Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali si trova a Roma in piazza di Santa Croce in Gerusalemme 9/A, con l'ingresso a fianco della basilica omonima, all'estremo orientale del rione Esquilino e a ridosso delle Mura Aureliane. Apre dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 19.30, ultimo ingresso alle 19.00; chiude il lunedì, il 25 dicembre e il primo gennaio. Il biglietto intero costa 6 euro, il ridotto 2 euro per i cittadini dell'Unione europea fra i 18 e i 25 anni; l'ingresso è gratuito per i minori di 18 anni e la prima domenica del mese. I biglietti si comprano al totem automatico in loco oppure con l'applicazione Musei Italiani, e la prenotazione per posta elettronica è obbligatoria per i gruppi dai dieci partecipanti in su, per le scolaresche e per gli eventi musicali. Il telefono è 06 7014796, la casella di posta dms-rm.museostrumenti@cultura.gov.it. Ci si arriva con la metropolitana linea A, fermata San Giovanni, e otto o dieci minuti di cammino lungo viale Carlo Felice; con l'autobus 649, fermata in via Santa Croce in Gerusalemme; con i tram 5 e 14 fino a Porta Maggiore, poi cinque minuti a piedi lungo viale Castrense. Chi arriva in auto trovi pure parcheggio sul viale: le strisce blu della zona sono meno feroci che in centro, ma il sabato pomeriggio la piazza si riempie.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Il museo è statale e fa parte del sistema descritto nella pagina dedicata ai musei statali di Roma, con i quali condivide biglietteria elettronica, gratuità ministeriali e calendario delle aperture straordinarie. Chi preferisce una panoramica più larga, comprese le raccolte civiche e private, la trova nella pagina generale dei musei di Roma.

Dove si trova il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali e perché la posizione conta
L'indirizzo dice piazza di Santa Croce in Gerusalemme, e già questo dovrebbe mettere in guardia il visitatore distratto: qui non siamo in un quartiere qualsiasi. Il museo occupa un edificio che confina con l'area del cosiddetto Sessorium, la residenza imperiale che fra il III e il IV secolo si estendeva su tutto questo lembo di città, e che comprendeva un anfiteatro privato, un circo, terme e un palazzo. La basilica accanto nasce dentro una sala di quel palazzo. Le mura che chiudono l'orizzonte a sud sono le Mura Aureliane, che qui inglobarono l'Anfiteatro Castrense trasformandolo in un bastione. Un museo di strumenti musicali piantato in mezzo a tutto questo sembra un accidente della burocrazia demaniale, e in parte lo è; ma il risultato è che si visita una collezione di flauti, arpe e clavicembali avendo alle spalle diciotto secoli di stratificazione urbana.
Come arrivare al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali con i mezzi pubblici
La via più semplice resta la metropolitana linea A fino a San Giovanni: da lì si esce verso piazza di Porta San Giovanni, si imbocca viale Carlo Felice, che è largo, alberato e dritto, e in meno di dieci minuti si arriva sotto la facciata di Santa Croce. È un tratto che consiglio di fare a piedi anche a chi avrebbe l'alternativa del mezzo di superficie, perché viale Carlo Felice è uno dei pochi rettifili ottocenteschi romani che permetta di vedere due basiliche in prospettiva, il Laterano alle spalle e Santa Croce davanti. L'autobus 649 ferma in via Santa Croce in Gerusalemme, quindi praticamente sull'uscio. I tram 5 e 14, che partono da Termini, portano fino a Porta Maggiore: da lì si costeggia il viale Castrense e si arriva alla piazza in cinque minuti, con il vantaggio di passare accanto al fianco esterno dell'anfiteatro romano incastrato nelle mura.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali per chi arriva da Termini
Chi alloggia in zona stazione può considerarlo un museo di prossimità: dalla stazione Termini si tratta di poco più di due chilometri, percorribili in venticinque minuti a piedi passando per piazza Vittorio e via Emanuele Filiberto, oppure in un quarto d'ora con il tram. È una passeggiata che vale la pena di fare almeno una volta, perché attraversa l'Esquilino vero, quello dei mercati e delle insegne in caratteri cinesi e bengalesi, e finisce davanti a una facciata barocca. Il contrasto è più istruttivo di molte guide.
Biglietti, orari e prenotazioni del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Sei euro. È il prezzo pieno, e per quello che c'è dentro è una delle cifre più oneste che si paghino a Roma. Il ridotto a 2 euro riguarda i cittadini dell'Unione europea fra i 18 e i 25 anni compiuti; sotto i 18 anni si entra gratis, con il documento in mano perché all'ingresso lo chiedono. La prima domenica del mese l'ingresso è libero per tutti, secondo la formula ministeriale valida per gli istituti statali. La biglietteria funziona con un totem automatico all'ingresso e con l'applicazione Musei Italiani, la stessa che si usa per gli altri musei del ministero: chi non ha dimestichezza con lo schermo troverà comunque personale disponibile, ma è bene sapere che qui non esiste la fila da grande museo e la macchinetta si smaltisce in due minuti.
Quando conviene prenotare la visita al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Per il visitatore singolo la prenotazione non serve. Serve, ed è obbligatoria per posta elettronica, per i gruppi dai dieci partecipanti in su, per le scuole e per gli eventi musicali che il museo ospita nelle sue sale. Questo è un dettaglio che i colleghi accompagnatori dimenticano regolarmente e che produce scene incresciose sul marciapiede: un gruppo di quindici persone che si presenta senza avviso non entra e basta. La casella è dms-rm.museostrumenti@cultura.gov.it e il telefono 06 7014796. Un consiglio che do sempre: se accompagnate un gruppo, scrivete con almeno una settimana di anticipo e specificate se avete intenzione di far suonare qualcosa, perché la parola concerto in un museo di strumenti antichi apre procedure diverse.
Chi gestisce il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
La proprietà è dello Stato. La gestione è passata di mano più volte negli ultimi dieci anni, seguendo le riorganizzazioni del ministero: dal dicembre 2014 il museo è stato affidato al Polo museale del Lazio, dal dicembre 2019 alla struttura che raccoglie i musei statali della città di Roma, oggi Direzione Musei nazionali della città di Roma. I servizi aggiuntivi, cioè biglietteria, visite guidate e didattica, sono affidati a un concessionario. Sembra una notizia burocratica e invece spiega molto: un museo piccolo dentro una direzione che deve occuparsi anche di Castel Sant'Angelo e della Galleria Spada riceve l'attenzione che riceve, e questo si vede nell'allestimento, che alterna sale curatissime a sale che aspettano il loro turno.
Evan Gorga, il tenore che si rovinò per collezionare
Qui comincia la parte che rende questo museo diverso da tutti gli altri musei musicali d'Europa. Perché la collezione non nasce da una corte, da un conservatorio o da un lascito nobiliare: nasce dall'ossessione di un uomo solo, che si chiamava Gennaro Evangelista Gorga e che il mondo dell'opera conobbe come Evan Gorga.
Da Broccostella al Teatro Regio: la carriera lampo
Gorga nacque il 6 febbraio 1865 a Brocco, oggi Broccostella, in Ciociaria, allora provincia di Terra di Lavoro e oggi provincia di Frosinone. Studiò canto, debuttò il primo gennaio 1895 al Teatro Comunale di Cagliari nella Mignon di Ambroise Thomas, nella parte di Guglielmo Meister, e appena tredici mesi dopo si trovò sul palcoscenico più esposto che un tenore giovane potesse desiderare. Il primo febbraio 1896, al Teatro Regio di Torino, andava in scena la prima assoluta della Bohème di Giacomo Puccini, sul podio Arturo Toscanini. Rodolfo, il poeta squattrinato che nel primo atto brucia il proprio dramma per scaldare la soffitta, era lui. La critica quella sera fu ostile, il pubblico no, e la storia ha dato ragione al pubblico.
Poi succede la cosa che nessuno sa spiegare fino in fondo. Gorga replica Rodolfo in mezza Italia per tre anni e nel gennaio 1899, dopo una recita a Verona, lascia le scene. Aveva trentaquattro anni. Non un incidente vocale documentato, non uno scandalo: se ne va e basta. E si mette a comprare.
Trenta collezioni, centocinquantamila oggetti
La parola collezionista, applicata a Gorga, è riduttiva. L'uomo mise insieme una trentina di raccolte distinte per oltre centocinquantamila pezzi: strumenti musicali, certo, ma anche giocattoli, terrecotte, farmacie da viaggio, ferri chirurgici, bilance, armi, reperti archeologici, vetri, tessuti. Comprava dagli antiquari, dai rigattieri, dagli scavi clandestini che allora si praticavano con disinvoltura, dalle famiglie in rovina. Nel 1911, per le celebrazioni del cinquantenario dell'Unità d'Italia, espose a Castel Sant'Angelo la sua raccolta musicale ancora giovane: già mille pezzi. Quello stesso anno il finanziere americano John Pierpont Morgan gli offrì due milioni di lire per l'intera collezione. Gorga rifiutò.
Quel rifiuto è la chiave psicologica di tutta la vicenda. Un uomo che avesse voluto arricchirsi avrebbe venduto; Gorga voleva che la raccolta restasse intera e restasse in Italia, e per ottenerlo si dissanguò. Affittò dieci appartamenti comunicanti in via Cola di Rienzo, nel quartiere Prati, e li riempì fino al soffitto trasformandoli in un museo storico musicale privato. Pagava affitti che non poteva permettersi, comprava cose che non poteva permettersi, e continuava a comprare.
Il crollo, il sequestro e la legge del 1950
Nel 1929 le collezioni furono vincolate e sottoposte a sequestro amministrativo: lo Stato riconosceva il valore di quel patrimonio e nello stesso tempo bloccava il collezionista, ormai sommerso dai debiti, impedendogli di disperderlo. Seguirono vent'anni di trattative, che si chiusero nel 1949 con una convenzione fra Gorga e lo Stato italiano, resa esecutiva dalla legge del 30 giugno 1950. Lo Stato acquisiva le raccolte, si accollava i debiti, garantiva al vecchio tenore un piccolo vitalizio e istituiva dieci borse di studio annuali. Gorga morì a Roma il 5 dicembre 1957 e riposa al Verano. Aveva novantadue anni e non un soldo.
La mia opinione, dopo aver raccontato questa storia a centinaia di persone davanti alle vetrine: Gorga non era un eccentrico, era un uomo con un'idea giusta e nessun senso della misura. Aveva capito prima di chiunque altro che gli oggetti d'uso quotidiano, i giocattoli, i ferri del chirurgo, i flauti dei pastori, valevano quanto le statue. Aveva torto solo sul metodo. Il museo che state per visitare è il monumento a quella intuizione e a quel disastro insieme.
Dove sono finite le altre collezioni di Gorga
Gli strumenti musicali sono la parte che ha trovato una sede propria, ma le altre raccolte non sono sparite: si sono sparpagliate nei musei italiani secondo la logica delle competenze. I materiali di storia della medicina, con le farmacie da viaggio e i ferri chirurgici, sono confluiti nel museo universitario della Sapienza dedicato alla storia della medicina; i reperti archeologici sono andati al Museo Nazionale Romano e ad altri istituti. Chi visita il Palazzo Massimo alle Terme o le Terme di Diocleziano guarda, senza saperlo, anche pezzi che passarono per le mani di un tenore ciociaro.
Prima di Gorga: Athanasius Kircher e le collezioni perdute
C'è un antenato illustre di questa raccolta, e conviene nominarlo perché spiega perché a Roma un museo di strumenti musicali sia arrivato così tardi. Il gesuita tedesco Athanasius Kircher, vissuto fra il 1602 e il 1680, professore al Collegio Romano di matematica, fisica e lingue orientali, autore nel 1650 di quella enciclopedia musicale che è la Musurgia universalis, aveva radunato nel Collegio un museo prodigioso: reperti naturali, antichità etrusche e romane, oggetti etnografici portati dalle missioni, macchine di sua invenzione e strumenti musicali. Era la Wunderkammer barocca per eccellenza, fondata nel 1651 a partire da una donazione.
Con la presa di Roma del 1870 e l'incameramento dei beni ecclesiastici quel museo divenne statale, e nel 1913 un decreto ministeriale ne autorizzò la dispersione definitiva: le antichità etrusche e italiche a Villa Giulia, i materiali romani al Museo Nazionale Romano, il medievale e rinascimentale a Castel Sant'Angelo e a Palazzo Venezia, la preistoria e l'etnografia poi trasferite all'EUR. La collezione musicale di Kircher si sciolse in quel travaso. Quando Gorga comincia a comprare, all'inizio del Novecento, Roma ha appena finito di smontare il suo unico grande museo di strumenti. È una coincidenza che aiuta a capire l'urgenza con cui quell'uomo raccoglieva.
La sede del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali: la Palazzina Samoggia
L'edificio che ospita il museo si chiama Palazzina Samoggia ed è un corpo dell'antica caserma Principe di Piemonte, il complesso militare che occupava tutta l'area a ridosso delle mura. Non è un palazzo storico nel senso in cui lo sono i palazzi di via Giulia: è architettura di servizio, sobria, con finestre regolari e ambienti rettangolari, esattamente quello che serviva a un reparto dell'esercito. Il museo vi si insedia e apre al pubblico nel 1974, dopo un lavoro di restauro, catalogazione e ordinamento durato anni.
Luisa Cervelli e la nascita del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Se Gorga è il collezionista, Luisa Cervelli è la persona che ha trasformato tremila oggetti accatastati in un museo. Studiosa e funzionaria, si batté per anni perché quel materiale trovasse una sede, fosse restaurato e fosse catalogato con criterio scientifico invece che ammucchiato per genere. È a lei che si devono il primo ordinamento delle sale e l'acquisizione, negli anni successivi, di pezzi che Gorga non aveva: l'arpa Barberini, il pianoforte di Bartolomeo Cristofori, i cornamuti torti cinquecenteschi di Weier, il claviciterio. Detto in modo brutale: senza Cervelli, la collezione Gorga sarebbe rimasta in un magazzino demaniale e oggi la conosceremmo solo dagli inventari.
Che cosa si vede e che cosa resta nei depositi
I numeri raccontano un museo che espone una minoranza di quello che possiede. Le fonti dell'istituto parlano di circa tremila strumenti conservati e di circa ottocento esposti, distribuiti in una diciottina di sale al primo piano. Il resto è nei depositi, e non per pigrizia: strumenti antichi in legno, budello e pelle richiedono condizioni climatiche e spazi che un edificio del genere può offrire solo entro certi limiti. L'allestimento è cresciuto per fasi successive e alcune sezioni hanno atteso a lungo il proprio spazio. Chi entra sapendolo evita la delusione tipica di chi si aspetta il museo degli strumenti di Bruxelles o di Berlino: qui il rapporto fra quantità esposta e qualità dei singoli pezzi è rovesciato, si vedono meno cose ma alcune sono uniche al mondo.
Il percorso del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, sezione per sezione
L'ordinamento segue due criteri intrecciati, la cronologia e la famiglia organologica, e questo produce una visita che scivola avanti nel tempo tornando ogni tanto indietro per raccogliere una categoria. Non è il percorso più lineare che abbia visto, ma ha una virtù: costringe a confrontare oggetti lontani fra loro e a capire che la storia degli strumenti non è una linea retta di miglioramenti, è una selva di tentativi, la maggior parte dei quali finiti in nulla.
La sezione archeologica del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Si comincia dall'antichità, ed è la sezione che sorprende chi arriva pensando di trovare violini. Qui ci sono fischietti in terracotta, campanelli di bronzo, plettri in osso e in avorio, sonagli, sistri, crotali. Oggetti piccoli, spesso brutti, quasi sempre di uso rituale o domestico più che concertistico. Il sistro, per esempio, è lo strumento del culto isiaco: un telaio metallico attraversato da barrette che tintinnano quando si scuote, arrivato a Roma con la religione egizia e diventato familiare a chiunque frequentasse i santuari di Iside in Campo Marzio. I crotali sono nacchere di metallo o di legno che le danzatrici portavano alle dita. I plettri in osso servivano a pizzicare le corde della cetra: sono usurati, e l'usura è la parte più commovente della vetrina, perché è l'unica traccia fisica di una mano che suonava duemila anni fa.
La sezione comprende materiali etruschi e italici oltre che romani, e permette un ragionamento che faccio sempre fare ai gruppi: di tutta la musica antica, che sappiamo essere stata onnipresente nelle case, nei teatri, nei riti e negli eserciti, non ci resta praticamente nulla in suono e pochissimo in oggetti, perché legno, canna, budello e pelle non attraversano i secoli. Restano il bronzo e la terracotta. È come giudicare la cucina di un popolo dai suoi cucchiai di metallo.
Medioevo e Rinascimento al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Il salto è brusco, perché fra il tardo antico e il Quattrocento la documentazione materiale è quasi muta e le sale devono lavorare per accostamenti. Il pezzo che tiene in piedi tutta la sezione è una tromba datata 1461: uno strumento in metallo di manifattura raffinata, sopravvissuto per un caso fortunato, e uno degli ottoni più antichi che si conservino in un museo italiano. Guardatela contro luce se potete: la saldatura del padiglione, fatta a mano, ha una irregolarità che nessun strumento moderno possiede.
Intorno si dispongono liuti, ribeche, viole da braccio e da gamba, flauti dolci di varia taglia, cornetti. Il cornetto in particolare merita una sosta: è uno strumento in legno rivestito di cuoio, con imboccatura a bocchino come una tromba ma fori come un flauto, dominante nella musica sacra italiana fra Cinquecento e Seicento e poi sparito quasi del tutto quando il violino ne ha preso il posto. Nelle sale del museo se ne vedono esemplari, insieme ai cornamuti torti, gli strumenti a fiato dal tubo ripiegato di manifattura cinquecentesca attribuiti a Weier, che fanno parte delle acquisizioni successive alla collezione Gorga.
Gli strumenti a tastiera e l'invenzione del pianoforte
È il cuore tecnico del museo e la sezione per la quale vale il viaggio anche da fuori Roma. Ci sono spinette, clavicembali, virginali, un claviciterio, cioè un clavicembalo con la cassa alzata in verticale come un armadio, forma rara e macchinosa che risolveva un problema di spazio e ne creava tre di meccanica. Ci sono organi positivi e regali, gli strumenti portatili che accompagnavano le funzioni nelle cappelle prive di organo fisso.
E c'è il pezzo che gli specialisti vengono a vedere da mezzo mondo: il pianoforte di Bartolomeo Cristofori datato 1722. Cristofori, padovano di nascita e cembalaro alla corte di Ferdinando de' Medici a Firenze, risolse intorno al 1700 il problema che nessuno aveva risolto in due secoli: come far sì che uno strumento a corde pizzicate, quindi incapace di variare l'intensità del suono, potesse invece suonare piano e forte a seconda della forza del dito. La soluzione fu percuotere le corde con martelletti rivestiti, e farlo con un meccanismo di scappamento che allontanasse il martelletto subito dopo il colpo, lasciando la corda libera di vibrare. Da quel congegno discende ogni pianoforte esistente, dal verticale di casa vostra allo Steinway da concerto. Gli strumenti costruiti da Cristofori che ci sono arrivati si contano su una mano, e uno è in questa palazzina alle spalle di Santa Croce in Gerusalemme, in una sala dove nella maggior parte dei giorni non c'è nessun altro. Trovo che sia una delle sproporzioni più imbarazzanti e più belle del patrimonio italiano.
Il clavicembalo di Hans Mueller e i primati del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Nella stessa area espositiva si conserva un clavicembalo tedesco firmato Hans Mueller e datato 1537, che le fonti dell'istituto e la letteratura divulgativa indicano come il più antico clavicembalo conosciuto. La cautela è d'obbligo con i primati assoluti in organologia, perché ogni attribuzione dipende dall'autenticità della data incisa e dalla misura in cui lo strumento è stato rimaneggiato nei secoli; resta il fatto che si tratta di un oggetto di primo Cinquecento, cioè di un'epoca in cui il clavicembalo era ancora uno strumento da camera aristocratica e non lo strumento continuo che diventerà con il barocco. La cassa, le decorazioni, la disposizione dei registri raccontano un momento in cui la forma non era ancora standardizzata.
L'arpa Barberini, il pezzo più fotografato del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Se c'è un oggetto che vale la locandina, è l'arpa Barberini. È un'arpa tripla, cioè con tre file di corde parallele che consentivano di suonare le note alterate senza pedali, di primo Seicento; le datazioni proposte oscillano fra il 1620 e i primi anni Trenta del secolo. La colonna e la cassa sono scolpite e dorate con una esuberanza che appartiene alla Roma dei Barberini, e portano le api araldiche della famiglia, quelle stesse che si vedono ovunque in città, dal baldacchino di San Pietro alle fontane.
La sua storia si incrocia con un dipinto celebre. Giovanni Lanfranco dipinse, prima del 1634, una Venere che suona l'arpa, oggi alla Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini: lo strumento raffigurato nel quadro reca le api e corrisponde a questa arpa. Il committente del dipinto fu Marco Marazzoli, musicista e compositore romano noto come Marco dell'Arpa, che alla morte lasciò lo strumento al cardinale Antonio Barberini. Avere in una sala l'oggetto e a due chilometri di distanza il quadro che lo ritrae è una fortuna rara: consiglio a chiunque abbia una giornata di dedicare la mattina al museo e il pomeriggio a Palazzo Barberini, in quest'ordine, perché vedere prima l'oggetto e poi la sua immagine dipinta fa un effetto molto diverso dal contrario.

Gli archi del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
La sezione degli archi non compete con Cremona, e sarebbe assurdo pretenderlo. Offre però una cosa che a Cremona non si vede bene: la varietà delle forme prima che il violino vincesse. Viole da gamba con le spalle spioventi e il fondo piatto, viole d'amore con le corde di risonanza sotto la tastiera, ribeche, lire da braccio. Il visitatore che conosce solo il quartetto d'archi moderno scopre qui che per almeno due secoli il campo era affollato di soluzioni concorrenti, con accordature, numeri di corde e tecniche d'arco diverse, e che la vittoria della famiglia del violino fu una selezione, non una evoluzione naturale. Si conservano inoltre strumenti collegati alla figura di Benedetto Marcello, il patrizio veneziano compositore dell'Estro poetico-armonico, e il legame con un nome della grande storia musicale dà a quegli oggetti una densità che il legno da solo non avrebbe.
I fiati e gli strumenti da chiesa
Flauti traversi in bosso e in avorio, oboi barocchi, fagotti, clarinetti dei primi modelli, serpentoni. Il serpentone è lo strumento che fa ridere i ragazzi e che merita invece rispetto: un lungo tubo conico di legno ricoperto di cuoio, ripiegato a esse, con imboccatura a bocchino e fori come un flauto, usato per secoli nelle chiese per sostenere le voci gravi del coro. Quando le cappelle musicali romane cantavano il falsobordone, sotto c'era spesso un serpentone. La sezione degli strumenti sacri comprende anche organi portativi e positivi, campanelli, strumenti da processione: un repertorio funzionale, costruito per accompagnare riti e non per esibirsi, e che permette di capire come suonava davvero una chiesa romana prima dell'Ottocento.
Gli strumenti popolari e la musica in cammino
Zampogne, ciaramelle, organetti, tamburelli, putipù, triccheballacche, scacciapensieri. La sezione dedicata agli strumenti popolari è quella che i romani guardano con più simpatia, perché riconoscono la zampogna dei pastori che a dicembre scendevano in città a suonare la novena davanti alle edicole sacre. Erano abruzzesi e ciociari, gli stessi paesi da cui veniva Gorga, e la coincidenza non è casuale: un collezionista che conosceva quel mondo dall'interno ha raccolto oggetti che nessun museo cittadino avrebbe considerato degni di una vetrina.
Accanto vive una sezione che il museo chiama la musica in cammino, dedicata agli strumenti da banda, da parata e da processione: ottoni ripiegati per essere portati a spalla, tamburi militari, strumenti costruiti per suonare marciando. È una parte spesso trascurata dai visitatori frettolosi e invece racconta la funzione sociale della musica in Italia meglio di qualunque sala di clavicembali, perché per la grande maggioranza degli italiani, fino a un secolo fa, la musica dal vivo era esattamente questo: la banda che passa.
Gli strumenti extraeuropei del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Africa, Oceania, Americhe e Asia sono rappresentate da una raccolta di strumenti arrivati in Italia per le vie più diverse, missioni religiose, esposizioni universali, mercato antiquario. Tamburi a fessura, archi musicali, cetre su zucca, flauti di canna, idiofoni di legno intagliato. La sezione va guardata con l'onestà di sapere che cosa è: una raccolta ottocentesca e primonovecentesca, formata con i criteri di quell'epoca, in cui l'esotico valeva come categoria. Detto questo, alcuni pezzi sono organologicamente notevoli e permettono un confronto istruttivo con le vetrine europee accanto: la stessa idea acustica, la corda tesa su una cassa, risolta in venti modi diversi su tre continenti.
Il salotto di Giovanni Sgambati ricostruito nel museo
C'è una stanza che sposta la visita su un altro registro emotivo. Il museo conserva e ha ricostruito il salotto-studio di Giovanni Sgambati, pianista e compositore romano vissuto fra il 1841 e il 1914, allievo e amico di Franz Liszt, fondatore con Ettore Pinelli della prima orchestra stabile romana e fra i promotori del Liceo musicale che sarebbe diventato il Conservatorio di Santa Cecilia. Il salotto si trovava in piazza di Spagna e in quelle stanze passarono Liszt e Richard Wagner: Sgambati fu il musicista che riportò a Roma la grande musica strumentale europea in una città che, nell'Ottocento, viveva quasi soltanto di opera e di musica sacra.
Vedere i mobili, il pianoforte, gli oggetti di quello studio ricomposti dentro un museo statale ha un effetto strano, un po' da teatro. Ma è la sala in cui capisco meglio perché questo museo esista: gli strumenti da soli sono utensili muti, mentre un ambiente restituisce la scena, cioè le persone che suonavano e chi le ascoltava.
Il Novecento, gli strumenti meccanici e il Ciac-ciac di Giacomo Balla
La collezione arriva fino al secolo scorso con carillon, organetti a manovella, strumenti meccanici e automatici fra Otto e Novecento, la macchina che sostituisce l'esecutore. E conserva un oggetto che i romani appassionati d'arte cercano espressamente: il Ciac-ciac, uno strumento costruito e dipinto da Giacomo Balla. Il futurismo italiano prese sul serio il rumore come materia musicale, con gli intonarumori di Luigi Russolo e con le sperimentazioni della cerchia romana, e Balla, che era il pittore del movimento a Roma, applicò a un oggetto sonoro la stessa grammatica di colori e linee di forza delle sue tele. Un museo che comincia con i crotali romani e finisce con un futurista che dipinge uno strumento a percussione ha, che lo dichiari o no, un'idea forte di che cosa sia la musica.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali e Santa Croce in Gerusalemme
Uscendo dal museo si è a pochi metri dalla facciata di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette chiese del pellegrinaggio romano e uno degli edifici più antichi e più travestiti della città. Nasce nel IV secolo dentro un ambiente del palazzo Sessoriano, la residenza imperiale di Elena, madre di Costantino, per custodire le reliquie della Passione che la tradizione vuole portate da lei da Gerusalemme. Il rivestimento barocco che si vede oggi, con la facciata concava e l'atrio ellittico, è del Settecento, ma la struttura antica è ancora leggibile all'interno e la cappella di Sant'Elena conserva mosaici di grande qualità.
Il rapporto fra i due luoghi non è soltanto di vicinanza. Il museo occupa il perimetro di un complesso che fu imperiale, poi monastico, poi militare, poi demaniale: la stessa area, riusata per quattro funzioni diverse in diciassette secoli. Consiglio sempre di visitare la basilica prima o subito dopo il museo, perché sono trenta minuti e completano il quadro.
L'Anfiteatro Castrense dietro il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Dietro la basilica, incastrato nelle Mura Aureliane, c'è un anfiteatro romano che quasi nessun turista vede. L'Anfiteatro Castrense risale agli inizi del III secolo, probabilmente costruito fra il 218 e il 222 sotto Elagabalo, e faceva parte del palazzo Sessoriano: era l'anfiteatro privato della corte imperiale. La sua ellisse misura 88 metri sull'asse maggiore e 75,80 sul minore. Quando Aureliano fece costruire le mura, negli anni Settanta del III secolo, l'edificio fu tagliato a metà e trasformato in bastione avanzato, tamponando gli archi della facciata; nel Cinquecento papa Paolo IV fece abbattere gli ordini superiori. Oggi l'arena interna è occupata dall'orto del monastero e la visita non è di routine: quello che si vede sempre e gratis è il fianco esterno, dal viale Castrense, ed è già uno degli spettacoli archeologici meno affollati di Roma. Andateci a fine giornata, quando il laterizio prende luce.
Come si visita il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Un'ora è la misura giusta per una visita normale, un'ora e mezza se ci si ferma davanti alle tastiere come meritano, due ore per chi legga tutte le didascalie e abbia una qualche competenza musicale. Il percorso si svolge su un piano, in sequenza di sale comunicanti, e non richiede di tornare sui propri passi. Non c'è un caffè interno né un ristorante, il che a un museo di questa scala non si può rimproverare; i servizi essenziali ci sono.
Il mio consiglio operativo è questo: non affrontatelo come un museo di capolavori, dove si corre da un pezzo famoso all'altro. Affrontatelo come una collezione, cioè leggendo le vetrine per famiglie e confrontando gli oggetti fra loro. Il Cristofori e l'arpa Barberini valgono il biglietto da soli, ma la vera ricchezza qui sono le decine di strumenti minori che permettono di ricostruire come si faceva musica in Italia prima dell'era della registrazione.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali con i bambini
Funziona, e funziona meglio di quanto i genitori si aspettino. Un museo di strumenti ha un vantaggio strutturale sui musei di quadri: ogni oggetto in vetrina è riconoscibile come una cosa che serve a fare rumore, e i bambini lo capiscono senza spiegazioni. Le sezioni che tengono di più sono quella degli strumenti popolari, con zampogne e tamburelli, quella extraeuropea e quella degli strumenti meccanici. La durata è amica: un'ora è esattamente il tempo che un bambino di otto anni regge in piedi.
Due avvertenze da chi ci ha portato gruppi scolastici. La prima: non si tocca niente, e in un museo dove tutto sembra chiedere di essere suonato la frustrazione è reale, quindi meglio prepararli prima. La seconda: il museo organizza attività didattiche e ospita eventi musicali, e una visita che capiti in coincidenza con un ascolto dal vivo cambia completamente di livello; vale la pena informarsi al momento della prenotazione. Sotto i 18 anni si entra gratis, quindi il costo per una famiglia con due figli resta di 12 euro.
Accessibilità del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
L'edificio è una palazzina di servizio novecentesca, quindi la logica dei percorsi è più semplice che in un palazzo storico, e il percorso espositivo si sviluppa su un unico livello, senza gradini interni fra le sale. Le persone con disabilità e il loro accompagnatore rientrano nelle gratuità previste per gli istituti statali. Per chi abbia esigenze specifiche, il modo più sicuro di organizzarsi resta un contatto preventivo con il museo al 06 7014796 o alla casella dms-rm.museostrumenti@cultura.gov.it, che permette anche di concordare eventuali assistenze all'ingresso.
Fotografie e comportamento in sala
Negli istituti statali italiani la fotografia senza flash e senza cavalletto per uso personale è di norma consentita; le condizioni specifiche vengono indicate in biglietteria. Il flash è il nemico dei legni verniciati e delle decorazioni dorate, e su strumenti di quattro o cinque secoli il divieto ha ragioni conservative serie, non capricci. Quanto al toccare: mai. La vernice di un clavicembalo del Cinquecento reagisce al sudore delle dita in modo irreversibile.
Quando andare al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Questo è un museo che non conosce ressa, ed è il suo lusso. Nei giorni feriali, soprattutto il martedì e il mercoledì mattina, capita di attraversare tre sale senza incontrare nessuno. Il sabato pomeriggio c'è un po' di movimento romano, la prima domenica del mese, con l'ingresso gratuito, arriva un pubblico più numeroso ma comunque gestibile. In estate le sale offrono il vantaggio banale e decisivo di essere al chiuso mentre fuori il viale Castrense è un forno.
L'orario che consiglio è la tarda mattinata, verso le undici, per due ragioni pratiche: la luce naturale nelle sale è al meglio e si esce all'ora giusta per proseguire verso il Laterano. Se invece l'obiettivo è la fotografia dell'esterno, con la basilica e le mura, la fascia buona è il tardo pomeriggio.
Cosa vedere intorno al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
La piazza offre una concentrazione insolita di cose serie nel raggio di dieci minuti a piedi. Sullo stesso lato, al civico 9, c'è il Museo Storico della Fanteria, che occupa un altro corpo dell'antico complesso e ospita regolarmente grandi mostre temporanee: due musei nello stesso indirizzo, e quasi nessuno che li visiti entrambi nella stessa giornata. Camminando verso ovest lungo viale Carlo Felice si arriva in dieci minuti alla Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma e madre di tutte le chiese, con il suo chiostro cosmatesco e il battistero costantiniano.
Di fronte al Laterano si trova la Scala Santa con il Sancta Sanctorum, la cappella privata dei papi con l'icona acheropita: un luogo che si visita in mezz'ora e che pochi turisti stranieri conoscono. Verso nord, a un quarto d'ora, ci sono Porta Maggiore e il sepolcro del fornaio Eurisace, e da lì si entra nella grande passeggiata lungo le Mura Aureliane. Chi ha ancora energie e mezz'ora di tram può chiudere la giornata musicale alla Galleria Spada o, in un'altra logica, seguire il filo della musica romana fino all'Auditorium Parco della Musica.
Altri luoghi della musica a Roma
Chi resta con la curiosità organologica accesa ha altre due mete in città. La prima è il Museo degli Strumenti Musicali (MUSA) del Conservatorio di Santa Cecilia, una raccolta diversa per formazione e per taglio, legata alla didattica e alla storia dell'istituzione. La seconda è il Teatro dell'Opera di Roma, dove la storia degli strumenti smette di essere un fatto da vetrina e torna a essere suono. Un itinerario di due giorni che metta insieme il museo di piazza Santa Croce, il MUSA e una recita al Costanzi è, secondo me, il modo migliore di raccontare Roma a un visitatore che ami la musica.
Una curiosità su Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
La curiosità che racconto sempre riguarda il rifiuto di due milioni di lire. Nel 1911 Evan Gorga espose a Castel Sant'Angelo, per il cinquantenario dell'Unità d'Italia, la sua raccolta musicale ancora in formazione: circa mille pezzi. Quella mostra ebbe un effetto che il tenore non aveva previsto. Fra i visitatori arrivò l'entourage di John Pierpont Morgan, il finanziere americano che in quegli anni comprava arte europea a camionate e che stava costruendo la biblioteca e le collezioni oggi celebri a New York. L'offerta fu di due milioni di lire per il blocco intero.
Per capire la cifra: due milioni di lire del 1911 erano una fortuna capace di sistemare per sempre un uomo e la sua famiglia. Gorga aveva già problemi di liquidità, affittava dieci appartamenti che non poteva permettersi e comprava ogni giorno oggetti che avrebbe pagato chissà come. Disse di no.
Il motivo che si tramanda è che non volesse vedere la raccolta smembrata e portata fuori d'Italia. Il risultato fu che negli anni successivi la sua situazione precipitò, che nel 1929 le collezioni finirono sotto sequestro amministrativo, e che l'uomo morì nel 1957 vivendo di un piccolo vitalizio pubblico. Con i due milioni di Morgan, oggi il pianoforte di Cristofori e mezzo museo si vedrebbero a Manhattan, e la Roma dei musei musicali sarebbe un deserto. Il museo di piazza Santa Croce in Gerusalemme esiste perché un ex tenore di provincia, contro ogni ragionevolezza economica, decise che la sua raccolta doveva restare in Italia. È un pensiero che consiglio di portarsi appresso lungo tutta la visita: cambia il modo in cui si guardano le vetrine.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Che gli strumenti musicali erano la parte piccola. Nelle guide si legge sempre la formula collezione Gorga come se il tenore avesse raccolto flauti e violini; la realtà è che le raccolte messe insieme da quell'uomo erano una trentina, per oltre centocinquantamila oggetti, e che gli strumenti musicali ne costituivano un settore fra i tanti. Nelle altre casse c'erano giocattoli, terrecotte, farmacie da viaggio, ferri chirurgici, bilance, vetri, reperti archeologici, tessuti.
La conseguenza pratica è che chi visita questo museo vede un frammento di una impresa molto più grande e molto più folle, e che gli altri frammenti sono sparsi in mezza Italia: il materiale medico-chirurgico è confluito nel museo universitario dedicato alla storia della medicina, l'archeologia è finita nelle raccolte statali romane. Non esiste un luogo che permetta di vedere la collezione Gorga come Gorga la vedeva, cioè tutta insieme in dieci appartamenti di via Cola di Rienzo, con i corridoi ridotti a passaggi fra le pile.
La seconda cosa che quasi nessuno dice riguarda i numeri dell'esposizione. Il museo conserva circa tremila strumenti e ne espone circa ottocento. Significa che due terzi della raccolta sono nei depositi, e che l'allestimento visibile è una selezione, per giunta condizionata dagli spazi disponibili e dalle esigenze di conservazione di materiali fragili come budello, pelle, avorio e legno sottile. Chi entra aspettandosi il museo enciclopedico resta spiazzato; chi entra sapendo di guardare una scelta ragionata capisce molto di più. E capisce anche perché ogni tanto una sala risulti in trasformazione: un istituto piccolo dentro una direzione grande lavora per fasi, e le fasi durano.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Prendetevi novanta minuti e organizzateli al contrario di come vi verrebbe naturale. La tentazione, appena entrati, è correre alle tastiere per il Cristofori e all'arpa Barberini, cioè ai due pezzi che avete già visto in fotografia. Fatelo alla fine. Cominciate invece dalla sezione archeologica, con i crotali, i sistri e i plettri consumati, e lasciate che la visita salga per accumulo: quando arriverete al pianoforte del 1722 avrete negli occhi duemila anni di tentativi di far vibrare una corda, e quel meccanismo a martelletti vi sembrerà la soluzione geniale che effettivamente è. Vista per prima, invece, è solo una cassa di legno marrone.
Secondo consiglio, meno romantico ma utile: portatevi le cuffie e un paio di ascolti sul telefono. Un museo di strumenti ha un problema strutturale, che è il silenzio. Ascoltare tre minuti di una sonata per clavicembalo davanti a un clavicembalo, o un notturno di Field davanti a un fortepiano, riempie un vuoto che nessuna didascalia colma. Non è un espediente da dilettanti: lo fanno anche i musicologi.
Terzo consiglio, quello che nessuno dà: abbinate la visita a Palazzo Barberini nello stesso giorno o nella stessa settimana. Vedere l'arpa Barberini qui e poi il dipinto di Lanfranco che la ritrae là è una di quelle esperienze che restano, perché è raro poter mettere davanti agli occhi l'oggetto e la sua rappresentazione seicentesca. Infine, se accompagnate un gruppo, scrivete in anticipo: senza prenotazione i gruppi dai dieci in su non entrano, e la piazza è bella ma non abbastanza da giustificare un'ora di attesa.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Bartolomeo Cristofori inventò il pianoforte è una nozione da manuale delle medie. Quello che si cita molto meno è la ragione tecnica per cui l'invenzione fu necessaria, e senza quella ragione la nozione resta inerte.
Nel clavicembalo la corda viene pizzicata da un plettro montato su un salterello: il plettro la agganciava e la rilasciava sempre con la stessa energia, qualunque fosse la forza del dito sul tasto. Ne discendeva una limitazione musicale precisa: il clavicembalo produce un suono di intensità fissa, e le sfumature si ottengono con registri, tastiere accoppiate e artifici di articolazione, non con il tocco. Per due secoli i compositori hanno scritto tenendo conto di questo vincolo. Cristofori, cembalaro alla corte medicea di Ferdinando de' Medici a Firenze, sostituì il plettro con un martelletto rivestito che percuote la corda e inventò il congegno che conta davvero, lo scappamento: il martelletto, subito dopo il colpo, si stacca dal meccanismo e ricade, lasciando la corda libera di vibrare senza restare a contatto con il legno. Lo strumento poteva finalmente suonare piano e forte, e il nome che gli fu dato, gravicembalo col piano e forte, descriveva esattamente la novità.
Il fatto risaputo, dunque, ha una coda poco citata: l'invenzione non ebbe successo immediato. Per decenni i musicisti continuarono a preferire il clavicembalo, il fortepiano restò una curiosità di corte e solo verso la fine del Settecento, con la generazione di Mozart e poi di Clementi, divenne lo strumento dominante. Cristofori morì nel 1731 senza vedere la vittoria della sua idea. Uno degli strumenti che costruì si trova in questa palazzina romana, ed è la cosa più importante che si veda in tutto l'Esquilino orientale.
La foto giusta da fare a Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Dentro, la fotografia che funziona è una sola e non è quella che fanno tutti. Tutti cercano l'inquadratura frontale dell'arpa Barberini, che è dorata, alta e riempie il fotogramma: viene sempre una foto piatta, perché la doratura sotto luce museale schiaccia i volumi. La foto che vale è il dettaglio delle api araldiche scolpite sulla colonna, in luce radente, con lo sfondo scuro. Racconta la famiglia Barberini, racconta la Roma di Urbano VIII e ha un soggetto grafico riconoscibile. Verificate in biglietteria le condizioni per fotografare: senza flash e senza cavalletto è la regola normale negli istituti statali, e in queste sale il flash è vietato per ragioni conservative che condivido in pieno.
La seconda inquadratura da portarsi a casa è la meccanica del pianoforte Cristofori, se l'esposizione la mostra: la fila dei martelletti, il legno chiaro, la geometria del congegno. È una fotografia che spiega qualcosa, e vale dieci panoramiche di sala.
Fuori, però, la foto migliore della giornata si fa dandogli le spalle. Uscite dal museo, prendete a sinistra e imboccate viale Castrense: da lì si vede il fianco esterno dell'Anfiteatro Castrense inglobato nelle Mura Aureliane, con gli archi tamponati che affiorano nel laterizio del III secolo. Nel tardo pomeriggio la luce radente scava la muratura e il colore diventa arancione bruciato. È un'immagine che pochissimi turisti hanno, perché nessuno passa di lì, e mette insieme in un solo fotogramma un anfiteatro imperiale, una cinta difensiva del 271 e una basilica costantiniana. Chi ha il grandangolo lo usi; chi ha solo il telefono si allontani di venti metri.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è il più antico e riguarda il suolo. All'inizio del III secolo, probabilmente fra il 218 e il 222, sotto Elagabalo, in quest'area sorse l'Anfiteatro Castrense, l'arena privata annessa al palazzo imperiale detto Sessorium: 88 metri di asse maggiore, 75,80 di asse minore, un edificio da spettacolo di corte, non per il popolo. Cinquant'anni dopo, con la costruzione delle Mura Aureliane negli anni Settanta del III secolo, quello stesso anfiteatro fu tagliato a metà, gli archi della facciata furono tamponati e la costruzione da luogo di svago divenne bastione militare. Poche trasformazioni raccontano meglio il passaggio da un impero sicuro di sé a un impero che si chiude dietro una cinta.
Il secondo avvenimento è del IV secolo: Elena, madre di Costantino, risiede nel palazzo sessoriano e vi fa allestire l'ambiente che diventerà la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, destinato alla custodia delle reliquie della Passione che la tradizione vuole da lei portate dalla Terra Santa. Da quel momento questo angolo di Roma entra nella geografia del pellegrinaggio e non ne uscirà più.
Il terzo è cinquecentesco e distruttivo: papa Paolo IV fa abbattere gli ordini superiori dell'anfiteatro, riducendolo a quello che oggi si vede dal viale.
Il quarto è recente e riguarda direttamente il museo. Fra il 1929, anno del sequestro amministrativo delle collezioni Gorga, e il 1949, anno della convenzione con lo Stato resa esecutiva dalla legge del 30 giugno 1950, si consuma la vicenda che porta la raccolta nel patrimonio pubblico. E nel 1974, dopo anni di restauri e catalogazione condotti sotto l'impulso di Luisa Cervelli, la Palazzina Samoggia apre finalmente al pubblico come Museo Nazionale degli Strumenti Musicali. Un edificio nato per ospitare un reparto dell'esercito diventa la casa di tremila strumenti: nella storia di quest'area, l'ennesimo riuso.
Chi è passato da Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Il nome che viene per primo è naturalmente quello di Evan Gorga, che di questo museo è il fondatore involontario. La sua voce risuonò al Teatro Regio di Torino il primo febbraio 1896, con Arturo Toscanini sul podio, nella prima assoluta della Bohème: Gorga fu il primo Rodolfo della storia. Chi guarda le vetrine guarda gli oggetti comprati con i guadagni e poi con i debiti di quell'uomo.
Il secondo nome è Luisa Cervelli, la studiosa che ottenne la sede, il restauro e la catalogazione scientifica della raccolta e che vi aggiunse acquisizioni decisive. Senza di lei non ci sarebbe museo, e il fatto che il suo nome resti fuori dalle guide dice molto su come l'Italia ricorda i propri funzionari colti.
Poi ci sono i personaggi che arrivano qui per interposta persona, attraverso gli oggetti. Il cardinale Antonio Barberini, nipote di Urbano VIII, che ricevette in eredità l'arpa dal compositore Marco Marazzoli, detto Marco dell'Arpa; Giovanni Lanfranco, che quell'arpa la dipinse prima del 1634 nella Venere oggi a Palazzo Barberini; Bartolomeo Cristofori, cembalaro alla corte di Ferdinando de' Medici, autore del pianoforte del 1722; Benedetto Marcello, il patrizio veneziano dell'Estro poetico-armonico, legato ad alcuni strumenti della raccolta; Giacomo Balla, che dipinse il Ciac-ciac futurista.
C'è infine una stanza che porta dentro il museo due giganti dell'Ottocento europeo. Il salotto-studio di Giovanni Sgambati, pianista e compositore romano, allievo e amico di Franz Liszt, si trovava in piazza di Spagna e fu ricostruito qui: in quelle stanze passarono Liszt e Richard Wagner. I mobili sono gli stessi, le pareti no, e questo genere di trasloco solleva sempre qualche perplessità museografica; ma il fatto storico regge, e attraversare quella soglia sapendo chi vi entrò rende la visita un'altra cosa.
Domande veloci su Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
Quanto costa il biglietto del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Il biglietto intero costa 6 euro. Il ridotto è di 2 euro ed è riservato ai cittadini dell'Unione europea di età compresa fra i 18 e i 25 anni compiuti.
Quali sono gli orari del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 19.00. Il lunedì il museo è chiuso.
In quali giorni il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali è chiuso?
Tutti i lunedì, il 25 dicembre e il primo gennaio, oltre alle chiusure straordinarie disposte dal ministero. Prima di partire da lontano conviene un controllo sul sito ufficiale del museo.
Si entra gratis al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Sì in due casi: per i minori di 18 anni, sempre, con un documento di identità; e per tutti la prima domenica di ogni mese, secondo la formula ministeriale valida per gli istituti statali.
Dove si trova esattamente il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
In piazza di Santa Croce in Gerusalemme 9/A, a Roma, codice di avviamento postale 00185. L'ingresso è accanto alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme.
Come si arriva al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali con la metropolitana?
Con la linea A, fermata San Giovanni, e circa dieci minuti a piedi lungo viale Carlo Felice. La stessa fermata è servita anche dalla linea C.
Quali autobus e tram fermano vicino al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
L'autobus 649 ferma in via Santa Croce in Gerusalemme. I tram 5 e 14, che partono da Termini, arrivano a Porta Maggiore, a circa cinque minuti a piedi lungo viale Castrense.
Quanto dura la visita al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Un'ora per una visita normale, un'ora e mezza per chi si ferma sulle tastiere, due ore per chi legge tutte le didascalie e ha competenze musicali.
Serve prenotare per visitare il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Per il visitatore singolo no. La prenotazione per posta elettronica è invece obbligatoria per i gruppi dai dieci partecipanti in su, per le scolaresche e per gli eventi musicali.
Dove si comprano i biglietti del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Al totem automatico all'ingresso del museo oppure tramite l'applicazione Musei Italiani del ministero della Cultura.
Il pianoforte di Bartolomeo Cristofori è davvero qui?
Sì. Il museo conserva un pianoforte di Bartolomeo Cristofori datato 1722, uno dei pochissimi strumenti dell'inventore del pianoforte sopravvissuti fino a oggi.
Che cos'è l'arpa Barberini conservata al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Un'arpa tripla di primo Seicento, scolpita e dorata, con le api araldiche della famiglia Barberini. Appartenne al compositore Marco Marazzoli, detto Marco dell'Arpa, che la lasciò al cardinale Antonio Barberini, ed è lo strumento raffigurato nella Venere che suona l'arpa di Giovanni Lanfranco, oggi a Palazzo Barberini.
Quanti strumenti espone il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Circa ottocento pezzi esposti su un patrimonio di circa tremila strumenti conservati, distribuiti su una diciottina di sale.
Chi era Evan Gorga?
Gennaro Evangelista Gorga, detto Evan, tenore nato a Brocco, oggi Broccostella, il 6 febbraio 1865 e morto a Roma il 5 dicembre 1957. Fu il primo interprete di Rodolfo nella Bohème di Puccini nel 1896 e si rovinò collezionando oltre centocinquantamila oggetti, fra cui gli strumenti che formano il nucleo del museo.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali è adatto ai bambini?
Sì, ed è uno dei musei romani che funzionano meglio con i più piccoli, per la riconoscibilità degli oggetti e per la durata contenuta. Le sezioni degli strumenti popolari, extraeuropei e meccanici sono quelle che catturano di più.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali è accessibile alle persone con disabilità?
Il percorso espositivo si sviluppa su un unico livello. Per esigenze specifiche conviene contattare in anticipo il museo al numero 06 7014796 o alla casella di posta dedicata, che consente anche di concordare l'assistenza all'ingresso.
Si possono fare fotografie al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Negli istituti statali italiani la fotografia per uso personale senza flash e senza cavalletto è di norma consentita; le condizioni puntuali vengono indicate in biglietteria.
Si possono suonare gli strumenti esposti?
No. Gli strumenti sono beni tutelati e in gran parte fragilissimi. Il museo ospita però eventi musicali con esecuzioni dal vivo: al momento della prenotazione conviene chiedere il calendario.
Qual è la differenza fra questo museo e il MUSA del Conservatorio di Santa Cecilia?
Il museo di piazza Santa Croce in Gerusalemme è statale e nasce dalla collezione privata di Evan Gorga, con un arco cronologico che va dall'antichità al Novecento. Il MUSA è la raccolta del Conservatorio, legata alla storia dell'istituzione e alla didattica: strumenti diversi, taglio diverso, orari e modalità di accesso propri.
Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali ha un bar o un ristorante?
No, e per un museo di questa scala è normale. I locali della piazza e di via Santa Croce in Gerusalemme risolvono la questione in due minuti a piedi.
Che cosa si può visitare vicino al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Nell'ordine: la basilica di Santa Croce in Gerusalemme accanto, il Museo Storico della Fanteria nello stesso indirizzo, l'esterno dell'Anfiteatro Castrense da viale Castrense, San Giovanni in Laterano e la Scala Santa a dieci minuti, Porta Maggiore a un quarto d'ora.
Si visita l'Anfiteatro Castrense insieme al museo?
L'interno dell'anfiteatro corrisponde oggi all'orto del monastero annesso alla basilica e non ha apertura ordinaria. Il fianco esterno inglobato nelle Mura Aureliane è invece visibile liberamente da viale Castrense.
Qual è il giorno migliore per visitare il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali?
Martedì o mercoledì mattina, quando le sale sono praticamente vuote. La prima domenica del mese porta più pubblico per via della gratuità, ma senza mai arrivare all'affollamento dei grandi musei.
Il museo fa parte di un circuito con altri musei statali?
È gestito nell'ambito della direzione che riunisce i musei statali della città di Roma, insieme a istituti come Castel Sant'Angelo e la Galleria Spada. Le gratuità e le aperture straordinarie ministeriali si applicano allo stesso modo.
Quanto tempo serve per abbinare museo e basilica di Santa Croce?
Due ore abbondanti coprono bene entrambi: un'ora e mezza al museo e mezz'ora in basilica, compresa la cappella di Sant'Elena. Aggiungendo il Laterano si arriva a una mattinata piena.
Torno in questo museo almeno due volte l'anno e ogni volta mi capita la stessa cosa: resto più a lungo del previsto davanti a una vetrina di flauti scheggiati, e mi accorgo che gli oggetti più poveri sono quelli che raccontano di più. Se dovessi dare un solo motivo per venire fin qui, non sarebbe il pianoforte del 1722, per quanto sia un pezzo di storia mondiale. Sarebbe il fatto che a sei euro, in un'ora, si attraversa la storia di come l'uomo ha provato a fare suono con quello che aveva sottomano, e che lo si fa in sale silenziose dove nessuno vi metterà fretta. A Roma, oggi, è un privilegio raro. Andateci di mattina, presto, e uscite a piedi verso il Laterano.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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