Pescheria
Pescheria occupa un fondo commerciale in Via Galeazzo Alessi, 57/59, a Roma, nel quadrante orientale della città: dove un tempo c'era una vera pescheria di quartiere, con il banco di marmo e il ghiaccio, oggi c'è una sala d'ascolto, di registrazione e d'incontro dedicata alle musiche laterali.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Via Galeazzo Alessi, 57/59
Roma
Ho imparato a diffidare delle schede che liquidano un posto del genere in tre righe. Una ex pescheria diventata sala d'ascolto non è un aneddoto grazioso da mettere in fondo a una guida: è una delle cose più interessanti che stiano succedendo nella geografia musicale di Roma est, e per capirla bisogna sapere tre cose che quasi nessuno spiega mai. Che cosa sia davvero una sala d'ascolto, che cosa sia una sala di registrazione e che cosa si intenda quando si dice musiche laterali. Se salti quei tre passaggi ti resta l'immagine da cartolina di un negozio di pesce riconvertito, che è la parte meno importante della storia.
Qui provo a fare il contrario. Parto dall'indirizzo e dal pezzo di città in cui si trova, che non è un dettaglio decorativo ma la ragione per cui una stanza così può esistere. Poi entro nel merito tecnico, con calma, spiegando che cosa succede dentro una stanza pensata per ascoltare e dentro una stanza pensata per registrare, perché sono due mestieri diversi e tenerli nello stesso fondo è una scelta precisa. Infine allargo lo sguardo al quartiere, che ha una storia lunga e documentata di case popolari, borgate, acquedotti, cinema e resistenza, e che spiega molto meglio di qualunque comunicato perché certe cose a Roma nascano qui e non dentro le mura.
Dove si trova Pescheria e in che pezzo di Roma est siamo
L'indirizzo e il quadrante
L'indirizzo è Via Galeazzo Alessi, 57/59, con codice postale 00176. La strada corre nella zona che l'anagrafe toponomastica chiama Villa Certosa, dentro il territorio del Municipio V, nell'area comunemente identificata come Torpignattara, a ridosso della Casilina e a breve distanza dal Pigneto e dal Mandrione. È Roma est nel senso più preciso del termine: fuori dalle Mura Aureliane, fuori dal perimetro che i turisti percorrono, dentro la fascia di città che si è formata fra la fine dell'Ottocento e il secondo dopoguerra lungo le direttrici delle consolari antiche.
Vale la pena essere precisi su questo punto, perché si legge spesso che il posto si trovi nel Tuscolano. Il Tuscolano vero e proprio è più a sud, oltre la ferrovia e oltre la Casilina, e ha una storia urbanistica sua, fatta di piani INA-Casa e di quartieri disegnati da architetti importanti. Qui invece siamo nella maglia di strade che scende dalla Casilina verso il Mandrione, un tessuto più minuto, più antico nella sua formazione spontanea e più irregolare nel disegno. Le due zone si toccano, condividono l'acquedotto e la ferrovia come confine, e l'atmosfera è parente. Ma non sono la stessa cosa, e a chi viene per la prima volta conviene saperlo per non cercare l'indirizzo dalla parte sbagliata.
Come si arriva
La linea C della metropolitana ha le fermate più comode per questa parte di città: Pigneto e Malatesta servono l'area a nord e a est della Casilina, e da entrambe si cammina. Sulla Casilina passano gli autobus di superficie che collegano Porta Maggiore con Centocelle e con la periferia orientale, e lungo lo stesso asse corre anche la vecchia ferrovia a scartamento ridotto che da Termini arriva verso Centocelle, uno dei residui ferroviari più caratteristici della città, con i binari che sfiorano i muri delle case e i passaggi a livello nel mezzo del traffico. Chi arriva in tram da Porta Maggiore scende sulla Prenestina e attraversa a piedi il tessuto di Torpignattara: sono venti minuti buoni di cammino, ma è la maniera migliore per capire dove sei.
Perché proprio qui
Le stanze dedicate all'ascolto e alla registrazione nascono dove il metro quadro costa poco, dove i fondi commerciali sono grandi e bassi, dove i vicini di casa sono abituati al rumore della strada e dove la città lascia un margine di tolleranza. Roma est risponde a tutti e quattro i requisiti. I fondi delle vecchie botteghe alimentari, delle officine, delle carrozzerie e appunto delle pescherie hanno soffitti alti, saracinesche, scarichi a pavimento, pareti spesse e, soprattutto, affitti che nel centro storico sarebbero impensabili. Quando una città espelle dal centro tutto ciò che non produce reddito immediato, la ricerca musicale migra verso l'esterno. È successo a Berlino, a Londra, a Milano, e succede a Roma da almeno trent'anni, con una traiettoria che parte da San Lorenzo e dal Testaccio e si sposta progressivamente verso il Pigneto, Torpignattara, il Quadraro, Centocelle.
Che cosa è davvero una sala d'ascolto
Ascoltare come attività, non come sottofondo
Una sala d'ascolto è una stanza costruita intorno a un impianto di riproduzione sonora, dove la musica registrata viene ascoltata da un gruppo di persone come attività principale e non come tappezzeria acustica. La differenza con un bar che manda musica è totale, e riguarda la gerarchia: in un bar il suono serve a riempire i silenzi e a coprire le conversazioni, in una sala d'ascolto le conversazioni si abbassano perché il centro dell'attenzione è il disco che gira. Detta così sembra ovvia, ma è una rivoluzione minuscola e radicale, perché ribalta cento anni di abitudini in cui la musica riprodotta serviva a fare da sfondo a qualcos'altro.
Il modello storico più citato viene dal Giappone del dopoguerra. Nelle città giapponesi, dove gli appartamenti erano piccoli, le pareti sottili e i dischi importati costosissimi, nacquero locali specializzati in cui il proprietario metteva a disposizione del pubblico un impianto di alto livello e una discoteca personale. Il cliente pagava una consumazione e in cambio otteneva l'ascolto: i locali dedicati al jazz sono i più noti, ma esisteva l'equivalente per la musica classica e per altri repertori. La regola non scritta era il silenzio, o quasi. Quel modello è tornato in circolo negli ultimi due decenni in Europa e negli Stati Uniti sotto varie etichette, e ha attecchito con particolare naturalezza dove esistevano già spazi indipendenti abituati a trattare la musica come materia di studio e non come servizio.
Che cosa rende una stanza una sala d'ascolto
Tre elementi, e nessuno dei tre riguarda l'arredamento. Il primo è la catena di riproduzione: sorgente, amplificazione, diffusori. La sorgente può essere un giradischi, un lettore per supporti digitali, un registratore a bobine, ciascuno con caratteristiche diverse. Nel caso del giradischi contano il piatto e la sua stabilità di rotazione, il braccio, la testina che legge il solco, e poi il preamplificatore fono, che compie un lavoro invisibile e decisivo: applica in senso inverso la curva di equalizzazione con cui il disco è stato inciso. Quella curva esiste perché in fase di incisione le frequenze basse vengono attenuate, altrimenti il solco sarebbe così ampio da ridurre la durata del lato, e le frequenze alte vengono esaltate per coprire il fruscio. In riproduzione bisogna fare il percorso opposto. Senza quel passaggio un disco suona sottile e stridulo. È il tipo di cosa che nessuno racconta e che spiega perché lo stesso disco possa suonare in due modi completamente diversi in due stanze diverse.
Il secondo elemento sono i diffusori e il modo in cui vengono piazzati. Un diffusore non emette il suono in tutte le direzioni allo stesso modo: ha una direttività che cambia con la frequenza, tende a essere ampia sui bassi e stretta sugli acuti. Questo significa che spostare una cassa di cinquanta centimetri o ruotarla di dieci gradi cambia l'equilibrio percepito molto più di quanto cambi la sostituzione di un cavo. Nella disposizione classica i due diffusori e la posizione di ascolto formano un triangolo, e il punto in cui l'immagine stereofonica si ricompone correttamente è ristretto. In una sala d'ascolto pubblica quel punto ideale non può essere occupato da tutti, e allora la sfida diventa distribuire un buon ascolto su una superficie larga: si lavora sull'altezza dei diffusori, sull'angolazione, a volte su impianti che rinunciano volutamente alla stereofonia stretta a favore di una diffusione più omogenea.
Il terzo elemento, il più ignorato e il più importante, è la stanza. Un ambiente non è un contenitore neutro: è parte dello strumento. Le superfici dure riflettono, le superfici porose e i materiali fibrosi assorbono, le geometrie irregolari diffondono. Se le pareti sono parallele e lisce, le onde rimbalzano avanti e indietro fra due superfici opposte e generano risonanze fastidiose su certe frequenze, il fenomeno che in gergo si chiama eco flutter quando riguarda le medie e le alte, e modi della stanza quando riguarda le basse. Le frequenze basse sono il problema serio: la loro lunghezza d'onda è paragonabile alle dimensioni della stanza, quindi si creano zone in cui il basso è gonfio e zone in cui sparisce quasi del tutto. Li correggi con trappole acustiche, con pannelli spessi negli angoli, con volumi di aria studiati, non con un tappeto. Una sala d'ascolto seria dedica a questo problema più attenzione e più soldi di quanti ne dedichi ai componenti elettronici.
Perché una ex pescheria è un caso interessante
Una pescheria di quartiere è, dal punto di vista acustico, la stanza peggiore che si possa immaginare. Serve a essere lavata, quindi è piastrellata dal pavimento fino a un'altezza di almeno due metri; deve essere fredda, quindi è chiusa e compatta; deve avere superfici igieniche, quindi marmo, acciaio, ceramica smaltata. Tutto questo riflette il suono in modo quasi totale. Una stanza così, lasciata com'è, produce un riverbero lungo e sibilante in cui qualunque disco diventa illeggibile e qualunque conversazione si trasforma in brusio.
Trasformarla in una stanza d'ascolto significa quindi fare un lavoro contrario a quello che il locale è stato costruito per fare. Bisogna aggiungere assorbimento dove prima c'era riflessione, rompere il parallelismo delle pareti, riempire gli angoli, gestire il soffitto, spesso intervenire sulle vetrine e sulla saracinesca, che sono grandi superfici rigide e vibranti. Il risultato non è mai una camera anecoica, e per fortuna: una stanza troppo assorbente suona morta e stanca l'orecchio. Il punto d'arrivo è un equilibrio in cui il riverbero è breve ma non nullo, le basse sono controllate e la voce resta intelligibile a volume di conversazione. Quando entri in una stanza del genere te ne accorgi prima ancora che parta la musica: parli e la tua voce non ti torna addosso.
Che cosa è una sala di registrazione, spiegata per bene
Le due stanze e il vetro in mezzo
Uno studio di registrazione classico si compone di due ambienti comunicanti e acusticamente separati. Il primo è la sala di ripresa, dove stanno gli strumenti e i microfoni. Il secondo è la regia, dove stanno il banco di missaggio, i monitor da controllo e chi registra. Fra i due c'è una finestra, di solito con doppio o triplo vetro, con le lastre non parallele fra loro proprio per evitare le riflessioni di cui sopra. La separazione serve a un motivo pratico e imprescindibile: chi ascolta deve sentire quello che entra nei microfoni, non quello che esce dagli strumenti nella stanza accanto, altrimenti non può giudicare nulla.
L'isolamento acustico è una faccenda di massa, tenuta e disaccoppiamento. Massa, perché una parete leggera lascia passare il suono e una parete pesante no. Tenuta, perché una fessura di pochi millimetri sotto una porta annulla il lavoro di un muro intero: il suono si comporta come l'acqua e trova ogni passaggio. Disaccoppiamento, perché le vibrazioni si trasmettono anche attraverso le strutture, e allora nei casi seri si costruisce una stanza dentro la stanza, poggiata su supporti elastici, senza contatto rigido con l'edificio. In un fondo di quartiere, con i vicini sopra e ai lati, questa è la parte più costosa e più delicata di tutto il progetto, e spesso è quella che decide se un posto può ospitare una batteria o soltanto un quartetto d'archi.
I microfoni e la ripresa
Un microfono converte le variazioni di pressione dell'aria in un segnale elettrico. Le famiglie principali sono due. I dinamici funzionano con una bobina immersa in un campo magnetico solidale alla membrana: sono robusti, sopportano pressioni sonore elevatissime, hanno una risposta meno estesa e servono benissimo per rullanti, amplificatori di chitarra, ottoni, voci potenti. I condensatori funzionano come un condensatore variabile fra una membrana mobile e una placca fissa, richiedono un'alimentazione, sono molto più sensibili e restituiscono un dettaglio superiore sulle alte frequenze: sono la scelta abituale per voci, pianoforti, archi, ambienti. Esiste poi la famiglia dei nastri, con una sottilissima lamina metallica sospesa nel campo magnetico, che ha un carattere morbido sulle alte e una figura di ripresa a otto, cioè sensibile davanti e dietro e sorda ai lati.
La figura di ripresa è il secondo parametro che conta. Un microfono cardioide prende soprattutto ciò che ha davanti ed è il coltellino svizzero della registrazione. Uno omnidirezionale prende da tutte le direzioni, suona più naturale sui bassi e cattura molto ambiente. La figura a otto, come detto, prende davanti e dietro. Combinando figure diverse si ottengono le tecniche stereofoniche: due cardioidi incrociati nello stesso punto, una coppia a otto e un cardioide per le tecniche a somma e differenza, due omnidirezionali distanziati per riprendere un ensemble in una sala. Ognuna restituisce un'immagine diversa dello stesso identico evento sonoro. Questa è la parte del mestiere che assomiglia alla fotografia: scegliere il punto di vista.
Dal segnale al disco
Dopo il microfono il segnale passa in un preamplificatore, che lo porta a un livello utilizzabile e che, a seconda della sua costruzione, aggiunge un carattere. Poi va nella catena di registrazione. Per decenni ha voluto dire nastro magnetico: una pellicola rivestita di particelle magnetizzabili che scorre davanti a una testina. Il nastro comprime naturalmente i picchi, aggiunge una distorsione armonica che l'orecchio percepisce come calore, e impone un vincolo prezioso, cioè un numero limitato di tracce e un costo materiale a ogni presa. Oggi la registrazione avviene quasi sempre in digitale, con la conversione del segnale in una sequenza di numeri a una certa frequenza di campionamento e a una certa profondità di bit. Il digitale non ha limiti pratici di tracce, non ha fruscio di fondo e consente di annullare un errore, ma toglie proprio quel vincolo che obbligava a decidere.
Le due filosofie convivono, e i luoghi come questo sono i posti in cui la convivenza si vede meglio: un banco analogico, magari, con una conversione digitale a valle, un registratore a bobine tenuto vivo, strumenti elettronici che a loro volta possono essere analogici o digitali. Dopo la ripresa viene il missaggio, cioè la costruzione dell'equilibrio fra le tracce, con livelli, posizionamento nel campo stereofonico, equalizzazione, compressione, riverbero e ritardi. Alla fine arriva il mastering, che è il passaggio in cui il brano viene preparato per il supporto su cui uscirà, con attenzione al livello complessivo, alla coerenza fra i pezzi di un disco e ai limiti fisici del mezzo. Se il disco esce in vinile il mastering è tutt'altro che una formalità: un eccesso di bassi fuori fase o di energia sulle altissime può letteralmente impedire alla puntina di restare nel solco.
Perché una sala di registrazione e una sala d'ascolto nello stesso posto
Perché sono i due capi dello stesso mestiere. Chi registra ha bisogno di ascoltare molta musica fatta da altri, e chi ascolta con attenzione finisce per volersi capire come è stata costruita quella musica. Mettere le due cose nello stesso fondo commerciale significa dichiarare che la distinzione fra chi produce e chi consuma, in questa parte del mondo musicale, non regge. La persona che una sera si siede ad ascoltare un disco intero dall'inizio alla fine è spesso la stessa che il mese dopo porta in quella stanza il suo materiale da registrare. È un modello che assomiglia più a una bottega che a un'azienda, e che a Roma ha precedenti nelle sale prova autogestite, nei laboratori di quartiere e nei centri sociali che dagli anni Ottanta hanno fatto da infrastruttura per tutta la musica indipendente della città.
Musiche laterali: che cosa vuol dire, senza giri di parole
Una definizione onesta
Musiche laterali è un'espressione che indica per esclusione: è tutto quello che non passa dal canale centrale della distribuzione, della radio generalista e del concerto a biglietteria piena. Detta così sembra una definizione povera, e in effetti lo è. Preferisco descriverla da dentro, elencando le famiglie che di solito ci finiscono, perché ognuna ha una storia precisa e nessuna è nata ieri.
La prima famiglia è l'improvvisazione. Non l'assolo dentro una struttura data, come nel jazz classico, ma la costruzione collettiva di una musica che non ha partitura e che non ripete nulla di sera in sera. È una pratica con regole ferree, anche se invisibili: si impara ad ascoltare gli altri, a tacere, a non riempire, a lasciare che una cosa finisca. Chi la considera il regno del caso non ha mai provato a farla.
La seconda famiglia è l'elettroacustica, cioè la musica che nasce dalla manipolazione del suono registrato e dalla sintesi elettronica. La sua data di nascita convenzionale è il 1948, a Parigi, quando Pierre Schaeffer produce alla radio francese i primi studi costruiti montando suoni concreti registrati su disco, da cui il nome musica concreta. Pochi anni dopo, nel 1955, la RAI apre a Milano lo Studio di Fonologia Musicale, dove lavorano fra gli altri Luciano Berio e Bruno Maderna: è uno dei laboratori che hanno definito il linguaggio elettronico europeo, e resta uno dei contributi italiani più rilevanti alla musica del Novecento.
La terza famiglia è la registrazione ambientale, cioè il lavoro sui suoni del mondo raccolti sul posto. Qui il microfono smette di essere uno strumento di documentazione e diventa uno strumento di composizione: si sceglie dove metterlo, quanto aspettare, che cosa lasciare fuori. Un quartiere come questo, con la ferrovia, i passaggi a livello, i cortili, i mercati e i campanili, è un giacimento di materiale per chiunque lavori in questa direzione.
La quarta famiglia raccoglie tutto ciò che lavora sulla durata e sulla soglia: suoni tenuti a lungo, microvariazioni, ripetizioni ossessive, volumi al limite del silenzio o al limite della sopportazione. Sono pratiche che chiedono all'ascoltatore un investimento di tempo e che, non a caso, funzionano male in un locale dove si parla e benissimo in una stanza dove si ascolta.
La tradizione romana della ricerca musicale
Roma non è un terreno vergine per questo genere di cose, anzi. Nel 1960 nasce in città l'Associazione Nuova Consonanza, che da allora organizza un festival dedicato alla musica contemporanea e alla ricerca: è una delle istituzioni più longeve del settore in Italia. Da quell'ambiente, nel 1964, prende forma il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, un ensemble di compositori che sceglie di improvvisare collettivamente invece di scrivere, e che fra i suoi membri conta Franco Evangelisti, che ne è stato l'animatore principale, ed Ennio Morricone, che vi ha suonato la tromba. È un fatto documentato e sistematicamente rimosso dai racconti popolari su Morricone, dove si preferisce la storia delle colonne sonore western: eppure quel gruppo è uno dei capitoli europei più radicali dell'improvvisazione strutturata.
Accanto a questo filone colto, la città ha una tradizione parallela fatta di sale prova, festival autoprodotti, etichette minuscole, negozi di dischi specializzati e spazi occupati che hanno ospitato per decenni musiche che nessun circuito commerciale avrebbe accolto. Le due tradizioni si sono incrociate molte volte. Una stanza come questa, con un impianto per ascoltare e un banco per registrare, si colloca esattamente nel punto in cui le due linee si toccano: non è un auditorium e non è un centro sociale, è una bottega del suono.
Se ti interessa vedere l'altro capo della stessa tradizione in città, il circuito dei jazz club storici resta il riferimento più solido: l'Alexanderplatz Jazz Club è il più noto, la Casa del Jazz tiene insieme concerti, archivio e residenze, e sul fronte della musica dal vivo indipendente il Monk e il Largo Venue coprono buona parte di ciò che a Roma si muove fuori dai palazzetti. Per la storia degli strumenti, il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali vicino a Santa Croce in Gerusalemme è una tappa che quasi nessun romano ha fatto e che vale il pomeriggio.
La pescheria che c'era prima
Il banco, il ghiaccio, il marmo
Per capire che cosa è stato quel fondo bisogna ricordare che cosa era una pescheria di quartiere prima della grande distribuzione. Era un esercizio ad alta intensità di lavoro e a bassissimo margine di errore, perché la merce deperisce in poche ore. Il banco era di marmo, materiale scelto perché resta freddo, non assorbe e si lava; sopra il marmo si stendeva il ghiaccio tritato, che veniva rifornito ogni mattina; il pesce si disponeva in file, con le teste verso il cliente, e si ribagnava continuamente. Il pavimento aveva pendenza e scarico centrale, perché a fine giornata si lavava tutto a secchiate. Le pareti erano piastrellate fino in alto per lo stesso motivo. Sul retro c'era la cella frigorifera, e spesso un lavello profondo per la pulizia del pesce.
Il ritmo era dettato dal mercato all'ingrosso, dove si andava nel cuore della notte, e dal calendario: il venerdì e la vigilia delle feste erano i giorni di punta, per ragioni religiose che hanno plasmato per secoli i consumi italiani. La pescheria era anche uno dei punti di socialità obbligata del quartiere, come il forno e il barbiere: un posto dove si faceva la fila, si parlava, si sapevano le cose. La sua scomparsa dai quartieri romani, insieme a quella dei banchi rionali in generale, è una delle trasformazioni sociali più profonde e meno raccontate degli ultimi quarant'anni.
Il riuso e la sua logica
Quando un fondo commerciale di quel tipo chiude, restano un guscio molto attrezzato e un canone relativamente basso. Gli impianti di scarico ci sono, l'allaccio elettrico è dimensionato per celle e compressori, la vetrina è ampia e la saracinesca è robusta. Per un progetto musicale sono tutti vantaggi concreti: la corrente serve, l'acqua serve, la saracinesca è una prima barriera acustica e il fondo non ha vicini di pianerottolo sullo stesso livello. È la stessa logica per cui in tutta Europa gli spazi per la musica di ricerca finiscono dentro ex officine, ex tipografie, ex depositi. La differenza è che qui l'insegna precedente non è stata cancellata: il nome resta quello del mestiere che c'era prima, e non è un vezzo nostalgico. È un modo di dire che la stanza ha una storia e che chi la usa adesso ne è consapevole.
Il quartiere: Torpignattara, il Pigneto, il Mandrione
Come si è formata questa parte di città
L'area a est di Porta Maggiore si è costruita per aggregazione, non per piano. La ferrovia arriva a metà Ottocento, le consolari antiche, cioè la Casilina sull'antico tracciato della via Labicana e la Prenestina, portano il traffico verso i Castelli e verso la valle dell'Aniene, e lungo quelle direttrici si insediano prima le fornaci, le vigne e i casali, poi le case. Il nome Torpignattara viene da un sepolcro di età tardoantica, quello legato alla figura di Elena, madre di Costantino, la cui volta fu alleggerita con anfore inserite nella muratura: le pignatte da cui deriva il toponimo. È un dettaglio che vale la pena tenere a mente, perché racconta bene il modo in cui questa parte di Roma è cresciuta letteralmente sopra e dentro l'antico, senza soluzione di continuità.
Il Pigneto, poco più a nord, ha un'origine simile e un carattere diverso: la sua parte storica è una lingua di case basse fra la ferrovia e la Prenestina, con villini e palazzine dei primi decenni del Novecento, cortili interni, ballatoi. Il Mandrione, a sud, corre lungo le arcate dell'acquedotto e ha ospitato per decenni uno degli insediamenti più poveri della città. Queste tre aree confinano, si sovrappongono nell'uso quotidiano e vengono spesso confuse, ma hanno storie edilizie distinte.
Le case popolari degli anni Trenta e degli anni Cinquanta
La parte pubblica dell'edilizia romana orientale si costruisce in due ondate. La prima è quella degli anni Trenta, quando il regime sventra il centro storico per aprire le grandi arterie di rappresentanza e trasferisce la popolazione espulsa in insediamenti costruiti in fretta ai margini. Nascono così le borgate ufficiali, disposte a corona intorno alla città, con edilizia minima, servizi ridotti al lumicino e collegamenti precari. La borgata Gordiani, proprio in questo quadrante, e il Quarticciolo poco più a est sono due esempi da manuale: furono pensate come contenitori, non come quartieri, e questa origine ha pesato per generazioni.
La seconda ondata è del dopoguerra ed è di segno opposto. Nel 1949 la legge che istituisce il piano INA-Casa avvia un programma nazionale di edilizia pubblica finanziato con i contributi dei lavoratori e dello Stato, pensato anche come strumento contro la disoccupazione. A Roma il risultato più celebre di quel programma si trova nel Tuscolano, dove fra gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta vengono realizzati tre grandi comparti. Il più studiato è quello che comprende le abitazioni a corte progettate da Adalberto Libera, una soluzione a bassa altezza con patii privati che ancora oggi viene citata nei manuali di architettura di tutta Europa. Sono a poche fermate da qui, e chiunque si interessi di città farebbe bene ad andarci a piedi.
Il confronto fra le due ondate spiega molte cose della Roma orientale contemporanea: la prima produce isolamento e stigma, la seconda prova a costruire quartieri con servizi, verde e disegno urbano. Il tessuto in cui ci troviamo non appartiene interamente né all'una né all'altra, perché è in buona parte frutto di edilizia privata minuta, spesso costruita prima che il piano regolatore ci arrivasse. Ma le tre logiche convivono nel giro di pochi chilometri, e camminando si leggono a occhio nudo.
L'Acquedotto Felice
Le arcate che accompagnano la via del Mandrione e che attraversano tutto il quadrante sud-orientale appartengono all'Acquedotto Felice, costruito negli anni Ottanta del Cinquecento per volontà di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, da cui il nome. Fu il primo grande acquedotto realizzato a Roma dopo la fine del mondo antico, e servì a portare acqua sui colli orientali della città, allora quasi disabitati, rendendone possibile l'urbanizzazione. Il tracciato riutilizza in più punti le strutture degli acquedotti romani, in particolare quelle dell'Acqua Marcia e dell'Acqua Claudia, sovrapponendo la muratura moderna a quella antica: in alcuni tratti si distinguono a occhio i due periodi, perché cambiano il colore e la tessitura dei blocchi.
Le stesse arcate, nel Novecento, hanno avuto un destino molto diverso da quello monumentale. Lungo il Mandrione, fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, le campate furono tamponate e trasformate in abitazioni di fortuna: baracche addossate all'acquedotto, con le arcate a fare da parete di fondo. È uno degli scenari più fotografati e filmati della Roma del dopoguerra, e uno dei più duri. Gli sgomberi e i trasferimenti nei quartieri di edilizia pubblica hanno cancellato l'insediamento, ma la memoria resta. Chi vuole vedere l'acquedotto nella sua versione monumentale e libera lo trova al Parco degli Acquedotti, poco più a sud; chi invece vuole capire il Mandrione può partire dallo Snodo Mandrione, che di quel pezzo di città si occupa direttamente.
Il Quadraro
Poco più a sud, dall'altra parte della Tuscolana, il Quadraro è un quartiere che merita un capitolo suo. Nato anch'esso in modo spontaneo lungo l'Acquedotto Felice, durante l'occupazione tedesca divenne un rifugio per partigiani, renitenti alla leva, disertori e ricercati, al punto che il comando tedesco lo considerò una zona fuori controllo. Il 17 aprile 1944 le forze di occupazione circondarono il quartiere all'alba e condussero un rastrellamento di massa: centinaia di uomini furono prelevati, concentrati e deportati verso il lavoro coatto in Germania. È uno degli episodi più gravi della Roma occupata, e il quartiere è stato in seguito insignito di una medaglia d'oro al merito civile per quei fatti. Camminando nelle sue strade si incontrano lapidi e targhe che lo ricordano; negli ultimi anni il Quadraro è anche diventato un luogo di riferimento per la pittura murale romana, con decine di interventi sulle facciate.
Il cinema e questo quadrante
Roma est è uno dei set più importanti della storia del cinema italiano, e non per caso: qui c'era la città reale, non quella da cartolina. Nel 1945 Roberto Rossellini gira in questa parte di città alcune delle scene più note di Roma città aperta, compresa quella destinata a diventare l'immagine simbolo del neorealismo. Nel 1961 Pier Paolo Pasolini ambienta il suo primo film, Accattone, fra il Pigneto e le borgate circostanti, e negli anni successivi torna più volte su questi luoghi, sia con la macchina da presa sia con la scrittura. Il Mandrione, le baracche, i casali, i campi incolti fra un palazzo e l'altro sono un paesaggio che oggi non esiste quasi più ma che è stato fissato in decine di pellicole.
Sapere questo cambia la passeggiata. Le stesse strade in cui oggi cerchi un fondo commerciale con la scritta di una vecchia pescheria sono state, ottant'anni fa, lo sfondo di un film che ha cambiato la storia del cinema mondiale, e sessant'anni fa il territorio di un poeta che ci andava a cercare una lingua. Non è un dettaglio pittoresco: è la ragione per cui l'idea di musica che gira in questo quadrante ha un rapporto diverso con la parola periferia rispetto a quella che gira altrove.
Una curiosità su Pescheria
La curiosità che preferisco riguarda il nome della strada. Via Galeazzo Alessi è intitolata a un architetto perugino del Cinquecento, nato nel 1512 e morto nel 1572, che fu uno dei protagonisti dell'architettura italiana del suo secolo. Alessi lavorò a lungo a Genova, dove disegnò la basilica di Santa Maria Assunta di Carignano, con la sua pianta centrale e la cupola che domina il profilo della città, e dove contribuì al sistema di palazzi nobiliari della strada che oggi è patrimonio dell'umanità. A Milano portò a compimento Palazzo Marino, oggi sede del Comune, con un cortile che è uno dei capolavori del manierismo lombardo. A Perugia, sua città, lasciò interventi importanti sul complesso di San Pietro e sulla chiesa di Santa Maria del Popolo.
Che una sala dedicata alla costruzione del suono si trovi in una strada intitolata a un uomo che progettava spazi, volte e cortili non è ovviamente un disegno di qualcuno: la toponomastica di questa zona assegna alle strade nomi di architetti e ingegneri, e la coincidenza è puramente amministrativa. Però è una di quelle coincidenze che una volta notate non si dimenticano più, perché il mestiere è lo stesso. Alessi calcolava come una cupola distribuisse i carichi e come una luce entrasse in una navata; chi lavora dentro una sala d'ascolto calcola come un'onda si rifletta su una parete e dove si formi la cancellazione di una frequenza bassa. Sono due modi di progettare il comportamento di uno spazio su qualcosa che lo attraversa.
Una cosa che non ti dice nessuno su Pescheria
Che il problema numero uno di un posto così non è la musica, né l'impianto, né il repertorio. È il rumore che esce. In un fondo commerciale incastrato in un edificio residenziale, ogni decibel che attraversa il muro, il solaio o l'infisso è un problema di convivenza, e in Italia i limiti di immissione acustica negli ambienti abitativi sono fissati da una normativa nazionale che non guarda in faccia nessuno. Le basse frequenze sono la parte più insidiosa: sono quelle che l'orecchio percepisce meno in termini di fastidio immediato e quelle che passano meglio attraverso le strutture, perché la loro lunghezza d'onda è grande e i materiali leggeri non le fermano. Una cassa che rimbomba al piano di sopra ha rovinato più progetti musicali di qualunque crisi economica.
Da questo discende una conseguenza pratica che chi arriva da fuori spesso non capisce. Un posto del genere non funziona come un locale notturno, con volumi alti e orari lunghi. Funziona con volumi moderati, con una gestione attenta di ciò che accade sul marciapiede e con una disciplina condivisa fra chi entra e chi abita sopra. La parte più delicata, quasi sempre, non è dentro ma fuori: le persone che escono a fumare e parlano a voce alta sotto le finestre altrui alle undici di sera fanno più danno di un sistema di diffusori acceso. È una regola non scritta di tutti gli spazi indipendenti nei quartieri residenziali romani, e vale la pena rispettarla senza aspettare che qualcuno te lo chieda.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda i soldi. Una stanza attrezzata per ascoltare e registrare ha costi fissi alti e ricavi bassissimi per definizione, perché il modello non prevede grandi numeri. L'attrezzatura invecchia, va manutenuta e riparata; i pezzi di ricambio per componenti analogici sono sempre più rari; il trattamento acustico è un investimento iniziale pesante; l'affitto si paga tutti i mesi anche quando la stanza è vuota. Realtà di questo tipo restano in piedi con un mix di associazionismo, lavoro non retribuito, tessere, corsi, produzioni conto terzi e una quantità sproporzionata di ostinazione. Chi frequenta questi posti dovrebbe saperlo, perché cambia il modo in cui ci si comporta una volta dentro.
Il consiglio che ti do per visitare Pescheria
Il consiglio principale è banale solo in apparenza: informati prima di partire. Non è un museo con un orario stampato sulla porta, e non è un bar aperto tutti i giorni dalle sei a mezzanotte. Le realtà di questo tipo aprono in funzione di quello che ci succede dentro, e il calendario è la cosa che cambia più spesso. I canali diretti di chi lo gestisce sono l'unica fonte affidabile su giorni e orari, e un messaggio prima di mettersi in viaggio vale più di qualunque scheda, compresa questa.
Il secondo consiglio riguarda il modo di stare dentro. Se entri in una sala d'ascolto mentre sta girando un disco, aspetta la fine del lato prima di attaccare bottone. Non è snobismo, è la ragione per cui quella stanza esiste: se tutti parlano sopra la musica, il posto diventa un bar con un impianto costoso. Abbassa la voce, togli la suoneria, evita di attraversare il campo fra i diffusori e le persone sedute, non filmare senza chiedere. Sono cinque regole minime che si imparano in un secondo e che fanno la differenza fra un ospite e un disturbo.
Il terzo consiglio è di arrivare con un orecchio disponibile. La musica che si ascolta in questi posti raramente è quella che conosci già, e la prima reazione a un ascolto che non ti aspetti è quasi sempre il rifiuto. Dai a un pezzo il tempo che chiede. Molta musica di ricerca lavora su durate lunghe, e i primi tre minuti servono soltanto a farti perdere le abitudini: se te ne vai al quarto, hai ascoltato il preambolo e ti sei perso il pezzo. Non devi amare per forza ciò che senti, ma il giudizio dopo dieci minuti ha molto più valore di quello dopo dieci secondi.
Il quarto consiglio riguarda l'intorno. Non venire qui soltanto per un'ora. Il quadrante merita una mezza giornata: il mercato e le strade di Torpignattara, la passeggiata lungo il Mandrione con le arcate dell'acquedotto, i murali del Quadraro, il Pigneto vecchio con le sue case basse. Se costruisci il pomeriggio intorno alla serata, il posto ti sembrerà molto più sensato, perché lo vedrai come un pezzo di un tessuto e non come una curiosità isolata.
Come ci si comporta in una sala d'ascolto
Vale la pena dedicare qualche riga in più al galateo, perché è una pratica recente in Italia e molti arrivano senza istruzioni. La prima regola riguarda il volume della voce: si parla, ma sottovoce, e nelle pause. La seconda riguarda il movimento: una stanza trattata acusticamente ha un equilibrio delicato, e una persona che si sposta continuamente davanti ai diffusori altera l'ascolto di tutti gli altri. La terza riguarda le richieste: in molti posti del genere la selezione è curata da chi gestisce, e chiedere un pezzo a comando è un po' come chiedere a un cuoco di cambiare il menu a metà servizio. Se c'è un momento aperto alle proposte, te lo diranno.
La quarta regola riguarda il telefono. Uno schermo acceso in una stanza in penombra è visivamente invadente quanto una voce alta è acusticamente invadente. La quinta riguarda il rispetto dei supporti: i dischi non si toccano senza permesso, si prendono per il bordo e per l'etichetta, e non si appoggiano mai sulla superficie incisa. La sesta, la più importante, riguarda l'uscita: quando esci, esci in silenzio. Il marciapiede è casa di qualcuno.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: Roma è una città che ha inventato pochissimo nella musica registrata e ha ospitato moltissimo. Non ha avuto un'industria discografica paragonabile a quella milanese, non ha avuto un laboratorio elettronico pubblico come lo Studio di Fonologia della RAI a Milano, e per decenni ha visto partire verso il nord chiunque volesse fare del suono un mestiere. Però ha avuto qualcosa che il nord non ha avuto nella stessa misura: gli spazi. Fondi enormi a basso costo, capannoni, casali, magazzini, cantine, ex officine, e una tolleranza urbana che ha permesso a decine di esperienze di nascere senza permessi, senza capitale e senza pubblico iniziale.
Da questo discende una caratteristica riconoscibile della scena romana: la centralità del luogo rispetto all'etichetta. A Roma le storie musicali si raccontano per indirizzi, non per marchi. Si dice dove una cosa è successa, in quale sala prove, in quale scantinato, in quale quartiere. È il contrario di quello che accade nelle città con un'industria forte, dove si raccontano le case discografiche e gli studi celebri. Qui il patrimonio è immobiliare e sociale prima che commerciale, e per questo è fragilissimo: quando un affitto raddoppia, non si perde un contratto, si perde un pezzo di storia.
Il secondo fatto poco citato riguarda l'ascolto collettivo. Fino agli anni Cinquanta ascoltare musica registrata insieme ad altri era la norma, perché gli apparecchi erano costosi e stavano in una sola stanza della casa, quando c'erano, oppure nei luoghi pubblici. Poi è arrivata la progressiva individualizzazione: l'impianto personale, la cuffia, il lettore portatile, gli auricolari senza fili. In due generazioni l'ascolto è diventato un'attività solitaria e privata. Le sale d'ascolto che riaprono oggi non sono una moda estetica: sono il tentativo di recuperare una pratica sociale che era normale e che abbiamo smesso di fare senza accorgercene. Ascoltare un disco intero in una stanza con venti sconosciuti è un'esperienza che non somiglia a nulla di ciò che fai con le cuffie, e chi non l'ha mai provata farebbe bene a provarla almeno una volta.
La foto giusta da fare a Pescheria
La foto giusta non è quella dell'impianto. Fidati: le fotografie di diffusori e giradischi sono tutte uguali e non raccontano niente, perché il suono non si vede. La foto giusta è quella che tiene insieme il prima e il dopo, cioè l'insegna e la funzione. Se resta traccia della vecchia destinazione, un frammento di piastrella, una scritta, un banco di marmo riadattato, un gancio, quello è il soggetto: un oggetto costruito per un mestiere che ne ospita un altro. Inquadralo stretto, senza persone, con la luce che hai, e non raddrizzare tutto in postproduzione. L'irregolarità è il contenuto.
La seconda foto da fare è dalla strada, di sera, con la saracinesca alzata e la luce che esce sul marciapiede. È un'immagine classica della città notturna e funziona per un motivo preciso: un rettangolo caldo in una via buia racconta in un colpo solo che in quel punto sta succedendo qualcosa. Mettiti sul marciapiede opposto, aspetta che passi qualcuno davanti alla vetrina e scatta quando la figura è a metà dell'apertura. Se hai un obiettivo luminoso lavora a diaframma aperto; se hai solo il telefono, appoggialo a un palo o a un'auto ferma per evitare il mosso, perché in condizioni di luce così il tempo di posa si allunga.
La terza foto, quella che consiglio davvero, si fa a duecento metri da qui e non riguarda il locale. Sono le arcate dell'acquedotto lungo il Mandrione, con i binari, i muri e le case addossate: uno dei paesaggi urbani più stratificati d'Europa, dove un'infrastruttura idraulica del Cinquecento costruita sopra una del primo secolo dopo Cristo fa da recinzione a un giardino privato del Duemila. Va fotografato nella luce radente del tardo pomeriggio, quando i mattoni si accendono e le ombre delle arcate cadono lunghe sulla strada. Se la giornata è limpida, il momento migliore è nella mezz'oretta che precede il tramonto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Parlo del quadrante, perché la storia lunga di questo pezzo di città è quella che dà senso a ciò che ci succede oggi.
Nel primo secolo dopo Cristo vengono costruiti gli acquedotti che attraversano questa zona provenendo dall'Aniene e dalla valle del Sacco, e che convergono verso la città formando la spina monumentale che si vede ancora oggi. Le arcate dell'Acqua Claudia sono fra le più imponenti mai costruite dall'ingegneria romana, e il loro percorso ha determinato per due millenni il disegno del territorio a est di Roma.
Nel quarto secolo, lungo la via Labicana, viene edificato il complesso funerario legato alla figura di Elena, madre dell'imperatore Costantino, con il mausoleo la cui muratura alleggerita da anfore darà nome al quartiere, e la vicina catacomba dei santi Marcellino e Pietro, uno dei cimiteri cristiani più estesi della città, con un patrimonio pittorico paleocristiano di primo livello.
Negli anni Ottanta del Cinquecento, sotto il pontificato di Sisto V, viene realizzato l'Acquedotto Felice, che riporta l'acqua sui colli orientali riutilizzando in parte le strutture antiche e rendendo possibile l'espansione futura di questa parte di città.
Negli anni Trenta il regime realizza le borgate ufficiali per accogliere gli sfollati degli sventramenti del centro: nel quadrante orientale nascono fra le altre la borgata Gordiani e il Quarticciolo, insediamenti privi di servizi e concepiti come contenitori residenziali.
Nel 1943 e nel 1944, sotto l'occupazione tedesca, questa parte di città è teatro di episodi decisivi della resistenza romana. Il 17 aprile 1944 il Quadraro viene circondato e sottoposto a un rastrellamento di massa, con centinaia di uomini prelevati e deportati.
Nel 1945 Roberto Rossellini gira in questo quadrante alcune delle scene di Roma città aperta, film che segna l'inizio internazionale del neorealismo e che fissa l'immagine della Roma popolare e occupata.
Dal 1949 in avanti il piano INA-Casa avvia la grande stagione dell'edilizia pubblica: nel Tuscolano vengono realizzati i comparti che comprendono, fra l'altro, le abitazioni a corte progettate da Adalberto Libera, uno dei riferimenti dell'architettura residenziale italiana del dopoguerra.
Nel 1960 nasce a Roma l'Associazione Nuova Consonanza e nel 1964 prende forma il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, con Franco Evangelisti fra i promotori ed Ennio Morricone fra i componenti: la ricerca musicale romana entra stabilmente nel circuito europeo.
Nel 1961 Pier Paolo Pasolini gira Accattone fra il Pigneto e le borgate circostanti, aprendo una stagione di cinema che fa di questo quadrante un paesaggio riconoscibile in tutto il mondo.
Fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta gli insediamenti baraccati lungo il Mandrione vengono progressivamente sgomberati e la popolazione trasferita nei quartieri di edilizia pubblica: cambia il volto della zona, e comincia la lunga transizione che porta al tessuto attuale.
Dagli anni Novanta in poi Roma est diventa il principale bacino di spazi per la musica, l'arte e il teatro indipendenti della città, per una combinazione di costi, volumi disponibili e composizione sociale. È dentro questa traiettoria che va letta la conversione di un fondo commerciale di quartiere in una sala dedicata all'ascolto e alla registrazione.
Chi è passato da Pescheria
Qui devo essere onesto sul metodo, perché è il capitolo in cui è più facile scrivere fesserie. Uno spazio di queste dimensioni non pubblica un albo d'oro, non ha una parete di fotografie autografate e non ha nessun interesse a costruirsi una mitologia di nomi. Inventarne sarebbe la cosa peggiore che potrei fare, e non lo faccio. Quello che posso dire con precisione è chi passa da una stanza così, perché il profilo è sempre lo stesso in tutta Europa e lo riconosci in cinque minuti.
Passa chi colleziona dischi da vent'anni e non ha nessuno con cui ascoltarli. Passano musicisti che lavorano su materiali non commerciabili e che hanno bisogno di una stanza dove provarli davanti a qualcuno prima di decidere se esistono. Passano tecnici del suono, che sono la categoria più silenziosa e più attenta di qualunque pubblico. Passano studenti di conservatorio annoiati dal repertorio e curiosi di quello che succede fuori. Passano persone del quartiere che entrano perché hanno visto la luce accesa e si fermano molto più a lungo di quanto pensassero. Passano, inevitabilmente, musicisti di passaggio in città che cercano una serata diversa da quella del circuito ufficiale.
E poi, in senso più largo, da questo pezzo di Roma è passato molto di ciò che conta nella cultura italiana del Novecento. Roberto Rossellini ci ha girato il film che ha aperto il neorealismo al mondo. Pier Paolo Pasolini ci ha cercato, trovato e messo in scena una lingua e un paesaggio, tornandoci per quindici anni. Anna Magnani ha legato il proprio volto a una scena girata in queste strade che è diventata un'icona mondiale. Sono passati, in tempi più recenti, generazioni di musicisti romani che hanno imparato a suonare in sale prove ricavate in cantine identiche a questa e in scantinati di case popolari costruite nelle due grandi stagioni dell'edilizia pubblica.
Se cerchi il filo che tiene insieme queste presenze, è sempre lo stesso: la disponibilità di spazio a basso costo in una zona che la città considerava marginale. È così che sono nati il neorealismo, buona parte del cinema italiano degli anni Sessanta e quasi tutta la musica indipendente romana degli ultimi quarant'anni. Chi oggi apre una sala d'ascolto in un fondo commerciale di Roma est è dentro quella stessa storia, che gli interessi o no.
Cosa vedere intorno
Nel raggio di una passeggiata ci sono più cose di quante ne servano per riempire una giornata. Le arcate lungo il Mandrione sono l'itinerario che consiglio per primo, con lo Snodo Mandrione come punto di riferimento per capire il contesto. Più a sud, il Parco degli Acquedotti offre la versione monumentale e aperta dello stesso paesaggio. Verso il centro, la Basilica sotterranea di Porta Maggiore è uno dei monumenti più misteriosi e meno visitati di Roma, a pochi minuti da qui. Nel quadrante, la Casa della Cultura di Villa De Sanctis e le iniziative del Casilino Urban Fest raccontano la vita culturale di base della zona, mentre il Cinema sul tetto al Casilino Sky Park è uno degli esperimenti più interessanti di uso pubblico degli spazi di quartiere.
Per restare sul tema del suono, il RCCB Init lavora su musica elettronica e club culture in chiave di ricerca, e il festival MOV a Villa Lais mette insieme musica, arti e sperimentazione in un altro quadrante della città. Se invece vuoi chiudere la giornata con una cena in zona, Torpignattara e il Pigneto hanno una densità di cucine diverse che in poche altre parti di Roma si trova: è uno dei quadranti più internazionali della città, e si mangia di conseguenza.
Domande veloci su Pescheria
Che cosa è esattamente Pescheria?
Un fondo in Via Galeazzo Alessi, 57/59, che ospitava una pescheria di quartiere e che oggi funziona come sala d'ascolto, sala di registrazione e luogo d'incontro dedicato alle musiche di ricerca.
In che quartiere si trova?
Nella zona di Villa Certosa, dentro l'area di Torpignattara, nel Municipio V, a ridosso della Casilina e del Mandrione. È Roma est, non il Tuscolano, che è più a sud oltre la ferrovia.
Come ci arrivo con i mezzi?
Le fermate più comode della linea C della metropolitana sono Pigneto e Malatesta, da cui si cammina. Sulla Casilina passano gli autobus di superficie e la vecchia ferrovia a scartamento ridotto verso Centocelle. Dalla Prenestina si arriva in tram e poi a piedi.
Che musica si ascolta?
Musiche laterali: improvvisazione, elettroacustica, registrazione ambientale, minimalismo, ricerca sonora. Cioè repertori che raramente passano dai circuiti commerciali e che chiedono un ascolto attento.
Posso registrare un disco qui?
Una sala di registrazione serve esattamente a questo, ma la disponibilità, i tempi e le condizioni vanno concordati direttamente con chi gestisce lo spazio. Vale per qualunque studio: si parte da una telefonata, non da una prenotazione online.
È adatto ai bambini?
Dipende da cosa c'è in programma. Un ascolto collettivo a volume moderato può essere un'esperienza interessante anche per un ragazzino curioso, purché sia in grado di stare in silenzio per il tempo necessario. Sotto quell'età conviene lasciar perdere.
Qual è il periodo migliore per venire?
La stagione fredda, da ottobre ad aprile, quando la programmazione al chiuso è più densa. In estate Roma si sposta all'aperto e i luoghi di questo tipo riducono l'attività o la spostano altrove.
Domande frequenti su Pescheria
Dove si trova Pescheria e cosa era prima?
Pescheria si trova in via Galeazzo Alessi 57/59, codice postale 00176, nella zona di Villa Certosa, dentro il Municipio V, nell'area di Torpignattara, a ridosso della Casilina. Il fondo ospitava in origine una vera pescheria di quartiere, con banco di marmo e ghiaccio tritato.
Cos'è oggi Pescheria?
Oggi Pescheria è una sala d'ascolto, una sala di registrazione e un luogo d'incontro dedicato alle musiche di ricerca e alle cosiddette musiche laterali, cioè tutto quello che non passa dal canale centrale della distribuzione discografica e della radio generalista.
Che musica si ascolta a Pescheria?
A Pescheria si ascoltano musiche laterali, un'espressione che indica per esclusione tutto quello che resta fuori dal circuito della radio generalista e del concerto a biglietteria piena: repertori di nicchia e ricerca sonora.
Pescheria è aperta tutti i giorni?
No, Pescheria non è un bar con orario fisso: apre in funzione di quello che ci succede dentro, e il calendario cambia spesso. I canali diretti di chi lo gestisce sono l'unica fonte affidabile su giorni e orari, quindi conviene informarsi prima di partire.
Come ci si comporta durante un ascolto a Pescheria?
A Pescheria vale un galateo preciso: si parla sottovoce e nelle pause, e non ci si sposta continuamente davanti ai diffusori, perché una stanza trattata acusticamente ha un equilibrio delicato che una persona in movimento può alterare per tutti gli altri.
Cosa c'è vicino a Pescheria?
Vicino a Pescheria, nel quartiere di Torpignattara, si trovano le arcate lungo il Mandrione, con lo Snodo Mandrione come punto di riferimento, il Parco degli Acquedotti più a sud e, verso il centro, la Basilica sotterranea di Porta Maggiore.
Da dove viene il nome della via dove si trova Pescheria?
Via Galeazzo Alessi, dove si trova Pescheria, è intitolata a un architetto perugino del Cinquecento, nato nel 1512 e morto nel 1572, protagonista dell'architettura italiana del suo secolo, attivo soprattutto a Genova.
Perché un posto così conta
Vi lascio con la cosa che mi sembra più importante. Una città si giudica anche da quante stanze possiede in cui è possibile fare qualcosa che non produce un profitto immediato. Roma ne ha avute tantissime e ne sta perdendo molte, sostituite da attività che rendono di più per metro quadro e che chiedono alla città molto meno. Una ex pescheria in cui si ascoltano dischi in silenzio e si registra musica che venderà poche copie è, in termini contabili, una sciocchezza. In termini di città è esattamente il contrario: è il tipo di luogo da cui nei decenni sono usciti film, dischi, libri e mestieri, e senza il quale una metropoli diventa un contenitore di consumi e basta.
Quindi il mio invito è diretto. Prenditi un pomeriggio, scendi in questo quadrante, cammina lungo l'acquedotto, guarda le case basse e i cortili, poi entra in una stanza dove qualcuno ha deciso che ascoltare un disco intero è un'attività degna di un luogo apposito. Non ti servirà conoscere la musica in programma. Ti servirà soltanto la pazienza di stare seduto per quaranta minuti senza guardare il telefono, che nel 2026 è diventata una disciplina più rara di quanto immagini.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Via Galeazzo Alessi, 57/59
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