C’era Una Volta – Fattoria Didattica
In breve. La fattoria didattica C’era Una Volta è una struttura privata che si trova nel settore romano della Riserva naturale statale del Litorale romano, a poca distanza dal borgo di Ostia Antica, e che lavora su due binari paralleli: da un…
La fattoria didattica C’era Una Volta è una struttura privata che si trova nel settore romano della Riserva naturale statale del Litorale romano, a poca distanza dal borgo di Ostia Antica, e che lavora su due binari paralleli: da un lato la fattoria vera e propria, con animali domestici che vivono in spazi aperti e che si lasciano avvicinare senza drammi, dall’altro una vocazione artistica che porta dentro il recinto spettacoli, corsi e laboratori. Non è uno zoo, non è un parco a tema, non è un’area protetta gestita da un ente pubblico: è un luogo di proprietà privata che apre i cancelli alle scolaresche e alle famiglie e che si organizza per accoglierle. La differenza conta più di quanto sembri, perché cambia il modo in cui si prenota, cambia quello che i bambini vedono e cambia il tipo di attenzione che viene chiesta agli adulti che accompagnano.
Chi ci arriva per la prima volta commette quasi sempre lo stesso errore di prospettiva: immagina un’attrazione con biglietteria, cartelli, percorsi segnati e orari continuati. Qui il meccanismo è un altro. Una giornata in fattoria è un appuntamento, non un ingresso. Si concorda prima, si costruisce intorno a un gruppo, e la persona che accoglie è la stessa che poi accompagna, spiega e risponde alle domande. Questo modello, che in Italia si è diffuso a partire dagli ultimi decenni del Novecento sul modello di esperienze belghe, francesi e tedesche, ha una logica precisa: riportare i bambini di città dentro il ciclo della produzione agricola e del rapporto con gli animali, non mostrando loro un recinto, ma facendoli entrare dentro il lavoro quotidiano.
Le due attività che nel tempo hanno reso riconoscibile questa fattoria sono la mungitura della capra e la passeggiata con le asine. Sembrano dettagli minori e invece sono il cuore della faccenda, perché sono due gesti che un bambino cresciuto in appartamento non ha mai fatto e che richiedono una cosa che i luoghi per l’infanzia oggi chiedono raramente: pazienza, mani ferme, silenzio. Per chi ragiona in termini di giornate fuori porta con i più piccoli nel Lazio, nella stessa famiglia di esperienze si collocano anche la Fattoria Didattica Il girotondo degli animali, Parco Natura La Selvotta e Parco Natura VoloAlto, tutte strutture private che lavorano su prenotazione e con gruppi organizzati.

Dove si trova C’era Una Volta – Fattoria Didattica e come ci si arriva davvero
La geografia è la prima cosa da sistemare, perché è quella che manda a monte più giornate. Il riferimento dichiarato dalla struttura è la Riserva naturale del Litorale romano e la vicinanza al borgo di Ostia Antica. Siamo quindi nel settore sud occidentale del territorio comunale di Roma, dentro il Municipio X, l’unico municipio romano che affaccia direttamente sul Tirreno e l’unico che si sviluppa interamente fuori dal Grande Raccordo Anulare. Il municipio va dalla foce del Tevere, a nord ovest, fino al confine con Pomezia, a sud, e comprende zone urbanistiche che chiunque abbia guidato da queste parti conosce almeno di nome: Ostia Antica, Lido di Ostia, Acilia, Infernetto, Casal Palocco.
Questo è il contesto largo. Il punto esatto, però, va chiesto direttamente alla struttura, e non per pigrizia: in questa fascia di territorio le aziende agricole e le strutture ricettive si trovano quasi sempre lungo strade secondarie, consortili o vicinali, che portano nomi ripetuti e che i navigatori satellitari interpretano in modo creativo. Una via con lo stesso nome può comparire due volte a pochi chilometri di distanza, e il cancello giusto può trovarsi a centinaia di metri dal punto che il telefono indica come destinazione. Chi prenota faccia dire a voce il riferimento stradale esatto, l’ultimo incrocio utile e il colore o il segno del cancello: sono le tre informazioni che risolvono il novanta per cento dei ritardi.
In automobile: le direttrici che funzionano
Chi parte dal centro di Roma ha essenzialmente due modi di scendere verso questa fascia costiera. Il primo è la via Cristoforo Colombo, che nasce all’Eur e scende diritta fino al lungomare di Ostia tagliando in due la pineta di Castel Fusano; è larga, veloce nei tratti liberi e micidiale negli orari di punta, quando il traffico pendolare la satura in entrambi i sensi. Il secondo è la via del Mare, che corre parallela alla ferrovia e passa proprio accanto al borgo di Ostia Antica: è la strada storica, quella che collega Roma alla foce del Tevere, e per chi ha come riferimento il borgo resta la più logica.
Chi arriva da fuori città userà il Grande Raccordo Anulare e uscirà verso la Colombo o verso la via del Mare a seconda del quadrante di provenienza. Chi arriva da nord, da Fiumicino o dall’aeroporto, scenderà invece lungo la litoranea e attraverserà il Tevere nella zona di Isola Sacra: percorso corto sulla carta, molto meno corto nella realtà, perché i ponti sul Tevere in quel punto sono pochi e diventano imbuti.
Una volta lasciate le direttrici principali comincia la parte che conta davvero. Le strade minori di questo settore sono asfaltate ma strette, con banchine di terra battuta e fossi di scolo ai lati, eredità delle bonifiche che tra Ottocento e Novecento hanno reso abitabile una zona che per secoli era stata palude. Non c’è illuminazione pubblica quasi da nessuna parte. Nelle mattine umide di autunno e di inverno la nebbia sale dai canali e riduce la visibilità in modo brusco. Conviene calcolare un quarto d’ora abbondante in più rispetto al tempo promesso dall’applicazione del telefono, perché su quelle strade non si viaggia alla velocità che il software immagina.
Sul parcheggio non vale la pena costruire aspettative: nelle strutture di questo tipo si tratta quasi sempre di uno spiazzo sterrato o inerbito davanti al cancello, senza strisce e senza custode. La domanda utile da porre in fase di prenotazione, soprattutto per le scuole, è se ci sia spazio di manovra per un pullman, perché in questa fascia di campagna romana le strade strette rendono la manovra di un mezzo lungo un problema serio. Chi guida un’automobile bassa presti attenzione dopo le piogge: il terreno qui trattiene l’acqua e le pozze nascondono i solchi lasciati dai mezzi agricoli.
Con i mezzi pubblici: quello che nessuno spiega
La linea che serve tutto questo territorio è la vecchia Roma-Lido, inaugurata il 10 agosto 1924 e ribattezzata Metromare a partire dal 2022, quando la gestione è passata da ATAC ad Astral per l’infrastruttura e a Cotral per l’esercizio. Parte da Porta San Paolo, dove si scambia con la linea B della metropolitana alla stazione Piramide e con i treni regionali a Roma Ostiense, e in poco più di mezz’ora arriva al mare. La fermata di riferimento per il borgo è Ostia Antica, che fino al 1939 si chiamava Ostia Scavi e che venne distrutta dai bombardamenti alleati tra il 1943 e il 1944 prima di essere ricostruita.
Qui arriva la parte scomoda. Scendere alla stazione di Ostia Antica significa trovarsi a pochi minuti a piedi dal borgo e dall’area archeologica, e questo funziona benissimo per chi visita gli scavi. Per raggiungere una struttura che si trova nella campagna circostante il discorso cambia, perché l’ultimo tratto va coperto in automobile, in taxi o con un mezzo privato: non esiste una rete di autobus pensata per portare visitatori isolati a un cancello di campagna. Chi non guida e vuole comunque arrivarci faccia due cose: chieda alla struttura, in fase di prenotazione, quale sia la soluzione che di solito consigliano, e metta in conto un trasferimento finale a pagamento. Dichiararlo in anticipo evita la scena classica del gruppo che scende dal treno e scopre di avere ancora chilometri davanti.
In bicicletta, per chi è allenato
Questa fascia di territorio si presta alla bicicletta più di quanto si creda, perché è completamente pianeggiante e perché la pista ciclabile che accompagna la via Cristoforo Colombo e quella che costeggia il Tevere permettono di coprire lunghi tratti lontano dal traffico. Il limite è il vento: in questa pianura costiera il maestrale e il libeccio si fanno sentire e un percorso che all’andata sembra facile diventa, al ritorno, un esercizio di testardaggine. Chi pedala con i bambini valuti la distanza reale e non quella teorica, e tenga presente che l’ultimo chilometro su strada bianca, con un rimorchio o con un seggiolino, è il tratto più faticoso della giornata.
Che cosa è davvero C’era Una Volta – Fattoria Didattica: una struttura privata, non un parco pubblico
Vale la pena essere espliciti su un punto che genera malintesi ricorrenti. Il fatto che la struttura si trovi dentro il perimetro della Riserva naturale statale del Litorale romano non la rende un bene pubblico. La riserva, istituita con decreto ministeriale il 29 marzo 1996 dopo un primo tentativo del 1987, copre oltre sedicimila ettari divisi tra i comuni di Roma e Fiumicino e ingloba al proprio interno terreni di ogni natura: aree archeologiche, pinete demaniali, zone umide affidate a LIPU e WWF, campi coltivati, case private, aziende agricole. Essere dentro la riserva significa sottostare a vincoli di tutela, non essere aperti al pubblico per definizione.
Da questo discende tutto il resto. Non esiste un ingresso libero che si possa esercitare presentandosi al cancello, e non esiste un orario continuato valido tutto l’anno. Le condizioni di accesso, i giorni di apertura, le tariffe e la durata delle attività sono decisi da chi la struttura la gestisce e vanno chiesti direttamente ai canali ufficiali, che per questa realtà sono la pagina Facebook fattoriadidatticaceraunavolta e il recapito telefonico e di messaggistica indicato sulla pagina stessa, il numero +39 373 700 0312. Chi scrive o telefona ottiene in pochi minuti risposte che nessuna pagina di terzi può garantire aggiornate.
Il modello della fattoria didattica in Italia
Per capire dove ci si trova aiuta sapere come funziona la categoria. Una fattoria didattica, nella definizione corrente, è un’azienda che accanto all’attività principale si attrezza per svolgere attività didattica e formativa, accogliendo scolaresche e famiglie. Il fenomeno nasce negli ultimi decenni del Novecento in diversi paesi europei con un obiettivo doppio: sostenere il settore agroalimentare con un’attività integrativa e riavvicinare i ragazzi di città ai prodotti e alle tradizioni rurali del proprio territorio. In Italia il modello si è organizzato per via regionale: le strutture si iscrivono a registri o elenchi regionali e sottoscrivono una carta di impegni che riguarda sicurezza, norme igienico sanitarie, formazione degli operatori e descrizione chiara dell’offerta educativa.
Questa architettura normativa ha una conseguenza pratica per chi prenota. Vuol dire che quando si chiede a una struttura quale sia la propria posizione rispetto agli elenchi regionali non si sta facendo una domanda impertinente, ma la stessa domanda che pone una segreteria scolastica prima di autorizzare un’uscita. Vuol dire anche che il programma di una giornata non è improvvisato: ha una struttura, un tempo, un obiettivo educativo dichiarato. E vuol dire, infine, che l’operatore che accoglie il gruppo non è un animatore generico ma una figura che quella formazione l’ha fatta.
Due anime nello stesso recinto
La particolarità di questa realtà rispetto ad altre fattorie didattiche del Lazio è la presenza dichiarata di una dimensione artistica accanto a quella agricola: spettacoli e corsi che si svolgono negli stessi spazi in cui vivono gli animali. Non capita spesso. Nella maggior parte dei casi le fattorie didattiche restano ancorate al racconto della produzione, l’orto, il frutteto, il ciclo del latte, la trasformazione. Qui accanto a quel racconto si affianca un uso teatrale dello spazio, che nei fatti sposta il baricentro dell’esperienza: non soltanto imparare come funziona un animale, ma anche mettere in scena qualcosa dentro un luogo che sembra fatto apposta per essere un palcoscenico naturale.
Il programma effettivo, la frequenza delle iniziative e il calendario delle attività artistiche cambiano nel tempo e vanno verificati caso per caso presso la struttura. Quello che si può dire con tranquillità è che la compresenza delle due anime spiega perché una giornata qui possa assomigliare poco a una giornata in un’altra fattoria didattica, e perché convenga chiedere in anticipo che tipo di attività sia prevista nella data scelta.
Gli animali liberi e perché questo cambia l’esperienza
La caratteristica che la struttura dichiara con più insistenza è la presenza di animali liberi, docili e mansueti, che permettono al visitatore di familiarizzare senza barriere. Detto così sembra una formula promozionale, ma descrive un assetto preciso e piuttosto raro. In uno zoo o in un parco faunistico l’animale è dietro una rete e il visitatore lo guarda. In una struttura con animali liberi la relazione si rovescia: è l’animale che decide se avvicinarsi, quanto restare, quando allontanarsi. Il bambino passa dal ruolo di spettatore a quello di interlocutore, e questo produce reazioni diversissime da bambino a bambino.
Il fatto che gli animali siano abituati all’uomo non significa che si comportino come peluche. Un asino che si stanca si allontana. Una capra che non vuole essere munta muove la zampa. Una gallina beccata da un’altra gallina strilla e scappa fra le gambe dei presenti. Tutto questo, che agli occhi di un adulto urbano sembra disordine, è invece esattamente il contenuto educativo della giornata: un bambino impara che un essere vivente ha volontà proprie, che il rapporto va costruito e che la fretta è controproducente. Nessun documentario produce lo stesso effetto.
La mungitura della capra
La mungitura è il gesto che quasi tutti i bambini ricordano a distanza di mesi. La capra domestica discende dalla capra selvatica dell’Asia Minore e fu addomesticata intorno a diecimila anni fa nell’area dei monti Zagros, in Iran, da popolazioni che cercavano una fonte affidabile di carne, latte e pelli: è quindi uno degli animali che accompagnano la storia umana da più tempo. La gestazione dura all’incirca centocinquanta giorni, i parti gemellari sono la norma, e una capra in lattazione può produrre attorno ai due litri e mezzo di latte al giorno lungo una stagione di circa trecento giorni. Sono numeri che un operatore può raccontare mentre il bambino ha le mani sulla mammella, e che in quel contesto si fissano nella memoria in un modo che nessuna scheda stampata ottiene.
Chi accompagna un gruppo farà bene a preparare i bambini su due dettagli che li spiazzano sempre. Il primo è la temperatura: il latte appena munto è caldo, e l’aspettativa di un bambino cresciuto con il frigorifero è esattamente opposta. Il secondo è la pupilla della capra, orizzontale e rettangolare, un adattamento alla vita su terreni rocciosi che serve ad allargare il campo visivo: è la cosa che più spesso fa fare un passo indietro ai più piccoli, e spiegarla prima trasforma lo spavento in curiosità.
La passeggiata con le asine
L’altra attività che la struttura dichiara come propria è la passeggiata con le asine. Anche qui conviene sapere con chi si ha a che fare. L’asino domestico discende dall’asino selvatico africano ed è impiegato dall’uomo almeno dal terzo millennio avanti Cristo, quando in Medio Oriente costituiva il principale mezzo di trasporto delle merci, prima ancora del cammello. È più piccolo del cavallo, più compatto, più robusto e considerevolmente più prudente. La proverbiale testardaggine, che nella lingua italiana è diventata un insulto, è in realtà un raffinato istinto di conservazione: risulta difficile costringere un asino a fare qualcosa che sia, o gli sembri, contraria ai propri interessi. Un cavallo spaventato scappa; un asino spaventato si pianta.
Questa caratteristica è precisamente il motivo per cui l’asino funziona così bene con i bambini e con le persone fragili, tanto che la terapia assistita con questi animali ha un nome proprio, onoterapia, e viene praticata con risultati riconosciuti. Un animale che non scatta e che non si lascia forzare obbliga chi lo conduce ad abbassare il ritmo e a negoziare. Per un bambino iperstimolato questo è quasi una terapia d’urto al contrario. Chi partecipa a una passeggiata guidata scoprirà che il tempo dell’asino è più lento del proprio, e che l’unico modo per andare avanti è accettarlo.
Una curiosità su C’era Una Volta – Fattoria Didattica
La curiosità riguarda il terreno sotto i piedi, e quasi nessuno la racconta ai bambini perché sembra troppo complicata. Tutta questa fascia di campagna tra il borgo di Ostia Antica e il mare non esisteva, nella forma attuale, fino a poco più di un secolo fa. Era palude. La foce del Tevere si è spostata più volte nel corso dei secoli, e il colpo decisivo arrivò nel 1557, quando una piena rovinosa deviò definitivamente il corso del fiume e trasformò le aree circostanti in acquitrini malsani. Da quel momento e per quasi quattrocento anni questa pianura fu terra di malaria, di pastori transumanti e di casali isolati, abbandonata d’estate e frequentata solo per il pascolo invernale.
Il paesaggio che oggi un bambino attraversa per arrivare alla fattoria, con i campi regolari, i canali di scolo e le strade dritte, è quindi un paesaggio costruito a tavolino tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Le bonifiche che resero abitabile il territorio furono realizzate in gran parte da braccianti arrivati da fuori regione, in particolare dalla Romagna, che si insediarono stabilmente dando origine a una comunità agricola con accenti e cognomi che ancora oggi in questa zona suonano diversi da quelli romani. Il verde che sembra spontaneo è il risultato di un rimodellamento idraulico: ogni fosso ha un nome, ogni canale una pendenza calcolata.
Questa storia ha una ricaduta concreta sulla visita, e vale la pena farla notare ai bambini quando si è sul posto. Il motivo per cui il terreno qui resta molle a lungo dopo la pioggia, il motivo per cui certi campi hanno il livello più basso della strada, il motivo per cui in autunno la nebbia sale la mattina presto e si dissolve verso le dieci: tutto discende dal fatto che si cammina su una pianura strappata all’acqua e tenuta asciutta da un sistema di drenaggio. Una fattoria che funziona in questo contesto non è un’ambientazione bucolica generica, ma il prodotto finale di un’operazione di ingegneria territoriale lunga generazioni.
C’è anche un piccolo paradosso toponomastico che diverte sempre chi lo sente per la prima volta. Il nome stesso della struttura richiama la formula con cui si aprono le fiabe, e il territorio in cui si trova ospita uno dei siti archeologici più letterali che esistano in Italia: una città portuale romana svuotata dal fiume e sepolta dalla sabbia, riscoperta a partire dal 1801 sotto Pio VII. Il tempo, da queste parti, ha davvero il carattere della fiaba: un porto che serviva cinquantamila abitanti al culmine del secondo secolo dopo Cristo oggi è un prato con i muri in mattoni, e la campagna che lo circonda è più giovane della ferrovia che la attraversa.
Il lato artistico: spettacoli, corsi e uno spazio che diventa palcoscenico
La struttura dichiara accanto all’attività didattica una vocazione artistica, con spettacoli e corsi ospitati negli stessi spazi. Merita qualche riga in più, perché la combinazione fra animali e teatro non è un capriccio ma una tradizione con radici lunghe. Il teatro per l’infanzia europeo ha sempre usato la fattoria come scenografia naturale: gli animali sono i primi personaggi che un bambino riconosce, le favole di Esopo e di La Fontaine sono popolate di asini, capre, galline e volpi, e un recinto reale offre a un racconto una credibilità che nessun fondale dipinto raggiunge.
Dal punto di vista pratico, una giornata che comprende una parte spettacolare ha un ritmo diverso da una giornata puramente agricola. Ci sono momenti in cui i bambini restano seduti e momenti in cui si muovono, e la successione delle due cose va calibrata sull’età. Con i più piccoli l’attenzione seduta regge poco, e conviene che la parte spettacolare arrivi presto, quando la concentrazione è ancora integra. Con i gruppi della scuola primaria funziona meglio l’ordine inverso: prima l’incontro con gli animali, che scarica l’eccitazione dell’arrivo, poi il momento raccolto.
Quali corsi e quali spettacoli siano effettivamente in programma in un dato periodo cambia, e non ha senso fissarlo qui. La domanda giusta da porre in fase di prenotazione è semplice: che cosa è previsto nella data scelta, quanto dura, dove si svolge se piove. Quest’ultima è la più importante di tutte, perché una struttura all’aperto con una componente di spettacolo deve avere un piano alternativo, e sapere in anticipo quale sia evita di trovarsi con trenta bambini sotto un gazebo a guardare la pioggia.
Perché gli animali funzionano in scena
C’è un motivo tecnico per cui questo tipo di esperienza regge. Un bambino che ha appena munto una capra ascolta una storia sulle capre in modo completamente diverso da un bambino che non l’ha mai toccata. L’esperienza fisica precedente funziona da ancoraggio della memoria: quello che segue si attacca a una sensazione reale, il calore del latte, l’odore della paglia, il rumore dello zoccolo sul terreno battuto. Gli insegnanti che portano regolarmente le classi in fattoria lo verificano nei mesi successivi, quando i bambini richiamano quella giornata con un livello di dettaglio sensoriale che le gite in museo raramente producono.
Una cosa che non ti dice nessuno su C’era Una Volta – Fattoria Didattica
Quello che nessuno mette per iscritto è che la variabile decisiva di una giornata qui non sono gli animali, e nemmeno il programma: sono gli adulti che accompagnano. In una struttura con animali liberi il comportamento del gruppo determina il comportamento degli animali, e il comportamento del gruppo lo determinano i grandi. Se gli accompagnatori arrivano di corsa, parlano a voce alta e spingono i bambini verso i recinti per fare le fotografie, gli animali si allontanano e la giornata si affloscia nel giro di venti minuti. Se gli accompagnatori si siedono, abbassano la voce e lasciano che siano gli animali a fare il primo passo, succede esattamente il contrario.
Questo ha una conseguenza che vale per le famiglie ancora più che per le scuole. Le classi arrivano con insegnanti abituati a gestire l’entusiasmo; i genitori, invece, tendono a interpretare la giornata come un’attrazione da consumare, e il consumo di un’attrazione ha un ritmo incompatibile con quello di un asino. Il genitore che si annoia dopo dieci minuti, tira fuori il telefono e comincia a chiedere al bambino se ha finito di fatto chiude l’esperienza prima che cominci. Il tempo minimo perché un bambino smetta di comportarsi da visitatore e cominci a comportarsi da partecipante si aggira intorno ai quaranta minuti.
La seconda cosa che non viene detta riguarda le aspettative sui numeri. Una fattoria didattica non è una collezione. Chi arriva contando le specie, come si fa in un parco faunistico, resta sempre deluso, perché gli animali presenti in una struttura di questo tipo sono quelli della tradizione domestica e il loro numero varia nel tempo con le nascite, con le cessioni e con le stagioni. Il valore della giornata non si misura in quante specie diverse si sono viste, ma in quanto tempo si è passato con una sola. Un bambino che ha munto una capra e ha camminato accanto a un asino ha avuto una giornata piena; un bambino che ha attraversato sei recinti in un’ora non ha avuto niente.
La terza riguarda l’abbigliamento, e sembra banale finché non si vede un gruppo arrivare con le scarpe da ginnastica bianche. In una struttura all’aperto con animali si cammina su terra, paglia e sterco. Le scarpe si sporcano, i pantaloni si sporcano, le mani si sporcano. Un bambino a cui è stato detto di non sporcarsi non tocca niente, e se non tocca niente la giornata perde il suo unico contenuto. Vestire i bambini in modo che possano sporcarsi è la premessa dell’intera esperienza, non un dettaglio logistico.
Il consiglio che ti do per visitare C’era Una Volta – Fattoria Didattica
Il consiglio principale è uno solo e riguarda il telefono, non nel senso di spegnerlo, ma nel senso di usarlo prima. Questa struttura lavora su appuntamento, e ogni informazione che riguarda giorni, orari, costi, durata e tipo di attività va chiesta ai canali ufficiali prima di mettersi in macchina. Non è una formalità: è il modo in cui funzionano tutte le realtà di questo tipo, dove il numero di operatori è limitato e dove una giornata già occupata da una scolaresca non può accogliere altri gruppi. Una telefonata di tre minuti risolve in anticipo tutto quello che altrimenti si scoprirebbe davanti a un cancello chiuso.
Il secondo consiglio riguarda il momento della giornata. Le attività con gli animali rendono al massimo la mattina, e non per ragioni organizzative ma per ragioni animali: gli animali domestici hanno ritmi legati all’alimentazione e alle temperature, e nelle ore centrali di una giornata calda si ritirano all’ombra e diventano molto meno disponibili. Chi arriva alle undici di un giorno di giugno troverà capre immobili all’ombra e asini che non hanno alcuna intenzione di camminare. Chi arriva presto trova animali attivi e curiosi.
Il terzo consiglio è di calibrare la durata sull’età reale del gruppo, non su quella dichiarata. Con bambini sotto i quattro anni due ore piene sono il massimo praticabile, e conviene prevedere una pausa a metà. Con la fascia della scuola primaria si regge comodamente una mattinata intera. Con i ragazzi più grandi il rischio è opposto: si annoiano se l’esperienza viene raccontata con un registro troppo infantile, e funzionano molto meglio se si dà loro un compito concreto, condurre un animale, pulire un recinto, occuparsi del cibo.
Che cosa portare
Scarpe chiuse e già sacrificate, per tutti, adulti compresi. Un cambio completo per i bambini sotto i sei anni, perché il contatto con il terreno e con l’acqua è garantito. Una giacca a vento leggera anche in primavera, perché questa fascia costiera prende vento e la temperatura percepita è quasi sempre più bassa di quella prevista. Cappello e crema solare da aprile in poi: qui l’ombra è quella degli alberi, e nei recinti aperti non c’è. Acqua in quantità maggiore di quella che sembra ragionevole. Se in famiglia qualcuno è allergico ai peli o alle graminacee, l’antistaminico abituale, perché fieno e paglia sollevano polvere.
Una raccomandazione che vale la pena ripetere: non portare cibo per gli animali. È l’errore più diffuso e il più dannoso. Gli animali di una struttura didattica seguono una dieta stabilita, e il pane, i biscotti o la frutta portati da casa mandano a monte il lavoro di chi se ne occupa, oltre a provocare disturbi digestivi anche seri. Se è prevista un’attività di alimentazione, il cibo lo fornisce la struttura. È una regola semplice che i bambini capiscono perfettamente se gliela si spiega come una questione di rispetto e non come un divieto.
Come preparare i bambini il giorno prima
Vale la pena dedicare dieci minuti, la sera prima, a spiegare tre cose. La prima è che gli animali non sono giocattoli e non vanno inseguiti: chi corre dietro a una gallina non la prende mai e la spaventa soltanto. La seconda è che la mano va tenuta aperta e piatta, mai a pugno chiuso, quando si offre qualcosa. La terza è che le voci alte spaventano, e che il modo per farsi avvicinare da un animale è stare fermi e aspettare. Tre regole, non dieci: i bambini le ricordano e le applicano, e l’operatore che accoglie il gruppo se ne accorge subito.
La Riserva del Litorale romano tutto intorno
Conviene sapere in che contesto ci si trova, perché è uno dei più interessanti e meno compresi del territorio romano. La Riserva naturale statale del Litorale romano è stata istituita con decreto ministeriale il 29 marzo 1996, dopo un primo provvedimento del 1987 e con un decreto integrativo nel dicembre dello stesso 1996. Si estende per oltre sedicimila ettari fra i comuni di Roma e Fiumicino, e la gestione è affidata ai due comuni per i rispettivi tratti di competenza, con alcune aree naturalistiche affidate a LIPU e a WWF Italia.
La riserva è un mosaico, non un blocco unico. Comprende dune costiere, pinete storiche, aree umide, tratti di foce fluviale e vaste superfici agricole. Dentro il suo perimetro ricadono la pineta di Castel Fusano, le dune di Palidoro, le zone umide affidate alle associazioni ambientaliste e le aree archeologiche della foce del Tevere. Questa varietà spiega perché il paesaggio cambi radicalmente nel giro di pochi chilometri: si passa dal pino domestico alla macchia bassa, dal campo coltivato al canneto, senza transizioni graduali.
La pineta di Castel Fusano, che è l’elemento più visibile di tutto il sistema, copre 916 ettari ed è tagliata in due dalla via Cristoforo Colombo. Non è un bosco spontaneo: i Sacchetti acquistarono il terreno nel 1620 e nel 1713 piantarono circa settemila pini domestici, aggiungendo lecci nella fascia più vicina al mare. Nel 1755 la pineta passò al principe Agostino Chigi e nel 1932 il Comune di Roma la acquistò dal principe Francesco Chigi, aprendola al pubblico il 21 aprile 1933. Il 4 luglio 2000 un incendio devastante colpì fra i trecento e i trecentocinquanta ettari di pineta antica e di macchia mediterranea, distruggendone completamente duecentottanta, e dal 2018 i pini superstiti sono attaccati dalla cocciniglia tartaruga. Uno studio floristico ha censito in quest’area 455 specie vegetali appartenenti a 272 generi e 73 famiglie.
Sapere questo cambia il modo in cui si guarda il paesaggio durante il tragitto. La linea scura di pini all’orizzonte non è natura intatta: è una piantagione del Settecento, sopravvissuta a incendi e a parassiti, che continua a esistere perché qualcuno la mantiene. È esattamente lo stesso discorso che vale per la fattoria, ed è un discorso che i bambini colgono benissimo se glielo si propone come una domanda anziché come una nozione: chi ha piantato questi alberi, e perché.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che Ostia Antica sia un grande sito archeologico romano. Quello che quasi nessuno collega alla visita in fattoria è il motivo per cui quel sito esiste ancora ed è così ben conservato: perché la campagna intorno rimase spopolata per secoli. Ostia nacque come porto fluviale alla foce del Tevere, secondo la tradizione fondata dal re Anco Marzio nel settimo secolo avanti Cristo, anche se le evidenze ceramiche indicano un insediamento fra il 390 e il 350 avanti Cristo. Divenne un accampamento fortificato nel quarto secolo avanti Cristo e crebbe fino a ospitare, nel secondo secolo dopo Cristo, circa cinquantamila abitanti, tutti legati in qualche modo all’approvvigionamento di grano della capitale.
La costruzione dei porti artificiali di Claudio, nel 42 dopo Cristo, e di Traiano, fra il 106 e il 113, spostò progressivamente il traffico commerciale più a nord, e nel terzo secolo le funzioni economiche passarono a Porto. Dopo l’incursione saracena dell’846 la popolazione superstite si trasferì nell’insediamento fortificato da papa Gregorio IV, Gregoriopoli, che è il nucleo dell’attuale borgo. Su quel nucleo il cardinale Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II, fece costruire dal 1483 il castello che ancora domina il borgo, per rafforzare la difesa costiera di Roma e garantire l’approvvigionamento alimentare della città. L’attribuzione dell’opera resta incerta: il nome più probabile è quello di Baccio Pontelli, ma Giorgio Vasari la attribuiva a Giuliano da Sangallo e altri studiosi hanno proposto Francesco di Giorgio Martini. Prima di lui papa Martino V aveva già eretto un torrione circolare fra il 1423 e il 1424, poi rinforzato dal cardinale Guillaume d’Estouteville fra il 1461 e il 1483.
Il punto che interessa chi visita la fattoria arriva adesso. Dopo i danni dell’assedio del 1556 e dopo la piena del 1557 che deviò il corso del Tevere, l’intera area divenne palustre e fu abbandonata. Per quasi quattro secoli questa campagna fu vuota. Gli scavi sistematici cominciarono soltanto nel 1801, sotto Pio VII, e proseguirono per tutto l’Ottocento e il Novecento. Il motivo per cui oggi si cammina in una città romana quasi integra è che nessuno ci ha costruito sopra, e nessuno ci ha costruito sopra perché la malaria rendeva il posto invivibile.
Questo significa che il paesaggio agricolo in cui si trova la fattoria e il sito archeologico che si visita a pochi minuti di distanza sono due facce dello stesso fenomeno. La bonifica che ha creato i campi coltivati è la stessa operazione che ha reso possibile la frequentazione turistica degli scavi. Raccontare una giornata in questo territorio tenendo separate le due cose è un modo di perdersi la parte migliore della storia: si è passati da porto imperiale a palude, da palude a campagna bonificata, e da campagna bonificata a periferia marittima di una metropoli, il tutto nello spazio di poche generazioni documentate.
La foto giusta da fare a C’era Una Volta – Fattoria Didattica
La fotografia che quasi tutti provano a fare è quella del bambino che abbraccia l’animale, ed è quasi sempre la peggiore. Viene male per ragioni tecniche prima ancora che estetiche: il bambino guarda l’obiettivo, l’animale guarda altrove, la posa è forzata e la luce arriva di solito dall’alto, cioè nel modo più sfavorevole possibile. Il risultato è una fotografia identica a milioni di altre, in cui non si capisce dove ci si trovi né che cosa stesse succedendo.
La fotografia che funziona è un’altra, e va aspettata invece che costruita. È il momento in cui il bambino non si accorge della macchina perché è concentrato su quello che ha in mano: la mammella della capra durante la mungitura, la cavezza dell’asina durante la passeggiata, il mangime nel palmo aperto. In quell’istante il viso ha un’espressione che non si ottiene con nessuna richiesta verbale, una concentrazione seria e un po’ preoccupata che è esattamente il contenuto emotivo della giornata. Chi vuole quella fotografia deve scendere all’altezza degli occhi del bambino, il che significa inginocchiarsi o accovacciarsi, e deve smettere di parlare.
Luce e orari
La luce migliore in questa fascia costiera arriva nella prima mattina e nell’ultima ora prima del tramonto. A metà giornata il sole è a picco e produce ombre dure sotto gli occhi, sotto la tesa dei cappelli e sotto il mento degli animali: la fotografia perde tutti i dettagli nelle zone scure. Chi viene in primavera o in autunno trova una luce radente per buona parte della mattinata, che è la condizione ideale per i controluce dorati fra la polvere e il fieno sollevati dai movimenti degli animali. Quella polvere in sospensione, controluce, è l’elemento che trasforma una fotografia banale in una fotografia che si riguarda.
Le inquadrature da non dimenticare
Il dettaglio delle mani, adulte o bambine, sul manto di un animale: chiude il racconto meglio di qualunque ritratto. Il profilo dell’asino controluce, con le orecchie che diventano due forme nere riconoscibili a colpo d’occhio. La fila degli zoccoli e delle scarpe sul terreno battuto durante una passeggiata, che racconta il ritmo condiviso. E, all’uscita, l’inquadratura larga che comprende il recinto in primo piano e la linea scura dei pini all’orizzonte: è la fotografia che colloca geograficamente la giornata e che fra dieci anni permetterà di ricordare dove ci si trovava.
Una regola di buonsenso, che vale in ogni struttura con animali e che qui è particolarmente sensata: il flash resta spento. Un lampo improvviso in faccia a una capra o a un asino produce una reazione di fuga che può essere pericolosa per i bambini vicini, e non serve comunque a niente, perché all’aperto il flash integrato non ha portata utile. Chi ha bisogno di più luce si sposti, non alzi la potenza.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Una struttura privata di dimensioni familiari non ha una cronologia ufficiale, e sarebbe disonesto inventarne una. Il territorio in cui si trova, però, ne ha una densissima, ed è quella che dà profondità alla giornata. Vale la pena tenerne a mente alcuni passaggi, perché sono tutti avvenuti nel raggio di pochi chilometri dal cancello.
La foce che si sposta
Il 1557 è la data che ha disegnato il paesaggio attuale. Una piena eccezionale del Tevere deviò definitivamente il corso del fiume, allontanando l’acqua dal castello di Giulio II e trasformando la pianura circostante in acquitrino. L’anno prima, nel 1556, il borgo fortificato aveva subito i danni di un assedio. La somma dei due eventi decretò l’abbandono dell’insediamento e l’inizio di quattro secoli di spopolamento. Chi oggi guarda il castello e si chiede perché un fortilizio costiero si trovi in mezzo ai campi ha davanti la risposta: il fiume, semplicemente, se n’è andato.
La riscoperta archeologica
Nel 1801, sotto il pontificato di Pio VII, cominciarono gli scavi sistematici dell’antica città portuale. Non fu un’operazione breve: proseguì per tutto l’Ottocento, riprese con grande intensità nel Novecento e non è ancora conclusa, dato che una parte consistente dell’abitato antico resta sotto terra. Il risultato è uno dei complessi urbani romani meglio leggibili al mondo, con edifici residenziali e strutture produttive che raccontano la vita quotidiana meglio dei monumenti celebrativi della capitale.
La ferrovia e la nascita del litorale moderno
Il 10 agosto 1924 venne inaugurata la ferrovia Roma-Lido, che per la prima volta mise il mare a mezz’ora dalla città. È la data che apre la storia contemporanea di tutto questo settore: da quel momento il litorale smette di essere campagna isolata e diventa la spiaggia dei romani. La stazione che serve il borgo, inizialmente denominata Ostia Scavi, prese il nome attuale nel 1939. Fra il 1943 e il 1944 i bombardamenti alleati distrussero completamente diverse stazioni della linea, compresa questa, che venne poi ricostruita e riaperta al servizio.
La pineta aperta al pubblico e l’incendio
Il 21 aprile 1933 la pineta di Castel Fusano, acquistata l’anno prima dal Comune di Roma dal principe Francesco Chigi, venne aperta al pubblico: nasceva così il grande grande parco del litorale. Il 4 luglio 2000 un incendio ne devastò fra i trecento e i trecentocinquanta ettari, distruggendone del tutto duecentottanta, e i pini non vennero ripiantati in quantità significativa. È la ferita ambientale più grave della storia recente di questo territorio, e chi attraversa oggi certe zone della pineta ne vede ancora il segno.
L’istituzione della riserva
Il 29 marzo 1996 il decreto ministeriale istituì la Riserva naturale statale del Litorale romano, dando una cornice di tutela a oltre sedicimila ettari fra Roma e Fiumicino, dopo un primo provvedimento del 1987 rimasto senza seguito e prima di un decreto integrativo del dicembre 1996. È il provvedimento che oggi definisce il regime dei terreni su cui si trova anche questa fattoria, e che spiega perché in quest’area certe trasformazioni edilizie siano vietate e certi paesaggi agricoli siano sopravvissuti alla pressione immobiliare che ha investito il resto del litorale.
Chi è passato da C’era Una Volta – Fattoria Didattica
La risposta onesta è che da qui passano soprattutto bambini, e che è esattamente il merito del posto. Le fattorie didattiche non costruiscono la propria reputazione su ospiti illustri ma su classi che tornano l’anno successivo, su famiglie che arrivano perché qualcuno gliene ha parlato all’uscita di scuola, su gruppi che scelgono di festeggiare un compleanno fra le capre invece che in una sala giochi. Un elenco di nomi celebri, per una realtà di questo tipo, non esiste come documento pubblico, e chiunque ne proponesse uno starebbe riempiendo un vuoto con la fantasia.
Il pubblico reale ha una composizione riconoscibile. C’è la scuola dell’infanzia e la primaria del Municipio X e dei quadranti sud di Roma, che arrivano in pullman e che rappresentano il nucleo dell’attività. Ci sono le famiglie del litorale, che vengono la domenica con bambini piccoli e che spesso tornano più volte nella stessa stagione. Ci sono i gruppi di educazione ambientale che lavorano sul territorio della riserva. E ci sono, in misura crescente negli ultimi anni, famiglie straniere che soggiornano a Roma e cercano una giornata fuori dal circuito monumentale: per un bambino portato in tre musei di fila, un pomeriggio con un asino è la cosa che salva la vacanza ai genitori.
Chi è passato da questo territorio
Se si allarga lo sguardo ai pochi chilometri intorno, invece, l’elenco diventa impressionante. Qui hanno lavorato generazioni di archeologi, da quelli pontifici dell’Ottocento ai grandi scavatori del Novecento. Qui è passato Benito Mussolini, a bordo del primo convoglio della Roma-Lido il 10 agosto 1924. Qui hanno girato registi italiani e stranieri, attratti dal doppio scenario di rovine romane e di pineta marittima, in un’area che per decenni ha funzionato come set naturale a mezz’ora da Cinecittà. E qui, in forma molto meno celebre ma molto più continuativa, sono passati i braccianti romagnoli della bonifica, che questo paesaggio lo hanno letteralmente costruito e che hanno lasciato cognomi e modi di dire ancora riconoscibili nelle famiglie della zona.
Quando andare e quando evitare
La primavera è la stagione migliore, senza discussione. Da marzo a maggio le temperature sono miti, il terreno è asciutto abbastanza da non impantanarsi ma umido abbastanza da non sollevare polvere, gli animali sono attivi tutto il giorno e la campagna intorno è nel momento visivamente più generoso. È anche il periodo in cui le scuole concentrano le uscite didattiche, il che significa che le disponibilità si esauriscono presto: chi organizza una gita scolastica per aprile o maggio farebbe bene a muoversi con settimane di anticipo.
L’autunno è la seconda finestra buona, e per le famiglie è probabilmente la migliore in assoluto, perché la pressione delle scolaresche cala. Da fine settembre a inizio novembre la luce è bassa e calda, le temperature restano gradevoli e il paesaggio agricolo entra nella fase delle lavorazioni. L’unico avvertimento riguarda la pioggia: in questo settore costiero i rovesci autunnali sono brevi ma intensi, e il terreno bonificato assorbe lentamente. Dopo un acquazzone serio conviene rimandare di un giorno.
L’estate va gestita, non evitata. Fra fine giugno e agosto le ore centrali diventano proibitive, per i bambini come per gli animali, e chiunque prometta una giornata piena sotto il sole di luglio in questa pianura senza ombra non ha mai provato a farla. Le attività rendono nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio. Chi viene in estate porti molta più acqua di quella che pensa di servire e non pianifichi nulla fra le dodici e le sedici.
L’inverno è la stagione più sottovalutata e la più ostica. Le giornate limpide di gennaio e febbraio, con la tramontana che pulisce l’aria, offrono una visibilità e una luce straordinarie, e la campagna vuota ha un fascino che in primavera si perde. Il problema è il fango e sono le mattinate di nebbia, frequenti in questa pianura umida, che rendono complicato sia guidare sia stare all’aperto. Con bambini molto piccoli, in dicembre e gennaio, la giornata rischia di ridursi a un’ora di freddo. Chi ci prova lo faccia in una giornata di sole, dopo una settimana asciutta, e con vestiti pesanti veri.
I giorni della settimana
Nei giorni feriali di periodo scolastico la struttura lavora prevalentemente con i gruppi, e una famiglia che si presentasse senza accordo rischia di trovare tutto occupato. Il fine settimana è il momento delle famiglie, ed è anche quello in cui si concentrano le eventuali iniziative aperte. Quale sia la configurazione esatta nel periodo scelto va chiesto ai canali ufficiali: è una di quelle informazioni che cambiano di stagione in stagione e che nessuna fonte esterna può garantire attendibile.
Cosa c’è intorno a C’era Una Volta – Fattoria Didattica
Il vantaggio della posizione è che permette di costruire una giornata intera senza spostamenti lunghi. A pochi minuti si trova il borgo di Ostia Antica, il nucleo medievale fortificato da papa Gregorio IV e dominato dal castello di Giulio II: è piccolo, si gira in mezz’ora, e per i bambini ha il vantaggio di essere un castello vero con fossato e torrione, cioè la cosa che funziona sempre. Accanto al borgo c’è l’area archeologica di Ostia Antica, che però richiede tempo e gambe: con i bambini piccoli, una mattinata in fattoria e un pomeriggio agli scavi sono troppo per la stessa giornata, e conviene scegliere.
Verso il mare si arriva in pochi minuti alla pineta di Castel Fusano, che offre ombra, spazio e sentieri pianeggianti, e poco oltre alla tenuta di Castelporziano, la tenuta presidenziale che confina con la pineta. Risalendo verso nord, oltre il Tevere, si entra nel territorio di Fiumicino, dove si trovano l’Oasi WWF di Macchiagrande e il lido di Maccarese, entrambi dentro il perimetro della stessa riserva. Chi vuole restare sul tema della natura gestita può spingersi fino all’Oasi di Castel di Guido, sull’altro versante del quadrante occidentale.
Per chi costruisce un itinerario dedicato ai bambini su più giornate, in città restano i riferimenti classici: il Bioparco di Roma a Villa Borghese ed Explora, il museo dei bambini di Roma, che però appartengono a un registro completamente diverso, quello dell’esperienza urbana e strutturata. Chi cerca invece altre esperienze di campagna nel Lazio troverà una logica simile a Parco Natura La Selvotta, a Parco Natura VoloAlto e alla Fattoria Didattica Il girotondo degli animali, nella pianura pontina.
Dove mangiare
La zona del borgo offre qualche indirizzo di ristorazione, e il lido di Ostia, a pochi chilometri, molti di più. Chi viaggia con un gruppo di bambini, però, farà quasi sempre la scelta del pranzo al sacco, che ha due vantaggi: azzera i tempi morti e permette di restare nel contesto. Se sia possibile consumarlo all’interno della struttura, e con quali condizioni, è una domanda da porre in fase di prenotazione, perché le regole su questo punto variano da struttura a struttura e cambiano nel tempo.
Domande veloci su C’era Una Volta – Fattoria Didattica
Serve prenotare?
Sì. La struttura lavora su appuntamento, con gruppi e famiglie, e le condizioni di accesso vanno concordate in anticipo attraverso i canali ufficiali.
Dove si trova esattamente?
Nel territorio di Roma, dentro il perimetro della Riserva naturale statale del Litorale romano e a breve distanza dal borgo di Ostia Antica. Il riferimento stradale preciso conviene farselo indicare a voce al momento della prenotazione, perché in questa fascia di campagna i navigatori satellitari sbagliano con regolarità.
Quali attività si fanno?
La struttura indica come proprie l’incontro con animali che vivono liberi nei propri spazi, la mungitura della capra e la passeggiata con le asine, oltre a una programmazione artistica con spettacoli e corsi. Il programma della singola giornata si concorda con chi gestisce.
Quanto costa?
Le tariffe non sono indicate qui perché variano in base al tipo di gruppo, alla durata e alle attività scelte. Vanno chieste direttamente alla struttura.
È adatta ai bambini molto piccoli?
Il contatto diretto con animali docili funziona anche con i più piccoli, ma la durata va ridotta e l’attività calibrata: sotto i quattro anni due ore sono il limite ragionevole. Ogni valutazione specifica va fatta con chi accoglie il gruppo.
Si può andare con i cani?
In una struttura con animali domestici liberi la presenza di cani è quasi sempre regolata in modo restrittivo, per ragioni evidenti di sicurezza. È una domanda da porre prima di partire, mai da risolvere sul posto.
Che cosa succede se piove?
Dipende dagli spazi coperti disponibili e dal tipo di attività prevista. È la prima informazione da chiedere quando si prenota in autunno o in inverno.
Come si contatta la struttura?
Attraverso la pagina Facebook fattoriadidatticaceraunavolta oppure telefonicamente e via messaggistica al numero +39 373 700 0312.
A nostro giudizio questa realtà va presa per quello che è: un posto piccolo, privato, gestito da persone che con gli animali ci vivono, in un angolo di campagna romana che ha alle spalle una storia molto più grande di quanto il paesaggio lasci intuire. Non offre attrazioni, non offre numeri, non offre spettacolarità. Offre un bambino con le mani sporche che ha capito da dove viene il latte e che ha camminato per venti minuti accanto a un animale che non aveva fretta. Telefonate prima, andate la mattina, mettete scarpe che possano rovinarsi e lasciate ai piccoli il tempo di stare fermi davanti a un recinto senza fare niente: è lì che di solito succede la parte importante.
Domande frequenti su C'era Una Volta, Fattoria Didattica
Dove si trova C'era Una Volta, Fattoria Didattica?
C'era Una Volta, Fattoria Didattica, si trova nel settore sud occidentale del territorio comunale di Roma, dentro il Municipio X, nell'area della Riserva naturale del Litorale romano e vicino al borgo di Ostia Antica.
Bisogna prenotare per visitare la fattoria?
Sì, C'era Una Volta, Fattoria Didattica, lavora su appuntamento, con gruppi e famiglie. Ogni informazione su giorni, orari, costi e durata delle attività va chiesta ai canali ufficiali della struttura prima di mettersi in macchina, perché il numero di operatori disponibile è limitato.
È un parco pubblico o una struttura privata?
C'era Una Volta, Fattoria Didattica, è una struttura privata, non un bene pubblico, anche se si trova dentro il perimetro della Riserva naturale statale del Litorale romano, istituita con decreto ministeriale il 29 marzo 1996.
Che tipo di esperienza offre la fattoria ai bambini?
La caratteristica principale della struttura è la presenza di animali liberi, docili e mansueti, che permettono al visitatore di familiarizzare senza barriere fisiche, a differenza di uno zoo o di un parco faunistico dove l'animale resta dietro una rete.
Ci sono anche spettacoli o corsi, oltre agli animali?
Sì, la struttura dichiara accanto all'attività didattica con gli animali anche una vocazione artistica, con spettacoli e corsi ospitati negli stessi spazi, secondo una tradizione lunga che unisce le fattorie al teatro per l'infanzia.
Qual è il periodo migliore per andare a C'era Una Volta?
La primavera, da marzo a maggio, è la stagione migliore per visitare la fattoria: le temperature sono miti, il terreno non è né impantanato né polveroso, e gli animali sono attivi tutto il giorno. È anche il periodo delle uscite scolastiche, quindi le disponibilità si esauriscono prima.
Cosa vedere vicino a C'era Una Volta, Fattoria Didattica?
A pochi minuti dalla fattoria si trova il borgo di Ostia Antica, il nucleo medievale fortificato da papa Gregorio IV con il castello di Giulio II, visitabile in mezz'ora e apprezzato dai bambini per il fossato e il torrione.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata fra Ostia Antica e il litorale romano, con accompagnatore turistico abilitato e trasporto incluso, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari per famiglie nel Lazio trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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