Teatro Ostia Antica Festival 2026 — il senso del passato tra le rovine

La seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival si è chiusa il 18 luglio 2026, e a distanza di qualche settimana posso dire che è stata la cosa più riuscita dell'estate teatrale romana all'aperto. Dal 25 giugno al 18 luglio il Teatro Romano di Ostia Antica, dentro il parco archeologico, ha ospitato otto serate su quattro titoli: Le Baccanti di Euripide nella regia di Theodoros Terzopoulos, la Lysistrata di Aristofane firmata da Asterios Peltekis in prima nazionale, Requiem(s) del coreografo Angelin Preljocaj e l'Alcesti di Euripide diretta da Filippo Dini. Titolo complessivo della rassegna: Il senso del passato. Produzione e direzione artistica della Fondazione Teatro di Roma, con il sostegno della Regione Lazio, la collaborazione di Roma Capitale, del Ministero della Cultura e del Parco archeologico di Ostia antica.

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Scrivo adesso, a settembre, con il vantaggio di guardarmi indietro. Il festival è finito, i praticabili sono stati smontati, la cavea è tornata a essere quello che è per undici mesi l'anno: un monumento che si visita di giorno, con il biglietto del parco, in mezzo a un sito archeologico che resta uno dei due o tre più importanti del Mediterraneo. Quindi questa pagina fa due cose insieme. Racconta com'è andata l'edizione 2026, perché serve a capire che tipo di appuntamento sia e se valga la pena segnarselo per la prossima estate; e racconta il luogo, che si può visitare oggi, domani, in un pomeriggio di ottobre, senza aspettare il festival.

Parto da un dato che spiega perché il Teatro di Roma abbia insistito. La prima edizione, quella del 2025, aveva chiuso con undicimila presenze complessive e un tasso di occupazione del cento per cento: tutto esaurito, ogni sera. Non era un ritorno qualunque. La Fondazione mancava da quel sito archeologico da venticinque anni, cioè da quando i festival di prosa classica a Ostia erano una consuetudine dell'estate romana e poi, per una somma di ragioni burocratiche, economiche e logistiche, avevano smesso di esserlo. Il 2025 ha riaperto la partita, il 2026 l'ha consolidata. Adesso il Teatro Ostia Antica Festival è una cosa che esiste, con un pubblico che la cerca e una formula riconoscibile.

Com'è andata l'edizione 2026: il cartellone, sera per sera

Quattro spettacoli, due repliche ciascuno, sempre alle 21:00. Otto serate distribuite su quattro settimane, dal 25 giugno al 18 luglio. Una scelta di ritmo intelligente: non un festival compresso in dieci giorni, ma un appuntamento a cadenza settimanale, che permetteva di vederli tutti senza fare le ore piccole quattro sere di fila e che spalmava la pressione logistica sul parco archeologico.

Le Baccanti di Euripide, regia di Theodoros Terzopoulos (25 e 26 giugno)

L'apertura è toccata al maestro greco che più di ogni altro ha lavorato sul corpo dell'attore tragico. Terzopoulos è il fondatore del Teatro Attis, l'uomo del metodo che porta il suo nome, quello che parte dal respiro diaframmatico e arriva a una recitazione che sembra uscire da un altro secolo e insieme da nessun secolo. Le sue Baccanti non sono una ricostruzione filologica: il testo euripideo viene spogliato di ogni storicismo, la scena si riduce a geometrie essenziali, gli attori lavorano su una partitura fisica ripetitiva e ipnotica. Il risultato è un rito più che uno spettacolo.

Il nodo tematico che il festival ha messo in evidenza è quello dello straniero. Dioniso arriva a Tebe come un forestiero, un dio non riconosciuto, e la città lo respinge: la tragedia nasce da quel rifiuto. Detto in un teatro romano costruito in una città portuale che per secoli è vissuta di gente che arrivava da fuori, dalla Siria, dall'Egitto, dall'Africa, dalla Gallia, l'effetto non era banale. La scelta del luogo non era decorativa.

Due serate, giovedì 25 e venerdì 26 giugno. Erano le repliche più difficili da prendere, perché l'apertura di un festival concentra sempre stampa, addetti ai lavori e curiosi.

Lysistrata di Aristofane, regia di Asterios Peltekis, prima nazionale (4 e 5 luglio)

Il secondo titolo è stato quello che più mi ha incuriosito, e non solo perché era una prima nazionale. Peltekis ha portato in Italia una Lysistrata recitata in greco moderno con sopratitoli in italiano: una scelta che a prima vista sembra un ostacolo e che invece, dentro una cavea antica, funziona benissimo. La commedia di Aristofane ha una struttura talmente chiara nei suoi movimenti, cori contrapposti, scene di contrasto, gag fisiche, che il ritmo della lingua greca diventa parte del piacere anche per chi non capisce una parola.

Sul contenuto: il famoso sciopero delle donne ateniesi e spartane contro la guerra del Peloponneso, letto come atto di disobbedienza politica. Aristofane scriveva nel 411 avanti Cristo, in piena guerra, e la sua idea era feroce e comica insieme. Peltekis ha tenuto la comicità, che è la cosa più difficile da tradurre a distanza di venticinque secoli, e ha spinto sul versante civile. Il pubblico di Ostia, sabato 4 e domenica 5 luglio, ha risposto come risponde un pubblico d'estate quando capisce che sta ridendo di qualcosa di serio.

Una nota tecnica, perché chi non ci ha fatto caso rischia di trovarsi spiazzato la prossima volta: i sopratitoli in un teatro all'aperto richiedono di tenere l'occhio su un supporto che è per forza laterale o sopraelevato. Chi siede nei settori alti li legge comodamente, chi siede basso e molto di lato fatica un po' di più. È una delle ragioni, non l'unica, per cui il secondo settore a Ostia non è affatto un ripiego.

Requiem(s) di Angelin Preljocaj, danza (10 e 11 luglio)

La serata di danza è stata il colpo grosso del cartellone. Preljocaj è un coreografo francese di origine albanese che lavora con una compagnia stabile ad Aix-en-Provence e che in quarant'anni ha costruito un linguaggio riconoscibile a occhio nudo: corpi trattati come architetture, gruppi che si compongono e si sfaldano, un uso della musica che alterna il sacro al minimalismo elettronico.

Requiem(s) nasce da una riflessione sul lutto. Non è una messa funebre messa in scena, è una serie di quadri che attraversano il modo in cui culture diverse hanno trattato la morte, e che finiscono per essere una celebrazione della vita. Vederlo dentro una cavea di duemila anni, con i pini del parco archeologico a fare da quinta e il cielo di luglio sopra, produceva un cortocircuito che nessun teatro al chiuso riesce a costruire. Venerdì 10 e sabato 11 luglio, con i prezzi più alti del cartellone, e la sala piena comunque.

Alcesti di Euripide, regia di Filippo Dini (17 e 18 luglio)

La chiusura è stata italiana, e affidata a un regista e attore che negli ultimi anni ha lavorato molto sul repertorio classico riletto in chiave psicologica. L'Alcesti è il testo euripideo più ambiguo che esista: una donna accetta di morire al posto del marito, il marito accetta che lei muoia, e poi il lutto lo travolge. Non è una tragedia pura, non è una commedia, ha un finale che da venticinque secoli mette in imbarazzo i commentatori.

Dini ha lavorato esattamente su quell'imbarazzo, sulle zone d'ombra del sacrificio e sull'egoismo che si nasconde dentro il gesto eroico. Le due serate finali, venerdì 17 e sabato 18 luglio, hanno chiuso il festival con la sensazione giusta: non un fuoco d'artificio, ma una domanda lasciata aperta. Il titolo generale della rassegna, Il senso del passato, trovava lì la sua giustificazione più chiara.

Prezzi, biglietti e riduzioni dell'edizione 2026

Riporto lo schema del 2026 perché serve a farsi un'idea dell'ordine di grandezza per il futuro, non perché sia una tariffa valida oggi: il festival è concluso e i listini delle prossime edizioni saranno annunciati dal Teatro di Roma a primavera.

Per gli spettacoli di prosa il primo settore costava 35 euro di intero, con ridotti a 30 e a 25 euro; il secondo settore 25 euro di intero, con ridotti a 20 e a 15; il terzo settore 15 euro di intero, con ridotti a 12 e a 10. Per la serata di danza i prezzi salivano: 50 euro il primo settore intero, 40 il secondo, 30 il terzo, con la stessa articolazione di riduzioni. Esisteva inoltre una card dedicata, chiamata come il festival, a 80 euro, che dava diritto a quattro ingressi di prosa oppure a due ingressi di danza.

Il sistema delle riduzioni del Teatro di Roma è articolato e vale la pena conoscerlo, perché si ripete di stagione in stagione. La prima fascia di riduzione riguardava abbonati a posto fisso e possessori delle card della Fondazione, possessori di Metrobus Card, BiblioCard, Card del Palazzo delle Esposizioni, dipendenti di Zètema e associazioni convenzionate. La seconda fascia, più generosa, riguardava insegnanti, studenti, universitari, allievi di accademie e scuole di teatro convenzionate, e soprattutto i residenti di Ostia e del Comune di Fiumicino. Quest'ultimo dettaglio racconta bene l'idea che c'era dietro: un festival che non fosse soltanto un evento per romani del centro portati in periferia una sera d'estate, ma qualcosa che il territorio potesse sentire suo.

La biglietteria fisica al Teatro Romano apriva tre ore prima della replica. Le biglietterie di riferimento restavano quelle del Teatro Argentina, a Largo di Torre Argentina, aperta dal lunedì al sabato dalle 11:00 alle 19:00 e la domenica tre ore prima dello spettacolo, e quella del Teatro India sul Lungotevere Vittorio Gassman, aperta due ore prima della replica.

Il Teatro Romano di Ostia Antica: che cos'è davvero il posto dove si recita

Qui bisogna rallentare, perché il luogo vale almeno quanto il cartellone. Il Teatro Romano di Ostia Antica si trova in Viale dei Romagnoli 717, dentro il perimetro del parco archeologico, lungo il Decumano Massimo, cioè la strada principale della città antica. Non è una ricostruzione, non è un palco montato davanti a un rudere: è un teatro romano, con la sua cavea, la sua orchestra e le sue gradinate, che continua a fare il mestiere per cui è stato costruito.

Agrippa, i Severi e due fasi ben distinte

La prima costruzione risale all'età augustea, tra la fine del primo secolo avanti Cristo e i primissimi anni dopo Cristo, e viene attribuita a Marco Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto, l'uomo che a Roma ha lasciato il Pantheon, le terme del Campo Marzio e l'Acqua Vergine. Un'iscrizione lo lega al complesso, e il fatto che il teatro venga eretto in quel momento dice molto: Ostia in età augustea sta diventando una città vera, non più soltanto un accampamento fluviale e un deposito di sale, e una città vera ha bisogno di un edificio per gli spettacoli.

La fase che vediamo oggi, però, è soprattutto quella severiana. Tra la fine del secondo e l'inizio del terzo secolo dopo Cristo, sotto Settimio Severo e Caracalla, il teatro viene ampliato: la cavea viene sopraelevata, la capienza cresce fino a una stima che le fonti archeologiche collocano intorno ai tremila o quattromila posti, e la facciata esterna verso il Decumano assume la forma ad arcate che ancora oggi si riconosce arrivando dalla strada. Anche questo è un indizio storico: i Severi sono gli imperatori che investono su Ostia e sul Porto quando il sistema annonario romano è al massimo della sua complessità.

Quello che si vede adesso è il risultato di un intervento di restauro e di ricostruzione parziale avvenuto negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando gli scavi di Ostia vennero rilanciati con mezzi enormi e con un'idea di valorizzazione che oggi definiremmo invadente. Le gradinate superiori sono in buona parte reintegrazioni moderne. Questo non toglie nulla all'esperienza, ma è giusto saperlo: quando ci si siede in alto, si siede su un'opera del Novecento costruita sopra un impianto antico.

L'acustica, il palcoscenico e le maschere

L'acustica del Teatro Romano di Ostia è buona ma non miracolosa, e per una ragione precisa: manca la scaenae frons, cioè il muro di fondo scenico monumentale che nei teatri romani conservati, penso a quello di Aspendos in Turchia o alla parete di Orange in Provenza, funzionava da cassa di risonanza e rifletteva il suono verso la cavea. A Ostia quel muro è andato perduto, e il palcoscenico si apre verso il parco. Per questo durante il festival si lavora con amplificazione, e per questo il rumore di fondo, un aereo in avvicinamento a Fiumicino, il vento nei pini, si sente.

Sul fronte del palcoscenico sono collocate alcune grandi maschere sceniche in marmo, montate su pilastrini: appartenevano alla decorazione del teatro e sono diventate l'immagine simbolo del luogo, quella che finisce su tutte le locandine. Sono tre maschere tragiche, e sono uno dei soggetti fotografici più riconoscibili di tutto il parco archeologico.

Il Piazzale delle Corporazioni, subito dietro

Dietro la cavea, sul lato opposto rispetto al Decumano, si apre quello che per me resta il pezzo più straordinario di Ostia: il Piazzale delle Corporazioni. È un grande quadriportico con al centro un tempio, e lungo il portico si allineano una sessantina di ambienti che erano gli uffici delle compagnie di navigazione, degli armatori e dei mercanti che lavoravano nel porto. Davanti a ciascuno di essi, sul pavimento, un mosaico in bianco e nero indica di chi sia quello spazio e di che cosa si occupi.

Ci sono navi onerarie, delfini, fari, anfore, misure di grano. Ci sono soprattutto nomi di città: Cartagine, Sabratha, Alessandria, Narbona, Musluvium, Hippo Diarrhytus, Curubis, Missua, Gummi. La maggior parte proviene dall'Africa settentrionale e dalla Sardegna, cioè dalle regioni che rifornivano Roma di grano e di olio. Un mosaico celebre mostra un elefante, ed è quello dei naviculari di Sabratha, in Libia.

Detta così sembra una curiosità erudita. In realtà è la cosa più moderna che ci sia in tutta Ostia: un centro direzionale del commercio marittimo, con le insegne delle aziende scritte per terra perché la gente camminava guardando in basso, sotto un portico ombreggiato, a venti metri dal teatro dove la sera si andava a vedere uno spettacolo. Chi va a Ostia per il festival e poi non torna di giorno a vedere quei mosaici si perde la metà del racconto.

Ostia, il porto di Claudio e il porto di Traiano

Per capire perché Ostia abbia un teatro di quella taglia bisogna capire che cosa fosse Ostia. La tradizione antica attribuiva la fondazione ad Anco Marzio, quarto re di Roma, nel settimo secolo avanti Cristo; l'archeologia non ha confermato una data così alta e riconduce il primo impianto certo, il castrum militare quadrangolare che si riconosce ancora nella pianta della città, al quarto o terzo secolo avanti Cristo. Il nome viene da ostium, la foce: Ostia nasce dove il Tevere incontrava il mare.

Il problema del Tevere è che porta sabbia. La foce si interrava, il fiume non era navigabile dalle navi grosse, e la flotta annonaria che riforniva Roma aveva bisogno di un porto vero. Claudio, a metà del primo secolo dopo Cristo, ne fece scavare uno artificiale poco a nord, con due moli aggettanti e un faro costruito affondando la nave che aveva trasportato l'obelisco vaticano. Fu un'opera colossale e in parte fallimentare: nel 62 dopo Cristo una tempesta vi distrusse, secondo Tacito, duecento navi alla fonda.

Traiano risolse il problema all'inizio del secondo secolo scavando all'interno, al riparo, un bacino esagonale di dimensioni impressionanti, circondato da magazzini. Quell'esagono esiste ancora, dentro un'area oggi in gran parte privata e visitabile in forme limitate, ed è il motivo per cui, quando si atterra o si decolla da Fiumicino con la rotta giusta, si vede un lago a sei lati in mezzo alla campagna. Il quartiere che crebbe attorno ai due bacini si chiamò Portus e finì per soppiantare progressivamente Ostia.

Ostia ha vissuto il suo momento più alto tra il secondo e l'inizio del terzo secolo: forse cinquantamila abitanti, case popolari a più piani che chiamiamo insulae, decine di complessi termali, mitrei, una sinagoga presso la spiaggia antica, magazzini, panifici con le macine ancora in posto. Poi il declino: la crisi del terzo secolo, lo spostamento del traffico verso Portus, la malaria, l'interramento della costa. Oggi il mare è a circa tre chilometri di distanza dalle rovine, e chi arriva pensando di vedere una città di mare si trova invece in mezzo ai pini e alla campagna.

Una curiosità su Teatro Ostia Antica Festival 2026 — il senso del passato tra le rovine

La curiosità che preferisco riguarda una parola che compare nel nome del festival e che quasi nessuno collega alla sua origine: Il senso del passato non è una formula generica inventata da un ufficio comunicazione. È il titolo italiano di un romanzo incompiuto di Henry James, The Sense of the Past, pubblicato postumo nel 1917, in cui un giovane americano entra in una casa londinese del Settecento e si ritrova letteralmente dentro il tempo passato, prigioniero di un'epoca che aveva desiderato di conoscere.

Non ho conferma diretta che la direzione artistica avesse in mente James, e la formula circola anche nella storiografia e nella critica d'arte. Ma l'analogia funziona in modo quasi imbarazzante per un festival che mette il teatro greco dentro una cavea romana: il desiderio di toccare il passato che si rovescia nella scoperta che il passato non è un luogo accogliente. Le Baccanti, per dire, sono esattamente questo: una città che crede di poter decidere quale antichità accogliere e quale respingere, e che viene distrutta dalla propria scelta.

C'è poi una seconda curiosità, molto più terrena, che spiega mezza identità del festival. Il Teatro Romano di Ostia Antica ha ospitato spettacoli per tutta la seconda metà del Novecento, ed è uno dei pochissimi teatri antichi italiani che non ha mai davvero smesso. Ma il Teatro di Roma, come istituzione, ne era uscito: la Fondazione è rientrata a Ostia nel 2025 dopo venticinque anni di assenza. Il festival non è dunque la nascita di qualcosa, è un ritorno. E i ritorni, nella programmazione culturale, sono più difficili degli esordi, perché devi convincere un pubblico che nel frattempo ha preso altre abitudini.

Terza curiosità, per chi ama i numeri: undicimila presenze nella prima edizione, con occupazione al cento per cento. Su otto serate significa una media molto alta rispetto alla capienza praticabile, che durante gli spettacoli è ridotta rispetto ai posti teorici della cavea antica per ragioni di sicurezza e di allestimento. È il dato che ha convinto la Regione Lazio a rinnovare il sostegno e che ha reso possibile ingaggiare, per il 2026, una compagnia internazionale di danza come quella di Preljocaj, che non è una voce di bilancio leggera.

Una cosa che non ti dice nessuno su Teatro Ostia Antica Festival 2026 — il senso del passato tra le rovine

La cosa che non ti dice nessuno riguarda i seicento metri.

Tutte le comunicazioni parlano del Teatro Romano di Ostia Antica come se fosse un luogo a cui si arriva e basta. In realtà l'accesso al teatro dista circa seicento metri dall'ingresso degli scavi, e si percorrono a piedi in dieci o dodici minuti. Seicento metri sono nulla in astratto. Seicento metri dentro un parco archeologico, alle nove meno un quarto di sera, con il fondo stradale antico, i basoli sconnessi, la ghiaia, il buio che cala mentre cammini e la gente davanti che rallenta per fotografare, sono un'altra faccenda. Con i tacchi diventano una prova. Con un passeggino diventano una fatica. Con un ginocchio malandato diventano il motivo per cui arrivi in cavea sudato e di malumore.

Il Teatro di Roma lo scriveva, in fondo a ogni scheda spettacolo, con la formula burocratica della nota bene. Ma nessuno legge le note bene, e la conseguenza è che ogni sera c'era un gruppo di persone che arrivava all'ingresso alle 20:55 convinto di essere in orario e scopriva di avere ancora un quarto d'ora di cammino davanti. L'accesso del pubblico si apriva alle 19:30 proprio per questo: non è un dettaglio organizzativo, è la condizione perché la cosa funzioni.

Corollario pratico, valido per qualunque edizione futura: al Teatro Romano di Ostia si arriva presto e si cammina con calma. Non è un fastidio, è il pezzo migliore della serata. Percorrere il Decumano al tramonto, con la luce bassa che entra fra i pini e accende il mattone, mentre le rovine si svuotano dei visitatori diurni e restano soltanto quelli che vanno a teatro, è un'esperienza che vale il biglietto quanto lo spettacolo. Chi ci arriva di corsa se la perde e paga lo stesso prezzo.

Seconda cosa che non ti dice nessuno: il ritorno. Finito lo spettacolo, verso le 23:00 o le 23:15, ti ritrovi a Ostia Antica, che non è il centro di Roma. La linea ferroviaria Roma-Lido, oggi Metromare, ha un servizio serale, ma con frequenze che di notte si diradano e con una storia di irregolarità che chiunque abbia vissuto sul litorale conosce a memoria. Per questo il festival aveva attivato, tutte le sere, un servizio navetta di sola andata di ritorno verso Roma Piramide, al Piazzale dei Partigiani, gestito da un operatore esterno al costo di quindici euro a persona più commissioni. Non era compreso nel biglietto e andava acquistato a parte, in anticipo, online. Chi ci arriva in auto ha invece il parcheggio gratuito all'ingresso del parco, sempre a seicento metri dal teatro.

Terza cosa: le zanzare. Siamo alla foce del Tevere, in mezzo al verde, a luglio, di sera, e l'umidità serale del litorale è quella che è. Il repellente nella borsa non è un vezzo da escursionista, è l'unica cosa che separa una serata di Euripide da un'ora e mezza di grattate silenziose nel buio.

Il consiglio che ti do per visitare Teatro Ostia Antica Festival 2026 — il senso del passato tra le rovine

Il consiglio, in una riga, è questo: comprare il biglietto del terzo settore, arrivare alle sette e mezza, fare la visita guidata prima dello spettacolo e portarsi un cuscino. Tutto il resto è dettaglio. Ma i dettagli contano, quindi li elenco.

Il settore giusto non è il primo

In un teatro all'italiana il primo settore ha un senso: sei vicino, vedi le facce, senti la voce nuda. In una cavea antica di seicento anni prima del teatro all'italiana la logica si rovescia. Le gradinate sono state progettate perché la visione fosse buona dall'alto, perché lo spettacolo greco e romano lavorava su masse, cori, movimenti d'insieme e non su microespressioni. Dal terzo settore vedi la geometria dello spettacolo, vedi la scena nella sua interezza, vedi i pini e il cielo dietro, e paghi dieci o quindici euro invece di trentacinque. Per Requiem(s) di Preljocaj, che è coreografia pura e va guardata dall'alto come si guarda una pianta, il terzo settore era proprio il posto migliore, non il ripiego.

Il cuscino, e perché non è una fissazione

Le gradinate sono pietra. Gli spettacoli duravano fra un'ora e venti e due ore. La matematica la fa chiunque. Al festival esistono sedute e cuscinetti forniti in alcuni settori, ma non contarci e portati il tuo: un cuscino da campeggio compresso, o anche solo un maglione arrotolato. Il maglione serve comunque, perché dopo le 22:30, a Ostia, con l'aria che viene dal mare, la temperatura cala più di quanto un romano del centro si aspetti.

La visita Prima della Prima

Durante l'edizione 2026 il Teatro di Roma, insieme a CoopCulture, offriva una visita tematica al costo di sette euro chiamata Prima della Prima: partenza alle 19:00, durata circa quarantacinque minuti, racconto della storia del teatro dalle origini a oggi, con arrivo finale in prossimità dell'area ristoro. Era disponibile tutte le sere del festival e andava prenotata a parte.

Il mio parere è che fosse la cosa migliore del pacchetto. Sette euro per entrare in un parco archeologico al tramonto con qualcuno che ti spiega il monumento dove fra due ore ti siedi sono sette euro spesi bene. Ti risolve anche il problema dei seicento metri, perché la visita ti porta al teatro camminando e non ti accorgi della distanza.

Mangiare prima o dopo

Due possibilità, entrambe collaudate. Dentro il sito, davanti al teatro, c'era un punto ristoro con panini, bibite, street food e tavoli senza obbligo di prenotazione: comodo, rapido, senza pretese. Fuori, nel Borgo di Ostia Antica, il Ristorante Monumento applicava al pubblico del festival uno sconto del dieci per cento sul totale, con una spesa minima di quaranta euro, mostrando il biglietto dello spettacolo, e apriva in fascia pre spettacolo dalle 18:40 oltre che dopo.

Il Borgo merita comunque una deviazione a prescindere dalla cena. È un borgo fortificato quattrocentesco voluto dal cardinale Giuliano della Rovere, il futuro papa Giulio II, con un castello che porta il suo nome, una piazza minuscola e una chiesa di Sant'Aurea. Si raggiunge in pochi minuti a piedi dalla stazione, ed è dalla parte opposta rispetto all'ingresso degli scavi.

Come arrivare, in concreto

Il modo sensato è il treno. La linea Roma-Lido, oggi commercializzata come Metromare, parte da Porta San Paolo, accanto alla stazione Piramide della metropolitana B, e ferma a Ostia Antica dopo una ventina di minuti. Si viaggia con il normale biglietto urbano, perché tutto il percorso ricade nell'area tariffaria di Roma. Dalla stazione si attraversa la strada con un cavalcavia pedonale e in cinque minuti si arriva all'ingresso degli scavi. Da lì, come detto, altri dieci o dodici minuti di cammino fino al teatro.

In auto si esce dalla via del Mare o dalla via Ostiense e si arriva a Viale dei Romagnoli: all'ingresso del parco archeologico c'è un parcheggio gratuito, a circa seicento metri dal teatro. Per le persone con disabilità il festival prevedeva un parcheggio riservato all'interno del parco, proprio davanti al teatro: bisognava esporre il contrassegno e comunicare la targa via email alla biglietteria prima dell'arrivo. È una soluzione seria, non di facciata, e vale la pena ricordarsene se si accompagna qualcuno con difficoltà motorie.

Le convenzioni che restano utili anche a festival finito

Chi aveva il biglietto dello spettacolo aveva diritto a due cose che sopravvivono alla fine del cartellone. La prima: una visita guidata al parco a cura di CoopCulture a cinque euro anziché sette, con la stessa tariffa agevolata applicata al noleggio dell'audioguida, valida secondo calendario fino al 31 dicembre 2026. La seconda: l'ingresso al parco archeologico a quattordici euro invece di diciotto, valido tutti i giorni di apertura fino al 31 ottobre 2026. Chi conserva il tagliando di luglio in un cassetto, insomma, ha ancora qualche settimana per usarlo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Ostia Antica sia il sito archeologico meglio conservato per capire come si viveva in una città romana lo sanno tutti, e lo si ripete come un luogo comune. Il fatto risaputo e poco citato è un altro, ed è questo: Ostia si è conservata perché è stata abbandonata e sepolta dalla sabbia, non perché sia stata protetta. La città non è stata distrutta da un'eruzione come Pompei, non è stata rasa al suolo da un assedio, non è stata coperta da una città moderna come è successo a quasi tutte le altre. È semplicemente stata lasciata andare.

Dal quarto secolo in poi la popolazione cala, gli edifici pubblici vengono spogliati dei marmi, il porto perde importanza a favore di Portus, e le incursioni e la malaria fanno il resto. Nel Medioevo la zona è una palude percorsa da cercatori di materiale da costruzione. Il fiume, spostandosi e depositando limo, copre progressivamente il piano antico. Quando nell'Ottocento e poi soprattutto negli anni Trenta del Novecento si riprende a scavare in modo massiccio, sotto quei depositi si trova una città con i muri alti anche tre o quattro metri, le scale che salgono ai piani superiori, le soglie, le insegne, i mosaici pavimentali.

La conseguenza che quasi nessuno mette in evidenza è che a Ostia si vede l'edilizia ordinaria, quella in cui abitava la gente normale, molto meglio che a Roma. Nel centro di Roma l'edilizia abitativa antica è quasi tutta sotto i palazzi moderni: si vedono i monumenti pubblici, i templi, le terme imperiali, gli archi. A Ostia si vedono le case a più piani con le scale, le botteghe al piano terra con il bancone, i cortili interni, le latrine collettive con i sedili in marmo allineati, i panifici con le macine e i forni, i depositi con le anfore. Perfino i mitrei, cioè i santuari del culto di Mitra, che a Ostia sono più di quindici: la più alta concentrazione conosciuta al mondo.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda il teatro stesso. Quasi tutti lo descrivono come un teatro augusteo, e in effetti la prima costruzione è augustea e legata ad Agrippa. Ma la forma che vediamo, la cavea ampliata, le arcate verso il Decumano, la capienza di alcune migliaia di persone, è severiana: siamo due secoli dopo. Il teatro che accoglie il festival è quindi un edificio del terzo secolo dopo Cristo costruito sopra un edificio del primo secolo avanti Cristo, con integrazioni del Novecento. Tre strati, uno sopra l'altro. Detto a un pubblico che entra la sera per vedere Euripide, cioè un autore del quinto secolo avanti Cristo messo in scena da un regista contemporaneo, il numero di piani temporali sovrapposti diventa quasi comico. Il senso del passato, appunto.

Terzo fatto, tecnico ma decisivo per chi ci va: il teatro non è orientato verso il mare, come molti si aspettano, ma verso l'interno del tessuto urbano. La cavea guarda il Piazzale delle Corporazioni, e il Decumano passa dietro la scena. Chi arriva pensando di vedere il tramonto sul mare dietro il palcoscenico resta deluso. Quello che si vede dietro il palcoscenico, la sera, è la sagoma dei pini domestici e il cielo che si scurisce: che è meglio, ma è un'altra cosa.

La foto giusta da fare a Teatro Ostia Antica Festival 2026 — il senso del passato tra le rovine

Parto da quella sbagliata, che è la più diffusa. La foto sbagliata è il palcoscenico illuminato ripreso dal basso, dalle prime file, con lo smartphone, durante lo spettacolo. Viene sempre male: le luci di scena bruciano, gli attori sono mossi, il contesto sparisce e il risultato è un rettangolo arancione indistinguibile da qualunque altro palco del mondo. In più, nella maggior parte dei casi, riprendere lo spettacolo non è consentito e il personale di sala interviene.

La foto giusta è un'altra e si fa prima che lo spettacolo cominci, nella fascia fra le 19:30 e le 20:45, quando il pubblico è già entrato e la luce del tramonto entra di taglio nella cavea.

Prima inquadratura: le tre maschere in controluce

Sul fronte del palcoscenico ci sono le grandi maschere sceniche in marmo montate sui pilastrini. Mettiti sul lato, non frontale, e riprendile con il sole basso alle loro spalle: il marmo si accende sui bordi, le orbite vuote restano nere, e dietro entrano le gradinate che si stanno riempiendo. È la fotografia che riassume tutto in un fotogramma: un oggetto antico, un pubblico contemporaneo, la stessa funzione da duemila anni. Con un telefono funziona benissimo, purché si eviti il flash e si tocchi lo schermo sulla maschera per bloccare l'esposizione sul marmo e lasciare che il resto vada scuro.

Seconda inquadratura: la cavea dall'alto, gradinata vuota e gradinata piena

Se hai un posto nel terzo settore sei già nella posizione giusta. Sali fino all'ultima fila accessibile prima che tutti si siedano, gira di spalle allo schermo del palco e inquadra la curva delle gradinate che scende verso l'orchestra. La geometria della cavea è la cosa che il posto ha di più fotogenico e nessuno la sfrutta, perché tutti puntano l'obiettivo verso la scena. Se riesci a fare due scatti dalla stessa posizione, uno alle 19:40 con la cavea semivuota e uno alle 20:55 con la cavea piena, hai un dittico che racconta una serata meglio di qualunque didascalia.

Terza inquadratura: le arcate del Decumano al crepuscolo

Uscendo, o entrando, fermati sul Decumano davanti alla facciata esterna del teatro. Le arcate in laterizio, riprese da sotto con il cielo blu profondo dell'ora blu, cioè i venti minuti dopo il tramonto, danno l'immagine più monumentale del posto. Serve una superficie di appoggio, un muretto o un basolo, perché a mano libera a quell'ora il mosso è garantito. Il muro antico regge benissimo il ruolo di treppiede.

Quarta inquadratura, di giorno: il Piazzale delle Corporazioni

Se torni di giorno, e dovresti, la fotografia da fare non è il teatro ma i mosaici del piazzale. Scendi con l'obiettivo quasi a terra, inquadra il mosaico della nave o quello dell'elefante di Sabratha, e lascia entrare in alto un pezzo di colonna e di pino. Il bianco e nero del mosaico, il rosso del mattone e il verde della pineta compongono una tavolozza che a Roma non si trova altrove. La luce migliore è quella del mattino presto o del tardo pomeriggio: a mezzogiorno il contrasto è troppo duro e il bianco brucia.

Una nota sul rispetto delle regole

Nel parco archeologico non si sale sulle strutture antiche per fare una fotografia. Sembra ovvio e invece va ripetuto, perché ogni estate qualcuno si arrampica su un muro romano per una inquadratura dall'alto. Le gradinate del teatro si usano da seduti, i muri delle insulae non si scalano, i mosaici non si calpestano con le scarpe sporche di sabbia. Il treppiede professionale e le riprese a scopo commerciale richiedono autorizzazione del parco. Il drone non si usa, e non solo per ragioni di tutela: si è dentro lo spazio aereo di Fiumicino.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il luogo ha una densità di avvenimenti che poche altre pietre in Italia possono vantare. Provo a metterli in fila, distinguendo quello che è documentato da quello che è tradizione.

La fondazione, il castrum, il sale

La tradizione letteraria romana attribuiva ad Anco Marzio, quarto re, la fondazione di Ostia nel settimo secolo avanti Cristo, legandola allo sfruttamento delle saline alla foce del Tevere. L'archeologia non ha trovato riscontri di un abitato così antico e colloca il primo nucleo certo, il castrum militare a pianta quadrangolare, nel quarto o terzo secolo avanti Cristo. Quel quadrilatero si legge ancora oggi nella pianta della città: quando si cammina sul Decumano si sta percorrendo il prolungamento dell'asse di quell'accampamento.

La costruzione del teatro in età augustea

Fra la fine del primo secolo avanti Cristo e i primi anni del primo secolo dopo Cristo Marco Vipsanio Agrippa promuove la costruzione del teatro. È l'epoca in cui Roma riorganizza l'annona e in cui Ostia smette di essere una base militare per diventare una città commerciale con tutti gli edifici pubblici del caso.

Il porto di Claudio e la tempesta del 62

Claudio fa scavare il porto artificiale a nord della foce, con moli, magazzini e un faro impiantato affondando la nave che aveva portato a Roma l'obelisco oggi in piazza San Pietro. Nel 62 dopo Cristo, secondo Tacito, una tempesta distrugge duecento navi ormeggiate nel bacino: la prova che il porto claudiano era troppo esposto.

Il bacino esagonale di Traiano

All'inizio del secondo secolo Traiano fa scavare all'interno un bacino esagonale protetto, circondato da magazzini, che diventa il cuore del sistema portuale di Roma. Il quartiere di Portus cresce e comincia a togliere spazio a Ostia.

L'ampliamento severiano del teatro

Fra la fine del secondo e l'inizio del terzo secolo, sotto Settimio Severo e Caracalla, il teatro viene ingrandito e la cavea sopraelevata. È il momento di massimo splendore di Ostia, con una popolazione che le stime collocano attorno ai cinquantamila abitanti.

Il declino, l'abbandono, la sabbia

Dal terzo secolo in avanti la città si svuota. Gli edifici vengono spogliati, il traffico si sposta a Portus, il litorale avanza per l'accumulo dei sedimenti, la malaria rende la zona invivibile. Nel Medioevo restano il borgo e le rovine sepolte.

Il borgo di Giulio II

Nel Quattrocento il cardinale Giuliano della Rovere, poi papa Giulio II, fa costruire il castello e il borgo fortificato che ancora si visitano accanto agli scavi, per controllare la foce del Tevere e le saline. La basilica di Sant'Aurea è del periodo.

Gli scavi novecenteschi

Gli scavi sistematici moderni cominciano nell'Ottocento con Pio VII e proseguono per tutto il secolo, ma la campagna che cambia il volto del sito è quella degli anni Trenta del Novecento, condotta con mezzi imponenti e con l'obiettivo dichiarato di restituire una città romana completa. È in quella stagione che il teatro viene restaurato e reintegrato nelle gradinate superiori, tornando utilizzabile.

Il ritorno degli spettacoli

Dal dopoguerra in poi il Teatro Romano di Ostia torna a essere un palcoscenico estivo, con stagioni di prosa classica che hanno accompagnato generazioni di romani. Il legame istituzionale con il Teatro di Roma si interrompe per circa venticinque anni e riprende nel 2025 con la prima edizione del Teatro Ostia Antica Festival, seguita dalla seconda nel 2026.

Chi è passato da Teatro Ostia Antica Festival 2026 — il senso del passato tra le rovine

Comincio dai nomi dell'edizione appena conclusa, perché sono quattro firme che raramente si trovano nello stesso cartellone estivo.

Theodoros Terzopoulos

Regista greco, fondatore del Teatro Attis di Atene, è uno dei pochi uomini di teatro viventi ad avere elaborato un metodo di formazione dell'attore riconosciuto e insegnato in tutto il mondo. Ha lavorato sui tragici greci per quarant'anni, con un approccio che mette al centro il respiro, la vibrazione, la memoria del corpo. Le sue messinscene si riconoscono da una fila di attori immobili che a un certo punto cominciano a pulsare tutti insieme. Ha aperto il festival 2026 con Le Baccanti.

Asterios Peltekis

Regista greco della generazione successiva, ha portato a Ostia la Lysistrata in prima nazionale, recitata in greco moderno con sopratitoli in italiano. Aristofane è un autore che in Italia si vede poco e quasi sempre in versioni addomesticate: sentirlo nella lingua e nel ritmo di una compagnia greca, dentro una cavea romana, è stata una delle cose più intelligenti del cartellone.

Angelin Preljocaj

Coreografo francese di origine albanese, una delle figure centrali della danza contemporanea europea degli ultimi quarant'anni, con una compagnia stabile che lavora dal sud della Francia e un repertorio che va dal riadattamento dei grandi titoli classici alla creazione pura. Requiem(s), portato a Ostia il 10 e l'11 luglio, è un lavoro corale sul lutto e sulla sua trasformazione in celebrazione. La serata di danza è stata quella con i prezzi più alti e, a mio parere, con il rapporto migliore fra spettacolo e luogo.

Filippo Dini

Attore e regista italiano, volto noto anche al pubblico televisivo e cinematografico, negli ultimi anni sempre più impegnato sulla regia di testi classici e novecenteschi letti in chiave psicologica. La sua Alcesti ha chiuso il festival il 17 e il 18 luglio.

E prima di loro, duemila anni di passaggi

Il Teatro Romano di Ostia non ha bisogno del 2026 per avere una storia di presenze. Nel secondo e terzo secolo dopo Cristo su quel palcoscenico passavano compagnie di mimi e di pantomimi, che erano il genere di spettacolo realmente popolare nell'impero, molto più della tragedia. Passavano gli spettacoli religiosi legati ai culti orientali che a Ostia erano di casa, dal culto di Cibele, il cui santuario si trova nella zona sud del sito, a quello di Mitra. Passavano le assemblee cittadine, perché un teatro romano era anche un luogo di riunione pubblica.

Poi c'è tutto il Novecento. Dal dopoguerra il teatro antico di Ostia è stato una delle sedi fisse dell'estate teatrale romana: vi si sono alternate compagnie di prosa classica, festival di teatro greco, concerti, rassegne dedicate al mito. Molti romani che oggi hanno sessant'anni hanno visto lì la loro prima Antigone o il loro primo Edipo, spesso in gita scolastica serale. È un dato sentimentale, non archeologico, ma è la ragione per cui il ritorno del Teatro di Roma nel 2025 ha avuto l'accoglienza che ha avuto: il pubblico quel posto se lo ricordava.

Vale la pena aggiungere, per completezza, che nel parco archeologico si sono girate molte scene cinematografiche e televisive, e che il sito è da decenni un riferimento per studiosi di tutto il mondo: la letteratura scientifica su Ostia è sterminata e le campagne di scavo e di studio, italiane e straniere, non si sono mai davvero interrotte.

Che cosa si visita adesso, a festival finito

Questa è la parte che interessa chi legge a settembre, e a mio parere è anche la parte migliore. Perché l'autunno, a Ostia Antica, è la stagione ideale: niente caldo, niente folla estiva, la luce bassa che è la cosa migliore che possa capitare a un sito di mattoni rossi.

Il parco archeologico

Il Parco archeologico di Ostia antica apre con orario stagionale e chiude un giorno a settimana: il calendario e l'ultimo ingresso, che precede la chiusura, vanno controllati sul sito ufficiale del parco prima di partire, perché cambiano fra estate e inverno e perché possono variare per motivi di servizio. Il biglietto intero d'ingresso nel 2026 è di diciotto euro, con la riduzione a quattordici euro riservata fino al 31 ottobre a chi esibisce un biglietto del festival.

Il sito è grande. Molto grande. Chi arriva pensando di cavarsela in un'ora sbaglia i conti: per un giro decente servono almeno tre ore, e chi vuole vedere davvero tutto, comprese le zone periferiche, ci passa la giornata. Scarpe chiuse, acqua, cappello anche a settembre, e un piano: non si visita Ostia camminando a caso, perché si finisce per fare tre chilometri inutili.

Il percorso che consiglio

Si entra da Viale dei Romagnoli, si percorre la via delle Tombe, la necropoli fuori le mura, e si passa sotto Porta Romana. Da lì il Decumano Massimo attraversa tutta la città. Prima tappa le Terme di Nettuno, dove si sale sulla terrazza per vedere il grande mosaico di Nettuno sul carro trainato dai cavalli marini. Subito dopo, sulla destra, il teatro e il Piazzale delle Corporazioni con i mosaici dei mercanti.

Proseguendo si arriva al Foro con il Capitolium, il tempio più alto della città, e alle Terme del Foro con le latrine collettive, che sono il pezzo che diverte di più i bambini e che dice più di qualunque libro su come funzionasse la vita quotidiana. Poi la Casa di Diana, un'insula a più piani con il cortile interno, e il Thermopolium di via di Diana, che è una tavola calda antica con il bancone in marmo, gli scaffali e un affresco che elenca quello che si vendeva.

Chi ha tempo prosegue verso la zona occidentale, la Porta Marina, la Schola del Traiano, e soprattutto verso la sinagoga, uno dei più antichi edifici di culto ebraico conosciuti nel bacino del Mediterraneo occidentale, che si trova in posizione isolata verso il mare antico. E chi ha una passione specifica va a caccia dei mitrei, che sono sparsi ovunque e che vanno cercati con la pianta in mano.

Il museo e il borgo

All'interno del parco esiste un museo con le sculture, i sarcofagi e i ritratti trovati negli scavi: è raccolto, si visita in poco tempo e chiude il cerchio del percorso. Fuori, dall'altra parte rispetto all'ingresso, il Borgo di Ostia Antica con il castello di Giulio II e la basilica di Sant'Aurea vale la mezza ora che gli si dedica, soprattutto se si è venuti in treno e si aspetta il ritorno.

Per un inquadramento più generale della città antica e del suo rapporto con Roma, la pagina che ho dedicato a Ostia Antica raccoglie quello che serve sapere prima di mettersi in viaggio. E chi vuole restare sul tema del rapporto fra Roma e la sua via verso il mare può passare dal Museo della Via Ostiense a Porta San Paolo, che sta esattamente al capolinea urbano del treno per Ostia, a due passi dalla Piramide Cestia.

Da abbinare, se si ha una giornata intera

La Pineta di Castel Fusano è a pochi chilometri e permette di chiudere la giornata con una passeggiata in un bosco costiero vero. Sul fronte degli eventi del litorale, chi frequenta la zona conosce il cartellone del Teatro del Lido di Ostia e la rassegna di cinema del Puntasacra Film Fest, che raccontano un'Ostia diversa da quella archeologica e altrettanto interessante.

Il festival dentro l'estate romana: con chi si confronta

Per capire il posizionamento del Teatro Ostia Antica Festival conviene guardarlo accanto agli altri grandi appuntamenti estivi della città. Il Caracalla Festival del Teatro dell'Opera lavora su numeri e su una macchina produttiva incomparabilmente più grande; India Città Aperta, sempre del Teatro di Roma, tiene la linea contemporanea e urbana; Romaeuropa apre in autunno e copre la ricerca internazionale su più discipline.

Ostia occupa una casella che non aveva nessuno: poche serate, grandi firme internazionali del teatro di parola e della danza, dentro un monumento archeologico che non è un contenitore neutro ma un elemento drammaturgico. Otto serate sono poche, e questo è insieme il limite e la forza della formula: si esaurisce in fretta, resta un appuntamento da programmare in anticipo, non è una rassegna in cui capitare per caso una sera di luglio come accade lungo il fiume con Lungo il Tevere.

Che cosa aspettarsi dalla prossima edizione

Alla data in cui scrivo, settembre 2026, il Teatro di Roma non ha annunciato il cartellone della terza edizione, e sarebbe strano il contrario: la comunicazione di un festival estivo si costruisce in primavera. Quello che si può ragionevolmente prevedere, guardando le prime due edizioni, è la struttura: una manciata di titoli fra tragedia greca, commedia antica e danza contemporanea, due repliche per titolo, serate alle 21:00 distribuite fra fine giugno e metà luglio, un misto di produzioni italiane e ospitalità internazionali.

Il consiglio pratico è iscriversi alla newsletter del Teatro di Roma e tenere d'occhio il sito della Fondazione a partire da marzo o aprile. Con l'occupazione al cento per cento registrata nella prima edizione e con il riscontro della seconda, aspettare l'ultima settimana per comprare il biglietto è una strategia che non funziona. Chi ha in mente una serata specifica, in particolare quella di danza, conviene che si muova appena aprono le vendite.

Una raccomandazione che vale sempre e che ripeto volentieri: le date, gli orari, i prezzi e le modalità di accesso vanno letti sul canale ufficiale dell'organizzatore prima di partire, perché un festival all'aperto dentro un parco archeologico dipende dal meteo, dai calendari di apertura del sito e da decisioni che possono cambiare a poche ore di distanza. Nel 2026, per esempio, il servizio navetta non veniva attivato in caso di annullamento dello spettacolo per maltempo o per chiusura straordinaria del parco, con rimborso integrale ai passeggeri.

In sintesi, prima di chiudere

Il Teatro Ostia Antica Festival 2026 è stato un cartellone breve, costoso da produrre e riuscito: quattro maestri, otto serate, un monumento che non fa da sfondo ma da interlocutore. Il confronto tra il mito greco e un teatro romano costruito in una città di porto, abitata da gente che arrivava da tutto il Mediterraneo, non è una trovata di marketing: è il cuore del progetto, e nelle serate migliori si sentiva.

Chi non c'è stato ha comunque il luogo a disposizione tutto l'anno, a venti minuti di treno da Porta San Paolo, con un biglietto urbano e un biglietto d'ingresso al parco. E chi c'è stato, adesso, sa perché vale la pena tornarci di giorno: perché quello che di sera è una quinta illuminata, di mattina è una città intera che si può attraversare a piedi.

Per chi organizza il viaggio con più ambizione, e magari vuole mettere Ostia dentro un itinerario che comprenda anche il Colosseo, i Mercati di Traiano o una giornata a Villa Adriana, il consiglio è di affidarsi a professionisti abilitati invece che a improvvisazione: la rete di accompagnatori e guide di Tour Leader Pro è il riferimento che uso quando qualcuno mi chiede un nome, mentre per costruire l'itinerario completo di un soggiorno in Italia, con tempi, spostamenti e priorità messi in fila da chi conosce il paese, la guida di Italy Planner fa un lavoro che vale il tempo che gli si dedica. Sono due strumenti diversi: il primo serve a farsi accompagnare bene, il secondo a non sbagliare la struttura del viaggio.

Contact Information

Data Evento25 Giugno 2026 — 18 Luglio 2026
IndirizzoTeatro Romano di Ostia Antica, Viale dei Romagnoli 717, 00119 Roma Vicino Roma
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