Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese occupa l'antica Aranciera del parco, con ingressi in via Fiorello La Guardia 6 e in viale dell'Aranciera 4, 00197 Roma, nel settore meridionale di Villa Borghese, a due passi dalla Casa del Cinema e a poche centinaia di metri da Porta Pinciana. Ci si arriva con la metro A scendendo a Spagna, a Barberini o a Flaminio e proseguendo a piedi dentro il parco, oppure con gli autobus che servono piazzale Brasile e Porta Pinciana: 61, 89, 160, 490, 495, 590, C3, più il 120F e il 150F nei festivi e i notturni N1 e N25. Il museo apre da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 16.00 e il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 19.00, con ultimo ingresso quarantacinque minuti prima della chiusura; il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto alle 10.00-14.00. È chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1 maggio. Il biglietto per la sola collezione costa 7,50 euro intero e 6,00 euro ridotto; il cumulativo che comprende anche il Museo Pietro Canonica costa 11,00 euro intero e 7,50 euro ridotto, e il preacquisto online aggiunge 1,00 euro di prevendita. Dal 2 febbraio 2026 le cittadine e i cittadini residenti a Roma e nella Città metropolitana entrano gratuitamente esibendo un documento, e la stessa gratuità vale per chi possiede la MIC card, che costa 5,00 euro e dura dodici mesi. In occasione di alcune mostre chi ha diritto alla gratuità deve comunque munirsi di un biglietto ridottissimo da 2,00 euro. La prenotazione non è obbligatoria per la collezione permanente; informazioni e prenotazioni passano dal numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, e dall'indirizzo info@museocarlobilotti.it.

🖼️✦ Ingresso riservato

Galleria Borghese: ingresso riservato

Bernini e Caravaggio in due ore, con l'ingresso a fascia oraria. Poi il parco di Villa Borghese è lì fuori.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Questa guida fa parte della raccolta dedicata a Villa Borghese, dove trovate gli altri musei, i teatri e i giardini del parco con orari e tariffe.

Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese
Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Che cosa è davvero il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

È il museo civico di arte contemporanea di Roma Capitale che nessuno si aspetta di trovare dentro un parco. Non un museo enciclopedico, non una raccolta cresciuta per stratificazione nei secoli: un nucleo compatto di ventitré opere donate da un solo uomo alla città, sistemate in un edificio secentesco che per centocinquant'anni è servito a ricoverare i vasi di agrumi. Il centro di gravità è Giorgio de Chirico, con diciotto lavori fra dipinti, acquerelli e sculture. Attorno si dispongono tre ritratti di famiglia firmati da Andy Warhol, Larry Rivers e Mimmo Rotella, una tela di Gino Severini, un bronzo di Giacomo Manzù e una manciata di acquisizioni arrivate dopo.

La differenza rispetto agli altri musei della zona conviene dirla subito, perché orienta la giornata. Alla Galleria Borghese si va per Bernini e Caravaggio, con la prenotazione a fascia oraria e la visita cronometrata. Alla Galleria d'Arte Moderna di via Francesco Crispi si va per la pittura romana fra Otto e Novecento. Al Museo Pietro Canonica, dall'altra parte del parco, si va per la casa-studio di uno scultore. Qui si viene per de Chirico, e ci si sta quaranta minuti scarsi se si guarda in fretta, due ore se si guarda davvero. Le sale sono poche, la luce è ottima, i visitatori sono pochissimi rispetto a qualunque altro museo entro il raccordo. È uno dei rari posti di Roma dove si rimane soli davanti a un quadro importante senza doversi alzare alle sette del mattino.

Il museo appartiene al Sistema Musei di Roma Capitale, quello che i romani chiamano Musei in Comune, ed è gestito dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Il nome che compare sui documenti dell'ente è Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese: il primo nome è quello del donatore, il secondo quello dell'edificio. Nessuno dei due è decorativo, e conoscerli entrambi serve a capire perché una collezione messa insieme fra New York e Palm Beach sia finita dentro una serra papalina.

L'Aranciera di Villa Borghese prima del museo: quattro secoli in un edificio

L'errore più diffuso è credere che l'Aranciera sia nata come aranciera. È il contrario: l'aranciera è la sua umiliazione, non la sua vocazione. Prima di diventare un magazzino per vasi di limoni, questo edificio è stato una residenza di prestigio, poi un padiglione da festa con i giochi d'acqua, poi una rovina cannoneggiata. La storia va letta al rovescio rispetto al nome che porta.

Dai Ceuli al cardinale Scipione Borghese

Un fabbricato esisteva su questo punto del colle prima che la villa esistesse. Le fonti del museo lo indicano come residenza di un certo prestigio della nobile famiglia dei Ceuli, quindi già una costruzione signorile e non una casa colonica, inglobata poi negli acquisti con cui il cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V, mise insieme dal 1606 in avanti la sua villa fuori Porta Pinciana. Scipione comprava terreni e ci trovava dentro edifici: alcuni li rase al suolo, altri li riadattò. Questo entrò nel secondo gruppo.

Vale la pena ricordare chi era il committente, perché la villa e il museo nascono dallo stesso appetito. Scipione Borghese, vissuto fra il 1576 e il 1633, è il cardinale che ha fatto della collezione privata uno strumento di prestigio politico: comprava Caravaggio, faceva scolpire Bernini, si procurava quadri con procedure che oggi chiameremmo abuso d'ufficio. Quattro secoli dopo, dentro un suo edificio, la città ha sistemato la collezione privata di un altro uomo che dell'arte del proprio tempo aveva fatto una passione totale. La simmetria è casuale, ma è bella.

Il Casino dei Giuochi d'Acqua di Marcantonio IV Borghese

Nel 1650 Jacopo Manilli, che della villa scrisse la descrizione più citata del Seicento, registra un edificio a due piani con torretta, logge coperte, un cortile quadrato dipinto a figure e paesi a graffito e colorati, e al centro del cortile una fontana a forma di navicella. Tenete a mente questa fontana a navicella: è l'unico elemento decorativo secentesco di cui possediamo una descrizione puntuale, ed è sparito del tutto.

Il salto di qualità arriva alla fine del Settecento con Marcantonio IV Borghese, vissuto fra il 1730 e il 1800, il principe che ha rifatto Villa Borghese in chiave paesaggistica e ha inventato il Giardino del Lago con il tempietto di Esculapio. L'edificio venne ampliato e decorato e diventò il Casino dei Giuochi d'Acqua, così chiamato per le fontane e i ninfei barocchi che lo circondavano. Era il padiglione dove la corte principesca teneva feste ed eventi mondani, in cima al pendio che scende verso il laghetto. Per capire com'era la scena, andate a vedere il Giardino del Lago e i giardini segreti che ancora esistono a poche centinaia di metri: quella logica di acqua, statue, scenografia e ozio aristocratico è la stessa.

Unterperger, Cades e gli affreschi che non ci sono più

Dal 1776 vari artisti affrescarono le pareti interne. I due nomi documentati sono Cristoforo Unterperger, pittore di origine trentina attivo a Roma nei grandi cantieri neoclassici e nella copia delle Logge vaticane, e Giuseppe Cades, romano, disegnatore formidabile e fra gli inventori del gusto neoclassico più teatrale. Erano due professionisti di primissima fascia: chiamarli a decorare un padiglione da festa dice quanto contasse quel padiglione.

Di quegli affreschi oggi non resta niente. È la perdita più dolorosa dell'edificio, e la ragione per cui chi entra si trova davanti pareti bianche e volte nude. Chi si aspetta un interno storico decorato rimane spiazzato: qui la storia si legge nelle murature e nelle proporzioni, non nelle superfici. Considero questa nudità un vantaggio per la pittura contemporanea appesa alle pareti, ma è una consolazione da museologo, non da storico dell'arte: l'edificio ha perso il suo strato più prezioso e non lo recupererà mai.

Il 1849, i cannoni e la fine delle decorazioni

Gli eventi bellici del 1849, alla caduta della Repubblica Romana, causarono gravissimi danni al fabbricato. Villa Borghese si trovò dentro il perimetro delle operazioni militari e i cannoneggiamenti fecero il resto. Quando l'edificio venne ricostruito, lo si ricostruì in modo libero e senza restituirgli nessuna delle sue decorazioni: da padiglione delle feste diventò ricovero invernale per i vasi di agrumi. Da qui il nome con cui tutti lo chiamano ancora oggi.

Questo è il punto da tenere presente quando si arriva davanti al museo. Il nome Aranciera non celebra niente: registra un declassamento. È il nome che un edificio si prende quando nessuno ha più i soldi o la voglia di rifargli gli affreschi.

Dal 1903 agli uffici comunali: ottant'anni di sonno

Nel 1903, quando Villa Borghese passò al Comune di Roma e il parco diventò pubblico, il fabbricato era adibito a uffici e abitazioni. Da lì in avanti la sua carriera è quella tipica dei beni comunali dimenticati: sede di un istituto religioso, poi uffici municipali fino al 1982. Ottant'anni di scrivanie, faldoni, tramezzi e controsoffitti dentro un edificio del Seicento. Chiunque abbia lavorato sul patrimonio pubblico romano riconosce lo schema.

Il restauro e la nascita del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Il restauro ha smontato quelle superfetazioni e ha reso di nuovo leggibile la struttura originale, permettendo fra l'altro di ricostruire le fasi costruttive del fabbricato. Il risultato è un edificio a due livelli con sale regolari, luce controllata e una cesura netta fra involucro antico e allestimento contemporaneo. Il museo è stato inaugurato il 10 maggio 2006.

Nei venti anni successivi la struttura ha accolto oltre centomila visitatori l'anno e ha ospitato più di cento mostre, centocinquanta concerti e trecento eventi. Per un museo di poche sale in mezzo a un parco sono numeri che vale la pena guardare bene: significano che l'Aranciera funziona come contenitore vivo e non come teca.

L'Aranciera di Villa Borghese in una veduta storica
Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Chi era Carlo Bilotti, l'uomo che ha dato il nome al museo

Senza di lui questo museo non esisterebbe, e la sua biografia spiega perché la collezione è fatta così e non altrimenti. Non è la raccolta di un conoscitore che compra sul mercato: è la raccolta di un uomo che gli artisti li frequentava a cena.

Dalle cartiere di famiglia ai profumi internazionali

Carlo Bilotti era figlio di Mario Bilotti e di Edvige Miceli dei baroni di Serradileo. Compì studi giuridici fra Napoli e Palermo e cominciò lavorando nelle cartiere di famiglia e in altre industrie. Nel 1963 frequentò la Columbia University a New York; nel 1968 sposò Margaret Embury Schultz, la Tina dei ritratti che vedrete alle pareti.

La carriera industriale è quella di un manager del lusso di scuola americana. Fu vicepresidente per l'Europa della Shulton; nel 1973 divenne presidente della Jacqueline Cochran, casa che produceva i profumi per marchi come Nina Ricci, Carven e Pierre Cardin; acquisì in Svizzera La Prairie e ne creò una linea di trattamento promossa da Christiaan Barnard, il chirurgo del primo trapianto di cuore. Lavorò poi nella finanza e nel mercato dell'arte fra Parigi, New York, Zurigo, Basilea e Londra. Viveva fra Palm Beach, New York e Roma con la moglie e i figli adottivi Eric e Megan.

Gli amici artisti

Il tratto che conta, per chi guarda la collezione, è l'elenco delle sue amicizie: de Chirico, Warhol, Roy Lichtenstein, Salvador Dalí, Niki de Saint Phalle, Larry Rivers, Mimmo Rotella. Non erano nomi su un catalogo d'asta, erano persone con cui cenava. A molti di loro commissionò lavori direttamente, e la cosa si vede: tre delle opere non dechirichiane del museo sono ritratti di famiglia, cioè oggetti nati dentro un rapporto personale e non comprati a una vendita.

Con Niki de Saint Phalle fece produrre le bottiglie antropomorfe per i profumi Nina Ricci, uno dei rari casi in cui una scultrice di primo livello ha disegnato un flacone di serie. Con Warhol, oltre al doppio ritratto conservato qui, nacquero serie dedicate agli Iris. Questo è il punto in cui industria del lusso e arte contemporanea si toccano davvero, e Bilotti abitava esattamente quel punto.

Cosenza, il MAB e la doppia donazione

La vicenda romana non è isolata. Bilotti sentì il bisogno di rendere pubblica la propria collezione e mise in piedi due operazioni di mecenatismo, una a Cosenza e una a Roma. A Cosenza è l'ideatore del MAB, il Museo all'Aperto Bilotti, che ha trasformato il corso cittadino in un percorso permanente con una quarantina di sculture monumentali, e contribuì con donazioni importanti alla galleria pubblica locale, in particolare per la scultura del Novecento. Nel 2000 donò alla Fondazione Oasi Francescana di Cosenza un terreno per una casa di accoglienza. Negli Stati Uniti la Fondazione Lisa Bilotti sostiene ogni anno la ricerca sulle leucemie al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York.

Un'opinione netta, dopo vent'anni che accompagno gruppi dentro questo edificio: il mecenatismo di Bilotti è stato più intelligente di quanto la critica italiana abbia mai ammesso. Non ha costruito un museo nuovo intitolato a sé stesso in una città che ne aveva già cento: ha messo la sua collezione dentro un edificio pubblico degradato, obbligando l'amministrazione a restaurarlo. La donazione era anche una leva. Ha funzionato.

La collezione del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

La collezione permanente conta ventitré opere donate da Carlo Bilotti alla città di Roma. Il numero è piccolo e va detto senza imbarazzo: qui non si viene per la quantità. Si viene perché diciotto di quelle opere sono di Giorgio de Chirico, diciassette esposte nella sala principale e una, la scultura Ettore e Andromaca, collocata all'aperto davanti all'edificio.

Il resto della donazione si articola in due gruppi. Il primo è quello dei ritratti di famiglia: Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti di Andy Warhol del 1981, Carlo con Dubuffet sullo sfondo di Larry Rivers del 1994, Carlo e Tina Bilotti di Mimmo Rotella del 1968. Il secondo è quello dei due pezzi storici di maggior peso: L'estate di Gino Severini del 1951 e il Cardinale di Giacomo Manzù, la cui versione monumentale in bronzo accoglie i visitatori all'esterno. Negli anni successivi alla donazione si sono aggiunte opere di Pietro Consagra, Jimmie Durham, Timothy Greenfield-Sanders e Nicola Pucci; l'elenco delle acquisizioni compare anche con il nome di Marion Greenstone.

Una precisazione utile, perché evita delusioni in biglietteria: alcune sale del museo sono destinate a esposizioni temporanee, e nei periodi di allestimento la parte visibile della collezione permanente si riduce. Chi viene per un quadro preciso fa bene a chiedere al 060608 prima di mettersi in cammino.

Giorgio de Chirico al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Diciotto opere non fanno una retrospettiva, ma questo nucleo copre mezzo secolo di lavoro e permette una cosa che i grandi musei quasi mai concedono: vedere de Chirico dopo la Metafisica. La stagione delle Piazze d'Italia e degli enigmi, quella che tutti conoscono dai manuali, è rappresentata solo di riflesso, attraverso repliche tarde. Quello che si vede in sala è l'altro de Chirico, quello che dal 1929 in poi vive a Roma, litiga con la critica, ricopia sé stesso, dipinge come un maestro barocco e sculpisce i propri manichini in bronzo. È il de Chirico più scomodo, ed è per questo che è interessante.

Chi era Giorgio de Chirico

Nasce il 10 luglio 1888 a Volos, in Grecia, dove il padre ingegnere lavora alla costruzione della linea ferroviaria fra Atene e Salonicco. Studia ad Atene, poi all'Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, dove guarda Arnold Böcklin e Max Klinger e legge Schopenhauer, Nietzsche e Weininger. Nel 1908 comincia a dipingere sotto il segno di Böcklin, e nel 1910 arriva a quel soggetto metafisico che cambia tutto, L'enigma di un pomeriggio d'autunno.

Nel 1911 si trasferisce a Parigi, dove su consiglio di Guillaume Apollinaire e per segnalazione del pittore Pierre Laprade espone al Salon d'Automne: sono gli anni delle Piazze d'Italia. Nel 1915 viene richiamato in Italia per la guerra e assegnato a Ferrara, dove incontra Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Giovanni Papini e Filippo de Pisis. Nel 1929 rientra definitivamente in Italia e prende casa a Roma; nel 1931 sposa Isabella Pakszwer, la Isa che compare in tutte le storie del suo lavoro tardo. Muore nel 1978 nella sua casa di piazza di Spagna, a un chilometro e mezzo in linea d'aria dall'Aranciera dove oggi si vedono i suoi quadri.

Questa vicinanza geografica non è un dettaglio da cartolina. De Chirico ha passato quarant'anni a duecento metri dalla scalinata di Trinità dei Monti, salendo al Pincio a piedi e attraversando Villa Borghese come un qualunque romano del quartiere. Il museo che porta le sue opere si trova dentro il suo isolato allargato.

Archeologi misteriosi, il pezzo che apre la sala

Il dipinto del 1926 noto anche come Manichini e come Il giorno e la notte è il capofila del nucleo. Appartiene alla stagione parigina in cui de Chirico costruisce i suoi archeologi: manichini seduti, con la testa a uovo priva di volto, il ventre gonfio di edifici antichi, templi, torri, frontoni. È un'idea potentissima e per certi versi crudele: dentro l'uomo non ci sono organi, ci sono rovine.

Davanti all'originale guardate due cose. La prima è la materia: la pittura è densa, quasi impastata, molto lontana dalle superfici lisce dei quadri metafisici del 1913. La seconda è la posizione delle mani, che nei manichini dechirichiani non gesticolano mai a caso.

Mobili nella stanza e Gli archeologi

Mobili nella stanza, del 1927, appartiene alla serie in cui de Chirico porta all'aperto, in mezzo a un paesaggio, l'arredamento borghese: comò, poltrone, specchiere piazzati su una pianura come se qualcuno avesse svuotato un appartamento in un campo. È fra le invenzioni sue che il Surrealismo ha saccheggiato di più, e resta uno dei suoi scherzi più feroci sulla domesticità.

Gli archeologi, databile attorno al 1927, riprende il tema del quadro precedente in versione doppia. Nel museo i due dipinti sono accostati e conviene guardarli in sequenza: la stessa idea, sviluppata a poche settimane di distanza, in due direzioni diverse.

Cavalli in riva al mare e i cavalieri antichi

Cavalli in riva al mare, del 1927-1928, è il tema che ha reso de Chirico popolarissimo e, per lungo tempo, sospetto agli occhi della critica militante: cavalli bianchi impennati su una spiaggia, colonne rotte, un cielo da tragedia greca. Ne dipinse decine, e questo è uno dei buoni. Accanto trovate Cavaliere con due personaggi antichi in riva al mare, del 1929 circa, e Guerriero reggente un cavallo alla briglia, del 1953 circa, che mostra come lo stesso repertorio regga per venticinque anni.

La mia opinione su questo gruppo è che sia la parte più sopravvalutata dal pubblico e la più sottovalutata dai critici. Il pubblico li ama perché sono decorativi; i critici li hanno liquidati per lo stesso motivo. In realtà sono un esercizio consapevole sul mito del classico e su come si dipinge un cliché sapendo che è un cliché.

Donna bionda di spalle

Attorno al 1930 de Chirico dipinge una figura femminile vista da dietro, opera che il museo registra anche con il titolo che descrive il nudo di schiena. È l'anno in cui il pittore comincia la sua lunga guerra contro l'arte contemporanea e si mette a studiare Rubens, i veneti del Settecento, la pittura barocca. Guardate la resa dei capelli e della pelle: qui non c'è nessuna Metafisica, c'è un pittore che vuole dimostrare di saper dipingere come i vecchi maestri.

L'archeologo solitario, 1937

Olio su tela di 60 per 50 centimetri, databile attorno al 1937. È una variante degli anni Trenta della serie di manichini che l'artista chiamava di volta in volta filosofi, archeologi, poeti o pittori, cominciata a metà degli anni Venti. La stanza è quasi monocroma, attraversata da una luminosità calda che sospende il tempo. Il dettaglio da cercare è la mano sollevata di chi sta per dire qualcosa e non può: è tutto lì il senso del quadro.

La provenienza racconta a sua volta una storia. Il dipinto è passato dalla Galleria d'Arte La Navicella di Viareggio, dalla Galleria Medea di Milano, dalla Galleria Gissi di Torino, dalla collezione Luisa Spagnoli, da Christie's a Londra e dalla Waddington Gallery. Sei passaggi documentati prima di arrivare in un parco di Roma.

Autoritratto con testa di Minerva

Olio su tela di 80 per 60 centimetri, anni Cinquanta. De Chirico si ritrae accanto a una testa di Minerva in gesso, uno dei calchi che teneva nello studio, con la tavolozza in una mano e il pennello nell'altra, vestito da pittore della tradizione tardorinascimentale. Lo sfondo è un drappo rosso, esattamente come nella ritrattistica italiana classica.

Il quadro è una dichiarazione di guerra travestita da autoritratto. Nel decennio in cui l'arte italiana discute di Informale e di astrazione, l'inventore della Metafisica si dipinge in costume da Seicento con i suoi strumenti in mano. La provenienza passa da Isabella Far de Chirico, dal collezionista australiano Peter Wilenski e da un'asta Sotheby's a New York del 2001.

Regate storiche a Venezia

Sempre anni Cinquanta. È il de Chirico che dipinge vedute veneziane sontuose, colorate, apertamente debitrici del Settecento veneto. Molti visitatori si fermano un secondo e passano oltre, convinti di trovarsi davanti a un pezzo minore. Fermatevi due minuti in più e guardate l'acqua: è dipinta da qualcuno che ha studiato Canaletto e Guardi con la matita in mano, non con la nostalgia.

Interno metafisico con biscotti

Olio su tela di 80 per 60 centimetri, fine degli anni Sessanta. È una rielaborazione di un celebre dipinto del 1918: lo spazio interno è costruito con piani prospettici volutamente incoerenti, si apre a destra su una finestra e simula un secondo affaccio sullo sfondo, dove su una tela incorniciata sono riprodotti dei palazzi. Sul pavimento poggiano squadre e forme geometriche; su un ripiano verticale sono fissati un biscotto, un piffero, una scatola di fiammiferi, una ciambella bianca a fasce rosse.

La provenienza indica una proprietà privata torinese e la Galleria Annunciata di Milano. Questo è uno dei quadri su cui vale la pena spendere il discorso delle repliche, e lo faccio più avanti: qui basti dire che de Chirico ha rifatto i propri capolavori metafisici per cinquant'anni, e che il museo registra la datazione tarda senza nasconderla.

Mistero e malinconia di una strada, fanciulla con cerchio

Acquerello, anni Settanta, replica di uno dei dipinti più famosi della storia dell'arte del Novecento: la bambina che corre con il cerchio dentro una strada in ombra, con l'arcata bianca in controluce e il carro fermo. L'originale del 1914 è in una collezione privata americana ed è praticamente invisibile al pubblico. Questa versione tarda, su carta, è l'occasione più semplice che un romano abbia di trovarsi davanti quella composizione senza prendere un aereo.

Orfeo solitario, 1973

Olio su tela di 81,3 per 62,2 centimetri, dipinto cinque anni prima della morte. Il dio della musica regge la lira su un palcoscenico, con un fondale mediterraneo di marine luminose, case bianche e ulivi. La tavolozza è solare, quasi infantile. È una delle ultime rappresentazioni in cui il pittore anziano guarda alla propria terra d'origine e assume su di sé il ruolo di artista, cantore e manichino insieme, che congeda il pubblico offrendo un saggio del proprio repertorio.

Se dovessi scegliere un solo quadro da questo museo, sceglierei questo. Non è il più famoso e non è il più bello: è quello in cui si sente più chiaramente che chi lo ha dipinto sapeva di essere alla fine e ha deciso di uscire di scena da attore, non da filosofo.

Le sculture: Oreste e Pilade e L'archeologo

Oreste e Pilade è un bronzo alto 28 centimetri, tiratura VI/VI del 1965 da una terracotta del 1940, collocato in Sala 2. Il soggetto è la coppia di amici inseparabili della tragedia greca: Oreste, che uccise la madre Clitennestra e l'amante Egisto per vendicare il padre Agamennone, e il cugino Pilade che lo seguì dovunque. L'opera è nota anche con il titolo Amici antichi, che ne chiarisce meglio il senso: la figura di sinistra posa la mano sulla spalla del compagno e le due teste si toccano. De Chirico li rappresenta come manichini con teste a uovo, i ventri ricoperti da una proliferazione di edifici antichi.

L'archeologo è una scultura del 1972, tiratura IV/VII realizzata nel 1988. Insieme a Oreste e Pilade dimostra una cosa che sfugge a chi conosce de Chirico solo come pittore: negli ultimi vent'anni di vita ha tradotto sistematicamente in tre dimensioni le figure che aveva inventato su tela sessant'anni prima.

Gli acquerelli: Cavallo e Cavaliere antico

Due fogli, uno databile attorno al 1950 e l'altro attorno al 1960. Sono i pezzi che il pubblico attraversa più in fretta e che invece raccontano meglio di tutti come lavorava la mano: la linea è veloce, l'acquerello è steso in poche campiture, non c'è nessuna delle levigature che il pittore metteva negli oli. Chi disegna li guarda più a lungo di chiunque altro.

Ettore e Andromaca davanti all'Aranciera di Villa Borghese

La scultura che vedete all'esterno prima ancora di comprare il biglietto è un bronzo alto 230 centimetri, fuso in due soli esemplari nel 2006 dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico su commissione diretta di Carlo Bilotti, a partire da un modello in gesso che l'artista aveva realizzato nel 1966. Riproduce in dimensioni maggiori del naturale l'ultimo addio fra i due sposi omerici, Ettore che va a morire sotto le mura di Troia e Andromaca che lo trattiene.

I manichini qui sono quasi completamente umanizzati: hanno spalle, torsioni, un abbraccio vero. Un vento drammatico scuote la veste di Andromaca e comunica il valore universale del gesto. È l'unico pezzo del museo visibile gratuitamente ventiquattro ore su ventiquattro, e funziona come richiamo per chiunque passi lungo il viale.

Un dettaglio da professionista: guardatela girandole attorno, non di fronte. De Chirico ha costruito la composizione per essere letta di tre quarti, e da quella angolazione l'abbraccio si chiude davvero, mentre di fronte i due corpi sembrano staccati.

Ettore e Andromaca di Giorgio de Chirico davanti all'Aranciera
Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

I ritratti di famiglia: Warhol, Rivers e Rotella

Sono tre quadri che in un museo pubblico farebbero storcere il naso a un curatore severo, perché sono ritratti privati di persone senza rilievo storico. Eppure sono, insieme, il documento più interessante della collezione: mostrano come un collezionista si faccia raccontare dai propri amici artisti nell'arco di ventisei anni.

Andy Warhol, Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti

Acrilico e inchiostro serigrafico su tela, 101,6 per 101,6 centimetri, 1981, arrivato al museo direttamente dall'artista. Ritrae Tina e Lisa Bilotti, moglie e figlia del collezionista. È un doppio ritratto raro nella produzione di Warhol, che di norma lavorava sul volto singolo replicato.

La riuscita è nella posa obliqua delle due figure, dal collo allungato e elegante, e nei toni caldi enfatizzati sulle labbra, che danno ai volti una dimensione insieme classica e intima, con la figura materna che predomina e protegge quella della ragazza. Il dettaglio che sfugge a tutti: Warhol ha dato a madre e figlia lo stesso colore bruno di capelli per sottolinearne la somiglianza, e nella realtà quel colore non corrispondeva. La figlia aveva dodici anni.

Il nome di Lisa Bilotti torna, molti anni dopo, nella fondazione americana che sostiene la ricerca sulle leucemie al Memorial Sloan Kettering di New York. Davanti a questa tela conviene saperlo, perché cambia completamente il modo in cui la si guarda.

Larry Rivers, Carlo con Dubuffet sullo sfondo

Del 1994. Larry Rivers, uno dei protagonisti della pittura americana fra Espressionismo astratto e Pop, ritrae il collezionista con un'opera di Jean Dubuffet alle spalle. È un ritratto con citazione incorporata, cioè un modo elegante di dire chi fosse il committente attraverso quello che possedeva. Il gioco è colto e leggermente ironico, e Rivers era maestro di questo registro.

Mimmo Rotella, Carlo e Tina Bilotti

Del 1968, il più antico dei tre. Rotella, calabrese come Bilotti, è l'inventore del décollage, la tecnica che strappa manifesti pubblicitari dai muri e li rimonta come pittura. Un ritratto di coppia firmato da lui, nel pieno degli anni Sessanta, colloca la famiglia dentro il circuito dell'arte italiana del momento, oltre che dentro quello americano.

Severini, Manzù e le acquisizioni recenti

Gino Severini, L'estate

Olio su tela di 116 per 70 centimetri, 1951, proveniente dalla collezione Prospero Guarini di Milano. Una figura femminile maestosa i cui contorni si sciolgono in una struttura geometrica quasi astratta. Severini adopera una visione simultanea e sfaccettata: linee angolari, campiture piatte, contorni a zigzag, passaggi puntinati e vuoti calcolati che lasciano affiorare il colore di fondo, tenuti insieme da una logica formale rigorosa.

Il quadro riassume da solo tre stagioni della pittura italiana del Novecento: il divisionismo romano della formazione, il cubismo arricchito di colore degli anni parigini, il dinamismo futurista della giovinezza. Tutto convogliato in una personificazione elegante e volutamente decorativa. Se il de Chirico tardo vi ha lasciato perplessi, questo è il quadro che vi rimette in pace con il museo.

Giacomo Manzù, il Grande cardinale

Bronzo in tiratura di otto esemplari realizzata nel 2004 da un calco originale del 1965, collocato all'esterno del museo. I cardinali di Manzù sono una delle serie più riconoscibili della scultura italiana del Novecento: forme coniche, quasi montagne di stoffa, dove il corpo scompare dentro il paramento e resta solo un profilo di potere e di solitudine. Manzù li ha rifatti per decenni, in tutte le scale, dal bozzetto da tavolo alla figura monumentale.

Sistemarne uno davanti a un'aranciera papalina, a due passi dalla villa di un cardinale nipote, è una delle poche scelte di allestimento davvero spiritose che il patrimonio comunale romano si sia concesso.

Le acquisizioni dopo la donazione

Il museo non si è fermato al lascito iniziale. Negli anni sono entrate in collezione opere di Pietro Consagra, fra i fondatori del gruppo Forma 1 e teorico della scultura frontale, di Jimmie Durham, di Timothy Greenfield-Sanders, ritrattista fotografico del mondo dell'arte newyorkese, e di Nicola Pucci. Compare negli elenchi anche il nome di Marion Greenstone. Sono aggiunte che spostano leggermente il baricentro della raccolta dal Novecento storico al contemporaneo vero e proprio, ed è la direzione giusta per un museo che si chiama di arte contemporanea.

Sala per sala: come si visita il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Il percorso è breve e si sviluppa su due livelli. Fuori, prima di entrare, ci sono i due bronzi monumentali: Ettore e Andromaca di de Chirico e il Grande cardinale di Manzù. Dentro, la sala principale ospita il grosso del nucleo dechirichiano, diciassette opere, con i ritratti di famiglia e i pezzi di Severini a fare da corona. La Sala 2 accoglie fra le altre cose il bronzo Oreste e Pilade. Le sale restanti sono riservate alle esposizioni temporanee, che al Bilotti non sono un contorno ma metà della programmazione.

Il consiglio operativo è di percorrere il museo due volte. La prima passata serve a togliersi la curiosità e dura venti minuti. La seconda si fa al contrario, partendo dall'ultima parete, ed è quella in cui si vedono le cose: la differenza di materia fra gli anni Venti e gli anni Settanta, la ricorrenza ossessiva delle stesse figure, i formati piccoli che si perdono accanto ai grandi. Nei musei affollati questo trucco è impraticabile. Qui, un martedì mattina, non vi disturberà nessuno.

La collezione permanente si può anche visitare con una guida della Sovrintendenza. La visita guidata dura sessanta minuti, accoglie al massimo venticinque persone, ripercorre la storia della raccolta dal nucleo originario fino alle ultime acquisizioni ed è gratuita, ingresso compreso; si prenota al 060608 ed è disponibile con traduzione in Lingua dei Segni Italiana. Chi è sordo può prenotare anche attraverso il servizio multimediale di comunicazione globale per sordi attivo dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30 e il sabato dalle 8.30 alle 13.30.

Sala espositiva del Museo Carlo Bilotti all'Aranciera
Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Le mostre temporanee al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Il Bilotti è uno dei pochi musei civici romani in cui la programmazione temporanea vale il viaggio quanto la collezione. In vent'anni ha ospitato più di cento mostre, con una vocazione dichiarata per la fotografia e per l'arte contemporanea italiana meno commerciale.

Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis

Dal 14 febbraio al 6 settembre 2026, a cura di Alessandra Mauro e Roberto Koch con Suleima Autore. Oltre cento fotografie di alcuni fra i maggiori protagonisti della scena internazionale, organizzate in tre sezioni tematiche: Un'idea di donna, Un'idea di spazio, Lo spazio dell'arte. È un percorso costruito per accostamenti, che mette in dialogo sguardi, spazi e contesti differenti invece di seguire un ordine cronologico. Chi ha il biglietto della Casa del Cinema ha diritto al ridotto. Su questa mostra trovate una pagina dedicata alle Lanterne magiche al Museo Bilotti.

Artisti a Villa Borghese #3

Ciclo di incontri su arte e natura, dal 18 giugno al 16 ottobre 2026, a cura di Claudio Crescentini della Sovrintendenza Capitolina, con ingresso gratuito fino a esaurimento posti e prenotazione consigliata al 060608. Il calendario alterna artisti viventi e riletture storiche: il 18 giugno alle 18.30 Giuseppe Modica con Natura metafisica, il miracolo visivo della luce; il 19 luglio alle 10.30 Lina Passalacqua con La natura futurista dell'esistenza; il 15 settembre alle 18.30 Gabriele Stabile con Il volo dell'oca selvatica, Within Without; il 2 ottobre alle 18.00 un appuntamento dedicato a Cesare Zavattini; il 16 ottobre alle 18.00 uno dedicato a Corrado Cagli e alla sua natura totemica.

Con i sensi all'opera

Per tutto il 2026, dal 2 gennaio al 31 dicembre, il museo propone visite tattili e sensoriali alla collezione. È un programma pensato per chi non vede o vede poco e per chi vuole provare un altro modo di stare davanti a una scultura, e si prenota al 060608. Nel panorama dei musei romani è una delle offerte di accessibilità più continuative, e merita di essere conosciuta molto più di quanto lo sia.

Orari, biglietti e gratuità del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Gli orari cambiano fra settimana e fine settimana, ed è l'errore in cui cade più gente. Da martedì a venerdì si entra dalle 10.00 alle 16.00; il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 19.00. L'ultimo ingresso è quarantacinque minuti prima della chiusura, quindi alle 15.15 nei giorni feriali e alle 18.15 nel fine settimana. Il 24 e il 31 dicembre l'apertura è ridotta alle 10.00-14.00. Giorni di chiusura: tutti i lunedì, il 25 dicembre, il 1 maggio.

Le tariffe della sola collezione sono 7,50 euro intero e 6,00 euro ridotto. Esiste un biglietto cumulativo con il Museo Pietro Canonica, l'altro museo civico dentro Villa Borghese, a 11,00 euro intero e 7,50 euro ridotto: se avete in programma entrambi, il risparmio è di quattro euro a testa. Il preacquisto online comporta 1,00 euro di diritti di prevendita e i biglietti non sono rimborsabili né modificabili.

Il capitolo gratuità è cambiato di recente ed è la notizia più utile di tutta questa pagina. Dal 2 febbraio 2026 la gratuità nei musei e nelle aree archeologiche del Sistema vale per le cittadine e i cittadini residenti a Roma e nella Città metropolitana, che entrano mostrando un documento di identità. Il Museo Carlo Bilotti rientra nel gruppo dei cinque musei rimasti a pagamento per i non residenti, insieme al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, al Museo Pietro Canonica, al Museo Napoleonico e alla Villa di Massenzio. Attenzione a una clausola che sorprende molti: in occasione di alcune mostre anche chi avrebbe diritto alla gratuità deve munirsi di un biglietto ridottissimo da 2,00 euro.

La MIC card resta lo strumento più conveniente per chi vive, ha domicilio o studia a Roma e nel territorio metropolitano: 5,00 euro, dodici mesi, ingressi illimitati in tutto il Sistema Musei di Roma Capitale, riduzioni sulle mostre e sconto del dieci per cento nelle librerie museali. Si acquista online, con l'applicazione dedicata, in tutte le sedi del Sistema e nei punti informativi turistici. Il quadro completo delle occasioni gratuite in città lo trovate nella pagina dei musei gratis a Roma.

Come arrivare al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

L'indirizzo ufficiale è doppio, e questo genera confusione: via Fiorello La Guardia 6 e viale dell'Aranciera 4. Sono i due lati dello stesso edificio, che si trova nel settore meridionale del parco, fra il Giardino del Lago e la Casa del Cinema.

Con la metropolitana, la linea A serve tre stazioni utili: Spagna, con l'uscita interna a Villa Borghese che vi risparmia la salita; Barberini, da cui si risale via Vittorio Veneto fino a Porta Pinciana in una decina di minuti; Flaminio, da cui si entra nel parco dal versante del Pincio. Con l'autobus, le linee che servono piazzale Brasile e Porta Pinciana sono 61, 89, 160, 490, 495, 590 e C3, cui si aggiungono il 120F e il 150F nei giorni festivi e i notturni N1 e N25.

Il consiglio pratico, dopo molte volte che ho accompagnato gruppi qui, è di scendere a Barberini e salire per via Veneto. Sono dodici minuti a piedi, in leggera salita, e vi portano dentro il parco dal cancello giusto, con la Casa del Cinema sulla destra e il museo poco oltre. Chi arriva da piazza di Spagna con la metro può usare l'ascensore interno della stazione e trovarsi già dentro Villa Borghese, che d'estate fa una differenza notevole.

In auto conviene rinunciare. Villa Borghese ha parcheggi a pagamento sotterranei, ma il settore attorno all'Aranciera è pedonale e il traffico di piazzale Brasile nelle ore di punta è quello che è. Se proprio dovete, il parcheggio di villa Borghese sotto il Galoppatoio è la scelta meno peggiore, poi si cammina.

Una curiosità su Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

La curiosità vera riguarda il nome, e quasi nessuno la racconta. Un'aranciera, nel lessico delle ville italiane, è un edificio di servizio: il posto dove d'inverno si mettono al riparo i vasi degli agrumi, che a Roma il gelo di gennaio ammazzerebbe. È architettura utile, non architettura di rappresentanza. Questo edificio, invece, l'aranciera l'ha fatta solo nell'ultimo tratto della sua vita, e per punizione.

Fino alla metà dell'Ottocento era il Casino dei Giuochi d'Acqua, cioè uno dei padiglioni da festa dei Borghese. Aveva fontane, ninfei barocchi, un cortile quadrato dipinto a graffito e colori, e al centro del cortile una fontana modellata a forma di navicella, descritta da Jacopo Manilli nel 1650. Dal 1776 le pareti interne furono affrescate da artisti del calibro di Cristoforo Unterperger e Giuseppe Cades. Era, insomma, un luogo di lusso destinato al divertimento aristocratico, non un deposito.

Poi arrivò il 1849. Gli eventi bellici della caduta della Repubblica Romana ridussero il fabbricato in condizioni tali che nessuno pensò a restituirgli le decorazioni: lo si ricostruì in modo libero e lo si adibì a ricovero invernale degli agrumi. Il nome Aranciera nasce lì, in quel momento, e certifica una retrocessione. Un padiglione delle feste che diventa un magazzino di vasi non è una promozione.

La curiosità si chiude con un ribaltamento che vale il biglietto. Nel Duemila quell'edificio umiliato è tornato a essere un luogo di svago e cultura grazie a un restauro pesante, e a rimetterlo in gioco è stata la collezione privata di un industriale calabrese che viveva fra Palm Beach e New York. Il Casino dei Giuochi d'Acqua, dopo centocinquant'anni di limoni e di scrivanie, si è ripreso il proprio ruolo per interposta persona. Le storie di edifici raramente hanno finali così puliti.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Sotto l'Aranciera ci sono ambienti sotterranei, e il pubblico non li vede mai. Non compaiono nel percorso di visita, non sono citati nelle didascalie, non li trovate su nessuna mappa distribuita in biglietteria. La loro esistenza è emersa in modo esplicito nel programma con cui il museo ha festeggiato i propri vent'anni, quando la Sovrintendenza ha organizzato una proiezione video in tre dimensioni degli ambienti sotterranei dell'edificio: l'unico modo, per ora, in cui un visitatore li possa guardare.

Questo dettaglio dice due cose. La prima è che il restauro ha portato alla luce molto più di quanto sia oggi visitabile: la struttura secentesca è più profonda e più articolata di quel che si vede salendo le scale. La seconda è che l'edificio conserva ancora un margine di ricerca aperto, il che per un fabbricato dentro Villa Borghese non è ovvio, visto quanto è stata studiata quella villa.

La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda l'uomo del titolo. Carlo Bilotti è morto il 17 novembre 2006, a settantadue anni. Il museo era stato inaugurato il 10 maggio dello stesso anno. Sei mesi. Ha fatto in tempo a vedere la propria collezione appesa in un edificio pubblico romano restaurato per lei, e poco altro. Chi entra qui pensando a una fondazione costruita da un mecenate anziano che ne ha goduto per decenni ha in mente la storia sbagliata: questa è una donazione arrivata al traguardo per un soffio.

Terza cosa, spicciola ma preziosa: nei giorni feriali il museo chiude alle 16.00, non alle 19.00. Ogni settimana c'è qualcuno che arriva alle 16.30 di un giovedì convinto che i musei romani chiudano a sera, trova la porta sbarrata e si prende una camminata di venti minuti a vuoto dentro il parco. Nel fine settimana, invece, si sta aperti fino alle 19.00. Segnatevelo: è la differenza fra una visita e una passeggiata.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Andateci il sabato o la domenica nel tardo pomeriggio, fra le 17.00 e le 18.15. È l'unica fascia in cui il museo ha luce lunga, orario esteso e nessuna folla, perché chi visita Villa Borghese nel fine settimana a quell'ora è già uscito dalla Galleria Borghese, si è seduto al laghetto e non pensa più a entrare in un museo. Le sale sono praticamente vuote e la luce che entra dalle finestre sui de Chirico tardi, quelli con la tavolozza solare, è esattamente quella per cui sono stati dipinti.

Secondo consiglio, di portafoglio. Se non siete residenti a Roma o nella Città metropolitana, non comprate il biglietto singolo: prendete il cumulativo con il Museo Pietro Canonica a 11,00 euro. I due musei sono entrambi dentro Villa Borghese, distano una ventina di minuti a piedi lungo viali alberati, e messi insieme fanno una mezza giornata sensata di arte del Novecento dentro un parco. Comprare i due biglietti separatamente costa 15,00 euro. Il cumulativo ne costa 11,00.

Terzo consiglio, di metodo. Non entrate subito. Fate prima il giro esterno: Ettore e Andromaca su un lato, il Grande cardinale di Manzù sull'altro. Sono due bronzi monumentali che si guardano gratis e che preparano l'occhio a quello che troverete dentro, perché le stesse figure che vedete in tre dimensioni all'aperto tornano dipinte nelle sale. Il museo si capisce molto meglio se lo si affronta in quest'ordine.

Quarto e ultimo. Chiamate il 060608 il giorno prima e chiedete quante sale della collezione permanente sono visibili. Quando c'è una mostra grande, parte del percorso permanente si riduce. Sono due minuti di telefonata che evitano l'unica delusione seria che questo museo possa darvi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che il cuore della collezione è de Chirico. Quello che si cita raramente, e che invece bisognerebbe dire ad alta voce, è che una parte consistente di quel nucleo è composta da repliche tarde e da fusioni postume, e che il museo lo dichiara apertamente nelle proprie schede.

Guardate le datazioni con attenzione. Interno metafisico con biscotti è una rielaborazione degli anni Sessanta di un dipinto celebre del 1918. Mistero e malinconia di una strada, fanciulla con cerchio è un acquerello degli anni Settanta che replica la composizione del 1914. Oreste e Pilade è una tiratura del 1965 da una terracotta del 1940. L'archeologo è una scultura del 1972 in tiratura del 1988. Ettore e Andromaca è una fusione del 2006 da un gesso del 1966, commissionata da Bilotti alla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico dopo la morte dell'artista.

Questa non è una diminuzione, ed è il punto che quasi nessuna guida spiega. De Chirico ha praticato la replica di sé stesso come programma artistico consapevole per oltre cinquant'anni, retrodatando talvolta le proprie opere, litigando con mercanti e critici, sostenendo che un pittore ha il diritto di rifare i propri quadri come un musicista rifà un concerto. Il mercato lo ha accusato di svalutare la propria produzione; lui ha risposto dipingendone altre. Chi vuole capire questa vicenda ha in questo museo un caso di studio raro, perché qui le repliche sono esposte accanto agli originali della stessa mano, con le date dichiarate.

La mia opinione, senza giri: la stagione delle repliche è la parte più interessante di de Chirico dal punto di vista teorico, ed è quella che il pubblico italiano ha impiegato più tempo ad accettare. Chi liquida un quadro perché è del 1968 e non del 1918 non ha capito che cosa quel pittore stesse facendo. Ma chi paga il biglietto ha diritto di sapere che cosa sta guardando, e qui lo sa.

La foto giusta da fare a Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

La foto è fuori, non dentro, ed è Ettore e Andromaca. Il bronzo è alto 230 centimetri, quindi sovrasta chi lo fotografa, e il fondale è la facciata dell'Aranciera con i pini di Villa Borghese alle spalle. La combinazione di scultura metafisica, edificio secentesco e pineta romana non esiste in nessun altro punto della città.

L'ora giusta è la fine del pomeriggio, quando il sole arriva radente da ovest e taglia i volumi dei due manichini abbracciati. A mezzogiorno la luce piatta appiattisce il bronzo e la scultura diventa una sagoma scura. Mettetevi di tre quarti rispetto alla coppia, abbassatevi di una spanna e includete un pezzo di cielo sopra la testa di Andromaca: da quell'angolo il vento che le scuote la veste si legge, e la composizione si chiude.

La seconda foto che consiglio è la meno spettacolare e la più utile: la facciata dell'edificio dal viale, in campo largo, con la scultura sulla sinistra. Serve a far capire a chi la guarda dove vi trovavate, perché un museo dentro un parco senza contesto sembra un edificio qualunque. È anche la foto che ripaga di più a distanza di mesi, quando dei quadri restano solo i titoli.

Dentro le sale valgono le regole di tutti i musei civici romani: niente flash, niente treppiede, niente selfie con il bastone. Chiedete al personale prima di scattare vicino ai prestiti delle mostre temporanee, perché per quelli i vincoli dei prestatori possono essere più stretti che per la collezione permanente. Il Grande cardinale di Manzù, all'esterno, si fotografa senza problemi ed è un buon soggetto in bianco e nero.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento documentato è una descrizione. Nel 1650 Jacopo Manilli, custode e cronista della villa, registra il fabbricato come edificio a due piani con torretta, logge coperte e cortile quadrato dipinto a figure e paesi, con la fontana a navicella al centro. Quella pagina è oggi la prova principale di come fosse l'edificio prima di tutto il resto, e senza di essa non sapremmo nulla del suo aspetto secentesco.

Il secondo è il grande cantiere di fine Settecento. Marcantonio IV Borghese, il principe che ridisegna la villa in chiave paesaggistica e crea il Giardino del Lago, fa ampliare e decorare il fabbricato e lo trasforma nel Casino dei Giuochi d'Acqua. Dal 1776 Cristoforo Unterperger, Giuseppe Cades e altri artisti affrescano le pareti interne. Per una ventina d'anni questo è uno dei luoghi mondani più ambiti dell'aristocrazia romana, con fontane e ninfei che facevano da spettacolo agli invitati.

Il terzo avvenimento è la distruzione. Nel 1849, alla caduta della Repubblica Romana, i combattimenti danneggiano gravemente l'edificio. Le decorazioni di Unterperger e Cades vanno perdute per sempre. Il fabbricato viene ricostruito senza ornamenti e riconvertito a ricovero invernale degli agrumi: perde il nome, la funzione e la faccia in un colpo solo.

Il quarto è amministrativo ma decisivo. Nel 1903 Villa Borghese passa al Comune di Roma e diventa parco pubblico. L'Aranciera, in quel momento, ospita uffici e abitazioni; poi un istituto religioso; poi uffici comunali fino al 1982. Ottant'anni in cui il patrimonio dell'edificio si conserva per inerzia e si degrada per abbandono.

Il quinto è il restauro e l'inaugurazione del 10 maggio 2006. La struttura originale torna leggibile, le fasi costruttive vengono ricostruite, la donazione Bilotti trova casa. È la data che il museo considera il proprio atto di nascita.

Il sesto, e per ora l'ultimo, è del 12 giugno 2026: la giornata dei vent'anni, con apertura straordinaria gratuita fino alle 21.00, visita guidata alla mostra Lanterne magiche condotta dalla curatrice Alessandra Mauro alle 11.00, un incontro pomeridiano dedicato alla storia dell'Aranciera con la proiezione in tre dimensioni degli ambienti sotterranei, e in serata due concerti: alle 18.30 un programma per basso e chitarra intitolato Singing landscapes, alle 19.15 colonne sonore cinematografiche per pianoforte e flauto. In vent'anni la struttura ha raccolto più di cento mostre, centocinquanta concerti e trecento eventi, con oltre centomila visitatori l'anno.

Chi è passato da Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

La lista comincia con i proprietari. Prima dei Borghese il fabbricato apparteneva ai Ceuli, famiglia nobile che ne aveva fatto una residenza di un certo prestigio; poi entrò nell'orbita del cardinale Scipione Borghese, vissuto fra il 1576 e il 1633, il collezionista più vorace della Roma di Paolo V, l'uomo che tenne Bernini a bottega e che alla Villa diede la forma che ancora oggi si riconosce.

Da qui è passato Jacopo Manilli, che nel 1650 scrive la descrizione della villa e ci lascia l'unica immagine attendibile dell'edificio prima delle trasformazioni. È passato Marcantonio IV Borghese, vissuto fra il 1730 e il 1800, che ne fece il proprio padiglione delle feste. Sono passati, con i ponteggi e i pennelli, Cristoforo Unterperger e Giuseppe Cades, due dei migliori decoratori attivi a Roma nell'ultimo quarto del Settecento, che qui lavorarono dal 1776 e il cui lavoro è andato interamente perduto.

Nel 1849 sono passati gli eserciti. Poi, per ottant'anni, sono passati impiegati comunali, religiosi e inquilini, il pubblico più prosaico che un edificio dei Borghese potesse desiderare.

La storia contemporanea porta altri nomi. Carlo Bilotti, morto nel novembre 2006, è passato di qui pochi mesi dopo l'inaugurazione del museo che gli è stato intitolato. Sua moglie Tina e sua figlia Lisa sono presenti in permanenza, dipinte da Andy Warhol nel 1981. Il collezionista stesso è ritratto due volte, da Larry Rivers nel 1994 con un Dubuffet alle spalle e da Mimmo Rotella nel 1968.

Giorgio de Chirico, invece, questo museo non lo ha mai visto: è morto a Roma nel 1978, ventotto anni prima dell'apertura. Viveva però a un chilometro e mezzo da qui, in piazza di Spagna, e per quarant'anni ha attraversato Villa Borghese come chiunque abiti in quel quadrante. La sua scultura più grande, davanti all'ingresso, gli è arrivata postuma per volontà di un collezionista che lo aveva conosciuto di persona.

Negli ultimi anni sono passati di qui gli artisti e i curatori del contemporaneo romano: Claudio Crescentini, che cura per la Sovrintendenza il ciclo Artisti a Villa Borghese; Giuseppe Modica, Lina Passalacqua e Gabriele Stabile, protagonisti degli incontri del 2026; Alessandra Mauro e Roberto Koch, curatori della mostra fotografica in corso. Il Bilotti non è un museo di soli morti illustri, ed è una delle ragioni per cui vale la pena tornarci.

Esterno del Museo Carlo Bilotti nell'Aranciera di Villa Borghese
Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese con i bambini

Funziona meglio di quanto ci si aspetti, e per una ragione banale: è corto. Un bambino di otto anni regge quaranta minuti in un museo, non tre ore, e qui quaranta minuti bastano per vedere tutto. Il parco fuori assorbe il resto della giornata.

Le opere che catturano i più piccoli sono sempre le stesse. I manichini con la testa a uovo e la pancia piena di case fanno effetto immediato, perché sono figure che sembrano uscite da un fumetto e invece hanno cent'anni. I cavalli bianchi in riva al mare funzionano su tutti. La scultura di Ettore e Andromaca all'esterno è la vincitrice assoluta: è alta più di due metri, si può girarle attorno, si tocca con lo sguardo da ogni lato.

Il gioco che consiglio ai genitori è quello dell'inventario: mettete i bambini a contare quante volte compare lo stesso oggetto nelle diverse sale, il cavallo, la testa a uovo, il tempio dentro il corpo, la squadra da disegno. È il modo più rapido per far capire, senza spiegazioni, come lavora un artista che ripete i propri temi per cinquant'anni. Poi si esce e si va alla Casina di Raffaello, la ludoteca del parco, o al Bioparco se la giornata è lunga.

Accessibilità del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Il museo dichiara fra i propri servizi l'accessibilità per i visitatori con disabilità, la connessione wifi e le visite didattiche. La visita guidata gratuita alla collezione permanente è disponibile con traduzione in Lingua dei Segni Italiana, e le persone sorde possono prenotarla anche tramite il servizio multimediale di comunicazione globale per sordi, attivo dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30 e il sabato dalle 8.30 alle 13.30.

Il programma Con i sensi all'opera, attivo per tutto il 2026, propone visite tattili e sensoriali alla collezione, pensate in particolare per chi non vede o vede poco. Si prenota al 060608.

Sui dettagli fisici del percorso, ascensori, servizi igienici attrezzati e larghezza dei passaggi, la fonte più affidabile resta la biglietteria: una telefonata al 060608 prima della visita risolve. L'edificio è storico e si sviluppa su due livelli, quindi chi si muove in carrozzina fa bene a farsi confermare le condizioni della giornata. Il tratto di parco che porta all'ingresso è pianeggiante e asfaltato dal lato di viale dell'Aranciera, mentre l'arrivo da Porta Pinciana comporta un dislivello modesto ma continuo.

Che cosa vedere intorno al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Nel raggio di dieci minuti a piedi c'è più materiale di quanto ne stia in una giornata. La Casa del Cinema è praticamente accanto, in largo Marcello Mastroianni 1, dentro la Casina delle Rose: proiezioni, rassegne, arena estiva, e in questo periodo il biglietto della Casa del Cinema dà diritto al ridotto sulla mostra fotografica del museo. Il Giardino del Lago con il tempietto di Esculapio è a poche centinaia di metri e permette di capire il contesto paesaggistico in cui il Casino dei Giuochi d'Acqua era stato pensato.

A un quarto d'ora di cammino c'è la Galleria Borghese, che richiede prenotazione a fascia oraria e non si improvvisa. Sul versante opposto del parco il Museo Pietro Canonica chiude il biglietto cumulativo. Verso valle Giulia si arriva al Museo Etrusco di Villa Giulia e alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea; verso il Pincio si esce sulla terrazza che guarda piazza del Popolo, con l'orologio ad acqua e i busti degli italiani illustri.

Se restate dentro il parco, il Bioparco e il Globe Theatre completano il quadro. Se scendete verso la città, via Veneto vi porta in dieci minuti nel quartiere che il cinema ha reso celebre, e piazza di Spagna è a un ascensore di distanza dalla stazione della metro.

Quando andare al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese e quando evitarlo

Il momento migliore è il fine settimana nel tardo pomeriggio, come ho già detto, oppure il martedì e il mercoledì mattina appena aperto, alle 10.00, quando il parco è pieno di gente che corre e il museo è vuoto. La primavera e l'inizio dell'autunno sono le stagioni giuste, perché la visita si combina con una passeggiata lunga dentro Villa Borghese senza soffrire.

Da evitare: il pomeriggio feriale dopo le 15.15, perché l'ultimo ingresso è già passato. Le domeniche di ponte, quando il parco diventa impraticabile e i musei civici gratuiti raccolgono file inattese. Le giornate di pioggia forte, non perché il museo peggiori ma perché tutto il fascino del posto consiste nell'arrivarci camminando fra i pini, e con l'acquazzone quel pezzo di esperienza salta.

Agosto merita un discorso a parte. Roma si svuota, il museo resta aperto con gli orari consueti e la mostra fotografica in corso arriva fino al 6 settembre. Chi è in città a metà agosto ha davanti un museo climatizzato, quasi deserto, dentro un parco: nel calendario romano è una delle migliori occasioni dell'anno, e quasi nessuno se ne accorge.

Domande veloci su Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese

Quanto costa il biglietto del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

La sola collezione costa 7,50 euro intero e 6,00 euro ridotto. Il biglietto cumulativo con il Museo Pietro Canonica costa 11,00 euro intero e 7,50 euro ridotto. Il preacquisto online aggiunge 1,00 euro di diritti di prevendita.

Si entra gratis al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Sì, se siete residenti a Roma o nella Città metropolitana: dal 2 febbraio 2026 la gratuità nei musei del Sistema di Roma Capitale vale per i residenti, che entrano mostrando un documento di identità. Entrano gratuitamente anche i possessori della MIC card. In occasione di alcune mostre, però, anche chi ha diritto alla gratuità deve acquistare un biglietto ridottissimo da 2,00 euro.

Quali sono gli orari del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 16.00, sabato e domenica dalle 10.00 alle 19.00. Ultimo ingresso quarantacinque minuti prima della chiusura. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è 10.00-14.00.

Quando è chiuso il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Tutti i lunedì, il 25 dicembre e il 1 maggio.

Quanto dura la visita al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Quaranta minuti per una visita rapida, un'ora e mezza o due se ci si ferma davanti a ogni opera e c'è una mostra temporanea in corso. La visita guidata condotta dalla Sovrintendenza dura sessanta minuti.

Serve prenotare per visitare il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

No, non per la collezione permanente: si acquista il biglietto in sede. La prenotazione è obbligatoria per la visita guidata gratuita e consigliata per gli incontri del ciclo Artisti a Villa Borghese. Il numero è 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00.

Qual è l'indirizzo esatto del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Via Fiorello La Guardia 6 e viale dell'Aranciera 4, 00197 Roma. Sono i due accessi dello stesso edificio dentro Villa Borghese.

Come si arriva al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese con i mezzi?

Metro A a Spagna, Barberini o Flaminio, poi a piedi dentro il parco. Autobus 61, 89, 160, 490, 495, 590 e C3 verso piazzale Brasile e Porta Pinciana, più 120F e 150F nei festivi e i notturni N1 e N25.

Che cosa si vede al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Ventitré opere donate da Carlo Bilotti: diciotto di Giorgio de Chirico fra dipinti, acquerelli e sculture, tre ritratti di famiglia firmati da Andy Warhol, Larry Rivers e Mimmo Rotella, L'estate di Gino Severini e il Cardinale di Giacomo Manzù, oltre alle acquisizioni successive.

Quante opere di de Chirico ci sono al Museo Carlo Bilotti?

Diciotto: diciassette esposte all'interno e una, la scultura Ettore e Andromaca, collocata all'aperto davanti all'edificio.

Si possono fare foto dentro il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Le fotografie senza flash sono di norma consentite nei musei civici romani, ma per le mostre temporanee i vincoli dei prestatori possono essere più stretti. Chiedete al personale in sala prima di scattare. Le sculture all'esterno si fotografano liberamente.

Il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese è accessibile in carrozzina?

Il museo indica l'accessibilità fra i propri servizi, ma l'edificio è storico e si sviluppa su due livelli: conviene farsi confermare le condizioni del percorso chiamando il 060608 prima della visita. L'arrivo pianeggiante è quello dal lato di viale dell'Aranciera.

Ci sono visite per non vedenti al Museo Carlo Bilotti?

Sì. Il programma Con i sensi all'opera propone per tutto il 2026 visite tattili e sensoriali alla collezione, con prenotazione al 060608. La visita guidata alla collezione permanente è inoltre disponibile con traduzione in Lingua dei Segni Italiana.

Che differenza c'è fra il Museo Carlo Bilotti e la Galleria Borghese?

Sono due musei opposti dentro lo stesso parco. La Galleria Borghese è statale, conserva Bernini, Caravaggio, Tiziano e Raffaello, richiede prenotazione obbligatoria a fascia oraria e una visita cronometrata. Il Museo Carlo Bilotti è civico, contemporaneo, piccolo, senza prenotazione e senza folla. Confonderli in fase di programmazione è l'errore più comune.

Conviene il biglietto cumulativo con il Museo Pietro Canonica?

Per chi non è residente, sì: 11,00 euro contro i 15,00 di due biglietti singoli. I due musei sono entrambi dentro Villa Borghese e distano una ventina di minuti a piedi.

Che cos'è la MIC card e conviene?

È la tessera di Roma Capitale che con 5,00 euro consente ingressi illimitati per dodici mesi nel Sistema Musei della città, con riduzioni sulle mostre e sconto del dieci per cento nelle librerie museali. Possono acquistarla i maggiorenni residenti o domiciliati nel territorio metropolitano di Roma e gli studenti universitari che vi studiano. Chi visita anche un solo museo civico a pagamento l'ha già ammortizzata.

Quali mostre ci sono adesso al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Lanterne magiche, fotografie dalla collezione Valerio De Paolis, dal 14 febbraio al 6 settembre 2026, a cura di Alessandra Mauro e Roberto Koch con Suleima Autore. In parallelo prosegue fino al 16 ottobre 2026 il ciclo di incontri Artisti a Villa Borghese #3, a ingresso gratuito.

Perché il museo si chiama Aranciera?

Perché dopo i danni bellici del 1849 l'edificio venne ricostruito senza decorazioni e adibito a ricovero invernale dei vasi di agrumi. Prima era il Casino dei Giuochi d'Acqua, il padiglione delle feste dei Borghese.

Chi era Carlo Bilotti?

Un imprenditore italoamericano e collezionista, presidente della Jacqueline Cochran e produttore di profumi per marchi come Nina Ricci, Carven e Pierre Cardin, amico personale di de Chirico, Warhol, Lichtenstein, Dalí, Niki de Saint Phalle, Larry Rivers e Rotella. Donò la propria collezione a Roma e realizzò a Cosenza il MAB, Museo all'Aperto Bilotti. È morto il 17 novembre 2006 a settantadue anni.

Quando è stato inaugurato il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Il 10 maggio 2006. Nel 2026 il museo ha compiuto vent'anni, festeggiati il 12 giugno con apertura straordinaria gratuita, concerti e una proiezione in tre dimensioni degli ambienti sotterranei dell'edificio.

Il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese è adatto ai bambini?

Molto, proprio perché è breve. I manichini dechirichiani e i cavalli in riva al mare colpiscono i più piccoli, e la scultura di Ettore e Andromaca all'esterno, alta oltre due metri, è la vera attrazione. Dopo quaranta minuti si esce e il parco fa il resto.

C'è un bookshop o una caffetteria al Museo Carlo Bilotti?

Il Sistema Musei mette in vendita guide e cataloghi nelle proprie sedi e il museo dichiara fra i servizi il wifi e le visite didattiche. Per la ristorazione il riferimento più comodo è la Casa del Cinema, a pochi passi, oppure i chioschi del parco.

Si può visitare il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese la prima domenica del mese?

Sì, e nel Sistema Musei di Roma Capitale la prima domenica del mese resta una giornata di grande affluenza. Con il nuovo assetto tariffario in vigore dal 2 febbraio 2026 i residenti entrano gratuitamente tutto l'anno, quindi il vantaggio della prima domenica riguarda soprattutto chi residente non è.

Quanto tempo serve per vedere anche il parco?

Mezza giornata è la misura giusta: il museo, il Giardino del Lago, la Casa del Cinema e una passeggiata fino al Pincio entrano comodamente in quattro ore. Aggiungendo il Museo Pietro Canonica con il cumulativo si arriva a una giornata piena.

Il Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese è aperto ad agosto?

Sì, con gli orari consueti e la chiusura settimanale del lunedì. Agosto è anzi uno dei mesi migliori per venirci, perché la città è vuota e le sale sono deserte.

Qual è l'opera più importante del Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese?

Dipende dal criterio. Per fama internazionale, il doppio ritratto di Andy Warhol del 1981. Per qualità pittorica, Orfeo solitario di de Chirico del 1973. Per impatto immediato, la scultura Ettore e Andromaca davanti all'ingresso. Se avete un solo minuto, guardate quest'ultima: è gratis e non richiede nemmeno di entrare.

Torno al Bilotti almeno due volte l'anno e continuo a pensare che sia il museo più facile da amare di Roma. Non chiede prenotazioni, non impone fasce orarie, non costringe a fare i conti con la calca, e in cambio offre diciotto de Chirico veri dentro un edificio con quattro secoli di guai alle spalle. Se avete un pomeriggio libero e una minima curiosità per l'arte del Novecento, entrate da Porta Pinciana, fermatevi due minuti davanti a Ettore e Andromaca e poi salite. Uscendo, prendete il viale verso il laghetto: è il modo giusto di chiudere la visita.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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