Festival del Cinema di San Lorenzo 2026 — dalle bombe alle stelle
L'edizione 2026 del Festival del Cinema di San Lorenzo si è chiusa il 10 agosto, dopo cinquantaquattro giorni di programmazione cominciati il 18 giugno. Scrivo a distanza di un mese abbondante, con il quartiere che ha ripreso il suo ritmo di settembre e il Parco dei Caduti del 19 Luglio 1943 tornato a essere quello che è per undici mesi l'anno: un pezzo di verde in mezzo alle case, con le panchine, i cani, i ragazzini della Sapienza che ci passano in mezzo per tagliare verso via Tiburtina. Lo schermo non c'è più, le sedie sono state smontate, il banchetto dei libri pure. Resta il nome del parco, che è poi il motivo per cui questo festival si chiama come si chiama e porta quel sottotitolo, «dalle bombe alle stelle», che a leggerlo di sfuggita sembra una trovata di comunicazione e invece è la descrizione letterale di che cosa succede in quel rettangolo di terra.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Metto subito in fila i dati essenziali, perché è la prima cosa che serve a chi arriva qui. Il festival si è tenuto dal 18 giugno al 10 agosto 2026 nel Parco dei Caduti del 19 Luglio 1943, l'ingresso in via Tiburtina Antica 25, nel quartiere San Lorenzo. Ingresso gratuito, tutte le sere. Programmazione mista: proiezioni, musica dal vivo, presentazioni di libri, incontri, dibattiti, mostre. Nessun biglietto, nessuna prenotazione, nessuna fila alla cassa, perché la cassa non esiste. Si entra, si prende una sedia, ci si siede.
Quello che segue è il racconto lungo di questo posto e di questa rassegna: come funziona, da dove viene, che cosa c'entra il 1943 con un festival di cinema, che cosa conviene sapere prima di andarci la prossima estate, e perché secondo me San Lorenzo a giugno vale il viaggio anche per chi a Roma ci abita da vent'anni e crede di avere già visto tutto.
Com'è andata l'edizione 2026
Cinquantaquattro sere di fila sono tante. Per dare la misura: la maggior parte delle arene estive romane apre a fine giugno e chiude ai primi di settembre, ma con una programmazione che salta i lunedì, si ferma a Ferragosto e in certi casi tiene aperto solo il fine settimana. Qui invece il cartellone ha coperto la parte centrale dell'estate senza buchi, dal 18 giugno al 10 agosto, chiudendo prima del grande vuoto ferragostano invece di attraversarlo, che è una scelta sensata per un festival di quartiere: a metà agosto San Lorenzo si svuota, gli studenti sono tornati a casa da un pezzo, i residenti storici sono al mare, e tenere aperto significherebbe proiettare per trenta persone.
La formula del 2026 ha confermato quella degli anni precedenti, e la confermo per come l'ho vista funzionare sul campo: il cinema come spina dorsale, e attorno tutto il resto. Una sera il film, un'altra la presentazione di un libro con l'autore seduto su una sedia di plastica, un'altra ancora un concerto, poi un incontro su un tema che riguarda il quartiere, poi una mostra fotografica appesa alle recinzioni. Non è una rassegna cinematografica pura e non ha mai preteso di esserlo. È più simile a una festa di quartiere che dura due mesi e che usa il cinema come collante, il che spiega perché il pubblico sia così eterogeneo: studenti fuori sede, famiglie con bambini piccoli, anziani del posto che scendono dalle case a ringhiera con la sedia pieghevole da casa, gente arrivata apposta da altri quadranti della città.
Un dettaglio che ho notato e che dice molto sulla natura della cosa: la sera, prima che cominci la proiezione, il parco non si svuota della sua vita normale. I bambini continuano a giocare, i cani continuano a correre, qualcuno continua a fare esercizi nell'area attrezzata. Il festival non recinta, non separa, non impone il silenzio con mezz'ora di anticipo. Si accende lo schermo e chi vuole guarda, chi non vuole continua a fare quello che stava facendo. Questa porosità è esattamente il contrario di come funziona un'arena a pagamento, e secondo me è la ragione principale per cui la formula regge da anni.
Sul piano pratico, l'estate 2026 a Roma è stata calda in modo notevole, con diverse ondate lunghe fra fine giugno e la seconda metà di luglio. Per una rassegna all'aperto questo è un fattore che conta più di quanto si pensi: le serate sotto i trenta gradi a mezzanotte spostano il pubblico, e i parchi alberati come questo hanno un vantaggio enorme rispetto alle arene su asfalto o alle piazze lastricate, perché le chiome rilasciano meno calore e la temperatura percepita alle ventuno e trenta scende di qualche grado rispetto alla strada a venti metri di distanza. Chi ci è stato in luglio se n'è accorto.
L'edizione si è chiusa il 10 agosto senza clamore, com'è nello stile della cosa. Nessuna serata di gala, nessun premio consegnato davanti ai fotografi. Il festival finisce e il parco torna parco.
Che cos'è davvero il Festival del Cinema di San Lorenzo
Conviene chiarire un equivoco che vedo ricorrere spesso. Chi legge «festival del cinema» e «Roma» nella stessa riga pensa all'Auditorium, al tappeto rosso, agli accrediti stampa, alle proiezioni ufficiali con l'ospite internazionale che saluta dal palco. Quella è un'altra cosa, si tiene in autunno e si chiama Festa del Cinema di Roma. Qui siamo agli antipodi: nessun accredito, nessuna giuria di professionisti in sala, nessuna passerella. È una rassegna popolare nel senso originario della parola, cioè fatta dal quartiere per il quartiere, con un occhio a chi arriva da fuori ma senza nessuna intenzione di trasformarsi in un evento cittadino.
La parola che uso io per descriverla è «rito». Un rito estivo, con la sua ripetizione, i suoi orari, le sue abitudini. Chi ci è andato una volta, ci torna. E chi ci torna, a un certo punto smette di guardare il programma prima di uscire di casa: passa, vede che cosa c'è, se gli interessa resta e se non gli interessa fa due passi e va a bere qualcosa in via dei Volsci. L'assenza del biglietto rende possibile questo comportamento, che con un ingresso a pagamento sarebbe economicamente irrazionale. Gratuito non significa soltanto «non costa»: significa che la soglia psicologica per entrare crolla a zero, e quindi la composizione del pubblico cambia radicalmente.
Il sottotitolo «dalle bombe alle stelle» compie il lavoro concettuale della rassegna in cinque parole. Le bombe sono quelle del 19 luglio 1943, che è la data stampata nel nome del parco. Le stelle sono quelle sopra la testa quando si guarda un film all'aperto, e insieme quelle del cinema nel senso divistico del termine. Il salto da una cosa all'altra è la tesi implicita della manifestazione: nello stesso spazio dove sono cadute le bombe, ottant'anni dopo, si guarda il cielo per un motivo completamente diverso. Non è un gioco di parole gratuito, è una posizione. E spiega perché la programmazione non sia mai soltanto cinematografica: se l'idea è che quel luogo abbia una storia da portare, allora servono anche i libri, gli incontri, i dibattiti e le mostre, perché il film da solo non ce la fa a dire tutto.
Vale la pena aggiungere che questa non è l'unica arena gratuita dell'estate romana, e anzi negli ultimi anni l'offerta si è allargata parecchio. Chi cerca proiezioni a costo zero ha trovato nello stesso periodo il cinema sotto le Mura Aureliane, l'arena dentro Villa Ada al Forte Antenne, il grande schermo al Parco degli Acquedotti e il festival all'Idroscalo di Ostia. Ognuna ha il suo carattere. Quella di San Lorenzo si distingue per una cosa specifica: è l'unica che si tiene dentro un memoriale, anche se nessuno chiama così quel parco.
Il parco che porta una data nel nome
Il Parco dei Caduti del 19 Luglio 1943 occupa uno spazio che a prima vista non ha niente di monumentale. Ci sono alberi, prati un po' provati dall'uso intensivo, vialetti, panchine, un'area giochi, attrezzature sportive all'aperto, le recinzioni basse. Somiglia a mille altri giardini pubblici romani di quartiere. Chi ci arriva senza saperlo non capisce che sotto i piedi ha il punto esatto della città dove il Novecento italiano ha cambiato direzione.
Il nome è la sola indicazione, e non è casuale che sia stato scelto quello invece di un nome di persona o di un toponimo. Intitolare un parco a una data significa dire che il fatto conta più di qualsiasi singola biografia, e che il luogo funziona da promemoria collettivo. È una scelta che a Roma non è comunissima: la città è piena di piazze e vie dedicate a santi, re, generali, letterati, ma i toponimi che sono soltanto una data si contano.
L'indirizzo, via Tiburtina Antica 25, dice già qualcosa. La via Tiburtina è la strada consolare che porta a Tivoli, e il tratto «antica» è quello interno al quartiere, parallelo all'asse moderno. Qui passava la tranvia a vapore Roma-Tivoli, attivata nel 1879 con capolinea a Porta San Lorenzo e rimasta in funzione fino al 1934: un mezzo di trasporto che per mezzo secolo ha collegato la periferia orientale della città alla campagna dei Castelli tiburtini, e che ha contribuito a fare di questo pezzo di Roma un luogo di passaggio, di merci e di persone.
Il parco si trova a poca distanza dallo scalo merci di San Lorenzo, attivato nel 1865, cioè prima ancora che il quartiere esistesse, e tuttora in uso. È un dettaglio che va tenuto presente, perché tutta la storia del 1943 ruota attorno a quel fascio di binari. Dall'altra parte, a nord, c'è la Città universitaria della Sapienza; a est, il cimitero monumentale del Verano con la basilica di San Lorenzo fuori le mura; a ovest, le Mura Aureliane all'altezza di Porta Tiburtina. In un raggio di settecento metri dallo schermo del festival ci sono un cimitero monumentale, una basilica paleocristiana, un grande scalo ferroviario, un campus universitario e un tratto di mura del terzo secolo. Pochi posti a Roma concentrano tanta materia diversa in così poco spazio, e questa densità è esattamente ciò che rende il quartiere quello che è.
Aggiungo una cosa che si nota solo andandoci di persona. Il parco è in leggera pendenza e ha una forma irregolare, effetto della ricostruzione postbellica: gli isolati che c'erano prima sono stati rasi al suolo e non tutti sono stati ricostruiti com'erano. Camminarci dentro significa camminare dentro un vuoto urbano che ha una causa precisa, e una volta che lo si sa, la percezione dello spazio cambia. Non è un giardino progettato a tavolino dentro un piano regolatore: è, in buona parte, ciò che è rimasto.
Il 19 luglio 1943, per come è documentato
Racconto questa parte con attenzione, perché è il punto in cui si accumulano più imprecisioni, più retorica e più cifre ballerine. Mi tengo a ciò che le fonti storiche riportano in modo concorde e segnalo dove le stime divergono.
La mattina del 19 luglio 1943 Roma non era ancora stata bombardata. La città viveva in una condizione ambigua: si parlava da mesi della possibilità che venisse dichiarata «città aperta», la propaganda del regime aveva alimentato la convinzione che la presenza del Vaticano e del patrimonio artistico l'avrebbero protetta, e una parte della popolazione ci credeva davvero. Il fronte, però, era arrivato in Sicilia: l'invasione alleata dell'isola era cominciata il 9 luglio, e il nodo ferroviario romano era lo snodo attraverso cui passavano uomini, armi, carburante e rifornimenti diretti al Mezzogiorno.
Gli obiettivi assegnati all'incursione furono gli impianti ferroviari del quadrante orientale della capitale: lo scalo di San Lorenzo, lo scalo Tiburtino, quello Prenestino e le officine collegate. L'attacco fu condotto da formazioni aeree statunitensi inquadrate nelle forze alleate operanti nel Mediterraneo, nell'ambito della campagna aerea a sostegno dello sbarco in Sicilia. L'ora indicata dalle ricostruzioni è le 11.03 del mattino: un orario feriale, in pieno giorno, con la gente in strada, i negozi aperti, i bambini fuori da scuola perché era luglio.
Le bombe non colpirono soltanto i binari. Questo è il punto che va detto con chiarezza e senza giri di parole: la precisione degli strumenti di puntamento dell'epoca, a quelle quote e con quelle formazioni, non consentiva di isolare un fascio di binari dagli isolati residenziali che gli stavano attorno a duecento metri. Il quartiere San Lorenzo, costruito a ridosso dello scalo proprio perché ci abitavano i ferrovieri e gli operai che ci lavoravano, subì le distruzioni più estese. Interi isolati vennero rasi al suolo. Danni gravi interessarono anche i quartieri Tiburtino, Prenestino, Labicano, Casilino, Tuscolano e Nomentano.
Fra gli edifici colpiti o danneggiati ci furono la basilica di San Lorenzo fuori le mura, il cimitero del Verano, il Policlinico Umberto I, la Città universitaria, oltre a scuole, ospedali, conventi e abitazioni civili. La rete idrica e quella elettrica saltarono, il che rese i soccorsi più difficili di quanto già non fossero, e numerosi incendi si svilupparono nelle ore successive.
Sul numero delle vittime le fonti non concordano, e preferisco dirlo esplicitamente invece di dare una cifra secca come se fosse pacifica. Le ricostruzioni più diffuse parlano di alcune migliaia di morti, con un numero sensibilmente inferiore di vittime identificate con nome e cognome, e di svariate migliaia di feriti. La differenza fra il totale stimato e gli identificati dipende da come si conta: sotto le macerie, con l'anagrafe di guerra, con gli sfollati e con i lavoratori pendolari che nel quartiere non risiedevano, un censimento esatto non è mai stato possibile. Chi cita una cifra al singolo morto sta usando una fonte sola e la sta trattando come definitiva.
Nel pomeriggio dello stesso giorno papa Pio XII lasciò il Vaticano e raggiunse San Lorenzo, una delle aree più devastate. Percorse le strade ancora ingombre di macerie, sostò davanti alla basilica e al Verano, benedisse i superstiti, visitò i feriti e dispose la distribuzione immediata di aiuti alla popolazione. È l'episodio più fotografato della giornata e uno dei più riprodotti dell'intera storia romana del Novecento: la tonaca bianca in mezzo alla polvere, le braccia aperte, la folla intorno. A piazzale del Verano c'è un monumento che lo ricorda.
Sei giorni dopo, il 25 luglio, il Gran Consiglio del fascismo sfiduciò Mussolini e il regime cadde. La connessione fra le due date non è una coincidenza narrativa costruita a posteriori: il bombardamento dimostrò nel modo più diretto possibile che il regime non era in grado di difendere nemmeno la propria capitale, e l'effetto sull'opinione pubblica fu devastante. Gli storici collocano il 19 luglio fra i punti di svolta della guerra in Italia non per il danno militare inflitto, che pure ci fu, ma per il crollo psicologico e politico che seguì.
Un ultimo elemento di contesto, perché aiuta a capire il quartiere di oggi. Roma sarebbe stata bombardata di nuovo, il 13 agosto dello stesso anno e poi altre volte nei mesi successivi, fino alla liberazione della città nel giugno del 1944. Ma la data che è rimasta nel nome dei luoghi, nelle canzoni e nella memoria collettiva è la prima. È sempre così: la prima volta che accade una cosa che si riteneva impossibile pesa più di tutte le volte successive messe insieme.
Una curiosità su Festival del Cinema di San Lorenzo 2026 — dalle bombe alle stelle
La curiosità che racconto sempre a chi ci viene per la prima volta riguarda il rapporto fra il titolo della rassegna e una canzone che quasi tutti conoscono senza sapere di conoscerla.
Nel 1982 Francesco De Gregori pubblica l'album Titanic. Dentro c'è un brano intitolato semplicemente San Lorenzo, e il verso che tutti ricordano dice che le bombe cadevano come neve, il diciannove luglio a San Lorenzo. Quella immagine, le bombe che scendono come fiocchi, è probabilmente il modo in cui la maggior parte degli italiani nati dopo la guerra ha incontrato per la prima volta questo fatto storico. Non a scuola, non in un museo: in una canzone.
Ora, il festival non si chiama come la canzone e non la cita mai esplicitamente nel materiale ufficiale. Però «dalle bombe alle stelle» lavora sullo stesso registro: prende un elemento che cade dal cielo e lo sostituisce con un altro elemento che dal cielo guarda giù. La neve di De Gregori e le stelle del festival occupano lo stesso posto nella frase, e fanno lo stesso lavoro di trasformazione. Che sia voluto o no, l'effetto è quello, e una volta che lo si nota non si riesce più a non notarlo.
C'è di più, e qui la curiosità diventa concreta. Il cinema italiano si è occupato di questo quartiere molto prima che qualcuno pensasse di fare un festival dentro il parco. Nel 1963 esce un documentario intitolato San Lorenzo, uomini e case, diretto da Lino Del Fra su un testo di Felice Chilanti: vent'anni esatti dopo il bombardamento, il film denunciava le condizioni in cui il quartiere ancora versava, e prendeva la forma di una lettera aperta indirizzata al ministro dei lavori pubblici. Vent'anni dopo le bombe, le case non erano state ricostruite. Quel documentario esiste, è documentato, e vale la pena saperlo prima di sedersi davanti a uno schermo montato esattamente lì.
E c'è Fellini, che nel suo Roma del 1972 richiama il bombardamento dentro un film che è tutto una divagazione sulla città vissuta negli ultimi anni di guerra e nel dopoguerra. Fellini non fa un documentario e non gli interessa la ricostruzione storica: gli interessa l'effetto che una cosa del genere lascia nella testa di chi c'era. Sono due modi opposti di trattare la stessa materia, e messi uno accanto all'altro dicono già quasi tutto su come il cinema italiano abbia lavorato sulla memoria di quella mattina.
Quindi la curiosità, riassunta: un festival di cinema che si tiene in un parco intitolato a un bombardamento, e su quel bombardamento il cinema italiano ha già girato, almeno due volte in modo diretto e altre di sponda. Il festival non è un'operazione di memoria applicata dall'esterno a un luogo. È l'ultimo anello di una catena lunga sessant'anni.
Una cosa che non ti dice nessuno su Festival del Cinema di San Lorenzo 2026 — dalle bombe alle stelle
Passo alla parte pratica, quella che nei comunicati non compare mai perché non è né promozionale né poetica, ed è invece quello che cambia la serata.
La prima cosa: il parco non ha una capienza teorica dichiarata come un'arena, e quindi il numero di sedie disponibili non corrisponde al numero di persone che possono guardare il film. Nelle serate forti, quelle con un ospite noto o un titolo popolare, le sedie finiscono presto e il resto del pubblico si sistema sul prato, sui muretti, in piedi ai lati. Chi arriva dieci minuti prima dell'inizio non trova posto seduto. Chi arriva quaranta minuti prima lo trova quasi sempre. Non è una questione di prenotazioni, è una questione di orologio.
La seconda cosa, e questa la sanno solo i residenti: l'acustica del parco non è uniforme. Il rettangolo è circondato da edifici su più lati e attraversato dai rumori della Tiburtina, che non dorme mai. Dalla metà anteriore dell'area si sente benissimo; dalla parte posteriore, se passa un mezzo pesante sulla consolare o se un gruppo chiacchiera all'ingresso, si perde qualche battuta di dialogo. Con un film in lingua originale sottotitolato il problema si ridimensiona, con un film italiano parlato fitto no. Questo è il motivo per cui i frequentatori abituali si piazzano nella fascia centrale, né troppo sotto lo schermo né in fondo.
Terza cosa: le zanzare. Lo scrivo senza ironia perché a luglio, in un parco alberato a duecento metri da un fascio di binari e con la temperatura che resta alta fino a notte, sono un fattore reale. Chi ci va abitualmente porta il repellente in tasca come porta il telefono. Chi non lo porta passa la seconda metà del film a grattarsi le caviglie. Non è un dettaglio da niente: è la differenza fra una serata piacevole e una serata che finisce prima.
Quarta, e forse la più importante: il festival convive con il quartiere, e il quartiere ha i suoi orari. San Lorenzo di notte è uno dei poli della vita notturna romana, con una concentrazione di locali che nel raggio di trecento metri dal parco è fra le più alte della città. Questo significa che dalle undici in poi il rumore di fondo cresce, e significa anche che le proiezioni non possono protrarsi all'infinito. Le serate che cominciano tardi finiscono tardi, e il rientro attraversa strade piene di gente. Per alcuni è un valore aggiunto, per altri è esattamente il motivo per cui preferiscono le arene dei quartieri residenziali. Sapere in anticipo in che situazione ci si mette evita delusioni.
Quinta: non tutte le sere sono cinema. Il cartellone mescola, e questo è dichiarato, ma chi arriva convinto di trovare un film e trova una presentazione di libro con dibattito può restarci male. Un'occhiata al programma del giorno prima di uscire risolve, e costa trenta secondi.
Come ci si arriva, e come funziona la serata
Via Tiburtina Antica 25 è un indirizzo che il navigatore trova senza problemi, ma il modo migliore per arrivarci non è l'automobile. Lo dico subito e senza mezzi termini: parcheggiare a San Lorenzo la sera d'estate è fra le imprese più frustranti che Roma offra. Le strade sono strette, l'impianto urbanistico è quello di fine Ottocento pensato per i carri, i residenti occupano ogni centimetro disponibile e nelle sere di maggiore affluenza il quartiere è saturo. Chi arriva in macchina passa mediamente venti minuti a girare e finisce parcheggiato molto più lontano di quanto avrebbe fatto camminando dalla stazione.
Il mezzo giusto è il tram, oppure i piedi. La stazione Termini è a una ventina di minuti a piedi attraversando Porta Tiburtina e infilandosi nel quartiere, che di sera è un percorso vivo e frequentato. Dalla stazione Tiburtina la distanza è simile dall'altro lato. I tram che servono la zona scaricano lungo l'asse di viale dello Scalo San Lorenzo e nei dintorni del Verano, e da lì si entra nel quartiere a piedi in pochi minuti. Chi viene dal centro può anche valutare la bicicletta: il dislivello è minimo, il percorso lungo le mura è piatto, e trovare dove legarla non è un problema.
Sull'orario. Le proiezioni all'aperto a Roma d'estate non possono cominciare prima che faccia buio davvero, e a giugno il crepuscolo civile finisce dopo le nove e mezza di sera. A luglio la situazione è simile, ad agosto il buio arriva un po' prima. Questo significa che la parte cinematografica della serata comincia tardi rispetto alle abitudini di chi ha bambini piccoli o deve alzarsi presto. Le attività non cinematografiche, invece, si collocano spesso prima, nella fascia in cui c'è ancora luce: incontri, presentazioni, musica. Chi vuole una serata completa arriva verso le otto e mezza e resta fino alla fine; chi vuole solo il film può presentarsi verso le nove e un quarto.
Sul cibo: il festival ha una sua dimensione conviviale, ma San Lorenzo attorno offre talmente tanto che secondo me conviene sfruttare il quartiere. Nel raggio di duecento metri ci sono pizzerie al taglio, trattorie storiche, birrerie, forni. Mangiare prima e arrivare al parco con lo stomaco pieno e una bottiglia d'acqua è la strategia che funziona meglio, anche perché una volta seduti alzarsi e riattraversare la platea per andare a prendere qualcosa è scomodo per tutti.
Sull'accessibilità: il parco è pianeggiante nella sua parte centrale e gli accessi sono a raso, quindi arrivare con una carrozzina o con un passeggino è possibile. I vialetti però sono in terra battuta e in alcune zone il fondo è irregolare, soprattutto dopo un temporale. Chi ha esigenze specifiche fa bene a puntare alle prime file laterali, dove il terreno è più compatto e non serve attraversare il prato.
Il consiglio che ti do per visitare Festival del Cinema di San Lorenzo 2026 — dalle bombe alle stelle
Il consiglio è uno solo e non riguarda il film. Riguarda l'ora prima del film.
Arrivate a San Lorenzo con novanta minuti di anticipo e fate a piedi un giro che dura quaranta minuti. Non è un itinerario turistico e non troverete cartelli: è il modo per far sì che quello che vedrete dopo, seduti davanti allo schermo, abbia un peso diverso.
Partite da Porta Tiburtina, sulle Mura Aureliane. È una delle porte meglio conservate del circuito e ha una particolarità che quasi nessuno guarda: è costruita sopra un arco più antico, di età augustea, che serviva a far passare tre acquedotti. Quando Aureliano fece costruire le mura nel terzo secolo, l'arco venne inglobato e trasformato in porta. Sotto ci passate in due secondi, ma se alzate gli occhi vedete due epoche impilate una sull'altra.
Poi entrate nel quartiere e camminate lungo via dei Volsci, via degli Ausoni, via dei Sabelli, via dei Marsi. I nomi delle strade sono tutti popoli italici antichi: fu una delibera comunale del 1887 a stabilire questa toponomastica, e la scelta racconta la mentalità della Roma postunitaria, che intitolava le strade dei quartieri operai ai popoli che Roma aveva sottomesso. Guardate gli edifici: molti sono case a ringhiera, con il ballatoio che corre lungo il cortile interno e le porte degli appartamenti che ci si affacciano sopra. È la tipologia edilizia degli alloggi costruiti fra il 1884 e il 1888 per i ferrovieri dello scalo, per gli operai e gli artigiani che arrivavano a Roma dalle regioni vicine. Il quartiere nasce così, e la sua natura popolare non è un'etichetta romantica: è una conseguenza urbanistica.
Fermatevi davanti al Pastificio Cerere, in via degli Ausoni. È un edificio industriale dei primi del Novecento, uno dei pochi rimasti, e oggi ospita un centro di arte contemporanea. Alla fine degli anni settanta i suoi spazi vennero occupati dagli studi di un gruppo di artisti che la critica avrebbe poi chiamato Scuola di San Lorenzo: fra loro Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella e Marco Tirelli. Che un pastificio dismesso diventi il centro di una stagione della pittura italiana è una di quelle cose che succedono solo nei quartieri dove gli affitti sono bassi e i soffitti sono alti.
Arrivate fino a piazzale del Verano e guardate la facciata della basilica di San Lorenzo fuori le mura. È una chiesa del quarto secolo, basilica papale, nata dalla fusione di due edifici di epoche diverse e rimaneggiata pesantemente sotto Onorio III nel tredicesimo secolo. Il 19 luglio 1943 fu colpita. La ricostruzione è avvenuta dopo la guerra, e se sapete dove guardare si distingue il lavoro nuovo da quello antico. Sullo stesso piazzale c'è il monumento a Pio XII, nel punto in cui arrivò quel pomeriggio.
Poi tornate indietro verso il parco, e sedetevi. Quaranta minuti di cammino vi avranno raccontato un quartiere nato attorno a uno scalo merci, popolato da ferrovieri, distrutto in un'ora una mattina di luglio, ricostruito male e in ritardo, diventato poi il quartiere degli artisti e degli studenti. Il film che vedrete dopo sarà lo stesso film, ma voi sarete diversi.
Se dovessi aggiungere un secondo consiglio, più prosaico, è questo: portate una felpa leggera anche a luglio. Roma di notte, in un parco alberato, verso l'una perde parecchi gradi rispetto alle undici, e restare fermi seduti due ore raffredda più di quanto ci si aspetti.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che San Lorenzo fu bombardato. Quasi nessuno si sofferma su che cosa accadde nei vent'anni successivi, ed è lì che secondo me c'è la parte più istruttiva della storia.
La ricostruzione fu lenta, parziale e diseguale. Il documentario del 1963 di cui ho scritto sopra esiste proprio perché, due decenni dopo, il quartiere si trovava ancora in condizioni che meritavano una denuncia pubblica indirizzata a un ministro. Non si trattava solo di edifici mancanti: si trattava di famiglie che avevano continuato a vivere in sistemazioni provvisorie, di isolati mai ricomposti, di un tessuto sociale che era stato colpito e non era stato ricucito.
Questo spiega una cosa che altrimenti risulta incomprensibile a chi passa da San Lorenzo oggi e lo trova pieno di locali, murales e studenti: la reputazione «militante» del quartiere, la sua tradizione di conflitto sociale e di autorganizzazione, non nasce dal nulla né da una moda. Nasce da una comunità operaia che ha dovuto arrangiarsi per decenni, e che ha imparato a fare da sé quello che le istituzioni non facevano. Le esperienze di autogestione, i centri sociali, gli spazi occupati e poi restituiti a un uso pubblico sono la coda lunga di quella vicenda.
L'esempio più evidente è il Cinema Palazzo, in piazza dei Sanniti. Era una vecchia sala storica del quartiere, in disuso da molto tempo. Nel 2011, quando si diffuse la notizia che l'immobile sarebbe stato trasformato in una sala da gioco, un gruppo di lavoratori dello spettacolo e di abitanti occupò l'edificio e lo aprì a una programmazione culturale autogestita. La vicenda si è trascinata per anni fra iniziative, sgomberi e trattative, ed è diventata uno dei casi più discussi di conflitto fra destinazione commerciale e uso culturale di uno spazio urbano in Italia. Al di là di come la si pensi, la dinamica è chiara: in questo quartiere, quando un luogo di cinema rischia di sparire, qualcuno si mette di traverso.
Mettete insieme le due cose. Un parco che porta la data del bombardamento, e un quartiere che da ottant'anni ha l'abitudine di prendersi cura da solo dei propri spazi collettivi. Un festival di cinema gratuito dentro quel parco non è una scelta di marketing territoriale: è la cosa più coerente che potesse succedere lì.
C'è un secondo elemento poco citato, e riguarda l'università. La Città universitaria fu costruita a partire dal 1933 su progetto coordinato da Marcello Piacentini, su un'area di circa venti ettari, ed è uno spazio volutamente separato dal resto del quartiere: muro di cinta, ingressi controllati, un impianto monumentale che guarda dentro se stesso. Per decenni la Sapienza e San Lorenzo sono stati vicini di casa che non si parlavano. Poi, dagli anni ottanta, la gentrificazione ha sostituito progressivamente gli abitanti originari con gli studenti, e l'università ha spostato dipartimenti e istituti dentro il quartiere: la facoltà di Psicologia occupa l'area dove sorgeva la birreria Wuhrer, e i locali dell'ex vetreria Sciarra ospitano strutture accademiche. Il muro, di fatto, si è aperto. Chi guarda un film nel parco a giugno è seduto in mezzo a questa trasformazione, e il pubblico misto delle serate ne è la fotografia più diretta.
La foto giusta da fare a Festival del Cinema di San Lorenzo 2026 — dalle bombe alle stelle
La foto che fanno tutti è quella dello schermo acceso con la sagoma degli alberi intorno, presa dal fondo del parco. Viene sempre uguale, viene sempre scura, e in un anno di archivio fotografico non se ne distingue una dall'altra. Ne propongo tre alternative, in ordine di difficoltà.
La prima, e per me la migliore, va fatta prima che cominci la proiezione, nella mezz'ora di luce blu che segue il tramonto. Lo schermo è già montato e bianco, ancora spento o con il logo fisso, le sedie sono disposte e mezze vuote, e il cielo ha quel colore profondo che le macchine fotografiche rendono benissimo e gli occhi quasi non registrano. Mettetevi di lato, non frontali, in modo che lo schermo sia un rettangolo obliquo e non un blocco piatto, e includete nell'inquadratura almeno una parte degli edifici del quartiere che si affacciano sul parco, con le finestre illuminate. Quella foto racconta tutto: il rettangolo bianco dell'immaginario, le sedie dell'attesa, le case di chi ci abita. Con un telefono moderno viene senza bisogno di treppiede, a patto di appoggiare i gomiti da qualche parte.
La seconda è un ritratto di pubblico, e va fatta a proiezione iniziata, di schiena. Vi mettete in fondo, basso, quasi all'altezza delle teste, e fotografate la platea controluce con lo schermo che fa da unica sorgente. Vengono fuori le silhouette, i profili, la geometria irregolare delle sedie e delle persone sedute per terra. È la foto più difficile perché richiede di esporre per le luci alte e accettare che tutto il resto diventi nero, ma quando riesce è quella che dice davvero che cosa significa guardare un film insieme ad altre duecento persone all'aperto.
La terza non si fa dentro il parco. Si fa sulla targa. Il nome del parco, con la data, scritto nero su bianco o inciso, fotografato da vicino con lo sfondo sfocato dove si intravede lo schermo o il pubblico. È la foto concettuale, quella che mette in una sola inquadratura il 1943 e la sera di oggi, ed è anche l'unica che, pubblicata senza didascalia, costringe chi la guarda a fermarsi un secondo e a leggere.
Due avvertenze pratiche. La prima riguarda il buonsenso: durante la proiezione il flash è da escludere, e anche lo schermo acceso del telefono in mezzo alla platea dà fastidio a chi ha dietro. Se dovete scattare, fatelo dai bordi e abbassate la luminosità. La seconda riguarda le persone: in un parco pubblico con bambini che giocano, fotografare volti riconoscibili senza chiedere non è una buona idea né dal punto di vista della cortesia né da quello della privacy. Le silhouette controluce risolvono il problema alla radice, ed è un altro buon motivo per preferirle.
Se poi volete la foto del quartiere e non del festival, il posto giusto è piazzale del Verano al tramonto, con la facciata della basilica che prende la luce radente da ovest. È a cinque minuti a piedi dal parco e nessuno ci va, perché tutti pensano che un cimitero non sia un soggetto. Sbagliano.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Provo a mettere in fila, in ordine cronologico, i fatti documentati che riguardano questo pezzo di città. Non è un elenco esaustivo, ma dà la misura della stratificazione.
Prima che il quartiere esistesse, qui c'era campagna. Fuori dalle Mura Aureliane, lungo la via Tiburtina, si estendeva un paesaggio agricolo interrotto soltanto da due presenze: la basilica di San Lorenzo, di origine paleocristiana, e il primo nucleo del cimitero del Verano. Una chiesa e un camposanto in mezzo alle vigne: questo era il posto fino alla metà dell'Ottocento.
Nel 1865 viene attivato lo scalo merci di San Lorenzo. È la data zero del quartiere moderno, anche se il quartiere ancora non c'è: prima arriva l'infrastruttura, poi arrivano le case per chi ci lavora. Nel 1879 entra in funzione la tranvia a vapore Roma-Tivoli lungo la via Tiburtina, con capolinea a Porta San Lorenzo; resterà in servizio fino al 1934.
Fra il 1884 e il 1888 vengono costruiti gli alloggi per i ferrovieri dello scalo, gli operai e gli artigiani che arrivano a Roma dai paesi e dalle regioni limitrofe. È il momento in cui nasce la natura popolare del quartiere e la tipologia edilizia della casa a ringhiera. Nel 1887 una delibera comunale fissa la toponomastica con i nomi dei popoli italici: è il primo documento pubblico che richiama il quartiere San Lorenzo per nome.
A cavallo fra Otto e Novecento si insediano le attività industriali che ancora oggi segnano il paesaggio urbano: il Pastificio Cerere, la birreria Wuhrer, la vetreria Sciarra. Nella zona di via dei Volsci si concentrano i laboratori di marmi e lapidi legati al Verano, un'attività artigianale che resiste tuttora e che ha persino un suo lessico: i marmisti locali chiamano «torrone» un tipo di pietra per la somiglianza con il dolce, e «gufetto» o «tufetto» un altro più morbido e di colore tendente al bruno.
Dal 1933 comincia la costruzione della Città universitaria su progetto coordinato da Marcello Piacentini, su circa venti ettari a nord del quartiere, e nella stessa area sorge l'edificio del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Roma trasferisce qui la sua università, e il quartiere operaio si trova d'un tratto con un campus monumentale attaccato al fianco.
Il 19 luglio 1943 arriva il bombardamento. Alle 11.03 del mattino le formazioni aeree statunitensi colpiscono gli scali ferroviari orientali e con essi il quartiere che li circonda. Interi isolati rasi al suolo, la basilica colpita, il Verano colpito, il Policlinico e la Città universitaria danneggiati, migliaia di vittime secondo stime che variano a seconda delle fonti. Nel pomeriggio Pio XII arriva in mezzo alle macerie. Il 25 luglio, sei giorni dopo, cade il fascismo.
Nel dopoguerra comincia una ricostruzione lunga e incompleta. Nel 1963 il documentario San Lorenzo, uomini e case denuncia che a vent'anni di distanza i conti non tornano. Il quartiere resta popolare, operaio, povero e politicamente caldo per tutti gli anni sessanta e settanta.
Alla fine degli anni settanta il Pastificio Cerere dismesso diventa la sede degli studi di un gruppo di artisti che verrà chiamato Scuola di San Lorenzo. È il primo segnale di una trasformazione che negli anni ottanta accelera: la gentrificazione sostituisce progressivamente gli abitanti storici con studenti, artisti, artigiani, scrittori, attori, registi. San Lorenzo diventa il principale quartiere universitario di Roma.
Nel 2011 l'occupazione del Cinema Palazzo in piazza dei Sanniti, contro la trasformazione della vecchia sala in una sala da gioco, riapre il tema di chi decide che cosa si fa degli spazi collettivi di un quartiere. La vicenda diventa un caso nazionale.
E arriviamo a oggi, con un parco intitolato alla data del bombardamento che ogni estate ospita un festival di cinema gratuito. Se qualcuno lo avesse raccontato nel luglio del 1943 a chi scavava fra le macerie, sarebbe sembrata una battuta di pessimo gusto. Ottant'anni dopo è semplicemente quello che succede lì ogni sera da metà giugno.
Chi è passato da Festival del Cinema di San Lorenzo 2026 — dalle bombe alle stelle
Sul programma nominativo delle singole serate non faccio l'elenco, per una ragione semplice: i cartelloni di quartiere cambiano, si aggiustano in corsa, e riportare nomi senza averli sotto gli occhi è il modo migliore per scrivere una cosa falsa. Quello che posso fare, e che secondo me interessa di più, è raccontare chi è passato da questo luogo nel senso largo del termine.
Da qui è passato Pio XII, il pomeriggio del 19 luglio 1943, in mezzo alle macerie ancora fumanti, e quelle fotografie sono diventate una delle immagini più riprodotte del Novecento italiano. Il monumento a piazzale del Verano lo ricorda.
Da qui sono passati i ferrovieri e gli operai dello scalo, che questo quartiere lo hanno letteralmente abitato per primi, fra il 1884 e il 1888, e la cui presenza si legge ancora nella forma delle case a ringhiera e nei cortili interni.
Da qui sono passati i marmisti del Verano, generazioni di artigiani con i laboratori lungo via dei Volsci, che hanno scolpito una parte consistente delle lapidi del cimitero monumentale più importante di Roma e che hanno sviluppato un vocabolario tutto loro per le pietre che lavorano.
Da qui è passato Marcello Piacentini, con il cantiere della Città universitaria aperto dal 1933, e con lui l'idea fascista di come dovesse essere un campus: monumentale, chiuso, autosufficiente, girato di spalle al quartiere popolare che aveva accanto.
Da qui sono passati Lino Del Fra e Felice Chilanti nel 1963, con una macchina da presa e un testo che chiedeva conto a un ministro di come mai, vent'anni dopo, la gente vivesse ancora così.
Da qui è passato Federico Fellini, almeno con la memoria, quando nel 1972 ha inserito il bombardamento dentro il suo film su Roma.
Da qui è passato Francesco De Gregori, nel 1982, con quattro versi che hanno fatto per la memoria collettiva più di molti convegni, e che ancora oggi sono la prima cosa che viene in mente a moltissimi italiani quando sentono il nome di questo quartiere.
Da qui sono passati Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella e Marco Tirelli, che hanno trasformato un pastificio dismesso nel centro di una stagione della pittura italiana.
Da qui è passato, nel 2003, un documentario dedicato ai sopravvissuti del bombardamento, realizzato da Pino Nazio e presentato in occasione del sessantesimo anniversario, con le testimonianze dirette di chi quella mattina c'era.
E da qui passano, ogni sera d'estate, qualche centinaio di persone che non hanno pagato un biglietto e che in gran parte non sanno niente di tutto questo. Va benissimo così. Un luogo di memoria che funziona non è quello che obbliga a ricordare: è quello in cui la gente continua a vivere, e dove la memoria è disponibile per chi la cerca.
Il quartiere intorno, prima e dopo la proiezione
San Lorenzo non è un quartiere da visitare nel senso turistico. Non ha un museo di richiamo, non ha una vista panoramica, non ha una piazza da cartolina. Ha una densità di vita che negli ultimi trent'anni si è concentrata sulla notte e sul consumo, il che gli ha portato tanto pubblico e anche parecchi problemi.
Quello che si trova, camminando, è un impianto urbano molto riconoscibile: strade dritte a scacchiera, isolati compatti, edifici di quattro o cinque piani, cortili interni, portoni aperti, un numero di locali per metro quadro che a Roma trova pochi confronti. I muri sono coperti di murales e di scritte, in una stratificazione continua che cambia di mese in mese. Ci sono librerie indipendenti, fumetterie, botteghe di artigiani sopravvissute alla trasformazione, pizzerie al taglio storiche, trattorie che lavorano da tre generazioni e nuovi locali aperti l'anno scorso.
Due indicazioni di metodo, per chi ci va la sera del festival. La prima: arrivate presto e cenate nel quartiere, perché l'offerta è ampia e il rapporto qualità prezzo è ancora buono, cosa sempre più rara dentro il Grande Raccordo. La seconda: dopo la proiezione, invece di prendere subito il mezzo, fate dieci minuti a piedi senza direzione. Le vie interne di sera, con le finestre aperte e la gente ai tavolini, sono la cosa più vicina a una piazza di paese che Roma offra a due passi dalla stazione Termini.
Chi vuole allungare la visita ha, nel raggio di poco, alcune presenze notevoli. Il cimitero del Verano è un museo a cielo aperto di scultura funeraria otto e novecentesca, e la maggior parte dei romani non ci è mai entrata se non per un funerale: è un errore, perché la qualità di certi monumenti è altissima. La basilica di San Lorenzo fuori le mura è una delle sette chiese del pellegrinaggio romano e ha un interno che, nonostante i rimaneggiamenti e la ricostruzione postbellica, conserva elementi cosmateschi di grande valore. Il campus della Sapienza è visitabile negli orari di apertura e ospita, fra l'altro, alcune raccolte museali universitarie poco frequentate ma interessanti, dalla gipsoteca al museo di antropologia fino al laboratorio d'arte contemporanea.
Una nota sulla sicurezza, perché qualcuno me la chiede sempre. San Lorenzo di notte è affollato e vivo, e l'affollamento in sé è la migliore forma di sicurezza urbana che esista. Detto questo, è un quartiere della movida con tutto ciò che ne consegue: rumore, gente che ha bevuto, qualche episodio di microcriminalità nelle strade meno frequentate. Le regole sono quelle di qualsiasi grande città: strade principali, borsa davanti, telefono in tasca e non in mano mentre si cammina distratti. Nulla di eccezionale, nulla di allarmante.
Perché una rassegna gratuita in un parco conta più di quanto sembri
Faccio una considerazione più generale, perché riguarda tutta l'estate romana e non solo questo festival.
Roma ha, da oltre quarant'anni, una tradizione di programmazione estiva diffusa che nasce da un'idea precisa: usare gli spazi pubblici della città nei mesi in cui il chiuso è invivibile, e portare la cultura dove la gente abita invece di concentrarla nel centro storico. Quell'idea ha avuto stagioni ottime e stagioni pessime, si è burocratizzata, si è ripresa, ha cambiato nome e forma più volte. Ma il principio resta, e i festival di quartiere gratuiti ne sono l'espressione più fedele.
La differenza fra una rassegna gratuita in un parco e un'arena a pagamento non è soltanto economica. È antropologica. In un'arena a pagamento il pubblico è selezionato due volte: dal prezzo e dalla decisione preventiva di andarci. In un parco aperto il pubblico si forma sul posto, per prossimità e per curiosità, e comprende sistematicamente persone che non avrebbero mai comprato quel biglietto. Sono proprio quelle persone il motivo per cui vale la pena fare una cosa del genere con i soldi pubblici. Un festival che porta al cinema chi al cinema non va più da anni fa un lavoro che nessuna sala commerciale può fare.
C'è poi la questione del luogo. Non tutti i parchi sono uguali: proiettare dentro il Parco dei Caduti del 19 Luglio 1943 significa aggiungere al film uno strato di significato che in un'altra arena non ci sarebbe. Vale anche al contrario, per rassegne come quella che lavora su memoria e diritti fra Garbatella e Ostiense o come l'arena dell'Esquilino, che è dentro il giardino di una delle piazze più multietniche d'Italia. Il contesto lavora sempre, che lo si voglia o no. Qui lavora in modo particolarmente forte.
Infine, un punto sulla continuità. Le rassegne di quartiere vivono di finanziamenti annuali, bandi, contributi, autofinanziamento e volontariato. Non hanno mai la certezza dell'anno dopo. Il fatto che una manifestazione come questa sia arrivata a coprire cinquantaquattro serate consecutive dice che dietro c'è una struttura organizzativa solida e un radicamento reale. Ma non è una garanzia. Il modo migliore per contribuire a che una cosa del genere continui a esistere è semplicemente andarci, perché i numeri di presenza sono l'unico argomento che conta davvero quando si discute di rinnovare un sostegno.
Domande che mi fanno sempre
Si paga qualcosa?
No. L'ingresso è stato gratuito per tutte le serate, dal 18 giugno al 10 agosto 2026. Nessun biglietto, nessuna tessera, nessun contributo obbligatorio all'ingresso.
Serve prenotare?
No, e non esiste un sistema di prenotazione. Il posto a sedere si conquista con l'anticipo: chi arriva mezz'ora prima nelle serate normali trova posto senza difficoltà, chi arriva all'ultimo nelle serate affollate resta in piedi o sul prato.
A che ora cominciano le proiezioni?
Dopo il tramonto, che a Roma fra giugno e luglio significa dalle nove e mezza in poi. Le attività non cinematografiche, quando ci sono, si collocano spesso prima, nella fascia ancora illuminata.
Si può portare da mangiare?
È un parco pubblico, quindi sì, con il buonsenso che si applica a qualsiasi spazio condiviso: niente vetro sparso, niente rifiuti lasciati sul prato, niente cene rumorose durante la proiezione. Il quartiere intorno offre comunque talmente tante possibilità che cenare prima resta la soluzione più comoda.
Si può venire con i bambini?
Sì, e ci vengono. Il parco ha un'area giochi e nella fascia di luce, prima della proiezione, è pieno di famiglie. L'unico limite è l'orario: se la proiezione comincia alle ventuno e trenta e dura due ore, si torna a casa a mezzanotte passata, che per un bambino piccolo è tanto. Molti genitori arrivano presto, passano la serata nel parco e vanno via quando comincia il film.
Si può venire con il cane?
Il parco è frequentato da cani e dai loro accompagnatori tutto l'anno. Durante le proiezioni vale il buonsenso: un cane tranquillo seduto accanto non disturba nessuno, un cane che abbaia sì. Guinzaglio e attenzione agli altri risolvono quasi tutto.
Che succede se piove?
Lo spazio è all'aperto e non coperto, quindi un temporale serale può far saltare la serata. A Roma in luglio i temporali sono rari ma violenti e si concentrano nel tardo pomeriggio. Nelle serate incerte conviene controllare i canali dell'organizzazione nel pomeriggio.
È accessibile con carrozzina o passeggino?
Gli accessi sono a raso e la parte centrale è pianeggiante, quindi sì. I vialetti sono però in terra battuta e dopo la pioggia il fondo peggiora: meglio puntare alle prime file laterali, dove il terreno è più compatto.
Conviene andarci in macchina?
No. San Lorenzo è uno dei quartieri romani dove parcheggiare la sera è più difficile, e d'estate la situazione peggiora. Tram, bici o venti minuti a piedi da Termini o da Tiburtina sono soluzioni migliori sotto ogni aspetto.
I film sono in italiano o in lingua originale?
Dipende dalla serata e dal titolo. Una rassegna di quartiere lavora con quello che riesce a ottenere, e il mix cambia. La differenza pratica, in un parco con un rumore di fondo non trascurabile, è che un film sottotitolato si segue meglio di un film italiano parlato velocemente.
Ci sono bagni?
Nelle serate di programmazione l'organizzazione predispone servizi mobili, ma la dotazione è quella di un parco pubblico e non quella di una struttura teatrale. Nel dubbio, conviene approfittare dei locali del quartiere prima di sedersi.
Che cosa aspettarsi dalla prossima estate
L'edizione 2026 è finita il 10 agosto e, nel momento in cui scrivo, non esiste ancora nulla di ufficiale sulla successiva. È normale: rassegne di questo tipo definiscono il cartellone in primavera e comunicano le date fra maggio e giugno, quando i contributi sono confermati e le autorizzazioni per l'uso dello spazio pubblico concesse.
Detto questo, la regolarità degli ultimi anni permette qualche previsione ragionevole. La finestra temporale si è consolidata sulla seconda metà di giugno come apertura e sui primi dieci giorni di agosto come chiusura, con la sospensione ferragostana come confine naturale. La gratuità è un elemento identitario e non una politica commerciale rivedibile: è il cuore del progetto e non lo tocca nessuno. La formula mista, con cinema, musica, libri, incontri, dibattiti e mostre, funziona e non c'è motivo perché venga stravolta. Il luogo resterà quello, perché il festival esiste in funzione di quel parco e non viceversa.
Quello che conviene tenere d'occhio, per chi vuole andarci nel 2027, è il momento in cui esce il programma. Alcune serate si riempiono molto più di altre, e sapere in anticipo quali sono permette di organizzarsi con l'anticipo giusto. In generale, le serate con ospite o con un titolo popolare vanno affrontate con quaranta minuti di margine; le serate ordinarie infrasettimanali sono tranquille anche arrivando un quarto d'ora prima.
Un ultimo suggerimento a chi legge da fuori Roma. Se state pianificando un viaggio estivo nella capitale, mettete in conto che l'offerta all'aperto fra metà giugno e inizio settembre è enormemente più ricca di quella invernale, e che una parte consistente di questa offerta non costa niente. Le arene di quartiere come questa, le rassegne nei parchi, i concerti nei cortili e le proiezioni sotto i monumenti compongono un calendario che nessun'altra grande città europea ha nella stessa densità. Il turista medio non lo sa e passa le sere a cercare un ristorante vicino al Colosseo. Chi lo sa, alle nove e mezza di sera si siede in un parco con duecento persone del quartiere e guarda un film gratis sotto le stelle.
Il Festival del Cinema di San Lorenzo è uno dei posti dove questa Roma si vede meglio che altrove, per una ragione che ho provato a spiegare in tutto quello che ho scritto fin qui: perché sotto le sedie c'è una storia pesante, e la leggerezza di una serata d'estate lì sopra non la cancella. Le due cose convivono, e stare seduti nel punto in cui convivono è un'esperienza che un'arena qualunque non può dare.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P.
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