Pinguini Tattici Nucleari allo Stadio Olimpico di Roma — Tour Stadi 2027
Giovedì 8 luglio 2027, alle 21:00, i Pinguini Tattici Nucleari suonano allo Stadio Olimpico di Roma, dentro il complesso del Foro Italico, per una delle date del loro Tour Stadi 2027. Sei musicisti nati e cresciuti fra Alzano Lombardo, Pedrengo, Seriate, Treviglio e Bergamo città, che quindici anni fa suonavano metal demenziale nei locali della provincia bergamasca e che adesso riempiono l’impianto più capiente della Capitale in una sera di luglio.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Mentre metto insieme queste righe mancano dieci mesi alla data. Vuol dire che la scaletta non esiste, che gli eventuali ospiti non esistono, che la forma del palco non esiste e che i prezzi definitivi dei settori non esistono: chiunque li racconti adesso li sta immaginando, e lo scriverò una volta sola perché non serve ripeterlo. Quello che invece esiste già, ed è conoscibile fin da oggi, è tutto il contorno: chi sono i sei che salgono su quel palco e da dove arriva la loro popolarità, che cos’è davvero quello stadio quando non ci si gioca una partita, che cosa lo circonda, come si arriva e come si torna indietro, e perché quel pezzo di Roma merita un’ora di attenzione prima che si spengano le luci.
Accompagno gruppi per Roma da parecchi anni e sul Foro Italico ho una convinzione che ripeto sempre: è il complesso architettonico più visitato e meno guardato della città. Decine di migliaia di persone ci passano dentro ogni volta che c’è una partita, un torneo di tennis o un concerto, camminano su un viale interamente mosaicato, passano accanto a un obelisco di marmo di Carrara alto quasi diciotto metri, costeggiano edifici progettati da alcuni degli architetti italiani più discussi del Novecento, e quasi nessuno alza gli occhi. Una serata da concerto, se arrivi con un’ora di margine, è l’occasione perfetta per rimediare senza pagare un biglietto in più e senza perdere un minuto di musica.
Giovedì 8 luglio 2027: che tipo di serata è
Otto luglio, di giovedì. La combinazione conta più di quanto sembri, e vale la pena smontarla pezzo per pezzo perché cambia concretamente come si organizza la giornata.
Il giovedì è il giorno feriale che a Roma somiglia di più al fine settimana senza esserlo. Gli uffici lavorano, le scuole sono chiuse da metà giugno, i locali dei quartieri centrali hanno già impostato l’orario lungo, e il traffico serale mantiene la coda del rientro. Chi si muove verso il Foro Italico fra le 18:30 e le 20:00 di un giovedì di luglio trova sui lungotevere della sponda destra e attorno a Ponte Milvio una densità di veicoli che il sabato non c’è. In compenso, alla fine dello spettacolo, la città restituisce il favore: alle undici e mezza di un giovedì le strade si liberano molto più in fretta di quanto farebbero un sabato, e i locali non hanno la coda all’ingresso.
Poi c’è la luce. L’8 luglio a Roma il sole tramonta poco dopo le 20:40 e il cielo resta leggibile fino quasi alle 21:30. Un concerto che parte alle 21:00 in quella finestra di stagione ha una caratteristica che al chiuso non si ottiene in nessun modo: la prima parte si svolge sotto un cielo ancora chiaro, la copertura in teflon dello stadio si vede in controluce, e il buio pieno arriva quando lo spettacolo è già partito da una mezz’ora. Chi va allo stadio d’inverno per il calcio quella transizione non la vede mai, perché a dicembre alle 21:00 è già notte da un pezzo.
Il caldo, che va preso sul serio
La regola che do sempre ai gruppi che accompagno è semplice: acqua prima, acqua durante, e niente alcolici nel pomeriggio. Il colpo di calore in coda a un concerto estivo è la causa più banale e più frequente di serate rovinate, e non riguarda soltanto chi ha ottant’anni: riguarda soprattutto i ventenni che hanno passato sei ore sull’asfalto senza mangiare. Se qualcuno del gruppo ha problemi di pressione o non regge bene il caldo, la scelta ragionevole non è il prato sotto il palco: è un settore numerato, all’ombra della copertura, dove si arriva alle 20:30 e ci si siede.
Chi sono i Pinguini Tattici Nucleari
La storia di questa band è più lunga e meno lineare di come la racconta chi li ha scoperti a Sanremo. Vale la pena partire dall’inizio, perché aiuta a capire che tipo di pubblico si troverà allo Stadio Olimpico quella sera.
Il gruppo nasce alla fine del 2010 in provincia di Bergamo, inizialmente attorno a due persone: Lorenzo Pasini e Riccardo Zanotti. Si conoscono sui banchi di scuola. Il nome, che è una delle cose più raccontate della loro biografia, arriva da una birra scozzese chiamata Tactical Nuclear Penguin, prodotta dal 2009 dal birrificio BrewDog: un dettaglio che dice parecchio sul registro con cui la band si presentava agli esordi, quando il genere praticato era il metal demenziale e nessuno immaginava gli stadi.
Il primo EP autoprodotto, cinque brani, si intitola Cartoni animali ed esce nel 2012. Poi arrivano anni di locali: prima soltanto nel Bergamasco, poi in tutto il nord Italia, con l’obiettivo dichiarato di costruirsi un pubblico fedele per potersi promuovere da soli. Per anni lavorano senza ufficio stampa, senza agenzia di booking e senza etichetta discografica, gestendo ogni aspetto in proprio, cioè abbracciando l’etica del fai da te per necessità prima ancora che per scelta ideologica. È il pezzo di storia che gli spettatori della prima fila conoscono a memoria e che chi li ha incontrati dieci anni dopo di solito ignora del tutto.
La formazione, e perché sei persone non sono una sola
La formazione attuale è questa: Riccardo Zanotti, nato ad Alzano Lombardo il 16 settembre 1994, voce e chitarra; Nicola Buttafuoco, nato a Pedrengo il 24 ottobre 1994, chitarra; Lorenzo Pasini, anche lui di Alzano Lombardo, nato il 28 maggio 1994, chitarra; Simone Pagani, nato a Bergamo il 4 luglio 1991, basso, contrabbasso e voce; Matteo Locati, nato a Treviglio il 26 febbraio 1991, batteria; Elio Biffi, nato a Seriate l’8 maggio 1994, tastiere, fisarmonica e voce.
Ci sono stati passaggi intermedi: con l’ingresso del batterista Marco Sonzogni, Zanotti diventa frontman e voce unica oltre che autore; nel 2015 entra Elio Biffi e alla batteria arriva Matteo Locati; nel 2016 il gruppo assume l’assetto definitivo con Nicola Buttafuoco alla chitarra e Simone Pagani al basso, al posto di Cristiano Marchesi. Fra gli ex componenti figurano anche Francesco Bernuzzi alla voce e Claudio Cuter alla chitarra.
Questo elenco di nomi non è un esercizio da enciclopedia: è la cosa che cambia di più la serata rispetto agli altri concerti che quest’estate passano dallo stesso stadio. Sei persone sul palco vogliono dire sei postazioni, sei monitoraggi, una batteria vera al centro, le tastiere e la fisarmonica da un lato, tre chitarre da gestire senza sovrapporsi. Un cantante solista con band di supporto occupa il centro del palco e tutto il resto lavora dietro di lui; una band vera occupa il palco in larghezza, e chi compra un biglietto laterale in una serata del genere vede comunque qualcosa che succede vicino a sé.
Dagli album al Festival
Il primo album in studio, Il re è nudo, esce nel 2014: sette tracce più un’intro, con brani come Cancelleria e Test d’ingresso di medicina. Il secondo, Diamo un calcio all’aldilà, arriva il 18 dicembre 2015 con sonorità più vicine all’alternative rock. Il terzo, Gioventù brucata, esce il 17 aprile 2017: undici tracce e un’intro, con la ballata Irene, il pop rock di Tetris e cose più articolate come Gigi Cinque Ottavi. Nell’agosto dello stesso anno il gruppo partecipa alla venticinquesima edizione dello Sziget Festival di Budapest, esibendosi sul Light Stage.
Il 5 aprile 2019 arriva Fuori dall’hype, primo album pubblicato con Sony Music, anticipato dai singoli Verdura, uscito il 18 gennaio, Sashimi e il brano che dà il titolo al disco. Tre settimane dopo, il 26 aprile, esce Faber nostrum, album tributo a Fabrizio De André, con una rilettura del gruppo di Fiume Sand Creek. Il primo maggio 2019 i Pinguini salgono sul palco del Concerto del Primo Maggio in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, portando Verdura e Irene: è la loro prima grande esposizione romana, e la loro prima volta davanti a un pubblico da piazza.
Nel febbraio 2020 partecipano alla settantesima edizione del Festival di Sanremo con Ringo Starr, chiudendo al terzo posto assoluto nella serata finale. Nella terza serata, quella delle cover, eseguono un medley intitolato Settanta volte. Il 7 febbraio 2020 esce la ristampa dell’album con il titolo Fuori dall’hype - Ringo Starr, che contiene anche gli inediti Ridere e Bergamo.
Gli anni difficili e la risalita
Quegli anni li riempiono con i dischi. Il 28 agosto 2020 esce La storia infinita; il 13 novembre Scooby Doo, che anticipa l’EP Ahia!, pubblicato il 4 dicembre 2020. Nel 2021 arrivano collaborazioni con artisti di ambiti diversi, e i singoli estratti dall’EP, fra cui Scrivile scemo e Pastello bianco, continuano a circolare per mesi. In quella stessa finestra tornano al Teatro Ariston, nella serata delle cover del Festival di Sanremo 2021, affiancando Bugo su Un’avventura di Lucio Battisti.
Il ritorno dal vivo arriva nel 2022 con il Dove eravamo rimasti tour, il primo vero tour nei palazzetti, che sostituisce quello rimandato per oltre due anni. Nel maggio dello stesso anno esce Giovani Wannabe, che diventa uno dei brani più venduti e più trasmessi dalle radio di quella stagione; ad agosto arriva Dentista Croazia, che ripercorre gli esordi del gruppo, e il 23 settembre Ricordi, anch’esso in vetta alla classifica FIMI. Il 13 novembre 2022 la band vince l’MTV Europe Music Award come miglior artista italiano, e il 2 dicembre pubblica il quinto album in studio, Fake News.
Gli stadi, e i numeri che li hanno resi possibili
Il 17 ottobre 2022 viene annunciato un concerto allo Stadio di San Siro per l’11 luglio 2023: va esaurito in dodici ore. Pochi giorni dopo, il 25 ottobre, viene aggiunta una seconda data proprio allo Stadio Olimpico di Roma, anche quella esaurita. L’11 novembre 2022 viene confermato il primo tour negli stadi: dieci date in sette impianti italiani fra il 7 luglio e il 13 agosto 2023, con un concerto finale il 9 settembre 2023 alla RCF Arena di Reggio Emilia.
Quella data di Reggio Emilia detiene il record di spettatori paganti per un singolo concerto di una band italiana: oltre ottantamila persone. Il tour degli stadi nel suo complesso ha superato il mezzo milione di biglietti venduti su undici date, risultando il più venduto del 2023 in Italia insieme a quello di Marco Mengoni. Il 9 settembre 2023 viene annunciato il Fake News Indoor Tour nei palasport per il 2024, che vende centomila biglietti nelle prime ventiquattro ore di prevendita. Considerato nelle sue due parti, il ciclo live di Fake News ha totalizzato circa un milione di biglietti fra 2023 e 2024, arrivando a rappresentare da solo attorno al quattro per cento del mercato italiano dei concerti dal vivo nel 2023; la rivista statunitense Pollstar lo ha collocato all’ottavo posto fra i tour di maggior successo al botteghino a livello mondiale per quell’anno.
Gli ultimi mesi li abbiamo visti tutti: il 15 maggio 2026 è uscito Sorry scusa lo siento, il 21 agosto è arrivato Goya di Fabri Fibra, al quale la band ha collaborato, e il primo settembre 2026, cioè undici giorni prima che io mettessi insieme queste righe, i Pinguini hanno vinto la decima edizione del Power Hits Estate proprio con Sorry scusa lo siento. Complessivamente il gruppo supera gli otto milioni di copie certificate: uno dei casi italiani più solidi di successo discografico nell’era dello streaming, con la particolarità di riguardare una band e non un solista.
Una curiosità su Pinguini Tattici Nucleari allo Stadio Olimpico di Roma — Tour Stadi 2027
Otto luglio. Quella data, in quello stadio, ha già un significato che nessuno dei sei sul palco aveva l’età per ricordare in diretta: tre di loro erano nati da meno di un anno, gli altri tre non erano ancora nati.
L’8 luglio 1990, su quel prato, si è giocata la finale del campionato mondiale di calcio fra Germania Ovest e Argentina. Davanti a 73.603 spettatori, i tedeschi hanno vinto 1-0 con un rigore trasformato da Andreas Brehme a sei minuti dalla fine. Fu una partita che entrò negli almanacchi per ragioni poco liete: l’Olimpico divenne il primo stadio della storia a registrare un’espulsione in una finale mondiale, e per giunta due, gli argentini Pedro Monzón e Gustavo Dezotti.
Fra l’8 luglio 1990 e l’8 luglio 2027 passano esattamente trentasette anni. Stessa data, stesso prato, stessa copertura in teflon sopra la testa, e una differenza che dice tutto sul modo in cui è cambiato l’uso di quell’impianto: nel 1990 lo stadio era stato appena riconsegnato dopo una ricostruzione quasi totale e veniva restituito al calcio internazionale davanti a un pubblico di settantamila persone; nel 2027 lo stesso invaso viene riempito per ascoltare sei musicisti bergamaschi che nel 1990 non esistevano nemmeno come idea.
C’è un dettaglio in più che mi diverte. Nel luglio 1991, cioè poco più di un anno dopo quella finale, lo stadio ospitò il suo primo concerto in assoluto: un evento congiunto di Miles Davis e Pat Metheny, su un palco costruito davanti alla Curva Sud, davanti a circa ventimila persone. La copertura in teflon installata per il mondiale aveva reso l’impianto adatto alla musica, e l’anno successivo alla finale più vista d’Italia qualcuno capì che quel contenitore poteva servire ad altro. In trentasei anni si è passati da ventimila persone per il jazz a uno stadio pieno per un gruppo pop italiano, nello stesso identico perimetro.
Lo stadio come oggetto costruito: il pezzo che quasi nessuno racconta
Quando si parla dell’Olimpico si parla quasi sempre di partite. Provo a raccontarlo per quello che è, cioè un edificio, perché la sera del concerto quell’edificio determina che cosa si sente e che cosa si vede.
Lo stadio attuale è il risultato di una ricostruzione quasi integrale, seguita a una demolizione avvenuta nel 1989 che praticamente non lasciò in piedi nulla dell’impianto del 1953. Questo è il punto che quasi tutti sbagliano: l’Olimpico in cui si entra oggi non è lo stadio dei Centomila con qualche aggiunta, è un altro stadio costruito nello stesso posto. Il travertino, il cemento armato del dopoguerra, la forma bassa e continua delle gradinate di Annibale Vitellozzi: tutto questo non c’è più.
La copertura è la parte che colpisce di più chi entra per la prima volta. Sopra le gradinate corre un anello di funi in acciaio, e a quelle funi sono sospese strutture metalliche che sostengono il manto vero e proprio, realizzato in teflon, cioè politetrafluoroetilene, accoppiato a fibra di vetro. Il progetto ingegneristico della copertura venne fornito dallo studio Majowecki di Bologna. La scelta del materiale non era estetica: il teflon accoppiato al vetro è leggero, lascia passare una quota di luce diurna e soprattutto non impone alla struttura i carichi di una copertura rigida. Il risultato, alle nove di sera di un giovedì di luglio, è che il cielo sopra il catino resta visibile e leggermente lattiginoso, e che la luce si spegne gradualmente invece di essere tagliata da una lastra opaca.
Gli ingressi e i quattro pilastri
Agli spalti si accede attraverso trentatré entrate: due per ciascun settore dei distinti, quattro per ogni curva, sette per la Tribuna Tevere e dieci per la Tribuna Monte Mario. Il livello più alto delle gradinate, cioè i distinti alti sul lato Tevere e sul lato Monte Mario, si raggiunge attraverso quattro grandi pilastri in cemento armato che contengono le scale.
Quei quattro pilastri, con le scale integrate al loro interno, non erano nel progetto originario della ristrutturazione. Sono la conseguenza diretta di una vicenda giudiziaria che merita una sezione a sé, e alla quale arrivo fra poco.
Una nota sui posti a sedere, utile a chi ha ricordi degli anni Novanta: nel ciclo di lavori che precedette la finale di Champions League del 2009 i seggiolini furono allargati, portandoli a quarantotto centimetri nelle curve e nei distinti, a cinquanta nella Tribuna Tevere e a cinquantaquattro nella tribuna d’onore. L’operazione costò circa cinquemila posti complessivi, ma rese lo stadio decisamente più abitabile per una serata di tre ore. Nella stessa occasione vennero raddoppiati gli spogliatoi e ne venne costruito un terzo, destinato al solo club ospite: negli anni dei concerti quegli spazi servono a tutt’altro, e chi lavora dietro le quinte all’Olimpico sa bene che la logistica di un tour passa esattamente da lì.
Il Foro Italico: quello che c’è attorno allo stadio
Il complesso dentro il quale lo stadio si trova è molto più vasto dello stadio stesso, e quasi tutto quello che lo compone è accessibile a piedi la sera del concerto, senza biglietto e senza deviazioni. Provo a fare un giro ordinato, perché qui i siti generalisti si limitano a citare due o tre cose e passano oltre.
Il Foro Italico venne ideato e realizzato da Enrico Del Debbio fra il 1927 e il 1933, e completato dopo la guerra fra il 1956 e il 1968. L’iniziatore politico dell’operazione fu Renato Ricci, sottosegretario all’Educazione Nazionale e fondatore dell’Opera nazionale Balilla. L’area, ottantacinque ettari alla base di Monte Mario, non figurava nel piano regolatore del 1909 dell’ingegner Edmondo Sanjust di Teulada: era destinata a sede ferroviaria, e venne riconvertita a complesso sportivo con una variante generale del 1926.
Gli edifici che si possono guardare
Il Palazzo H, opera di Del Debbio fra il 1928 e il 1932, ospitava l’Accademia fascista maschile di educazione fisica e dal 1951 è la sede del CONI. È l’edificio che chi arriva dal ponte vede sulla destra, e la sua facciata è uno dei documenti più leggibili dell’architettura di quegli anni in città.
Il Palazzo delle Terme, di Costantino Costantini fra il 1930 e il 1936, contiene le piscine coperte e due istituzioni che hanno cambiato nome due volte: l’Accademia di musica della GIL, che dal 1995 è diventata l’Auditorium Rai del Foro Italico, e l’Istituto superiore di educazione fisica, il vecchio ISEF, che nel 2008 è diventato l’Università degli Studi di Roma Foro Italico. Questo è il dettaglio che sorprende sempre chi accompagno: dentro un complesso che quasi tutti considerano un parco sportivo e basta, ci sono una sala da concerto della Rai e un ateneo pubblico a pieno titolo, con studenti, lezioni e sessioni d’esame.
Il viale, l’obelisco e le statue
L’ingresso principale del Foro si apre a sud est, in asse con il ponte Duca d’Aosta. Di fronte a un ampio viale interamente mosaicato con tessere bianche e nere, in origine chiamato piazzale dell’Impero e oggi viale del Foro Italico, si alza un obelisco di marmo di Carrara alto diciassette metri e mezzo senza contare la base, intitolato a Mussolini. Nell’aprile 2015 l’allora presidente della Camera Laura Boldrini propose di rimuovere dalla stele le iscrizioni: la proposta incontrò obiezioni da parte di periti architettonici e storici e non ebbe seguito. Il dibattito non si è chiuso, e nel 2026 lo storico Hannes Obermair ha riproposto la questione in altri termini, suggerendo non la rimozione ma la ricontestualizzazione, sul modello delle operazioni fatte a Bolzano, perché un’estetica di quel tipo, lasciata senza commento, continua a occupare da sola lo spazio pubblico.
Chi cammina su quel viale la sera del concerto ci passa sopra senza guardare, e capisco perché: sotto i piedi ci sono centinaia di metri quadrati di mosaico, e a quell’ora il flusso di persone impedisce di fermarsi. Arrivando con un’ora di anticipo, invece, si vede tutto: le scene, le scritte, i riquadri. È un documento storico complicato, e guardarlo con attenzione non equivale ad approvarlo; equivale a smettere di ignorarlo.
La Walk of Fame, che quasi nessuno nota
Il 7 maggio 2015, sul viale delle Olimpiadi, è stato inaugurato un percorso intitolato alle leggende dello sport italiano: cento targhe incastonate nella pavimentazione con i nomi di atleti scelti dalla Commissione atleti del CONI. La cerimonia fu presieduta dall’allora presidente del CONI Giovanni Malagò, e negli anni successivi altre targhe sono state aggiunte.
Se cerchi qualcosa da fare nei quaranta minuti di attesa fuori dai cancelli, questa è la risposta migliore che conosco: cammini lungo il viale, leggi i nomi, e ti rendi conto di quanti sport italiani conosci soltanto attraverso una manciata di persone. È gratis, occupa esattamente il tempo che avanza, e ti tiene in movimento invece che fermo in coda al sole.
Una cosa che non ti dice nessuno su Pinguini Tattici Nucleari allo Stadio Olimpico di Roma — Tour Stadi 2027
La forma della copertura sotto cui si suonerà quella sera è il risultato di un ricorso al TAR presentato da tre associazioni ambientaliste. Non è una battuta: è la ricostruzione documentata di come quell’oggetto è venuto fuori.
Torniamo al 1987. L’Italia deve ristrutturare l’Olimpico per il campionato mondiale di calcio del 1990. Il CONI, gerente della struttura e committente dei lavori, ha già incaricato il consorzio CO.GE.FAR. come contraente generale. Il progetto prevede piloni alti quaranta metri per sostenere la tensostruttura di copertura. A novembre 1987 Italia Nostra, Legambiente e WWF Italia presentano un ricorso congiunto al TAR del Lazio denunciando il danno ambientale e paesaggistico che quei piloni avrebbero prodotto in quel contesto, cioè alla base di Monte Mario, a ridosso del Tevere, dentro un complesso vincolato.
A gennaio 1988 il TAR accoglie il ricorso e ferma il progetto. Il CONI, temendo altri ricorsi, blocca cautelativamente ogni lavoro, anche quelli che l’ordinanza non toccava. Nel frattempo arrivano altre ordinanze di sequestro e fermo dei cantieri in Curva Sud, sospettati di non essere a norma dal punto di vista della sicurezza sul lavoro. A quel punto il Ministero per i beni culturali impone la redazione di un progetto nuovo, che tenga conto delle tutele invocate. La soluzione trovata è quella che si vede oggi: abbassare l’altezza dei piloni e integrarvi le scale per la salita alle gradinate più alte. Di fronte a queste modifiche le associazioni ambientaliste ritirano il ricorso.
Quindi: i quattro grandi pilastri che oggi contengono le scale e che portano gli spettatori ai livelli alti dello stadio esistono in quella forma perché tre associazioni ambientaliste hanno fatto causa allo Stato e hanno vinto. La copertura è più bassa e meno invasiva sul profilo di Monte Mario di quanto sarebbe stata, e il compromesso ha prodotto un elemento architettonico che nel frattempo è diventato riconoscibile. Chi sale quelle scale la sera dell’8 luglio 2027 cammina dentro la soluzione tecnica di un contenzioso amministrativo del 1988.
Il consiglio che ti do per visitare Pinguini Tattici Nucleari allo Stadio Olimpico di Roma — Tour Stadi 2027
Il consiglio è uno solo e lo formulo in modo diretto: tratta l’8 luglio 2027 come una giornata romana intera e non come un trasferimento verso un cancello. Tutto il resto discende da qui.
Concretamente, il piano che propongo ai gruppi che accompagno per serate di questo tipo è questo. Pomeriggio fuori dal Foro Italico, in un posto con ombra e acqua, quindi non in coda sull’asfalto. Verso le 18:30 ci si sposta, arrivando dal lato del Tevere o dal quartiere Della Vittoria a seconda di dove si è passata la giornata. Fra le 18:45 e le 19:45 si fa il giro a piedi del complesso: viale del Foro Italico con il mosaico, l’obelisco, la facciata del Palazzo H, il perimetro dello Stadio dei Marmi, la Walk of Fame sul viale delle Olimpiadi. Sono quaranta minuti di camminata lenta, senza mai allontanarsi troppo dal proprio ingresso. Alle 20:00 si entra, con calma, quando la coda è nella sua fase discendente. Si trova il posto, si compra da bere, ci si siede. Alle 21:00 comincia lo spettacolo e non si è già stanchi morti.
Chi sceglie il prato deve ragionare in modo diverso, e lo dico senza giri di parole: il prato sotto il palco, in un concerto estivo di questa portata, è un impegno fisico. Significa arrivare presto, restare in piedi per molte ore, non potersi allontanare senza perdere la posizione, e attraversare il picco di calore pomeridiano in uno spazio senza ombra. Vale la pena se si ha vent’anni, si è in compagnia e si mette in conto la fatica; non vale la pena se si viene da fuori Roma per una sola giornata e si vorrebbe anche vedere qualcosa della città.
Il consiglio nel consiglio: la scelta del settore
Se dovessi indicare una sola posizione per una serata come questa, indicherei i distinti bassi laterali. Motivi: il suono arriva più definito, la copertura protegge dal sole residuo delle 21, la distanza dal palco resta ragionevole, si vede la scenografia nel suo insieme invece che schiacciata dal basso, e soprattutto si esce più in fretta a fine serata perché quei settori scaricano su scale brevi. La Tribuna Monte Mario ha il vantaggio della qualità costruttiva e della vista d’insieme, ma è il lato che guarda il palco frontalmente da lontano; le curve alte sono le più economiche e le più sacrificate su tutti i fronti.
Come si arriva al Foro Italico, e come si torna indietro
Questa è la parte che chi viene da fuori sottovaluta di più, perché l’Olimpico non ha una fermata della metropolitana davanti all’ingresso. Non ce l’ha, e non ce l’ha mai avuta.
La soluzione più usata resta la combinazione metropolitana più tram. Si arriva in metro sulla linea A fino a una delle stazioni del quadrante nord occidentale, e da lì si prosegue di superficie. Il tram che serve la zona attraversa il quartiere Flaminio e arriva a piazza Mancini, che è il capolinea di riferimento per il Foro Italico: da piazza Mancini allo stadio si cammina attraversando il ponte Duca d’Aosta, e si arriva direttamente sul viale mosaicato. È un percorso di una decina di minuti a piedi, in piano, con l’acqua del Tevere sulla destra e il complesso davanti: dal punto di vista dell’impatto visivo è di gran lunga l’arrivo migliore, e lo consiglio anche a chi avrebbe alternative.
Le linee di superficie della zona, nelle serate di grande evento, vengono rinforzate e in alcuni casi vengono attivati servizi dedicati. Le modalità cambiano da evento a evento e vengono comunicate nei giorni precedenti dall’azienda dei trasporti e da chi organizza: la cosa sensata è controllarle nella settimana della data, perché un assetto deciso dieci mesi prima non esiste.
In auto: si può, ma va capito come
Arrivare in auto fino allo stadio, la sera di un concerto da decine di migliaia di persone, è la scelta peggiore possibile. I lungotevere della sponda destra vengono chiusi o contingentati, l’area interna al Foro Italico è interdetta al traffico privato, e il parcheggio si trova comunque a distanze che rendono inutile il vantaggio dell’auto.
La strategia che funziona è un’altra: lasciare l’auto lontano, in un punto servito dal trasporto pubblico, e fare l’ultimo tratto su ferro o a piedi. I quartieri a nord del Foro Italico e il quadrante di piazzale Clodio offrono più possibilità di quante ne offra la zona immediatamente adiacente allo stadio, e soprattutto permettono di ripartire senza restare imbottigliati nel deflusso.
Il deflusso, che è la parte peggiore
Uscire da uno stadio pieno è sempre più lento che entrarci, perché tutti escono nello stesso momento. All’Olimpico il deflusso si scarica su un numero limitato di direttrici: i ponti sul Tevere, il viale che porta verso il quartiere Della Vittoria e la risalita verso Monte Mario. Nei primi venti minuti dopo la fine del concerto i ponti sono saturi.
La contromossa che funziona sempre, e che vale in qualunque stadio d’Europa, è la stessa: non uscire subito. Restare seduti venti minuti, lasciare che il grosso del flusso si smaltisca, uscire quando il piazzale ha già ripreso a respirare. Si perde mezz’ora e se ne guadagna una. In alternativa, si esce a musica ancora in corso, ma con questa band dubito che qualcuno voglia perdersi il finale.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Di tutto lo stadio inaugurato nel 1953, quello che i romani chiamavano lo stadio dei Centomila, è sopravvissuto un unico pezzo alla demolizione del 1989: una parte della facciata esterna della Tribuna Tevere.
È un fatto noto a chiunque abbia letto due pagine sulla storia dell’impianto, e praticamente ignorato da chiunque ci entri. Significa che il lato dello stadio che guarda il fiume conserva un frammento della costruzione di Annibale Vitellozzi, cemento armato rivestito in travertino, e che tutto il resto, curve, distinti, Monte Mario, copertura, ingressi, gradinate, è stato costruito fra il 1989 e il 1990. Quando si cammina lungo il perimetro esterno dal lato del Tevere si passa accanto all’unico brandello superstite di un edificio che aveva ospitato l’inaugurazione del 1953, i Giochi olimpici del 1960 e i mondiali di atletica del 1987.
Perché lo trovo importante da segnalare: perché cambia il modo in cui si guarda l’Olimpico. Non è uno stadio storico con degli aggiornamenti, è uno stadio di trentasette anni fa costruito dentro il perimetro di uno stadio storico, con un pezzo di muro lasciato in piedi. Tutta la retorica sul fatto che quel prato abbia visto Wilma Rudolph, Livio Berruti e Stefka Kostadinova è vera per il luogo e falsa per l’edificio: il luogo è lo stesso, le gradinate no.
La stessa cosa detta al contrario
Girando la frase si capisce ancora meglio. Chi entra allo stadio l’8 luglio 2027 entra in un edificio che ha quasi esattamente la stessa età dei membri più giovani della band che ci suona. La ristrutturazione viene consegnata nel maggio 1990; Riccardo Zanotti, Nicola Buttafuoco, Lorenzo Pasini ed Elio Biffi sono nati tutti nel 1994. Stadio e musicisti hanno in sostanza la stessa generazione, ed è una di quelle coincidenze che non significano niente e che però, una volta che le hai notate, cambiano il modo in cui guardi la serata.
Biglietti, settori e accesso
Su questo punto sarò breve e prudente, perché a dieci mesi dalla data qualunque informazione dettagliata sarebbe inventata.
Quello che si può dire con certezza è la struttura dell’impianto, che non cambia. I settori disponibili in una configurazione da concerto sono il prato, cioè il campo, di solito diviso fra un’area sotto il palco e una zona più arretrata, i distinti nord e sud, la Tribuna Tevere e la Tribuna Monte Mario, articolata su più livelli e comprendente le posizioni migliori dal punto di vista della vista d’insieme. La Curva Sud e la Curva Nord, a seconda di come viene posizionato il palco, possono essere in parte o del tutto escluse dalla vendita.
Le condizioni di accesso, gli orari di apertura dei cancelli, le regole su zaini, borse, bottiglie e apparecchi fotografici, le modalità di intestazione dei titoli e le eventuali procedure di cambio nominativo vengono comunicate da chi organizza nelle settimane precedenti, e vanno lette allora. Una regola pubblicata dieci mesi prima avrebbe ottime probabilità di essere superata alla data dell’evento.
Una raccomandazione che invece vale sempre: arrivare all’ingresso del proprio settore e non a un ingresso qualsiasi. Le trentatré entrate dello stadio servono settori diversi e non comunicano fra loro dall’esterno; sbagliare cancello, la sera di un concerto pieno, significa rifare mezzo giro del perimetro con la folla contro. È l’errore più comune che vedo commettere, e costa mediamente venti minuti.
Accessibilità, bambini e chi ha bisogno di tempi diversi
Lo Stadio Olimpico dispone di postazioni dedicate agli spettatori con disabilità e dei relativi accompagnatori, e di percorsi di accesso separati rispetto ai flussi principali. Le modalità di richiesta, la documentazione necessaria e i canali di prenotazione vengono definiti dall’organizzatore per ciascun evento: la strada giusta è contattarlo direttamente appena si apre la vendita, perché quei posti sono numericamente limitati e si esauriscono in fretta.
Sui bambini ho un’opinione precisa, maturata accompagnando famiglie. Un concerto negli stadi con inizio alle 21:00 finisce fra le 23 e mezzanotte, e il rientro porta facilmente oltre l’una di notte. Per un bambino piccolo è una serata lunga e rumorosa, con livelli sonori che richiedono protezioni per l’udito. Il pubblico di questa band comprende molte famiglie e molti ragazzi giovanissimi, quindi non è una questione di adeguatezza del repertorio: è una questione di ore e di decibel. Se si porta un bambino, il posto giusto è un settore numerato in alto, lontano dalle casse, con protezioni acustiche, e con l’accettazione preventiva dell’idea di uscire prima della fine.
La foto giusta da fare a Pinguini Tattici Nucleari allo Stadio Olimpico di Roma — Tour Stadi 2027
La foto giusta non è dentro lo stadio. Dentro lo stadio, con un telefono, a cento metri dal palco, in condizioni di luce difficili e con migliaia di braccia alzate davanti, si portano a casa immagini che non reggono il giorno dopo. La foto giusta si fa prima di entrare, e si fa in un punto preciso.
Il punto è il ponte Duca d’Aosta, guardando verso il Foro Italico, fra le 20:15 e le 20:45. A quell’ora dell’8 luglio il sole è basso alle spalle di Monte Mario e la luce arriva radente sul viale mosaicato. Nell’inquadratura entrano, nell’ordine: l’acqua del Tevere in primo piano, la prospettiva del viale, l’obelisco di marmo bianco che prende la luce calda, il profilo del complesso e, sullo sfondo, la collina. Se aspetti il momento in cui il flusso di persone verso i cancelli è già denso, ottieni anche la cosa che rende la foto una fotografia e non una cartolina: la folla in movimento verso un punto fuori campo.
Le varianti che funzionano
Seconda opzione, per chi ha voglia di camminare: la risalita verso Monte Mario. Salendo dal Foro Italico verso l’area alta si guadagna quota in fretta e si ottiene una vista dall’alto in cui l’anello bianco della copertura dello stadio si legge per intero contro il verde. Al tramonto di luglio quella copertura prende una tonalità calda che con la luce diurna non si vede. Va detto che si tratta di una salita vera, e che va fatta con calma e prima che la folla si densifichi.
Una raccomandazione tecnica: dentro uno stadio con luci che cambiano in continuazione la modalità notturna produce immagini mosse, meglio accettare un po’ di grana e usare tempi rapidi. E meglio ancora, per lunghi tratti, tenere il telefono in tasca.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo pezzo di città è densa al punto che elencarla tutta occuperebbe un volume. Provo a metterla in fila scegliendo gli episodi che spiegano qualcosa, non quelli che riempiono le liste.
1932: lo stadio dei Cipressi
Il 28 ottobre 1932, fra gli impianti ultimati per il decennale del regime, figurava lo stadio dei Cipressi, progettato per centomila spettatori e realizzato interamente con terrazzamenti sul lato di Monte Mario e riporti di terreno sugli altri lati. Era un impianto pensato più per le adunate che per lo sport: la superficie del prato misurava circa ventimila metri quadrati, all’incirca duecento metri per cento. Dal 1933 Luigi Moretti, con Angelo Frisia e l’ingegner Achille Pintonello, ne rielaborò la conformazione aggiungendo tribune in muratura anche sul lato del Tevere. Il 9 maggio 1937, primo anniversario dell’Impero, venne inaugurato l’impianto ristrutturato, capace di sessantamila spettatori, con sopraelevazioni già in programma che avrebbero dovuto portarlo a centomila.
Negli anni successivi lo stadio dei Cipressi funzionò essenzialmente come teatro delle manifestazioni del regime. Nel 1938 vi si svolse un’esibizione militare in occasione della visita di Hitler a Roma; nel settembre 1941, in piena guerra, ospitò celebrazioni paramilitari in contemporanea con Berlino e Tokyo. Con l’arrivo della guerra a Roma nel 1943 i piani di sviluppo si fermarono, e dopo la liberazione della Capitale nel 1944 lo stadio venne utilizzato dai militari alleati come base logistica e sede di competizioni sportive interalleate.
1953: l’inaugurazione, e una doppietta di Puskás
Dopo la guerra lo stadio passò al CONI, che sotto la presidenza di Giulio Onesti ne annunciò il completamento per fasi. Alla morte di Roccatelli, nel 1951, i lavori furono affidati ad Annibale Vitellozzi. Il nuovo impianto, interamente in cemento armato rivestito in travertino, venne inaugurato il 17 maggio 1953 alle 16:30 con l’incontro di ritorno della Coppa Internazionale fra Italia e Ungheria. Finì 0-3: Nándor Hidegkuti segnò al 41esimo, primo marcatore ufficiale del nuovo impianto, e Ferenc Puskás raddoppiò e triplicò nella ripresa. Dopo la fine della partita il pubblico assisté all’arrivo della sesta tappa del Giro d’Italia, la Napoli-Roma, vinta in volata da Giuseppe Minardi.
La domenica successiva si giocò il primo incontro di club, Lazio-Juventus, vinto 1-0 dai bianconeri con un gol di Pasquale Vivolo, curiosamente lo stesso giocatore entrato una settimana prima contro l’Ungheria al posto di Boniperti. Nell’ultima giornata di quel campionato toccò alla Roma esordire nel nuovo stadio, con uno 0-0 contro la SPAL. Da allora l’Olimpico è l’impianto interno delle due squadre della Capitale, e lo è ininterrottamente da oltre settant’anni.
1960: i Giochi olimpici
Nel 1955 il CIO assegnò a Roma i Giochi del 1960. Per lo stadio dei Centomila, che ormai tutti chiamavano Olimpico, i lavori riguardarono soltanto la tribuna stampa, la cui disponibilità passò da 572 a 1126 posti. Il 25 agosto 1960 l’impianto ospitò la cerimonia d’apertura, e nei giorni successivi vide una sequenza di record di atletica.
Su quella pista la statunitense Wilma Rudolph vinse i 100 metri con il tempo di 11 secondi netti e poi i 200, dopo aver fissato il record olimpico della distanza in batteria. Livio Berruti conquistò la prima medaglia d’oro italiana nella velocità, eguagliando il record del mondo dei 200 metri sia in semifinale sia in finale con il tempo di 20 secondi e 5 decimi. Giuseppina Leone, terza nei 100 alle spalle della Rudolph, fu la prima donna italiana a vincere una medaglia nello sprint.
1974 e 1987: i due giorni più densi
Il 12 maggio 1974, per la ventinovesima giornata di campionato, Lazio e Foggia giocarono davanti a 78.886 spettatori paganti: è tuttora la massima affluenza registrata all’Olimpico per un evento sportivo. La Lazio vinse 1-0 e conquistò il suo primo scudetto con una giornata di anticipo.
Tredici anni dopo, nel 1987, lo stadio ospitò i campionati del mondo di atletica leggera. Carl Lewis corse i 100 metri in 9 secondi e 93 centesimi, nuovo record mondiale. Ma il primato che quell’anno entrò davvero nella storia fu un altro: il 2,09 metri nel salto in alto della bulgara Stefka Kostadinova, che è rimasto il record del mondo per trentasette anni ed è stato superato soltanto nel 2024 da Jaroslava Mahučich. Quando i Pinguini saliranno sul palco, il record del mondo del salto in alto femminile sarà stato battuto da appena tre anni, dopo essere stato fissato su quella pedana. Sono due fatti che vivono nello stesso perimetro e che nessuno mette mai in fila.
Il lato buio
Sarebbe scorretto raccontare questo stadio soltanto attraverso i record. Nel 1979, prima di un derby, un razzo sparato dalla curva colpì Vincenzo Paparelli, che morì prima di arrivare all’ospedale Santo Spirito. La vicenda processuale si chiuse in Cassazione nel maggio 1987, e diede avvio a una discussione sia legislativa sia culturale sulla sicurezza negli impianti sportivi e sul controllo agli ingressi, i cui effetti si vedono ancora oggi in ogni fila ai tornelli.
Il 23 gennaio 1994, prima di Roma-Udinese, una Lancia Thema imbottita di dinamite e parcheggiata lungo viale dei Gladiatori avrebbe dovuto esplodere in prossimità di alcuni furgoni dei carabinieri in servizio d’ordine. Un difetto del telecomando impedì l’esplosione, e gli attentatori rimossero l’auto. La vicenda emerse solo anni dopo, attraverso le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, e venne inquadrata nella strategia stragista di quella stagione. Chi cammina lungo viale dei Gladiatori la sera dell’8 luglio 2027 passa sopra un punto in cui, per un guasto, non è successo qualcosa di enorme.
Dal 1990 a oggi
Dopo la finale mondiale del 1990 lo stadio ha continuato a collezionare appuntamenti: la finale di Champions League del 1996 fra Juventus e Ajax, decisa ai rigori; quella del 27 maggio 2009 fra Barcellona e Manchester United, vinta 2-0 dagli spagnoli con reti di Eto’o e Messi davanti a 62.467 spettatori; la finale di Coppa Italia, che dal 2008 si tiene stabilmente qui con una sola eccezione nel 2020.
Nel giugno 2021 lo stadio ha ospitato la cerimonia d’apertura del campionato europeo di calcio rinviato di un anno per la pandemia, con un pubblico ridotto a circa sedicimila persone per ragioni sanitarie. Il 22 marzo 2023, per un quarto di finale di Women’s Champions League fra Roma e Barcellona, ha registrato il record italiano di affluenza per un incontro di calcio femminile: 39.454 spettatori. Nel 2024 ha ospitato i campionati europei di atletica leggera. Nel frattempo la proprietà è passata: con un decreto del 3 febbraio 2004 il Ministero trasferì il Foro Italico, stadio compreso, a Coni Servizi, società rinominata nel 2019 Sport e Salute, attuale proprietaria della struttura.
Un ultimo appuntamento che si ripete ogni anno e che quasi nessuno associa a questo stadio: il Golden Gala, meeting di atletica leggera che si tiene qui stabilmente dai primi anni Ottanta, che dal 2010 è la tappa romana della Diamond League e che dal 2013 è intitolato a Pietro Mennea. Chi va all’Olimpico solo per il calcio e per i concerti non immagina che su quella pista, ogni anno, si corra ai livelli più alti del mondo.
Chi è passato da Pinguini Tattici Nucleari allo Stadio Olimpico di Roma — Tour Stadi 2027
La storia musicale di questo stadio comincia tardi rispetto alla sua storia sportiva, e comincia per una ragione tecnica: prima della ricostruzione del 1990 e dell’installazione della copertura in teflon, l’impianto non era considerato adatto ai concerti.
I primi artisti in assoluto a esibirsi qui furono Miles Davis e Pat Metheny, in un evento congiunto del luglio 1991, su un palco costruito davanti alla Curva Sud, davanti a circa ventimila spettatori. Il primo italiano fu Zucchero, nel giugno 1993, durante il tour dell’Urlo, con diecimila persone. Numeri che oggi, per uno stadio, sembrano piccoli: erano gli anni in cui nessuno sapeva ancora quanto potesse rendere quel contenitore.
Il record del 1998
Il salto di scala arrivò il 6 giugno 1998, con il concerto di Claudio Baglioni nell’ambito del tour Da me a te. Per quella serata furono venduti ottantaduemila biglietti, ai quali si aggiunsero circa ottomila spettatori omaggio, per un totale attorno alle novantamila presenze: la maggiore affluenza mai registrata in Italia per un concerto.
Il record fu possibile per una circostanza specifica. L’allora presidente del CONI, Mario Pescante, autorizzò in via eccezionale l’installazione all’interno dello stadio di un maxipalco a forma di stella, lungo centododici metri e largo settantadue, perché il prato sarebbe stato sostituito proprio quell’estate e quindi i danni al terreno di gioco non erano un problema. È il modo più chiaro per dirlo: la storia dei concerti all’Olimpico è, da sempre, una storia di negoziati con chi deve poi restituire il campo alle squadre di calcio, ed è anche la ragione per cui i concerti in questo stadio si concentrano tutti fra giugno e luglio.
Gli habitué
Fra gli italiani, il frequentatore più assiduo è Luciano Ligabue, che qui ha suonato tredici volte fra il 1996 e il 2023. Fra gli stranieri il primato appartiene ai britannici Depeche Mode, cinque volte fra il 2006 e il 2023, nelle occasioni più recenti con il Global Spirit Tour e il Memento Mori World Tour. Dietro di loro, a quota quattro esibizioni, gli irlandesi U2, fra il 2005 e la data più recente nell’ambito del Joshua Tree Tour 2017.
Fra le altre serate rilevanti nella storia musicale dell’impianto vanno ricordate le esibizioni di David Bowie e Tina Turner al Live Rock Festival del 1996 e quella dei R.E.M. nel 2005, durante l’Around the Sun Tour.
Il 2027, e il contesto in cui questa data si inserisce
L’estate 2027 porta all’Olimpico una concentrazione di appuntamenti musicali che vale la pena tenere presente per chi organizza un viaggio. Sullo stesso palco, nelle settimane vicine, sono annunciati Olly, Achille Lauro, Laura Pausini e la lunga residency di Vasco Rossi. Per chi viene da fuori Roma e ha una certa elasticità sulle date, incastrare due serate dentro lo stesso viaggio è concretamente possibile, e cambia parecchio il rapporto fra il costo del viaggio e quello che se ne ricava.
Dove mangiare, dove bere e dove aspettare
La zona immediatamente attorno al Foro Italico non ha una densità di locali paragonabile a quella dei quartieri centrali, e nelle sere di grande evento quel poco che c’è viene saturato in fretta. Conviene saperlo e organizzarsi diversamente.
La direzione più sensata è il quartiere Della Vittoria, alle spalle dello stadio verso sud est, oltre il ponte. È un quartiere residenziale con una discreta offerta di trattorie, pizzerie al taglio e bar, frequentato soprattutto da chi ci abita, e nelle sere di concerto assorbe una parte del pubblico senza andare in crisi. Da lì al Foro Italico si cammina in un quarto d’ora abbondante. L’altra direzione è il quartiere Flaminio, verso sud, che offre più varietà e che ha il vantaggio di trovarsi sulla direttrice del tram: si mangia lì, si prende il tram, si arriva a piazza Mancini, si attraversa il ponte.
Chi resta più vicino trova i chioschi dei piazzali, che nelle serate di evento lavorano a pieno regime e con file lunghe. La soluzione che suggerisco ai gruppi è banale ma funziona: mangiare presto e leggero altrove, e considerare il cibo dentro lo stadio come un extra e non come la cena.
Il quartiere, e le persone che ci abitano
Il Foro Italico si trova dentro un pezzo di città abitato. Non è un impianto isolato in periferia: attorno ci sono palazzi, scuole, negozi, persone che la mattina dopo vanno al lavoro. Una serata da decine di migliaia di persone, con musica amplificata fino alle 23 e passa e deflusso fino all’una, ha un impatto reale su chi abita lì.
Lo scrivo perché mi sembra la cosa giusta da dire a chi viene da fuori. I residenti di quel quadrante convivono da settant’anni con due squadre di calcio, con un torneo di tennis internazionale, con un meeting di atletica e, nelle estati recenti, con una concentrazione crescente di concerti negli stadi. La convivenza funziona quando chi viene per l’evento si comporta come un ospite: rumore contenuto nelle strade residenziali dopo il concerto, rifiuti nei cestini e non sui marciapiedi, auto parcheggiate dove è consentito e non sui passi carrabili. Sono banalità, ma sono anche la differenza fra un quartiere che tollera gli eventi e un quartiere che comincia a firmare esposti.
Che cosa si può vedere nel quadrante
Chi ha una mezza giornata libera prima del concerto, e vuole restare in zona invece di attraversare la città, ha qualche opzione seria. Verso sud, nel quartiere Flaminio, si trova il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, e poco oltre l’Auditorium Parco della Musica, che in estate ha una sua programmazione all’aperto nella cavea. Scendendo ancora si arriva a piazza del Popolo e all’ingresso nord di Villa Borghese, che con il caldo di luglio offre l’unica ombra seria di quel lato della città.
Verso nord, oltre il Foro Italico, c’è Ponte Milvio, uno dei ponti più antichi di Roma ancora in uso, e risalendo la collina si arriva alla Riserva naturale di Monte Mario e all’Osservatorio di Monte Mario, da cui si gode la vista più alta sulla città. Sono tutte cose che si fanno a piedi o con un tratto breve di mezzo pubblico, e che trasformano una serata in una giornata.
Le domande che mi fanno più spesso
A che ora conviene arrivare?
Per un settore numerato, fra le 19:30 e le 20:00 al proprio ingresso: si entra con calma, si trova il posto, si compra da bere e si arriva alle 21:00 riposati. Per il prato, molto prima, e con la consapevolezza di affrontare il pomeriggio più caldo della giornata in piedi e senza ombra.
Si vede bene dalle curve?
Dipende da dove viene posizionato il palco, informazione che a dieci mesi dalla data non esiste. In linea generale, in una configurazione con palco su un lato corto, una delle due curve risulta parzialmente o totalmente esclusa. Il consiglio resta quello: a parità di spesa, meglio un settore basso laterale che un settore alto centrale.
Vale la pena venire da fuori Roma?
Per chi ascolta questa band, sì, e non solo per il concerto. Roma a luglio ha giornate lunghissime e sere sopportabili, e il Foro Italico da solo giustifica un pomeriggio. La condizione è quella che ripeto dall’inizio: due notti e non una, e una giornata costruita attorno alla serata invece che schiacciata su di essa.
Perché questa data merita più attenzione di quanta ne riceva
Chiudo con la parte che mi interessa di più, e che di solito non trova posto nelle schede evento.
E dentro tutto questo, la sera dell’8 luglio 2027, sei persone della provincia di Bergamo che hanno cominciato suonando una parodia del metal nei locali e che adesso fanno cantare uno stadio intero. Trentasette anni prima, giorno per giorno, sullo stesso prato, un difensore tedesco trasformava un rigore che decideva un campionato del mondo. Nessuna di queste cose è stata messa lì per fare atmosfera, ed è esattamente per questo che l’atmosfera funziona.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P. Chi volesse trasformare il pomeriggio prima del concerto in una vera passeggiata guidata nel Foro Italico e nel quartiere Flaminio, fra architettura degli anni Trenta e architettura contemporanea, con una guida abilitata che spiega quello che c’è sotto i piedi e sopra la testa, può scrivere dalla pagina contatti di TourLeaderPro. Agenzie e operatori che costruiscono programmi serali e musicali su Roma trovano un servizio di consulenza dedicato nell’area riservata ai tour operator.
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