i paraorecchie a scudetto; poi i tipi gallici in ferro, che gli specialisti chiamano Gallico Imperiale, con la calotta rinforzata da nervature, il paranuca ampio e inclinato, i grandi paraguance sagomati e il caratteristico rinforzo frontale a sopracciglia. È l'elmo del legionario che tutti hanno in mente per l'età di Traiano, ed è, dal punto di vista tecnico, uno dei migliori copricapi da combattimento mai prodotti prima del Novecento: protegge la nuca senza impedire di sentire gli ordini, cosa che l'elmo corinzio non permetteva.

Le corazze al Museo Dei Gladiatori: dal pettorale alla lorica

La seconda sequenza riguardava la difesa del busto, e seguiva la stessa logica: dalla piastra semplice che protegge il cuore fino ai sistemi articolati dell'impero. Il punto di partenza è il pettorale quadrangolare, una lastra di bronzo di venti centimetri di lato tenuta da bretelle incrociate, che il fante repubblicano di censo modesto portava sopra la tunica. È poco, ma copre l'organo che conta.

Da lì il museo mostrava la maglia di anelli, la lorica hamata, altra invenzione celtica adottata dai Romani: decine di migliaia di anellini di ferro, alternando file di anelli rivettati e file di anelli tranciati, cuciti su un supporto e rinforzati sulle spalle da una doppia mantellina. Pesa fra i dieci e i quindici chili, distribuiti sulle spalle e sui fianchi da un cinturone che ne scarica il peso: è la ragione per cui il balteo militare romano non è un ornamento ma un elemento portante. Accanto, la lorica squamata, a scaglie metalliche embricate cucite su cuoio o su tela, più vistosa e meno flessibile.

Il pezzo che attira sempre i visitatori è la lorica segmentata, quella a fasce metalliche orizzontali che il cinema ha reso il simbolo del legionario. Vale la pena sapere che il nome è moderno, coniato dagli eruditi del Cinquecento, che le fonti antiche non lo usano mai e che il nome romano dell'oggetto ci resta ignoto. L'armatura è documentata dall'inizio dell'era volgare fino almeno alla metà del III secolo dopo Cristo, e gli specialisti la classificano per tipi che prendono il nome dai siti di ritrovamento: Dangstetten, Kalkriese e Vindonissa per la fase più antica, fra il 9 avanti Cristo e il 43 dopo Cristo; Corbridge e Carnuntum per gli anni fra il 69 e il 100; Newstead per il periodo fra il 164 e il 180. Non tutti i legionari la indossavano e in molte province si continuò a usare la maglia di anelli. Il museo affiancava anche le corazze anatomiche di tipo ellenistico, quelle con il torso muscoloso sbalzato nel bronzo, che nella Roma imperiale sono soprattutto abito da parata e da statua onoraria: la corazza che vedete sull'Augusto di Prima Porta è un manifesto politico, non un capo da campo di battaglia.

Gli elmi di cavalleria e le hippika gymnasia

La parte finale della sezione militare passava dalla fanteria alla cavalleria, e qui il museo giocava la sua carta più spettacolare. Gli elmi dei cavalieri romani hanno calotte più avvolgenti, paraguance che si chiudono sotto il mento e spesso una decorazione a sbalzo che rappresenta capelli, corone, motivi vegetali. Ma il vertice è un'altra cosa: gli elmi con maschera facciale, usati nei tornei equestri che le fonti chiamano hippika gymnasia, letteralmente esercizi ippici.

Erano competizioni di abilità in cui reparti di cavalleria si affrontavano in evoluzioni, lanci di giavellotto smussato e caroselli, davanti al comandante e talvolta all'imperatore. I cavalieri indossavano maschere di bronzo o di ferro argentato con volti idealizzati, a volte femminili, a volte con tratti amazzonici, e portavano scudi decorati e gualdrappe colorate. Erano prove di addestramento trasformate in spettacolo, con vincitori e premi. Chi ce ne parla è Arriano, governatore di Cappadocia sotto Adriano e scrittore militare, che descrive come i soldati di rango elevato o di abilità particolare fossero autorizzati a indossare questi elmi nei tornei di cavalleria. L'esemplare più famoso è l'elmo di Ribchester, nel Lancashire, bronzo cerimoniale databile fra la fine del I e l'inizio del II secolo dopo Cristo, trovato nel 1796 a tre metri di profondità da un ragazzo e oggi esposto al British Museum. Ricostruiti e allineati in vetrina, questi volti di metallo producono un effetto che nessuna fotografia rende: un plotone di uomini senza faccia. È il pezzo che più colpiva i visitatori, e a ragione.

Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona
Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona

I pannelli e le didascalie del Museo Dei Gladiatori

Ogni gruppo di oggetti era accompagnato da pannelli e disegni che indicavano il periodo di uso dell'armamento, il contesto archeologico da cui proviene il modello, il modo in cui l'oggetto veniva impiegato in combattimento e il museo del mondo dove si conserva l'originale. Questa ultima informazione è la più preziosa e la più rara: significa che il visitatore poteva uscire con una lista di riferimenti verificabili, e che la ricostruzione dichiarava la propria fonte. Un museo di repliche che non dichiara le fonti è un parco a tema; un museo di repliche che le dichiara è uno strumento di studio. La differenza è tutta lì.

Il livello inferiore e le colonne dello Stadio di Domiziano

Scendendo si cambiava registro. Il piano inferiore metteva il visitatore a contatto con murature e colonne autentiche pertinenti allo Stadio di Domiziano, l'edificio per gli agoni greci inaugurato nell'86 dopo Cristo e capace, secondo i cataloghi regionari tardoantichi, di circa trentamila spettatori. La pianta dello stadio, lunga oltre duecentosettanta metri e larga circa sessantasei, è sopravvissuta nella forma della piazza moderna perché le case medievali e i palazzi rinascimentali si sono appoggiati alle strutture antiche invece di demolirle. Camminare fra quelle colonne dopo aver guardato duecento elmi ha un effetto preciso: sposta il discorso dalla vetrina alla città.

Attenzione a una distinzione che molti confondono. Lo Stadio di Domiziano non era un anfiteatro e non ospitava gladiatori: era destinato alle gare atletiche di modello greco, corse, lotta, pugilato, pancrazio, in un programma quadriennale che l'imperatore aveva istituito sul modello dei giochi olimpici. Che un museo dei gladiatori si trovasse dentro le sue fondazioni è una coincidenza topografica, non una continuità storica. Lo dico perché ho sentito raccontare il contrario da guide improvvisate, e perché un errore ripetuto abbastanza a lungo diventa senso comune.

La cella del gladiatore

Al livello inferiore era stata ricostruita una cella da gladiatore, con la possibilità per il pubblico di entrarci e farsi fotografare. Vale la pena spiegare che cosa fosse davvero, perché la cella è uno dei punti dove la vulgata cinematografica ha fatto più danni. Nelle caserme gladiatorie meglio conservate, come la caserma di Pompei nel quadriportico dei teatri, gli alloggi erano stanze di circa quattro metri per quattro, disposte su due piani intorno a un cortile porticato, condivise da due o tre uomini. Non erano segrete umide: erano camerate. I gladiatori mangiavano molto e regolarmente, ricevevano cure mediche di buon livello e valevano un capitale. Nessun proprietario lascia marcire un investimento.

Le classi di gladiatori raccontate dal Museo Dei Gladiatori

La seconda anima del museo era la gladiatura, e qui il discorso si fa serio. I gladiatori si dividevano in classi, ne conosciamo sedici, definite dall'origine etnica del tipo, dalle armi, dal costume e dalla tecnica di combattimento. Non erano uomini che entravano nell'arena a menare fendenti a caso: erano specialisti di un sistema di scherma codificato, con arbitri, con regole, con abbinamenti fissi. La logica che governa tutto il sistema è una sola, ed è la ragione per cui la gladiatura è durata sette secoli: pesante contro leggero, protetto contro veloce, scudo grande contro scudo piccolo. Uno spettacolo bilanciato, non un macello.

Il mirmillone

Il murmillo è il gladiatore pesante per eccellenza. Porta lo scutum, il grande scudo rettangolare e curvo di legno impiallacciato e tela, alto circa un metro, lo stesso che usava il legionario; impugna il gladius, la spada corta a lama larga; ha il braccio destro fasciato dalla manica, una protezione imbottita e rinforzata da lamine, e una sola schiniera bassa alla gamba sinistra, quella avanzata dietro lo scudo. L'elmo è a larga tesa, con cresta alta e alveolata. Il nome deriva con ogni probabilità dal greco mormyros, un pesce di mare, e la tradizione antica collega il tipo a un cimiero a forma di pesce. Il murmillo combatte coperto: avanza dietro lo scudo, incassa, aspetta l'errore. La sua è una scherma di attesa e di occupazione dello spazio.

Il trace

Il thraex è il suo avversario storico, e ne è l'opposto tecnico. Ha la parmula, uno scudo piccolo, quadrangolare e leggermente curvo, che copre poco e permette di muoversi molto; impugna la sica, la spada ricurva o angolata di derivazione balcanica, fatta per colpire oltre lo scudo dell'avversario e ferirlo alla schiena o alla nuca; porta due schinieri alti, che gli arrivano sopra il ginocchio, perché le gambe scoperte sono il bersaglio naturale di chi combatte contro uno scudo grande. L'elmo è a larga tesa con cresta ricurva sormontata da una testa di grifone, l'animale che nel repertorio mitologico accompagna Nemesi, la dea della giusta misura. Il trace incarna la componente orientale dell'impero. La sua è una scherma di movimento: gira, cerca l'angolo, colpisce di taglio.

Il reziario

Il retiarius è il più riconoscibile e il più frainteso. Combatte senza elmo, a volto scoperto, con la sola protezione della manica al braccio sinistro e del galerus, la spalliera metallica che sporge sopra la spalla sinistra e serve a riparare la testa quando si abbassa. Le armi sono tre: la rete da lancio, il tridente da pesca che i Latini chiamano fuscina, e il pugnale. Nessuno scudo. Nel sistema dei valori romani era il tipo socialmente più basso, perché combatteva quasi nudo e perché usava attrezzi da pescatore invece di armi militari: le fonti satiriche lo trattano con disprezzo. Ma tecnicamente è il più difficile da interpretare, perché deve tenere la distanza con il tridente e non può permettersi un solo errore. Un reziario che perde la rete ha perso metà del suo mestiere.

Il secutor

Il secutor, letteralmente l'inseguitore, esiste solo in funzione del reziario. È armato come un mirmillone, scutum e gladius, manica destra e schiniera sinistra, ma il suo elmo è un oggetto progettato a tavolino per un problema specifico: superficie liscia, cresta bassissima e continua, nessuna tesa, due soli fori oculari piccolissimi. Tutto per non offrire appigli alla rete. Il prezzo è altissimo: dentro quell'elmo si vede pochissimo, si respira peggio, e il caldo diventa insopportabile in pochi minuti. Il duello reziario contro secutor è quindi una corsa contro il tempo: il secutor deve chiudere la distanza in fretta, il reziario deve farlo stancare. È il combattimento più raffigurato nell'iconografia antica, e non per caso: era il più leggibile dagli spalti.

L'oplomaco

L'hoplomachus deriva il nome dall'oplite greco. Porta uno scudo piccolo e rotondo di bronzo, due schinieri alti, la manica al braccio destro, un elmo a larga tesa con cresta e due grandi penne laterali. Le armi sono due: una lancia, che lancia o tiene di punta a distanza, e un pugnale corto per il corpo a corpo. Combatte di regola contro il murmillo, e la coppia funziona perché mette insieme un uomo con arma lunga e scudo piccolo contro un uomo con arma corta e scudo grande. Nella grammatica figurativa dei giochi rappresenta la componente ellenica, l'eco dei duelli omerici che ogni spettatore romano colto riconosceva.

Il provocator

Il provocator è l'unico tipo gladiatorio che indossa il cardiophylax, il pettorale metallico a mezzaluna o rettangolare che protegge lo sterno. Ha lo scutum, il gladius, la manica destra, una schiniera sinistra e un elmo senza tesa larga, con visiera e paraguance. Combatte solo contro un altro provocator, mai contro tipi diversi. È il gladiatore più vicino all'aspetto del soldato romano repubblicano, e proprio per questo il più carico di significato politico: nell'arena l'immagine del cittadino armato non poteva essere umiliata da un trace o da un reziario. Il provocator esprime la componente propriamente romana e divina dello spettacolo. Quando la coppia dei provocatores entrava in campo, il pubblico sapeva di guardare qualcosa che assomigliava a se stesso.

Gli altri tipi e le coppie fisse

Oltre ai sei tipi maggiori il repertorio comprende l'eques, che apre il programma combattendo a cavallo in tunica e con la lancia contro un altro eques; l'essedarius, che combatte dal carro da guerra celtico; il dimachaerus, armato di due spade e privo di scudo; il sagittarius, arciere; il gallus e il samnis, tipi arcaici legati ai nemici italici e transalpini della repubblica, poi assorbiti nelle categorie imperiali; e figure rare come lo scissor e il laquearius. Le coppie canoniche restano poche e ricorrenti: trace contro mirmillone, reziario contro secutor, oplomaco contro mirmillone, provocator contro provocator. Un editore dei giochi che avesse messo in campo un reziario contro un trace sarebbe stato preso per incompetente, come oggi un organizzatore che facesse boxare un mediomassimo contro un peso mosca.

Le armi, il colore, il piumaggio

Un aspetto che il museo sottolineava con forza, e che i libri scolastici ignorano, è la cura estetica dell'armamento. Gli elmi erano coperti di penne, sui lati e sulla cresta; le tuniche e i subligacula erano colorati; le fasce delle gambe e delle braccia erano vistose; il metallo era lucidato o argentato. Nel 65 avanti Cristo Giulio Cesare, già pesantemente indebitato, mise in campo trecentoventi coppie di gladiatori con armature argentate, e il Senato reagì fissando un tetto massimo proprio a trecentoventi coppie per cittadino a Roma. L'armamento gladiatorio era progettato per essere visto da settanta metri di distanza da uno spettatore dell'ultimo ordine. Non era funzionale alla guerra: era funzionale alla leggibilità dello spettacolo. Questa è la chiave per capire perché un elmo da gladiatore pesa il doppio di un elmo da legionario e protegge il volto in modo che nessun soldato accetterebbe mai in battaglia.

Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona
Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona

Che cos'era davvero un munus: religione, politica, sangue

L'origine funeraria

La parola munus significa dono, obbligo, servizio dovuto. Non significa spettacolo. La tradizione antica colloca il primo combattimento gladiatorio a Roma nel 264 avanti Cristo, al Foro Boario, dove i figli di Decimo Giunio Bruto Pera fecero combattere tre coppie di gladiatori in occasione del funerale del padre. Tre coppie: sei uomini. Non era un evento di massa, era un rito privato. Il sangue versato costituiva l'offerta dovuta ai Mani del defunto, gli spiriti degli antenati, e il combattimento era il modo di consegnarla.

Questo è il punto che il Museo Dei Gladiatori metteva a fuoco meglio di tanta divulgazione: i gladiatori erano una sorta di sacerdoti delegati da una divinità che esaltava un sacrificio di sangue attraverso il combattimento, e il dono era di norma dedicato alla salvezza di un personaggio importante. Il sangue che usciva dalle ferite, o la morte stessa del gladiatore, diventava materia redentiva per l'anima del defunto a cui il munus era dedicato. Chi legge i giochi come puro divertimento sadico non capisce perché siano durati settecento anni e perché siano stati praticati da una civiltà giuridicamente sofisticata. Erano un atto religioso prima di essere uno spettacolo, e restarono un atto religioso anche quando divennero una macchina politica.

Dal rito privato alla macchina imperiale

Nel corso della repubblica il munus si allontana dal sepolcro e si avvicina alle urne elettorali. Chi aspira a una magistratura offre giochi; chi offre giochi più grandi ottiene più voti. Le trecentoventi coppie di Cesare non sono un capriccio: sono una campagna elettorale. Augusto chiude questa fase avocando all'imperatore il controllo dei giochi e trasformandone la fornitura in un dovere civico e religioso disciplinato, con tetti di spesa e regole di frequenza. Da quel momento il munus diventa uno strumento del potere centrale: chi lo offre a Roma è l'imperatore, e chi lo offre nelle province lo fa con il suo permesso.

Le cifre dell'età imperiale sono di altra scala. Fra il 108 e il 109 dopo Cristo Traiano celebrò le vittorie daciche con giochi che le fonti quantificano in diecimila gladiatori e undicimila animali distribuiti su centoventitré giorni. Numeri di questo genere richiedevano una logistica industriale: scuole, allevamenti, rotte di approvvigionamento dall'Africa e dall'Oriente, un apparato amministrativo imperiale con procuratori dedicati. La gladiatura non fu un fenomeno marginale dell'antichità: fu un settore economico.

La giornata dei giochi

Il programma di una giornata seguiva un ordine rigido. La sera prima i gladiatori ricevevano una cena pubblica, la cena libera, alla quale il pubblico poteva assistere: un modo per guardare in faccia gli uomini che il giorno dopo avrebbero combattuto. La mattina si apriva con le venationes, le cacce e i combattimenti contro animali. A mezzogiorno, nell'intervallo, avvenivano le esecuzioni dei condannati: era il momento in cui il pubblico serio andava a mangiare, e le fonti letterarie lo raccontano con fastidio. Il pomeriggio era riservato ai munera veri e propri.

Prima dei duelli si svolgeva la pompa, il corteo d'ingresso, aperto dai littori e seguito da trombettieri e dalle immagini degli dei portate in processione. Poi si procedeva alla probatio armorum, il controllo delle armi, che venivano affilate e verificate davanti al pubblico e all'editore. In campo c'erano gli arbitri: il summa rudis e il suo assistente, riconoscibili nei mosaici perché portano una tunica chiara e un lungo bastone, la rudis appunto, con cui separavano i combattenti, interrompevano l'azione, richiamavano le scorrettezze. Il fatto che esistessero arbitri professionisti dice tutto sulla natura regolata di questi combattimenti.

Missio, sine missione, rudis

Un duello non finiva quasi mai con la morte automatica. Il gladiatore che si riconosceva battuto alzava un dito e chiedeva la missio, il congedo, cioè la grazia. La decisione formale spettava all'editore dei giochi, che teneva conto degli umori del pubblico. Un combattimento poteva chiudersi con la vittoria di uno dei due, con lo stans missus, cioè il congedo di entrambi ancora in piedi dopo un pareggio, oppure, nei casi eccezionali e vistosamente pubblicizzati, sine missione, senza possibilità di grazia. Quest'ultima formula era rara e considerata di cattivo gusto sotto molti principati.

La ragione era economica prima che umanitaria. Un gladiatore addestrato costava, il suo proprietario andava risarcito se moriva, e un uomo di prima categoria valeva quanto una piccola proprietà. Le stime moderne basate sulle epigrafi indicano tassi di mortalità per combattimento molto lontani dall'immaginario: nell'alto impero, un duello su otto o dieci si chiudeva con una morte, e nella maggior parte dei casi la morte arrivava per infezione o emorragia nei giorni successivi, non sul posto. Chi sopravviveva a lungo poteva ricevere la rudis, la spada di legno che sanciva il congedo definitivo dall'arena e, per gli schiavi, spesso la libertà.

Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum
Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

Il ludus: come si diventava gladiatori

Il sacramentum gladiatorium

Chiunque entrasse in una familia gladiatoria, schiavo, condannato o uomo libero, prestava un giuramento sacro, il sacramentum gladiatorium. La formula ce la conserva Petronio nel Satyricon al capitolo centodiciassette: giurava di sopportare di essere bruciato, legato, battuto e ucciso di spada. È una formula terribile e va letta per quello che è: la rinuncia contrattuale alla propria integrità fisica, cioè la rinuncia a ciò che rendeva un uomo giuridicamente libero a Roma.

Il dettaglio che stupisce sempre i miei gruppi è che uomini liberi lo prestassero volontariamente. Si chiamavano auctorati, si vendevano per un ingaggio, e le fonti ne registrano molti: debitori disperati, ex soldati, avventurieri, figli di famiglia in rotta con il padre. Firmavano un contratto a termine, incassavano una somma anticipata e per la durata dell'ingaggio perdevano lo statuto di uomini liberi. Nel 19 dopo Cristo un senatoconsulto emanato a Larino, e conosciuto da un'iscrizione bronzea trovata in Molise, ribadì i divieti già introdotti da Augusto per impedire ai membri delle classi senatoria ed equestre di scendere nell'arena. Se serve una legge per vietarlo, significa che accadeva.

L'addestramento e il palus

La giornata in un ludus era quella di un atleta professionista sotto sorveglianza armata. Si combatteva contro un palo di legno piantato nel terreno, il palus, con armi di legno pesanti il doppio di quelle vere: colpi ripetuti per ore, sotto la direzione dei doctores, istruttori specializzati per singolo tipo gladiatorio, spesso ex gladiatori congedati. Esisteva un doctor per i traci, uno per i reziari, uno per i mirmilloni: la specializzazione era totale.

Dal nome del palo deriva anche la scala gerarchica interna. Un gladiatore era classificato per palus: il primus palus era il grado più alto della scuola, seguito dal secundus e via scendendo. Il novellino si chiamava tiro, e la sua prima uscita, il tirocinium, era annunciata come tale sui manifesti. Chi sopravviveva diventava veteranus. Sopra tutti c'era il lanista, il proprietario e imprenditore della familia gladiatoria, figura disprezzata socialmente e ricchissima: un mestiere infame che rendeva moltissimo, come spesso accade.

Medici, dieta, corpi

Il ludus aveva un personale sanitario, e la prova migliore ha un nome celebre. Nel 157 dopo Cristo Galeno, ventottenne, tornò a Pergamo come medico dei gladiatori del sommo sacerdote d'Asia e mantenne l'incarico per quattro anni. Definì le ferite dei gladiatori finestre sul corpo, e da quell'osservatorio ricavò le sue competenze su dieta, esercizio, igiene, anatomia sul vivo e trattamento delle fratture. Il dato che colpisce di più è un altro: sotto la sua custodia morirono cinque gladiatori, contro i sessanta registrati sotto il predecessore. Un uomo solo, con criteri clinici migliori, ridusse la mortalità di un ordine di grandezza. Chi immagina i ludi come mattatoi indifferenti alla sorte dei combattenti dovrebbe fermarsi su questa cifra.

La dieta era parte del sistema. Le fonti antiche chiamano i gladiatori hordearii, mangiatori d'orzo, e il regime alimentare era prevalentemente vegetale, costruito su cereali e legumi. Lo strato di grasso sottocutaneo che quel regime produceva non era un difetto estetico ma un vantaggio tecnico: proteggeva vasi e nervi dai tagli superficiali e permetteva ferite molto sanguinose e molto visibili senza danni permanenti. Il corpo del gladiatore era progettato per lo spettacolo quanto il suo elmo.

Il Ludus Magnus, la caserma dei gladiatori accanto al Colosseo

Se il Museo Dei Gladiatori racconta le armi, il Ludus Magnus è il luogo dove quelle armi venivano usate ogni giorno. Si trova su via Labicana, nella valle fra il colle Oppio e il Celio, un centinaio di metri a est dell'anfiteatro Flavio, e lo si guarda dall'alto da una balconata sul marciapiede: chiunque passi verso San Clemente ci cammina sopra senza accorgersene.

Domiziano, Traiano e le misure

Lo costruì Domiziano fra l'81 e il 96 dopo Cristo, insieme ad altre tre scuole gladiatorie: il Ludus Dacicus, il Ludus Gallicus e il Ludus Matutinus, quest'ultimo destinato agli uomini che combattevano contro le fiere nella sessione mattutina. Il Magnus era la principale e poteva ospitare intorno al migliaio di gladiatori. L'edificio è organizzato come un cortile porticato, con colonne di travertino e fontanelle a pianta triangolare, e al centro una piccola arena ellittica per gli allenamenti, lunga circa sessantatré metri e larga circa quarantadue: appena più piccola dell'arena del Colosseo, il che significa che i gladiatori si allenavano su una superficie praticamente identica a quella su cui avrebbero combattuto. Intorno all'arena correva una cavea capace di circa tremila spettatori, con palchi per le autorità in corrispondenza degli assi minori. Sotto Traiano il livello del pavimento fu rialzato di un metro e quaranta, ed è questa la fase che si vede oggi.

Fermiamoci un istante su quei tremila posti, perché il dato è più eloquente di quanto sembri. Una scuola di addestramento con una tribuna per il pubblico non è una palestra: è un teatro di prova. Gli allenamenti erano spettacolo a loro volta, e l'aristocrazia romana andava a vedere i gladiatori lavorare come oggi si va agli allenamenti aperti di una squadra di calcio. La macchina dei giochi produceva attesa e mercato prima ancora della giornata dei munera.

Il corridoio sotterraneo verso il Colosseo

Sotto il livello stradale correva un passaggio ipogeo che collegava la scuola all'anfiteatro Flavio, con un ingresso di dimensioni notevoli, poco meno di sette metri di luce. I gladiatori raggiungevano l'arena senza uscire in strada e senza attraversare la folla. Era una scelta di sicurezza e insieme di regia: la comparsa dei combattenti doveva avvenire dentro l'anfiteatro, non fuori. Quel corridoio è stato al centro della mostra che il Parco archeologico del Colosseo ha dedicato al tema fra il 21 luglio 2023 e il 7 gennaio 2024, intitolata Gladiatori nell'arena, tra Colosseo e Ludus Magnus, con riproduzioni filologiche di armature realizzate da Silvano Mattesini accanto a reperti originali provenienti dai Musei Archeologici Nazionali di Napoli e di Aquileia.

Gladiatori nell'arena, tra Colosseo e Ludus Magnus, anfiteatro Flavio
L'anfiteatro Flavio, sede della mostra Gladiatori nell'arena. Tra Colosseo e Ludus Magnus

La scoperta del 1937 e come si visita oggi

Fino al 1937 la posizione precisa della grande palestra era ignota: emerse per caso durante i lavori per la costruzione di un nuovo edificio. Gli scavi cominciarono quello stesso anno e furono completati fra il 1957 e il 1960, portando alla luce la metà settentrionale del monumento; l'altra metà resta sotto le case e sotto la strada. La Sovrintendenza Capitolina ne gestisce l'accesso su prenotazione al numero unico di Roma Capitale, con gruppi di non oltre trenta persone, tariffe di 4 euro intero e 3 euro ridotto e ingresso gratuito per i residenti a Roma e per i titolari della carta cittadina dei musei. Dal primo agosto 2024 il sito risulta però temporaneamente chiuso al pubblico per l'avvio dei lavori finanziati dal piano nazionale di ripresa e resilienza, e la scheda ufficiale della Sovrintendenza continua a segnalarlo. Chi passa di lì, quindi, guardi dalla balconata: si vede benissimo l'ellisse dell'arena, il basolato e i resti delle strutture, e il colpo d'occhio con il Colosseo alle spalle vale la sosta.

Il pollice verso: che cosa dicono davvero le fonti antiche

È il punto su cui ricevo più domande in assoluto, ed è anche quello su cui la divulgazione ha sbagliato più a lungo. Il gesto del pollice verso l'alto per salvare e verso il basso per uccidere non ha nessun fondamento nelle fonti antiche. È un'invenzione ottocentesca, e ha una data e un autore: il quadro Pollice Verso che Jean Leon Gerome dipinse nel 1872, dove una folla di vestali protende i pollici verso il basso mentre un secutor attende l'ordine sopra l'avversario caduto. Quel dipinto ha formato l'immaginario visivo di tutto il cinema successivo, dal muto italiano fino ai kolossal contemporanei.

Che cosa dicono davvero i testi. Giovenale, nella terza satira, usa l'espressione verso pollice, cioè pollice girato, e il significato esatto resta oscuro perché il poeta non spiega in quale direzione. Prudenzio, nella replica a Simmaco, parla di converso pollice a proposito di una vergine vestale che gode della strage. Quintiliano usa l'espressione infesto pollice, pollice ostile. Plinio il Vecchio, invece, parla di pollices premere, premere i pollici, in un contesto di favore. Sono quattro formule diverse, tutte allusive, nessuna descrittiva.

La ricostruzione più solida oggi disponibile è quella del latinista Anthony Corbeill, che ha studiato la gestualità romana in modo sistematico: secondo la sua lettura il pollice sollevato ed esteso indicava l'uccisione, mentre il gesto di grazia consisteva nel premere il pollice sull'indice dentro un pugno chiuso, cioè nel nasconderlo. Il pollice estratto e puntato imita la lama; il pollice ripiegato imita la spada rinfoderata. È una lettura elegante e coerente con l'espressione pliniana. Va detto con onestà che il consenso non è totale e che il gesto esatto rimane incerto: le fonti non chiariscono se il pollice fosse rivolto in alto, in basso, di traverso o nascosto.

La mia posizione, dopo vent'anni di spiegazioni davanti al Colosseo: chiunque vi racconti con sicurezza che il pollice verso il basso significava morte vi sta vendendo un quadro francese dell'Ottocento spacciato per archeologia. E la cosa divertente è che, se Corbeill ha ragione, il gesto che oggi usiamo per dire va tutto bene era esattamente quello che condannava un uomo.

Le gladiatrici: che cosa sappiamo per certo

Che nell'arena romana combattessero anche donne è documentato, e non è una curiosità marginale. Le testimonianze sono di tre tipi: letterarie, epigrafiche e figurative, e insieme disegnano un fenomeno reale ma limitato, tollerato e periodicamente represso.

Sul piano letterario, nel 66 dopo Cristo Nerone fece combattere donne etiopi, uomini e bambini in un munus allestito per impressionare Tiridate primo, re d'Armenia, in visita a Roma. Un munus del 89 dopo Cristo, sotto Domiziano, presentava un combattimento fra gladiatrici descritte come amazzoni. Il senatoconsulto di Larino del 19 dopo Cristo, che ribadisce i divieti augustei di scendere nell'arena per i membri delle classi elevate, riguarda esplicitamente anche le donne di rango: ancora una volta, si vieta ciò che accade.

Sul piano figurativo esiste un documento che vale da solo tutta la discussione: un rilievo marmoreo di età romana, I o II secolo dopo Cristo, proveniente da Alicarnasso e conservato al British Museum con il numero di inventario 1847,0424.19. Misura 65,6 centimetri di altezza per 77,5 di larghezza e raffigura due gladiatrici armate di spada e scudo, in posizione d'attacco su una piattaforma, con le teste degli spettatori al di sotto. Le due combattenti hanno un nome inciso: Amazon e Achillia, cioè nomi d'arte costruiti sull'immaginario eroico greco, l'amazzone e la femminile di Achille. L'iscrizione commemora il loro congedo dal servizio oppure la conclusione del duello in parità. Non morirono: uscirono in piedi, e qualcuno pagò un marmo per ricordarlo.

La fine del fenomeno ha anch'essa una data. Settimio Severo, intorno al 200 dopo Cristo, tentò probabilmente di offrire a Roma un'esibizione dignitosa di atletica femminile sul modello dei giochi di Antiochia; la folla rispose con canti osceni e fischi, e con ogni probabilità fu quella reazione a spingerlo a vietare l'impiego di gladiatrici. Trovo istruttivo che il divieto sia arrivato non per pudore morale ma per un problema di ordine pubblico e di decoro dello spettacolo. Roma, su queste cose, è sempre stata più pragmatica che moralista.

Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona
Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona

Graffiti ed epigrafi: le voci dei gladiatori

Il graffito del gradino del Colosseo

Fra i materiali esposti nella mostra del Parco archeologico del Colosseo c'era un gradino della cavea dell'anfiteatro con un graffito inciso che raffigura il combattimento fra un reziario e un secutor, databile fra il II e il III secolo dopo Cristo. Vale la pena soffermarsi su che cosa significhi. Qualcuno, seduto in tribuna, con la punta di un chiodo o di un coltellino, si è messo a disegnare sul sedile la scena che aveva davanti. Non un artista di corte: uno spettatore annoiato o entusiasta. Quel graffito è la cosa più vicina a una fotografia amatoriale che l'antichità ci abbia lasciato dei giochi, ed è una fonte iconografica di prima mano proprio perché è disegnata male.

I muri di Pompei

I graffiti pompeiani restituiscono la dimensione popolare della gladiatura con una immediatezza che nessun testo letterario raggiunge. Celadus il trace vi compare descritto come il sospiro delle ragazze e la gloria delle ragazze. Accanto ai nomi si trovano i palmares, il conteggio dei combattimenti e delle vittorie, i pronostici, gli insulti ai tifosi delle scuole rivali. Erano campioni sportivi in tutto e per tutto, con un pubblico che li seguiva, li scommetteva e li insultava. La gladiatura, prima di essere un problema morale per noi, era per loro un campionato.

Le epigrafi funerarie

Le lapidi sono la fonte più preziosa perché contengono numeri. Un epitaffio ricorda Flamma, secutor, morto a trent'anni, trentaquattro combattimenti, ventuno vittorie, nove pareggi, quattro sconfitte, di origine siriana. Fermiamoci sui numeri: trentaquattro duelli e quattro sconfitte da cui è uscito vivo, il che conferma che perdere non equivaleva a morire. Un'altra lapide ricorda Nikeforo figlio di Sineto, lacedemone, e Narciso secutor, con il monumento posto a proprie spese da Tito Flavio Satiro. Una terza dice semplicemente che la familia lo pose in memoria di Saturnilo: i compagni di scuola si tassarono per il funerale del morto, come una confraternita di mestiere.

Questo è il materiale che rende la gladiatura una storia umana e non una raccolta di aneddoti. Uomini con un nome, un'origine, una carriera contabilizzata e dei colleghi che pagavano il marmo. Il Museo Dei Gladiatori, mostrando l'armamento accanto ai pannelli che spiegano da dove viene ciascun modello, faceva un'operazione dello stesso genere: restituiva ai gladiatori un contesto tecnico invece di un mito.

Il Museo Dei Gladiatori e il Museo del Legionario Romano: le differenze

I due istituti vengono confusi di continuo, e la confusione ha una base reale, perché entrambi lavorano sulle ricostruzioni. Le differenze però contano.

Il Museo Storico Didattico del Legionario Romano si trova a via Appia Antica 18, telefono 06 87645457, ed è gestito dal Gruppo Storico Romano, associazione culturale senza fini di lucro fondata nel 1994 e riconosciuta fra le principali realtà di rievocazione romana in Italia e nel mondo. L'associazione è articolata in sezioni: Legione, Guardia Pretoriana, Gladiatori, Senato, Vestali. Pratica quella che chiama archeologia sperimentale, cioè la verifica sul campo delle ipotesi ricostruttive attraverso l'uso reale degli oggetti. Il suo evento annuale è la celebrazione del Natale di Roma, il 21 aprile, che ha ricevuto sette medaglie del Presidente della Repubblica e il sostegno del Ministero della cultura e delle istituzioni regionali. Gli orari della segreteria sono di norma dal lunedì al venerdì, dalle 9.30 alle 16.00, e conviene telefonare prima di presentarsi. Le visite guidate hanno un recapito dedicato, il 338 2436678.

Il Museo Dei Gladiatori, invece, era un'impresa privata a vocazione espositiva, concentrata sull'armamento e allestita in pieno centro storico. Il primo è un museo che si visita anche per vedere persone che indossano le ricostruzioni; il secondo era un museo di vetrine, con la possibilità di toccare i pezzi. Se dovessi scegliere per una famiglia con bambini fra gli otto e i quattordici anni, oggi, indicherei senza esitare l'Appia Antica: il contatto con i rievocatori funziona meglio di qualunque didascalia. Se avessi davanti un appassionato di storia militare adulto, gli direi di aspettare la nuova sede del Gladiator Museum, perché la sequenza cronologica completa dell'armamento non la ricostruisce nessun altro a Roma.

Il Museo Dei Gladiatori e il Colosseo: come si integrano

Il Colosseo è il contenitore, il Museo Dei Gladiatori era il contenuto. Chi visita l'anfiteatro Flavio vede una macchina architettonica straordinaria e non vede quasi nulla di ciò che vi accadeva: l'arena è scoperchiata, i sotterranei sono un labirinto di murature, e gli oggetti che raccontano lo spettacolo sono altrove, per lo più a Napoli, dove è confluito il materiale gladiatorio di Pompei. L'ordine di visita ideale, quando il museo riaprirà, è prima le armi e poi l'edificio: si entra nel Colosseo sapendo che cosa aveva in mano l'uomo che scendeva sulla sabbia.

Sul piano pratico, il Parco archeologico del Colosseo richiede la prenotazione online obbligatoria con fascia oraria per l'ingresso all'anfiteatro, i biglietti sono nominativi e vanno esibiti con un documento, e le prenotazioni si aprono trenta giorni prima della data di visita. L'orario di apertura del Colosseo comincia alle 8.30, mentre l'area del Foro Romano e del Palatino apre alle 9.00; l'ultimo ingresso e la chiusura variano per fasce stagionali, con l'ultimo ingresso alle 18.15 nella fascia primaverile ed estiva, alle 17.30 nella prima parte di ottobre e alle 15.30 nel periodo invernale. Le tariffe e le tipologie di biglietto si consultano sul sito ufficiale del Parco archeologico del Colosseo, che gestisce anche gli ingressi speciali ai sotterranei e all'arena.

Rievocazioni, laboratori e scuola di gladiatori

La domanda arriva sempre: si può provare a combattere? Sì, e la strada seria passa dal Gruppo Storico Romano sull'Appia Antica, che accanto al museo organizza attività didattiche e sessioni di addestramento con armi da esercitazione. Il Museo Dei Gladiatori, nella sede di piazza Navona, offriva attività didattica ma non era una scuola di combattimento: la sua parte esperienziale era il contatto con gli oggetti e la cella ricostruita per le fotografie.

Una avvertenza da professionista. Attorno al tema gladiatorio, a Roma, si è formato un sottobosco di offerte improvvisate, con orari elastici, sedi che cambiano e istruttori senza alcuna formazione storica. Prima di iscrivere un figlio a un corso, chiedete chi tiene la lezione, da quanto tempo la struttura opera e su quali fonti si basa la ricostruzione dell'armamento. Un'associazione che risponde con precisione a queste tre domande vale il doppio del prezzo; una che si offende, non vale nulla. Le realtà storiche riconosciute dalle istituzioni cittadine esistono e si contano sulle dita di una mano.

Il Museo Dei Gladiatori con i bambini

Su questo ho una posizione precisa e la difendo. Il tema gladiatorio funziona benissimo con i bambini dai sette anni in su, a una condizione: che qualcuno spieghi la differenza fra il combattimento sportivo regolamentato e il massacro. Se il racconto si ferma alla violenza, si ottiene un bambino eccitato e disinformato; se si spiega che c'erano arbitri, regole, categorie di peso e di armamento, medici, contratti e pensioni, si ottiene un bambino che ha capito qualcosa di come funziona una società.

La sede di piazza Navona aveva due elementi che con i piccoli funzionavano: la possibilità di toccare gli oggetti e la cella del gladiatore per le fotografie. Sono leve efficacissime. Il limite era l'ambiente sotterraneo, con scale e spazi contenuti, poco adatto ai passeggini. La durata giusta della visita per una famiglia si aggirava sui quaranta minuti, sessanta per chi legge i pannelli. Oltre, i bambini si stancano e i pannelli tecnici sull'evoluzione degli elmi non li tengono.

Un suggerimento che do sempre: dopo un museo di armi portate i bambini a vedere lo spazio vero, il Ludus Magnus dalla balconata di via Labicana o l'anello del Circo Massimo. Il passaggio dall'oggetto piccolo alla dimensione urbana è ciò che fissa il ricordo. Un elmo in vetrina si dimentica in una settimana; l'ellisse di un'arena vista dall'alto resta per anni.

Una curiosità su Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

La curiosità più bella riguarda il pavimento sotto cui il museo era stato ricavato, e nessuno la racconta ai visitatori. Piazza Navona ha la forma che ha perché ricalca l'arena dello Stadio di Domiziano, inaugurato nell'86 dopo Cristo per gli agoni ginnici di modello greco. Ma il particolare che quasi tutti ignorano è che quello stadio, in latino, non si chiamava stadio: le fonti lo chiamano Circus agonalis, e da agonalis, attraverso la deformazione popolare in nagone e poi navone, deriva il nome moderno della piazza. Navona non ha nulla a che vedere con le navi, nonostante i romani credano il contrario da secoli per via degli allagamenti estivi della piazza che si praticavano fino al 1866. Il nome viene dagli agoni, cioè dalle gare.

Ne discende una seconda curiosità, più tecnica. Il museo dei gladiatori aveva la sua sala inferiore a contatto con le colonne dello stadio degli atleti. Cioè: una collezione dedicata alla gladiatura, la forma di spettacolo più tipicamente romana, era ospitata dentro l'edificio che Domiziano aveva costruito per importare a Roma la ginnastica greca, l'attività che i Romani conservatori consideravano immorale perché praticata nudi. Le due idee di spettacolo pubblico, quella greca dell'atleta e quella romana del gladiatore, si trovavano nello stesso sottosuolo a quindici secoli di distanza dalla loro convivenza ideologica. È una di quelle sovrapposizioni che a Roma capitano di continuo e che quasi nessuno commenta.

Aggiungo un terzo dettaglio che riguarda la collezione. Le oltre cinquecento riproduzioni non sono state fabbricate in serie: ciascuna nasce dallo studio di un originale conservato in un museo identificato, e i pannelli lo dichiaravano. Significa che il catalogo di quel museo è, di fatto, una bibliografia archeologica travestita da armeria. Per un appassionato è materiale prezioso, e per un docente di storia antica è uno strumento didattico che vale più di venti manuali illustrati. È anche la ragione per cui la sua chiusura prolungata è una perdita reale per la città, e non semplicemente la scomparsa di un'attrazione turistica.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

Nessuno vi dirà che la frase più famosa dell'immaginario gladiatorio non è mai stata pronunciata da un gladiatore. Ave Caesar, morituri te salutant compare una sola volta nella letteratura antica: la riferisce Svetonio nella Vita di Claudio, al capitolo ventuno, e la mette in bocca ai naumachiarii, cioè ai condannati a morte destinati alla battaglia navale simulata che Claudio allestì sul lago Fucino nel 52 dopo Cristo. Non erano gladiatori, non era un anfiteatro, non era un munus. Cassio Dione racconta lo stesso episodio nel sessantesimo libro della sua storia; Tacito, negli Annali, descrive l'evento senza citare la frase. Lo studioso H. J. Leon lo scriveva già nel 1939: non esiste nessun altro riferimento antico a un saluto dei gladiatori, e quella fu un'invocazione disperata isolata, non una formula rituale.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda proprio questo museo: la sua sede di piazza Navona non era il luogo dove i gladiatori si allenavano né dove combattevano. Lo Stadio di Domiziano ospitava corse, lotta, pugilato e pancrazio, ed era destinato agli atleti. Non c'è nessuna continuità funzionale fra quel sottosuolo e la gladiatura, se non quella creata dall'allestimento. Dirlo non toglie nulla al museo: gli toglie un'aura falsa e gli restituisce il merito reale, che è la qualità della ricostruzione degli oggetti.

Terza cosa. I gladiatori non erano tutti schiavi. Una parte consistente, in età imperiale, era costituita da uomini liberi che si erano venduti volontariamente firmando un contratto a termine, gli auctorati; alcuni erano ex militari in cerca di ingaggio, altri debitori. E i migliori guadagnavano cifre notevoli: le epigrafi conservano carriere lunghe decine di combattimenti, e la struttura per gradi interna alle scuole, con il primus palus al vertice, funzionava come una classifica sportiva. Chi immagina l'arena come un luogo dove si mandava gente a morire a caso non ha mai letto una lapide gladiatoria.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

Il primo consiglio è di verificare lo stato di apertura prima di uscire di casa. Con la sede di piazza Navona chiusa e la nuova sede annunciata ma non ancora indicata, l'unico modo sensato di procedere è contattare il museo al 06 68891777 o scrivere a info@gladiatormuseum.com, oppure consultare il sito del Gladiator Museum. Il portale turistico della città lo riporta come temporaneamente chiuso. Non fidatevi degli orari copiati sugli aggregatori di viaggi: girano ancora informazioni della sede sotterranea come se nulla fosse.

Il secondo consiglio riguarda il modo di visitare un museo di ricostruzioni, quando riaprirà. Non guardate gli oggetti uno per uno: guardate la sequenza. Il valore di quella collezione è nella successione cronologica, cioè nel poter vedere in venti metri di percorso come si passa dall'elmo corinzio chiuso al Montefortino celtico, dal Montefortino al gallico imperiale in ferro, dal pettorale quadrangolare alla maglia di anelli e poi alla lorica a fasce. Se seguite la linea del tempo capite il meccanismo che governa tutto l'esercito romano: adottare, adattare, standardizzare. Se saltate da una vetrina all'altra vi restano in mente solo dei bei pezzi di metallo lucido.

Il terzo consiglio è di toccare, dove è consentito. È una possibilità rarissima nei musei italiani e va sfruttata. Prendete in mano un elmo e capirete perché il secutor doveva chiudere il combattimento in fretta; provate il peso di uno scutum e capirete perché il mirmillone combatteva di attesa. La conoscenza tattile di un'arma spiega la tattica meglio di qualunque disegno.

Il quarto è di programmare la visita al Gladiator Museum come apertura di giornata e non come chiusura. Vedere prima le armi e dopo il Colosseo funziona; l'ordine inverso spreca il museo, perché arriverete a piazza Navona già saturi. E se il museo risulta ancora chiuso, sostituitelo con la balconata del Ludus Magnus su via Labicana, che non costa nulla ed è aperta sempre.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che i giochi gladiatori finirono con il cristianesimo. Quasi nessuno sa che finirono lentamente, in modo confuso, e che le cacce agli animali continuarono a lungo dopo che i duelli erano cessati. Costantino, fra il 315 e il 337, vietò che i condannati fossero costretti a combattere fino alla morte, ma il provvedimento non ebbe applicazione uniforme. Onorio pose fine per legge ai combattimenti gladiatori nel 399 e di nuovo nel 404, segno evidente che la prima legge non era bastata. La tradizione lega quel secondo divieto al martirio del monaco Telemaco, ucciso dagli spettatori mentre tentava di separare due combattenti: va detto con chiarezza che è una tradizione agiografica, non un fatto documentato con la stessa solidità delle leggi. Le venationes, invece, cioè gli spettacoli con gli animali, proseguirono oltre il 536.

Il secondo fatto notissimo e mal raccontato riguarda il sangue. Si ripete che i giochi fossero un bagno di sangue continuo. La documentazione epigrafica racconta altro: nella maggioranza dei combattimenti dell'alto impero la morte era l'eccezione, la grazia era la norma, e le carriere lunghe erano frequenti. Il gladiatore era un investimento costoso, il suo proprietario andava indennizzato se moriva, e un uomo di prima categoria valeva quanto una casa. La brutalità dell'arena si concentrava altrove: nelle esecuzioni capitali di mezzogiorno, dove i condannati venivano uccisi senza alcuna regola sportiva. Quel momento, che il pubblico raffinato disertava per andare a pranzo, era la vera violenza dell'anfiteatro. La confusione fra le due cose è il fraintendimento più diffuso di tutta la materia.

Terzo fatto risaputo e sottovalutato: la gladiatura non nasce a Roma. Le prime raffigurazioni di combattimenti funerari a coppie provengono dall'Italia meridionale, dall'ambiente campano e lucano, e la tradizione antica attribuisce l'origine ai Campani o agli Etruschi. Roma la importa nel III secolo avanti Cristo e la trasforma in un fenomeno di scala imperiale, come ha fatto con l'architettura greca, con la moneta, con la flotta. La capacità romana non era inventare: era industrializzare.

La foto giusta da fare a Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

Con la sede sotterranea chiusa, la fotografia giusta oggi non è dentro il museo: è l'insegna e la discesa sul lato occidentale di piazza Navona, ripresa dal centro della piazza con la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini di lato e la facciata di Sant'Agnese in Agone alle spalle. È una fotografia che documenta una condizione, cioè un museo che aspetta una sede, e fra qualche anno varrà molto più di un selfie con un elmo.

Quando la sede era aperta, la fotografia da fare era una sola e la sbagliavano quasi tutti: non il ritratto nella cella del gladiatore, che è una posa da parco a tema, ma la sala inferiore con le vetrine degli elmi allineate davanti alle colonne autentiche dello Stadio di Domiziano. Quell'inquadratura mette insieme il metallo ricostruito e la pietra vera, cioè esattamente ciò che quel museo era: un dialogo fra copia dichiarata e originale. Si scattava senza flash, appoggiando il gomito su un ripiano perché la luce era bassa, esponendo per il metallo e lasciando che la muratura restasse in ombra.

Una raccomandazione tecnica che vale per qualunque museo di armature: gli elmi lucidi sono superfici specchianti, e il flash frontale li distrugge. Se volete un buon risultato, mettetevi di tre quarti rispetto alla vetrina, non frontali, e usate la luce dell'allestimento. E fotografate il pannello insieme all'oggetto: fra sei mesi non ricorderete se quell'elmo era un Coolus o un gallico imperiale, e la didascalia nella stessa immagine vi salverà.

Per la fotografia del giorno, se il museo è chiuso, spostatevi al Ludus Magnus. Dalla balconata di via Labicana, con il sole del tardo pomeriggio che entra da ovest, si prende l'ellisse dell'arena in primo piano e il Colosseo sullo sfondo: è l'unica inquadratura di Roma che tiene insieme la scuola e il teatro, l'allenamento e lo spettacolo. Vale la deviazione.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il luogo che ospitava il Museo Dei Gladiatori ha una stratigrafia di avvenimenti che pochi indirizzi al mondo possono vantare, e conviene percorrerla in ordine.

Nell'86 dopo Cristo Domiziano inaugurò in questo punto lo stadio per gli agoni ginnici, un edificio lungo oltre duecentosettanta metri capace di decine di migliaia di spettatori, costruito per ospitare i certamina quadriennali di modello greco che l'imperatore aveva istituito. Fu il primo edificio in muratura destinato all'atletica mai costruito a Roma, e la sua fondazione segna il tentativo, in gran parte fallito, di acclimatare in città la cultura ginnica ellenica.

Fra il III e il IV secolo l'edificio subì restauri, e la tradizione agiografica colloca proprio negli ambienti sotto la piazza il martirio di Agnese, la giovane romana esposta nuda al pubblico ludibrio in un lupanare ricavato negli spazi dello stadio. Il dato va trattato per quello che è, cioè una tradizione, non un fatto documentato; ma è la ragione per cui la chiesa di Sant'Agnese in Agone si trova esattamente lì e ha nel nome, ancora una volta, la parola agone.

Nel medioevo le arcate dello stadio furono occupate da abitazioni, botteghe e fortificazioni familiari: è il meccanismo che ha salvato la forma della piazza. Nel 1477 Sisto quarto trasferì qui il mercato cittadino da Campidoglio, e per quasi quattro secoli piazza Navona fu il mercato di Roma. Nel Seicento la famiglia Pamphilj, con Innocenzo decimo, trasformò l'area nel proprio teatro dinastico: la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini è del 1651, la chiesa di Sant'Agnese in Agone è opera di Girolamo e Carlo Rainaldi e di Francesco Borromini. Fino al 1866 la piazza veniva allagata nei fine settimana di agosto, con i tombini chiusi e l'acqua che copriva il basolato: la nobiltà attraversava il lago artificiale in carrozza mentre il popolo ci si buttava dentro. Il mercato fu spostato a Campo de' Fiori nel 1869.

Nel Novecento il sottosuolo dello stadio è stato oggetto di indagini archeologiche che hanno liberato ambienti e murature, restituendo il tratto oggi visibile del monumento. In questo contesto, negli anni recenti, si colloca l'apertura del museo dedicato alla gladiatura, attivo fino al 2019 e poi sospeso in attesa di una nuova sede. È l'ultimo capitolo di una storia di duemila anni in cui questo indirizzo ha continuato, con forme diverse, a occuparsi di spettacolo e di corpo umano.

Stadio di Domiziano - Sotterranei di Piazza Navona
Stadio di Domiziano - Sotterranei di Piazza Navona

Chi è passato da Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

La domanda merita due risposte, perché il luogo ha due strati e in entrambi si sono mossi personaggi che hanno lasciato un nome.

Il primo a passare di qui, nel senso più letterale, è Domiziano, l'imperatore che costruì lo stadio nell'86 dopo Cristo e che presiedette personalmente i suoi certamina indossando, dicono le fonti, un mantello greco e una corona d'oro con le immagini di Giove, Giunone e Minerva. Domiziano è anche l'imperatore che costruì il Ludus Magnus e le altre tre scuole gladiatorie accanto al Colosseo, e che nell'89 dopo Cristo fece combattere gladiatrici descritte come amazzoni. Nessun altro principe ha legato il proprio nome così strettamente sia all'atletica greca sia alla gladiatura romana.

Dopo di lui, l'elenco di chi ha calcato questo indirizzo è quello della storia di Roma. Sisto quarto nel 1477, quando vi trasferì il mercato. Innocenzo decimo Pamphilj, che a metà Seicento fece della piazza il salotto della propria famiglia. Gian Lorenzo Bernini, che nel 1651 vi collocò la Fontana dei Quattro Fiumi con il travertino della cava di Tivoli e i quattro colossi fluviali. Francesco Borromini, che ridisegnò la facciata di Sant'Agnese in Agone. Nell'Ottocento e nel Novecento il passaggio dei viaggiatori del Grand Tour, dei pittori di veduta, dei registi: il cinema italiano ha girato in questa piazza dal muto in poi, e chiunque abbia fatto un film ambientato nella Roma barocca ci è passato.

Sul piano della gladiatura, il nome che va ricordato in relazione a questo museo e a questa città è quello di Silvano Mattesini, autore delle riproduzioni filologiche di armature esposte nella mostra Gladiatori nell'arena curata dal Parco archeologico del Colosseo fra il 2023 e il 2024, accanto ai reperti originali dei Musei Archeologici Nazionali di Napoli e di Aquileia. È il segno che la ricostruzione filologica dell'armamento romano, in Italia, ha raggiunto un livello riconosciuto dalle istituzioni statali.

E poi ci sono passati loro, i visitatori: scolaresche, appassionati di storia militare, rievocatori arrivati da mezza Europa, famiglie che cercavano un'ora al coperto in una giornata di pioggia. Un museo piccolo in una piazza enorme, che ha fatto per qualche anno una cosa che nessun grande istituto romano faceva: mettere in mano a un ragazzino il peso vero di un elmo.

Quanto costa e quanto dura la visita al Museo Dei Gladiatori

Le tariffe pubblicate dal museo per la sede di piazza Navona erano di 12 euro per l'intero, dai 15 anni in su, e 10 euro per il ridotto nella fascia 6-15 anni; l'orario dichiarato era tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.30. Sono numeri riferiti alla sede sotterranea e vanno riverificati quando la collezione riaprirà altrove: con un cambio di sede cambiano quasi sempre superficie, personale e costi di gestione, e la tariffa si adegua. Il museo indicava sul proprio sito un rivenditore autorizzato per l'acquisto anticipato dei biglietti; per un istituto di queste dimensioni la prevendita non è mai stata necessaria.

La durata realistica della visita era di quaranta minuti per chi guarda, un'ora e un quarto per chi legge i pannelli, due ore per un appassionato di storia militare che voglia annotare le provenienze degli originali. Non è un museo da mezza giornata, ed è giusto così: la sua funzione è di supporto e di preparazione, non di destinazione unica.

Sul rapporto qualità prezzo dico una cosa impopolare. Dodici euro per un museo di repliche sembrano molti se paragonati ai quattro euro del Ludus Magnus o alla gratuità di molte aree archeologiche. Ma un istituto privato senza contributi pubblici, in affitto in pieno centro storico, con cinquecento oggetti costruiti a mano, non può costare meno. La domanda giusta non è se dodici euro siano tanti, ma se quell'ora vi abbia insegnato qualcosa che non sapevate. Nel mio caso la risposta è stata sì.

Che cosa c'è intorno al Museo Dei Gladiatori in dieci minuti a piedi

Questo è il vero patrimonio della posizione, e vale la pena sfruttarlo comunque, anche a museo chiuso. A cento metri, sul lato settentrionale della piazza, si trova l'ingresso dell'area archeologica dello Stadio di Domiziano, che consente di scendere alle strutture antiche quando è accessibile. Sul lato meridionale, a palazzo Braschi, c'è il Museo di Roma, con le collezioni sulla città dal medioevo all'Ottocento. Cinque minuti a est, in piazza Sant'Apollinare, Palazzo Altemps conserva la scultura antica delle grandi collezioni romane, dal Galata suicida al Trono Ludovisi: se il tema è l'antichità, quella è la visita che completa meglio la giornata.

Poco più lontano, a otto minuti verso sud, la Crypta Balbi racconta la stratificazione urbana di un isolato romano dall'età augustea al medioevo, ed è il museo che spiega meglio di ogni altro come funziona il sottosuolo di questa città. Il Pantheon è a quattrocento metri a est, Campo de' Fiori a trecento metri a sud, il Tevere a duecento metri a ovest. Chi ha ancora energia può attraversare il ponte e salire al Gianicolo, oppure risalire verso il Vaticano lungo via dei Coronari.

Il consiglio da guida: non tentate di mettere insieme piazza Navona e il Colosseo nella stessa mattinata, e nemmeno piazza Navona e i Musei Vaticani. Sono due mondi distanti e ogni tentativo di incastrarli produce una giornata di corsa e di caldo. Il centro barocco intorno a piazza Navona regge da solo mezza giornata piena e la regge bene.

Piazza Navona
Piazza Navona

Quando andare e quando evitare la zona

Piazza Navona ha due orari buoni e uno pessimo. I due buoni sono la prima mattina, fra le sette e le nove, quando la piazza è di chi ci abita e le fontane si sentono, e la sera tardi d'inverno, quando i tavolini si svuotano. L'orario pessimo è la fascia fra le undici e le sedici da aprile a ottobre, quando la piazza diventa un imbuto di gruppi organizzati e di venditori. Un museo sotterraneo, in questo senso, ha un vantaggio: al chiuso e sotto terra la temperatura resta accettabile anche a luglio.

Dicembre merita un discorso a parte. Il mercato di Natale di piazza Navona, erede di una tradizione ottocentesca legata alla Befana, occupa la piazza da fine novembre all'Epifania e la trasforma in un corridoio di bancarelle. Chi cerca l'atmosfera la trova; chi cerca l'archeologia farebbe meglio a scegliere un altro mese. Io consiglio novembre e febbraio: pochi turisti, luce bassa e obliqua, prezzi degli alloggi ragionevoli, e tutti i musei aperti con orario pieno.

Dove vedere i gladiatori a Roma mentre il Museo Dei Gladiatori è fra due sedi

Serve una lista concreta, perché la domanda arriva ogni settimana. Il Colosseo resta il punto di partenza obbligato, con l'ingresso prenotato online e, se possibile, l'aggiunta dei sotterranei e del piano dell'arena. Il Ludus Magnus si guarda gratis dalla balconata di via Labicana. Il Museo del Legionario Romano sull'Appia Antica offre le ricostruzioni e i rievocatori. Il Parco dell'Appia Antica e la Villa dei Quintili danno il contesto della Roma suburbana. Le Terme di Caracalla mostrano la scala dell'edilizia pubblica imperiale. Il Circo Massimo spiega l'altro grande spettacolo romano, quello delle corse, che per il pubblico antico contava anche di più. La Domus Aurea racconta il rovescio della medaglia, cioè il lusso privato che generò la reazione flavia e la costruzione dell'anfiteatro dove prima c'era il lago di Nerone.

Per gli oggetti veri, la verità va detta senza giri: le armature gladiatorie originali meglio conservate al mondo provengono dalla caserma dei gladiatori di Pompei e sono al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Chi vuole vedere elmi gladiatori autentici, con i rilievi mitologici sbalzati sulla tesa, deve prendere un treno. A Roma, gli originali di armamento romano sono dispersi in collezioni diverse e non esiste un percorso unitario. È esattamente il vuoto che il Museo Dei Gladiatori riempiva, ed è la ragione per cui la sua riapertura interessa alla città e non solo ai turisti.

Domande veloci su Museo Dei Gladiatori - Gladiator Museum

Il Museo Dei Gladiatori è aperto oggi?

No. Il portale turistico ufficiale di Roma Capitale lo classifica come temporaneamente chiuso e il museo annuncia una nuova sede senza indicarne l'indirizzo. Prima di programmare la visita conviene scrivere a info@gladiatormuseum.com o telefonare al 06 68891777.

Dove si trova il Museo Dei Gladiatori?

L'indirizzo storico è piazza Navona 90, 00186 Roma, negli ambienti sotterranei sul lato occidentale della piazza, in corrispondenza delle strutture dello Stadio di Domiziano. La collezione attende il trasferimento in una sede nuova.

Quanto costa il biglietto del Museo Dei Gladiatori?

Le tariffe pubblicate per la sede di piazza Navona sono 12 euro l'intero, dai 15 anni in su, e 10 euro il ridotto per la fascia 6-15 anni. Vanno riverificate al momento della riapertura.

Quali erano gli orari del Museo Dei Gladiatori?

Tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.30, secondo quanto il museo indica sul proprio sito per la sede sotterranea.

Serve prenotare per il Museo Dei Gladiatori?

No. Le dimensioni dell'istituto non lo richiedono e non si formano code. Il museo segnalava un rivenditore autorizzato per l'acquisto anticipato, ma l'ingresso diretto è sempre stato la soluzione più semplice.

Quanto dura la visita al Museo Dei Gladiatori?

Fra i quaranta minuti e l'ora e un quarto. Un appassionato di storia militare che annota le provenienze degli originali può arrivare a due ore.

Il Museo Dei Gladiatori espone reperti originali?

No, ed è bene saperlo in partenza. Espone oltre cinquecento riproduzioni realizzate studiando gli originali conservati nei principali musei archeologici europei e americani e ricostruite con tecniche antiche di fusione e lavorazione del metallo. Gli elementi antichi presenti nella sede erano le murature e le colonne dello Stadio di Domiziano.

Si possono toccare gli oggetti al Museo Dei Gladiatori?

Nella sede di piazza Navona sì, ed era una delle caratteristiche più apprezzate. Nei musei statali italiani è una possibilità quasi inesistente.

Si possono fare fotografie al Museo Dei Gladiatori?

Sì, ed era prevista anche una cella da gladiatore ricostruita appositamente per farsi ritrarre. Evitate il flash: le superfici metalliche lucide riflettono e rovinano lo scatto.

Il Museo Dei Gladiatori è adatto ai bambini?

Sì, dai sette anni in su, purché qualcuno spieghi la differenza fra combattimento regolamentato e violenza. Il contatto con gli oggetti e la cella per le fotografie funzionano molto bene con i ragazzini.

Il Museo Dei Gladiatori è accessibile in sedia a rotelle?

La sede di piazza Navona si sviluppava su due livelli collegati da scale, in ambienti sotterranei vincolati. Chi ha necessità di accessibilità deve chiedere conferma direttamente al museo per la nuova sede.

Che differenza c'è fra il Museo Dei Gladiatori e il Museo del Legionario Romano?

Il primo è un museo privato di armamento allestito in centro, incentrato sulle vetrine e sulla sequenza cronologica. Il secondo, a via Appia Antica 18, è gestito dal Gruppo Storico Romano, associazione di rievocazione fondata nel 1994, e affianca al museo l'archeologia sperimentale e le attività con i rievocatori.

Il Museo Dei Gladiatori si trova nello Stadio di Domiziano?

La sede occupava ambienti sotterranei in contatto con le strutture dello stadio e ne mostrava alcune colonne autentiche. Attenzione però: lo Stadio di Domiziano era destinato alle gare atletiche greche, non ai combattimenti gladiatori. L'accostamento è topografico, non funzionale.

Che rapporto c'è fra il Museo Dei Gladiatori e il Colosseo?

Nessun rapporto amministrativo. Sono istituti diversi e distanti due chilometri e mezzo. Il rapporto è di contenuto: il museo mostra le armi, il Colosseo è il luogo dove venivano usate. L'ordine di visita migliore è prima il museo e poi l'anfiteatro.

Quante classi di gladiatori esistevano?

Se ne conoscono sedici, distinte per origine del tipo, armamento, costume e tecnica di combattimento. Le principali sono murmillo, thraex, retiarius, secutor, hoplomachus, provocator, a cui si aggiungono eques, essedarius, dimachaerus, sagittarius e altre figure minori.

Perché reziario e secutor combattevano sempre insieme?

Perché il sistema gladiatorio abbinava per contrasto: uomo leggero e veloce con arma lunga contro uomo pesante e protetto con arma corta. L'elmo liscio e quasi cieco del secutor era progettato appositamente per non offrire appigli alla rete del reziario.

Il pollice verso il basso significava davvero morte?

No, o almeno non lo sappiamo. Il gesto è un'invenzione ottocentesca legata al quadro Pollice Verso di Jean Leon Gerome del 1872. Le fonti antiche parlano di verso pollice in Giovenale, converso pollice in Prudenzio, infesto pollice in Quintiliano e pollices premere in Plinio, senza descrivere il gesto. La lettura di Anthony Corbeill ipotizza che il pollice sollevato indicasse l'uccisione e il pollice premuto dentro il pugno chiuso la grazia.

Esistevano davvero le gladiatrici?

Sì. Le testimonianze includono i combattimenti allestiti da Nerone nel 66 e da Domiziano nell'89 dopo Cristo, il senatoconsulto di Larino del 19 dopo Cristo e soprattutto il rilievo di Alicarnasso al British Museum, inventario 1847,0424.19, con i nomi di Amazon e Achillia. Settimio Severo ne vietò l'impiego intorno al 200 dopo Cristo.

Si può visitare il Ludus Magnus?

L'area è gestita dalla Sovrintendenza Capitolina con visite su prenotazione al numero unico cittadino, gruppi fino a trenta persone, 4 euro intero e 3 euro ridotto. Dal primo agosto 2024 risulta temporaneamente chiusa per l'avvio dei lavori del piano nazionale di ripresa e resilienza. Dall'esterno, dalla balconata di via Labicana, si vede benissimo e gratuitamente.

Dove si vedono le armature gladiatorie originali?

Le più famose provengono dalla caserma dei gladiatori di Pompei e sono conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. A Roma non esiste un percorso unitario sull'armamento antico, ed è il vuoto che il Museo Dei Gladiatori colmava.

Come si arriva al Museo Dei Gladiatori con i mezzi pubblici?

Autobus 30, 70, 81, 87, 492 e 628, fermate Senato o Rinascimento su corso del Rinascimento, a un minuto dalla piazza. Tram 8 fino a piazza Venezia e dieci minuti a piedi. Metropolitana linea A, stazione Barberini, circa diciotto minuti di cammino.

Si può parcheggiare vicino al Museo Dei Gladiatori?

Praticamente no. L'area è compresa nella zona a traffico limitato del centro storico. Il parcheggio più comodo è quello del Gianicolo, a venti minuti a piedi, con una salita al ritorno.

C'è un guardaroba al Museo Dei Gladiatori?

Gli spazi sotterranei della sede di piazza Navona erano contenuti e non prevedevano un deposito bagagli strutturato. Chi arriva con un trolley farebbe bene a lasciarlo in albergo.

Quanto si aspetta in coda al Museo Dei Gladiatori?

Nulla. Non è mai stato un museo con affluenza da coda, e questo è uno dei motivi per cui valeva la visita in una giornata di alta stagione.

Vale la pena visitare il Museo Dei Gladiatori?

Per chi ha un interesse reale per l'esercito romano e per la gladiatura, sì, senza dubbio: la sequenza cronologica dell'armamento non si trova altrove a Roma. Per chi cerca reperti originali o un'esperienza spettacolare, meglio orientarsi sul Colosseo con i sotterranei o sulle rievocazioni dell'Appia Antica.

Il Museo Dei Gladiatori organizza laboratori didattici?

La sede di piazza Navona offriva attività didattica. Per l'addestramento vero e proprio, con armi da esercitazione, il riferimento romano è il Gruppo Storico Romano sull'Appia Antica.

Che cosa significa la parola munus?

Dono, obbligo, servizio dovuto. Indica l'offerta di combattimenti gladiatori dovuta ai defunti, e più tardi alla comunità da parte di chi deteneva o ambiva a una carica. Non significa spettacolo, ed è la chiave per capire la natura religiosa e politica dell'istituto.

Chiudo con l'unica cosa che conta davvero. Un museo di ricostruzioni si giudica dalla serietà con cui dichiara le proprie fonti, e questo lo faceva: ogni pezzo indicava l'originale e il museo del mondo in cui si trova. Per anni è stato l'unico posto a Roma dove un ragazzo poteva prendere in mano un elmo e capire perché un uomo, dentro quel guscio di ferro, doveva chiudere il combattimento in fretta. Che una collezione del genere sia in attesa di una sede da diversi anni, in una città che vive di antichità romana, mi sembra un'occasione lasciata cadere. Se passate da piazza Navona, dedicate cinque minuti a guardare la discesa sul lato occidentale e a pensare che cosa c'è sotto: uno stadio greco costruito da un imperatore romano e cinquecento armature che aspettano un indirizzo. Poi andate al Ludus Magnus e guardate l'ellisse dalla balconata. La lezione, quella, è gratis e non chiude mai.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Dei Gladiatori - Gladiator Museum - Piazza Navona, 90, 00186 Roma RM, Italia
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