Museo Aristaios – Auditorium Parco della Musica – collezione Sinopoli

Il Museo Aristaios occupa la Sala del Peduncolo dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma; i registri del Ministero della cultura riportano l'ingresso interno su largo Luciano Berio, che è la piazza attorno alla quale ruotano le tre sale da concerto. L'ingresso è gratuito, per tutti, senza biglietto e senza prenotazione. Il sito ufficiale dell'Auditorium indica l'apertura nel fine settimana: il sabato dalle 11 alle 18 con l'ora solare e dalle 11 alle 20 con l'ora legale, la domenica e i giorni festivi dalle 10 alle 18 con l'ora solare e dalle 10 alle 20 con l'ora legale. Lo stesso vale per il vicino Museo Archeologico della villa romana, che si visita con le medesime regole e con lo stesso ingresso libero. Gli spazi espositivi possono restare chiusi quando l'Auditorium ospita eventi che ne occupano gli ambienti: prima di partire vale la pena una telefonata allo 06 80241281 o una lettura della pagina ufficiale su auditorium.com. Ci si arriva con gli autobus 53, 168, 910 e 982 fino a piazza Apollodoro o piazza Mancini, oppure con la metropolitana A fino a Flaminio e poi con la linea 2, che collega piazzale Flaminio a piazza Mancini e che per i lavori in viale delle Belle Arti viaggia con autobus sostitutivi sullo stesso percorso; il servizio aggiornato è pubblicato da Roma Servizi per la Mobilità. Chi arriva in automobile trova il parcheggio interrato dell'Auditorium, a pagamento, con circa mille posti. Per la visita ai due musei calcolate un'ora e mezza abbondante: novanta minuti se guardate davvero i vasi, quaranta se passate e basta.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Se state costruendo un itinerario romano che non si esaurisca nel triangolo Colosseo-Vaticano-Fontana di Trevi, il punto di partenza è la guida alle attrazioni turistiche di Roma, dove i musei piccoli e gratuiti convivono con i grandi nomi.

Che cosa è davvero il Museo Aristaios

Partiamo dall'equivoco, perché è l'unico ostacolo serio fra il visitatore e questo posto. Il Museo Aristaios non è una mostra temporanea dell'Auditorium, non è una vetrina di cortesia messa lì per riempire un corridoio, non è un ripiego culturale per chi aspetta l'inizio del concerto. È un museo archeologico statale a tutti gli effetti, censito dal Ministero della cultura, con centosessantuno reperti esposti in permanenza su oltre trecento metri quadrati. Il fatto che si trovi dentro un complesso musicale progettato da Renzo Piano, e non dentro un palazzo del Cinquecento con lo scalone di marmo, cambia l'atmosfera della visita e non cambia di una virgola la qualità di quello che c'è nelle vetrine.

La collezione è quella privata di Giuseppe Sinopoli, direttore d'orchestra, compositore, medico, archeologo. Alla sua morte, nel 2001, gli eredi conservarono i pezzi; nel 2010 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali li acquistò dalla famiglia e nel 2012 li destinò a esposizione permanente in questa sala dell'Auditorium, con l'accordo fra Ministero, Roma Capitale e Fondazione Musica per Roma. L'inaugurazione avvenne l'11 dicembre 2012 e l'apertura al pubblico il giorno successivo. Da allora il museo è rimasto quello che era il primo giorno: gratuito, silenzioso, quasi sempre vuoto.

Vi dico subito la mia opinione, che poi è quella di chi accompagna gruppi da vent'anni. Il Museo Aristaios è il miglior rapporto fra qualità e fatica che Roma offra in materia di ceramica greca. A Villa Giulia si cammina per chilometri fra sale sterminate e si esce con la testa piena e le gambe morte; ai Musei Vaticani la sezione etrusca è splendida e la si raggiunge dopo due ore di corridoi; qui, in quaranta minuti, si guardano centosessantuno pezzi scelti uno per uno da un collezionista che sapeva esattamente che cosa stava comprando. Non è un museo enciclopedico e non pretende di esserlo. È un'antologia.

Perché un museo archeologico dentro l'Auditorium Parco della Musica

La coincidenza non è così arbitraria come sembra. L'Auditorium è nato sopra un'area archeologica: gli scavi per le fondazioni, fra il 1995 e il 1998, hanno restituito una villa romana con più di duemila metri quadrati di superficie, i cui resti sono oggi visibili in situ pochi passi più in là. L'edificio di Renzo Piano ha dovuto piegarsi a quella scoperta, e la pianta stessa del complesso porta il segno di quella trattativa fra cantiere e archeologia. Quando il Ministero ha cercato una sede per la collezione Sinopoli, l'Auditorium aveva già un museo archeologico, aveva già un pubblico e aveva una ragione biografica fortissima: qui c'è una sala da concerto intitolata a Giuseppe Sinopoli, la Sala Sinopoli, la prima delle tre a essere inaugurata, il 21 aprile 2002. Mettere la sua collezione a cinquanta metri dalla sala che porta il suo nome è stata una delle poche decisioni davvero eleganti prese in questa città in materia di musei.

Giuseppe Sinopoli, l'uomo che ha messo insieme questa collezione

Se uscite dal Museo Aristaios senza sapere chi era Giuseppe Sinopoli, avete perso metà della visita. Le didascalie parlano di ceramiche; la storia vera è quella di un uomo che ha fatto, per intero e sul serio, tre mestieri che di solito bastano a riempire tre vite.

Il medico

Nasce a Venezia il 2 novembre 1946, da padre messinese e madre veneziana di origine messinese. Nel 1950 la famiglia si trasferisce a Messina, dove resta fino al 1963. Studia musica ai conservatori di Messina e di Venezia, e intanto si iscrive a medicina all'Università di Padova. Si laurea in medicina e chirurgia nel 1972, con una tesi in antropologia criminale. Non è una laurea di facciata. Sinopoli esercitò, si occupò di psichiatria, e per tutta la vita continuò a leggere la mente umana con gli strumenti del clinico. Chi lo ha sentito parlare di Mahler o di Strauss ricorda che nelle sue analisi tornavano di continuo le parole della psicopatologia: l'ossessione, il lutto, la coazione a ripetere. Non era un vezzo. Era il suo primo alfabeto.

Il compositore

Prima di essere il direttore che il mondo avrebbe conosciuto, Sinopoli era un compositore d'avanguardia, e non un dilettante. Studiò organo, armonia e contrappunto; frequentò i corsi estivi di Darmstadt, il laboratorio della musica nuova europea, dove incontrò György Ligeti e Karlheinz Stockhausen; fu allievo di Franco Donatoni all'Accademia Chigiana di Siena. Fra il 1968 e il 1981 scrisse ventiquattro lavori. Nel 1972 insegnava musica contemporanea ed elettronica al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Nel 1975 fondò l'Ensemble Bruno Maderna. La sua opera lirica, Lou Salomé, su libretto di Karl Dietrich Gräwe, andò in scena al Nationaltheater di Monaco di Baviera nel 1981 e fu ripresa alla Fenice di Venezia nel 2011, dieci anni dopo la sua morte. Poi smise. Un compositore che a trentacinque anni chiude il quaderno e si dedica interamente alla bacchetta è un fatto raro, e vale la pena tenerlo a mente davanti alle vetrine: la stessa testa che aveva costruito partiture seriali stava scegliendo, negli stessi anni, una lekythos attica invece di un'altra.

Il direttore d'orchestra

La direzione la imparò a Venezia da Bruno Maderna e a Vienna da Hans Swarowsky, il maestro che ha formato mezza generazione di direttori europei. Da lì la carriera corre. Direttore musicale dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma dal 1983 al 1987. Direttore principale della Philharmonia di Londra dal 1984 al 1994, e direttore musicale dal 1987. Direttore artistico della sezione musica del festival di Taormina dal 1989 al 1997. Direttore principale della Staatskapelle di Dresda dal 1992, l'orchestra più antica del mondo fra quelle ancora in attività, che è una specie di consacrazione. Debutto alla Scala nel 1994. Direttore artistico e musicale del Teatro dell'Opera di Roma dal 1999 al 2001. A Bayreuth diresse il Tannhäuser nel 1985 e nel 2000 il Ring des Nibelungen, primo italiano nella storia del festival wagneriano a dirigere la Tetralogia.

Un'opinione, visto che ci siamo: Sinopoli è stato uno dei direttori più discussi del suo tempo, amato e detestato con la stessa intensità. Le sue letture di Mahler dividevano le platee perché rallentava dove nessuno rallentava e faceva emergere linee interne che l'orecchio non si aspettava. Chi lo accusava di intellettualismo aveva torto sul metodo e forse un po' di ragione sull'effetto. Ma nessuno, nemmeno i suoi critici più feroci, gli ha mai contestato la cultura.

L'archeologo

Ed eccoci al punto che rende questo museo un caso unico. Sinopoli non era un collezionista che comprava per arredare. Era iscritto a un corso di laurea in archeologia all'Università di Roma La Sapienza e stava per discutere la tesi. La discussione era fissata per i giorni immediatamente successivi al suo ultimo concerto. Morì prima, e la laurea in archeologia gli fu riconosciuta post mortem: la tesi avrebbe dovuto essere discussa il giorno stesso dei suoi funerali. Ci sono pochi dettagli biografici altrettanto crudeli e altrettanto rivelatori. Un uomo all'apice della carriera musicale mondiale che, a cinquantaquattro anni, sostiene gli esami universitari come uno studente qualunque perché vuole il titolo vero, non la laurea honoris causa che chiunque gli avrebbe firmato.

Questo cambia il modo di guardare le vetrine. Le centosessantuno opere del Museo Aristaios non sono i trofei di un ricco appassionato. Sono il materiale di lavoro di uno studioso che aveva imparato a riconoscere una mano, a datare un profilo, a distinguere una vernice attica da un'imitazione italiota. La collezione ha una coerenza da manuale: copre le tappe della ceramica antica come le coprirebbe un corso universitario, dalla preistoria egea alla Magna Grecia ellenistica, con esempi scelti per essere didattici oltre che belli.

La morte a Berlino

Il 20 aprile 2001 Sinopoli dirigeva Aida di Giuseppe Verdi alla Deutsche Oper di Berlino. Fu colto da infarto sul podio, durante la recita. Aveva cinquantaquattro anni. La camera ardente fu allestita il 23 aprile nel Palazzo Senatorio in Campidoglio; i funerali si celebrarono il 24 aprile nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, alla presenza del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e del presidente del Consiglio Giuliano Amato. È sepolto al Verano.

Chi conosce l'Aida sa che il terzo atto è quello del Nilo, e che il quarto è quello della tomba murata. Non c'è nulla di poetico in un infarto e non voglio farne letteratura. Ma vale la pena ricordare, davanti a una vetrina di vasi funerari greci, che l'uomo che li aveva comprati è morto dirigendo un'opera che finisce sottoterra.

Il catalogo che ha dato il nome al museo

La collezione era già nota agli studiosi molto prima di diventare museo. Nel 1995 Marsilio pubblicò a Venezia un volume di grande formato, quattrocentosessanta pagine e oltre cinquecento illustrazioni, intitolato Aristaios. La collezione Giuseppe Sinopoli, curato da Enrico Paribeni, uno dei maggiori archeologi italiani del Novecento e specialista di scultura e ceramica greca. Il catalogo censiva allora centoventi pezzi, dall'Egeo preclassico al IV secolo a.C.; il nucleo poi acquisito dallo Stato e oggi esposto ne conta centosessantuno. Il nome del museo viene da lì: Aristaios è la forma greca del nome di Aristeo, e il titolo che Paribeni e Sinopoli scelsero per il libro è diventato, diciassette anni dopo, l'insegna della sala.

Aristeo, il dio contadino che dà il nome al Museo Aristaios

Aristeo, in greco antico Aristàios, è una figura minore della mitologia e proprio per questo interessante: non è un eroe da guerra di Troia, è un dio dei campi, un tecnico del mondo agrario, il patrono di chi lavora la terra. Un collezionista che sceglie lui invece di Apollo o di Dioniso sta dichiarando qualcosa sul proprio gusto.

Figlio di Apollo e di Cirene

La genealogia canonica lo vuole figlio del dio Apollo e della ninfa Cirene, principessa il cui padre era Ipseo, re dei Lapiti; altre versioni fanno di lui il figlio di Cliene. Cirene era una cacciatrice, e il mito racconta che Apollo la vide combattere a mani nude contro un leone sul monte Pelio e la portò in Libia, dove le diede il nome della città che sarebbe sorta lì. Aristeo nacque da quell'unione e fu allevato dalle Ore e da Gea, oppure dal centauro Chirone, a seconda delle fonti. Le divinità gli insegnarono le arti che lui avrebbe poi insegnato agli uomini.

Le api, la bugonia e le Georgiche di Virgilio

Il testo che ha reso Aristeo immortale nella cultura occidentale è il quarto libro delle Georgiche di Virgilio, il poema che il poeta di Andes compose fra il 37 e il 30 a.C. per Mecenate. Il libro quarto è dedicato alle api, e si chiude con un epillio che è fra le pagine più celebri della poesia latina. Aristeo perde tutti i suoi alveari: le api muoiono, una dopo l'altra, senza spiegazione. Va dalla madre Cirene, in fondo al fiume, e lei lo manda a interrogare Proteo, il vecchio del mare che conosce ogni cosa e che bisogna afferrare e tenere stretto mentre si trasforma. Proteo gli rivela il motivo del castigo. Aristeo aveva inseguito Euridice, la sposa di Orfeo, il giorno delle nozze; lei fuggendo fra l'erba aveva messo il piede su una serpe e ne era morta. Le ninfe, compagne di Euridice, avevano ucciso per vendetta le api di Aristeo. È dentro questa cornice che Virgilio inserisce il racconto di Orfeo che scende agli Inferi, riottiene Euridice, si volta e la perde per sempre.

La conclusione è tecnica e feroce insieme: Aristeo, seguendo le istruzioni di Cirene, sacrifica quattro tori e quattro giovenche, lascia marcire le carcasse e dopo nove giorni ne vede uscire uno sciame di api nuove. È la bugonia, la generazione spontanea delle api dai corpi dei buoi, una credenza antica che Virgilio prende sul serio e trasforma in immagine di rinascita. Chi visita il Museo Aristaios farebbe bene a rileggersi quelle duecento righe la sera prima. Cambiano il colore della visita.

Aristeo in Sardegna e la fondazione di Caralis

C'è poi il filone occidentale del mito, quello che lega Aristeo alla Sardegna. Lo scrittore latino Gaio Giulio Solino, autore nel III secolo del De mirabilibus mundi, racconta che l'eroe greco giunse in Sardegna dalla Beozia e fondò l'antica Caralis, l'odierna Cagliari. Secondo la tradizione riferita da Solino, Aristeo introdusse nell'isola l'arte di fare il formaggio e l'olio e il modo di allevare le api per averne miele e cera; riappacificò le popolazioni indigene in lotta fra loro e regnò sulla città che aveva fondato. Sallustio e Pausania aggiungono che sarebbe stato accompagnato da Dedalo, e sarebbe Dedalo l'artefice delle imponenti opere dedalee, cioè i nuraghi. L'anacronismo è evidente e gli antichi stessi lo notavano: un mito cretese e un'architettura sarda che precede di secoli qualunque contatto greco. Va preso per quello che è, una spiegazione eziologica costruita a posteriori da autori che vedevano i nuraghi e cercavano un nome greco da dare a chi li aveva alzati.

Il culto di Aristeo in Sardegna non è però soltanto letterario. Una statuina raffigurante il dio, rinvenuta a Dule nel territorio di Oliena, in Barbagia, indica che il suo nome circolava anche presso le popolazioni nuragiche. È un dato archeologico, e come tale va tenuto distinto dal racconto di Solino, che è tradizione letteraria.

Il dio dei campi in Sicilia

Aristeo fu onorato come un dio in molte località della Grecia per aver insegnato agli uomini l'apicoltura, la produzione del formaggio e la pastorizia. Un onore particolare aveva in Sicilia, dove era una delle divinità campestri, con una statua eretta a Siracusa nel tempio di Bacco. Talvolta venne assimilato al dio Pan, il che è coerente: due divinità del mondo pastorale, entrambe legate al gregge, alla campagna e a una religiosità che non chiedeva templi di marmo ma alberi e sorgenti. Per un museo che espone vasi da simposio, da tomba e da cucina, cioè gli oggetti della vita quotidiana antica e non i marmi dei re, un patrono così è una scelta di campo.

Museo Aristaios, le vetrine della collezione Sinopoli nella Sala del Peduncolo dell'Auditorium
Museo Aristaios - Collezione Sinopoli - Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone

La Sala del Peduncolo e l'allestimento del Museo Aristaios

Il nome della sala fa sorridere chi lo sente per la prima volta. Il peduncolo, nel gergo di cantiere dell'Auditorium, è il corpo stretto e allungato che collega gli edifici delle sale da concerto: un passaggio, un connettivo, uno di quegli spazi che negli edifici pubblici finiscono per ospitare distributori automatici e cartellonistica. Qui è diventato museo, e il risultato è uno dei migliori allestimenti museali romani degli ultimi vent'anni. Lo firma lo studio Alvisi Kirimoto, cioè Massimo Alvisi e Junko Kirimoto, con Alessandra Spiezia e Arabella Rocca, nel 2012, con finanziamento del Ministero e un contributo della Camera di Commercio di Roma.

Due involucri di vetro appesi al muro di mattoni

L'idea progettuale dichiarata è il ritmo, che in un edificio dedicato alla musica non è una metafora gratuita. Le opere sono contenute in due grandi involucri trasparenti in vetro extrachiaro, uno lungo ventiquattro metri e uno lungo sette, appesi alla cortina di mattoni romani che riveste la parete. I pezzi non sono allineati su ripiani orizzontali come nei musei ottocenteschi: sono collocati a varie altezze e a varie profondità, secondo una sequenza serrata che costringe l'occhio a salire, scendere, avvicinarsi, arretrare. È una partitura, ed è dichiaratamente pensata come tale.

L'effetto pratico, per chi visita, è duplice. Da un lato la lettura è più faticosa di quella di una vetrina tradizionale: bisogna cercare i pezzi, non li si trova tutti alla stessa altezza degli occhi, e i bambini piccoli vedono bene solo la fascia bassa. Dall'altro ogni oggetto guadagna aria intorno a sé e si legge isolato, senza la confusione da magazzino che affligge tanti musei archeologici italiani. Io preferisco questa soluzione, ma capisco chi la trova snob.

Le undici teche cilindriche e il muro romano antico

Il secondo dispositivo è più bello ancora. Undici teche cilindriche, in vetro, sono disposte lungo l'asse di un muro romano antico che corre sotto il pavimento della sala. I progettisti l'hanno chiamata una piccola foresta archeologica, e l'immagine è esatta: si cammina fra colonne di vetro che spuntano dal pavimento, ciascuna con dentro un oggetto, e la loro fila non è casuale ma segue la traccia interrata di una muratura antica. Il visitatore che non lo sa passa e vede undici cilindri; chi lo sa cammina sopra un muro di duemila anni e lo legge attraverso il vetro. Questa è la cosa che racconto sempre ai gruppi e che quasi nessuno ha notato entrando.

Materiali, luce e finiture della Sala del Peduncolo

I materiali dell'allestimento sono tre e dialogano con l'architettura di Renzo Piano invece di combatterla: mattoni romani per la parete di fondo, travertino per il pavimento, legno per il controsoffitto, vetro extrachiaro per le teche. Il vetro extrachiaro, quello a basso contenuto di ferro, ha una resa cromatica quasi neutra e non tinge di verde i profili chiari: su una ceramica a figure rosse, dove la differenza fra l'arancio dell'argilla e il nero della vernice è tutto, la scelta conta. La fornitura illuminotecnica è di Zumtobel e Guzzini, le teche e l'allestimento di S.A.C. Srl, il progetto impiantistico dell'ingegner Mario Semproni, le opere edili di Baglioni Srl.

La visita al Museo Aristaios, pezzo per pezzo

Quello che segue è il percorso come lo racconto io, seguendo l'ordine cronologico delle produzioni, che è poi quello che l'allestimento asseconda. Non aspettatevi didascalie chilometriche sui cartellini: qui conviene arrivare preparati, e questa è precisamente la ragione per cui vale la pena leggere prima.

Il vaso cicladico in marmo, il pezzo più antico

Il reperto più antico della collezione è un vaso in marmo di produzione cicladica, databile fra il 3200 e il 2700 a.C. Siamo nell'Antico Cicladico, nell'arcipelago dell'Egeo, millecinquecento anni prima di Omero e duemilacinquecento prima del Partenone. Le Cicladi in quel momento producono quelle figurine femminili di marmo bianco a braccia incrociate che hanno fatto impazzire Brancusi, Modigliani e Moore, e producono anche vasellame in marmo: coppe, piatti, ciotole, ricavati per abrasione da un blocco pieno, senza tornio e senza metallo duro, lavorando con smerigli e sabbia. Guardatelo controluce e cercate le tracce di lavorazione. Il marmo delle Cicladi, quello di Paros e di Naxos, ha un grano che a spessore sottile lascia passare la luce.

Un oggetto del genere richiedeva settimane di lavoro per essere ottenuto, e serviva a contenere pochissimo. È il segnale più chiaro che si tratta di un bene di prestigio, non di un utensile. Nella collezione fa da soglia: qui comincia tutto.

La ceramica minoica e micenea del Museo Aristaios

Il gradino successivo è l'età del Bronzo egea. La ceramica minoica è quella di Creta, dei palazzi di Cnosso, Festo, Mallia e Zakros, e ha una caratteristica che si riconosce a colpo d'occhio: il decoro naturalistico. Polpi, alghe, gigli, delfini, spirali che si arrotolano senza mai chiudersi in una griglia. I Minoici dipingevano il mare come lo vedevano, con una libertà che nell'arte antica torna raramente. Lo stile di Kamares, con i decori chiari su fondo scuro, e il cosiddetto stile marino del Tardo Minoico I sono i due vertici.

La ceramica micenea, che le succede nel continente greco fra il XVI e il XII secolo a.C., è tutt'altra cosa: più rigida, più ripetitiva, più burocratica. Gli stessi motivi marini diventano schemi. Non è un giudizio di valore, è una differenza di civiltà: i palazzi micenei erano fortezze amministrative con archivi in lineare B, e producevano vasellame in serie per l'esportazione, con la brocca staminata e l'alabastron che si trovano identici da Cipro alla Sicilia. Il visitatore che sa questo, davanti a due vasi apparentemente simili, capisce di aver attraversato il crollo di un mondo.

Il Geometrico al Museo Aristaios: quando la Grecia ricomincia da capo

Fra il 1100 e il 700 a.C. la Grecia attraversa quello che i manuali chiamavano medioevo ellenico: crollo dei palazzi, scomparsa della scrittura, spopolamento. Quando la ceramica riemerge, ha perso i polpi e ha guadagnato la geometria. Meandri, zigzag, triangoli, cerchi concentrici tracciati col compasso multiplo, fasce sovrapposte che coprono l'intero corpo del vaso. La figura umana rientra tardi, verso l'VIII secolo, e rientra ridotta a segno: triangolo per il torace, bastoncini per le braccia, testa a pallino con un punto per il muso.

Ad Atene, in quel secolo, si producono i grandi vasi funerari del Dipylon, alti quasi due metri, con le scene di prothesis, cioè l'esposizione del defunto sul letto funebre, e di ekphorà, il trasporto al sepolcro. La collezione Sinopoli non ha un cratere del Dipylon, e non poteva averlo: sono pezzi museali da grandi istituzioni. Ha però il vocabolario del Geometrico, e serve a leggere il resto.

Corinto e la miniatura: il VII secolo a.C. al Museo Aristaios

Nel VII secolo a.C. il primato passa a Corinto, che grazie alla posizione sull'istmo controlla il traffico fra Egeo e Occidente. La ceramica corinzia inventa due cose destinate a fare storia. La prima è il repertorio orientalizzante: leoni, pantere, sfingi, sirene, grifoni, la fauna che i mercanti hanno visto sui tessuti e sugli avori siriani e fenici, distribuita su fregi sovrapposti con rosette a riempire ogni spazio vuoto. La seconda è la tecnica a figure nere: la silhouette scura sul fondo chiaro dell'argilla, con i dettagli interni ottenuti a incisione, cioè graffiando la vernice con una punta prima della cottura, e con tocchi di rosso e di bianco aggiunti.

Corinto esporta soprattutto piccoli contenitori per unguenti e profumi: l'aryballos globulare, l'alabastron affusolato, la pisside con coperchio. Sono oggetti da pochi centesimi dell'epoca, prodotti a decine di migliaia, che si trovano nelle tombe di mezzo Mediterraneo, Etruria compresa. Nel Museo Aristaios queste miniature vanno guardate con calma e, se avete la vista lunga, contate le zampe: nei fregi seriali corinzi capita che il pittore, andando di fretta, ne salti una.

Laconia, Grecia dell'Est e le altre scuole

La collezione documenta anche due produzioni che il grande pubblico ignora del tutto. La ceramica laconica, cioè spartana, del VI secolo a.C., è una delle sorprese dell'archeologia greca: Sparta, che l'immaginario vuole caserma senza arte, ha prodotto coppe a figure nere di finezza altissima, spesso con un fregio interno a tondo che occupa il fondo della kylix. Il Pittore dei Cavalieri e il Pittore della Caccia sono nomi convenzionali di ceramografi laconici la cui merce arrivava fino a Cirene e in Etruria.

La ceramica greco-orientale è quella delle città ioniche della costa dell'Asia Minore e delle isole vicine, Mileto, Samo, Chio, Rodi, Clazomene. Colori più chiari, argille pallide, animali disegnati con un tratto morbido, e le celebri coppe a occhioni, con due grandi occhi apotropaici dipinti sotto le anse. Chi beveva, alzando la coppa, si copriva il volto e mostrava agli altri commensali due occhi spalancati. È una delle poche battute visive che l'antichità ci ha lasciato intatte.

Le figure nere attiche del Museo Aristaios: Lydos

Da qui in avanti si entra nella parte centrale della collezione, quella che le giustifica tutte le altre. Fra la fine del VII secolo e la metà del VI, Atene soppianta Corinto e conquista il mercato mediterraneo della ceramica fine. L'argilla attica, ricca di ferro, cuoce di un arancio caldo e profondo; la vernice nera attica ha una lucentezza metallica che nessuno riuscì mai a imitare del tutto.

Lydos è uno dei nomi maggiori del periodo, attivo intorno alla metà del VI secolo a.C. Il nome è quello che lui stesso firmò su alcuni vasi: ho Lydos, il Lido, cioè l'uomo venuto dalla Lidia. Un ceramografo di origine straniera, forse figlio di immigrati o schiavo affrancato, che lavora nel Ceramico di Atene e firma con l'etnico invece che col nome proprio. Il suo disegno è potente, un po' ruvido, con figure larghe e gesti ampi; il suo capolavoro riconosciuto è il cratere con la Gigantomachia dell'Acropoli. Le opere di Lydos presenti in collezione sono fra i pezzi di maggior peso scientifico del Museo Aristaios.

Il Pittore di Lysippides e le anfore bilingui

Il Pittore di Lysippides, attivo negli ultimi decenni del VI secolo a.C., prende il nome convenzionale dall'iscrizione Lysippides kalos, cioè Lisippide è bello, che compare su alcuni suoi vasi. Queste acclamazioni di bellezza, le kalos names, sono uno strumento di datazione formidabile: nominano giovani aristocratici ateniesi reali, e quando il nome è incrociabile con le fonti storiche si ottiene una forbice di anni.

Il Pittore di Lysippides interessa soprattutto per un motivo. La sua attività si intreccia con quella del Pittore di Andokides, l'artista a cui si attribuisce l'invenzione della tecnica a figure rosse intorno al 530 a.C. Esiste un gruppo di vasi detti bilingui, con lo stesso soggetto dipinto su un lato a figure nere e sull'altro a figure rosse: da una parte il vecchio linguaggio, dall'altra il nuovo, sullo stesso pezzo. Gli studiosi discutono da un secolo se il Pittore di Lysippides e il Pittore di Andokides siano due mani distinte o la stessa persona che sperimenta due tecniche. È una delle grandi questioni aperte della ceramografia attica e conviene enunciarla come ipotesi, perché tale rimane.

La cerchia di Nikosthenes e le anfore fatte per l'Etruria

Nikosthenes, o Nicostene nella forma italianizzata, non era un pittore ma un ceramista, cioè il proprietario della bottega, attivo ad Atene fra il 545 e il 510 a.C. circa. Firmò come vasaio più di centoventi vasi, un numero enorme. La sua bottega produsse un tipo di anfora così caratteristico da chiamarsi anfora nicostenica: corpo a profilo netto, spalla spigolosa, anse a nastro larghissime e piatte. La cosa straordinaria è che questa forma non è greca. Deriva dalle anfore in bucchero etrusco, e i pezzi nicostenici si sono trovati quasi tutti a Cerveteri.

Nikosthenes, in altre parole, studiava il gusto dei clienti etruschi e produceva su misura per loro, in Grecia, in serie, per l'esportazione. È il primo caso documentato di design orientato al mercato estero nella storia della ceramica europea, e vale la pena fermarcisi un momento davanti alla vetrina: quello che sembra un vaso greco è un prodotto pensato per un aristocratico di Caere che voleva un oggetto ateniese di forma familiare.

Le figure rosse del Museo Aristaios: il Pittore di Syleus

Intorno al 530 a.C. qualcuno ad Atene rovescia il procedimento. Invece di dipingere le figure in nero sul fondo chiaro, si riempie di vernice nera il fondo e si lasciano le figure nel colore dell'argilla. Il vantaggio è enorme: i dettagli interni non vanno più incisi con la punta ma disegnati a pennello, con una linea che può ingrossarsi, assottigliarsi, curvare. La ceramica greca guadagna il chiaroscuro, la torsione dei corpi, il panneggio, lo scorcio.

Il Pittore di Syleus è un ceramografo attico dello stile severo, attivo nei primi decenni del V secolo a.C., all'incirca fra il 500 e il 470. Il nome convenzionale viene da una pelike con l'episodio di Sileo, il brigante della Lidia che costringeva i viandanti a zappargli la vigna e che Eracle uccise con la sua stessa zappa. Il suo disegno è nitido, con corpi solidi e volti di profilo dal mento pronunciato: la fase in cui il pittore greco ha appena imparato lo scorcio e lo esibisce con la fierezza di chi ha una tecnica nuova fra le mani.

Il Pittore di Eretria e il gusto della fine del V secolo

Il Pittore di Eretria lavora due generazioni dopo, nella seconda metà del V secolo a.C., all'incirca fra il 440 e il 420, negli anni della guerra del Peloponneso. Prende nome da una lekythos trovata a Eretria, in Eubea. Il mondo che dipinge è completamente diverso: niente più eroi che spaccano teste, ma scene di gineceo, donne che si acconciano, Eros che svolazza, nozze, tenerezze domestiche. Le vesti sono trasparenti e ricadono in pieghe fittissime, i corpi si sono allungati.

La distanza fra il Pittore di Syleus e il Pittore di Eretria, due vetrine a pochi metri di distanza nel Museo Aristaios, misura sessant'anni di storia greca: dalla vittoria contro i Persiani all'età di Pericle, dall'esibizione della forza alla ricerca della grazia. Se dovessi indicare una sola cosa da guardare in questo museo, indicherei questa coppia. Vale il viaggio.

La ceramica italiota e apula del Museo Aristaios

Dalla seconda metà del V secolo a.C. le colonie greche d'Occidente smettono di importare vasi da Atene e cominciano a produrne in proprio. Nascono le officine italiote, distinte per area: lucana, apula, campana, pestana, siceliota. La produzione apula, con centro a Taranto, è la più abbondante e la più teatrale. I vasi crescono di dimensione fino ai crateri monumentali alti oltre un metro, il decoro invade ogni superficie, compaiono i naiskoi, cioè le edicolette funerarie con dentro il defunto eroizzato, e le scene di tragedia con i personaggi disposti su più registri come sul palcoscenico.

Il gusto è diverso da quello attico e va giudicato con criteri suoi. Chi arriva dai vasi ateniesi trova la ceramica apula sovraccarica; chi la guarda per quello che è, cioè un linguaggio funerario indigeno tradotto in forme greche, ci trova un mondo. La collezione documenta il passaggio, ed è uno dei suoi meriti: non si ferma alla Grecia canonica.

La Daunia, l'Italia che dipinge da sé

C'è poi un capitolo che nella maggior parte dei musei manca del tutto: la ceramica indigena della Daunia, cioè la Puglia settentrionale, il Tavoliere, l'area fra Foggia, Canosa e il Gargano. I Dauni non erano greci e non copiavano i greci. Producevano a mano, senza tornio veloce, vasi di argilla chiara decorati a bande e motivi geometrici bruni e rossi, con forme che in Grecia non esistono: askoi zoomorfi, olle con anse a nastro altissime, il celebre cratere daunio con protomi.

Sono oggetti che sembrano moderni e che invece hanno duemilacinquecento anni. Il fatto che Sinopoli li abbia comprati, potendo comprare altro, dice molto del suo occhio. Un collezionista da salotto avrebbe riempito le vetrine di attico e basta. Lui ha voluto la periferia, quella che gli archeologi chiamano subgeometrico daunio, e ha fatto bene.

Bronzi etruschi, bucchero e vasellame magnogreco

Accanto alle ceramiche il museo espone vasellame in bronzo di produzione etrusca e magnogreca. Il bronzo antico non arriva a noi con l'aspetto che aveva: quello che vedete verde o bruno era, quando fu fatto, giallo e lucido come oro pallido, tirato a specchio. Le forme sono quelle del banchetto: brocche, situle, colini, patere. Le officine etrusche di Vulci esportavano brocche di bronzo in tutto il Mediterraneo, e alcune sono state trovate in Grecia, il che rovescia il luogo comune degli Etruschi come soli importatori.

Il bucchero merita un capitolo a sé e lo trovate poco più avanti. Qui basti dire che nella collezione compaiono esemplari di quella ceramica nera lucida che è l'invenzione etrusca per eccellenza.

Le statuette votive del Museo Aristaios

Una serie cospicua di statuette, in gran parte votive, raffigura divinità, devoti e animali. Sono i cosiddetti ex voto, gli oggetti che si lasciavano nei santuari per accompagnare una richiesta o per ringraziare di una grazia ricevuta. Costavano poco, si compravano alle bancarelle davanti al santuario, si producevano a matrice in serie. Proprio per questo raccontano la religiosità reale della gente comune, che i grandi templi di marmo non raccontano affatto.

Le figurine animali, in particolare, valgono una sosta. Buoi, cavalli, uccelli, arieti. Chi offriva un bue di terracotta stava offrendo simbolicamente un bue vero che non poteva permettersi. È una delle economie religiose più antiche e più universali che si conoscano, e funziona ancora, con altri materiali, nei santuari di oggi.

I pezzi bizzarri: il cubo dipinto e il poppatoio

In ogni collezione seria c'è qualcosa che nessuno sa spiegare, e il Museo Aristaios non fa eccezione. Il primo pezzo è un cubo di terracotta dipinta a lati concavi, di destinazione d'uso incerta: forse un gioco per bambini, forse un oggetto rituale, forse un elemento di arredo. Nessuno lo sa con certezza, e le fonti ufficiali lo dichiarano apertamente.

Il secondo è una brocchetta di impasto con beccuccio, che potrebbe essere un poppatoio, cioè il biberon dell'antichità. Se l'identificazione regge, e resta un'ipotesi, siamo davanti a uno degli oggetti più commoventi che l'archeologia produca: un contenitore fatto perché una madre potesse dare da bere a un neonato tremila anni fa. Ci sono esemplari analoghi in diversi musei, spesso rinvenuti in tombe infantili, ed è il tipo di reperto davanti al quale i gruppi smettono di chiacchierare.

Il mio consiglio, e lo do sempre: cercate questi due oggetti prima dei capolavori. Sono in mezzo agli altri, non hanno un cartellino più grande, e sono la ragione per cui vale la pena avere una collezione privata invece di una selezione ministeriale.

La pittura vascolare spiegata a chi non ne sa nulla

Questo è il capitolo che rende utile la visita anche a chi entra al Museo Aristaios senza alcuna preparazione. Dieci minuti di lettura e i vasi smettono di essere vasi: diventano documenti leggibili.

Perché i Greci dipingevano i vasi

Prima cosa, e la più controintuitiva: la ceramica dipinta non era arte da museo. Era vasellame d'uso, costoso quanto una buona stoviglia ma non quanto un gioiello. Serviva per bere, per versare, per conservare olio e vino, per portare acqua, per contenere profumi, per accompagnare i morti nella tomba. I prezzi che conosciamo dalle iscrizioni commerciali graffite sotto i piedi dei vasi sono modesti. Quello che oggi mettiamo sotto vetro e illuminiamo con luce museale era, per un ateniese del V secolo, un servizio da tavola di buona qualità.

Seconda cosa: la stragrande maggioranza dei vasi attici che ammiriamo nei musei europei non è stata trovata in Grecia. È stata trovata in Etruria, nelle tombe di Vulci, Cerveteri, Tarquinia, Chiusi. Gli aristocratici etruschi compravano vasi greci a carrettate e se li portavano nel sepolcro. Senza quella moda funeraria etrusca non avremmo quasi nulla della pittura vascolare greca, perché in Grecia i vasi si rompevano e finivano nelle discariche. È uno dei paradossi più belli dell'archeologia classica: conosciamo la pittura greca grazie ai gusti dei loro concorrenti in Tirreno.

L'argilla, il tornio e la vernice che non è vernice

Il vaso si tira al tornio veloce, in più pezzi che poi si uniscono a barbottina: corpo, collo, piede, anse. Si lascia asciugare fino alla consistenza detta cuoio, poi si decora. La cosiddetta vernice nera non è una vernice e non contiene pigmenti neri. È argilla, la stessa argilla del vaso, depurata fino a ottenere una sospensione di particelle finissime, applicata a pennello. La differenza fra il corpo e la decorazione, prima della cottura, si vede appena.

Il nero nasce nel forno, e nasce da un procedimento in tre fasi che i ceramisti greci padroneggiavano senza avere la minima idea della chimica coinvolta. Prima fase, ossidante: si cuoce con abbondante ossigeno intorno agli 800 gradi, e tutto il vaso diventa rosso, perché il ferro nell'argilla si ossida in ematite. Seconda fase, riducente: si chiudono le prese d'aria e si getta legna verde o segatura umida, la temperatura sale verso i 950 gradi, l'ossigeno manca, e tutto il vaso diventa nero perché il ferro si riduce a magnetite. Terza fase, di nuovo ossidante: si riaprono le prese d'aria e si abbassa la temperatura. Qui accade il miracolo. Il corpo del vaso, poroso, respira e torna rosso; la pellicola di argilla depurata, che nella fase riducente si è vetrificata e sinterizzata, non lascia più passare l'ossigeno e resta nera per sempre.

Detto altrimenti: greci e romani ottenevano due colori da un solo materiale, controllando soltanto l'aria del forno. Nessuna tecnologia ceramica successiva, fino alla porcellana, ha eguagliato la brillantezza di quel nero. E ogni volta che vi trovate davanti a una vetrina del Museo Aristaios, pensate che quel lucido non è smalto: è argilla cotta bene.

Le figure nere

La tecnica a figure nere nasce a Corinto verso il 700 a.C. e Atene la adotta e la perfeziona nel VI secolo. Il pittore stende la sagoma della figura con la barbottina nera, e poi incide i dettagli interni con una punta metallica, tagliando la pellicola nera fino a scoprire l'argilla rossa sottostante. Muscoli, pieghe delle vesti, ciocche di capelli, criniere di cavalli: tutto è inciso. Si aggiungono poi tocchi di bianco, riservato per convenzione alla carnagione femminile, e di rosso violaceo per barbe, mantelli e finimenti.

Il limite della tecnica è evidente appena la si conosce: l'incisione produce una linea di spessore costante, che non modula. Una figura a figure nere è una silhouette con un reticolo di graffi dentro. Funziona benissimo per le scene affollate, i cortei, i combattimenti; funziona male per i corpi in torsione e per gli scorci. Il vantaggio è che, letta a distanza, la figura nera è nitidissima: se dovete riconoscere un vaso in una vetrina buia dall'altro capo di una sala, la figura nera vince.

Le figure rosse

Verso il 530 a.C., ad Atene, qualcuno inverte il rapporto. Si dipinge di nero il fondo e si lasciano in riserva le figure, cioè nel colore naturale dell'argilla. I dettagli interni si tracciano a pennello, e questo è il punto: il pennello modula. Nasce la linea a rilievo, quel filo di argilla nera leggermente sporgente, applicato probabilmente con una siringa fatta di setola e sacca, che si sente al tatto e che è la firma tecnica della ceramografia attica di alto livello. Nasce la diluizione, cioè la barbottina allungata con acqua, che cuocendo dà un bruno dorato usato per i muscoli e per i capelli morbidi.

L'invenzione si attribuisce per convenzione al Pittore di Andokides, e la data intorno al 530 a.C. è largamente accettata. Nel giro di una generazione la nuova tecnica spazza via la vecchia per il vasellame di pregio, mentre le figure nere sopravvivono fino al II secolo a.C. per un solo tipo di oggetto: le anfore panatenaiche, i vasi-premio dei giochi di Atene, che restarono a figure nere per motivi rituali. È un caso magnifico di conservatorismo religioso: nessuno si sognava di modernizzare il trofeo.

Perché i pittori si chiamano Pittore di qualcosa

Questa è la domanda che mi fanno sempre, ed è una domanda intelligente. Solo una piccola parte dei ceramografi greci ha firmato. Per tutti gli altri, la ricerca ha costruito nell'ultimo secolo un sistema di attribuzione basato sul dettaglio ricorrente e involontario: il modo di rendere l'orecchio, la caviglia, la clavicola, la piega del mantello sopra il gomito. Il metodo lo mise a punto sistematicamente John Davidson Beazley fra gli anni Dieci e gli anni Sessanta del Novecento, catalogando decine di migliaia di vasi e isolando centinaia di mani individuali.

A ciascuna mano anonima si assegna un nome convenzionale, ricavato dal soggetto più celebre, dal luogo di rinvenimento, dal museo che conserva il pezzo eponimo o dal nome che compare in un'acclamazione dipinta. Da qui il Pittore di Syleus, che prende nome dall'episodio di Sileo; il Pittore di Eretria, dal luogo di rinvenimento; il Pittore di Lysippides, dall'iscrizione di bellezza. Non sono soprannomi pittoreschi: sono etichette scientifiche, e dietro ognuna c'è una persona reale che ha lavorato, respirato la polvere della bottega e preso una paga.

Le forme dei vasi e a che cosa servivano

Ultimo strumento, e poi la vetrina si legge da sola. I nomi delle forme sono greci, e ciascuna aveva una funzione precisa.

Il cratere è il vaso del vino. Grande, aperto, panciuto, serviva a mescolare vino e acqua al centro della sala del simposio: i Greci bevevano il vino tagliato, di norma una parte di vino e tre di acqua, e chi lo beveva puro era considerato un barbaro o un ubriacone. Ne esistono quattro tipi principali: a colonnette, a volute, a calice e a campana. Il cratere è il pezzo di rappresentanza per eccellenza, il più grande e il più decorato, quello su cui il pittore si giocava la reputazione.

L'anfora è il contenitore da conservazione e da trasporto, con due anse verticali; nella versione fine serviva per olio e vino di qualità e come dono cerimoniale. L'hydria, con tre anse, due orizzontali per sollevare e una verticale per versare, era il vaso dell'acqua, portato sulla testa dalle donne dalla fontana a casa. L'oinochoe è la brocca da vino, con la bocca trilobata per versare senza sgocciolare. Il kantharos, alto e con due anse verticali sopra l'orlo, è la coppa di Dioniso.

La kylix è la coppa da simposio, bassa e larga su un piede alto, con il tondo interno decorato che si scopriva man mano che si beveva. La lekythos, snella e con collo stretto, conteneva olio profumato e diventò il vaso funerario per eccellenza; le lekythoi a fondo bianco, con le scene di visita alla tomba, sono fra le cose più delicate che l'arte greca abbia prodotto. L'alabastron e l'aryballos, minuscoli, contenevano unguenti. La pelike è un'anfora dal corpo pesante e basso. La pisside è la scatola con coperchio per i gioielli e i cosmetici. L'askos, dal greco otre, è un contenitore basso e schiacciato per l'olio, e in area indigena italica assume spesso forme animali.

Imparate cinque di questi nomi e la vetrina cambia di senso. Non state più guardando dei vasi: state guardando la tavola, la cantina, il bagno e il funerale di una casa greca.

I crateri e le anfore del Museo Aristaios: che cosa cercare

Se avete poco tempo, i pezzi grossi sono i crateri e le anfore, e non per la sola ragione della dimensione. Sono le forme su cui i ceramografi si impegnavano davvero, quelle che raccontano miti articolati invece di singole figure isolate.

Come si legge un cratere

Un cratere ben conservato ha due lati e vanno guardati tutti e due, il che sembra ovvio e invece nelle vetrine non lo è mai: il lato A, quello principale, porta la scena importante, spesso mitologica; il lato B, che i pittori sbrigavano più in fretta, porta di solito tre giovani ammantati in conversazione, una specie di formula riempitiva che si ripete su migliaia di vasi. Se in una vetrina vedete il lato B, spostatevi. Sotto le anse corrono di solito palmette e girali; sull'orlo una fascia di ovoli o di edera; sopra il piede una treccia o un meandro.

I soggetti ricorrenti sono pochi e riconoscibili. Dioniso con il tirso, la corona d'edera e il corteo di satiri e menadi. Eracle con la pelle di leone e la clava. Teseo contro il Minotauro. Le scene di partenza del guerriero, con la donna che porge la coppa. Le amazzonomachie e le centauromachie. Gli inseguimenti amorosi degli dei, che il gusto moderno legge con imbarazzo e che erano un genere codificato. Sui vasi apuli, in aggiunta, i naiskoi funerari e le scene teatrali dei fliaci, con attori panciuti e mascherati su un palco di legno.

Le anfore e il segreto sotto il piede

Sulle anfore c'è un dettaglio che quasi nessuno guarda perché è invisibile in vetrina: sotto il piede, molti vasi attici esportati portano graffiti commerciali, sigle e numeri incisi dai mercanti per indicare il contenuto della partita e il prezzo. Sono la contabilità del commercio antico, e si leggono su centinaia di esemplari. Nei musei quasi nessuno espone il fondo dei vasi, e si perde uno degli aspetti più concreti della storia economica greca. Quando in una vetrina trovate un vaso montato su un supporto che ne lascia intravedere il piede, avvicinatevi.

Il bucchero etrusco, l'invenzione più radicale dell'Italia antica

Il bucchero è ceramica nera in tutto il suo spessore. Non nera in superficie: nera fino al centro della parete. Lo si ottiene cuocendo in atmosfera fortemente riducente, cioè con il forno chiuso e saturo di fumo, in modo che il ferro contenuto nell'argilla resti allo stato ridotto in tutta la massa. Poi si lucida a stecca, prima della cottura, fino a ottenere una superficie riflettente.

Nasce a Cerveteri intorno al 675 a.C. e per un secolo e mezzo è il segno distintivo della ceramica etrusca. Gli studiosi lo dividono in tre fasi. Il bucchero sottile, dal 675 al 600 a.C. circa, con pareti di due o tre millimetri, forme sottili e nitide, decoro inciso a ventaglio o a rotella: è il vertice tecnico, e ancora oggi i ceramisti faticano a replicarlo. Il bucchero transizionale, nel corso del VI secolo. Il bucchero pesante, dal 575 al 480 a.C. circa, prodotto soprattutto a Chiusi e nell'Etruria interna, con pareti spesse, decorazioni a rilievo ottenute a stampo e forme monumentali.

La domanda che pongo sempre ai gruppi è: perché nero? La risposta più accreditata è che il bucchero imitasse il vasellame metallico, il bronzo brunito e forse l'argento annerito, cioè il servizio da tavola dei ricchissimi. Una famiglia etrusca di rango medio si permetteva il bucchero e faceva bella figura al banchetto. È ceramica che finge di essere metallo, ed è una delle idee più moderne che l'antichità abbia avuto.

Il bucchero si esportava, e parecchio: se ne trova a Cartagine, in Provenza, in Grecia, in Egitto. Ed è proprio la forma delle anfore in bucchero che, come si è visto, Nikosthenes copiò ad Atene per venderla agli Etruschi. Un cerchio commerciale perfetto, e un ottimo argomento contro l'idea di un'Etruria passiva e provinciale.

Chi si appassiona a questa produzione ha, a venti minuti dal Museo Aristaios, il posto giusto per approfondire: il Museo Etrusco di Villa Giulia, che dell'arte etrusca è il museo nazionale. Nella stessa città si può proseguire con il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della Sapienza.

Ceramica greca della collezione Sinopoli esposta nelle teche del Museo Aristaios
Museo Aristaios - Collezione Sinopoli - Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone

L'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, il contenitore

Non si capisce il Museo Aristaios senza capire l'edificio che lo ospita, e l'edificio merita mezz'ora di attenzione per conto suo.

Il concorso del 1993 e i tre scarabei dell'Auditorium

Renzo Piano vinse il concorso a inviti bandito nel 1993 per il nuovo complesso musicale di Roma. Il progetto occupa un'area di circa cinquantacinquemila metri quadrati fra viale Pietro de Coubertin e viale Tiziano, ai margini del Villaggio Olimpico del 1960. La soluzione formale è quella dei tre volumi separati, ciascuno una sala da concerto autonoma, disposti attorno a una piazza in pendenza che è anche cavea a cielo aperto. I romani li hanno battezzati subito scarabei, o tartarughe, o casse armoniche a seconda dell'umore, per via del guscio bombato rivestito esternamente da listelli di piombo posati a scaglie. Le basi degli edifici sono in mattone.

La separazione dei tre volumi non è un capriccio: serve ad annullare le interferenze acustiche fra una sala e l'altra, in modo che si possa suonare Mahler in una e Bach nell'altra senza che le due cose si sentano insieme. Ogni sala poggia su appoggi antivibranti e ha una struttura indipendente. È il tipo di soluzione che costa moltissimo e che il pubblico non vede mai.

Le tre sale e la Cavea

La Sala Sinopoli fu la prima a essere inaugurata, il 21 aprile 2002, giorno del Natale di Roma, e ha circa millecentotrenta posti. La Sala Petrassi, intitolata al compositore Goffredo Petrassi, ne ha poco meno di settecento. La Sala Santa Cecilia, la grande, con circa duemilasettecentocinquanta posti, aprì il 21 dicembre 2002 e completò il complesso. Il suo interno è rivestito da ventisei gusci di legno di ciliegio americano sospesi sopra la platea, che si possono orientare per modificare i tempi di riverbero: legno perché il legno è il materiale degli strumenti ad arco, e la logica è quella di suonare dentro uno strumento.

La Cavea, la piazza-anfiteatro all'aperto fra i tre volumi, ospita circa tremila spettatori e d'estate diventa uno dei luoghi più frequentati della città. Nel 2020 il Consiglio comunale di Roma approvò l'intitolazione del complesso a Ennio Morricone, morto in quell'anno; da allora il nome completo è Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Chi vuole la storia completa del complesso, i cartelloni e le stagioni, la trova nella pagina dedicata all'Auditorium Parco della Musica.

Un'osservazione da guida, e non tenera. L'Auditorium funziona benissimo come macchina culturale e male come luogo urbano: è un'isola circondata da viali a scorrimento veloce, e il quartiere intorno non lo attraversa quasi mai. La conseguenza per il nostro museo è diretta: il Museo Aristaios non ha passaggio spontaneo. Ci arriva chi lo cerca. Ed è per questo che, in un sabato pomeriggio qualunque, avrete le vetrine tutte per voi.

La villa romana dell'Auditorium e il Museo Archeologico

Il secondo museo, quello che quasi tutti scoprono per caso mentre cercano il primo, racconta la storia che c'era sotto il cantiere.

Lo scavo dell'Auditorium, 1995-1998

Le opere di costruzione dell'Auditorium partirono nel 1995 e furono seguite fin dall'inizio dall'Ufficio Monumenti Antichi e Scavi della Sovraintendenza comunale, in accordo con la Soprintendenza Archeologica di Roma. Quello che emerse fra il 1995 e il 1998 fu un edificio di oltre duemila metri quadrati con una sequenza di frequentazione continua dalla metà del VI secolo a.C. fino all'età imperiale, articolata dagli scavatori in sei periodi. La scoperta obbligò a rivedere il progetto e ritardò i lavori di anni, il che all'epoca fece infuriare mezza città. Con il senno di poi fu la cosa migliore che potesse accadere: senza quel ritardo, oggi non ci sarebbe nessuna area archeologica visibile.

Le fasi della villa romana dell'Auditorium

La prima installazione è una fattoria rustica di età arcaica, distrutta intorno al 500 a.C. Sulle sue rovine, in quello stesso periodo, sorse una grande villa padronale associata a un villaggio murato, probabilmente destinato ai servi impiegati nel lavoro agricolo. È un dato di enorme interesse per la storia dell'agro romano: mostra che la campagna a tre chilometri dalle mura, già nel V secolo a.C., era organizzata in aziende agricole con manodopera stanziale, e non in un pulviscolo di piccoli poderi come vuole la vulgata sui Romani contadini delle origini. Le fasi successive arrivano fino all'inizio del III secolo d.C., quando il complesso viene abbandonato.

Il torchio dell'olio e la tegola con Acheloo

Due reperti reggono da soli l'allestimento. Il primo è il calco della base del torchio oleario, il torcular, rinvenuto fra i resti della grande villa impiantata intorno al 500 a.C. Certifica che qui si coltivava l'olivo e si produceva olio su scala aziendale, in un'epoca in cui gli storici discutevano ancora quanto fosse diffusa l'olivicoltura nel Lazio arcaico. Un blocco di pietra con una canaletta di scolo vale, in questo caso, dieci pagine di trattato.

Il secondo è la grande tegola di gronda con testa di Acheloo, inserita nel tetto della zona padronale in occasione di una ristrutturazione intorno al 300 a.C. Acheloo è la divinità fluviale per eccellenza del mondo greco, il fiume che lottò con Eracle per la mano di Deianira trasformandosi in serpente e in toro, e che perse un corno: quel corno, secondo una delle versioni, diventò la cornucopia. Nell'arte antica ha volto umano barbuto e corna taurine. Trovarne il volto su una gronda di una villa dell'agro romano significa che i proprietari conoscevano il repertorio greco e lo usavano per marcare il proprio rango. È un dettaglio piccolo con conseguenze grandi.

L'allestimento del Museo Archeologico

Il museo occupa due ambienti. Nel primo, le fasi di vita del complesso sono illustrate con modellini in legno, disegni ricostruttivi e un grande plastico; quattro vetrine raccolgono materiali selezionati, suppellettili per il culto e vasellame da cucina e da tavola; due teche ospitano ricostruzioni di contesti specifici, fra cui un focolare per la cottura del pane e una dispensa. Il secondo ambiente allarga lo sguardo al territorio compreso fra le Mura Aureliane, l'Aniene e il Tevere, con pannelli, fotografie e ricostruzioni tridimensionali; da una terrazza si vede un muro in opera reticolata.

La formula scelta si chiama musealizzazione in situ: gli oggetti restano dove sono stati trovati e si guardano affacciandosi sui resti. È la soluzione museografica più difficile e più onesta che esista, ed è la ragione per cui vi dico sempre di visitare i due musei nello stesso giro. Il Museo Aristaios racconta la Grecia con oggetti arrivati a Roma nel Novecento; il Museo Archeologico racconta Roma con oggetti che non si sono mai mossi. La scheda ufficiale è sul sito della Sovrintendenza Capitolina, e la pagina di visita su auditorium.com.

Come si visita davvero il Museo Aristaios

Quanto tempo serve per il Museo Aristaios

Per il solo Museo Aristaios, quaranta minuti sono la misura giusta per una visita attenta; venti bastano per una passata. Aggiungete altri trenta o quaranta minuti per il Museo Archeologico e la villa romana. In tutto, un'ora e mezza. Con una guida che vi racconti i pezzi si arriva tranquillamente a due ore, e non annoia nessuno, perché i pezzi sono pochi abbastanza da poterli guardare uno per uno.

Consiglio di metodo: non provate a leggere tutto. In un museo di centosessantuno pezzi la tentazione di leggere ogni cartellino è forte e produce, dopo trenta minuti, la classica saturazione. Scegliete otto oggetti e guardateli davvero, tre minuti l'uno. È il modo migliore di visitare qualunque museo e in questo funziona benissimo.

Quando andare al Museo Aristaios e quando evitarlo

L'apertura è concentrata nei fine settimana, quindi la scelta è fra sabato e domenica. Il sabato mattina, appena aperto, l'Auditorium è quasi vuoto e il museo è vostro. La domenica pomeriggio, in stagione, il complesso si riempie di pubblico dei concerti e delle attività per famiglie, e il passaggio diventa rumoroso. Da evitare le giornate di grandi eventi che occupano gli spazi comuni: quando l'Auditorium ospita fiere del libro, festival, saloni o produzioni televisive, gli ambienti espositivi possono essere chiusi o resi inaccessibili. Una telefonata prima di partire risolve la questione in trenta secondi.

Il periodo migliore, per gusto personale, è l'autunno. Da ottobre in poi la Cavea si svuota, il parco intorno ai tre volumi prende i colori giusti, e il pomeriggio di un sabato d'ottobre in questo museo è una delle cose più civili che si possano fare a Roma gratis.

Il Museo Aristaios con i bambini

Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a due condizioni. La prima è la statura: le vetrine giocano sulle altezze, e sotto il metro e venti si vede bene solo la fascia inferiore. Portatevi la pazienza di sollevare i più piccoli, oppure puntate direttamente sulle undici teche cilindriche, che sono leggibili anche da bassi. La seconda condizione è avere una storia da raccontare. I vasi greci sono figurativi e narrativi: se davanti a un'anfora chiedete a un bambino di trovare il leone di Eracle o il tridente di Poseidone, la visita diventa una caccia al tesoro.

Il cubo di terracotta che forse era un gioco e la brocchetta che forse era un poppatoio sono i due pezzi che con i bambini funzionano sempre, perché parlano di infanzia antica. Chi cerca un'attività interamente pensata per i più piccoli trova, a poche fermate di distanza, Explora, il museo dei bambini di Roma, in via Flaminia.

Accessibilità del Museo Aristaios

L'Auditorium è un edificio recente, progettato con criteri di accessibilità: percorsi in piano, ascensori, servizi attrezzati, parcheggio interrato con posti riservati. Gli ambienti del museo sono al medesimo livello dei percorsi interni. Per esigenze specifiche, e per sapere se al momento della visita ci siano cantieri o deviazioni, il numero da chiamare è lo 06 80241281.

Fotografie, guardaroba, servizi

Le fotografie senza flash e senza cavalletto sono normalmente ammesse, come nella quasi totalità dei musei italiani dopo la liberalizzazione delle riprese nei luoghi della cultura; il personale in sala resta l'autorità in materia e conviene chiedere. Il flash, in ogni caso, non serve a nulla su una vetrina: produce solo un lampo bianco al centro dell'immagine. L'Auditorium dispone di caffetteria, bookshop e servizi igienici lungo il percorso comune; guardaroba e depositi sono legati agli eventi in programma e non al museo.

Come arrivare al Museo Aristaios

L'indirizzo da dare a chiunque è viale Pietro de Coubertin 30, quartiere Flaminio. Dal centro storico le opzioni sono tre.

Con la metropolitana e il tram: linea A fino alla stazione Flaminio, uscita piazzale Flaminio, e da lì la linea 2 in direzione piazza Mancini, fermata Apollodoro. La linea 2 è tranviaria, ma per i lavori in viale delle Belle Arti il servizio è affidato ad autobus sostitutivi sullo stesso itinerario; i tempi restano di dieci o dodici minuti dal capolinea. Il servizio in vigore è pubblicato da Roma Servizi per la Mobilità e dall'ATAC.

Con l'autobus diretto: la linea 910 collega Termini a piazza Mancini passando per via Nomentana, Villa Borghese e viale Tiziano; la 53 va da largo Chigi a piazza Mancini; la 168 collega la stazione Tiburtina a largo Maresciallo Diaz; la 982 passa per viale XVII Olimpiade. Le fermate utili sono piazza Apollodoro e piazza Mancini, entrambe a pochi minuti a piedi dall'ingresso.

In automobile: l'Auditorium ha un parcheggio interrato a pagamento con circa mille posti, accessibile da viale Pietro de Coubertin. È una delle rare occasioni romane in cui arrivare in macchina non è un errore, soprattutto la domenica mattina. Chi arriva dalla Roma nord ha la ferrovia regionale Roma-Viterbo con fermata Euclide, a una decina di minuti a piedi.

Ultima possibilità, la mia preferita: a piedi da piazza del Popolo lungo via Flaminia, poi viale Tiziano. Sono circa due chilometri e mezzo, trentacinque minuti di passo tranquillo, e si attraversa una Roma primo Novecento che nessun itinerario turistico contempla.

Il quartiere Flaminio intorno al Museo Aristaios

Il Flaminio è uno dei quartieri più interessanti di Roma e uno dei meno visitati. Nasce come area extraurbana lungo la via Flaminia, la strada consolare aperta dal censore Gaio Flaminio nel 220 a.C. per collegare Roma a Rimini; resta campagna e vigne fino all'Ottocento; si urbanizza nel Novecento in due ondate, quella degli anni Trenta e quella olimpica del 1960. Oggi è un concentrato di architettura contemporanea come pochi altri quartieri europei.

Il MAXXI, a cinque minuti dal Museo Aristaios

Il Museo nazionale delle arti del XXI secolo occupa in via Guido Reni gli edifici di un'ex caserma, riprogettati da Zaha Hadid, architetta angloirachena il cui progetto fu scelto fra duecentosettantatré proposte da tutto il mondo. Il museo aprì nel 2010 e occupa circa ventinovemila metri quadrati. Il sito ufficiale indica l'apertura da martedì a domenica dalle 11 alle 19, con chiusura il lunedì, e un biglietto intero di 15 euro, ridotto 12, con tariffe inferiori acquistando online; l'ingresso è gratuito per i minori di diciotto anni. La scheda completa è alla pagina del MAXXI, e le informazioni di visita si aggiornano su maxxi.art.

L'accostamento fra i due musei è di quelli che valgono una giornata: al mattino ceramica greca del VI secolo a.C., al pomeriggio arte e architettura del XXI secolo, a quattrocento metri di distanza, in due edifici firmati da due dei nomi maggiori dell'architettura contemporanea. Poche città possono permettersi un abbinamento del genere e Roma non lo pubblicizza affatto.

Il Palazzetto dello Sport in piazza Apollodoro

Alla fermata dove scendete, in piazza Apollodoro, si alza una delle strutture più importanti dell'ingegneria italiana del Novecento. Il Palazzetto dello Sport fu costruito fra il luglio 1956 e il settembre 1957 su progetto dell'architetto Annibale Vitellozzi e dell'ingegner Pier Luigi Nervi. La cupola, interamente in cemento armato prefabbricato per moduli a spicchio, ha un diametro esterno di circa settantotto metri ed è sorretta all'esterno da trentasei cavalletti a forma di Y disposti lungo il perimetro. Ospitò le gare di pallacanestro e di sollevamento pesi delle Olimpiadi del 1960 e fu il primo impianto olimpico romano a essere completato. Restaurato a partire dal 2022, ha riaperto nell'ottobre 2023.

Fermatevi trenta secondi sotto i cavalletti e guardate in alto. Nervi calcolava queste strutture con carta e regolo, senza computer, e otteneva coperture che oggi si costruiscono con software di analisi agli elementi finiti. Ha lavorato con il ferrocemento e con la prefabbricazione come nessuno prima e pochi dopo di lui.

Lo Stadio Flaminio e il Villaggio Olimpico

Poco oltre, in viale dello Stadio Flaminio, c'è l'altro capolavoro di Nervi in zona: lo Stadio Flaminio, costruito fra il 1957 e il 1959 su progetto di Pier Luigi Nervi e del figlio Antonio, per circa cinquantamila spettatori, con telai in cemento armato e gradinate prefabbricate; sotto le tribune trovavano posto una piscina e cinque palestre. Ospitò le partite di calcio dei Giochi del 1960 e, per anni, le partite di rugby della nazionale italiana. Oggi è dismesso e attende un destino: la dichiarazione di interesse culturale del 2018 e un piano di conservazione elaborato entro il 2020 con il sostegno della Getty Foundation ne hanno finalmente sancito il valore. Vederlo chiuso, dietro le reti, è uno dei dispiaceri architettonici di questa città.

Tutto attorno si estende il Villaggio Olimpico, il quartiere costruito nel 1958-1960 per ospitare gli atleti su progetto di un gruppo che comprendeva Adalberto Libera, Vittorio Cafiero, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti: palazzine su pilotis, verde continuo, il viadotto di corso Francia di Nervi che lo attraversa. È uno dei pochi quartieri di edilizia pubblica italiana invecchiati bene. Chi vuole completare il quadro dell'architettura sportiva romana ha, sull'altra sponda del Tevere, il Foro Italico con lo Stadio Olimpico.

Che cosa altro c'è a venti minuti dal Museo Aristaios

Verso nord, a due passi, il Tevere e Ponte Milvio, il ponte della battaglia del 312 fra Costantino e Massenzio, con la torretta di Valadier e un quartiere di locali che la sera si riempie. Verso sud, lungo viale delle Belle Arti, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e il Museo Etrusco di Villa Giulia, che di questo itinerario ceramico è la prosecuzione naturale. Poco oltre comincia Villa Borghese, con il Bioparco.

Chi vuole restare sul tema della musica e degli oggetti ha in città il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali a Santa Croce in Gerusalemme e il MUSA, il museo degli strumenti musicali del Conservatorio di Santa Cecilia. Chi vuole restare sull'archeologia trova al Palazzo Massimo alle Terme e a Palazzo Altemps due sedi del Museo Nazionale Romano, e alla Crypta Balbi il racconto della città che cambia. Per il rapporto fra archeologia e archeologia industriale, la Centrale Montemartini resta l'esperimento più riuscito.

Una curiosità su Museo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli

La curiosità sta in una coincidenza che quasi nessuno nota, e che una volta notata non si dimentica più. Nel medesimo complesso di edifici convivono una sala da concerto intitolata a Giuseppe Sinopoli e il museo che espone la collezione archeologica di Giuseppe Sinopoli. La Sala Sinopoli fu inaugurata il 21 aprile 2002, poco meno di un anno dopo la morte del direttore, avvenuta a Berlino il 20 aprile 2001; il museo con i suoi vasi arrivò dieci anni più tardi, nel dicembre 2012, quando il Ministero destinò a questa sede i centosessantuno pezzi acquistati nel 2010 dagli eredi. Nessuno dei due fatti fu progettato in funzione dell'altro. Il risultato è che, a Roma, esiste un edificio in cui un uomo è ricordato due volte per due mestieri diversi, a cinquanta metri di distanza, e la cosa non è scritta da nessuna parte.

C'è di più, e riguarda il nome dell'insegna. Aristaios non fu inventato per il museo. Era il titolo del catalogo scientifico della collezione, pubblicato da Marsilio a Venezia nel 1995, quattrocentosessanta pagine e oltre cinquecento illustrazioni, curato da Enrico Paribeni, uno dei maggiori archeologi italiani del secolo scorso e specialista di ceramica greca. In quel volume i pezzi censiti erano centoventi; il nucleo acquistato dallo Stato e oggi esposto ne conta centosessantuno. Il museo, in altre parole, porta il titolo di un libro uscito diciassette anni prima che il museo esistesse. Sinopoli era vivo, aveva quarantanove anni, e il nome del dio contadino l'aveva scelto lui.

Aggiungo un dettaglio che a me pare la cosa più bella di tutte. Aristeo, nelle Georgiche di Virgilio, è l'uomo che perde tutto, scende sott'acqua a interrogare la madre, afferra un dio che si trasforma per farsi dire la verità, e alla fine riottiene le api dalle carcasse dei buoi. È un mito di perdita e di ritorno. Il collezionista che sceglie quel nome per la sua raccolta, e che morirà sei anni dopo lasciandola orfana, non poteva saperlo. Ma il nome ha finito per calzare in un modo che nessuna scelta editoriale prevede.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli

La cosa che nessuno dice è che questo museo è aperto in pratica solo nel fine settimana, e che le informazioni in circolazione su questo punto sono discordanti. Le pagine ufficiali dell'Auditorium indicano l'apertura il sabato dalle 11 e la domenica e i festivi dalle 10, con chiusura alle 18 nel periodo dell'ora solare e alle 20 con l'ora legale. Altre schede istituzionali riportano invece orari continuativi su tutta la settimana. Chi arriva di martedì rischia il viaggio a vuoto. La regola prudente, e ve la do come la do ai miei gruppi, è una sola: telefonare allo 06 80241281 il giorno prima, oppure controllare la pagina ufficiale su auditorium.com. Trenta secondi contro un'ora di trasporto pubblico persa.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda gli eventi. Il Museo Aristaios occupa un ambiente di collegamento dentro un complesso che ospita fiere, saloni, festival, premiazioni, riprese televisive. Quando uno di questi eventi occupa gli spazi comuni, l'accesso agli ambienti espositivi può essere sospeso senza preavviso, e la cosa è dichiarata anche dal sito ufficiale con una formula asciutta: gli spazi espositivi potrebbero essere inaccessibili durante particolari eventi. Non è un difetto di organizzazione, è la natura del luogo. Un museo dentro un teatro vive delle regole del teatro.

La terza, e forse la più utile: i due musei dell'Auditorium sono due, non uno. Molti visitatori entrano al Museo Aristaios, guardano i vasi, escono e se ne vanno, senza sospettare che a pochi metri ci sia un'area archeologica in situ con i resti di una villa romana di duemila metri quadrati e un secondo museo che la racconta. Non c'è una segnaletica che gridi. Chiedete al personale dov'è il Museo Archeologico e la villa romana: vi indicheranno il percorso, ed è la seconda metà della visita.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli

Il consiglio principale è di rovesciare l'ordine che verrebbe naturale. Non cominciate dai vasi. Cominciate dalla villa romana e dal Museo Archeologico, che raccontano che cosa c'era qui prima dell'Auditorium, e poi passate alla collezione Sinopoli. In questo modo il percorso va dal locale al mediterraneo, dalla fattoria del Lazio arcaico ai vasi arrivati qui da Atene e da Taranto attraverso il mercato antiquario del Novecento. Fatto nell'ordine inverso, l'area archeologica sembra un'appendice; fatto così, il museo di ceramica diventa il coronamento di un discorso.

Secondo consiglio, di metodo. Scegliete otto pezzi e dedicategli tre minuti ciascuno, invece di guardarne centosessantuno per dieci secondi l'uno. La mia lista, se serve: il vaso cicladico in marmo, un vaso miceneo, un aryballos corinzio con i suoi animali, un pezzo attribuito a Lydos, un'anfora nicostenica, una figura rossa del Pittore di Syleus, un vaso apulo o daunio, e il cubo di terracotta a lati concavi che nessuno sa spiegare. In quaranta minuti avete attraversato tremila anni con cognizione di causa.

Terzo consiglio, e vale come regola generale in qualunque museo di ceramica. Guardate i profili prima delle figure. La forma di un vaso è databile con precisione maggiore del disegno: la curva della spalla, l'attacco delle anse, l'altezza del piede cambiano di decennio in decennio e sono la prima cosa che uno studioso legge. Se prendete l'abitudine di seguire con l'occhio il profilo dall'orlo al piede prima di guardare la scena dipinta, dopo tre musei cominciate a riconoscere le epoche da soli.

Quarto e ultimo. Andate il sabato mattina presto, appena aperto. Il complesso è ancora vuoto, la luce che entra dalle vetrate del peduncolo è la migliore della giornata e non ci sarà nessuno fra voi e le teche. Poi uscite, attraversate la Cavea e andate a prendere un caffè guardando i tre gusci di piombo. È un modo di passare una mattina che costa il prezzo del biglietto dell'autobus.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: l'Auditorium Parco della Musica esiste nella forma che ha perché sotto ci hanno trovato una villa romana, e quella scoperta ha cambiato il progetto in corso d'opera. Lo sanno tutti, in linea di principio; quasi nessuno se ne ricorda quando cammina sulla piazza.

I lavori partirono nel 1995. Gli scavi, seguiti dall'Ufficio Monumenti Antichi e Scavi della Sovraintendenza comunale in accordo con la Soprintendenza Archeologica di Roma, portarono alla luce fra il 1995 e il 1998 un complesso di oltre duemila metri quadrati con sei periodi di frequentazione, dalla metà del VI secolo a.C. all'inizio del III secolo d.C. Il cantiere si fermò, il progetto fu rivisto, i tempi si allungarono, i costi salirono e la polemica cittadina divenne feroce: c'era chi chiedeva di ricoprire tutto e andare avanti. Prevalse la linea opposta. I resti furono conservati in situ e integrati nel complesso, e la disposizione stessa dei volumi ne porta traccia.

Il risultato è che oggi Roma ha un auditorium di rango internazionale costruito attorno a un'azienda agricola del V secolo a.C., con il calco della base del torchio da olio, la tegola di gronda con la testa di Acheloo, i modellini delle fasi edilizie e il grande plastico. E ha, come effetto collaterale, un pubblico che passa davanti a un'area archeologica senza saperlo mentre va a sentire un concerto.

Aggiungo il corollario meno citato di tutti. È la ragione per cui esiste anche il Museo Aristaios. Se nel 1998 avessero ricoperto lo scavo, l'Auditorium non avrebbe avuto vocazione archeologica, nessun museo, nessuno spazio museale già attrezzato, e la collezione Sinopoli sarebbe finita in un deposito o in un'altra città. Una decisione presa in cantiere venticinque anni fa ha determinato dove sarebbero andati a stare centosessantuno vasi greci. Le città funzionano così, per concatenazioni che nessuno ha pianificato.

La foto giusta da fare a Museo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli

La fotografia che conviene portarsi a casa non è il primo piano di un vaso. Quella la fanno tutti, viene male per via dei riflessi e la trovate meglio fatta in qualunque catalogo. La foto giusta è quella delle undici teche cilindriche in fila: mettetevi a un'estremità della sequenza, abbassatevi fino all'altezza dei cilindri e inquadrate in prospettiva, così che le colonne di vetro si allineino una dietro l'altra e si veda insieme il pavimento di travertino e la cortina di mattoni sul fondo. È l'immagine che restituisce l'idea dei progettisti, la foresta archeologica, e insieme il rapporto fra gli oggetti e l'architettura.

Sui riflessi, che sono il vero nemico di questa sala. Non usate il flash: rimbalza sul vetro e vi restituisce un sole bianco al centro dell'immagine. Avvicinate invece l'obiettivo al vetro fino quasi a toccarlo, con la fotocamera perpendicolare alla superficie, e la maggior parte dei riflessi sparisce. Se avete uno smartphone, coppate la mano attorno alla lente per fare ombra. Se avete una compatta o una reflex, un polarizzatore circolare risolve, purché non lo usiate su vetri temperati, dove genera aloni iridescenti.

La seconda fotografia da fare è di taglio: mettetevi lateralmente rispetto a uno dei due grandi involucri in vetro extrachiaro, quello lungo ventiquattro metri, e sfruttate la fuga prospettica dei pezzi collocati a quote diverse. Viene fuori una specie di pentagramma, che è precisamente quello che i progettisti avevano in testa parlando di ritmo. Nessuno la fa, e funziona sempre.

Fuori, infine, la foto obbligata è dall'alto della Cavea verso i tre volumi rivestiti di piombo, meglio nel tardo pomeriggio quando il metallo prende il colore del cielo. Se poi volete la fotografia che nessuno ha, scendete verso l'area archeologica e inquadrate insieme il muro antico in opera reticolata e il guscio di piombo di una delle sale: duemila anni e vent'anni nello stesso fotogramma. Quella è la fotografia che racconta questo posto meglio di qualsiasi didascalia.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è del VI secolo a.C. e non ha testimoni: l'installazione di una fattoria rustica di età arcaica su questo terreno, alla metà del secolo, in un'area che allora era campagna aperta fra la città e il Tevere. Quella fattoria fu distrutta intorno al 500 a.C., e sulle sue rovine sorse una villa padronale con un villaggio murato per la manodopera agricola. Se cercate un momento in cui questo pezzo di terra è entrato nella storia, è quello: il passaggio da un podere a un'azienda agricola organizzata, con il torchio da olio, in una data che gli storici dell'economia romana discutono da decenni.

Il secondo avvenimento è intorno al 300 a.C., quando la parte padronale della villa fu ristrutturata e sul tetto venne collocata la grande tegola di gronda con la testa di Acheloo. È un gesto di autorappresentazione: una famiglia dell'agro romano che si dota di un ornamento di repertorio greco, in un momento in cui Roma sta conquistando l'Italia centrale. Il complesso resterà in vita fino all'inizio del III secolo d.C., poi verrà abbandonato e sepolto per milleottocento anni.

Il terzo avvenimento è del 1995: l'apertura del cantiere dell'Auditorium e la ricomparsa di tutto questo sotto le ruspe. Fra il 1995 e il 1998 lo scavo restituisce oltre duemila metri quadrati di strutture e sei periodi di vita. Il progetto di Renzo Piano, vincitore del concorso a inviti del 1993, viene modificato per conservare i resti.

Il quarto è il 21 aprile 2002, Natale di Roma: si inaugura la Sala Sinopoli, la prima delle tre. Il 21 dicembre dello stesso anno apre la Sala Santa Cecilia e il complesso è completo. In quei mesi Roma recupera, dopo decenni di rinvii, una sala da concerto degna del nome, questione aperta dalla demolizione dell'Augusteo negli anni Trenta.

Il quinto è il 2010: il Ministero per i Beni e le Attività Culturali acquista dagli eredi di Giuseppe Sinopoli centosessantuno opere della sua collezione archeologica. Il sesto è l'11 dicembre 2012, quando la Sala del Peduncolo, riqualificata e allestita su progetto dello studio Alvisi Kirimoto con fondi ministeriali e un contributo della Camera di Commercio di Roma, viene inaugurata come Museo Aristaios; dal giorno successivo è aperta al pubblico gratuitamente. L'accordo che rende possibile l'operazione lega Ministero, Roma Capitale e Fondazione Musica per Roma.

Il settimo e ultimo è del 2020, e riguarda il nome sulla facciata: il Consiglio comunale approva l'intitolazione del complesso a Ennio Morricone, scomparso quell'anno. Da allora l'indirizzo completo del museo è Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, e nella stessa struttura convivono il nome del compositore di Roma e la collezione del direttore d'orchestra archeologo. Non capita spesso che due nomi così stiano sullo stesso citofono.

Chi è passato da Museo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli

Il primo nome è ovvio e va detto per intero: Giuseppe Sinopoli, che non ha mai visto questo museo. Morì nel 2001, undici anni prima dell'inaugurazione. Ha però diretto in questo complesso? No: l'Auditorium aprì nel 2002. Il legame è di altra natura, e in un certo senso più forte. La Sala Sinopoli fu intitolata a lui perché era stato direttore musicale dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l'istituzione che ha in questo complesso la sua casa, dal 1983 al 1987. La collezione è arrivata dieci anni dopo la sala. Lui, di persona, qui non è mai entrato.

Il secondo nome è Enrico Paribeni, archeologo, figlio di Roberto Paribeni e a sua volta padre di Andrea, una dinastia dell'archeologia italiana. Fu lui a curare nel 1995 il catalogo Aristaios della collezione Sinopoli per Marsilio. Studiò e pubblicò questi vasi quando erano ancora in una casa privata, e senza il suo lavoro il nucleo non avrebbe avuto la certificazione scientifica che ne ha poi permesso l'acquisto pubblico.

Il terzo è Renzo Piano, che ha camminato su questo terreno da progettista dal 1993 in poi, e che ha dovuto negoziare con gli archeologi la forma del proprio edificio. Il quarto, per associazione, è Zaha Hadid, il cui MAXXI si alza a quattrocento metri: due Pritzker Prize a distanza di una passeggiata, che è una densità architettonica che Roma raramente concede.

Poi ci sono i musicisti. Dall'aprile 2002 in questo complesso hanno suonato le maggiori orchestre e i maggiori solisti del mondo, e chiunque abbia attraversato la piazza per andare in una delle tre sale è passato a pochi metri dalle vetrine. Nella Sala Santa Cecilia e nella Sala Sinopoli si sono alternati i direttori dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e i complessi ospiti delle stagioni internazionali; la Cavea, d'estate, ha ospitato il jazz, la canzone d'autore e l'elettronica. Ennio Morricone, a cui il complesso è intitolato dal 2020, vi ha diretto le proprie musiche in più occasioni prima della scomparsa.

Infine, i personaggi antichi, che sono quelli che davvero abitano le vetrine. Lydos, il ceramografo di origine lidia che firmava con il proprio etnico nel Ceramico di Atene alla metà del VI secolo a.C. Nikosthenes, il vasaio che progettava anfore su misura per la clientela di Cerveteri. I pittori anonimi che chiamiamo di Syleus, di Lysippides, di Eretria, e le cui mani riconosciamo dal modo di disegnare una caviglia. E il giovane Lysippides, ateniese in carne e ossa, dichiarato bello da un'iscrizione dipinta duemilacinquecento anni fa: di lui non sappiamo altro, e continua a essere bello per contratto scritto.

Domande veloci su Museo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli

Quanto costa il biglietto del Museo Aristaios

Niente. L'ingresso è gratuito per tutti, senza biglietto e senza tessera, e lo è dal giorno dell'apertura al pubblico nel dicembre 2012. Vale anche per il Museo Archeologico della villa romana nello stesso complesso.

Serve prenotare per visitare il Museo Aristaios

No, la prenotazione non è richiesta. Ci si presenta negli orari di apertura e si entra. Per i gruppi organizzati e per le scolaresche conviene invece annunciarsi al numero 06 80241281, sia per non trovare la sala occupata da un evento sia per non arrivare in venticinque in uno spazio che è pur sempre un ambiente di collegamento.

Quali sono gli orari del Museo Aristaios

Il sito ufficiale dell'Auditorium indica l'apertura il sabato dalle 11 alle 18 con l'ora solare e dalle 11 alle 20 con l'ora legale, la domenica e nei giorni festivi dalle 10 alle 18 con l'ora solare e dalle 10 alle 20 con l'ora legale. Altre fonti istituzionali riportano orari differenti: prima di muovervi, controllate la pagina ufficiale o telefonate allo 06 80241281.

Il Museo Aristaios è aperto durante la settimana

L'apertura ordinaria indicata dall'Auditorium riguarda il sabato, la domenica e i giorni festivi. Chi vuole andare in un giorno feriale deve accertarsene prima per telefono. È il singolo motivo per cui la gente fa il viaggio a vuoto.

Quanto dura la visita al Museo Aristaios

Quaranta minuti per una visita attenta alla sola collezione Sinopoli, venti per una passata rapida. Con il Museo Archeologico e l'area della villa romana si arriva a un'ora e mezza. Con una guida che racconti i pezzi, due ore piene.

Dove si trova esattamente il Museo Aristaios

Dentro l'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, quartiere Flaminio, nella Sala del Peduncolo, lo spazio di collegamento fra gli edifici delle sale da concerto. I registri ministeriali indicano l'indirizzo interno di largo Luciano Berio.

Come si arriva al Museo Aristaios con i mezzi pubblici

Autobus 53, 168, 910 e 982 fino a piazza Apollodoro o piazza Mancini. Oppure metropolitana linea A fino a Flaminio e poi la linea 2 verso piazza Mancini, che per i lavori in viale delle Belle Arti viaggia con autobus sostitutivi. Dalla stazione Termini la 910 è la soluzione più diretta.

C'è un parcheggio all'Auditorium Parco della Musica

Sì, un parcheggio interrato a pagamento con circa mille posti, con accesso da viale Pietro de Coubertin. La domenica mattina è la fascia oraria in cui arrivare in automobile ha più senso.

Si possono fare fotografie al Museo Aristaios

Le fotografie senza flash e senza cavalletto sono normalmente ammesse, come nella maggior parte dei musei italiani. Il personale in sala ha comunque l'ultima parola e una domanda all'ingresso evita discussioni. Il flash, su una vetrina, è inutile: produce solo un riflesso al centro dell'immagine.

Il Museo Aristaios è accessibile in sedia a rotelle

L'Auditorium è un edificio del 2002 progettato con criteri di accessibilità: percorsi in piano, ascensori, servizi attrezzati e posti riservati nel parcheggio interrato. Gli ambienti espositivi si trovano sul livello dei percorsi interni. Per esigenze particolari, o per sapere se ci siano cantieri temporanei, il numero è 06 80241281.

Il Museo Aristaios è adatto ai bambini

Sì, con qualche accorgimento. Le vetrine giocano sulle altezze e i più piccoli vedono bene solo la fascia bassa; le undici teche cilindriche sono invece leggibili anche da un metro di statura. I vasi greci raccontano storie, e trasformare la visita in una caccia agli animali e agli eroi dipinti funziona quasi sempre. Il cubo di terracotta che forse era un gioco e la brocchetta che forse era un poppatoio sono i due pezzi che i bambini ricordano.

Quanti pezzi ci sono nel Museo Aristaios

Centosessantuno opere, acquistate nel 2010 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali dagli eredi di Giuseppe Sinopoli ed esposte in permanenza dal dicembre 2012 su oltre trecento metri quadrati.

Che cosa si vede al Museo Aristaios

Ceramica greca e italica dal 3200 a.C. al 300 a.C. circa: produzioni minoiche, micenee, geometriche, corinzie, laconiche, greco-orientali, attiche a figure nere e a figure rosse, italiote a figure rosse e indigene della Daunia. In più un vaso in marmo di produzione cicladica del 3200-2700 a.C., vasellame in bronzo etrusco e magnogreco, e una serie di statuette in gran parte votive con divinità, devoti e animali.

Chi era Giuseppe Sinopoli

Direttore d'orchestra, compositore, medico e archeologo. Nato a Venezia il 2 novembre 1946, laureato in medicina e chirurgia a Padova nel 1972 con una tesi in antropologia criminale, allievo di Bruno Maderna e di Hans Swarowsky, direttore musicale di Santa Cecilia dal 1983 al 1987, direttore principale della Philharmonia di Londra dal 1984 al 1994 e della Staatskapelle di Dresda dal 1992, direttore artistico e musicale del Teatro dell'Opera di Roma dal 1999. Morì a Berlino il 20 aprile 2001, colto da infarto sul podio della Deutsche Oper mentre dirigeva Aida. La laurea in archeologia alla Sapienza gli fu riconosciuta post mortem: la discussione della tesi era fissata per il giorno del funerale.

Perché il museo si chiama Aristaios

Aristaios è la forma greca del nome di Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, il dio che insegnò agli uomini l'apicoltura, la produzione del formaggio e la pastorizia, protagonista dell'epillio che chiude il quarto libro delle Georgiche di Virgilio. Il nome viene dal catalogo scientifico della raccolta, Aristaios. La collezione Giuseppe Sinopoli, pubblicato da Marsilio nel 1995 a cura di Enrico Paribeni.

Che differenza c'è fra il Museo Aristaios e il Museo Archeologico dell'Auditorium

Sono due musei distinti nello stesso complesso, entrambi gratuiti e con gli stessi orari. Il Museo Aristaios espone la collezione privata di ceramica greca e italica di Giuseppe Sinopoli. Il Museo Archeologico racconta la villa romana scoperta durante gli scavi dell'Auditorium fra il 1995 e il 1998, con i resti visibili in situ, modellini, plastico, il calco del torchio da olio e la tegola di gronda con testa di Acheloo. Visitateli insieme: si completano.

Che cosa sono le figure nere e le figure rosse

Due tecniche di decorazione della ceramica greca. Nelle figure nere, in uso dal VII secolo a.C., la figura è una silhouette scura sul fondo chiaro dell'argilla e i dettagli interni sono incisi con una punta. Nelle figure rosse, inventate ad Atene intorno al 530 a.C., il fondo è nero e le figure restano nel colore dell'argilla, con i dettagli disegnati a pennello: da lì il chiaroscuro, la torsione dei corpi e gli scorci. In entrambi i casi il nero non è vernice ma argilla depurata, e nasce nel forno con una cottura in tre fasi.

Che cos'è il bucchero etrusco

Una ceramica nera in tutto lo spessore della parete, ottenuta cuocendo in atmosfera riducente e lucidata a stecca fino a riflettere. Nasce a Cerveteri intorno al 675 a.C. Si distingue in bucchero sottile, con pareti di due o tre millimetri, e bucchero pesante, più tardo, con decorazioni a rilievo. Imitava il vasellame di metallo brunito, cioè il servizio da tavola dei ricchissimi.

C'è un bookshop o una caffetteria

L'Auditorium dispone di caffetteria, ristorazione e bookshop lungo i percorsi comuni, indipendenti dal museo. Guardaroba e depositi sono legati agli eventi in cartellone e non alla visita museale.

Il Museo Aristaios apre gratis la prima domenica del mese

La domanda ha una risposta semplice: l'ingresso qui è sempre gratuito, tutti i giorni di apertura, quindi la prima domenica del mese non cambia nulla. È uno dei pochi musei romani per cui l'iniziativa nazionale sulle domeniche gratuite non fa differenza.

Si può visitare il Museo Aristaios prima o dopo un concerto

Dipende dall'orario del concerto. Il museo chiude alle 18 o alle 20 a seconda della stagione, mentre i concerti serali cominciano più tardi: una visita nel tardo pomeriggio prima di uno spettacolo è quindi possibile nei giorni di apertura. Il contrario, cioè entrare dopo il concerto, non lo è.

Quanto si aspetta in coda al Museo Aristaios

Non si aspetta. In vent'anni di frequentazione non ho mai visto una fila davanti a questo museo, ed è la ragione principale per cui lo consiglio nei fine settimana di alta stagione, quando il centro storico è impraticabile.

Vale la pena andarci se non si sa nulla di archeologia

Sì, a una condizione: arrivare con un minimo di preparazione, perché le didascalie non fanno il lavoro al posto vostro. Con mezz'ora di lettura sulle tecniche e sulle forme dei vasi, questa collezione diventa leggibile e vi resta addosso. Senza, sono centosessantuno oggetti belli e muti.

Che cosa si può vedere nei dintorni del Museo Aristaios

Il MAXXI di Zaha Hadid in via Guido Reni, a quattrocento metri; il Palazzetto dello Sport di Nervi e Vitellozzi in piazza Apollodoro; lo Stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi; il Villaggio Olimpico del 1960; Ponte Milvio e il Tevere verso nord; il Museo Etrusco di Villa Giulia e la Galleria Nazionale d'Arte Moderna verso sud, lungo viale delle Belle Arti.

Qual è il pezzo più importante del Museo Aristaios

Dal punto di vista scientifico, i vasi attici: le opere riferibili a Lydos e al Pittore di Lysippides fra le figure nere, quelle del Pittore di Syleus e del Pittore di Eretria fra le figure rosse. Dal punto di vista della memoria, il vaso in marmo cicladico del 3200-2700 a.C., che è il pezzo più antico ed è anche il più silenzioso. Dal punto di vista umano, il cubo di terracotta a lati concavi di cui nessuno conosce l'uso.

Chiudo con l'unica cosa che conta davvero. Roma ha centinaia di musei e almeno la metà di quelli piccoli vive nell'indifferenza: il Museo Aristaios è forse il caso più clamoroso, perché la sua collezione starebbe benissimo in una sala di Villa Giulia e invece abita un corridoio fra due sale da concerto, gratis, semivuoto, aperto due giorni a settimana. Se avete una mattina di sabato e nessun programma, andateci. Portatevi il quarto libro delle Georgiche letto la sera prima, cominciate dalla villa romana, finite davanti alle figure rosse, e uscite nella Cavea a guardare i gusci di piombo. Poi ditemi se un museo deve per forza avere una fila davanti per essere un buon museo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Aristaios - Auditorium Parco della Musica - collezione Sinopoli - Viale Pietro de Coubertin, 30, 00196 Roma RM, Italia
TagsAristaiosAristaios - collezione SinopoliAuditorium Parco Della MusicaAuditorium Parco Della Musica "Ennio Morricone"Auditorium Romacollezione SinopoliMuseoMuseo Aristaios

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IndirizzoRoma, Roma Città
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