Ettore Scola al Museo di Roma — “Non ci siamo mai lasciati”
Il Museo di Roma, dentro Palazzo Braschi, ha dedicato a Ettore Scola la mostra Non ci siamo mai lasciati: aperta dal 2 maggio al 13 settembre 2026, ha ripercorso la vita e il cinema del regista a dieci anni dalla scomparsa, con materiali che arrivano in gran parte dall’archivio di famiglia. La mostra si è chiusa domenica 13 settembre 2026.

Che cos’è la mostra e dove si tiene
Il titolo completo, quello che compare sui materiali ufficiali del museo, è Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati. È una frase che funziona su due piani contemporaneamente, e chi conosce il cinema di Scola lo capisce al volo: da una parte richiama per contrasto C’eravamo tanto amati, il film del 1974 che resta la sua opera più citata; dall’altra dichiara il senso dell’operazione, cioè un congedo che non è mai stato davvero un congedo. Scola è morto il 19 gennaio 2016. La mostra nasce per il decennale, e il 2026 è l’anno in cui quel decennale cade.
La sede è il Museo di Roma, che occupa Palazzo Braschi, all’indirizzo di Piazza San Pantaleo 10, con il secondo accesso da Piazza Navona 2. Le esposizioni temporanee del museo occupano il primo piano, mentre il secondo e il terzo ospitano il percorso permanente sulla città. Le date dichiarate dal museo vanno dal 2 maggio al 13 settembre 2026. Gli orari sono da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 19.00, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura e chiusura settimanale il lunedì.
La promozione è di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, insieme alla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali; l’organizzazione è affidata a C.O.R. e a Zètema Progetto Cultura, che è la società attraverso cui il Comune gestisce la rete dei musei civici. La curatela è di Silvia Scola, figlia del regista e sceneggiatrice a sua volta, e di Alessandro Nicosia. Il dato della curatela conta più di quanto sembri: quando una mostra su un autore è curata da chi ha vissuto in casa con quell’autore, il materiale che arriva sui tavoli espositivi è di natura diversa rispetto a una ricognizione fatta soltanto negli archivi pubblici. Buona parte dei documenti esposti proviene infatti dall’archivio della famiglia Scola, e si tratta in larga misura di materiale inedito. Ad affiancarlo arrivano fondi da Rai Teche, dall’Archivio Luce e dalle collezioni di Cinecittà.
Il percorso si articola in tre sezioni tematiche, che portano tre titoli molto asciutti: L’uomo, L’artista, Roma. La seconda si apre a sua volta in tre rami, perché Scola è stato tre mestieri diversi in sequenza e poi tutti e tre insieme: disegnatore, sceneggiatore, regista. La terza sezione è quella che spiega perché una mostra su Scola si tiene proprio qui e non altrove. Il Museo di Roma è il museo della città, e Scola è stato uno dei pochissimi autori italiani ad aver fatto di Roma non uno sfondo ma un personaggio con una biografia propria, con una voce e con delle contraddizioni.
L’ultima settimana è stata una finestra strettissima: la chiusura era fissata per domenica 13 settembre 2026, con orario 10.00-19.00 e ultimo ingresso alle 18.00. Dopo quella data la sala del primo piano è stata smontata e i materiali sono tornati negli archivi da cui provenivano, che nella maggior parte dei casi vuol dire in casa Scola. Una mostra costruita su un archivio privato non si replica facilmente: non è materiale che gira in tournée come le grandi rassegne internazionali costruite sui prestiti museali.
Una curiosità su Ettore Scola al Museo di Roma — “Non ci siamo mai lasciati”
L’oggetto di cui si parla di più, uscendo dalle sale, non è un manoscritto e nemmeno una fotografia. È un cappotto. Nel percorso si trova il trench indossato da Federico Fellini in C’eravamo tanto amati, il film del 1974 in cui Fellini compare nei panni di sé stesso, sul set della Fontana di Trevi, mentre gira la scena più famosa de La dolce vita. È una delle sequenze più spiazzanti del cinema italiano: un regista che mette dentro il proprio film un altro regista che rigira il proprio film, con i personaggi della finzione che si affollano intorno alla troupe vera come comparse della loro stessa vita.
Il trench appeso in una teca produce un effetto strano. Un abito da scena è un oggetto povero, che non ha nessun valore artistico in sé: è un capo di sartoria, spesso nemmeno di prima scelta, scelto perché funzionava sotto una certa luce. Però un abito indossato in una sequenza che milioni di persone hanno in testa smette di essere un capo di vestiario e diventa una specie di reliquia laica. La differenza fra le due cose non è nell’oggetto, è in chi lo guarda. Scola, che ha passato la vita a raccontare come gli italiani si costruiscano le proprie mitologie private, avrebbe probabilmente trovato divertente il paradosso.
Accanto agli oggetti di scena, il museo dichiara la presenza delle sedie da regista e della macchina da scrivere di Scola. Anche qui vale la pena fermarsi un secondo. La macchina da scrivere è l’attrezzo con cui è stato prodotto il grosso del lavoro: Scola è arrivato alla regia dopo essere stato uno degli sceneggiatori più richiesti del cinema italiano, e per oltre un decennio il suo mestiere è consistito nel riempire fogli di carta. Le sedie da regista, invece, appartengono al mestiere successivo. Vederle nella stessa mostra, a pochi metri di distanza, restituisce una traiettoria che di solito si racconta a parole e che qui si vede come sequenza di oggetti fisici.
C’è poi un dettaglio che sfugge a chi entra di corsa. Le vignette. Scola ha cominciato come disegnatore satirico, e la mostra lo prende sul serio: nel percorso si trovano vignette e bozzetti di scena. Il disegno non è un hobby giovanile abbandonato, è la grammatica visiva con cui ha continuato a lavorare per tutta la carriera. Molti registi arrivano alla macchina da presa dalla fotografia, dal teatro o dal montaggio. Scola ci arriva dal disegno umoristico, e questo si vede nella costruzione delle sue inquadrature corali, dove i personaggi si dispongono nel campo come figure in una tavola satirica, ciascuno con la propria posa riconoscibile.
Chi era Ettore Scola
Ettore Scola nasce a Trevico, in provincia di Avellino, il 10 maggio 1931, e muore a Roma il 19 gennaio 2016. La famiglia si trasferisce a Roma quando lui è bambino, e Roma resta la città della sua intera vita adulta, quella che ha raccontato più volte e in più modi di qualsiasi altro luogo.
Il primo mestiere è il disegno. Scola entra giovanissimo nella redazione del Marc’Aurelio, il giornale satirico romano che negli anni Trenta e Quaranta funziona come una vera e propria scuola per una generazione intera di autori. Dal Marc’Aurelio passano nomi che poi riempiranno i titoli di testa del cinema italiano, Federico Fellini compreso. È un ambiente in cui si impara a costruire una battuta, a tagliare il superfluo, a far reggere una situazione con pochissimi elementi. Chi ha lavorato in un settimanale satirico impara per necessità una cosa che poi in sceneggiatura vale oro: il ritmo.
Dal giornale si passa alla radio e poi al cinema. Negli anni Cinquanta e Sessanta Scola diventa uno degli sceneggiatori più prolifici del sistema, spesso in coppia con Ruggero Maccari. La sua firma compare su decine di titoli, molti dei quali sono commedie di cassetta e alcuni dei quali sono diventati pietre miliari. Tra questi Il sorpasso di Dino Risi, uscito nel 1962, a cui Scola lavora insieme a Maccari e allo stesso Risi. È il film che ha fissato per sempre l’immagine di un’Italia in corsa che non sa dove va, e che per molti versi anticipa il tono malinconico che Scola svilupperà poi come regista.
Il passaggio dietro la macchina da presa avviene nel 1964 con Se permettete parliamo di donne, un film a episodi con Vittorio Gassman. È un esordio che resta dentro il perimetro della commedia, e ci vorranno alcuni anni perché la voce di Scola trovi la propria misura piena.
Gli anni Settanta sono la stagione decisiva. Nel 1970 esce Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), con Marcello Mastroianni, Monica Vitti e Giancarlo Giannini. Nel 1974 arriva C’eravamo tanto amati, il film che tiene insieme trent’anni di storia italiana attraverso tre amici che si erano conosciuti nella Resistenza e che la vita separa. È un film costruito sulla memoria del cinema: dentro ci sono Vittorio De Sica, a cui l’opera è dedicata, la citazione di Ladri di biciclette, la già ricordata apparizione di Fellini. Nel 1976 esce Brutti, sporchi e cattivi, il ritratto feroce di una famiglia di baraccati alla periferia di Roma, con Nino Manfredi irriconoscibile nel ruolo del patriarca: per quel film Scola ottiene il premio per la regia al Festival di Cannes. Nel 1977 arriva quello che molti considerano il suo vertice assoluto, Una giornata particolare, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, girato quasi interamente dentro un caseggiato popolare romano nel giorno della visita di Hitler a Roma nel 1938.
Negli anni Ottanta la produzione resta fittissima e si allarga fuori dai confini italiani. Nel 1980 esce La terrazza, ritratto corale e amarissimo dell’intellettualità romana di sinistra. Nel 1981 Passione d’amore. Nel 1982 Il mondo nuovo, coproduzione italo-francese sulla fuga di Luigi XVI a Varennes, uscito in Francia come La nuit de Varennes. Nel 1983 Ballando ballando, tratto da uno spettacolo del Théâtre du Campagnol, un film interamente ambientato in una sala da ballo e costruito senza una sola battuta di dialogo: cinquant’anni di storia europea raccontati soltanto attraverso i balli, gli abiti e i corpi. Nel 1985 Maccheroni, con Mastroianni e Jack Lemmon. Nel 1987 La famiglia, ottanta anni di vicende di un nucleo familiare romano ripresi sempre dentro lo stesso appartamento, senza mai uscire sulla strada. Nel 1989 Splendor e Che ora è.
Gli anni Novanta e Duemila portano Il viaggio di Capitan Fracassa nel 1990, Mario, Maria e Mario nel 1993, Romanzo di un giovane povero nel 1995, La cena nel 1998, Concorrenza sleale nel 2001, Gente di Roma nel 2003. L’ultimo film è del 2013 e si intitola Che strano chiamarsi Federico: un ritratto di Fellini che è insieme un ricordo personale, un documentario anomalo e una dichiarazione d’affetto. Il cerchio si chiude lì, con Scola che torna al Marc’Aurelio dei vent’anni e all’amico con cui aveva condiviso la redazione.
Su premi e riconoscimenti conviene procedere con cautela, perché intorno a Scola circolano attribuzioni approssimative. I dati solidi sono il premio per la regia a Cannes nel 1976 per Brutti, sporchi e cattivi e un numero consistente di David di Donatello e Nastri d’Argento lungo tutta la carriera. Diversi suoi film sono stati candidati all’Oscar per il miglior film straniero senza vincerlo. Per l’elenco puntuale e le annate esatte la fonte da consultare resta la documentazione ufficiale della mostra e il catalogo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Ettore Scola al Museo di Roma — “Non ci siamo mai lasciati”
La cosa che quasi nessuno dice è che questa non è una mostra di cinema. Sembra una mostra di cinema, è dedicata a un regista, contiene film proiettati, ma il materiale su cui si regge appartiene a un’altra categoria: è carta. Manoscritti, sceneggiature originali, appunti personali, articoli di giornale, ritagli, vignette, bozzetti. Il museo lo dichiara esplicitamente nella descrizione del percorso, e chi entra aspettandosi una successione di schermi con spezzoni si trova invece davanti a tavoli e teche piene di fogli.
Questa è una scelta precisa e ha una conseguenza pratica: la mostra richiede lettura. Non è un percorso che si attraversa in venti minuti guardando immagini in movimento. Richiede di fermarsi sui fogli, di decifrare una calligrafia, di seguire una correzione a margine. Chi entra con l’aspettativa di un’esperienza passiva ne esce deluso; chi entra con la disponibilità a leggere ne esce con qualcosa che nessuna proiezione avrebbe potuto dargli, cioè la visione del lavoro prima che diventasse film.
Il secondo elemento poco raccontato riguarda la natura della fonte. Quando un archivio è privato e familiare, il criterio di conservazione non è quello di un archivio pubblico. In un archivio pubblico si conserva ciò che ha valore documentale riconosciuto. In una casa si conserva ciò che nessuno ha buttato: la lista della spesa scritta sul retro di una pagina di sceneggiatura, il biglietto di un collega, l’appunto preso durante una telefonata. Questo produce una densità di quotidianità che le mostre monografiche di solito non hanno, perché di solito lavorano su fondi già selezionati.
Il terzo elemento è il disegno. Le mostre sui registi tendono a raccontare la regia e a trattare tutto il resto come antefatto. Qui la sezione dedicata all’artista si divide dichiaratamente in sceneggiatore, disegnatore e regista, e mette i tre mestieri sullo stesso piano gerarchico. È una scelta curatoriale che dice qualcosa di sostanziale: Scola non ha smesso di disegnare quando ha iniziato a girare. Il disegno è rimasto lo strumento con cui pensava le scene prima di girarle, e i bozzetti di scena esposti lo documentano.
C’è infine un aspetto di contesto che riguarda il luogo. Il Museo di Roma non è un museo del cinema, e questo lo rende il posto giusto, non quello sbagliato. Una mostra su Scola in un museo del cinema sarebbe stata una mostra di settore, letta da chi già sa. In un museo civico dedicato alla storia della città, invece, Scola viene inserito nella biografia collettiva di Roma insieme ai vedutisti, alle stampe delle demolizioni, ai costumi del carnevale e alle fotografie dei quartieri scomparsi. La terza sezione, quella intitolata Roma, esiste proprio per fare questo innesto.
Che cosa si vede in mostra
Il percorso segue le tre sezioni dichiarate dal museo. Conviene attraversarle nell’ordine previsto, perché l’impianto è biografico e ogni sezione presuppone la precedente.
L’uomo. La prima parte si occupa delle origini e della formazione. Trevico, il trasferimento a Roma, gli anni della guerra vissuti da ragazzino, l’ingresso precocissimo nella redazione del Marc’Aurelio. Qui il materiale è soprattutto fotografico e documentario: immagini di famiglia, documenti, i primi disegni pubblicati. È la sezione che costruisce il personaggio prima che diventasse un autore, e serve a spiegare da dove venga quello sguardo dal basso che caratterizza tutto il suo cinema successivo. Scola non ha mai raccontato l’Italia dall’alto di una posizione critica esterna: l’ha raccontata da dentro, con la complicità e l’imbarazzo di chi ne fa parte.
L’artista. È la sezione più ampia e si apre in tre rami. Il ramo dello sceneggiatore raccoglie le sceneggiature originali e gli appunti di lavorazione: fogli con correzioni, versioni successive di una stessa scena, note a margine. Per chi scrive di mestiere è la parte più istruttiva della mostra, perché mostra il lavoro allo stato di cantiere, con le esitazioni ancora visibili. Il ramo del disegnatore raccoglie le vignette e i bozzetti di scena: il tratto satirico degli esordi e i disegni preparatori dei film. Il ramo del regista raccoglie i materiali di set, gli oggetti, le fotografie di lavorazione e i filmati. È qui che si trovano le sedie da regista, la macchina da scrivere e il trench di Fellini.
Roma. La terza sezione affronta il rapporto fra Scola e la città. È la parte che dialoga più direttamente con la sede, perché il Museo di Roma conserva la memoria visiva della città e la mostra ci innesta sopra la memoria cinematografica. Roma nei film di Scola non è la Roma monumentale: è la Roma dei caseggiati popolari, delle borgate, dei cortili, delle terrazze. Una giornata particolare è girato quasi tutto dentro un palazzo di edilizia popolare. Brutti, sporchi e cattivi è ambientato in una baraccopoli ai margini della città. La famiglia non esce mai da un appartamento. Gente di Roma, del 2003, è un film corale che attraversa la città contemporanea senza un protagonista.
Trasversalmente alle tre sezioni, il museo dichiara la presenza di film: le proiezioni fanno parte del percorso e non sono un accessorio. Chi vuole vedere la mostra per intero, comprese le parti filmate, deve calcolare tempo in più. La durata minima ragionevole per una visita attenta, considerando la quantità di materiale cartaceo, è di circa un’ora e mezza; chi si ferma anche sulle proiezioni può arrivare tranquillamente a due ore e mezza.
Alla mostra si accompagna un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, che raccoglie immagini inedite e testimonianze. Fra le firme dichiarate dal museo compaiono Fanny Ardant, che con Scola aveva lavorato, Giuseppe Tornatore e Dacia Maraini. Il catalogo, per una mostra costruita su materiali privati destinati a tornare in archivio, resta la sola forma in cui questo corpus rimarrà consultabile dopo la chiusura. Per chi ha un interesse di studio, ora che la mostra si è chiusa il 13 settembre 2026, il catalogo è quello che resta.
Sull’elenco puntuale delle opere, dei documenti e delle sequenze proiettate vale una precisazione doverosa: qui vengono riportate soltanto le categorie di materiale e i pochi oggetti dichiarati esplicitamente dal museo nella presentazione ufficiale. Un elenco analitico pezzo per pezzo non risulta pubblicato online, e inventarlo sarebbe scorretto verso chi legge.
Il consiglio che ti do per visitare Ettore Scola al Museo di Roma — “Non ci siamo mai lasciati”
Il consiglio principale, per le prossime mostre del Museo di Roma, è di natura logistica prima ancora che culturale: andarci prima degli ultimi giorni, e scegliere l’apertura del mattino. Le mostre che chiudono si riempiono negli ultimi giorni, e l’effetto ultimo weekend è un fenomeno reale: il sabato e la domenica finali di un’esposizione registrano affluenze molto superiori alla media del periodo. Il venerdì mattina all’apertura resta la fascia con meno pressione; la domenica pomeriggio dell’ultimo giorno la peggiore in assoluto.
Il secondo consiglio riguarda l’ordine della visita. Palazzo Braschi ospita tre piani: il primo con le mostre temporanee, il secondo e il terzo con il percorso permanente sulla storia di Roma. Il biglietto congiunto dà accesso a entrambe le cose. L’istinto porta a fare prima la mostra e poi, se resta tempo, il museo. Suggerirei l’opposto, o meglio un compromesso: dedicare venti minuti al percorso permanente prima di entrare nella mostra, concentrandosi sulle sale che raccontano la Roma popolare fra Otto e Novecento. Chi entra nella sezione Roma della mostra avendo appena visto le immagini della città che Scola ha filmato, legge quelle sale in un modo completamente diverso.
Terzo consiglio: portare gli occhiali da lettura, se servono. Sembra una banalità, e invece qui è determinante. Una mostra costruita su manoscritti, appunti e sceneggiature richiede di leggere caratteri piccoli e calligrafie non sempre limpide, spesso dietro vetro e con illuminazione contenuta, perché la carta d’archivio va protetta dalla luce. Chi arriva senza occhiali si perde metà del contenuto.
Quarto consiglio: ripassare almeno un film prima di andare. Non serve una preparazione enciclopedica, ma la visita cambia radicalmente se si ha in testa almeno C’eravamo tanto amati, che è il film più citato dentro il percorso, oppure Una giornata particolare. Davanti a un appunto di sceneggiatura, chi ha presente la scena finita vede la distanza fra l’idea e il risultato; chi non ce l’ha vede soltanto un foglio scritto a mano.
Quinto consiglio, per chi viene da fuori Roma: il quartiere intorno merita di essere messo in conto nella stessa uscita. Palazzo Braschi si trova a metà strada fra Piazza Navona e Campo de’ Fiori, due luoghi che valgono la passeggiata e che si raggiungono a piedi in pochi minuti. Uscire dal museo e ritrovarsi in una Roma che somiglia molto a quella filmata da Scola è la coda naturale della visita.
Sesto e ultimo: chi ha una MIC card in tasca deve ricordarsi che copre l’ingresso al museo civico, mentre per la mostra temporanea valgono condizioni proprie. Conviene chiarirlo in biglietteria prima di mettersi in fila, per evitare di scoprirlo all’ultimo tornello.
Palazzo Braschi e il Museo di Roma come sede
Il palazzo che ospita il museo è l’ultimo grande palazzo di famiglia papale costruito a Roma, ed è per questo una specie di punto finale di una tradizione durata secoli. La committenza risale a papa Pio VI, al secolo Giovanni Angelo Braschi, che lo fece edificare per il nipote Luigi Braschi Onesti. Il progetto è dell’architetto Cosimo Morelli e i lavori presero avvio alla fine del Settecento, per essere interrotti dagli sconvolgimenti politici che investirono Roma con l’arrivo dei francesi e completati soltanto in una fase successiva. Il fatto che sia l’ultimo della serie non è un dettaglio accademico: con la fine dello Stato pontificio finisce anche il modello del nepotismo edilizio, quello per cui ogni pontefice lasciava alla propria famiglia un palazzo nel centro della città.
L’elemento architettonico più celebre dell’edificio è lo scalone monumentale, uno dei più imponenti di Roma, scandito da colonne in granito di reimpiego. Sull’origine precisa di quelle colonne circolano versioni diverse nella letteratura locale, e conviene non fissarne una come certa. Quello che resta indiscutibile è l’effetto: si sale una scala che appartiene alla scenografia del potere settecentesco per poi entrare in sale che oggi contengono la memoria fotografica dei quartieri demoliti. Il contrasto è netto e vale la pena notarlo mentre lo si attraversa.
L’edificio ha attraversato usi molto diversi. Dopo la fine della proprietà privata è diventato sede pubblica e ha ospitato uffici di governo. Durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale la sua storia si fa cupa e poi improvvisamente domestica: il palazzo venne occupato e, nella fase immediatamente successiva al conflitto, accolse per anni famiglie senza casa, con le sale nobiliari suddivise in alloggi di fortuna. Chi guarda oggi lo scalone fatica a immaginarlo con i panni stesi, eppure è successo. Solo dopo lo sgombero e i lavori di risanamento il palazzo poté essere destinato alla funzione museale.
Il Museo di Roma, come istituzione, nasce prima e altrove. La fondazione risale al 21 aprile 1930, e la sede iniziale fu l’ex Pastificio Pantanella, a Piazza della Bocca della Verità. L’inaugurazione si deve ad Antonio Muñoz, all’epoca direttore delle Antichità e Belle Arti del Governatorato. Il progetto culturale di quegli anni aveva un’impostazione dichiaratamente propagandistica e affiancava il museo al Museo dell’Impero, fondato nel 1926: l’idea era colmare il vuoto narrativo fra la gloria della Roma antica e la storia della Roma medievale e moderna.
Il nucleo originario delle collezioni era composto da calchi e riproduzioni, dipinti di autori contemporanei che ritraevano luoghi scomparsi, in particolare gli acquerelli di Ettore Roesler Franz, affreschi, frammenti lapidei provenienti dalle demolizioni, ceramiche e una raccolta imponente di mappe e incisioni che documentano le trasformazioni urbane, gli avvenimenti storici e i costumi dal Cinquecento all’Ottocento. Le acquisizioni successive curate da Muñoz arricchirono il patrimonio con opere di rilievo, fra cui i dipinti Rospigliosi e busti-ritratto seicenteschi.
La guerra impose la chiusura. Nel 1952 il museo si trasferì a Palazzo Braschi, dove si trova tuttora. Negli anni Settanta furono istituiti un Gabinetto delle Stampe e un Archivio Fotografico autonomi, poi riassorbiti nel museo nel 1994. Il riallestimento del 2017 ha riorganizzato un patrimonio che conta circa centoventimila oggetti, adottando un criterio tematico invece che cronologico: il secondo e il terzo piano ospitano il percorso permanente, mentre il primo piano è dedicato alle esposizioni temporanee. È in questo primo piano che si tiene la mostra su Scola.
Vale la pena sottolineare un punto che il visitatore distratto perde. Il Museo di Roma non è un museo di capolavori: è un museo di documentazione. Le opere che conserva valgono soprattutto per ciò che testimoniano, cioè la faccia della città in epoche in cui la fotografia non esisteva o era agli inizi. Chi entra cercando l’opera d’arte celebre resta a mani vuote; chi entra cercando com’era fatta Roma prima degli sventramenti trova un materiale che non ha equivalenti altrove. È esattamente lo stesso criterio con cui va letta la mostra su Scola: documenti prima che capolavori.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che Scola sia stato un maestro della commedia all’italiana. Lo dicono tutte le enciclopedie e lo ripetono tutti i coccodrilli scritti nel gennaio 2016. Quello che si cita molto meno spesso è quanto la commedia all’italiana, nella sua versione matura, di comico abbia poco o niente. Brutti, sporchi e cattivi viene classificato come commedia e racconta una famiglia che tenta di ammazzare il proprio capofamiglia per un gruzzolo. Una giornata particolare viene classificato come commedia e racconta l’incontro di due persone schiacciate dal regime, una casalinga esausta e un uomo in procinto di essere deportato per la propria omosessualità. La risata, in questi film, non arriva quasi mai: arriva l’amarezza travestita da risata.
Il secondo fatto poco citato riguarda la vicinanza fisica fra la sede della mostra e i luoghi della biografia di Scola. Palazzo Braschi si trova nel cuore del centro storico, a pochi passi dalla zona dove operavano le redazioni dei giornali e le case di produzione con cui Scola ha lavorato da giovane. Il Marc’Aurelio, la radio, gli uffici dei produttori: tutto questo ruotava in un raggio ristretto fra il centro e i primi quartieri intorno. La geografia professionale del cinema italiano dell’epoca era compatta, e la distanza fra il tavolo di una redazione satirica e una scrivania di sceneggiatura si misurava in minuti a piedi.
Terzo fatto poco citato: il ruolo delle donne nella struttura produttiva attorno a Scola. La curatela della mostra è affidata a Silvia Scola, che non è soltanto la figlia ma una sceneggiatrice che ha lavorato con il padre. Nei titoli degli ultimi film il cognome Scola compare più di una volta. Le mostre monografiche costruite dalla famiglia dell’autore hanno sempre un punto cieco dichiarato, cioè la difficoltà a essere critiche verso il proprio soggetto; hanno però un punto di forza che nessun curatore esterno può replicare, cioè l’accesso integrale al materiale e la capacità di riconoscere il significato di un foglio che a un estraneo sembrerebbe insignificante.
Quarto e ultimo: Scola ha diretto un film senza dialoghi. Ballando ballando, del 1983, si svolge interamente in una sala da ballo e attraversa decenni di storia europea senza che nessun personaggio pronunci una battuta. Per un autore che veniva dalla scrittura, e che sulla scrittura aveva costruito la propria reputazione, è una scelta quasi provocatoria. Chi visita la mostra pensando di trovare soltanto un uomo di parole trova, in quella sezione, la prova del contrario.
Biglietti e accesso
Le informazioni che seguono provengono dalla pagina ufficiale del museo consultata l’11 settembre 2026. Le tariffe possono cambiare e vanno sempre riconfermate in biglietteria o sul sito ufficiale prima dell’acquisto.
Tariffe. Il biglietto della sola collezione permanente risulta indicato a 13,00 euro intero e 7,50 euro ridotto. Il biglietto congiunto museo più mostra su Ettore Scola risulta indicato a 19,00 euro intero e 13,00 euro ridotto. Il differenziale fra le due formule, considerando che la mostra occupa un intero piano ed è il motivo per cui molti visitatori arrivano fin qui, rende il congiunto la scelta ragionevole per chiunque non abbia già visto il percorso permanente.
Gratuità e agevolazioni. L’ingresso alla collezione permanente risulta gratuito per i residenti a Roma e nell’area metropolitana, dietro esibizione di un documento, e per i possessori di MIC card. Le riduzioni riguardano fra gli altri i cittadini dell’Unione europea fra i 6 e i 25 anni e gli over 65, gli insegnanti in servizio, i giornalisti, i possessori di MIC card e di Roma Pass nelle formule da 48 e 72 ore. L’ingresso gratuito è previsto per i bambini sotto i 6 anni, per le persone con disabilità con un accompagnatore, per le guide turistiche abilitate dell’Unione europea, per i membri ICOM e ICOMOS e per alcune categorie di studiosi affiliati a istituzioni riconosciute. Le condizioni applicate alla mostra temporanea possono differire da quelle della collezione permanente: è il punto da chiarire in biglietteria.
Audioguida. Risulta disponibile un’audioguida dedicata all’esposizione permanente, in italiano, francese e inglese, al costo di 4,00 euro. Viene consegnata igienizzata, in bustina, con auricolare monouso.
Prenotazioni. La prevendita online avviene tramite Vivaticket ed è la modalità consigliata dal museo. In alternativa si può chiamare il call center 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, oppure acquistare direttamente in biglietteria. I biglietti preacquistati non risultano rimborsabili né modificabili: è un dettaglio da tenere presente, soprattutto negli ultimi giorni di apertura, quando un imprevisto non lascia margini di recupero.
Gruppi. Le prenotazioni per gruppi sono previste da 5 a 25 persone, con prenotazione gratuita a fronte del preacquisto di almeno cinque biglietti.
Orari. Il museo apre da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Il lunedì risulta giorno di chiusura. Per la mostra su Scola valgono gli stessi orari, con chiusura definitiva fissata al 13 settembre 2026.
Indirizzi e contatti. Piazza San Pantaleo 10 e Piazza Navona 2, 00186 Roma. Telefono 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. La pagina ufficiale della mostra si trova sul sito museodiroma.it.
Come arrivare. Palazzo Braschi affaccia su Corso Vittorio Emanuele II, che è l’asse servito dalle principali linee di superficie che attraversano il centro storico da est a ovest. La fermata di riferimento è quella di Corso Vittorio Emanuele all’altezza di Sant’Andrea della Valle, a meno di duecento metri dall’ingresso. Dalla stazione Termini il collegamento diretto è la linea 64, storicamente affollata e altrettanto storicamente frequentata dai borseggiatori: conviene tenere lo zaino davanti. La metropolitana non serve direttamente questa zona; le fermate più vicine restano comunque a una quindicina di minuti a piedi, e in pratica il modo migliore per arrivare qui resta camminare.
La foto giusta da fare a Ettore Scola al Museo di Roma — “Non ci siamo mai lasciati”
Dentro le sale delle mostre temporanee valgono regole specifiche, legate ai diritti sui materiali esposti e alla protezione della carta d’archivio. Su documenti provenienti da un archivio privato e su fotografie di proprietà di terzi il divieto di ripresa è la norma più frequente. La regola pratica è semplice: leggere la segnaletica all’ingresso della sala e, nel dubbio, chiedere al personale prima di tirare fuori il telefono. Il flash, in ogni caso, sulla carta non va usato mai, e nelle sale di solito è vietato a prescindere.
La fotografia che riesce davvero, comunque, non si fa nella sala della mostra: si fa sullo scalone monumentale. È l’ambiente più fotogenico dell’edificio e l’unico dove la luce lavora a favore invece che contro. La prospettiva migliore si ottiene salendo di qualche gradino, girandosi e riprendendo la rampa in diagonale, con le colonne di granito che scandiscono il campo. Con il telefono, conviene evitare il grandangolo spinto, che curva le linee verticali e trasforma le colonne in tronchi inclinati.
Seconda inquadratura utile: il cortile interno. È lo spazio in cui si trova la mappa tattile di orientamento e da cui si coglie l’impianto del palazzo. La luce naturale che entra dall’alto, nelle ore centrali della giornata, produce un contrasto forte fra le parti illuminate e l’ombra dei portici: chi vuole un risultato leggibile deve esporre sulla zona in ombra e accettare che il cielo si bruci, oppure attendere che il sole giri.
Terza inquadratura, quella che poi si guarda con più piacere a distanza di tempo: l’esterno. L’angolo del palazzo verso la piazzetta di Pasquino è il punto in cui l’edificio settecentesco incontra la Roma minuta dei vicoli. La statua parlante più famosa della città si trova proprio lì, all’angolo, con i fogli attaccati sul basamento. La combinazione fra il palazzo papale e il monumento alla satira popolare, a pochi metri di distanza, è una sintesi visiva che per una mostra su un ex vignettista satirico diventato regista risulta più eloquente di qualsiasi didascalia. Chi vuole una sola fotografia da portarsi via, faccia questa.
Quarta possibilità, per chi ha tempo: la facciata su Piazza San Pantaleo nel tardo pomeriggio. In settembre, verso le 18.00, la luce radente prende il fronte dell’edificio da destra e scolpisce i bugnati del piano terra. È l’ora in cui il palazzo somiglia di più a come lo dipingevano i vedutisti le cui opere sono conservate due piani sopra.
Accessibilità
Il Museo di Roma dichiara un livello di accessibilità piuttosto articolato, e vale la pena riportarlo nel dettaglio perché non è scontato in un edificio settecentesco.
Ingressi. Gli accessi disponibili sono due: Piazza San Pantaleo 10 e il varco su Piazza Navona. Avere due ingressi su quote diverse, in un palazzo costruito su un terreno irregolare, è già di per sé un vantaggio pratico per chi si muove in carrozzina.
Disabilità motoria. Il museo mette a disposizione una carrozzina su richiesta. Lungo il percorso espositivo si trovano sedute di riposo. Al piano terra risulta installato un montascale che consente di superare i gradini iniziali, e da lì si raggiunge l’ascensore che serve i tre piani. I servizi igienici accessibili sono presenti su tutti e tre i livelli. Questo significa che il primo piano, dove si tiene la mostra su Scola, risulta raggiungibile senza affrontare lo scalone monumentale.
Persone cieche e ipovedenti. Nel cortile interno si trova una mappa tattile di orientamento. Il museo dichiara la presenza di supporti tiflodidattici e di copie tattili, alcune permanenti e altre fruibili su richiesta, che garantiscono l’accesso tattile alle opere principali del percorso. Sono inoltre previste visite guidate tattili e sensoriali con operatori specializzati: per queste conviene contattare in anticipo il 060608, perché richiedono organizzazione.
Persone sorde. La documentazione del museo indica una postazione dedicata presso l’ingresso. I dettagli pubblicati risultano parziali, quindi per esigenze specifiche il contatto telefonico preventivo resta la strada più sicura.
Tariffe. L’ingresso risulta gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore.
Una nota pratica che nessun sito ufficiale scrive: una mostra costruita su documenti cartacei esposti in teche orizzontali comporta una difficoltà di lettura per chi guarda da seduto, perché l’angolo di visione da una carrozzina su una teca piana è sfavorevole. Chi ha questa esigenza può chiedere al personale di sala; nei musei civici romani il personale è generalmente disponibile ad assistere, e conviene chiedere invece di rinunciare.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il palazzo ha attraversato più di due secoli di vicende romane, e alcune meritano di essere ricordate perché spiegano l’edificio meglio di qualsiasi descrizione architettonica.
La costruzione come atto finale di un’epoca. L’avvio del cantiere sotto Pio VI, alla fine del Settecento, coincide con l’ultima stagione in cui un pontefice poteva permettersi di dotare la propria famiglia di un palazzo nel cuore della città. Pochi anni dopo, l’occupazione francese e la proclamazione della Repubblica Romana travolsero l’ordine su cui quella pratica si reggeva. Il palazzo rimase incompiuto a lungo, e la sua stessa incompiutezza è un documento storico: registra il momento in cui il vecchio sistema si è fermato.
L’arrivo dello Stato italiano. Dopo il 1870 e il passaggio di Roma al Regno d’Italia, l’edificio venne acquisito alla mano pubblica e destinato a funzioni di governo. È la sorte toccata a molti palazzi nobiliari del centro: la nuova amministrazione aveva bisogno di uffici e li trovò negli spazi delle famiglie che avevano perso il potere che li aveva costruiti.
Gli anni del fascismo e la guerra. Nella fase finale del regime il palazzo ospitò la sede della federazione fascista cittadina, e durante l’occupazione tedesca di Roma divenne un luogo temuto dalla popolazione. È la pagina più oscura della storia dell’edificio, quella che nessuna targa in facciata racconta per esteso e che vale la pena tenere presente mentre lo si attraversa. Chi visita una mostra su un autore che ha dedicato Una giornata particolare alla vita quotidiana sotto il regime, all’interno di un edificio che del regime è stato una sede operativa, si trova in una coincidenza che nessuno ha progettato ma che esiste.
Il dopoguerra e le famiglie senza casa. Dopo la Liberazione, con la città piena di sfollati e un patrimonio edilizio devastato, il palazzo venne occupato da famiglie prive di alloggio. Le sale nobili furono suddivise con tramezzi di fortuna e la situazione durò anni. È un capitolo che si racconta poco e che invece dice molto della Roma di quel periodo: la stessa Roma delle baracche che Scola avrebbe messo al centro di Brutti, sporchi e cattivi, la stessa dei caseggiati di Una giornata particolare.
Il trasferimento del museo nel 1952. Dopo lo sgombero e i lavori di risanamento, l’edificio venne destinato a ospitare il Museo di Roma, che dal Pastificio Pantanella a Piazza della Bocca della Verità si trasferì qui. Da quel momento il palazzo ha una funzione stabile, dopo un secolo e mezzo di destinazioni cambiate a ogni svolta politica.
Le lunghe chiusure per restauro. Fra la fine del Novecento e i primi anni Duemila il museo ha attraversato periodi prolungati di chiusura e riaperture parziali legate ai lavori sull’edificio. Per una generazione di romani il Museo di Roma è stato a lungo un museo chiuso, e questo ne ha ridotto la notorietà rispetto ad altre istituzioni civiche.
Il riallestimento del 2017. L’ultima svolta è la riorganizzazione del percorso su criterio tematico invece che cronologico, con circa centoventimila oggetti riordinati fra secondo e terzo piano e il primo piano liberato per le mostre temporanee. Senza quella scelta, una mostra come quella dedicata a Scola non avrebbe avuto uno spazio dedicato di queste dimensioni.
Cosa si trova intorno a piazza Navona
Palazzo Braschi si trova in uno dei punti più densi del centro storico, e una visita al museo può facilmente diventare mezza giornata senza mai prendere un mezzo pubblico.
Piazza Navona si raggiunge in meno di un minuto: il secondo ingresso del museo affaccia proprio lì. La forma allungata della piazza ricalca quella dello stadio di Domiziano, e le case che la delimitano poggiano sulle strutture antiche. Le tre fontane, con la Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini al centro e la chiesa di Sant’Agnese in Agone di Francesco Borromini sul lato, compongono lo scenario più celebre del barocco romano.
Sotto la piazza, lo Stadio di Domiziano è visitabile nei suoi resti sotterranei. È la spiegazione fisica della forma della piazza e una delle visite più istruttive del centro, perché mostra il livello antico su cui poggia tutto il resto.
La statua di Pasquino si trova all’angolo del palazzo, sulla piazzetta omonima. È la più famosa delle statue parlanti di Roma, quelle su cui dal Cinquecento in poi i romani attaccavano biglietti satirici contro il potere. Per una mostra dedicata a un autore che ha iniziato disegnando vignette satiriche, è il vicino più appropriato che si potesse desiderare.
Il Museo Barracco si trova sullo stesso Corso Vittorio, a pochi passi, ospitato nella cosiddetta Farnesina ai Baullari. È un museo piccolo, raramente affollato, dedicato alla scultura antica: egizia, assira, cipriota, greca, romana. Per chi ama i musei di dimensione contenuta, resta una delle soste migliori del centro.
Campo de’ Fiori si raggiunge attraversando Corso Vittorio e infilandosi nei vicoli: cinque minuti scarsi. Il mercato occupa la piazza fino al primo pomeriggio, e la statua di Giordano Bruno al centro segna il punto in cui fu arso nel 1600.
Palazzo Altemps si trova sul lato opposto di Piazza Navona, a nord. Fa parte del Museo Nazionale Romano e conserva collezioni di scultura antica in un allestimento fra i più eleganti della città.
La Chiesa di San Luigi dei Francesi si trova a pochi passi e conserva il ciclo di Caravaggio dedicato a San Matteo. L’ingresso è libero e la visita richiede venti minuti.
Il Pantheon si raggiunge in una decina di minuti a piedi verso est. Da lì, proseguendo, si arriva a Largo Torre Argentina e all’Area Sacra del Campo Marzio, dove si trova anche il santuario dei gatti.
Lungo Corso Vittorio, poco lontano, si incontra anche la Fontana della Terrina, che i romani chiamano la zuppiera per ovvi motivi di forma. È il tipo di dettaglio che si supera cento volte senza notarlo.
Per chi voglia proseguire il filo del cinema di Scola in altre sedi: la Casa del Cinema, dentro Villa Borghese, ha intitolato al regista la propria arena estiva, il Teatro Ettore Scola. È la prova che a Roma il riconoscimento del suo lavoro non è rimasto confinato alle celebrazioni ufficiali.
Sull’altra sponda del Tevere, a venti minuti a piedi attraversando Ponte Sisto, il Museo di Roma in Trastevere è la sede gemella di questo museo e ospita a sua volta un programma fitto di mostre fotografiche. Chi si trova a Roma per due giorni può abbinare le due sedi senza difficoltà.
Chi è passato da Ettore Scola al Museo di Roma — “Non ci siamo mai lasciati”
La domanda, per una mostra, ha due risposte: chi è passato dal palazzo nel corso dei secoli e chi attraversa, per interposta persona, le sale della mostra.
Dal palazzo sono passati papa Pio VI e la famiglia Braschi, per cui l’edificio fu costruito; l’architetto Cosimo Morelli, che ne disegnò l’impianto; i funzionari dello Stato italiano che vi installarono i propri uffici dopo il 1870; i gerarchi che vi ebbero sede nella fase più buia; le famiglie senza casa che vi abitarono nel dopoguerra; Antonio Muñoz e i direttori che hanno guidato il Museo di Roma dalla fondazione a oggi; e, dal 1952 in avanti, generazioni di romani e di visitatori venuti a cercare l’immagine della città com’era.
Dentro la mostra, invece, passano tutti quelli che hanno attraversato la vita di Scola. Federico Fellini, presente non solo con il trench ma con il rapporto lungo una vita, cominciato nella redazione del Marc’Aurelio e chiuso da Scola con il film del 2013. Marcello Mastroianni, l’attore con cui ha lavorato più volte, da Dramma della gelosia a Una giornata particolare a Maccheroni. Sophia Loren, protagonista femminile di Una giornata particolare in un ruolo che ha ribaltato l’immagine pubblica che il cinema le aveva costruito addosso. Nino Manfredi, irriconoscibile sotto il trucco di Brutti, sporchi e cattivi. Vittorio Gassman, presente fin dall’esordio del 1964 e poi in C’eravamo tanto amati e in La terrazza. Stefania Sandrelli. Ruggero Maccari, il co-sceneggiatore con cui ha firmato una quantità impressionante di film. Dino Risi, il regista con cui ha lavorato da sceneggiatore su Il sorpasso. Vittorio De Sica, a cui C’eravamo tanto amati è dedicato.
Nel catalogo pubblicato da Silvana Editoriale compaiono testimonianze di Fanny Ardant, di Giuseppe Tornatore e di Dacia Maraini: tre voci che restituiscono il regista da tre angoli diversi, quello di un’attrice che ha lavorato con lui, quello di un collega della generazione successiva e quello della letteratura.
C’è infine chi passa dalla mostra senza comparire in nessun elenco: i romani che si riconoscono nei personaggi. Il cinema di Scola ha una qualità rara, cioè la capacità di far dire a chi guarda che quella persona sullo schermo la conosce. Le famiglie di La famiglia, i condomini di Una giornata particolare, gli intellettuali di La terrazza, i baraccati di Brutti, sporchi e cattivi: sono tutti ritratti costruiti con una precisione che non lascia scampo. Una mostra al museo civico della città è il luogo in cui questo riconoscimento diventa esplicito.
Domande veloci
La mostra è ancora aperta? No: le date ufficiali andavano dal 2 maggio al 13 settembre 2026 e la mostra è conclusa.
Dove si trova esattamente? Al Museo di Roma, dentro Palazzo Braschi, Piazza San Pantaleo 10, con secondo accesso da Piazza Navona 2, a Roma.
Quali sono gli orari? Da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Il lunedì il museo risulta chiuso.
Quanto costa? Il biglietto congiunto museo più mostra risulta indicato a 19,00 euro intero e 13,00 euro ridotto. Il solo museo risulta a 13,00 euro intero e 7,50 ridotto. Le tariffe vanno confermate in biglietteria.
Chi ha curato la mostra? Silvia Scola e Alessandro Nicosia.
Quanto tempo serve? Circa un’ora e mezza per la sola mostra, considerando la quantità di materiale da leggere. Due ore e mezza per chi si ferma anche sulle proiezioni. Aggiungere almeno un’ora per il percorso permanente del museo.
Che cosa si vede in concreto? Fotografie, manoscritti, sceneggiature originali, appunti personali, articoli di giornali e riviste, vignette, bozzetti di scena, film e oggetti personali, fra cui le sedie da regista, la macchina da scrivere e il trench indossato da Federico Fellini in C’eravamo tanto amati.
Serve prenotare? Non risulta obbligatorio, ma negli ultimi giorni di apertura la prevendita online tramite Vivaticket evita la fila. I biglietti preacquistati non risultano rimborsabili né modificabili.
Si può fotografare dentro la mostra? Nelle sale delle mostre temporanee valgono regole specifiche legate ai diritti sui materiali esposti. Conviene leggere la segnaletica all’ingresso o chiedere al personale. Il flash sulla carta d’archivio va evitato in ogni caso.
È accessibile in carrozzina? Sì. Il museo dichiara due ingressi, un montascale al piano terra, un ascensore che serve i tre piani, servizi igienici accessibili su tutti i livelli, sedute lungo il percorso e una carrozzina disponibile su richiesta. L’ingresso risulta gratuito per le persone con disabilità e un accompagnatore.
È adatta ai bambini? Per i bambini piccoli il percorso, molto basato sulla lettura di documenti, risulta poco coinvolgente. Per ragazzi dai dodici anni in su, e in particolare per chi studia cinema o disegno, la sezione dedicata alle vignette e ai bozzetti funziona bene.
Esiste un catalogo? Sì, pubblicato da Silvana Editoriale, con immagini inedite e testimonianze fra cui quelle di Fanny Ardant, Giuseppe Tornatore e Dacia Maraini.
Come si arriva? A piedi dal centro storico, oppure con le linee di superficie lungo Corso Vittorio Emanuele II, fermata all’altezza di Sant’Andrea della Valle. Dalla stazione Termini il collegamento diretto è la linea 64.
Che cosa resta dopo la chiusura? Il percorso permanente del Museo di Roma, che rimane aperto tutto l’anno, e il catalogo della mostra. I materiali esposti provengono in larga parte dall’archivio della famiglia Scola e vi faranno ritorno.
Domande frequenti su Ettore Scola al Museo di Roma, “Non ci siamo mai lasciati”
Che cos'è la mostra su Ettore Scola al Museo di Roma?
Ettore Scola, “Non ci siamo mai lasciati” è una mostra dedicata al regista romano, allestita al Museo di Roma dentro Palazzo Braschi. Il percorso è costruito soprattutto su materiale d'archivio: manoscritti, sceneggiature originali, appunti personali, articoli e vignette, più le proiezioni dei film, organizzati in tre sezioni biografiche dedicate all'uomo, al cinema e all'eredità di Scola.
Dove si trova esattamente il Museo di Roma?
Il Museo di Roma, sede della mostra su Ettore Scola, si trova dentro Palazzo Braschi, in Piazza San Pantaleo 10, con un secondo accesso da Piazza Navona. Il palazzo fu costruito per volere di papa Pio VI su progetto dell'architetto Cosimo Morelli, ed è l'ultimo grande palazzo di famiglia papale costruito a Roma.
Fino a quando resta aperta la mostra?
La mostra su Ettore Scola al Museo di Roma è rimasta aperta dal 2 maggio fino a domenica 13 settembre 2026, data ufficiale di chiusura indicata dal museo.
Quali sono gli orari di apertura?
Il Museo di Roma, dove si tiene la mostra su Ettore Scola, apre da martedì a domenica dalle 10:00 alle 19:00. Conviene scegliere l'apertura del mattino, soprattutto negli ultimi giorni di programmazione, perché le mostre in chiusura registrano affluenze molto superiori alla media nel weekend finale.
Quanto costa il biglietto?
Per la mostra su Ettore Scola al Museo di Roma, il biglietto della sola collezione permanente risulta indicato a 13,00 euro intero e 7,50 euro ridotto, mentre il biglietto congiunto museo più mostra risulta indicato a 19,00 euro intero. Le tariffe vanno sempre riconfermate in biglietteria o sul sito ufficiale prima dell'acquisto.
Cosa si vede in mostra?
Il percorso della mostra su Ettore Scola segue tre sezioni dichiarate dal museo, da attraversare nell'ordine perché l'impianto è biografico: la prima è dedicata alle origini e alla formazione del regista, con materiale soprattutto fotografico legato agli anni di Trevico e Roma e all'ingresso giovanissimo nella redazione del Marc'Aurelio.
Il Museo di Roma è accessibile alle persone con disabilità?
Il Museo di Roma, dove si tiene la mostra su Ettore Scola, dichiara un livello di accessibilità piuttosto articolato per un edificio settecentesco. Sono disponibili due ingressi su quote diverse del palazzo, quello di Piazza San Pantaleo 10 e quello su Piazza Navona, un vantaggio pratico per chi si muove in carrozzina.
C'è un oggetto particolare da non perdere in mostra?
Sì: nel percorso della mostra su Ettore Scola si trova il trench indossato da Federico Fellini in C'eravamo tanto amati, il film del 1974 in cui Fellini compare nei panni di sé stesso sul set della Fontana di Trevi, mentre gira la scena più celebre de La dolce vita. È l'oggetto di cui si parla di più uscendo dalle sale.
Per organizzare una visita guidata, un servizio di accompagnamento o un itinerario su misura fra i musei civici di Roma conviene rivolgersi a professionisti abilitati: Tour Leader Pro lavora con guide e accompagnatori in tutta Italia. Per costruire il resto del viaggio, dagli spostamenti in città alle giornate fuori Roma, il punto di partenza è ItalyPlanner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più. Come funzionano
Biglietti per concerti e spettacoli
Concerti, teatro e sport a Roma, con posto scelto in anticipo.
Dormire a Roma
Hotel e appartamenti vicino a dove vuoi passare le giornate.
Transfer da e per l’aeroporto
Fiumicino e Ciampino con auto prenotata e prezzo fisso.
