Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) è il museo dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e occupa una galleria dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma, quartiere Flaminio: l'ingresso si apre nel foyer della Sala Santa Cecilia, la più grande delle tre sale da concerto. L'ingresso è gratuito. Nella parte centrale della stagione, indicativamente da ottobre e novembre fino a giugno, la galleria apre tutti i giorni dalle 11.00 alle 16.00; a luglio e a settembre si entra soltanto su appuntamento, con visita guidata a pagamento e un minimo di otto partecipanti; ad agosto il museo è chiuso. Gli orari cambiano con la stagione concertistica e in occasione di eventi gli spazi espositivi possono restare inaccessibili, quindi una telefonata prima di uscire di casa vale il biglietto dell'autobus: la direzione del museo risponde ai numeri +39 06 80242382 e +39 06 80242332, l'indirizzo di posta è museo@santacecilia.it. Si arriva con la metro A fino a Flaminio e poi con il tram 2 in direzione piazza Mancini, oppure con gli autobus 53, 910, 168 e 982; chi viene in auto trova due parcheggi a pagamento, uno a raso e uno coperto, entrambi con posti riservati alle persone con disabilità. Questa pagina fa parte della nostra raccolta dedicata ai musei di Roma.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Porto gruppi dentro questa galleria da quando ha aperto, nel febbraio del 2008, e ogni volta assisto alla stessa scena. La gente entra pensando di trovare una vetrina di cortesia, una specie di appendice decorativa del concerto, e dopo dieci minuti è ferma davanti al violino Stradivari con il naso a due centimetri dal vetro. Il MUSA non è grande e non pretende di esserlo: in galleria sono esposti circa centotrenta strumenti e una cinquantina di attrezzi di liuteria, mentre la collezione dell'Accademia supera i cinquecento pezzi. Ma la densità di storia per metro quadrato è altissima, e l'ingresso non costa niente. Se dovessi indicare il miglior rapporto fra quello che si impara e quello che si spende in tutta Roma, il MUSA entrerebbe nei primi tre posti senza discussione.

Il grande equivoco: il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) non è il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali

Cominciamo dall'errore che vedo commettere ogni settimana, perché costa mezza giornata a chi lo commette. A Roma esistono due musei di strumenti musicali, distanti fra loro otto chilometri, con collezioni diverse, proprietari diversi, biglietti diversi e orari diversi. Confonderli è facilissimo, dato che i nomi si somigliano quasi parola per parola.

Il primo è il MUSA, cioè il Museo degli Strumenti Musicali dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, all'Auditorium, nel quadrante nord della città. Appartiene a un'istituzione privata di diritto pubblico, la Fondazione Accademia Nazionale di Santa Cecilia, e conserva la raccolta che quell'istituzione ha messo insieme in quattro secoli fra lasciti, doni di musicisti e acquisti. Ingresso gratuito.

Il secondo è il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, che si trova dall'altra parte di Roma, in piazza di Santa Croce in Gerusalemme 9/a, dentro la palazzina Samoggia, di fianco alla basilica di Santa Croce, a dieci minuti a piedi da San Giovanni. È un museo statale, dipende dalla Direzione Musei nazionali della città di Roma, il biglietto si paga e il nucleo della raccolta è tutt'altra cosa: viene dalla collezione sterminata di Evan Gorga, tenore e collezionista ossessivo, entrata nel patrimonio dello Stato il 27 settembre 1949. Lì si trovano l'arpa Barberini e un pianoforte di Bartolomeo Cristofori, il padre riconosciuto del pianoforte; gli strumenti conservati sono circa tremila e quelli esposti si contano a centinaia, distribuiti in una lunga sequenza di sale su un unico piano.

La regola pratica che do sempre: se cercate il violino Stradivari del 1690 e il laboratorio di liuteria a vista, andate al MUSA all'Auditorium. Se cercate l'arpa Barberini, il Cristofori e una collezione enciclopedica che parte dall'antichità, andate a Santa Croce in Gerusalemme. Non sono musei in concorrenza: sono due capitoli diversi della stessa storia, e chi ama davvero la materia li visita tutti e due, in due giornate distinte. Farli nello stesso pomeriggio è possibile solo sulla carta, perché la traversata da Flaminio a Porta Maggiore mangia da sola quaranta minuti.

Perché due musei e non uno

La ragione è storica e vale la pena raccontarla, perché spiega la fisionomia delle due raccolte. La collezione dell'Accademia nasce dall'interno del mondo musicale romano: strumenti donati da musicisti, lasciti di famiglie nobili, materiali arrivati insieme a partiture e cimeli in un'istituzione che dal 1585 riunisce i professionisti della musica a Roma. È una collezione fatta da musicisti per musicisti, e si vede: prevalgono i pezzi di alta liuteria, quelli che uno strumentista prenderebbe in mano volentieri.

La raccolta di Santa Croce in Gerusalemme nasce invece da un collezionista privato, Gorga, che accumulava oggetti con una fame enciclopedica e teneva le sue raccolte distribuite in dieci appartamenti romani; lo Stato ne rilevò il fondo insieme ai debiti. Il risultato è una collezione più vasta, più eterogenea, con esemplari che interessano soprattutto l'organologo. Due logiche opposte, due musei diversi. Chi confonde i nomi finisce a Porta Maggiore cercando lo Stradivari, e non lo trova.

Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) all'Auditorium Parco della Musica
Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Come si arriva al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

L'Auditorium sorge in una piega di Roma che i turisti attraversano di rado: il Flaminio, fra il Villaggio Olimpico del 1960 e l'ansa del Tevere. Non è centro storico e non finge di esserlo. Ma è servito bene, e chi sa quale mezzo prendere ci arriva da piazza di Spagna in venti minuti scarsi.

Con la metro e il tram

La combinazione classica è metro A fino a Flaminio, uscita su piazzale Flaminio, e poi tram 2 in direzione piazza Mancini. Il 2 percorre viale Tiziano fiancheggiando tutta la zona dell'Auditorium: dalle fermate centrali della linea l'ingresso è a pochi minuti di camminata, e chi ha dubbi segua semplicemente la massa di gente che scende alla stessa fermata nelle sere di concerto. In alternativa, per chi arriva dal quadrante nord, la fermata Euclide della ferrovia Roma-Nord lascia a distanza percorribile a piedi.

Un'avvertenza che risparmia nervi: il tram 2 nelle sere di grandi concerti si riempie oltre ogni ragionevolezza, e il ritorno verso piazzale Flaminio dopo le 23.00 può diventare una piccola prova di resistenza. Se il museo lo visitate di pomeriggio, come è ovvio dato che chiude alle 16.00, il problema non si pone.

Con l'autobus

Le linee ufficiali indicate dall'Auditorium sono quattro: il 910, che collega Termini a piazza Mancini ed è quello che consiglio a chi arriva in treno; il 53, fra piazza Mancini e largo Chigi, comodissimo per chi parte dal Tridente; il 982, fra viale XVII Olimpiade e la stazione Quattro Venti; il 168, fra largo Maresciallo Diaz e la stazione Tiburtina. Il 910 da Termini è la scelta che faccio fare ai gruppi con le valigie, perché evita cambi.

A piedi e in bicicletta

Dal ponte della Musica, che scavalca il Tevere con un arco bianco inaugurato nel 2011, all'ingresso dell'Auditorium ci sono meno di dieci minuti di passeggiata: chi alloggia a Prati o dalle parti di piazza Mazzini fa prima a venire a piedi che ad aspettare un autobus. La pista ciclabile del Tevere passa sotto, e in primavera è il modo migliore di arrivare. Dal centro storico, invece, la camminata è lunga: da piazza del Popolo si contano poco meno di quattro chilometri lungo viale Tiziano, quaranta minuti buoni di marcia senza soste.

In auto

Due parcheggi a pagamento, uno a raso e uno coperto multipiano, entrambi con stalli riservati alle persone con disabilità. Nelle sere di concerto si riempiono; nel pomeriggio infrasettimanale, che è l'orario del museo, si trova posto senza affanno. Il quartiere intorno ha strisce blu quasi ovunque.

Quanto tempo serve per visitare il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Rispondo con i numeri che ho misurato accompagnando gruppi. Un visitatore veloce, che guarda le vetrine senza fermarsi a leggere, esce in venticinque minuti. Un visitatore normale, che legge i pannelli e si ferma davanti ai pezzi principali, impiega quaranta minuti. Chi usa le postazioni multimediali per ascoltare il suono degli strumenti, e chi si mette a osservare il liutaio al lavoro dietro il vetro del laboratorio, arriva tranquillamente a un'ora e un quarto.

La mia raccomandazione è di calcolare un'ora e di aggiungere la mezz'ora del museo archeologico che si trova sotto la cavea, nello stesso complesso e anch'esso gratuito. Due musei diversissimi a cento metri l'uno dall'altro, entrambi senza biglietto: un pomeriggio così, a Roma, non capita spesso. Se poi restate per un concerto della sera, la giornata è completa e vi sarà costata soltanto il titolo di viaggio e il biglietto della sala.

Chi possiede il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA): l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Per capire che cosa si guarda dentro quelle vetrine bisogna sapere di chi sono gli strumenti, e la risposta porta lontano nel tempo. Il proprietario è l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che è insieme la più antica istituzione musicale di Roma e una delle più antiche del mondo occidentale ancora in attività. Fu papa Sisto V a fondarla, con la bolla Ratione congruit del 1585, dando forma giuridica a una Congregazione dei Musici posta sotto l'invocazione della Beata Vergine e dei santi Gregorio e Cecilia. Due patroni per due funzioni: Gregorio Magno per il canto liturgico, Cecilia per la musica in generale.

Il punto che sfugge quasi sempre è che la Congregazione non nacque come accademia di concerti, ma come corporazione. Riuniva i musicisti professionisti di Roma, ne tutelava gli interessi, esercitava una forma di controllo sull'esercizio del mestiere e assisteva i soci in difficoltà. Nel 1716 papa Clemente XI rese l'iscrizione obbligatoria per chiunque volesse esercitare come musicista professionista a Roma: chi non era iscritto, semplicemente non poteva lavorare. Questo spiega perché nella storia dei soci ci siano tutti i grandi nomi che passarono dalla città.

Le sei chiese e le sedi successive

Per tre secoli l'istituzione non ebbe un edificio proprio e si appoggiò a una chiesa dopo l'altra, con una sequenza che è quasi un itinerario nel centro storico. La prima sede fu Santa Maria ad Martyres, cioè il Pantheon, dal 1585 al 1622. Seguirono San Paolino alla Colonna dal 1622 al 1652, la basilica di Santa Cecilia in Trastevere dal 1652 al 1661, San Nicola dei Cesarini dal 1661 al 1663, la chiesa della Maddalena dal 1663 al 1685 e infine San Carlo ai Catinari, dove la Congregazione rimase fino al 1848.

Poi arrivò il passaggio a un edificio civile: nel 1853 il palazzo Camerale su via di Ripetta, e più tardi l'ex convento delle Orsoline di via Vittoria, acquisito nel 1876. Da corporazione ecclesiastica a istituzione laica in vent'anni. La denominazione seguì la stessa parabola: Congregazione e Accademia dal 1838, Pontificia Accademia, poi Regia Accademia dopo la fine del potere temporale nel 1870, infine Accademia Nazionale.

Il 1895, l'anno che cambia tutto

Se dovessi scegliere una data sola nella storia dell'istituzione che possiede il MUSA, sceglierei il 1895. In quell'anno l'Accademia si dota di un coro e di un'orchestra stabili e comincia a organizzare stagioni concertistiche regolari: smette di essere un albo professionale e diventa un'impresa musicale. Da lì in avanti servono sale, e le sale cambiano continuamente. I concerti si tennero prima nella Sala Accademica di via dei Greci, dal 1895 al 1908; poi all'Augusteo, la sala ricavata dentro il Mausoleo di Augusto, dal 1908 al 1936; poi al Teatro Adriano dal 1936 al 1946; poi al Teatro Argentina, a due passi da largo di Torre Argentina, fino al 1958; poi all'Auditorio Pio di via della Conciliazione. Sei traslochi in un secolo, tutti dettati dalla stessa cronica mancanza: Roma non aveva una vera sala da concerto.

Dietro il 1895 c'è un uomo, il conte Enrico di San Martino Valperga, presidente dell'Accademia dal 1895 al 1949, cinquantaquattro anni di mandato. Sotto la sua presidenza nacquero il Conservatorio di Musica, la Scuola di recitazione Eleonora Duse che sarebbe diventata l'Accademia nazionale d'arte drammatica Silvio D'Amico, e il Centro Sperimentale di Cinematografia. Un dirigente culturale con una capacità di fondare istituzioni che oggi sembra fantascienza.

Dalla fondazione del 1998 all'Auditorium

Nel 1998 l'Accademia si trasforma in fondazione. Fra il 1990 e il 2000 il numero di concerti annuali passa da circa cento a duecentocinquanta. Nel 2003 la struttura artistica, amministrativa e museale si trasferisce all'Auditorium Parco della Musica; nel 2005 apre la Bibliomediateca; nel febbraio 2008 apre il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA). Il ciclo dei traslochi si chiude dopo quattrocentodiciotto anni. La sede legale, però, resta dov'era: via Vittoria 6, nel Tridente.

La linea dei direttori musicali dice il resto: Bernardino Molinari dal 1912 al 1944, Fernando Previtali dal 1953 al 1973, Igor Markevitch dal 1973 al 1975, Giuseppe Sinopoli dal 1983 al 1987, Daniele Gatti dal 1992 al 1997, Myung Whun Chung dal 1997 al 2005, Antonio Pappano dal 2005 al 2023 e Daniel Harding dal 2024. Gli strumenti del MUSA sono la memoria materiale di questa catena.

Il Conservatorio di Santa Cecilia in via dei Greci e le radici del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Qui arriviamo al capitolo che nessuna guida racconta mai, e che invece spiega perché la collezione ha la forma che ha. La raccolta di strumenti dell'Accademia non è nata all'Auditorium: è nata nel Tridente, dentro il blocco di edifici compreso fra via dei Greci e via Vittoria, dove ancora oggi si trova il Conservatorio statale di musica Santa Cecilia, in via dei Greci 18.

La scuola nacque nel 1875 per iniziativa di Giovanni Sgambati ed Ettore Pinelli, due musicisti romani che volevano dare alla città un insegnamento musicale all'altezza di quello dei conservatori del Nord. Era il liceo musicale dell'Accademia, cioè un organismo interno. Diventò entità autonoma nel 1911 e nel 1919 si costituì come conservatorio statale, separandosi definitivamente dall'istituzione madre. Da quel momento due enti distinti convivono nello stesso isolato: l'Accademia con la sua collezione e il suo archivio, il Conservatorio con la sua scuola e la sua biblioteca.

Quando nel 2003 l'Accademia si trasferì all'Auditorium, gli strumenti la seguirono; la biblioteca storica del Conservatorio rimase in via dei Greci. È per questo che chi cerca il MUSA nel Tridente non lo trova: si è mosso, e la sua vecchia casa è diventata la casa di un'altra istituzione.

Via dei Greci: il nome, il collegio, l'arco sulla strada

Vale la pena fermarsi un momento sulla strada, perché è una delle più singolari del Tridente. Via dei Greci prende il nome dal Collegio Greco, ideato da Leone X e realizzato da Gregorio XIII il 13 settembre 1576 per la comunità greca stabilita a Roma. Il collegio formava giovani sacerdoti di rito greco; il portale principale si apre su via del Babuino al numero 149, con un assetto ridisegnato nel 1769. La direzione passò nei secoli dai gesuiti ai domenicani, ai benedettini, ai redentoristi.

Il cardinale Giulio Antonio Santoro fece costruire per quella comunità una chiesa, Sant'Atanasio, su progetto di Giacomo della Porta. E qui viene il dettaglio che faccio sempre notare ai gruppi: la chiesa e il collegio sono collegati da un arco che scavalca via dei Greci, in modo che i seminaristi potessero passare dall'uno all'altra senza mettere piede in strada. Alzate gli occhi mentre camminate verso il numero 18 e lo vedete sopra la testa. Sulla facciata del collegio ci sono ancora una lapide di Clemente XIII del 1769, che ricorda restauro e ampliamento, e lo stemma di Gregorio XIII con il drago dei Boncompagni.

Una strada di duecento metri che tiene insieme un collegio pontificio del Cinquecento, un conservatorio ottocentesco e un arco pensato per non bagnarsi i piedi. Roma funziona spesso così: la stratificazione non è in verticale, è a portata di mano, e quasi nessuno la guarda.

La Sala Accademica e l'organo Walcker

Dentro il complesso di via dei Greci si trova la Sala Accademica, costruita nel 1894 su progetto dell'architetto Pompeo Coltellacci e inaugurata nel 1895. Buona acustica, capienza di circa milleduecento persone e, soprattutto, un organo monumentale. Lo strumento originario fu costruito nel 1894 dalla ditta Walcker, fondata nel 1780, e contava trentanove registri. Nei primi anni Sessanta la ditta Tamburini lo ampliò in modo radicale: dai trentanove registri Walcker si passò a ottantatré registri sonori, con tutte le unioni di ottava, superottava e subottava, per un totale di centoventitré placchette. Fernando Germani inaugurò lo strumento ampliato nel maggio del 1966. Nel 2008 il restauro e l'ammodernamento tornarono alla Walcker, con la sostituzione delle vecchie centraline elettromeccaniche con centraline elettroniche.

Un consiglio che do sempre a chi ama gli organi: la Sala Accademica non è un museo e non ha orari di visita, ma ospita una intensa attività concertistica e didattica, comprese le rassegne organistiche. Il modo di entrarci è andare a un concerto. Molti sono gratuiti o hanno prezzi da mensa universitaria, e il programma si trova sul sito del Conservatorio di Santa Cecilia.

La biblioteca del Conservatorio: trecentomila unità e diecimila manoscritti

La biblioteca di via dei Greci merita un paragrafo suo, perché è uno dei fondi musicali più importanti d'Italia e quasi nessuno sa che esiste. Fu istituita il 27 febbraio 1875, quando la Regia Accademia di Santa Cecilia nominò il suo primo bibliotecario, Adolfo Berwin. Berwin trovò sugli scaffali circa ottanta volumi. Ottanta. La svolta arrivò con l'acquisto all'asta della ricca biblioteca del maestro Alessandro Orsini.

Oggi la consistenza è di un altro ordine di grandezza: circa trecentomila unità librarie, otto incunaboli, trecentododici edizioni del Cinquecento, diecimila manoscritti, trecentoventi periodici, quattromila supporti fonografici fra vinili, compact disc e cassette audio e video, comprese registrazioni di concerti dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Fra gli autografi ci sono pagine di Palestrina, Mendelssohn, Liszt, Donizetti e Rossini.

Due pezzi mi fanno impressione ogni volta che li nomino. Il primo è un manoscritto rossiniano del Viaggio a Reims, riemerso nel 1983 dopo essere rimasto ignorato per un secolo e mezzo: la riscoperta permise di rimettere in scena un'opera che si riteneva in gran parte perduta. Il secondo è una partitura di Pietro Raimondi, formato 108 per 80 centimetri, che contiene tre oratori scritti per poter essere eseguiti simultaneamente, uno sopra l'altro, in un unico impasto sonoro: nel 1852 li eseguirono davvero, con quattrocento musicisti. Un esperimento che oggi sembra un'idea da avanguardia novecentesca e invece è metà Ottocento romano.

La sala di lettura apre lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9.30 alle 19.00, martedì e giovedì dalle 9.30 alle 16.30, sabato dalle 9.30 alle 14.00; la consultazione dei materiali rari avviene su appuntamento e il contatto è biblioteca@conservatoriosantacecilia.it. Non è una visita turistica: è una biblioteca che lavora. Ma un musicista, un musicologo o uno studente che passa qualche giorno a Roma dovrebbe saperlo.

Il Tridente musicale intorno a via dei Greci

Chi vuole capire da dove viene il MUSA farebbe bene a dedicare un'ora al quadrilatero fra via del Corso, via del Babuino, via Vittoria e via dei Greci. La sede legale dell'Accademia è in via Vittoria 6, nell'ex convento delle Orsoline fondato da Camilla Borghese Orsini; l'edificio passò allo Stato italiano, fu restaurato nel Settecento su progetti di Mauro Fontana e Pietro Camporese e ampliato quando divenne sede accademica. La piccola chiesa sconsacrata dei Santi Giuseppe e Orsola fu la prima sala da concerto dell'istituzione, e nel 1893 passò all'Accademia nazionale d'arte drammatica. Oggi il complesso di via Vittoria ospita i master e la sede legale della Fondazione.

Vuol dire che in un raggio di duecento metri, fra piazza di Spagna e via del Corso, sono nati il conservatorio, l'accademia d'arte drammatica e la prima stagione sinfonica romana. Passandoci davanti oggi si vedono negozi e turisti; il resto è sotto la superficie. Quando accompagno un gruppo interessato alla musica, questa camminata la faccio sempre prima di portarli al MUSA, perché all'Auditorium poi guardano gli strumenti con occhi diversi.

La collezione del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA): i numeri e la logica

Mettiamo in fila le cifre, perché aiutano a capire che cosa aspettarsi. La raccolta dell'Accademia comprende più di cinquecento pezzi fra strumenti, accessori, oggetti e cimeli. In galleria, cioè nello spazio che si visita, sono esposti circa centotrenta strumenti e una cinquantina di accessori di liuteria, questi ultimi ospitati nel laboratorio a vista dove lavorano i liutai responsabili della conservazione. Il resto è in deposito, come in qualunque museo serio, e ruota nel tempo.

La copertura cronologica e geografica dichiarata è ambiziosa: cinque secoli di storia fra Europa, Asia e Africa, musica colta antica e moderna, musiche popolari italiane, musiche etniche extraeuropee. Nella pratica il baricentro è uno solo, e sono i pezzi della tradizione liutaria italiana dal Seicento al Novecento. Il resto funziona da corona, con qualche affondo importante verso Cina, Giappone e Yemen.

Il percorso segue una logica organologica, cioè per famiglie di strumenti: si parte dalle corde, prima quelle pizzicate e poi quelle sfregate con l'arco, si passa ai fiati, si arriva ad arpe, lire e salteri, si chiude con le tastiere. È un ordinamento da manuale, e ha un vantaggio didattico enorme: mette accanto oggetti che vengono da mondi lontanissimi ma condividono lo stesso principio fisico, e il confronto ravvicinato fa emergere somiglianze tecniche e strutturali che nessuna spiegazione a parole renderebbe altrettanto evidenti.

Un'opinione netta, da chi ci ha portato dentro centinaia di persone: l'ordinamento per famiglie è la scelta giusta, ma penalizza chi arriva senza basi. Se non sapete distinguere un liuto da una tiorba, il rischio è di leggere le vetrine come un catalogo. La soluzione ci sarebbe ed è a portata di mano: chiedere in accoglienza la guida sonora e ascoltare gli esempi mentre si cammina. Il museo l'ha pensata proprio per questo, e la maggioranza dei visitatori non la usa.

Il percorso del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) sezione per sezione

Le corde pizzicate

Si comincia dagli strumenti a corde pizzicate, la famiglia in cui l'Italia ha dato il meglio fra Cinquecento e Settecento: liuti, tiorbe, arciliuti, chitarre, mandolini, mandole, mandoloni. È la sezione che sorprende di più chi si aspettava soltanto violini, perché mostra un mondo strumentale che dalla prassi concertistica moderna è quasi sparito e che invece a Roma era pane quotidiano.

Guardate le cassa armoniche: le doghe accostate, la profondità del guscio, le rosette intagliate direttamente nella tavola armonica. Una rosetta di liuto seicentesco è un lavoro di traforo su un legno spesso pochi millimetri, e un errore di lama significa buttare via settimane di lavoro. Nessuna riproduzione fotografica rende la finezza di quel taglio: bisogna avere la vetrina davanti e la luce giusta.

Il violino Stradivari Toscano del 1690, il pezzo che tutti cercano

Il pezzo più celebre della raccolta è un violino di Antonio Stradivari del 1690, chiamato il Toscano. Fu costruito per il Granprincipe Ferdinando de' Medici e faceva parte del cosiddetto quintetto Mediceo, un complesso di strumenti commissionati dalla corte fiorentina. La sua vicenda collezionistica lo portò lontano dall'Italia per lungo tempo; tornò nel 1953 e da allora appartiene all'Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Perché è importante, al di là del nome. Il 1690 appartiene alla fase in cui Stradivari sperimenta un modello più allungato, con bombature più piatte, linee più libere e una costruzione robusta che anticipa la maturità del periodo aureo. È uno degli esemplari meglio conservati che si conoscano, e la conservazione è la vera ragione del suo valore documentario: i fratelli Hill, nella loro monografia del 1889, scrissero che guardarlo permette di immaginarsi contemporanei del grande maestro e di vedere e toccare uno dei suoi violini nello stato in cui uscì dalla bottega.

Che cosa guardare davanti alla vetrina, concretamente. La vernice, prima di tutto: colore e trasparenza, il modo in cui il fondo di acero risponde alla luce sotto lo strato di vernice. Poi le effe, cioè i fori di risonanza, e il taglio dei loro occhielli. Poi il riccio, dove la mano del liutaio si riconosce come una firma. E infine i filetti, la doppia striscia di legno incastonata lungo il bordo: in uno Stradivari corrono con una regolarità che non sembra ottenuta a mano.

Un avvertimento onesto: uno strumento in vetrina è muto, e un violino muto è mezzo violino. Il Toscano viene fatto suonare in occasioni particolari e ha una discografia; sentirlo registrato prima di andare a vederlo cambia la visita in modo radicale. Consiglio spassionato: cercate un ascolto la sera prima. Poi guardatelo. Non è più un oggetto, è uno strumento addormentato.

Strumenti storici esposti al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)
Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

David Tecchler, il bavarese che diventò il liutaio di Roma

Accanto allo Stradivari, la collezione conserva strumenti di David Tecchler, e per il pubblico romano questo è il nome che vale la pena portarsi a casa. Tecchler nacque a Lechbruck nel 1666, si formò nell'area di Augusta e nel 1698 si trasferì a Roma, dove restò fino alla morte nel 1748. Cinquant'anni di bottega nella stessa città. È il liutaio che ha dato a Roma una scuola.

La sua produzione è nota soprattutto per i violoncelli e i contrabbassi, considerati fra i migliori del suo tempo, ma costruì anche viole, violini e strumenti a pizzico; un suo arciliuto del 1725 è conservato al Metropolitan Museum di New York. Lo stile è ibrido, e questo è il punto interessante: nella costruzione si riconoscono insieme la matrice germanica della sua formazione e il gusto italiano dell'ambiente in cui lavorava. Gli strumenti Tecchler oggi circolano fra solisti internazionali e raggiungono quotazioni milionarie.

Al MUSA si conserva una sua viola, e questo consente un esercizio che consiglio a chiunque abbia mezz'ora: confrontare il legno, le proporzioni e la vernice di Tecchler con quelli dello Stradivari esposto poco più in là. Due mani, due scuole, due decenni di distanza. Chi non ha mai guardato uno strumento da vicino, dopo questo confronto comincia a vedere.

I mandoloni romani di Gaspar Ferrari

C'è poi una sezione che nessun altro museo al mondo può esporre allo stesso modo, ed è quella dei mandoloni romani costruiti da Gaspar Ferrari, che di quel tipo di strumento fu l'ideatore. Il mandolone romano fu popolarissimo nella Roma del Settecento e oggi è quasi sconosciuto anche a molti musicisti di professione: uno strumento cittadino, legato a una prassi locale, sparito insieme alla prassi che lo aveva generato.

Se dovessi indicare la ragione culturale per cui vale la pena venire fin qui, indicherei questa vetrina prima ancora dello Stradivari. Lo Stradivari lo si può vedere anche altrove, in altre collezioni e in altre città. Il mandolone romano invece racconta la musica di questa città in un modo che nessun altro oggetto sa fare: era lo strumento delle serenate e delle accademie private, il suono ordinario di una Roma che non esiste più. Fermatevi due minuti in più davanti a quelle casse allungate e provate a immaginare il timbro.

La raccolta privata di Margherita di Savoia

Una parte della collezione arriva da un lascito preciso: la raccolta privata di strumenti a pizzico della regina Margherita di Savoia, lasciata in eredità all'Accademia. Fra questi pezzi c'è un mandolino di David Tecchler, e la coincidenza è di quelle che fanno sorridere: il liutaio bavarese che lavorò per la Roma papale finisce nella collezione personale della prima regina d'Italia.

Margherita suonava, e il mandolino nella seconda metà dell'Ottocento era uno strumento di moda nei salotti aristocratici, con una produzione strumentale ricchissima e oggi quasi tutta dimenticata. La sua raccolta non è un capriccio di corte: è il documento di un gusto musicale diffuso, quello della borghesia e della nobiltà italiane fra Otto e Novecento. Un lascito che vale doppio, per gli strumenti e per quello che dice di chi li possedeva.

Arpe, lire e salteri

La sezione delle arpe, delle lire e dei salteri è la meno visitata e, per un occhio curioso, una delle più istruttive. Qui il museo mostra la parentela fisica fra oggetti che sembrano appartenere a mondi separati: la corda tesa su un telaio, la cassa che amplifica, la mano che pizzica. Cambiano le forme, cambiano le culture, il principio resta.

I salteri, in particolare, sono strumenti che il pubblico non riconosce quasi mai: cassa trapezoidale, corde tese in orizzontale, suonate con plettri o piccoli martelletti. Da quella famiglia discendono, per vie diverse, sia il clavicembalo sia il pianoforte. Guardare un salterio e poi girarsi verso una tastiera è una lezione di storia della tecnologia musicale che dura trenta secondi.

I fiati

La sezione dei fiati raccoglie strumenti di legno e di ottone che documentano l'evoluzione dei meccanismi fra Sette e Ottocento: il passaggio dai fori semplici al sistema di chiavi, l'arrivo dei pistoni negli ottoni, la standardizzazione delle intonazioni. Su questi oggetti si legge in modo quasi grafico l'industrializzazione della musica: strumenti costruiti a mano da un artigiano diventano, in un secolo, prodotti seriali con brevetti e cataloghi.

Un dettaglio che faccio sempre notare: guardate i legni scuri delle canne, il bosso e l'ebano, e poi le ghiere di avorio o di osso ai giunti. Non sono decorazioni. Servivano a impedire che il legno si spaccasse per l'umidità del fiato. La bellezza di questi strumenti è quasi sempre un sottoprodotto di una necessità tecnica, e questo vale per l'intero museo.

Gli strumenti a tastiera

Il percorso si chiude con le tastiere, ed è la sezione dove il pubblico non specialista si ferma più volentieri, perché riconosce le forme. Clavicembali, spinette, pianoforti storici: la meccanica cambia, la logica dell'interfaccia resta la stessa da cinque secoli. Sui pianoforti storici si vede bene la differenza rispetto al pianoforte moderno: telaio in legno o con rinforzi metallici parziali invece del telaio in ghisa, corde più sottili, tensione minore, martelletti rivestiti diversamente, tastiere più corte. Il risultato è un suono più leggero, più asciutto, molto meno potente.

Chi ha in mente il pianoforte da concerto di oggi e ascolta la registrazione di uno strumento d'epoca fa quasi sempre la stessa faccia. Poi capisce che Mozart e Beethoven scrivevano per quelle macchine lì, non per un gran coda contemporaneo, e comincia a sentire la loro musica in modo diverso. È il regalo che questo museo fa senza chiedere niente in cambio.

Gli strumenti extraeuropei: Cina, Giappone, Yemen

La collezione comprende strumenti provenienti da Cina, Giappone e Yemen, oltre a materiali che documentano musiche popolari italiane e musiche etniche extraeuropee. Non è una sezione etnografica di cortesia: l'accostamento con gli strumenti europei è esattamente il punto del percorso espositivo, che invita a leggere le somiglianze tecniche fra oggetti nati a diecimila chilometri di distanza.

Un liuto a manico lungo yemenita e una tiorba romana risolvono lo stesso problema acustico con soluzioni parallele. Le tradizioni si distinguono proprio nel confronto ravvicinato, e questo è il modo intelligente di allestire una collezione di strumenti. Molti musei di strumenti musicali, in Europa, non l'hanno ancora capito.

Il laboratorio di liuteria a vista

Dentro la galleria si apre un laboratorio a vista, con una cinquantina di attrezzi di liuteria esposti, dove lavorano i liutai incaricati della conservazione della collezione. Non è una scenografia: è il vero laboratorio di manutenzione, e negli orari di apertura capita spesso di trovare qualcuno al banco.

Consiglio pratico numero uno per chi visita il MUSA: se trovate il liutaio al lavoro, fermatevi. Dieci minuti passati a guardare come si assottiglia una tavola armonica o come si prepara una colla animale valgono tutti i pannelli del museo messi insieme. Gli sgorbie, i pialletti a suola curva, i coltellini, i calibri, i sergenti da incollaggio: sono utensili quasi identici a quelli che usava Tecchler nel Settecento, e la ragione è semplice. Su quel lavoro la tecnologia non ha trovato niente di meglio.

Le postazioni multimediali e la guida sonora

L'esposizione è integrata da sistemi audiovisivi e da postazioni multimediali interattive, che permettono di approfondire la conoscenza della musica da diversi punti di vista, e da una guida su dispositivo portatile con una ventina di esempi illustrati e sonori legati agli strumenti esposti.

Qui faccio la mia critica, perché una guida che non critica mai non serve a nessuno: le postazioni interattive dei musei invecchiano più in fretta delle vetrine, e in un museo aperto nel 2008 questo si nota. Ma la funzione essenziale, cioè sentire il suono degli strumenti che si guardano, resta insostituibile. Usatele. Un museo di strumenti musicali in cui non si ascolta niente sarebbe una contraddizione in termini, e questo lo evita.

Le attività del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) oltre la visita

Il museo non vive soltanto di vetrine. Organizza visite guidate, laboratori educativi per bambini e adulti rivolti sia alle scuole sia ai privati, concerti a tema, conferenze, seminari e mostre. La rassegna che segnalo più volentieri è quella dei Martedì MUSA, concerti tenuti nella galleria del museo dagli allievi dei corsi di perfezionamento dell'Accademia: introduzione alle 17.30, concerto alle 18.00, con una presentazione dedicata al programma o agli strumenti del museo. Non serve prenotare e l'ingresso è libero fino a esaurimento dei posti.

Ascoltare musica da camera in mezzo alle vetrine di un museo di strumenti, gratis, a due passi da una sala da duemilaottocento posti, è una di quelle cose che a Roma esistono e che quasi nessuno sfrutta. I posti sono pochi e vanno via presto: conviene arrivare per le 17.15. Il programma si trova sul sito dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, insieme al calendario della stagione sinfonica.

La Bibliomediateca, la vicina di casa del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Nello stesso complesso, dal 2005, si trova la Bibliomediateca dell'Accademia, che è il luogo dove il MUSA trova la sua documentazione scritta e sonora. Conserva l'intero patrimonio librario dell'Accademia, circa centoventimila fra volumi e fascicoli, con partiture, monografie e periodici musicali. I manoscritti sono circa settemila, quasi tutti catalogati; le edizioni anteriori al 1830 sono circa millecinquecento. La digitalizzazione ha già riguardato millequattrocentocinquanta manoscritti e circa quattrocento edizioni antiche.

Ci sono poi gli archivi sonori, con collezioni discografiche di vinili, lacche e supporti digitali e registrazioni dirette da Toscanini, Furtwängler e Karajan; l'archivio fotografico, con la documentazione delle stagioni concertistiche del Novecento e ritratti di musicisti che risalgono all'Ottocento; una collezione d'arte di circa cento pezzi fra dipinti, disegni, sculture e stampe; e l'archivio storico dell'istituzione, che parte dal 1651 e arriva a oggi. La sala apre dal lunedì al venerdì dalle 11.00 alle 17.00; il contatto è bibliomediateca@santacecilia.it, il telefono 06 80242332.

Gli Archivi di etnomusicologia, Nataletti, Carpitella e Alan Lomax

Dentro la Bibliomediateca si conserva il fondo che considero il tesoro meno noto di tutto il complesso. Nel 1948 Giorgio Nataletti fondò a Roma il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare, sotto gli auspici dell'Accademia di Santa Cecilia e della RAI: un istituto di ricerca sul canto e sulla musica di tradizione orale, sul modello di quelli che già esistevano all'estero.

Da quel centro passò Diego Carpitella, l'uomo che ha fatto dell'etnomusicologia una disciplina accademica in Italia. Nel 1954 e nel 1955 Carpitella percorse la penisola insieme all'americano Alan Lomax, il più importante raccoglitore di musica popolare del Novecento, registrando canti di lavoro, canti liturgici, tarantelle, ninne nanne, lamenti funebri. Quelle bobine sono la fotografia sonora di un'Italia contadina che stava per sparire, e in molti casi sono l'unica testimonianza rimasta di repertori estinti. Carpitella organizzò nel 1973 il primo convegno nazionale di studi etnomusicologici, riavviò integralmente le attività del centro nel 1984, ne divenne conservatore nel 1989 cambiandone la denominazione in Archivi di etnomusicologia, e lo diresse fino alla morte nel 1990.

Oggi il fondo custodisce oltre undicimila registrazioni di musica tradizionale e circa settemila documenti sulla musica popolare italiana, con particolare densità sul centro e sul sud, sulla Sicilia, sulla Sardegna e sui canti liturgici mediterranei. Dal 2005 si consulta qui, al Parco della Musica. Il paradosso è delizioso: dentro un edificio di Renzo Piano rivestito di piombo, in un quartiere costruito per le Olimpiadi del 1960, si conserva la voce di un'Italia di mietitori e pescatori. Se avete interesse per la musica popolare, questa è la ragione per cui dovreste venire a Roma.

L'Auditorium Parco della Musica, l'edificio che ospita il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Non si capisce il MUSA senza capire il contenitore. L'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone è il più grande complesso musicale costruito in Italia nel Novecento e uno dei maggiori d'Europa: circa cinquantacinquemila metri quadrati fra il Flaminio e i Parioli, a ridosso del Villaggio Olimpico e di Villa Glori. Il progetto è di Renzo Piano, che vinse il concorso a inviti nel 1993; l'acustica fu affidata a Jürgen Reinhold dello studio Müller BBM di Monaco di Baviera, il paesaggio a Franco Zagari.

La Sala Sinopoli aprì il 21 aprile 2002 con millecentotrentatré posti; il resto del complesso il 21 dicembre dello stesso anno. Le tre sale hanno dimensioni volutamente diverse: la Sala Santa Cecilia con circa duemilaottocento posti per il grande sinfonico, la Sala Sinopoli per le formazioni intermedie, la Sala Petrassi con seicentosettantatré posti per la musica da camera e il contemporaneo, più il Teatro Studio con trecentotto posti. Fuori, la cavea all'aperto ospita circa tremila spettatori. Nel 2020 l'assemblea capitolina approvò l'intitolazione dell'intero complesso a Ennio Morricone.

La forma degli scarabei

Le tre sale sono tre volumi separati, con basamento in laterizio e copertura esterna in lastre di piombo, disposti attorno all'anfiteatro all'aperto. La forma ha fatto discutere fin dal primo giorno: i romani le chiamano gli scarabei, e in effetti i gusci di piombo ricordano elitre. Non è un edificio unitario, è un piccolo paesaggio artificiale di colline metalliche con un teatro greco in mezzo.

La mia opinione, dopo vent'anni di frequentazione: l'idea di separare le sale in tre corpi distinti è stata un colpo di genio funzionale, perché consente tre concerti contemporanei senza che uno disturbi l'altro, ed è la ragione per cui l'Auditorium è diventato un luogo vivo tutti i giorni e non un tempio che apre due sere a settimana. Estetica a parte, quel piombo si è ossidato bene: nel 2002 era grigio chiaro, oggi ha una patina più scura e più calda. Gli edifici che invecchiano bene sono rari.

La Sala Santa Cecilia e i ventisei gusci di ciliegio

La sala più grande, quella nel cui foyer si apre il museo, merita due parole tecniche. Occupa circa tremilaquattrocento metri quadrati per un volume di circa trentamila metri cubi, con un palcoscenico di trecentotrentasei metri quadrati e una platea per l'orchestra di milleduecento. La struttura portante del tetto è in travi di legno lamellare unite da componenti in acciaio inossidabile.

Il soffitto acustico è formato da ventisei gusci in ciliegio americano sospesi sopra la platea e regolabili: sono loro a governare la riflessione del suono e a permettere di adattare la sala al repertorio. Il tempo di riverbero dichiarato è di due secondi e due decimi, un valore alto, pensato per il grande sinfonico e per il coro. Orchestra e balconate sono rivestite in legno, e i posti salgono su gradinate terrazzate che circondano il palco.

Traduzione pratica per chi va a un concerto: in questa sala il suono è ampio e avvolgente, e i pianissimi arrivano; ma la definizione degli attacchi si perde un po' nelle file più lontane. Se comprate un biglietto per un programma sinfonico, spendete qualche euro in più e prendete posto nella metà anteriore della platea o nelle prime balconate laterali. Per la musica da camera, invece, la Petrassi è un'altra cosa.

L'Auditorium Parco della Musica, sede del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)
Auditorium Parco della Musica

La villa romana sotto la cavea

Adesso la parte che quasi nessuno associa a un auditorium. Nel 1995, mentre si scavava per le fondazioni, vennero alla luce i resti di una grande villa suburbana ai piedi dei monti Parioli, vicino all'antica via Flaminia e al Tevere. Il cantiere si fermò, il progetto fu modificato e la cavea venne ruotata per non distruggere il ritrovamento. Un caso raro in cui l'archeologia ha vinto senza bloccare l'opera.

La sequenza cronologica del sito è impressionante. Nel VI secolo avanti Cristo esisteva qui una modesta fattoria con zone abitative e produttive. Nel V secolo l'edificio si amplia e diventa una ricca villa rurale. Fra IV e III secolo avanti Cristo si separano meglio il quartiere residenziale e quello di servizio. Fra III e II secolo la costruzione diventa una dimora rurale imponente, con atrio e impluvio. In età augustea, nel I secolo dopo Cristo, arrivano ulteriori ampliamenti. Nel II secolo dopo Cristo il complesso viene abbandonato e demolito intenzionalmente. Ottocento anni di vita continuativa, letti su un unico scavo.

I resti si conservano a livello di fondazione e affiorano a circa quattro metri di profondità: si riconoscono le strutture residenziali, le aree di servizio, i torchi da olio, i pozzi e i magazzini. Il Museo Archeologico allestito nel complesso presenta modelli lignei dell'architettura e reperti ceramici, con ricostruzioni di ambienti come cucine e forni, e una seconda sezione dedicata ai ritrovamenti del territorio compreso fra le Mura Aureliane, l'Aniene e il Tevere. L'ingresso è gratuito negli orari di apertura, con orario invernale da ottobre a marzo dalle 11.00 alle 18.00, la domenica e i festivi dalle 10.00 alle 18.00, e orario estivo da aprile a ottobre dalle 10.00 alle 20.00.

Chi visita il MUSA e non scende anche qui sbaglia due volte: perché è gratis e perché è a centocinquanta metri. Mettete in fila i due musei nello stesso pomeriggio e avrete percorso duemilaseicento anni in novanta minuti.

Una curiosità su Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

La curiosità vera riguarda un oggetto che al MUSA non c'è, e che spiega meglio di ogni altro l'ambiente da cui questa collezione proviene. Nella biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia, in via dei Greci, si conserva una partitura di Pietro Raimondi di formato 108 per 80 centimetri. Non è un manoscritto grande per vezzo: è grande perché contiene tre oratori distinti, scritti in modo da poter essere eseguiti sia separatamente sia tutti e tre insieme, sovrapposti, come un unico organismo sonoro. Nel 1852 la prova generale di quell'idea andò in scena davvero, con quattrocento musicisti.

Raimondi era un contrappuntista di formazione napoletana, un uomo che considerava la scrittura musicale un problema di ingegneria combinatoria. Quell'impresa non è un aneddoto folkloristico: è il punto d'arrivo estremo di una tradizione contrappuntistica che a Roma aveva una storia lunghissima, quella che comincia con Palestrina e passa per le scuole polifoniche romane del Seicento. Un secolo prima delle avanguardie, un compositore italiano scriveva musica pensata per essere eseguita in strati simultanei.

La seconda curiosità riguarda la collezione degli strumenti e la sua origine mista. La raccolta dell'Accademia non nasce da un unico acquisto ma da stratificazioni successive, con un peso decisivo dei lasciti privati: la regina Margherita di Savoia lasciò per testamento la sua raccolta personale di strumenti a pizzico, che comprendeva anche un mandolino costruito da David Tecchler. Significa che una parte di quello che si guarda nelle vetrine dell'Auditorium veniva suonata davvero, in un salotto, da mani che conosciamo per nome. Non sono reperti archeologici anonimi: sono oggetti con una biografia.

La terza, e la dico perché è la domanda che i visitatori fanno più spesso quando scoprono che l'ingresso è gratuito: un museo con uno Stradivari non si finanzia con i biglietti. Si finanzia perché appartiene a una fondazione che vive di stagione concertistica, di soci, di contributi pubblici e di mecenatismo privato, e che considera il museo parte della propria missione culturale. La gratuità è una scelta, non un ripiego. In una città dove entrare quasi ovunque costa dai dodici ai venti euro, mi pare valga la pena dirlo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Che il museo chiude alle 16.00. Sembra un dettaglio banale e invece è l'informazione che rovina più visite di qualunque altra, perché contraddice l'immagine mentale che tutti hanno dell'Auditorium: un posto che vive di sera. La galleria degli strumenti no. Nella parte centrale della stagione apre alle 11.00 e chiude alle 16.00, e chi arriva alle 17.00 pensando di dare un'occhiata prima del concerto trova le luci spente. L'ho visto succedere decine di volte, sempre alla stessa ora, sempre con la stessa faccia incredula.

La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda l'estate. A luglio e a settembre il museo non apre al pubblico libero: si entra soltanto su appuntamento, con visita guidata a pagamento e un minimo di otto partecipanti. Ad agosto è chiuso del tutto. Il che significa che il periodo di massima presenza turistica a Roma coincide con il periodo di minima accessibilità del museo. Chi viene in città a luglio o ad agosto e vuole vedere lo Stradivari deve organizzarsi in anticipo, telefonare, formare un gruppo. Non è impossibile, ma non si improvvisa.

Terza cosa, e questa è la più insidiosa: in occasione di eventi particolari gli spazi espositivi possono non essere accessibili al pubblico, anche in orario di apertura. L'Auditorium è una macchina che ospita congressi, registrazioni, riprese televisive e allestimenti, e il foyer della Sala Santa Cecilia, dove si apre l'ingresso del museo, viene usato per ricevimenti e cerimonie. Quando succede, la galleria si chiude. Non c'è un calendario pubblico di queste chiusure, e l'unico modo di evitarle è una telefonata al numero della direzione del museo il giorno stesso.

Quarta, minore ma utile: la Bibliomediateca ha orari diversi dal museo, dal lunedì al venerdì dalle 11.00 alle 17.00. Se venite per consultare i fondi, e non soltanto per guardare le vetrine, i due orari non coincidono e il sabato la biblioteca non c'è. Chi programma un viaggio di studio deve tenerne conto.

Metto insieme le quattro cose in una riga sola, perché è il consiglio che do sempre: il MUSA è un museo del pomeriggio infrasettimanale, da ottobre a giugno, con telefonata di conferma la mattina stessa. Rispettata questa formula, non sbagliate mai.

Il consiglio che ti do per visitare Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Il consiglio principale è di rovesciare l'ordine mentale con cui si affronta questo posto. Quasi tutti pensano al museo come a un riempitivo prima del concerto. Fate il contrario: costruite il pomeriggio intorno al museo e trattate il resto come contorno. In pratica, arrivate verso le 14.30, con calma, in un giorno feriale. Il museo apre alle 11.00 ma la mattina è il momento delle scolaresche e dei gruppi didattici, e una galleria non enorme con trenta ragazzini dentro non si gode. Il primo pomeriggio è quasi sempre semivuoto.

Secondo consiglio: prima di entrare, fermatevi cinque minuti in accoglienza e chiedete la guida sonora. È un dispositivo portatile con una ventina di esempi illustrati, e trasforma una passeggiata muta in una lezione. Ripeto quello che ho scritto sopra perché è la cosa che vedo sbagliare più spesso: la maggior parte dei visitatori non la chiede e poi esce dicendo che il museo è piccolo. Il museo non è piccolo, è concentrato, e senza l'audio se ne percepisce metà.

Terzo consiglio, per chi viaggia con qualcuno che di musica non capisce niente e viene per farvi contenti. Non partite dallo Stradivari. Partite dal laboratorio di liuteria: gli attrezzi, il banco, il legno grezzo, la vernice. Chiunque, anche il più refrattario, capisce il lavoro manuale. Quando avete costruito quel ponte, andate alle vetrine e la conversazione si apre da sola. Ho salvato decine di visite con questo trucco.

Quarto: mettete in conto il museo archeologico sotto la cavea, che è gratuito e prende mezz'ora scarsa. La sequenza migliore è museo degli strumenti, caffè nella galleria dell'Auditorium, museo archeologico, poi passeggiata sul ponte della Musica al tramonto. Quattro tappe, zero euro di biglietti, tre ore piene.

Quinto, e ci tengo. Se avete la possibilità di far coincidere la visita con un martedì, fatelo e restate. I Martedì MUSA sono concerti degli allievi dei corsi di perfezionamento dentro la galleria del museo, con introduzione alle 17.30 e concerto alle 18.00, ingresso libero fino a esaurimento dei posti e nessuna prenotazione richiesta. Ascoltare un quartetto in mezzo alle vetrine di un museo di strumenti musicali è un'esperienza che nessun biglietto costoso vi darà. Arrivate alle 17.15 se volete sedervi.

Ultimo consiglio, di quelli che fanno la differenza fra una visita e una giornata: portate le cuffie e uno smartphone con qualche registrazione già scaricata. Un ascolto del Toscano prima di guardarlo, un ascolto di mandolino barocco davanti ai mandoloni di Ferrari, un pianoforte storico davanti alle tastiere. Fatelo e uscirete con la sensazione di aver capito qualcosa. Non fatelo e avrete visto degli oggetti di legno dietro un vetro.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il Conservatorio di Santa Cecilia sono due istituzioni distinte e separate dal 1919. Tutti sanno che esistono; quasi nessuno sa che non sono la stessa cosa, e la confusione produce ogni anno un piccolo disastro di viaggi sbagliati, telefonate al numero errato e visite andate a vuoto.

La storia in breve. L'Accademia, fondata nel 1585, aprì al suo interno un liceo musicale nel 1875, per iniziativa di Giovanni Sgambati ed Ettore Pinelli, in un edificio del Tridente. La scuola crebbe, si rese autonoma nel 1911 e nel 1919 si costituì come conservatorio statale, staccandosi definitivamente dall'ente che l'aveva generata. Da allora l'Accademia è una fondazione di diritto privato con orchestra, coro, stagione concertistica, corsi di alta formazione, archivio, biblioteca e museo; il Conservatorio è un istituto statale di alta formazione musicale che dipende dal ministero e che rilascia titoli di studio.

Le conseguenze pratiche sono tre, e vale la pena metterle in fila. La prima: l'indirizzo. Il Conservatorio è in via dei Greci 18, nel Tridente, a cinque minuti da piazza di Spagna; l'Accademia opera in viale Pietro de Coubertin 30, al Flaminio, e mantiene la sede legale in via Vittoria 6. Due indirizzi lontani quattro chilometri.

La seconda: le biblioteche. Ce ne sono due, ed è la ragione per cui i ricercatori si perdono. La biblioteca del Conservatorio, in via dei Greci, conserva circa trecentomila unità librarie, otto incunaboli, trecentododici cinquecentine, diecimila manoscritti e quattromila supporti sonori. La Bibliomediateca dell'Accademia, all'Auditorium, conserva circa centoventimila fra volumi e fascicoli, settemila manoscritti, l'archivio storico dal 1651 e gli Archivi di etnomusicologia. Chi cerca un autografo rossiniano deve sapere in quale delle due andare, altrimenti attraversa Roma per niente.

La terza: gli strumenti. La collezione che oggi si vede al MUSA appartiene all'Accademia e ha seguito l'Accademia nel trasloco del 2003. Non è mai stata una collezione del Conservatorio, anche se per decenni ha abitato lo stesso isolato. Chi va in via dei Greci pensando di trovare lo Stradivari non lo trova, e chi va all'Auditorium pensando di trovare l'organo Walcker della Sala Accademica nemmeno.

Il fatto risaputo, dunque, è che a Roma esistono due Santa Cecilia. Il corollario poco citato è che il patrimonio si è diviso con loro, e che per vedere tutto bisogna fare due viaggi. Lo dico ai gruppi ogni volta, e ogni volta qualcuno alza la mano stupito.

Vetrine del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) di Roma
Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

La foto giusta da fare a Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Comincio dal problema tecnico, perché in un museo di strumenti è sempre lo stesso: il vetro. Le vetrine sono illuminate con luce radente e calda, gli strumenti sono verniciati e lucidi, e il risultato è che il novanta per cento delle fotografie scattate qui contiene il riflesso del fotografo. La soluzione non è il flash, che peggiora tutto e in molti musei non è consentito: la soluzione è appoggiare l'obiettivo quasi a contatto con il vetro, in modo che il corpo della macchina o del telefono faccia da paraluce, e scattare con luce ambiente e sensibilità alta. Regolate voi la sensibilità a mano, se potete: gli automatismi in queste condizioni sbagliano quasi sempre.

La foto che consiglio non è il violino intero. Il violino intero, in vetrina e visto di tre quarti, viene sempre uguale e sempre mediocre. La foto giusta è un dettaglio: il riccio dello Stradivari, con la spirale che si avvita nell'ombra, oppure una delle effe, oppure la rosetta traforata di un liuto seicentesco. Un dettaglio ben inquadrato racconta il lavoro dell'artigiano; un piano generale racconta soltanto che siete andati al museo.

Il secondo scatto che consiglio è dentro il laboratorio di liuteria a vista. Gli attrezzi allineati sul banco, i pialletti a suola curva, i sergenti, le sgorbie, la luce che taglia il piano di lavoro. È una natura morta perfetta e non ha vetro davanti quando il laboratorio è aperto. Se poi c'è il liutaio al lavoro, chiedete prima con un cenno: nella mia esperienza dicono di sì quasi sempre, purché non si usi il flash e non si disturbi.

Terzo scatto, e questo esce dal museo. Uscite nel foyer della Sala Santa Cecilia e fotografate il legno del soffitto e le pareti curve; poi salite verso la piazza centrale e inquadrate i tre gusci di piombo con la cavea in mezzo. La luce migliore per gli esterni è quella della tarda mattinata in inverno, quando il sole basso accende la patina del piombo e ne tira fuori i grigi caldi. Nelle giornate coperte, invece, il complesso viene piatto: è un edificio che ha bisogno di luce direzionale.

Regola generale che ripeto sempre: in un museo di strumenti la fotografia migliore è quella che fa venire voglia di sentire il suono. Un dettaglio di cassa armonica, una corda tesa, una tastiera consumata dall'uso. Se guardando la vostra foto qualcuno pensa alla musica e non al legno, avete fatto la fotografia giusta.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il luogo dove il museo oggi si trova ha una stratificazione di avvenimenti che pochi mettono in fila, e vale la pena farlo perché copre venticinque secoli.

Il primo avvenimento è antichissimo e riguarda il terreno. Nel VI secolo avanti Cristo, quando Roma era una città di capanne e di primi templi, qui esisteva una fattoria con zone abitative e produttive. Nei secoli successivi quella fattoria crebbe fino a diventare una villa rurale imponente, con atrio e impluvio, e continuò a funzionare fino al II secolo dopo Cristo, quando fu abbandonata e deliberatamente demolita. Ottocento anni di vita agricola alle porte della città, su un terreno che oggi ospita concerti sinfonici.

Il secondo avvenimento è del 1995 ed è il ritrovamento di quella villa durante gli scavi per le fondazioni dell'Auditorium. Fu una scoperta che avrebbe potuto affondare il cantiere e che invece si tradusse in una modifica del progetto: la cavea venne spostata e ruotata per salvare le strutture, e i resti furono musealizzati sul posto. Nella storia dei grandi cantieri romani del Novecento è uno dei pochi casi in cui archeologia e architettura si sono messe d'accordo senza che nessuna delle due perdesse.

Il terzo avvenimento è il 21 aprile 2002, l'apertura della Sala Sinopoli, seguita il 21 dicembre dello stesso anno dall'inaugurazione del resto del complesso. Roma tornava ad avere una vera sala da concerto dopo sessantasei anni. La città aveva perso l'Augusteo nel 1936, quando il Mausoleo di Augusto fu liberato dalle superfetazioni e la sala che era stata ricavata al suo interno venne demolita; da quel momento l'orchestra di Santa Cecilia aveva vissuto da nomade, fra il Teatro Adriano, il Teatro Argentina e l'Auditorio Pio. Il 2002 chiude quella lunga parentesi.

Il quarto avvenimento è il 2003, con il trasferimento dell'intera struttura artistica, amministrativa e museale dell'Accademia al Parco della Musica: la fine di un ciclo di traslochi cominciato nel 1585 al Pantheon e proseguito per sei chiese, un palazzo camerale e un ex convento.

Il quinto è il 2005, con l'apertura della Bibliomediateca e con la contestuale disponibilità in loco degli Archivi di etnomusicologia, quelli nati nel 1948 come Centro Nazionale Studi di Musica Popolare.

Il sesto è il febbraio 2008, l'inaugurazione della galleria del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) negli spazi progettati da Renzo Piano. Da quel momento la collezione dell'Accademia, che per oltre un secolo era rimasta sostanzialmente riservata agli addetti, diventa visibile a chiunque entri, gratuitamente.

Il settimo è del 2020, quando l'assemblea capitolina approva l'intitolazione dell'intero complesso a Ennio Morricone, morto in quell'anno. Il compositore romano più eseguito al mondo dà il nome all'edificio che ospita l'orchestra della sua città.

Un'osservazione personale su questa cronologia. Ci sono luoghi a Roma dove la storia è tutta antica e finisce; qui invece la sequenza è continua e arriva a ieri. Nel giro di duecento metri si passa da una fattoria arcaica a una sala da concerto contemporanea senza soluzione di continuità, e la cosa curiosa è che nessuno lo racconta ai visitatori. Lo racconto io ai miei gruppi ogni volta che li porto qui, e vedo sempre la stessa reazione: guardano il prato della cavea in modo diverso.

Chi è passato da Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

La domanda ha due risposte, e vale la pena distinguerle: chi è passato dagli strumenti, e chi è passato dal luogo.

Cominciamo dagli strumenti, perché è la risposta più affascinante. Il violino Toscano fu costruito nel 1690 per il Granprincipe Ferdinando de' Medici, figlio del granduca Cosimo III, mecenate musicale fra i più importanti dell'Europa del tempo: alla sua corte lavorarono musicisti di primo piano e in quell'ambiente maturò anche l'invenzione del pianoforte. Ferdinando commissionò a Stradivari un complesso di strumenti, e il Toscano ne faceva parte. Dopo una lunga vicenda collezionistica lo strumento tornò in Italia nel 1953 ed entrò nel patrimonio dell'Accademia.

Poi c'è David Tecchler, che dal 1698 al 1748 tenne bottega a Roma. Non è un nome passato dal museo: è un nome che ha costruito parte di quello che il museo espone. Tecchler lavorò per committenti importanti della Roma papale e i suoi violoncelli sono oggi negli archi di solisti internazionali. Nella collezione dell'Accademia se ne conserva una viola.

C'è Gaspar Ferrari, l'inventore del mandolone romano, uno strumento che nella Roma del Settecento era popolarissimo e che oggi si vede quasi soltanto qui. E c'è Margherita di Savoia, prima regina d'Italia, che suonava strumenti a pizzico e lasciò per testamento all'Accademia la sua raccolta privata, dentro la quale si trovava anche un mandolino di Tecchler.

Sull'altro versante, quello dei musicisti che sono passati dall'istituzione proprietaria, l'elenco è di quelli che tolgono il fiato. Fra i soci storici della Congregazione e poi dell'Accademia si contano Giovanni Pierluigi da Palestrina, che di quel mondo fu il vertice assoluto, Arcangelo Corelli, che a Roma visse e lavorò per quarant'anni e vi pubblicò le opere che avrebbero fondato la scuola violinistica europea, Niccolò Jommelli, e più avanti Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti, Franz Liszt, Felix Mendelssohn, Hector Berlioz, Charles Gounod. Nel 1774 venne ammessa la prima donna, la compositrice romana Maria Rosa Coccia, che allora aveva poco più di quindici anni: un fatto che nel contesto del Settecento pontificio ha del clamoroso.

Poi ci sono i direttori che hanno guidato l'orchestra dell'Accademia e che dunque hanno frequentato queste sale: Bernardino Molinari, Fernando Previtali, Igor Markevitch, Giuseppe Sinopoli, Daniele Gatti, Myung Whun Chung, Antonio Pappano per diciotto stagioni, e dal 2024 Daniel Harding. Aggiungete i solisti che ogni anno attraversano il foyer della Sala Santa Cecilia per andare in palcoscenico, e capite che il museo si trova esattamente sulla traiettoria quotidiana dei più grandi strumentisti del mondo.

Un dettaglio che racconto sempre e che fa sorridere: nella galleria del museo, il martedì pomeriggio, suonano gli allievi dei corsi di perfezionamento. Ragazzi di vent'anni che si esibiscono a dieci metri da uno Stradivari, nella stessa istituzione che ha avuto Corelli fra i suoi soci. Non conosco molti luoghi al mondo dove la continuità di un mestiere si veda con questa evidenza.

Come si visita davvero il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Orari, stagionalità e chiusure

La regola di fondo è che il museo segue la stagione concertistica. Nella parte centrale dell'anno, indicativamente da ottobre e novembre fino a giugno, la galleria apre tutti i giorni dalle 11.00 alle 16.00. A luglio e a settembre si entra soltanto su appuntamento, con visita guidata a pagamento e un minimo di otto partecipanti. Ad agosto è chiuso. In occasione di eventi particolari gli spazi espositivi possono non essere accessibili, anche negli orari ordinari.

Poiché le indicazioni sulla stagionalità variano da una fonte ufficiale all'altra fra ottobre e novembre come mese d'inizio, conviene sempre confermare per telefono ai numeri +39 06 80242382 e +39 06 80242332 oppure scrivendo a museo@santacecilia.it. Il calendario dell'Auditorium e quello dell'Accademia sono gli unici riferimenti attendibili per la settimana in corso.

Prenotazione e visite guidate

Per la visita libera negli orari di apertura non serve prenotare e non serve biglietto: si entra e basta. Per le visite guidate, invece, la prenotazione è obbligatoria, la visita è a pagamento e il gruppo deve essere di almeno otto persone. Le scuole hanno percorsi dedicati e laboratori didattici, sia per bambini sia per adulti, e vanno concordati con la direzione del museo.

Il consiglio pratico per le famiglie e per i piccoli gruppi che vogliono la guida: mettetevi d'accordo con altri visitatori. Otto persone non sono tante, e nei periodi in cui il museo apre solo su appuntamento questa è l'unica strada. Chi viaggia da solo e vuole comunque un accompagnamento può ripiegare sulla guida sonora portatile, che copre una ventina di strumenti con esempi illustrati.

Accessibilità del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Il museo è accessibile alle persone con disabilità, e questo è uno dei vantaggi concreti di trovarsi dentro un edificio progettato negli anni Novanta e aperto nel 2002. L'Auditorium ha ascensori, percorsi dedicati e personale di accoglienza a disposizione per l'assistenza; sono previsti percorsi per persone non vedenti e i parcheggi hanno stalli riservati.

Detto questo, faccio una precisazione da professionista: accessibile non vuol dire comodo per tutti allo stesso modo. Il complesso è grande e le distanze interne fra parcheggio, piazza centrale e foyer della Sala Santa Cecilia si misurano in centinaia di metri. Chi ha problemi di deambulazione ma non usa la carrozzina dovrebbe farsi lasciare il più vicino possibile all'ingresso della Sala Santa Cecilia e non a quello generale. Il personale in accoglienza indica il percorso più breve se glielo si chiede.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) con i bambini

Funziona bene, meglio di quanto ci si aspetterebbe, e per due ragioni. La prima è il laboratorio di liuteria a vista: gli attrezzi, i trucioli, il legno e un artigiano al lavoro sono un linguaggio che i bambini capiscono senza mediazioni. La seconda è la componente sonora: gli strumenti si possono ascoltare, e un museo dove si sente qualcosa vince su un museo dove si guarda e basta.

Il museo organizza laboratori educativi rivolti alle scuole e ai privati, che vanno prenotati. Per una visita in autonomia con bambini fra i sei e i dodici anni, la durata realistica è di quaranta minuti: oltre, cala l'attenzione. Il mio suggerimento è di trasformare la visita in una caccia: fate cercare lo strumento più piccolo, quello più grande, quello con più corde, quello che viene da più lontano. Funziona sempre.

Dopo il museo, la cavea e i prati dell'Auditorium sono uno spazio aperto dove i bambini possono correre, e questo per una giornata romana in famiglia è oro. Se cercate una giornata interamente pensata per loro, il riferimento in città resta Explora, il museo dei bambini, che si trova a poche fermate di tram in direzione del centro.

Guardaroba, bar, servizi

Il complesso ha guardaroba, bar, ristorante, libreria e negozio; il museo ha una propria area con le pubblicazioni dell'Accademia. Zaini ingombranti e ombrelli lunghi conviene lasciarli, perché le vetrine sono ravvicinate e negli spazi stretti un uomo con lo zaino in spalla è un pericolo pubblico. Il bar della galleria centrale è un buon punto di sosta fra il museo degli strumenti e quello archeologico.

Quando andare e quando evitare

Il momento migliore è il primo pomeriggio di un giorno feriale fra novembre e marzo, quando l'Auditorium è vivo ma non affollato e la luce bassa dell'inverno rende gli esterni fotogenici. Il momento peggiore è la mattina di un giorno feriale di primavera, quando le scolaresche riempiono la galleria, e ovviamente l'estate, quando il museo apre solo su appuntamento o resta chiuso.

Un'altra finestra interessante è quella delle sere di concerto, ma soltanto per chi ha in mano un biglietto: il museo a quell'ora è chiuso, però il foyer della Sala Santa Cecilia è aperto e permette almeno di vedere lo spazio. Se dovete scegliere, però, scegliete il pomeriggio: il museo aperto vale infinitamente di più del foyer illuminato.

Cosa vedere intorno al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Nel raggio di dieci minuti a piedi

Il Museo Archeologico e la villa romana dell'Auditorium sono dentro il complesso, gratuiti, e li ho già raccontati: sono la prima cosa da aggiungere. Poco più in là, in via Guido Reni, si trova il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid: sette minuti a piedi dall'Auditorium, ed è il naturale completamento di una giornata dedicata all'architettura contemporanea romana. Due edifici firmati da due premi Pritzker a cinquecento metri l'uno dall'altro non capitano spesso.

Verso il fiume c'è il ponte della Musica, riservato a pedoni e ciclisti, che collega il Flaminio al Foro Italico. Attraversarlo al tramonto, con il Tevere sotto e i pini sui due lati, è una delle passeggiate migliori di questa parte di Roma. Dall'altra sponda si arriva in pochi minuti allo Stadio Olimpico e al complesso del Foro Italico.

Poco più lontano

Scendendo verso il centro lungo viale Tiziano e viale del Muro Torto si entra in Villa Borghese, e sul suo margine settentrionale si trova il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che ospita il Sarcofago degli Sposi e resta, a mio parere, il museo più sottovalutato di Roma. Poco distante, nel palazzo delle Belle Arti di viale delle Belle Arti, c'è la Galleria Nazionale d'arte moderna e contemporanea.

Chi vuole chiudere il cerchio con la storia raccontata in questa pagina prenda il 53 e scenda al Tridente: piazza del Popolo, poi via del Babuino, poi via dei Greci con il Conservatorio e l'arco di Sant'Atanasio, poi via Vittoria, poi piazza di Spagna e la salita a Trinità dei Monti. Un'ora di camminata che mette in fila tutti i luoghi da cui il MUSA proviene. È l'itinerario che faccio fare ai gruppi di appassionati, e funziona meglio nel senso Auditorium verso centro che nel senso opposto.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) o il Museo Nazionale: quale scegliere

La domanda me la fanno in continuazione e merita una risposta secca. Se avete mezza giornata sola e vi interessa la liuteria, cioè l'arte di costruire strumenti ad arco e a pizzico, andate al MUSA: lo Stradivari Toscano, la viola di Tecchler, i mandoloni di Ferrari e il laboratorio a vista non hanno equivalenti, l'ingresso è gratuito e la visita è breve. Se invece vi interessa la storia degli strumenti come disciplina, con la copertura enciclopedica che va dall'antichità all'Ottocento, andate al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di piazza di Santa Croce in Gerusalemme, dove la collezione Gorga offre numeri che il MUSA non ha, l'arpa Barberini e un pianoforte di Bartolomeo Cristofori.

Se avete una giornata intera e siete appassionati, fateli tutti e due, ma in quest'ordine: prima il Museo Nazionale la mattina, poi il MUSA nel primo pomeriggio, perché il secondo chiude alle 16.00 e il primo no. L'errore che vedo commettere più spesso è l'ordine inverso, che porta a trovare la galleria dell'Auditorium chiusa.

Aggiungo un consiglio sull'aspettativa, perché conta più della logistica. Il Museo Nazionale è un museo di quantità: sale su sale, vetrine fitte, un catalogo materiale immenso. Il MUSA è un museo di qualità e di selezione: pochi pezzi, ottimi, con un impianto espositivo contemporaneo e una componente sonora. Sono due esperienze diverse, e chi si aspetta l'una trovando l'altra rimane deluso per il motivo sbagliato.

Ultima cosa, per chi tiene al portafoglio: il MUSA è gratuito sempre, negli orari di apertura, e questo lo colloca di diritto fra le mete della nostra pagina sui musei gratis a Roma. Il Museo Nazionale è a pagamento, con le agevolazioni previste per i musei statali.

Dettaglio di uno strumento storico al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)
Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Domande veloci su Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Dove si trova il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

All'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma, nel quartiere Flaminio. L'ingresso della galleria si apre nel foyer della Sala Santa Cecilia.

Quanto costa il biglietto del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Niente: negli orari ordinari di apertura l'ingresso è gratuito. Le visite guidate su appuntamento sono invece a pagamento e richiedono un minimo di otto partecipanti.

Quali sono gli orari del Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Nella parte centrale della stagione, indicativamente da ottobre e novembre a giugno, tutti i giorni dalle 11.00 alle 16.00. A luglio e a settembre solo su appuntamento per visite guidate. Ad agosto chiuso. Conviene confermare telefonicamente, perché in occasione di eventi gli spazi possono restare inaccessibili.

Serve prenotare per visitare il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Per la visita libera nell'orario ordinario no. Per la visita guidata sì, ed è obbligatorio raggiungere un gruppo di almeno otto persone.

Quanto dura la visita al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Da venticinque minuti per chi cammina veloce a un'ora e un quarto per chi usa la guida sonora e si ferma al laboratorio di liuteria. La media realistica è quaranta minuti.

Che differenza c'è fra il MUSA e il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali

Sono due musei diversi in due quartieri diversi. Il MUSA appartiene all'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, si trova all'Auditorium al Flaminio ed è gratuito. Il Museo Nazionale è statale, si trova in piazza di Santa Croce in Gerusalemme accanto alla basilica, ha una collezione molto più vasta nata dalla raccolta di Evan Gorga ed è a pagamento.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) è quello del Conservatorio di via dei Greci

No. Il Conservatorio statale di musica Santa Cecilia, in via dei Greci 18, è un'istituzione autonoma dal 1919 e conserva una biblioteca storica di grandissimo valore, ma la collezione di strumenti appartiene all'Accademia e si trova all'Auditorium dal 2003. Le due istituzioni hanno lo stesso nome e storie intrecciate, ma sono enti distinti.

C'è davvero uno Stradivari al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Sì. È il violino detto il Toscano, del 1690, costruito per il Granprincipe Ferdinando de' Medici e appartenente al quintetto Mediceo; tornò in Italia nel 1953 ed è di proprietà dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Quanti strumenti sono esposti al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

In galleria circa centotrenta strumenti, più una cinquantina di accessori di liuteria nel laboratorio a vista. L'intera collezione dell'Accademia supera i cinquecento pezzi fra strumenti, accessori, oggetti e cimeli.

Si possono fare fotografie al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Le fotografie senza flash sono normalmente tollerate negli spazi espositivi dei musei dell'Auditorium; per usi diversi da quello personale e per le riprese conviene chiedere in accoglienza. Il flash, in ogni caso, sugli strumenti verniciati è inutile e dannoso al risultato.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) è accessibile in sedia a rotelle

Sì, il museo è accessibile e l'Auditorium dispone di ascensori, percorsi dedicati, personale di assistenza e parcheggi con stalli riservati. Le distanze interne del complesso però sono lunghe: conviene farsi indicare il percorso più breve verso il foyer della Sala Santa Cecilia.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) è adatto ai bambini

Sì, soprattutto grazie al laboratorio di liuteria a vista e alle postazioni sonore. Il museo organizza laboratori educativi per bambini e adulti, per le scuole e per i privati, su prenotazione. Per una visita libera con bambini calcolate quaranta minuti.

Si entra gratis la prima domenica del mese

La gratuità della prima domenica riguarda i musei statali e civici che applicano quella misura. Al MUSA la questione non si pone, perché l'ingresso è gratuito ogni giorno di apertura.

Come si arriva al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) con i mezzi pubblici

Metro A fino a Flaminio e poi tram 2 verso piazza Mancini; in alternativa gli autobus 910 da Termini, 53 da largo Chigi, 168 dalla stazione Tiburtina e 982 dalla stazione Quattro Venti. La fermata Euclide della ferrovia Roma-Nord è un'ulteriore possibilità.

C'è un parcheggio all'Auditorium

Sì, due parcheggi a pagamento, uno a raso e uno coperto multipiano, entrambi con posti riservati alle persone con disabilità.

Quanto si aspetta in coda al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Praticamente mai. Non essendoci biglietteria e trattandosi di un museo poco frequentato dal turismo di massa, si entra subito. L'unico caso di attesa è la coincidenza con una scolaresca numerosa.

Si può visitare il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) prima di un concerto serale

No, perché la galleria chiude alle 16.00. Chi ha un biglietto per la sera può però attraversare il foyer della Sala Santa Cecilia, dove si trova l'ingresso del museo, e vedere lo spazio dall'esterno.

Ci sono concerti dentro il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Sì. La rassegna dei Martedì MUSA porta nella galleria del museo gli allievi dei corsi di perfezionamento dell'Accademia, con introduzione alle 17.30 e concerto alle 18.00. Non serve prenotare e l'ingresso è libero fino a esaurimento dei posti.

Che cosa si può vedere vicino al Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Il Museo Archeologico e la villa romana sotto la cavea, nello stesso complesso e gratuiti; il MAXXI a sette minuti a piedi; il ponte della Musica e il Foro Italico verso il fiume; Villa Giulia e la Galleria Nazionale scendendo verso Villa Borghese.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) ha un negozio

Sì, è presente un punto vendita con le pubblicazioni dell'Accademia; il complesso dell'Auditorium ospita inoltre una libreria, un bar e un ristorante.

Si possono suonare gli strumenti esposti

No. Gli strumenti storici sono conservati in vetrina e la manutenzione è affidata ai liutai del laboratorio interno. L'ascolto avviene attraverso le postazioni multimediali e la guida sonora, che propongono esempi registrati.

Dove si consultano gli archivi musicali dell'Accademia

Alla Bibliomediateca, nello stesso complesso dell'Auditorium, aperta dal lunedì al venerdì dalle 11.00 alle 17.00. Conserva circa centoventimila fra volumi e fascicoli, settemila manoscritti, l'archivio storico dal 1651 e gli Archivi di etnomusicologia con oltre undicimila registrazioni di musica tradizionale.

Dove si trova invece la biblioteca del Conservatorio

In via dei Greci 18, nella sede storica del Conservatorio Santa Cecilia. Conserva circa trecentomila unità librarie, otto incunaboli, trecentododici cinquecentine, diecimila manoscritti e quattromila supporti sonori, con autografi di Palestrina, Mendelssohn, Liszt, Donizetti e Rossini. La consultazione dei materiali rari avviene su appuntamento.

Il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) vale il viaggio fino al Flaminio

Se vi interessa la musica, sì, e senza esitazione: è gratuito, si visita in un'ora, contiene pezzi che non si vedono altrove e si trova a cento metri da un secondo museo gratuito. Se la musica non vi dice niente, allora il viaggio si giustifica solo abbinandolo al MAXXI o a un concerto.

Il mio giudizio finale sul Museo degli Strumenti Musicali (MUSA)

Ho accompagnato in questa galleria musicisti professionisti, comitive di studenti, coppie in viaggio di nozze e più di un signore che era entrato solo perché pioveva. Nessuno è uscito annoiato, e questo per un museo di nicchia è un risultato che vale più di qualunque statistica di ingressi. La ragione, credo, è che gli strumenti musicali sono oggetti che parlano anche a chi non sa niente di musica: sono legno lavorato a mano, sono fatica artigiana, sono forme che seguono una funzione precisa e nascondono un suono.

Se dovessi dire che cosa manca, direi una cosa sola: un ascolto dal vivo quotidiano. Il museo lo fa il martedì con i concerti degli allievi, e sono i giorni in cui questo posto dà il meglio di sé. Negli altri, il silenzio delle vetrine resta un po' un'occasione sospesa. Ma è una critica da innamorato, non da avversario.

Andateci un pomeriggio infrasettimanale d'inverno, chiedete la guida sonora, fermatevi davanti al laboratorio finché il liutaio non alza la testa, poi scendete al museo archeologico sotto la cavea e uscite sul ponte della Musica quando il sole è basso. Vi sarà costato zero euro e vi sarà rimasto addosso più di molte giornate da cinquanta euro di biglietti. Roma, ogni tanto, regala.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo degli Strumenti Musicali (MUSA) - Largo Luciano Berio, 00196 Roma RM, Italia
TagsAuditorium Parco Della MusicaMuseo

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