MIAC – Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Via Tuscolana 1055, 00173 Roma: il MIAC occupa un edificio dentro il recinto degli Studi di Cinecittà e si visita tutti i giorni tranne il martedì, dalle 10.00 alle 18.00, con la biglietteria che chiude alle 16.30. Chiusure annuali il 24 e il 25 dicembre e il primo gennaio. Il biglietto per il solo MIAC costa 10 euro; il solo percorso di Cinecittà si Mostra costa anch'esso 10 euro; l'integrato che comprende le due cose costa 15 euro ed è la formula che consiglio a chiunque arrivi fin qui. Il ridotto è di 8 euro e vale per gli under 26, gli over 65 e i giornalisti con tesserino; i bambini dai 5 ai 10 anni pagano 5 euro; sotto i 5 anni si entra gratis, come entrano gratis gli accompagnatori di persone con disabilità, le guide turistiche abilitate dell'Unione Europea e i soci ICOM. Esiste un biglietto famiglia da 45 euro per due adulti e due ragazzi fino a 18 anni, con 5 euro per ogni figlio in più, e si acquista soltanto alla biglietteria fisica. I gruppi organizzati partono da quindici persone: la visita guidata di gruppo costa 14 euro a testa, il doppio percorso guidato 20 euro. Le visite guidate individuali e familiari si prenotano scrivendo a visit@cinecitta.it. La visita guidata dei set permanenti abbinata a Cinecittà si Mostra costa 15 euro, quella che aggiunge anche il MIAC costa 20 euro. Il biglietto acquistato online porta una fascia oraria che corrisponde alla prima visita guidata dei set disponibile dopo l'ingresso. Metropolitana linea A, fermata Cinecittà: si esce, si prende via Tuscolana verso il civico 1055 e in pochi minuti a piedi si è al cancello. Chi arriva in automobile trova il parcheggio degli Studi lungo la Tuscolana. Prezzi e orari sono quelli pubblicati dagli Studi: conviene ricontrollarli sul sito ufficiale prima di partire, perché le aperture straordinarie e le chiusure per riprese cambiano il calendario.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se vi interessa il capitolo cinema di Roma come tema di viaggio, questa pagina si legge in coppia con quella dedicata agli Studi di Cinecittà e con l'indice delle attrazioni turistiche della città.

Che cosa è davvero il MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Il MIAC è il Museo Italiano dell'Audiovisivo e del Cinema, e il modo più rapido per capirlo è dire che cosa non è. Non è un museo di cimeli. Non è una raccolta di locandine dietro il vetro, con il cartellino e la data. Non è nemmeno, per fortuna, uno di quei musei del cinema che si risolvono in una fila di manifesti e in due proiettori impolverati. È un museo fatto di immagini in movimento e di suono, dove il patrimonio esposto sono i film stessi, i cinegiornali, i programmi televisivi, le pubblicità, i frammenti di repertorio: centoventi anni di audiovisivo italiano montati, tagliati, rimessi in circolo e proiettati addosso al visitatore su pareti alte come una casa.
Occupa 1.650 metri quadrati e si sviluppa in dodici ambienti principali. Ha aperto al pubblico nel dicembre del 2019, dopo una presentazione alla stampa il 29 ottobre dello stesso anno alla presenza dell'allora ministro Dario Franceschini. Lo ha realizzato Istituto Luce Cinecittà con il finanziamento del Ministero, due milioni e mezzo di euro dal Piano strategico Grandi Progetti Beni culturali, in collaborazione con una rete di archivi che comprende Rai Teche, il Centro Sperimentale di Cinematografia, la Cineteca di Bologna, l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, la Fondazione Cineteca Italiana, la Cineteca del Friuli, Mediaset e SIAE.
Dico subito la mia opinione, perché è il motivo per cui porto qui i gruppi che hanno già visto le solite quattro cose di Roma: il MIAC è il museo più moderno della città e quasi nessuno lo sa. Nelle classifiche turistiche non compare. Nelle guide cartacee, quando c'è, sono tre righe. Eppure è l'unico posto a Roma in cui un adolescente annoiato smette di guardare il telefono dopo quaranta secondi, perché il linguaggio del museo è esattamente il suo. E l'unico in cui un adulto che ha vissuto gli anni Sessanta e Settanta si ferma davanti a una parete e si commuove, perché riconosce una faccia, una voce, uno spot che aveva dimenticato di ricordare.
Perché il MIAC è dentro Cinecittà e non in centro
La collocazione non è un ripiego logistico, è una dichiarazione. Un museo dell'audiovisivo italiano poteva finire in un palazzo del centro storico, con le sale affrescate e i sensori di movimento; è finito invece nel luogo dove i film si facevano davvero, dentro un complesso industriale ancora in attività, a nove chilometri dal Campidoglio, lungo una consolare che di monumentale non ha nulla. Chi arriva alla fermata Cinecittà della linea A e cammina lungo la Tuscolana vede palazzi degli anni Sessanta, officine, un traffico che non perdona. Poi c'è un muro lungo, un cancello, e dietro il cancello comincia un'altra città.
Questa distanza dal centro è il primo filtro. Tiene lontani i turisti frettolosi e lascia il museo a chi ha deciso di venirci. Non lo dico con snobismo: lo dico perché cambia l'esperienza. Al MIAC non si entra per caso mentre si passeggia, come si entra al Pantheon. Ci si arriva per volontà, e questo si sente nella qualità del pubblico che ci trovate dentro, che è composta di appassionati, di studenti di cinema, di famiglie romane e di stranieri molto informati.
L'edificio del MIAC: l'ex laboratorio di sviluppo e stampa
La scelta dell'edificio è la parte più bella di tutta l'operazione, e va raccontata bene. Il MIAC è ospitato in quello che era il Laboratorio di Sviluppo e Stampa degli Studi, un fabbricato progettato da Gino Peressutti nel 1937 insieme al resto del complesso e poi ristrutturato nel 1975. Là dentro, per decenni, la pellicola girata sui set veniva sviluppata e stampata: la chimica, il buio, le vasche, i rulli, l'odore. Era il luogo dove il girato diventava immagine visibile. Era, letteralmente, la stanza in cui il cinema italiano prendeva corpo.
Poi la pellicola è morta. Il digitale ha reso quel laboratorio un archeologico industriale, un capannone vuoto con le tubature ancora appese. Istituto Luce lo ha acquisito nel 2017 e l'intervento complessivo di rigenerazione ha riguardato più di tremila metri quadrati. Il progetto museografico ha deciso di non nascondere niente: la struttura industriale resta a vista, i condotti restano dove sono, il pavimento tecnico si vede. Il museo dell'immagine in movimento è stato costruito dentro la macchina che quelle immagini le fabbricava. È una rima architettonica che funziona senza bisogno di essere spiegata, e infatti nessuno la spiega: la capisci camminando.
Il dettaglio che preferisco, e che segnalo sempre ai gruppi, è il nastro trasportatore. Nel laboratorio serviva a far scorrere le pellicole lungo la catena di sviluppo. Oggi è ancora lì, per oltre quaranta metri, ed è stato trasformato in un'installazione: i messaggi lasciati dai visitatori scorrono lungo il nastro su una superficie luminosa. Lo stesso oggetto, la stessa funzione di trasporto, un contenuto diverso. Chi ha pensato questa cosa ha capito che cos'è un museo.
Chi ha ideato e curato il MIAC
Il comitato scientifico che ha costruito il racconto del museo è composto da Gianni Canova, storico e critico del cinema, rettore dello IULM; Gabriele D'Autilia, storico della fotografia; Enrico Menduni, storico dei mezzi di comunicazione di massa; Roland Sejko, regista e documentarista di origine albanese, autore per Istituto Luce di lavori di montaggio d'archivio. È una squadra costruita bene: due storici del mezzo, uno storico dell'immagine fissa, un regista che sa che cosa si può fare con il repertorio. La differenza si vede nel risultato, perché il MIAC non racconta la storia del cinema italiano per capolavori e per premi, la racconta per temi e per ossessioni.
L'allestimento porta la firma del collettivo NONE, fondato da Gregorio De Luca Comandini, Mauro Pace e Saverio Villirillo, con la grafica curata da NOAO, i contenuti video di Daniele Spanò e le illustrazioni e animazioni di Yassmin Yaghmai. L'architettura dell'edificio riadattato è di Francesco Karrer. Faccio notare una cosa che ai visitatori sfugge: sono tutti nomi che vengono dall'arte contemporanea e dal video mapping, non dalla museografia tradizionale. Il MIAC è stato affidato a persone che progettano installazioni, non vetrine. Questo spiega perché il museo assomiglia più a una mostra d'arte contemporanea che a un museo storico, e spiega anche il suo unico limite: chi cerca il cartellino con la data e la didascalia lunga qui resta a bocca asciutta.
Il percorso del MIAC sala per sala
Il percorso non è un corridoio. È una sequenza di ambienti che si aprono uno sull'altro, con soglie buie, cambi di luce e cambi di suono. Non c'è un senso di marcia imposto da frecce sul pavimento, ma c'è un ordine suggerito, e conviene seguirlo la prima volta e poi tornare indietro liberamente. La regola d'oro, che ripeto sempre: non si legge, si guarda. Chi entra al MIAC con la testa da museo archeologico, cercando pannelli e didascalie, esce dopo venti minuti insoddisfatto. Chi entra e si siede, esce dopo due ore.
La Timeline del MIAC, la parete lunga trenta metri
Si comincia da qui, ed è l'installazione che dà il tono a tutto il resto. Una parete di oltre trenta metri lineari corre lungo il primo ambiente e ospita una linea del tempo animata: un graffito grafico che scorre, si compone e si scompone, punteggiato dalle date fondamentali dell'audiovisivo italiano, con innesti di realtà aumentata. Non è una cronologia scritta, è una cronologia disegnata e mossa, con le illustrazioni di Yassmin Yaghmai che animano i passaggi.
Il punto di partenza è la fine dell'Ottocento, quando l'immagine impara a muoversi; poi il muto, il sonoro, la nascita degli Studi, la guerra, il neorealismo, la televisione, il boom, gli anni di piombo, le televisioni private, il digitale, lo streaming. Centoventi anni compressi in una parete che si percorre camminando, e che cambia velocità a seconda di dove ti fermi.
Consiglio pratico da chi ci ha portato decine di gruppi: la Timeline va percorsa due volte. La prima all'andata, in piedi, camminando lentamente da sinistra a destra, senza fermarsi a decifrare tutto. La seconda al ritorno, dopo aver visto le altre sale, quando i nomi e le facce che avete incontrato nel resto del museo vi si accendono in testa e la linea del tempo smette di essere una decorazione e diventa una mappa. È la differenza fra guardare un indice prima e dopo aver letto il libro.
Il tavolo interattivo e il nastro dei quaranta metri
Il secondo elemento forte è il tavolo interattivo costruito sopra il vecchio rullo di trasporto della pellicola, lungo più di quaranta metri. Il visitatore scrive, e il suo messaggio entra nel flusso luminoso che percorre la sala. Detta così sembra un giochino da museo dei bambini; vista dal vivo è un'altra cosa, perché la scala dell'oggetto è industriale e il testo che scorre si mescola alle immagini proiettate.
Qui faccio sempre notare una cosa ai gruppi: il MIAC è un museo che chiede al pubblico di partecipare, e lo chiede nel modo giusto, cioè senza obbligare nessuno. Nessuna postazione ti blocca il passaggio, nessuna schermata ti chiede di registrarti, nessun quiz. Puoi attraversare tutto il museo senza toccare niente e la visita funziona lo stesso. Chi vuole toccare, tocca. È una delicatezza rara, e chiunque abbia visto i musei interattivi degli anni Duemila, con i totem rotti e le cuffie sporche, capisce di che cosa parlo.
La sala della Storia del MIAC
La sala dedicata alla Storia è quella che spiazza di più. Il tema è come il cinema, i cinegiornali e la televisione hanno raccontato l'Italia, e quindi come gli italiani hanno imparato a vedere se stessi. Non è una sala di eventi in ordine cronologico. È una sala di sguardi: lo sguardo del cinegiornale Luce sul regime, lo sguardo del neorealismo sulle macerie, lo sguardo del telegiornale sugli anni Settanta, lo sguardo delle televisioni private sull'Italia degli anni Ottanta.
Il montaggio è la forza di questa sala. Lo stesso fatto compare due volte, filtrato da due mezzi diversi, e la differenza è più eloquente di qualunque commento. Questo è il mestiere di Roland Sejko, che con il repertorio Luce ha lavorato per anni, e si sente. Se dovessi indicare la sala che giustifica da sola il biglietto, indicherei questa: chi ha studiato storia contemporanea sui manuali qui vede la stessa materia con gli occhi di chi la stava filmando mentre accadeva.
Un avvertimento onesto: alcune immagini del ventennio e della guerra sono dure. Non splatter, ma dure. Se portate bambini piccoli, questa è la sala in cui conviene camminare un po' più veloce.
La sala del Potere al MIAC
Il Potere è uno dei grandi contenitori tematici del museo, e uno dei più riusciti. Il filo è semplice e feroce: in Italia il potere si è sempre messo in scena, e il cinema e la televisione sono stati insieme il suo palcoscenico e il suo specchio deformante. Si passa dal balcone di piazza Venezia ripreso dagli operatori Luce alle tribune politiche in bianco e nero, dai comizi ai talk show, dalle inaugurazioni presidenziali alle conferenze stampa.
La cosa che vale la pena osservare, e che nessuno vi dirà a voce, è la mutazione della postura. Il gerarca che parla dal palco tiene il mento alto e guarda sopra la folla; il politico della prima Repubblica guarda dentro l'obiettivo con una lentezza da maestro elementare; il politico contemporaneo guarda di lato, verso un interlocutore fuori campo, perché la telecamera non è più un tribunale ma un salotto. Tre grammatiche del corpo in tre epoche. Il MIAC non lo scrive da nessuna parte: lo mette in fila e lascia che ve ne accorgiate voi.
La mia opinione: questa è la sala che consiglio agli stranieri più di tutte. Un americano o un tedesco che guardi cinquanta anni di potere italiano attraverso il repertorio capisce del nostro paese più di quanto capirebbe leggendo tre libri di storia politica, perché il tono di voce e il taglio dell'abito dicono cose che la cronologia non dice.
La guerra raccontata dentro il MIAC
La guerra non è un capitolo separabile: attraversa la sala della Storia, tocca il Potere, riemerge nei materiali dell'Archivio Luce. Ed è forse il nucleo più delicato del museo, perché l'Istituto Luce è nato come strumento di propaganda del regime e il suo archivio è insieme un tesoro documentario e un problema storiografico.
Il MIAC affronta la questione senza infingimenti e senza processi sommari: mostra il materiale, ne dichiara l'origine, lo affianca ad altre immagini. I cinegiornali che celebrano le campagne d'Africa, l'entusiasmo costruito a tavolino, le folle inquadrate dal basso per moltiplicarle. Poi il 1943, poi le macerie, poi il cinema che esce dagli studi e va a girare per strada. Chi ha in testa la sequenza dei film neorealisti sa che quella scelta non fu solo estetica: gli Studi erano inagibili e occupati, e la strada era l'unico set disponibile.
Ci tengo a dire una cosa da guida: il repertorio bellico è la parte del patrimonio audiovisivo italiano su cui pesa la responsabilità maggiore, e il modo in cui un museo lo espone è un test di maturità civile. Qui il test è superato. Nessuna estetizzazione, nessuna sciatteria assolutoria, nessun didascalismo moralista.
Utopia e futuro: come l'Italia si è immaginata
C'è un filo, dentro il percorso del MIAC, che riguarda l'immaginazione del domani: l'Italia che si sogna moderna, la fantascienza povera e geniale del nostro cinema di genere, il futuro raccontato dalla pubblicità del boom, le città nuove disegnate nei documentari industriali. È il capitolo dell'utopia, e finisce nella sezione dedicata al futuro, dove il museo si interroga su che cosa sarà l'audiovisivo quando lo schermo sarà ovunque e da nessuna parte.
Il materiale più bello di questa parte, per me, sono i documentari industriali degli anni Cinquanta e Sessanta: le raffinerie riprese come cattedrali, gli operai in tuta pulita, le autostrade che tagliano la campagna. Era propaganda anche quella, propaganda del progresso, e oggi si guarda con una tenerezza feroce. Sapevamo esattamente che paese volevamo diventare. Poi è andata come è andata.
Comicità e commedia al MIAC
La Commedia è una delle sale tematiche dichiarate del museo, e in Italia è materia seria. La commedia all'italiana non è un genere leggero: è il modo in cui il paese ha detto la verità su se stesso quando il cinema di impegno non riusciva a dirla. Il MIAC mette in fila la risata, dalle comiche del muto alla commedia dei telefoni bianchi, dal boom del dopoguerra ai mattatori televisivi, fino alla comicità dei varietà e del cabaret.
Guardate come cambia il bersaglio della risata: nel muto si ride del corpo che cade, negli anni Trenta si ride degli equivoci di classe raccontati come se le classi non esistessero, negli anni Sessanta si ride del cinismo e dell'arrangiarsi, negli anni Ottanta si ride dell'italiano medio che si guarda allo specchio in vacanza. Un secolo di autoritratti comici.
Opinione netta: la comicità italiana televisiva regge il confronto con quella cinematografica molto meglio di quanto la critica abbia ammesso per trent'anni, e in una sala come questa la cosa si vede subito, perché il montaggio mette accanto materiali che nella gerarchia culturale ufficiale non si toccavano mai.
Divismo: la sala degli attori e delle attrici del MIAC
È l'ambiente che tutti fotografano, ed è giusto così. Tre grandi cornici bordate da un centinaio di lampadine, quelle dei camerini, compongono un mosaico di sequenze dei volti che hanno fatto il cinema e la televisione italiana. Anna Magnani, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Totò, e poi la generazione successiva e quella dopo ancora. Il divismo italiano è stato una faccenda strana, molto meno costruita di quella hollywoodiana, molto più impastata di dialetto e di corpo.
Qui succede una cosa che non succede altrove: le facce non sono ferme. Non sono ritratti alla parete, sono spezzoni in movimento, e quindi non le guardi come icone ma come persone che recitano. La differenza è enorme. Un fotogramma fermo di Anna Magnani è un monumento; tre secondi di Anna Magnani che urla sono una scarica elettrica.
Il consiglio che do sempre: fermatevi qui almeno dieci minuti e aspettate che il ciclo si ripeta. Le sequenze non sono poche e non tornano subito. La maggior parte dei visitatori scatta la fotografia e prosegue dopo novanta secondi, perdendo i due terzi del materiale.

La sala della Musica del MIAC
La Musica è l'altro grande contenitore tematico, e nel caso italiano vuol dire soprattutto una cosa: le colonne sonore. Nessun altro paese ha prodotto, in rapporto alla dimensione della propria industria, una quantità e una qualità simili di musica per film. Nino Rota con Fellini e con Visconti, Ennio Morricone con Leone e con altri sessanta registi, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Carlo Rustichelli, Piero Umiliani.
La sala funziona perché separa il suono dall'immagine e poi li ricongiunge. Sentire un tema senza vedere la scena, e poi vedere la scena, è un esercizio che cambia la percezione: ci si accorge di quanto la musica stia facendo il lavoro emotivo che attribuivamo alla regia. Chiunque abbia insegnato cinema sa che questo è il modo più rapido per far capire a uno studente che cosa significa montaggio audiovisivo.
Aggiungo il capitolo televisivo, che il museo non trascura: le sigle. Le sigle dei programmi italiani sono un patrimonio musicale collettivo enorme e completamente sottovalutato. Tre note e un'intera generazione si ritrova seduta sul divano di quarant'anni fa.
Eros: la sala più discussa del MIAC
L'Eros è una delle sale tematiche del percorso e conviene dirlo chiaramente, perché chi arriva con la scolaresca deve saperlo prima. Il tema è il modo in cui il desiderio, il corpo e la sessualità sono passati attraverso lo schermo italiano: la censura degli anni Cinquanta, il doppio senso del varietà, la commedia sexy, l'erotismo d'autore, il corpo femminile in televisione. C'è repertorio d'archivio, ci sono spezzoni, ci sono opere fotografiche contemporanee, fra cui lavori di Vanessa Beecroft e di Anna Di Prospero.
La sala non è pornografica e non è provocatoria per il gusto di esserlo. È una sala di storia dei costumi, e per me è la più istruttiva del museo se la si guarda con l'occhio giusto: la storia della censura italiana è la storia di che cosa il paese non riusciva a dirsi. Le forbici del censore raccontano più della scena tagliata.
Detto questo, con una classe di terza media io ci passo camminando. Non per pudore, per opportunità: certe conversazioni si fanno in aula, non in corridoio.
La Lingua: come si parla nei film italiani
La sala della Lingua è quella che gli stranieri capiscono di meno e gli italiani capiscono benissimo. Il tema è l'italiano parlato allo schermo: l'italiano artificiale e impostato del doppiaggio classico, il dialetto che entra nel cinema con il neorealismo e poi diventa maschera, l'italiano medio della televisione, il romanesco come lingua franca della commedia, il gergo giovanile dei film degli anni Duemila.
Non è un tema accademico. In Italia la televisione ha alfabetizzato più della scuola per almeno un ventennio, e la prova documentale di questo processo è audiovisiva. Sentire in fila la dizione di un annunciatore del 1955, la voce di un doppiatore che presta l'italiano a un attore americano, un attore romano che parla come si parla al Quadraro, e poi un ragazzino di un film recente, è una lezione di sociolinguistica che nessun manuale può dare.
Segnalo una cosa che agli appassionati fa piacere: qui si capisce quanto il doppiaggio italiano sia stato un'industria culturale a sé, con una scuola, delle voci di riferimento e una poetica. Amata, odiata, ma nostra.
Paesaggio e ambiente: l'Italia vista dal set
Il Paesaggio è uno degli ambienti del percorso e riguarda una faccenda che i romani conoscono per esperienza diretta: il modo in cui il cinema ha costruito l'immagine dei luoghi italiani, e poi il modo in cui quei luoghi sono cambiati. Le spiagge del boom, le periferie in costruzione, i palazzi che spuntano nella campagna, i litorali cementificati, le città che diventano fondali.
Il repertorio industriale e i cinegiornali documentano la trasformazione del territorio italiano con una precisione che nessun archivio fotografico raggiunge, perché la macchina da presa fa panoramiche e mostra il contesto. Per chi si occupa di storia urbana, questo materiale è oro colato.
Ci aggiungo un'osservazione da guida romana: la periferia est di Roma, quella dove vi trovate mentre visitate il museo, è stata uno dei set naturali più usati della storia del cinema italiano. Pasolini ha girato qui intorno, fra borgate, campagne residuali e acquedotti. Uscendo dal museo, se andate al parco degli Acquedotti, camminate dentro una delle inquadrature più riprodotte del nostro cinema.
Sport, cibo e le altre ossessioni italiane
Fra i temi che il percorso attraversa ci sono anche lo sport e il cibo, due materie che sembrano minori e non lo sono. Lo sport in Italia è stato il primo grande spettacolo televisivo di massa, e i riti collettivi attorno alle radiocronache e poi alle telecronache hanno costruito un'identità nazionale più solida di quella costruita dalle celebrazioni ufficiali. Il cibo, dal canto suo, passa dal documentario educativo alla pubblicità del Carosello, dalla cucina povera raccontata nei film del dopoguerra alla ritualità televisiva contemporanea.
Il Carosello merita una parentesi: dal 1957 al 1977 la pubblicità televisiva italiana è stata obbligata a raccontare una storiella prima di nominare il prodotto, e questo vincolo assurdo ha prodotto vent'anni di cortometraggi d'autore firmati anche da registi importanti. È un caso unico al mondo di norma restrittiva che genera qualità. Nel museo ne trovate traccia, e vale la pena fermarsi.
I Maestri del cinema italiano al MIAC
La sezione dei Maestri raccoglie i grandi autori: Fellini, Visconti, Rossellini, De Sica, Antonioni, Pasolini, Leone, Scola, i Taviani, Bertolucci. Il museo non ne fa un pantheon con i busti. Li tratta come voci, cioè li fa parlare attraverso le loro immagini e attraverso le interviste d'archivio, che sono forse il materiale più prezioso di tutta la raccolta.
Sentire Fellini che spiega perché preferiva ricostruire il mare in studio con un telo di plastica piuttosto che andare al mare vero è una lezione di poetica che vale un semestre universitario. Sentire Rossellini parlare della televisione come strumento didattico, negli anni in cui tutti la disprezzavano, fa capire quanto fosse avanti.
Opinione netta, e la sostengo: la sezione dei Maestri è più bella nelle parti in cui i registi parlano che nelle parti in cui i loro film scorrono. I film li potete vedere ovunque. Le interviste no.
Il Caleidoscopio: la sala degli specchi del MIAC
Verso la fine del percorso c'è l'ambiente che tutti ricordano: una stanza rivestita di specchi in cui una colonna video moltiplica scie luminose e immagini all'infinito. È l'unica sala del museo che si concede un puro effetto spettacolare, e lo fa alla fine, quando il visitatore ha già ricevuto tre quarti d'ora di contenuto e può permettersi la vertigine.
Funziona per una ragione precisa: la moltiplicazione speculare è esattamente ciò che l'audiovisivo fa alla realtà. La riflette, la duplica, la manda in giro fino a farle perdere l'origine. Il Caleidoscopio non è una decorazione, è la conclusione logica del discorso. E naturalmente è il posto dove si scattano il novanta per cento delle fotografie che vedete circolare in rete.
Gli oggetti veri esposti al MIAC
Il museo è quasi tutto immateriale, ma non del tutto. Qualche oggetto c'è, ed è scelto con criterio. Ci sono le teste scenografiche realizzate per La città delle donne di Federico Fellini, che da sole valgono uno sguardo lungo: sono la prova fisica di che cosa significasse costruire un immaginario a mano, in bottega, dentro i teatri di posa qui accanto. C'è la slitta restaurata usata in Ludwig di Luchino Visconti, oggetto di scena e insieme reperto di una stagione produttiva irripetibile. E c'è una raccolta di macchine da presa e di moviole d'epoca, che raccontano l'evoluzione tecnica del mestiere.
Sono pochi pezzi, e la scelta è coerente: il MIAC non vuole competere con il Museo Nazionale del Cinema di Torino sul terreno della collezione. Vuole fare un'altra cosa. Chi arriva sperando in centinaia di costumi e cimeli resta deluso, e allora deve sapere che i costumi li trova nel percorso di Cinecittà si Mostra, a cinquanta metri di distanza, incluso nel biglietto integrato.
La bibliomediateca, la sala cinema e lo Spazio Tullio Kezich
Il MIAC non è soltanto il percorso espositivo. L'edificio ospita una bibliomediateca, una sala cinema per proiezioni, uno spazio per conferenze e incontri, e lo Spazio Lettura intitolato a Tullio Kezich, il critico triestino che ha firmato per decenni le recensioni più autorevoli del giornalismo cinematografico italiano ed è stato biografo di Fellini. È previsto anche un laboratorio di conservazione e restauro delle pellicole.
Questa parte è quella che il turista di passaggio non vede, ed è quella che fa la differenza fra un allestimento e un'istituzione. Un museo dell'audiovisivo senza una mediateca sarebbe un parco a tema. Con la mediateca diventa un luogo di studio. Se siete studenti, ricercatori o appassionati seri, informatevi sulle modalità di accesso: la programmazione di proiezioni e incontri cambia nel corso dell'anno.
Gli archivi che alimentano il MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Un museo fatto di immagini in movimento vale quanto valgono gli archivi da cui pesca. Qui la rete è ampia e composta dalle istituzioni che in Italia custodiscono davvero il patrimonio audiovisivo: l'Archivio storico dell'Istituto Luce, Rai Teche, il Centro Sperimentale di Cinematografia con la sua Cineteca Nazionale, la Cineteca di Bologna, l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, la Fondazione Cineteca Italiana, la Cineteca del Friuli, Mediaset e la SIAE.
Guardate quell'elenco con attenzione, perché dice una cosa politica: per la prima volta archivi pubblici e archivi privati, cineteche del nord e istituzioni romane, memoria di regime e memoria del movimento operaio, servizio pubblico e televisione commerciale convivono dentro lo stesso racconto. In un paese che ha fatto della frammentazione degli archivi uno sport nazionale, questa è una notizia.
L'Archivio storico Istituto Luce, il cuore documentario
L'Istituto Luce nasce nel 1924 e da allora ha documentato le trasformazioni dell'Italia. Il suo archivio conserva oltre settantasettemila filmati e più di cinque milioni di fotografie, dai primi del Novecento a oggi: documenti unici sul ventennio fascista, ma anche sul dopoguerra, sulla ricostruzione, sul boom economico e sui decenni successivi. La sede legale è la stessa del museo, Via Tuscolana 1055.
Bisogna dire con chiarezza da dove viene questo materiale. Il Luce fu lo strumento con cui il fascismo costruì la propria immagine: i cinegiornali proiettati obbligatoriamente nelle sale prima del film, le inquadrature dal basso, la retorica del capo, i documentari sulla bonifica e sull'impero. Quel materiale è propaganda, e insieme è la fonte visiva più ricca che abbiamo su quegli anni. Le due cose convivono e vanno tenute insieme: usarlo senza dichiararlo sarebbe falsificazione, buttarlo via sarebbe amputazione. Il MIAC sceglie la strada giusta, che è mostrarlo e contestualizzarlo.
Chi vuole andare oltre la visita può consultare il patrimonio digitalizzato sul portale dell'Archivio Luce, che mette in rete una parte consistente dei fondi. È uno degli archivi audiovisivi più accessibili d'Europa e in Italia lo usano ancora troppo poche persone.
La Cineteca del Friuli e le Giornate del Cinema Muto
Fra i partner del MIAC c'è la Cineteca del Friuli, che ha sede a Gemona del Friuli e organizza a Pordenone Le Giornate del Cinema Muto, il festival che dal 1982 è il punto di riferimento mondiale per il cinema delle origini. La quarantacinquesima edizione si tiene a Pordenone dal 3 al 10 ottobre 2026, con una parte online.
Perché lo racconto in una pagina dedicata a un museo romano? Perché la presenza della Cineteca del Friuli fra i partner spiega la profondità del capitolo muto dentro il percorso: senza quel patrimonio, la Timeline del MIAC comincerebbe di fatto dal sonoro, e il primo quarto della storia dell'audiovisivo italiano sarebbe un buco. Il cinema muto italiano degli anni Dieci fu una potenza industriale mondiale, con i colossi storici in costume che anticiparono Hollywood. Chi si appassiona a questo capitolo dopo la visita ha una destinazione precisa: le Giornate del Cinema Muto sono l'appuntamento in cui quei film si vedono restaurati e con accompagnamento musicale dal vivo.
Cinecittà si Mostra: che cosa si vede oggi negli Studi
Il biglietto integrato da 15 euro comprende il MIAC e Cinecittà si Mostra, il percorso espositivo degli Studi. Sono due cose diverse e complementari: il MIAC racconta l'audiovisivo italiano, Cinecittà si Mostra racconta la fabbrica. Chi viene da lontano e ha una giornata, faccia tutte e due. Chi ha due ore scarse e deve scegliere, scelga in base a che cosa gli interessa: il museo se ama il cinema come linguaggio, il percorso degli Studi se ama il cinema come artigianato.
I set permanenti che si attraversano a piedi
La parte che colpisce di più i visitatori sono i set permanenti all'aperto, che si visitano con la guida. Il più vasto è la ricostruzione della Roma antica costruita per la serie Rome prodotta da HBO e trasmessa fra il 2005 e il 2007: occupa circa quattro ettari, riproduce il Foro con i suoi edifici civili e religiosi, ed è realizzata in legno e vetroresina con i rossi, i blu e i verdi accesi che il pubblico moderno non associa all'antichità e che invece sono più vicini al vero di qualunque marmo bianco.
C'è poi il Tempio di Gerusalemme, realizzato dallo scenografo Francesco Frigeri per The Young Messiah del 2016, e la ricostruzione della Firenze del Quattrocento creata dallo scenografo Marco Dentici nel 2002 per una produzione televisiva e poi rimaneggiata per altri lavori. Camminare in queste tre scenografie una dopo l'altra insegna una cosa che nessun libro insegna: quanto sia sottile la superficie della finzione. Dietro la facciata del tempio c'è un'impalcatura, e la magia non ne soffre.
Avvertenza pratica seria: i set sono all'aperto e non c'è ombra. In luglio e in agosto, alle due del pomeriggio, quel percorso è duro. Cappello, acqua, scarpe chiuse. Chi porta bambini piccoli valuti la visita del mattino presto.
Il Teatro 5, il teatro di posa di Fellini
Il Teatro 5 è il più grande teatro di posa d'Europa e fu il regno di Federico Fellini, che vi girò diversi dei suoi capolavori. Le sue dimensioni, quaranta metri per ottanta, spiegano perché fosse l'unico spazio in cui si potesse costruire una città intera al chiuso. Fellini odiava girare in esterni: preferiva ricostruire il mondo dentro un capannone, illuminarlo come voleva lui e comandarlo da cima a fondo. Il Teatro 5 gli permetteva di farlo.
Va detto con onestà che l'accesso al Teatro 5 dipende dalle riprese in corso: Cinecittà è uno studio attivo, e quando dentro c'è una produzione il teatro non si visita. Chi arriva sperando di entrarci con certezza resterà deluso in molti giorni dell'anno. Consiglio di verificare al momento della prenotazione quali spazi siano effettivamente accessibili nella data scelta.
Le mostre nella Palazzina Presidenziale e nella Palazzina Fellini
Il percorso di Cinecittà si Mostra si sviluppa dentro due edifici storici, la Palazzina Presidenziale e la Palazzina Fellini, e racconta in modo interattivo la storia degli Studi, la storia del cinema in Italia e nel mondo e i mestieri del cinema. Ci sono costumi di scena indossati da divi italiani e hollywoodiani, materiali di scenografia, ricostruzioni di reparti, spezzoni di film celebri. C'è una sala dedicata a Fellini progettata da scenografi importanti.
Il percorso ospita anche mostre temporanee, spesso dedicate a costumi di film recenti. La programmazione cambia: prima di partire vale la pena controllare il calendario sul sito ufficiale degli Studi, dove sono pubblicati anche orari e tariffe aggiornate.

La storia di Cinecittà, il luogo che ospita il MIAC
Per capire il museo bisogna capire il recinto in cui si trova. Gli Studi di Cinecittà sono un complesso di quattrocentomila metri quadrati, quaranta ettari, sulla via Tuscolana, a nove chilometri dal centro di Roma. Sono il più grande complesso produttivo cinematografico d'Europa e uno dei più grandi del mondo.
La fondazione: 1936 e 1937
L'idea nasce dentro la Direzione generale per la cinematografia guidata da Luigi Freddi, che convinse il finanziere Carlo Roncoroni a costruire un grande stabilimento, con partecipazione di capitale pubblico. I terreni lungo la Tuscolana furono acquisiti nel 1936, la prima pietra fu posata nel gennaio del 1936 e l'inaugurazione ufficiale avvenne il 28 aprile 1937.
Il progetto architettonico è di Gino Peressutti, architetto friulano nato nel 1885 e morto nel 1940. Il piano iniziale prevedeva settantatré edifici, fra cui quattordici teatri di posa, distribuiti su quattordici ettari, con altri quarantacinque ettari riservati agli ampliamenti futuri. Lo stile è razionalista, contenuto, privo di enfasi: una scelta notevole per un'opera di regime, e più vicina all'architettura industriale che alla retorica monumentale di quegli anni. Roncoroni ne fu il primo direttore e morì nel 1938, poco dopo l'inaugurazione.
Nel 1975 il Laboratorio di Sviluppo e Stampa disegnato da Peressutti fu ristrutturato. Nel 2017 Istituto Luce lo ha acquisito e dentro quelle mura, due anni dopo, ha aperto il MIAC. La catena è lineare: l'edificio che sviluppava la pellicola oggi espone il risultato di quella pellicola.
La guerra e il campo profughi dentro i teatri di posa
Questa è la pagina che quasi nessun visitatore conosce, e che a me pare la più importante di tutta la storia degli Studi. Nel 1943 i tedeschi svuotarono Cinecittà delle attrezzature, portate in Germania su vagoni merci; i bombardamenti alleati distrussero sette teatri di posa; alla fine di quell'anno negli Studi erano in lavorazione soltanto quattro film.
Poi accadde il resto. Dal 1944 al 1950 Cinecittà fu un campo profughi. Decine di migliaia di persone transitarono per gli Studi: italiani rimpatriati dalla Libia, sfollati dai bombardamenti, sopravvissuti alla deportazione, esuli giuliano dalmati. Vivevano dentro i teatri di posa, in baracche costruite con quello che c'era, usando i pannelli delle scenografie come pareti divisorie e il legname dei set come combustibile. La fabbrica dei sogni fu, per sei anni, un accampamento di gente che aveva perso tutto.
Questa vicenda è documentata dal film Profughi a Cinecittà di Marco Bertozzi, del 2012, cinquantadue minuti costruiti sulle testimonianze di chi c'era. Quando accompagno un gruppo lungo i set di Roma antica, dico sempre una frase e la ripeto qui: sotto la vetroresina del Foro finto ci sono sei anni di storia vera che non ha lasciato scenografie.
Hollywood sul Tevere
Gli Studi riaprirono nel 1947 con capacità ridotta e la produzione restò modesta fino al 1949, quando gli accordi di coproduzione con la Francia cambiarono lo scenario. Il primo film girato a Cinecittà nel dopoguerra fu Cuore di Duilio Coletti, del 1947; nel 1948 arrivò la prima produzione americana, Il principe delle volpi della 20th Century Fox.
La svolta è del 1951, con Quo Vadis di Mervyn LeRoy prodotto dalla MGM. Da lì in avanti, per due decenni, una quarantina di film americani furono girati qui, e nacque l'espressione Hollywood sul Tevere. Il motivo era economico: manodopera specializzata a costi bassi, comparse illimitate, un artigianato scenografico che a Los Angeles non esisteva più. Il vertice del genere è Ben Hur di William Wyler, del 1959, che degli undici premi Oscar vinti ne deve moltissimi al lavoro fatto qui.
Negli stessi anni gli Studi ospitavano il grande cinema italiano: Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Federico Fellini. Bellissima di Visconti e Roma di Fellini contengono sequenze girate dentro Cinecittà che sono, di fatto, autoritratti della fabbrica. Nell'arco della sua storia il complesso ha ospitato più di tremila film, che hanno raccolto novanta candidature all'Oscar e cinquantuno statuette vinte.
Una cosa che i manuali dicono poco: la vera specificità di Cinecittà non fu mai la tecnologia, fu la bottega. Il modello produttivo di questi Studi ha conservato metodi artigianali e maestranze specializzate in scenografia e costruzione dei set molto oltre il momento in cui il resto del mondo li aveva industrializzati. È per questo che i produttori stranieri venivano qui: non per le macchine, per le mani.
Dal declino alla rinascita
Gli anni Settanta e Ottanta furono duri. Nel 1978 l'Istituto Luce passò sotto il controllo pubblico con nuovi assetti, nel 1982 arrivò una nuova presidenza, nel 1983 un incendio distrusse alcuni capannoni e per domarlo servirono più di ventiquattro ore. Poi la televisione occupò progressivamente gli spazi: dal 2000 uno dei programmi televisivi di maggiore ascolto costruì la propria casa dentro il perimetro degli Studi, e quella casa fu a sua volta distrutta da un incendio nella notte fra il 13 e il 14 dicembre 2013.
Il cinema internazionale però non se ne è mai andato del tutto: Il padrino parte terza nel 1990, Daylight e Il paziente inglese nel 1996, Gangs of New York, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, La passione di Cristo, la serie Rome fra il 2005 e il 2007, un episodio di Doctor Who nel 2008, i remake di Ben Hur e Zoolander 2 nel 2015. Nel 2015 gli Studi tornarono all'utile e registrarono un fatturato record. Un incendio nel 2018 danneggiò parte del set di Roma antica, poi ricostruito.
Oggi Cinecittà è di nuovo un cantiere produttivo pieno, con le piattaforme di streaming che affittano teatri per mesi. Il MIAC nasce in questo momento di ritorno, ed è coerente: si apre un museo quando la fabbrica ha di nuovo qualcosa da raccontare.
Le strutture degli Studi
Per chi ama i numeri: ventuno teatri di posa, con superfici che vanno da quindici metri per trenta fino a quaranta per ottanta, tutti insonorizzati, climatizzati, dotati di graticci, passerelle, carriponte e botole impermeabili. Un backlot di dieci ettari per le costruzioni all'aperto. Una vasca per le riprese in acqua di settemila metri quadrati, profonda due metri, con un volume di tredicimila e cinquecento metri cubi. Un fondale per le riprese in blue back largo ottanta metri e alto venti. Sale di proiezione, spazi conferenze, mensa, ristorante, bar, parcheggi e un servizio di sicurezza interno.
Non tutte queste strutture sono visitabili: sono un impianto di lavoro, non un parco a tema. La visita guidata tocca la parte esterna dei teatri e i set permanenti. Chi si aspetta di entrare in un teatro dove si sta girando ha capito male che cosa è Cinecittà.
Come arrivare al MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
La strada più semplice è la metropolitana. Linea A, direzione Anagnina, fermata Cinecittà: si esce sulla via Tuscolana e si prosegue a piedi fino al civico 1055, dove si apre il cancello degli Studi. Sono pochi minuti di cammino su marciapiede, senza salite e senza scale, con la sola noia del traffico della consolare. La fermata successiva, Subaugusta, è altrettanto comoda a seconda dell'uscita che si sceglie: chi ha dubbi segua le indicazioni per Cinecittà, che sono ben visibili.
In automobile si arriva dalla Tuscolana o dal Grande Raccordo Anulare; c'è parcheggio in prossimità degli Studi. Non lo consiglio a cuor leggero: la Tuscolana in orario di punta è una lunga sofferenza, e la metro A vi porta dal centro in una mezz'ora scarsa senza pensieri. Da Termini sono circa venti minuti di treno.
Chi arriva in autobus troverà diverse linee di superficie lungo la Tuscolana e nelle vie limitrofe, ma le frequenze cambiano e non ha senso affidarsi al bus quando la metropolitana ferma davanti. Chi viene in taxi dia l'indirizzo completo, Via Tuscolana 1055, perché il numero civico conta: la strada è lunghissima.
Quanto dista il MIAC dal centro di Roma
Gli Studi sono a circa nove chilometri dal centro storico. Sembra tanto e non lo è, perché la metropolitana copre quella distanza in linea retta. Il calcolo che faccio fare ai gruppi è questo: dal Colosseo, con la linea B fino a Termini e poi la A fino a Cinecittà, si arriva in poco più di mezz'ora comprese le coincidenze. Da piazza di Spagna o da Barberini, che sono già sulla A, ancora meno.
Questo rende il MIAC compatibile con una giornata romana normale, purché lo si metta al mattino o nel primo pomeriggio e non lo si infili come ultima tappa dopo cinque ore di Fori. Arrivare qui esausti è il modo migliore per non capirci niente.
Quanto tempo serve per visitare il MIAC
Il MIAC da solo si visita bene in un'ora e mezza. Si può fare in quaranta minuti camminando, ma sarebbe uno spreco: un museo costruito su materiali audiovisivi si gode fermandosi, e i cicli delle installazioni hanno durate che vanno da pochi minuti a parecchi. Chi corre vede il dieci per cento del contenuto e giudica il museo per quel dieci per cento.
Con il biglietto integrato, mettendo insieme MIAC e Cinecittà si Mostra con la visita guidata dei set, si sta dentro tre ore e mezza abbondanti, quattro con calma. Se aggiungete il pranzo, avete occupato la giornata. La mia raccomandazione operativa: prenotate l'ingresso al mattino, fate prima la visita guidata dei set finché l'aria è respirabile, poi il percorso espositivo degli Studi, e tenete il MIAC per ultimo, perché è al chiuso, è climatizzato ed è quello che regge meglio la stanchezza.
Il consiglio sui tempi che nessuno vi dà
Il MIAC ha un ritmo interno che premia chi torna sui propri passi. Le sale non sono molte e il percorso si richiude su se stesso: fare due giri completi costa venti minuti in più e raddoppia quello che portate a casa, perché la seconda volta riconoscete i materiali e cogliete i rimandi fra una sala e l'altra. Nessuna guida vi dirà mai di rifare un museo da capo. Io ve lo dico.
Il MIAC con i bambini e con i ragazzi
È adatto? Dipende dall'età, e la risposta onesta è articolata. Sotto i sei anni il museo non ha molto da offrire: le immagini sono grandi e affascinanti, il buio e il suono piacciono, ma il contenuto passa sopra la testa e il bambino si stanca. Fra i sei e i dieci anni funziona a strappi: la sala degli attori e delle attrici, il Caleidoscopio, il tavolo interattivo e la Timeline animata catturano, il resto meno.
Dagli undici anni in su il MIAC diventa uno dei musei più efficaci di Roma. Il linguaggio è quello degli schermi, che i ragazzi padroneggiano meglio degli adulti, e il museo non chiede di leggere: chiede di guardare e di collegare. Ho visto classi di scuola media restare in silenzio davanti alla sala della Storia per dieci minuti, cosa che alle Terme di Diocleziano non ho mai visto.
Due avvertenze pratiche per i genitori. La prima: la sala dedicata all'Eros esiste e tratta il tema del corpo e della sessualità attraverso il repertorio, quindi sapete a che cosa andate incontro. La seconda: alcune immagini di guerra e di cronaca sono forti. Nessun contenuto è gratuito o volgare, ma se il bambino è sensibile conviene accompagnarlo con un occhio.
Per la fascia più piccola, in città, la destinazione giusta resta un'altra: Explora, il museo dei bambini di Roma, è costruito su misura per loro. Il MIAC ricompensa chi ha già qualche anno.
La parte che i bambini amano davvero: i set
Detto questo, la giornata a Cinecittà con i bambini funziona grazie ai set permanenti. Camminare dentro il Foro finto, vedere che le colonne sono di vetroresina, capire che il tempio è una facciata puntellata dietro: questo li diverte e insegna qualcosa di prezioso, cioè che le immagini si costruiscono. Un bambino che ha visto il retro di un set guarda la televisione in modo diverso per il resto della vita.
Accessibilità del MIAC
Il percorso del MIAC si sviluppa su una superficie di ex laboratorio industriale, in gran parte in piano, e gli spazi sono ampi. Gli accompagnatori di persone con disabilità entrano gratuitamente, secondo il tariffario degli Studi. La parte dei set permanenti, invece, è all'aperto e su fondo naturale: qui il terreno è irregolare, ci sono tratti sterrati e le distanze da coprire non sono brevi.
Chi ha esigenze specifiche faccia una cosa sola prima di partire: scrivere a visit@cinecitta.it, indicare la data e chiedere una risposta puntuale sui percorsi accessibili in quel giorno. La configurazione degli spazi cambia con le produzioni in corso, quindi una risposta valida in astratto non serve a nulla.
Quanto costa e come si risparmia al MIAC
La regola aritmetica è semplice: due biglietti singoli da 10 euro costano 20, l'integrato costa 15. Se avete tre ore, l'integrato è la scelta ovvia. Se siete under 26 o over 65 il ridotto da 8 euro si applica; con i bambini fra i 5 e i 10 anni si pagano 5 euro a testa; sotto i 5 anni si entra gratuitamente.
Il biglietto famiglia da 45 euro conviene solo in configurazioni precise, e ha un vincolo: si acquista esclusivamente alla biglietteria fisica, quindi chi vuole usarlo non può comprare online e deve mettere in conto la fila. Fate il calcolo prima: due adulti con due ragazzi, con l'integrato pagato singolarmente, arrivano a una cifra che va confrontata con i 45 euro del pacchetto, e la convenienza dipende dalle età e dal tipo di percorso scelto.
I gruppi da quindici persone in su pagano 14 euro a testa per la visita guidata e 20 euro per il doppio percorso guidato. Le gratuità riguardano i minori di 5 anni, gli accompagnatori di persone con disabilità, i giornalisti accreditati, le guide turistiche abilitate dell'Unione Europea e i soci ICOM. Il bookshop applica sconti in alcune formule: chiedete alla cassa.
Opinione da professionista: il MIAC è uno dei musei con il miglior rapporto fra prezzo e contenuto di tutta Roma. Dieci euro per un'ora e mezza di materiale d'archivio montato bene sono pochi, se pensate che a certi ingressi del centro storico si pagano venti euro per due sale e una coda di quaranta minuti.
Quando andare al MIAC e quando evitarlo
Il martedì è chiuso, e questo elimina il primo errore possibile. Per il resto vale una regola stagionale: il MIAC è al chiuso e climatizzato, i set sono all'aperto e senza ombra. In luglio e agosto andate presto la mattina; in gennaio e febbraio, se piove, la visita ai set diventa una camminata nel fango e il museo resta l'unica parte piacevole della giornata.
Le stagioni migliori sono primavera e autunno, e in autunno c'è un motivo in più: la città entra nel clima cinematografico, con la Festa del Cinema di Roma che porta all'Auditorium anteprime e retrospettive. Chi organizza un viaggio a tema cinema in ottobre può incastrare le due cose.
Momenti da evitare: i ponti festivi, quando le famiglie romane riempiono la biglietteria, e le giornate in cui negli Studi ci sono produzioni pesanti in corso, perché alcune aree possono essere chiuse al pubblico. Non c'è modo di prevederlo dall'esterno: si chiede alla prenotazione.
Che cosa vedere intorno al MIAC in un raggio breve
La zona non è turistica e questo la rende interessante per chi ha già visto Roma. A poca distanza si apre il parco degli Acquedotti, dove sette acquedotti antichi attraversano un prato che il cinema italiano ha usato decine di volte, da Pasolini in avanti: è il posto giusto per una passeggiata al tramonto dopo il museo, ed è gratuito. In estate ci si tiene anche Roma Cinema Arena, un'arena all'aperto con proiezioni gratuite: chiudere una giornata a Cinecittà con un film sotto gli archi di un acquedotto è una delle sequenze romane meglio riuscite che conosca.
Proseguendo verso sud si entra nel parco dell'Appia Antica e si raggiunge la Villa dei Quintili, la residenza imperiale più imponente del suburbio; sulla stessa direttrice ci sono le catacombe di San Callisto. Sono mondi diversi da quello del museo, ma la giornata regge bene l'accostamento: al mattino la fabbrica delle immagini, al pomeriggio l'archeologia vera che quelle immagini hanno copiato per un secolo.
Chi invece vuole restare sul tema industriale e novecentesco ha due destinazioni forti in città: la Centrale Montemartini, dove le statue antiche convivono con i motori diesel di una vecchia centrale elettrica, e il MAXXI per l'arte e l'architettura contemporanee. Per chi si occupa di cinema e di programmazione, in centro, resta la Casa del Cinema a Villa Borghese, con la sua arena estiva gratuita.
Un'ultima segnalazione per chi ha una mezza giornata in più e ama il Novecento romano: il quartiere dell'EUR e il complesso del Museo delle Civiltà raccontano un'altra faccia dello stesso decennio che costruì Cinecittà, e la raccontano in marmo invece che in vetroresina.

Una curiosità su MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
La curiosità più bella riguarda il pavimento e il soffitto, non quello che vi proiettano davanti. Il MIAC è costruito dentro l'ex Laboratorio di Sviluppo e Stampa, cioè dentro il reparto in cui la pellicola girata sui set veniva immersa nelle vasche chimiche, sviluppata, stampata e asciugata. Era un ambiente di lavoro buio per necessità: la luce era il nemico, perché la luce brucia il negativo. In quelle stanze si lavorava al rosso o al nero completo, e chi ci ha lavorato racconta che la memoria più forte è l'odore, non l'immagine.
Oggi in quello stesso volume la luce è l'unica materia esposta. Il museo proietta su pareti alte, moltiplica gli schermi, riempie di immagini un luogo che per sopravvivere doveva restare al buio. È un rovesciamento che nessun pannello segnala e che nessuna audioguida racconta, e che secondo me è la cosa più intelligente dell'intero progetto.
C'è di più, e riguarda un oggetto preciso. Il nastro trasportatore su cui scorrevano i rulli lungo la catena di sviluppo, più di quaranta metri, non è stato smantellato: è stato conservato e riconvertito in installazione. I messaggi che i visitatori scrivono al tavolo interattivo corrono lungo quel nastro come una volta ci correvano le pellicole. Stessa macchina, stessa direzione di marcia, contenuto diverso. Prima trasportava le immagini degli altri verso il bagno chimico; adesso trasporta le parole di chi guarda.
Aggiungo la curiosità architettonica che completa il quadro: l'edificio è disegnato da Gino Peressutti, lo stesso architetto che nel 1937 progettò l'intero complesso di Cinecittà in stile razionalista. Il museo dell'audiovisivo italiano è quindi ospitato in un'opera di architettura di regime, e questo è coerente con il patrimonio che espone, perché anche l'Istituto Luce, che fornisce buona parte dei materiali, nasce come strumento di quel regime. Non c'è nessuna ipocrisia nell'operazione: c'è una consapevolezza che andrebbe applicata più spesso ai musei italiani.
Una cosa che non ti dice nessuno su MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
La cosa che non vi dice nessuno è che il MIAC va visto con le orecchie prima che con gli occhi, e che se sbagliate il momento della giornata perdete metà del museo. Mi spiego, perché il consiglio ha una ragione tecnica.
L'allestimento è costruito su ambienti aperti che comunicano fra loro. I suoni sboccano da una sala all'altra, e questo è voluto: il museo vuole che sentiate la musica della sala accanto mentre guardate le facce degli attori, perché è così che funziona la memoria audiovisiva, per contaminazione. Ma quando il museo è affollato, la banda sonora collettiva viene coperta dalle voci dei visitatori e l'effetto si perde. In una sala piena si vedono le immagini e non si sente più il montaggio sonoro che le tiene insieme.
Ne consegue una raccomandazione precisa: entrate al MIAC nella prima ora di apertura, subito dopo le 10.00, oppure nell'ultima ora e mezza del pomeriggio, quando i gruppi hanno finito e i set si sono svuotati. In quei momenti il museo suona come è stato progettato. Ci sono giorni in cui, verso le 16.30, ci si trova soli in tre sale di fila, e allora l'esperienza cambia di natura.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda le sedute. Non ce ne sono molte, e la maggior parte dei visitatori guarda in piedi. Ma i contenuti hanno durate lunghe: alcuni cicli si chiudono dopo parecchi minuti, e chi resta in piedi non li completa quasi mai. Se trovate un punto dove sedervi, sedetevi e lasciate scorrere un ciclo intero. È l'unico modo per capire che i montaggi non sono casuali e che ogni sala ha una struttura narrativa, con un attacco, uno sviluppo e una chiusa.
La terza, che riguarda i portafogli: il biglietto del solo MIAC costa quanto il biglietto del solo percorso degli Studi, dieci euro, mentre l'integrato ne costa quindici. Molti visitatori comprano il singolo perché arrivano con poco tempo, e poi si accorgono che avrebbero voluto vedere anche l'altro. Comprare l'integrato in partenza costa cinque euro in più e vi lascia la libertà di decidere sul posto quanto fermarvi.
Il consiglio che ti do per visitare MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Il consiglio è uno solo e va contro l'istinto di chiunque compri un biglietto: prendete l'integrato, ma non fate il MIAC per primo. Fatelo per ultimo. So che sembra il contrario di quello che si fa di solito, perché il museo è il pezzo pregiato e la tentazione è di aggredirlo con le energie fresche. Vi spiego perché sbagliereste.
Il percorso di Cinecittà si Mostra e la visita guidata ai set permanenti vi mettono in testa il concreto: come si costruisce una scenografia, quanto è grande un teatro di posa, di che cosa è fatto un tempio finto, quanti mestieri servono per un'inquadratura. Sono nozioni fisiche, tattili. Quando entrate al MIAC dopo aver toccato la vetroresina del Foro, il museo smette di essere una bella installazione e diventa la conseguenza logica di quello che avete appena visto. I frammenti proiettati sulle pareti hanno un peso diverso se sapete che dietro ciascuno c'era un capannone, una troupe, un falegname.
Al contrario, chi comincia dal MIAC arriva ai set con la testa piena di immagini e li guarda come sfondi per fotografie. Perde la parte artigianale, che è quella che i romani chiamano il mestiere, ed è la ragione per cui Cinecittà esiste ancora.
Secondo consiglio, di natura pratica: prenotate. Il biglietto online porta una fascia oraria agganciata alla prima visita guidata dei set disponibile dopo l'ingresso, quindi la scelta dell'orario non è un dettaglio burocratico, determina come si incastra la vostra giornata. Se volete la visita guidata individuale o familiare, la si concorda scrivendo a visit@cinecitta.it, e conviene farlo con qualche giorno di anticipo, non la sera prima.
Terzo consiglio, sulle scarpe e sull'acqua: i set sono all'aperto, il fondo è naturale, il sole della Tuscolana in estate non fa sconti. Scarpe chiuse, cappello, una bottiglia. Ho visto persone eleganti arrancare fra le colonne di gesso in sandali sottili e maledire la giornata.
Quarto e ultimo: lasciate perdere l'idea di vedere tutto in due ore per poi correre in centro a fare un'altra cosa. Roma vi tenta sempre con l'accumulo. Questa è una mezza giornata piena, e se la spezzate perdete il senso del posto. Andate al mattino, uscite nel primo pomeriggio, e se vi restano energie dedicate il tramonto agli acquedotti che sono a due passi, senza rientrare in centro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Cinecittà fu inaugurata nel 1937 dal regime, e nessuno ricorda il fatto che segue: fra il 1944 e il 1950 gli Studi non furono un centro di produzione cinematografica, furono un campo profughi. Dentro i teatri di posa, quelli progettati per contenere scenografie, vivevano famiglie. Le pareti dei set erano diventate divisori fra un nucleo e l'altro; il legno delle costruzioni finiva nelle stufe; nei capannoni si cucinava, si dormiva, si nasceva e si moriva.
Ci passarono decine di migliaia di persone. Italiani rimpatriati dalla Libia dopo la perdita delle colonie, sfollati che avevano perso la casa sotto i bombardamenti, sopravvissuti alle deportazioni, esuli giuliano dalmati arrivati dall'Istria e da Fiume. Un campo di transito lungo sei anni dentro il più grande stabilimento cinematografico d'Europa.
Nel 1943 gli Studi erano già stati svuotati: i tedeschi caricarono le attrezzature su vagoni merci e le portarono in Germania, i bombardamenti alleati distrussero sette teatri di posa, e alla fine di quell'anno restavano in lavorazione soltanto quattro film. Su quel vuoto si insediò l'emergenza umanitaria. Quando nel 1947 la produzione ricominciò, con Cuore di Duilio Coletti, negli stessi capannoni convivevano le troupe e le baracche.
La vicenda è documentata dal film Profughi a Cinecittà, realizzato da Marco Bertozzi nel 2012, cinquantadue minuti costruiti sulle voci di chi in quei teatri ci ha abitato da bambino. È un tassello di storia italiana che manca da quasi tutti i racconti turistici del posto, e che invece dice una cosa enorme: la fabbrica dei sogni, prima di tornare a fabbricare sogni, ha dato un tetto a chi non ne aveva più uno.
Quando accompagno un gruppo dentro la ricostruzione della Roma antica costruita per la serie televisiva, mi fermo sempre un momento e lo racconto. Non per fare l'anima bella, ma perché cambia lo sguardo: si cammina fra colonne finte sapendo che nello stesso recinto, settant'anni fa, qualcuno dormiva sotto una scenografia smontata.
La foto giusta da fare a MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
La fotografia che tutti fanno è quella del Caleidoscopio, la stanza rivestita di specchi in cui una colonna video moltiplica scie di luce all'infinito. È la fotografia giusta, ma va fatta bene, e nove visitatori su dieci la sbagliano. Ecco come si fa.
Primo: niente flash. Il flash rimbalza sugli specchi e vi restituisce una macchia bianca al posto del soggetto. Se il telefono decide da solo, disattivatelo a mano. Secondo: non mettetevi al centro. Nel punto centrale il vostro riflesso occupa tutte le superfici e la fotografia diventa un ritratto ripetuto, che dopo dieci secondi annoia. Mettetevi decentrati, verso un angolo, con la colonna luminosa in diagonale: le scie prendono profondità e il vostro corpo diventa una sagoma dentro la geometria, non il soggetto principale.
Terzo: appoggiate il telefono o il gomito. La sala è buia, i tempi di posa si allungano, e a mano libera esce mosso. Se avete una macchina fotografica, alzate la sensibilità e scendete di diaframma. Quarto: aspettate il ciclo. Le immagini proiettate cambiano, e ci sono momenti in cui la colonna è tutta blu, altri in cui domina un rosso pieno. Aspettate il colore che preferite invece di scattare al primo tentativo.
La seconda fotografia da portare a casa, molto meno frequentata, è la sala degli attori e delle attrici: le tre grandi cornici bordate dal centinaio di lampadine da camerino. Il consiglio qui è opposto: non fotografate voi stessi, fotografate solo le cornici, frontalmente, aspettando che nel riquadro compaia un volto riconoscibile. Il contrasto fra le lampadine calde e l'immagine in bianco e nero fa una fotografia molto più elegante di qualunque autoscatto.
Terza possibilità, per chi ha occhio: la Timeline. Fotografarla per intero è impossibile, sono più di trenta metri. Va fotografata in scorcio, mettendovi a un'estremità e riprendendo la parete che fugge in prospettiva, magari con una persona in controluce a metà corridoio per dare la scala. È l'unica immagine che restituisce a chi la guarda quanto sia lunga quella parete.
Un'ultima raccomandazione, che vale in ogni museo e qui doppiamente: le regole sulle riprese e sull'uso dei treppiedi le decide la struttura e possono cambiare, soprattutto in presenza di mostre temporanee e di materiali concessi da terzi. Chiedete alla biglietteria quando entrate. Trenta secondi di domanda risparmiano una discussione con il personale in sala.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 28 aprile 1937 Cinecittà fu inaugurata ufficialmente, poco più di un anno dopo la posa della prima pietra nel gennaio del 1936. Il complesso era stato voluto dalla Direzione generale per la cinematografia di Luigi Freddi e realizzato con il finanziamento di Carlo Roncoroni e la partecipazione di capitale pubblico; il progetto era di Gino Peressutti. Il piano prevedeva settantatré edifici e quattordici teatri di posa su quattordici ettari, con altri quarantacinque ettari tenuti da parte per gli ampliamenti. Roncoroni, primo direttore, morì l'anno dopo, nel 1938.
Nel 1943 arrivò la catastrofe. Le truppe tedesche prelevarono le attrezzature pesanti e le trasferirono in Germania; i bombardamenti alleati distrussero sette teatri di posa. Alla fine dell'anno negli Studi si lavorava a quattro film soltanto. Fra il 1944 e il 1950 il complesso ospitò decine di migliaia di profughi e sfollati.
Nel 1947 la produzione riprese con Cuore di Duilio Coletti, ancora a capacità ridotta. Nel 1948 arrivò la prima produzione americana del dopoguerra, Il principe delle volpi della 20th Century Fox. Nel 1949 gli accordi di coproduzione con la Francia riaprirono il mercato.
Nel 1951 la MGM girò qui Quo Vadis di Mervyn LeRoy: è la data che inaugura la stagione di Hollywood sul Tevere, durante la quale una quarantina di produzioni americane scelsero Roma. Il vertice fu Ben Hur di William Wyler, nel 1959. Negli stessi anni negli Studi lavoravano Visconti, De Sica e Fellini: Bellissima e Roma contengono sequenze girate proprio dentro Cinecittà, cioè la fabbrica che filma se stessa.
Nel 1983 un incendio distrusse alcuni capannoni e per spegnerlo servirono oltre ventiquattro ore. Nella notte fra il 13 e il 14 dicembre 2013 un altro incendio distrusse la casa costruita dentro gli Studi per un noto programma televisivo. Nel 2018 le fiamme danneggiarono una parte del set di Roma antica, poi ricostruito.
Nel 2015 gli Studi tornarono all'utile e registrarono un fatturato record, dopo anni difficili; nello stesso periodo ospitarono i remake di Ben Hur e Zoolander 2. Nel 2017 l'edificio dell'ex Laboratorio di Sviluppo e Stampa passò a Istituto Luce.
Il 29 ottobre 2019 il MIAC fu presentato alla stampa alla presenza del ministro Dario Franceschini, del direttore generale Musei Antonio Lampis e del segretario regionale Leonardo Nardella. L'apertura al pubblico avvenne nel dicembre dello stesso anno. Il museo era stato realizzato con due milioni e mezzo di euro provenienti dal Piano strategico Grandi Progetti Beni culturali. In un arco di ottant'anni, lo stesso recinto ha ospitato un'inaugurazione di regime, una guerra, un campo profughi, l'età dell'oro del cinema italiano, il crollo, la televisione e infine un museo che tiene insieme tutte queste cose.
Chi è passato da MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Il museo ha aperto nel 2019, quindi le persone che ci sono passate dentro sono soprattutto quelle che compaiono sulle sue pareti. Ma il recinto in cui si trova ha una lista di passaggi che pochi luoghi al mondo possono vantare, e vale la pena metterla in fila.
Federico Fellini prima di tutti. Cinecittà fu la sua casa di lavoro e il Teatro 5 il suo regno: lì costruì mondi interi invece di andare a cercarli fuori, e lì girò diversi dei suoi capolavori. Del suo passaggio il MIAC conserva anche una traccia materiale, le teste scenografiche realizzate per La città delle donne.
Luchino Visconti, di cui il museo espone la slitta restaurata usata in Ludwig. Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini, Sergio Leone, Ettore Scola: la generazione che ha fatto del cinema italiano una potenza culturale mondiale ha lavorato dentro questi teatri o nei dintorni immediati.
Gli attori: Anna Magnani, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Totò. Le loro facce sono la materia della sala degli attori e delle attrici, e molti di loro qui ci hanno passato anni della vita professionale.
Gli americani. Con Quo Vadis nel 1951 e con Ben Hur nel 1959 arrivarono le grandi produzioni hollywoodiane, e con loro le star: fu la stagione in cui via Veneto si riempì di attori stranieri e in cui nacque il termine paparazzo, dal fotografo del film di Fellini. Cleopatra portò a Roma la produzione più costosa della sua epoca. Negli anni successivi tornarono registi di primo piano: Francis Ford Coppola con il terzo capitolo del Padrino nel 1990, Anthony Minghella con Il paziente inglese nel 1996, Martin Scorsese con Gangs of New York, Wes Anderson con Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Mel Gibson con La passione di Cristo.
La televisione internazionale: la serie Rome prodotta da HBO fra il 2005 e il 2007, che ha lasciato il set permanente ancora oggi visitabile, e persino un episodio di Doctor Who girato qui nel 2008.
Dal lato istituzionale, il 28 aprile 1937 l'inaugurazione degli Studi ebbe come protagonista il capo del governo di allora, in una cerimonia filmata dagli operatori Luce che oggi si vede dentro il museo. Ottantadue anni dopo, il 29 ottobre 2019, il museo è stato presentato alla stampa dal ministro Dario Franceschini insieme ai vertici dell'amministrazione dei beni culturali. Fra queste due cerimonie, nello stesso luogo, corre tutta la storia del rapporto fra il potere italiano e le immagini.
Aggiungo i nomi che il pubblico non conosce e che meritano una riga: Gianni Canova, Gabriele D'Autilia, Enrico Menduni e Roland Sejko, che il racconto del museo lo hanno costruito, e i progettisti del collettivo NONE che gli hanno dato forma. In un paese che dedica statue ai registi e dimentica i curatori, mi pare giusto scriverlo.

Domande veloci su MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Quanto costa il biglietto del MIAC?
Dieci euro l'intero per il solo museo, otto euro il ridotto per gli under 26, gli over 65 e i giornalisti con tesserino. I bambini fra i 5 e i 10 anni pagano cinque euro, sotto i 5 anni si entra gratis. L'integrato che comprende anche Cinecittà si Mostra costa quindici euro.
Conviene il biglietto integrato con Cinecittà si Mostra?
Sì, in quasi tutti i casi. Due biglietti singoli costano venti euro, l'integrato quindici. L'unico caso in cui non conviene è quello di chi ha meno di due ore e sa già che vedrà una cosa sola.
Che orari fa il MIAC?
Dalle 10.00 alle 18.00 tutti i giorni tranne il martedì, con la biglietteria che chiude alle 16.30. Chiuso il 24 e il 25 dicembre e il primo gennaio. Prima di partire conviene ricontrollare sul sito ufficiale, perché le aperture straordinarie cambiano il calendario.
In che giorno è chiuso il MIAC?
Il martedì. È l'errore più comune di chi organizza la giornata all'ultimo momento, perché il martedì è un giorno in cui la maggior parte dei musei romani è aperta.
Dove si trova esattamente il MIAC?
Via Tuscolana 1055, 00173 Roma, dentro il recinto degli Studi di Cinecittà, nell'edificio dell'ex Laboratorio di Sviluppo e Stampa. Il numero civico va dato per intero al tassista, perché la Tuscolana è una strada lunghissima.
Come si arriva al MIAC con i mezzi pubblici?
Metropolitana linea A, fermata Cinecittà. Si esce e si prosegue a piedi lungo la Tuscolana fino al civico 1055: pochi minuti in piano. Da Termini sono circa venti minuti di treno.
Serve prenotare per visitare il MIAC?
Il biglietto si acquista online o in biglietteria. Le visite guidate individuali e familiari si prenotano scrivendo a visit@cinecitta.it. Nei fine settimana e nei ponti la prenotazione online fa risparmiare tempo alla cassa.
Quanto tempo ci vuole per visitare il MIAC?
Un'ora e mezza per il solo museo, se lo si guarda davvero. Tre ore e mezza o quattro se si aggiungono Cinecittà si Mostra e la visita guidata ai set permanenti.
Il MIAC è adatto ai bambini?
Dagli undici anni in su funziona benissimo. Fra i sei e i dieci anni funziona a tratti, con i momenti forti nella sala degli attori, nel Caleidoscopio e alla Timeline. Sotto i sei anni il contenuto passa sopra la testa: per quella fascia i set all'aperto sono molto più efficaci del museo.
Ci sono contenuti non adatti ai più piccoli?
Una delle sale tematiche è dedicata all'Eros e affronta il corpo e la sessualità attraverso il repertorio cinematografico e televisivo; alcune immagini di guerra e di cronaca sono dure. Nulla di gratuito o volgare, ma i genitori è bene che lo sappiano prima.
Si possono fare fotografie al MIAC?
Le regole sulle riprese le stabilisce la struttura e possono variare con le mostre temporanee e con i materiali concessi da terzi. Vale la pena chiedere alla biglietteria appena entrati. Dove si fotografa, il flash resta comunque una pessima idea per via degli specchi e del buio.
Il MIAC è accessibile in sedia a rotelle?
Il museo si sviluppa in un ex laboratorio industriale, in gran parte in piano e con spazi ampi, e gli accompagnatori di persone con disabilità entrano gratuitamente. La parte dei set permanenti è invece all'aperto e su fondo naturale. Per una risposta valida sulla data scelta conviene scrivere a visit@cinecitta.it.
Che differenza c'è fra il MIAC e Cinecittà si Mostra?
Il MIAC racconta l'audiovisivo italiano, cioè il cinema, la televisione, la radio e la pubblicità come linguaggio, attraverso materiali d'archivio montati e installazioni. Cinecittà si Mostra racconta la fabbrica: la storia degli Studi, i mestieri del cinema, i costumi, le scenografie e i set permanenti che si attraversano a piedi.
Si entra nei teatri di posa di Cinecittà?
Di norma no, perché sono spazi di lavoro attivi. La visita guidata tocca l'esterno dei teatri e i set permanenti all'aperto. L'accesso ad ambienti come il Teatro 5 dipende dalle produzioni in corso e non è garantito.
Quali set si visitano a Cinecittà?
La ricostruzione della Roma antica realizzata per la serie Rome, che occupa circa quattro ettari; il Tempio di Gerusalemme costruito da Francesco Frigeri per The Young Messiah del 2016; la Firenze del Quattrocento creata da Marco Dentici nel 2002 e poi rimaneggiata.
C'è il bookshop al MIAC?
Sì, ed è previsto anche uno sconto sui gadget in alcune formule di biglietto. Conviene chiedere alla cassa quale promozione sia attiva nel giorno della visita.
Il MIAC ha una biblioteca o una mediateca?
L'edificio ospita una bibliomediateca, una sala cinema, uno spazio conferenze e lo Spazio Lettura intitolato a Tullio Kezich, oltre a un laboratorio per la conservazione e il restauro delle pellicole. Le modalità di accesso e la programmazione cambiano nel corso dell'anno.
Quante sale ha il MIAC?
Dodici ambienti principali distribuiti su 1.650 metri quadrati, con temi che comprendono la Storia, il Potere, la Musica, la Commedia, la Lingua, l'Eros, i Maestri, gli Attori e le attrici, il Paesaggio e il futuro dell'audiovisivo, più le grandi installazioni della Timeline, del tavolo interattivo e del Caleidoscopio.
Chi ha curato il MIAC?
Il comitato scientifico è composto da Gianni Canova, Gabriele D'Autilia, Enrico Menduni e Roland Sejko. L'allestimento è del collettivo NONE, con grafica NOAO, contenuti video di Daniele Spanò e illustrazioni di Yassmin Yaghmai; l'architettura dell'edificio riadattato è di Francesco Karrer.
Quando ha aperto il MIAC?
Nel dicembre del 2019, dopo la presentazione alla stampa del 29 ottobre dello stesso anno. È stato finanziato dal Ministero con due milioni e mezzo di euro del Piano strategico Grandi Progetti Beni culturali.
Il MIAC è compreso nella Roma Pass o in altre carte museali?
Il tariffario degli Studi prevede gratuità e riduzioni per categorie specifiche, come i minori di 5 anni, gli accompagnatori di persone con disabilità, i giornalisti accreditati, le guide turistiche abilitate dell'Unione Europea e i soci ICOM. Per le carte turistiche cittadine conviene verificare volta per volta, perché le convenzioni cambiano.
C'è un bar o un posto dove mangiare?
Il complesso degli Studi dispone di bar, mensa e ristorante, pensati anche per chi ci lavora. Fuori dal cancello, lungo la Tuscolana e nelle traverse, ci sono le normali attività di quartiere: nessuna trappola per turisti, il che in una giornata romana è già un vantaggio.
Si aspetta molto in coda al MIAC?
Molto meno che nei musei del centro. Nei giorni feriali si entra quasi subito; nei fine settimana e nei ponti la biglietteria può rallentare, soprattutto perché il biglietto famiglia si acquista solo di persona. Il biglietto online riduce l'attesa.
Vale la pena venire fin qui se ho pochi giorni a Roma?
Se è la prima volta a Roma e avete due giorni, no: prima vengono il Colosseo, il Pantheon, i Musei Vaticani. Se è la seconda o la terza volta, oppure se il cinema vi interessa davvero, il MIAC è una delle mezze giornate meglio spese della città. Chi organizza il proprio itinerario può partire dalla pagina Il mio viaggio per incastrare le tappe.
Ci sono mostre temporanee?
Sì, sia al MIAC sia nel percorso di Cinecittà si Mostra, spesso dedicate a costumi e materiali di film recenti, e in collaborazione con l'Archivio Luce. La programmazione cambia diverse volte l'anno: conviene controllare il calendario ufficiale prima di partire.
Che cosa vedo intorno al MIAC dopo la visita?
Il parco degli Acquedotti a poche fermate di distanza, l'Appia Antica e la Villa dei Quintili proseguendo verso sud, il quartiere Tuscolano per chi ama la Roma popolare del Novecento. In estate le arene all'aperto della zona proiettano film gratuitamente sotto gli archi degli acquedotti.
La mia conclusione sul MIAC
Di musei a Roma ne accompagno decine ogni anno, e con quasi tutti so già in partenza che cosa dirà il gruppo all'uscita. Con il MIAC no. Qui la reazione dipende da quanto ciascuno è disposto a lasciarsi attraversare da immagini che non spiegano se stesse. Chi arriva con la mentalità del catalogo esce dicendo che è bello ma che manca qualcosa; chi arriva disposto a guardare esce con una lista di film da recuperare e con la sensazione di aver capito un pezzo di paese.
Io lo metto fra i tre musei che consiglio a chi torna a Roma per la seconda volta, insieme alla Centrale Montemartini e alla Galleria Borghese, e lo consiglio per una ragione precisa: è l'unico che parla al presente. Le rovine raccontano che cosa eravamo. Il MIAC racconta come ci siamo guardati, e ci mette davanti l'evidenza scomoda che l'immagine di noi stessi ce l'ha costruita per un secolo qualcun altro, prima il cinegiornale, poi il cinema, poi la televisione, adesso uno schermo che teniamo in mano.
Andateci al mattino presto o nel tardo pomeriggio, prendete l'integrato, fate prima i set e poi il museo, e concedetevi il secondo giro. Costa venti minuti e cambia la visita. Poi uscite, camminate cinque minuti sulla Tuscolana con il rumore delle macchine, e provate a pensare che dietro quel muro, dal 1937, si fabbricano le immagini con cui questo paese ha imparato a riconoscersi.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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