Parco Monte Orlando
In breve. Il Parco Monte Orlando è un’area naturale protetta nel comune di Gaeta, in provincia di Latina, e non ha nulla a che vedere con Roma se non la distanza: centoquaranta chilometri scarsi di strada, fra Pontina e Appia, oppure autostrada…
Il Parco Monte Orlando è un’area naturale protetta nel comune di Gaeta, in provincia di Latina, e non ha nulla a che vedere con Roma se non la distanza: centoquaranta chilometri scarsi di strada, fra Pontina e Appia, oppure autostrada del Sole fino a Cassino e poi la statale verso il mare. Chi lo cerca sulla carta lo trova come promontorio calcareo alto 171 metri sul livello del mare, appeso al fianco meridionale della città, prolungamento naturale dei Monti Aurunci verso il Tirreno. Chi ci arriva davvero lo trova come una cosa sola con l’abitato: si parcheggia sotto, si sale a piedi, e in dieci minuti si passa dal traffico di lungomare a un bosco di lecci con un mausoleo romano in cima. Il parco è uno dei tre tronconi del Parco Naturale Regionale Riviera di Ulisse e copre 59 ettari di terra più 30 ettari di fondale marino davanti alle falesie. Il resto del promontorio, la parte che il parco non tocca, è la fascia urbanizzata verso il porto e verso Gaeta vecchia.
Questa pagina racconta il parco per come lo si cammina: gli ingressi, i sentieri, le batterie borboniche scavate nella roccia, la Montagna Spaccata con il suo santuario, la Grotta del Turco e i suoi gradini, il mausoleo di Lucio Munazio Planco, la macchia mediterranea e la gariga del versante sud, gli uccelli che si fermano qui in migrazione. Dove i dati non sono verificabili lo diciamo apertamente, perché su Monte Orlando circolano numeri contraddittori anche nelle fonti locali.
Dove si trova il Parco Monte Orlando e come ci si arriva davvero
Il promontorio chiude a sud il golfo di Gaeta. È collegato alla terraferma da un istmo leggermente collinare, e questo dettaglio geografico spiega tutta la forma della città: sull’istmo stanno il borgo, il quartiere moderno, il porto civile e quello militare da un lato, la lunga spiaggia di Serapo dall’altro. Monte Orlando è la testa di quella penisola. Non è un rilievo isolato in mezzo alla campagna: è un pezzo di montagna dentro una città di poco più di ventimila abitanti, e ci si entra da dentro l’abitato, non da un cancello in mezzo ai campi.
In auto da Roma e dal resto del Lazio
Da Roma le strade sono due e si equivalgono più di quanto dicano i navigatori. La prima scende sulla Pontina, la strada statale 148, fino all’innesto con la statale 7 Appia in zona Terracina, poi prosegue sulla Flacca, la regionale 213, che corre a mezza costa sul mare fra Terracina, Sperlonga e Gaeta. È la strada più bella e la più lenta: d’estate, nei fine settimana, la Flacca fra Sperlonga e Gaeta si imbottiglia con una regolarità che nessun orario di partenza intelligente riesce del tutto a evitare. La seconda scende sull’Autostrada del Sole fino a Cassino, poi prende la superstrada verso Formia e arriva a Gaeta da est. È la più monotona e quasi sempre la più rapida, soprattutto nei mesi caldi.
Le fonti turistiche indicano circa 144 chilometri da Roma con due ore e mezza di percorrenza, circa 71 chilometri da Latina e circa 82 da Frosinone. Sono stime di navigatore, non tempi garantiti: in luglio e agosto, sul tratto costiero, si aggiunge tranquillamente un’ora. Chi arriva da Napoli percorre la stessa autostrada in senso inverso e impiega poco più di un’ora fino all’uscita di Cassino, poi scende verso il golfo.
In treno e in autobus
Gaeta non ha una stazione ferroviaria attiva per il traffico passeggeri. Lo scalo di riferimento è Formia Gaeta, sulla linea tirrenica Roma Napoli, servito sia dai regionali sia da una parte degli Intercity. Da Formia si prosegue con gli autobus di linea che collegano la stazione al centro di Gaeta in una ventina di minuti, traffico permettendo. È un passaggio che va pianificato: la frequenza dei bus non è quella di una metropolitana e negli orari serali si dirada parecchio. Chi viaggia senza auto farebbe bene a verificare l’ultima corsa utile prima di decidere a che ora scendere dal monte.
Gli ingressi al parco
Il punto di partenza più usato è il parcheggio degli Spalti, alle pendici del monte, da cui parte via Lucio Munazio Planco che sale verso la sommità. Da lì si imboccano i sentieri principali e in una mezz’ora di cammino comodo si arriva al mausoleo. Il secondo accesso, quello che quasi tutti i visitatori occasionali usano senza rendersi conto di entrare in un parco, è il piazzale del santuario della Santissima Trinità, sul versante occidentale: ci si arriva in auto, si parcheggia e si scende a piedi verso la Montagna Spaccata e la Grotta del Turco. Il terzo, meno frequentato, è dal lato di Serapo, con una salita più ripida e meno ombreggiata.
Non c’è biglietteria e non si paga per entrare nel parco. Si paga, o si lascia un’offerta, solo per alcune strutture interne che hanno una gestione propria: la Grotta del Turco è a offerta libera e dipende dai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere che reggono il santuario, mentre i musei allestiti nelle polveriere hanno aperture stagionali gestite dall’ente parco. Gli orari di queste strutture cambiano da un anno all’altro e vanno chiesti direttamente prima di partire, perché è frequente trovare chiuso ciò che un sito non aggiornato dà per aperto.

Che cosa è davvero il Parco Monte Orlando: un parco urbano regionale, non una riserva remota
La formula giuridica conta, perché cambia le aspettative. Monte Orlando è un parco regionale urbano, e la parola urbano non è un dettaglio burocratico: significa che l’area protetta è incastrata nel tessuto costruito di Gaeta, che i confini passano a pochi metri dalle case, che si sente il rumore del porto quando il vento viene da nord. Chi immagina una riserva silenziosa e disabitata resterà spiazzato. Chi accetta questa natura ibrida trova una cosa rara: un promontorio boscoso, con falesie a picco e archeologia romana, raggiungibile a piedi dal centro di una città di mare.
I numeri e le norme
L’area protetta si chiama per esteso Parco Regionale Urbano di Monte Orlando ed è uno dei comparti dell’Ente Parco Regionale Riviera di Ulisse. Il portale regionale delle aree protette indica 59 ettari terrestri e 30 ettari marini e riconduce l’istituzione alla legge regionale 22 ottobre 1986, numero 47, con successivo intervento della legge regionale 31 dicembre 2016, numero 17. La voce enciclopedica su Monte Orlando riporta invece 53 ettari di terraferma più 30 di fondale, e il parco risulterebbe occupare circa tre quarti del promontorio. La discrepanza fra 53 e 59 ettari non è risolvibile con le fonti consultate; vale la pena saperlo, perché entrambi i numeri circolano nelle guide e nessuno dei due è chiaramente sbagliato. Quello che non cambia è il rapporto fra parte protetta e parte urbanizzata: il monte, tolto il fianco meridionale che guarda la città, è coperto di bosco e non è abitato.
L’ente di gestione è il Parco Riviera di Ulisse, con sede in via della Breccia 5 a Gaeta e recapito telefonico 0771 743070. Il comune di riferimento è il Comune di Gaeta. La Riviera di Ulisse comprende anche il Parco di Gianola e Monte di Scauri, più a sud verso il confine campano, e altre aree del litorale fra Formia e Minturno. Chi vuole capire la logica dell’ente farebbe bene a leggere i tre comparti insieme, perché nascono dallo stesso problema: proteggere pezzi di costa tirrenica sopravvissuti alla cementificazione degli anni sessanta e settanta.
La geologia, che qui spiega tutto il resto
Il promontorio è fatto quasi esclusivamente di calcari meso cenozoici, formatisi in un intervallo che va da circa 190 a circa 25 milioni di anni fa. In quella roccia si leggono fossili di foraminiferi bentonici, alghe calcaree e rudiste: organismi di mare basso, che raccontano un ambiente di piattaforma carbonatica antichissimo. Il calcare è anche la ragione della morfologia visibile oggi: falesie verticali sul versante a mare, faglie che tagliano il costone, terre rosse residuali nelle conche, grotte e cavità carsiche. La Montagna Spaccata e la Grotta del Turco non sono curiosità isolate, sono il risultato prevedibile di una roccia fratturata e solubile aggredita per milioni di anni dall’acqua e dal mare.
Questo spiega anche una cosa pratica: il rischio idrogeologico. La Grotta del Turco è rimasta chiusa per anni proprio per la sicurezza delle pareti rocciose lungo la discesa, ed è stata riaperta solo dopo il rifacimento dei gradini e la messa in sicurezza di pareti e ringhiere. Su un promontorio calcareo con falesie attive, le chiusure temporanee di sentieri e scalinate non sono un capriccio amministrativo: sono la normalità.
La costa del Parco Monte Orlando: che cosa è pubblico e che cosa non lo è
Il rapporto fra il parco e il mare è meno immediato di quanto la cartolina suggerisca. Monte Orlando non è una spiaggia: è un promontorio con falesie che cadono in acqua. Il tratto marino protetto, 30 ettari di fondale davanti alle scogliere, è parte dell’area tutelata e ha regole proprie. Una cosa importante e spesso ignorata: solo in alcuni tratti costieri del monte, quelli non gestiti dall’ente parco, è consentita la pesca. Dove gestisce il parco, non si pesca. È il genere di informazione che conviene verificare in loco sulla cartellonistica prima di calare una lenza, perché i confini fra tratto gestito e tratto non gestito non sono intuitivi guardando il mare dall’alto.
Le spiagge sono altrove, e questo va detto subito
Chi cerca sabbia deve scendere dal monte. Sul lato occidentale dell’istmo c’è Serapo, l’arenile lungo e attrezzato che è la spiaggia urbana di Gaeta; più a nord, lungo la Flacca, si allineano gli altri arenili del comune, fra cui la spiaggia di Sant’Agostino, la più estesa del litorale gaetano. Come tutto l’arenile marittimo italiano, questi tratti sono demanio pubblico: vi si accede dai varchi liberi oltre che dagli stabilimenti in concessione. Il parco, invece, offre il mare da guardare e da fotografare, non da vivere in ciabatte e ombrellone.
Arrampicata, trekking, bicicletta
Le falesie a picco sul mare ospitano numerose vie di arrampicata sportiva e tradizionale, ed è una delle vocazioni riconosciute del promontorio: chi arrampica a Gaeta lo sa da anni, chi arriva da turista quasi mai. Non è terreno per improvvisazione: sono pareti calcaree sopra l’acqua, con accessi che richiedono conoscenza del posto e attrezzatura adeguata. Per il resto, i sentieri del parco consentono trekking e pedalate in bicicletta fra il verde, con dislivelli modesti ma continui; la quota massima resta quella dei 171 metri della vetta, il che significa che nessun percorso è alpinistico, ma che quasi tutti salgono.
Una curiosità sul Parco Monte Orlando
Nel giugno 2019 le falesie e le grotte del promontorio sono finite in una produzione televisiva internazionale: HBO ha scelto questi scenari per le riprese di Bloodmoon, il prequel della serie Il Trono di Spade. La notizia è documentata dalle cronache locali e dai portali turistici di Gaeta. Vale la pena aggiungere il seguito, che quasi nessuno racconta: quel prequel non è mai andato in onda, perché la produzione fu interrotta dopo l’episodio pilota. Le riprese fatte qui, quindi, appartengono a una serie che il pubblico non ha mai visto. Resta il fatto che uno studio americano con budget illimitati, dovendo cercare un paesaggio costiero drammatico, sia venuto a trovarlo su un promontorio di ventitremila abitanti in provincia di Latina.
Non abbiamo verificato quali scene precise siano state girate né in quali punti esatti del parco, e non abbiamo trovato fonti primarie della produzione: la ricostruzione si basa su stampa locale e siti turistici gaetani.
Il mausoleo di Lucio Munazio Planco e l’archeologia del Parco Monte Orlando
Sulla vetta del promontorio sta il monumento che dà al parco il suo peso storico: il mausoleo di Lucio Munazio Planco, console romano morto a Gaeta, costruito nel 22 avanti Cristo. È un edificio circolare in ottimo stato di conservazione, cosa non banale per un sepolcro di duemila anni fa rimasto all’aperto su un monte esposto ai venti di mare.
Le misure e la struttura
Il diametro è di 29,54 metri, la circonferenza esterna misura 93,10 metri, l’altezza è di 9 metri. All’interno, quattro celle con volte a botte disposte secondo i quattro punti cardinali si aprono su un corridoio circolare. Oggi quelle celle ospitano un antiquarium con reperti e una copia della statua del console. Sopra la porta si conserva, quasi integra, l’iscrizione dedicatoria che elenca le cariche e le imprese di Planco: console, censore, imperator, trionfatore sui Reti, costruttore del tempio di Saturno con il bottino di guerra, fondatore in Gallia delle colonie da cui nasceranno Lione e Basilea.
Chi era Planco, e perché il monumento sta qui
Lucio Munazio Planco fu un militare e un politico della fase finale della repubblica romana, attraversò la guerra civile cambiando schieramento con un tempismo che gli garantì la sopravvivenza e una carriera lunghissima, e chiuse la vita nella Gaeta dei grandi possedimenti aristocratici. Il golfo, in età tardorepubblicana e imperiale, era una delle zone di villeggiatura più ambite dell’aristocrazia romana, alla pari con Baia e con la costa flegrea. Costruirsi il sepolcro sulla cima del promontorio significava mettere il proprio nome nel punto più visibile di quel paesaggio: chi arrivava dal mare vedeva prima il mausoleo e poi la città.
Vale la pena registrare la sfumatura cronologica: le fonti consultate concordano sul 22 avanti Cristo, ma alcune lo formulano come datazione approssimativa, con la locuzione intorno al 22 avanti Cristo. La differenza è irrilevante per il visitatore e importante per l’onestà della scheda.
La villa romana e il resto dell’archeologia
Il promontorio non ha un solo monumento antico. Accanto al santuario della Santissima Trinità affiorano i resti di una villa romana, e alcune ricostruzioni locali collegano proprio a quella villa la scelta del sito per l’insediamento monastico successivo: i monaci si sarebbero installati su strutture già esistenti, come accadde in decine di casi lungo tutta la costa tirrenica. Non abbiamo trovato una relazione di scavo che confermi il nesso, quindi lo riportiamo come tradizione locale e non come dato archeologico accertato. Dove invece la continuità è visibile a occhio nudo è nelle cisterne e nei terrazzamenti: su un promontorio calcareo senza sorgenti, la raccolta dell’acqua piovana è stata per due millenni la condizione di qualunque insediamento, romano, monastico o militare.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Parco Monte Orlando
La sorpresa vera di Monte Orlando non è romana e non è religiosa: è borbonica e militare. Nel Cinquecento il promontorio fu incorporato nella fortezza di Gaeta, e da allora fino all’unità d’Italia il monte è stato prima di tutto un’opera difensiva. Camminando sui sentieri si incontrano, uno dietro l’altro, i resti di un sistema di batterie e di depositi che oggi è la parte più ignorata del parco e probabilmente la più interessante.
Le batterie
Le fonti locali elencano l’antica batteria Philippstadt, che faceva parte del fronte di terra, le batterie Dente di Sega e Cinquepiani, collegate fra loro, e la batteria anulare di Monte Orlando Superiore, un complesso ottocentesco in gran parte sotterraneo che ospita un percorso espositivo. Sono strutture scavate e costruite per reggere il fuoco di artiglieria e per controllare l’imboccatura del golfo; la loro posizione non è casuale e si capisce solo guardando il mare dalle feritoie. Chi ha pazienza di percorrerle in sequenza ottiene, senza volerlo, una lezione di storia militare del Mediterraneo fra Settecento e Ottocento.
Le polveriere
Tre depositi di polvere da sparo, costruiti lontano dall’abitato per l’ovvia ragione che saltavano in aria, sono sopravvissuti e sono stati recuperati. La polveriera Real Ferdinando fu eretta fra il 1764 e il 1765 e oggi ospita un museo storico, naturalistico e geopaleontologico, articolato in tre sezioni. La polveriera Trabacco, il cui nome deriva dallo spagnolo, ospita un allestimento faunistico intitolato Una falesia sul mare. La polveriera Carolina è stata restaurata e inserita nel percorso museale e naturalistico del parco; le schede turistiche la danno accessibile liberamente e senza biglietto, ma questo tipo di informazione cambia con le stagioni e con le disponibilità dell’ente, quindi va verificato prima di contarci.
Un dettaglio che dice molto su come funziona il parco: gli edifici militari sono diventati contenitori museali, e i musei parlano di geologia, fauna e paesaggio. Il promontorio racconta se stesso dentro le strutture costruite per difenderlo.

Il consiglio che ti do per visitare il Parco Monte Orlando
Salite dal basso e scendete dall’alto, non il contrario. La maggior parte dei visitatori arriva in auto al piazzale del santuario, guarda la Montagna Spaccata, scende e risale i gradini della Grotta del Turco e riparte convinta di avere visto Monte Orlando. Ha visto un decimo del parco, e per giunta il decimo più affollato. Il modo giusto è lasciare l’auto al parcheggio degli Spalti, salire a piedi lungo via Munazio Planco incontrando le batterie in ordine, arrivare al mausoleo con il fiato corto e la vista aperta sul golfo, e solo dopo attraversare verso il versante occidentale per il santuario. Si cammina di più, si suda, e si capisce la struttura del promontorio invece di collezionarne due fotografie.
Quanto tempo serve davvero
Una visita onesta, che comprenda la salita, il mausoleo, almeno una batteria, il santuario e la discesa alla grotta, richiede mezza giornata piena. Chi ha tre ore scelga: o il versante militare e archeologico, o il versante religioso e geologico. Chi ha un’ora resti in città e rimandi. Le fonti che promettono il parco in una passeggiata veloce stanno descrivendo il solo piazzale del santuario.
Che cosa portare
Scarpe chiuse con suola che tenga: i sentieri sono buoni ma il calcare levigato scivola, soprattutto sui gradini in discesa e dopo la pioggia. Acqua, perché sul monte le fontane non sono affidabili e in estate il versante meridionale batte in pieno sole senza ombra. Un cappello. Se l’obiettivo include la Grotta del Turco, considerate che sono quasi trecento gradini in discesa e altrettanti in risalita, e che la risalita si fa in fondo alla visita, quando le gambe hanno già lavorato: chi ha problemi di ginocchia o di cuore valuti prima, non a metà scalinata.
La regola del silenzio, che qui ha un senso pratico
Il promontorio è una stazione di sosta per l’avifauna migratrice e un rifugio per la fauna stanziale, e lo è proprio perché alcuni suoi ambienti rupestri sono inaccessibili. Le pareti dove nidifica il falco pellegrino non vanno disturbate, e questo vale anche per chi arrampica: nel periodo riproduttivo alcune vie possono essere sconsigliate o interdette. Chiedete all’ente parco invece di fidarvi di una relazione trovata in rete.
Il verde, la macchia mediterranea e la gariga del Parco Monte Orlando
L’associazione vegetale dominante è la macchia mediterranea, con alberi di piccola e media taglia e arbusti: leccio, corbezzolo, lentisco, mirto sono le specie che le schede del parco citano per prime. Non è un bosco monumentale e non pretende di esserlo: è la copertura che il calcare, la salsedine e il sole permettono su un promontorio esposto.
Perché ogni pianta qui ha una storia diversa
C'è un’osservazione che vale la pena riprendere per esteso, perché è il modo giusto di guardare questa vegetazione: ogni pianta del promontorio ha una storia legata a fattori diversi, il passaggio degli uccelli migratori che hanno portato i semi, il tipo di suolo in cui quel seme è caduto, l’esposizione al sole, la vicinanza ad altre piante, e la storia degli uomini che qui hanno vissuto e vivono tuttora. Su un monte che è stato fortezza per quattrocento anni, questa ultima variabile pesa più di quanto si immagini: i terrazzamenti militari, gli sbancamenti per le batterie, i tagli per le linee di tiro hanno riscritto la distribuzione delle specie in modi che oggi leggiamo come naturali.
La gariga del versante meridionale
Sul fianco sud la macchia degrada e raggiunge lo stadio di gariga: una formazione vegetale fatta di specie basse e distanziate, adattate a terreni poveri e a un irraggiamento solare intenso. È il versante che d’estate va evitato nelle ore centrali e che in aprile e maggio, invece, dà il meglio, quando le specie della gariga fioriscono e il suolo sottile si copre di colore. La transizione fra macchia e gariga si vede camminando: cambia l’altezza della vegetazione, cambia l’ombra, cambia il suono, perché la gariga non ha chioma e il vento ci passa dentro senza fruscio.
Gli uccelli
Il promontorio è una stazione importante sulle rotte dell’avifauna migratrice, e la sua inaccessibilità in alcuni tratti rupestri lo rende anche un rifugio sicuro per le specie stanziali. In primavera e in autunno è comune osservare aironi, falchi pecchiaioli, gheppi, gruccioni, upupe, nibbi, albanelle e perfino cicogne. Tutto l’anno si vedono picchi, passeri, cormorani e gabbiani. Di notte si sentono barbagianni, allocchi e assioli, e il fruscio di roditori come il ghiro. Il falco pellegrino è la specie di punta delle falesie, quella che giustifica il sentiero ornitologico attrezzato dall’ente parco.
I mammiferi e i rettili, con una precisazione onesta
La fauna terrestre comprende il riccio, il toporagno e il biacco fra i rettili. È un elenco corto, e la ragione è scritta nella geografia: la fauna terrestre di Monte Orlando subisce inevitabilmente forme di condizionamento dovute alla forte antropizzazione del contesto in cui questa piccola area protetta è inserita. Cinquantanove ettari circondati da una città non possono ospitare popolazioni faunistiche paragonabili a quelle di un parco appenninico, e chi vende Monte Orlando come santuario della biodiversità sta esagerando. Quello che il parco fa davvero, e lo fa bene, è garantire un punto di sosta e un rifugio in un litorale altrimenti costruito quasi senza interruzioni.
Il mare davanti alle falesie
Lo specchio d’acqua antistante le falesie ospita, fra gli scogli affioranti e su fondali profondi anche oltre trenta metri, numerosi organismi di flora e fauna marine. Alcuni sono comuni in ambiente mediterraneo, altri decisamente meno, e le schede dell’ente parlano apertamente di sorprese. Non abbiamo verificato l’elenco delle specie segnalate né lo stato aggiornato di consegna del tratto marino all’ente gestore, che nella vecchia documentazione risultava ancora in corso: chi ha interesse scientifico chieda direttamente al parco.
I sentieri, per nome
Il portale regionale elenca sei percorsi: il sentiero delle falesie, il sentiero Gaeta medievale, il sentiero di Monte Orlando corrispondente al percorso CAI LH17, il sentiero didattico Frontignan La Peyraide, il sentiero ornitologico e il sentiero del ghiro. Alcune guide locali li raggruppano diversamente, parlando di sentiero delle falesie, sentiero del mausoleo e sentiero delle batterie: sono descrizioni funzionali degli stessi tracciati, non una rete diversa. Le lunghezze e i dislivelli precisi non risultano dalle fonti che abbiamo letto, quindi non li inventiamo: la segnaletica in loco e le mappe distribuite dall’ente restano il riferimento.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che la Montagna Spaccata si chiama così per le fratture che tagliano il costone. Quasi nessuno si sofferma su quante siano e su che cosa ci sia dentro ciascuna. Le fenditure sono tre, e ognuna ha avuto un destino diverso.
La prima ha generato la Grotta del Turco, poco a sinistra dell’ingresso, raggiungibile scendendo una lunga scalinata che un tempo arrivava fino al mare e che è stata poi accorciata per ragioni di sicurezza. La seconda ospita la Cappella del Crocifisso, costruita sopra un grosso masso che si sarebbe incastrato fra le pareti rocciose dopo essersi staccato dall’alto; le fonti locali datano l’episodio al 1434 e collocano la costruzione della cappella nel Cinquecento, mentre altre schede la dicono quattrocentesca e la descrivono sospesa a una trentina di metri sopra il mare. La terza è la più stretta e la meno visitata.
Sulla parete rocciosa, scendendo verso la cappella, si vede la cosiddetta Mano del Turco: un’impronta di cinque dita impressa nel calcare. La spiegazione scientifica è un fenomeno carsico prodotto dallo scorrimento dell’acqua piovana. La spiegazione popolare è un marinaio saraceno che, per scherno, appoggiò la mano sulla roccia negando che la montagna si fosse spaccata alla morte di Cristo, e la pietra gli si ammorbidì sotto le dita. Nel santuario si conserva anche un giaciglio di pietra noto come il letto di San Filippo Neri, e la tradizione locale vuole che il santo abbia soggiornato qui. Fra i visitatori illustri le fonti ricordano papa Pio IX. Sono tradizioni devozionali riportate dalle schede del parco e dell’arcidiocesi, non fatti documentati da noi in fonti primarie.
Una contraddizione sulle date che è giusto lasciare in piedi
Sulla fondazione del santuario le fonti divergono in modo netto. La scheda del portale regionale delle aree protette lo dice edificato nell’undicesimo secolo. Un portale turistico locale lo fa fondare dai monaci benedettini intorno al 930 dopo Cristo, sui resti di una villa romana. Un secolo e mezzo di differenza non è un’imprecisione trascurabile, e non abbiamo elementi per scegliere. Quello su cui tutte le fonti concordano è l’origine benedettina dell’insediamento e l’aspetto barocco dell’edificio attuale, a navata unica, con volta a botte lunettata, cappelle laterali e abside quadrangolare; sull’altare maggiore novecentesco c’è una tela di Raimondo Bruno con la Madonna e Sant’Erasmo che affidano Gaeta alla protezione della Santissima Trinità. Il santuario è retto dai missionari del P.I.M.E.
La Grotta del Turco e i suoi gradini
Anche qui i numeri ballano. Le cronache della riapertura parlano di 275 scalini; una scheda turistica gaetana ne conta 272. La riapertura è datata al 15 agosto 2025, dopo circa dieci anni di chiusura per rischio idrogeologico, e i lavori di rifacimento dei gradini e di messa in sicurezza delle pareti e delle ringhiere sono stati sostenuti dai padri del Pontificio Istituto Missioni Estere. L’ingresso è a offerta libera. Gli orari indicati dalle fonti al momento della riapertura erano dal martedì alla domenica, 9 12 e 14:30 17:30, con lunedì di chiusura; altre schede riportano 9 11:45 e 14:30 17:30, e la chiesa accessibile tutti i giorni dalle 6:45 alle 18:30. Trattate questi orari come indicativi e telefonate prima: un sito religioso gestito da una comunità missionaria non ha gli orari di un museo statale.
La foto giusta da fare al Parco Monte Orlando
Le fotografie che si portano a casa da qui sono tre, e si fanno in tre momenti diversi della giornata.
La prima è la fenditura della Montagna Spaccata vista dal basso, dalla scalinata che scende verso la Cappella del Crocifisso: le due pareti verticali che si stringono, il triangolo di mare in fondo, la luce che entra da sopra. Funziona a metà mattina, quando il sole è abbastanza alto da illuminare il fondo della spaccatura senza bruciarne i bordi. A mezzogiorno il contrasto diventa ingestibile, nel tardo pomeriggio il fondo va in ombra.
La seconda è la Grotta del Turco dall’interno, con l’arco naturale che incornicia l’acqua: qui il colore conta più della composizione, perché i riflessi vanno dal turchese allo smeraldo a seconda dell’ora e della limpidezza. Serve mano ferma o appoggio, perché la luce è poca e il treppiede in mezzo a una scalinata trafficata non è una buona idea.
La terza è il mausoleo di Planco sulla vetta, e va fatta di tardo pomeriggio, quando la luce radente stacca il paramento circolare dal fondo e il golfo dietro si apre fino al promontorio di Sperlonga. Il mausoleo fotografato in pieno sole di mezzogiorno diventa una ciambella piatta e grigia; lo stesso edificio a un’ora dal tramonto mostra i corsi di pietra e l’altezza reale.
Una raccomandazione che non riguarda l’estetica: la tentazione di avvicinarsi al bordo delle falesie per il colpo d’occhio è forte e le rocce calcaree strapiombanti sono infide, soprattutto dove l’erba nasconde il ciglio. Nessuna fotografia vale quel rischio, e le pareti del promontorio hanno già una storia di dissesti che ha costretto a chiudere una scalinata per dieci anni.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Monte Orlando non è un fondale: è stato più volte il posto dove le cose sono successe.
L’età romana
Il primo evento documentato dal monumento stesso è la costruzione del mausoleo nel 22 avanti Cristo, che segna la morte a Gaeta di uno dei protagonisti politici della transizione fra repubblica e principato. Attorno, il golfo era costellato di ville aristocratiche: il promontorio guardava dall’alto un paesaggio di otium imperiale di cui restano tracce lungo tutta la costa, dalla villa di Tiberio a Sperlonga in poi.
Il Cinquecento e la fortezza
Nel Cinquecento il promontorio viene incorporato nella fortezza di Gaeta. È il passaggio che cambia la destinazione del monte per i successivi trecentocinquant’anni: da luogo di sepoltura e di devozione a opera militare. Le fortificazioni cinquecentesche saranno poi riprese, ampliate e rifatte in età borbonica, ed è a quella fase che risalgono le batterie e le polveriere che si vedono oggi. La polveriera Real Ferdinando, del 1764 1765, è la testimonianza datata più chiara di quella stagione.
L’assedio del 1860 1861
L’episodio storicamente più pesante è l’assedio di Gaeta, ultimo atto militare del Regno delle Due Sicilie. Cominciò il 5 novembre 1860 e finì il 13 febbraio 1861: centodue giorni, di cui settantacinque sotto il fuoco piemontese. Le forze assedianti, comandate dal generale Enrico Cialdini, contavano circa diciottomila uomini con sessantasei cannoni rigati e centottanta pezzi a lunga gittata; la guarnigione borbonica era di circa dodicimila soldati agli ordini del generale Francesco Milon, con il re Francesco II presente in piazza. L’armistizio fu firmato il 13 febbraio 1861 nella villa reale borbonica, oggi Villa Rubino a Formia, e il fuoco cessò alle 18:15 dello stesso giorno.
Il conto delle perdite, come riportato dalle ricostruzioni storiche, fu di 46 morti e 321 feriti fra i piemontesi, 826 morti, 569 feriti e 200 dispersi fra i borbonici. Per i civili non esistono registrazioni ufficiali e le stime superano il migliaio di vittime fra bombardamenti e malattie: all’inizio di dicembre si diffuse nella piazzaforte un’epidemia di tifo che continuò a uccidere per tutta la durata dell’assedio. Una precisazione dovuta: la ricostruzione dell’assedio che abbiamo consultato cita per nome le batterie Regina, Trinità, Cappelletti e Sant’Antonio e le posizioni di artiglieria assedianti su Castellone, Canzatora e Monte Lombone, senza attribuire a Monte Orlando un ruolo specificamente decisivo. Le batterie del promontorio facevano parte del sistema difensivo, ma non abbiamo trovato una fonte che le indichi come teatro principale dei combattimenti, e non lo affermiamo.
Il Novecento e il dopo
La dismissione militare del promontorio e il recupero delle strutture come patrimonio pubblico sono un fatto recente. Il parco nasce nel 1986 con la legge regionale numero 47, su spinta di associazioni ambientaliste e di cittadini, e con la legge regionale 17 del 2016 il quadro normativo viene aggiornato. Fra l’abbandono militare e l’istituzione del parco passa un intervallo in cui batterie e polveriere restano chiuse e si degradano; il restauro e la trasformazione in sedi museali arrivano dopo. È una storia di riuso che vale la pena tenere a mente camminando: quasi nulla di ciò che si visita è stato costruito per essere visitato.

Chi è passato dal Parco Monte Orlando
L’elenco dei nomi legati a questo promontorio è insolitamente lungo per un’area di cinquantanove ettari, e copre duemila anni.
Lucio Munazio Planco ci è sepolto, ed è il solo di cui l’iscrizione garantisca la presenza. Fu il fondatore in Gallia delle colonie da cui nascono Lione e Basilea, e il costruttore del tempio di Saturno nel Foro romano con il bottino di guerra: due città europee e un tempio del centro di Roma hanno il loro atto di nascita scritto su una porta in cima a un monte di Gaeta.
I monaci benedettini che fondarono l’insediamento da cui nascerà il santuario della Santissima Trinità sono gli anonimi che hanno determinato tutto il resto: senza quella scelta di sito, la Montagna Spaccata sarebbe rimasta una curiosità geologica senza scalinate e senza visitatori.
Fra i visitatori illustri le schede del parco e le tradizioni locali ricordano papa Pio IX e san Filippo Neri, al quale si attribuisce un soggiorno nel santuario e di cui si mostra ancora un giaciglio di pietra. Sono attribuzioni devozionali consolidate, non verificate da noi su documentazione d’archivio.
Nel 1860 e nel 1861 il re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia furono presenti nella piazzaforte durante i centodue giorni dell’assedio, insieme al generale Francesco Milon; dall’altra parte del fronte stava Enrico Cialdini. La fine del Regno delle Due Sicilie si consumò a poche centinaia di metri da questi sentieri.
Nel 2019, infine, una troupe di HBO ha piantato le macchine da presa sulle falesie per un prequel del Trono di Spade che non è mai arrivato al pubblico. È un finale in tono minore per una lista che comincia con un console romano, ma è anche la conferma di una costante: chi ha bisogno di un paesaggio che faccia impressione, prima o poi arriva qui.
Quando andare al Parco Monte Orlando e quando evitarlo
Il periodo giusto è la mezza stagione, e non per ragioni di folla ma di temperatura e di luce. Aprile, maggio, la prima metà di giugno, poi tutto settembre e ottobre: la macchia è fitta, la gariga fiorisce in primavera, il sole non picchia sui versanti esposti e le giornate sono ancora lunghe abbastanza per fare il giro completo senza correre. In primavera e in autunno passano anche i migratori, e il sentiero ornitologico ha un senso reale invece che teorico.
Luglio e agosto sono il momento peggiore, e non per il parco in sé ma per tutto quello che si trova attorno. La Flacca si intasa, i parcheggi di Gaeta si riempiono entro la mattina, la salita al mausoleo sul versante sud diventa una prova di resistenza al caldo, e il piazzale del santuario si trasforma in una coda. Se ci si trova a Gaeta in agosto e si vuole comunque salire, l’unica finestra praticabile è la prima mattina: si parte alle sette, si sale con l’ombra ancora sui sentieri, si scende prima delle undici. Il tardo pomeriggio funziona per la luce ma non per il traffico, e le strutture chiudono presto.
L’inverno è sottovalutato. Il parco resta aperto, i sentieri sono percorribili, il golfo con il mare mosso e i venti da nord ha un’asprezza che d’estate non si immagina, e non c’è nessuno. Gli svantaggi sono reali: giornate corte, possibilità di chiusure per maltempo o per rischio di caduta massi, orari ridotti delle strutture interne. Dopo giorni di pioggia il calcare levigato dei gradini è una trappola, e la discesa alla Grotta del Turco va valutata con attenzione o rimandata.
Un ultimo criterio, che non dipende dal calendario: verificate l’apertura del santuario e della grotta prima di partire. Sono gestiti da una comunità religiosa e da un ente parco, non da un circuito museale con orari standard, e la differenza fra una visita riuscita e una giornata sprecata sta quasi sempre in una telefonata non fatta.
Cosa c’è intorno al Parco Monte Orlando
Il parco non regge una vacanza da solo, e sarebbe sbagliato venderlo così. Regge benissimo una giornata, e si trova al centro di un tratto di costa che ne regge parecchie.
Gaeta, subito sotto
La città vecchia sta ai piedi del monte e merita quanto il parco. Il quartiere medievale con i vicoli stretti, il castello angioino aragonese, il duomo con il campanile, il lungomare Caboto. Il sentiero Gaeta medievale, uno dei percorsi indicati dall’ente parco, è pensato proprio per cucire la visita naturalistica a quella urbana. Chi ha mezza giornata in più la spenda qui, non altrove: la scheda dedicata a Gaeta elenca il resto.
Le spiagge del golfo
Serapo è la spiaggia urbana, raggiungibile a piedi dall’istmo, con arenile largo e stabilimenti. Verso nord, lungo la Flacca, si aprono gli altri arenili gaetani, fra cui la spiaggia di Sant’Agostino, e più avanti si arriva alla costa di Sperlonga, con il borgo bianco arroccato, la villa di Tiberio e la grotta. Chi cerca acqua sorgiva in riva al mare trova a pochi chilometri la spiaggia della Fontana. Verso sud, oltre il golfo, ci sono Formia e i suoi imbarchi per le isole.
Gli altri comparti della Riviera di Ulisse
Chi ha apprezzato l’impianto di Monte Orlando trova la stessa logica, con più spazio e meno gente, nel Parco di Gianola e Monte di Scauri, fra Formia e Minturno: un altro promontorio, un’altra villa romana, un’altra macchia mediterranea affacciata sul Tirreno. Insieme ai comparti gaetani compone il Parco Naturale Regionale Riviera di Ulisse, che si legge meglio come sistema che come somma di visite separate.
L’entroterra
Alle spalle del golfo sale il Parco Naturale dei Monti Aurunci, di cui Monte Orlando è geologicamente il prolungamento verso il mare. È un’area vastissima, con sentieri di ben altro impegno, borghi come Campodimele e Itri, e una fascia di montagna che dal mare si vede tutta. Chi vuole capire da dove viene il calcare del promontorio deve salire lì.
Domande veloci sul Parco Monte Orlando
Il Parco Monte Orlando è a Roma?
No. È a Gaeta, in provincia di Latina, a circa 140 chilometri da Roma. Compare fra le mete del litorale laziale raggiungibili in giornata dalla capitale, ma non ha alcun rapporto geografico con la città.
Si paga per entrare?
Nel parco no: l’accesso ai sentieri è libero e non esiste biglietteria. Alcune strutture interne hanno regole proprie: la Grotta del Turco è a offerta libera, i musei allestiti nelle polveriere hanno aperture e condizioni stabilite dall’ente parco.
Quanto è alto Monte Orlando?
171 metri sul livello del mare. È un promontorio calcareo, prolungamento dei Monti Aurunci verso il Tirreno.
Quanto è grande il parco?
Il portale regionale delle aree protette indica 59 ettari terrestri e 30 ettari marini. La voce enciclopedica su Monte Orlando riporta invece 53 ettari terrestri e 30 marini. La differenza non è risolta dalle fonti consultate.
Quando è stato istituito?
Con la legge regionale 22 ottobre 1986, numero 47, poi aggiornata dalla legge regionale 31 dicembre 2016, numero 17.
Chi lo gestisce?
L’Ente Parco Regionale Riviera di Ulisse, con sede in via della Breccia 5 a Gaeta, telefono 0771 743070.
Quanti gradini ha la Grotta del Turco?
Le fonti danno due numeri: 275 secondo le cronache della riapertura, 272 secondo una scheda turistica gaetana. In entrambi i casi si tratta di una discesa impegnativa da rifare in salita.
La Grotta del Turco è aperta?
È stata riaperta il 15 agosto 2025 dopo circa dieci anni di chiusura per rischio idrogeologico, con gradini rifatti e pareti messe in sicurezza a cura dei padri del P.I.M.E. Gli orari indicati dalle fonti erano dal martedì alla domenica con lunedì di chiusura; vanno verificati prima di partire.
Che cos’è la Mano del Turco?
Un’impronta di cinque dita nel calcare, lungo la scalinata verso la Cappella del Crocifisso. La spiegazione scientifica è un fenomeno carsico prodotto dallo scorrimento dell’acqua piovana; la leggenda locale la attribuisce a un marinaio saraceno incredulo.
Quando è stato costruito il mausoleo di Planco?
Nel 22 avanti Cristo. Ha diametro di 29,54 metri, circonferenza esterna di 93,10 metri e altezza di 9 metri, con quattro celle voltate a botte disposte secondo i punti cardinali attorno a un corridoio circolare.
Si può pescare?
Solo in alcuni tratti costieri non gestiti dall’ente parco. Dove gestisce il parco, no. I confini vanno verificati sulla cartellonistica in loco.
Si può arrampicare?
Sì, le falesie ospitano vie di arrampicata sportiva e tradizionale. È terreno per chi sa quello che fa, e nel periodo riproduttivo di alcune specie rupicole possono esserci limitazioni: conviene chiedere all’ente parco.
Si va in bicicletta?
Sì, i sentieri consentono trekking e pedalate. I dislivelli sono modesti in valore assoluto, visto che la quota massima è 171 metri, ma quasi tutti i percorsi salgono.
Quanto tempo serve per visitarlo?
Mezza giornata piena per un giro completo che comprenda salita, mausoleo, almeno una batteria, santuario e discesa alla grotta. Con tre ore si sceglie fra il versante militare e archeologico e quello religioso e geologico.
Come ci si arriva senza auto?
Treno fino a Formia Gaeta sulla linea tirrenica Roma Napoli, poi autobus di linea fino al centro di Gaeta. Verificare gli orari delle ultime corse serali prima di programmare la discesa dal monte.
Qual è il periodo migliore?
Da aprile a metà giugno e da settembre a ottobre. Luglio e agosto sono da evitare per caldo, traffico sulla Flacca e affollamento, salvo partire all’alba.
Il giudizio, dopo aver letto e camminato questo promontorio, è che Monte Orlando sia uno dei pochi posti del Lazio dove archeologia romana, ingegneria militare borbonica, devozione popolare e geologia stanno tutte dentro un’ora di cammino, e nessuna delle quattro è messa lì per il turista. Chi sale cercando la cartolina della Montagna Spaccata la ottiene in venti minuti e se ne va senza aver capito dove si trovava. Chi sale dal basso, in ordine, esce con una storia intera del golfo di Gaeta.
Alcuni dati restano incerti o non confermati: la superficie esatta del parco (le fonti danno 53 o 59 ettari terrestri), la data di fondazione del santuario (undicesimo secolo secondo il portale regionale, intorno al 930 secondo una fonte turistica locale), il numero esatto dei gradini della Grotta del Turco (272 o 275), gli orari correnti di santuario, grotta e musei delle polveriere, lo stato di consegna del tratto marino all’ente gestore, il nesso archeologico fra la villa romana e l’insediamento benedettino, i soggiorni di san Filippo Neri e di Pio IX, le scene precise girate dalla produzione HBO nel 2019, e le lunghezze e i dislivelli dei singoli sentieri.
Domande frequenti sul Parco Monte Orlando
Il Parco Monte Orlando è a Roma?
No, il Parco Monte Orlando si trova a Gaeta, in provincia di Latina, a circa 140 chilometri da Roma. Compare fra le mete del litorale laziale raggiungibili in giornata dalla capitale, ma non ha alcun rapporto geografico diretto con la città.
Si paga per entrare al Parco Monte Orlando?
No, l'accesso ai sentieri del Parco Monte Orlando è libero e non esiste una biglietteria per il parco in sé. Alcune strutture interne hanno però regole proprie, come la Grotta del Turco, che funziona a offerta libera.
Cosa si vede di importante nel Parco Monte Orlando?
Sulla vetta del Parco Monte Orlando si trova il mausoleo di Lucio Munazio Planco, console romano morto a Gaeta, costruito nel 22 avanti Cristo: un edificio circolare in ottimo stato di conservazione, con un diametro di 29,54 metri. Il parco custodisce anche la Montagna Spaccata e resti di batterie e depositi militari risalenti all'epoca borbonica.
Qual è il modo migliore per visitare il Parco Monte Orlando?
Il modo consigliato per visitare il Parco Monte Orlando è salire dal basso e scendere dall'alto, lasciando l'auto al parcheggio degli Spalti invece di fermarsi solo al piazzale del santuario. Chi si limita al piazzale vede appena un decimo del parco, e per giunta la parte più affollata, mancando gran parte dei sentieri e delle testimonianze militari.
Qual è il periodo migliore per visitare il Parco Monte Orlando?
Il periodo migliore per visitare il Parco Monte Orlando è la mezza stagione, cioè aprile, maggio, la prima metà di giugno, poi tutto settembre e ottobre. In quei mesi la macchia mediterranea è fitta e in fiore, il sole non picchia sui versanti esposti e le giornate restano lunghe abbastanza per completare il giro senza correre.
È vero che alcune scene di una serie tv sono state girate al Parco Monte Orlando?
Sì, nel giugno 2019 le falesie e le grotte del Parco Monte Orlando sono state usate per le riprese di Bloodmoon, il prequel della serie Il Trono di Spade prodotto da HBO. Quella produzione non è però mai andata in onda, perché il progetto fu interrotto dopo le riprese.
Il mare del Parco Monte Orlando è liberamente accessibile?
Non ovunque: il Parco Monte Orlando è un promontorio con falesie che cadono in acqua, e solo in alcuni tratti costieri del monte è possibile accedere al mare, mentre i 30 ettari di fondale davanti alle scogliere fanno parte dell'area tutelata con regole proprie. Non è quindi un parco con spiaggia libera diffusa lungo tutto il perimetro.
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