Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
In breve. La Riserva Naturale La Camosciara (AQ) è il nucleo storico e centrale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: un anfiteatro di pareti calcaree che si chiude attorno al bacino del torrente Scerto, nei comuni di Civitella Alfedena,…
La Riserva Naturale La Camosciara (AQ) è il nucleo storico e centrale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: un anfiteatro di pareti calcaree che si chiude attorno al bacino del torrente Scerto, nei comuni di Civitella Alfedena, Opi e Pescasseroli, in provincia dell’Aquila. Va detto subito, perché sul punto girano molti equivoci: nonostante il nome del parco contenga la parola Lazio, la Camosciara non si trova nel Lazio. Risulta interamente in Abruzzo, nell’Alto Sangro, a circa due ore e mezza di auto da Roma. Il Lazio compare nella denominazione del parco perché una porzione dell’area protetta ricade nella provincia di Frosinone, sul versante opposto rispetto a quello che interessa chi arriva qui per le cascate.
Chi parte da Roma per una giornata fuori porta trova alla Camosciara una cosa che nel Lazio non esiste con questa intensità: un fondovalle largo, ombroso e percorribile a piedi da chiunque, chiuso da una corona di guglie che ricordano le Dolomiti, con due cascate raggiungibili senza attrezzatura tecnica e una fauna che comprende il camoscio d’Abruzzo, l’orso bruno marsicano, il lupo appenninico, il cervo, il capriolo e l’aquila reale. La strada che entra nella riserva risulta chiusa al traffico motorizzato dal 1998, e questo cambia tutto: il rumore che si sente camminando è quello dell’acqua, non quello dei motori.
Il consiglio stagionale che l’anagrafe dei visitatori conferma da decenni resta valido: primavera, estate e autunno sono i tre momenti in cui la Camosciara dà il meglio. In primavera il torrente Scerto porta l’acqua di fusione e le cascate raggiungono la portata massima; in estate il bosco tiene una temperatura che nel fondovalle romano nessuno si sogna; in autunno la faggeta vira sul rame e sull’ocra e le pareti calcaree, ancora chiare, fanno da contrasto. L’inverno non è escluso, anzi ha un fascino severo, ma cambia completamente il tipo di uscita: servono ramponcini o racchette da neve, e il servizio turistico organizzato non risulta attivo.

Dove si trova Riserva Naturale La Camosciara (AQ) e come ci si arriva davvero
La geografia qui va capita prima di mettersi in auto, perché la Camosciara non è un paese e non ha un indirizzo civico: è un piazzale alla fine di una strada laterale, dentro un parco nazionale, e chi imposta il navigatore sul nome sbagliato finisce a venti chilometri di distanza. Il punto di riferimento corretto risulta il Piazzale della Camosciara, che i navigatori riconoscono cercando Riserva Naturale La Camosciara. Da lì in poi si cammina.
In auto da Roma: le due strade possibili
Da Roma le strade sono sostanzialmente due e cambiano parecchio a seconda del traffico. La prima passa per l’autostrada A24 e poi A25 verso Pescara, uscita Pescina oppure Celano Aielli Paterno, quindi si scende su Gioia dei Marsi e si entra nella valle del Sangro seguendo le indicazioni per Villetta Barrea e Civitella Alfedena. La seconda, più lunga ma più scenografica, segue la A1 fino a Frosinone, poi risale per Sora, Alvito, la valle di Comino e il valico del Forca d’Acero, che immette direttamente su Opi e Pescasseroli. Il valico di Forca d’Acero merita una riga a parte: risulta uno dei passaggi più belli dell’Appennino centrale, con la faggeta che si chiude sopra la carreggiata come una galleria vegetale, ma in inverno può essere chiuso per neve e in autunno le foglie bagnate lo rendono scivoloso.
In entrambi i casi il tempo di percorrenza dichiarato dai navigatori, due ore e mezza, va preso come limite inferiore. Chi parte dal Grande Raccordo Anulare alle otto di un sabato di luglio mette in conto tre ore abbondanti; chi parte alle sei e mezza arriva prima delle nove e trova posto in parcheggio, che è esattamente il punto della questione. L’ultimo tratto, dalla statale 83 Marsicana alla sbarra della riserva, è una strada stretta di montagna: non ci sono tornanti impegnativi, ma i camper lunghi e le auto con carrello vanno gestiti con attenzione perché gli spazi di manovra risultano limitati.
Il parcheggio, la sbarra e quello che succede dopo
La strada che sale dentro la riserva termina a una sbarra. Oltre quella sbarra i mezzi a motore non passano: è una scelta del comune di Civitella Alfedena presa nel 1998 di concerto con l’ente gestore del Parco Nazionale, e vale per tutti, residenti compresi, salvo i mezzi di servizio. L’area di sosta si trova prima della sbarra, con una capienza che nei giorni di punta di agosto risulta insufficiente: quando il piazzale si riempie, le auto vengono dirottate lungo la strada di accesso e il tratto a piedi si allunga.
Da lì parte un viale asfaltato pedonale di circa tre chilometri, in leggera salita, che corrisponde al sedime della vecchia strada carrozzabile. È questo il dettaglio che rende la Camosciara diversa da quasi tutte le altre mete di montagna del centro Italia: i primi tre chilometri si percorrono su asfalto pianeggiante, senza radici, senza sassi, senza gradini. Chi spinge una carrozzina, chi ha un passeggino, chi ha ginocchia stanche o un bambino piccolo arriva comunque dentro il cuore della riserva. Il tratto successivo, quello che porta alle due cascate, diventa sentiero vero e non è più percorribile su ruote.
Il trenino, le bici e chi non se la sente di camminare
Appena oltre il parcheggio, prima della sbarra, si trova un’area picnic attrezzata con punti fuoco, tavoli e panche, con giochi per i bambini e un costo a tavolo che va chiesto in loco: nei fine settimana di luglio e agosto conviene prenotare, perché i tavoli finiscono presto. Nella stagione turistica, indicativamente da aprile a settembre, la cooperativa che gestisce i servizi mette in funzione un trenino su gomma che copre il tratto asfaltato dall’area servizi al piazzale interno, andata e ritorno. Non è un mezzo per pigri: è il modo con cui una famiglia con un bambino di tre anni, o una persona con problemi di deambulazione, riesce a vedere l’anfiteatro della Camosciara da dentro anziché da una cartolina. Il recapito del punto informazioni risulta il numero 0864 577869, e va chiamato prima di partire perché le corse dipendono dalla stagione e dalle condizioni meteo.
In treno e in autobus: la verità scomoda
Non esiste una stazione ferroviaria utile. La vecchia linea Sulmona Isernia, la cosiddetta Transiberiana d’Italia, passa a distanza e ferma a Villetta Barrea Alfedena, ma la fermata si trova lontano dal centro abitato e il servizio ordinario risulta ridotto, con corse pensate più per il turismo ferroviario che per gli spostamenti. Le autolinee che collegano Roma all’Alto Sangro arrivano a Pescasseroli, a Villetta Barrea e a Civitella Alfedena con poche corse giornaliere, concentrate nei fine settimana e nei periodi di alta stagione. Da Civitella Alfedena al piazzale della Camosciara restano comunque alcuni chilometri.
Che cosa è davvero Riserva Naturale La Camosciara (AQ): una riserva integrale, non un’area attrezzata
La parola che conta nel nome ufficiale è integrale. La denominazione completa risulta Riserva Naturale Integrale della Camosciara, e integrale nel lessico della conservazione italiana indica il livello massimo di tutela: un’area in cui l’ambiente naturale viene conservato nella sua integrità, in cui gli interventi umani risultano limitati a quelli di studio, sorveglianza e manutenzione essenziale, e in cui l’accesso del pubblico viene regolato e in certi settori escluso del tutto.
Questo significa che la Camosciara non funziona come un parco urbano e nemmeno come una normale area protetta regionale. Il fondovalle percorribile, quello del viale asfaltato e dei sentieri verso le cascate, rappresenta la parte concessa alla visita. Tutto il resto, cioè i versanti, i canaloni, i pianori d’alta quota e i valloni laterali, resta fuori dalla portata del visitatore ordinario. Non per capriccio burocratico: quelle sono le aree in cui il camoscio d’Abruzzo partorisce, in cui l’orso bruno marsicano cerca cibo prima del letargo, in cui l’aquila reale nidifica sulle pareti. Un disturbo ripetuto in quei settori produce danni che nessun cartello ripara.
Perché il nome parla di camosci
Il toponimo Camosciara deriva dalla presenza storica e cospicua del camoscio d’Abruzzo in questo comparto della montagna. Non si tratta del camoscio alpino: il camoscio appenninico, Rupicapra pyrenaica ornata, è una sottospecie distinta, con un disegno facciale più marcato, un mantello invernale più contrastato e corna più sottili e ricurve. Per decenni è stato uno degli animali più rari d’Europa, ridotto a poche decine di capi confinati proprio in questo settore di montagna. Le stime più recenti per l’intero Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise parlano di seicento o settecento esemplari: una popolazione che ha retto, ma che resta sorvegliata specie per specie.
Il punto che spiazza chi arriva per la prima volta è che alla Camosciara i camosci quasi non si vedono. Non perché non ci siano, ma perché frequentano le praterie d’alta quota e le cenge rocciose sopra i milleottocento metri, cioè esattamente le zone in cui la riserva integrale non ammette il transito libero. Dal fondovalle, con un binocolo decente, si individuano le sagome sui pendii aperti nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, quando gli animali scendono a pascolare. A occhio nudo, in pieno giorno, la probabilità di vederne uno risulta bassissima.
I tre comuni e chi comanda su che cosa
La riserva ricade nei territori di Civitella Alfedena, Opi e Pescasseroli. L’accesso principale, quello del piazzale e del viale asfaltato, risulta sul versante di Civitella Alfedena, che è anche il comune che ha materialmente chiuso la strada al traffico. Civitella Alfedena merita una sosta anche per conto proprio: risulta il più piccolo comune dell’area protetta ed è insignito della Bandiera Arancione, il marchio di qualità turistico ambientale che il Touring Club Italiano assegna ai piccoli borghi dell’entroterra.
La gestione dell’area protetta compete all’Ente Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con sede a Pescasseroli. I servizi al pubblico dentro la Camosciara, cioè area picnic, trenino turistico, noleggio bici, punto informazioni e visite guidate, sono affidati a una cooperativa locale. Sono due soggetti diversi con due funzioni diverse, e conviene saperlo: le regole di accesso e i divieti li fissa l’Ente Parco, i servizi a pagamento li eroga la cooperativa. Chi chiama il numero della cooperativa per chiedere se un sentiero è aperto riceve un’informazione utile ma non ufficiale; chi vuole la certezza normativa interpella il Parco.
I sentieri e le cascate di Riserva Naturale La Camosciara (AQ): che cosa è libero e che cosa non lo è
La domanda che ricevo più spesso riguarda la libertà di movimento: si può camminare dove si vuole? La risposta è no, e la ragione risulta più interessante del divieto. Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ha una rete di sentieri numerata con una lettera e una cifra, dove la lettera indica il settore geografico e la cifra il singolo itinerario. I sentieri della Camosciara appartengono al settore G, quelli che scendono da Civitella Alfedena al settore I, quelli che partono da Villetta Barrea al settore H. Fuori da quei tracciati segnati il transito non risulta consentito.
Il sentiero delle cascate: Ninfe e Tre Cannelle
L’itinerario classico, quello per cui la maggioranza delle persone arriva fin qui, combina il viale asfaltato con i sentieri G1 e G5 e porta prima alla cascata delle Tre Cannelle e poi a quella delle Ninfe. Lo sviluppo complessivo, andata e ritorno dal parcheggio, si aggira sui cinque chilometri, con un dislivello contenuto che le fonti escursionistiche indicano fra i centocinquanta e i trecento metri a seconda del punto di partenza considerato e dell’anello scelto. In termini di tempo significa due ore e mezza o tre ore camminando con calma, soste fotografiche comprese.
La difficoltà tecnica risulta bassa. Non ci sono passaggi esposti, non servono corde, non serve esperienza alpinistica. Servono però scarpe con una suola che tenga: il tratto finale verso le cascate corre su terra battuta, radici e pietre umide, e in primavera, con la portata alta, il fondo resta bagnato per tutta la giornata. Le infradito e le scarpe da città qui producono caviglie storte con una regolarità deprimente.
La cascata delle Tre Cannelle deve il nome ai tre getti in cui l’acqua si divide uscendo dalla roccia. È la prima che si incontra, la più fotografata e la più affollata. La cascata delle Ninfe si raggiunge proseguendo, risulta leggermente più alta come quota e ha un bacino più raccolto, incassato fra le pareti. Entrambe sono alimentate dal reticolo idrico che confluisce nel torrente Scerto, affluente del fiume Sangro. La portata varia moltissimo nel corso dell’anno: ad aprile e maggio, con la fusione della neve, il rumore dell’acqua copre le voci; a fine agosto, in un’annata secca, le Tre Cannelle possono ridursi a un velo che scivola sulla pietra.
Gli itinerari lunghi e i sentieri a numero chiuso
Fuori dal perimetro stretto della riserva integrale, nel settore di Civitella Alfedena, si apre l’itinerario più celebre di tutto il parco: la salita alla Val di Rose, il vallone in cui la probabilità di osservare i camosci d’Abruzzo raggiunge il massimo. Su questo sentiero il Parco applica da anni un regime di accesso regolato, con periodo di apertura limitato alla stagione estiva e autunnale e con un contingentamento dei visitatori giornalieri. Numeri, date e modalità di prenotazione cambiano di stagione in stagione e vanno verificati presso l’Ente Parco prima di mettersi in macchina: partire da Roma alle cinque del mattino e trovare il sentiero chiuso o il contingente esaurito è un’esperienza che nessuno vuole fare due volte.
Una curiosità sulla Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
La strada asfaltata su cui oggi si cammina in silenzio, quella che porta al cuore della riserva, non è nata come percorso pedonale. Risulta esattamente il contrario: è il residuo di un progetto di sviluppo sciistico. Negli anni Sessanta la provincia dell’Aquila avallò la realizzazione di una carrozzabile a servizio di un impianto di risalita pensato per portare il turismo invernale dentro la Camosciara. L’asfalto venne steso, la strada venne aperta, le auto cominciarono a salire.
L’impianto non fu mai completato come previsto, e negli anni successivi la pressione ambientalista, unita a una crescente consapevolezza del valore dell’area, ribaltò il quadro. Nel 1998 il comune di Civitella Alfedena, una volta entrato in possesso dell’infrastruttura viaria, la chiuse completamente al traffico motorizzato d’intesa con l’ente gestore del Parco Nazionale. Da quel momento una strada costruita per accelerare è diventata una strada costruita per rallentare.
Il paradosso ha un risvolto pratico che nessuno aveva pianificato: proprio perché è asfalto liscio e non sentiero, quel tratto risulta oggi uno dei pochissimi percorsi di montagna del centro Italia accessibili a carrozzine, passeggini e persone con mobilità ridotta. Un’opera pensata per il turismo di massa invernale, fallita nei suoi scopi originari, si è trasformata nel contrario: uno strumento di accesso alla natura per chi normalmente ne resta escluso. Vale la pena pensarci mentre si sale, perché è una lezione sul modo in cui le montagne si difendono anche dai propri errori.

La corona di monti, la roccia e le acque di Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
Quello che colpisce arrivando è la forma della valle. Non è una valle appenninica come ce ne sono cento nel Lazio e nell’Abruzzo, larga e arrotondata: è un catino chiuso da pareti verticali, guglie e torrioni che sopra la linea del bosco si staccano bianchi contro il cielo. Chi ha camminato in Dolomiti riconosce subito la somiglianza, e la somiglianza non è casuale.
Calcari e dolomie: perché sembrano le Dolomiti
La corona montuosa che circonda la riserva risulta costituita da rocce calcaree e da dolomie. La dolomia è una roccia carbonatica ricca di magnesio, più resistente e più fragile insieme rispetto al calcare puro: si rompe lungo fratture nette invece di modellarsi in forme dolci, e questo produce pareti verticali, pinnacoli, canaloni stretti. È la stessa famiglia litologica che costruisce i massicci del nord est italiano, ed è per questo che l’occhio fa il collegamento automatico.
Le due cime che dominano il quadro sono il monte Capraro, 2.100 metri sul livello del mare, e il monte Sterpi d’Alto, 1.966 metri. Appartengono entrambe al gruppo dei monti Marsicani, e più precisamente al sottogruppo dei monti della Meta, che segna il confine fra Abruzzo, Lazio e Molise ed è il settore in cui il parco raggiunge le quote più alte. Attorno a queste due cime si articolano creste secondarie, cenge erbose e pareti che nel corso della giornata cambiano colore tre volte: rosate all’alba, bianche a mezzogiorno, ambrate nell’ultima ora di luce.
Il torrente Scerto e il reticolo delle acque
L’asse idrico della riserva è il torrente Scerto, che raccoglie le acque del catino e le porta verso il fiume Sangro, di cui risulta affluente. Il Sangro è il fiume che struttura tutta questa parte di Abruzzo: nasce sulla Meta, attraversa Pescasseroli e Opi, viene sbarrato a formare il lago di Barrea e poi scende verso Castel di Sangro e la costa adriatica. La Camosciara appartiene al suo bacino alto, quello in cui l’acqua è ancora fredda, veloce e povera di sedimenti.
Il regime del torrente è tipicamente nivopluviale: portata massima fra marzo e maggio, quando la neve dei versanti alti si scioglie; magra estiva progressiva da luglio in poi; ripresa autunnale con le piogge di ottobre e novembre. Le due cascate seguono lo stesso andamento, e chi vuole vederle spettacolari deve programmare la visita in primavera. A fine estate rimangono belle ma più intime, con un filo d’acqua che scende sulla roccia coperta di muschio.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
Le fotografie che circolano mostrano sempre la stessa scena: la cascata, il bosco fitto, l’acqua bianca. Nessuna di quelle fotografie racconta la cosa più importante, cioè che la Camosciara è un luogo in cui chi cammina risulta sorvegliato. Non dalle telecamere: dagli animali.
Il fondovalle percorribile occupa una porzione minuscola della riserva, e i versanti che lo circondano ospitano una densità di grandi mammiferi che in Europa occidentale ha pochi confronti. Orso bruno marsicano, lupo appenninico, cervo, capriolo, e sopra le quote del bosco il camoscio d’Abruzzo. La probabilità che un visitatore veda uno di questi animali risulta bassa. La probabilità che uno di questi animali veda lui risulta altissima. L’orso marsicano ha un olfatto che lavora a chilometri di distanza e una capacità di evitare l’uomo affinata da generazioni; il lupo si muove prevalentemente nelle ore in cui il sentiero è vuoto.
La conseguenza pratica è che il comportamento del visitatore conta anche quando nessuno sembra guardarlo. Il panino lasciato sul tavolo dell’area picnic, la busta dell’immondizia abbandonata vicino all’auto, i resti della grigliata non raccolti: sono tutti inviti che un orso raccoglie. Un orso che impara ad associare l’uomo al cibo diventa un orso confidente, e un orso confidente in Italia finisce prima o poi male, per incidente stradale o per conflitto con gli allevatori. La popolazione di orso bruno marsicano si conta in poche decine di individui: le stime più recenti oscillano fra i quaranta e i settanta esemplari. Ogni singolo animale pesa sulla sopravvivenza della sottospecie.
C’è poi un secondo aspetto che nessuna guida mette in evidenza. La Camosciara è rumorosa. Non di motori, ma di persone: nei fine settimana di luglio e agosto il viale asfaltato ospita centinaia di visitatori e il rumore di fondo, fra voci, bambini e cani, si sente distintamente fino ai margini del bosco. Chi arriva immaginando il silenzio assoluto della montagna nelle ore centrali di una domenica di agosto resta deluso. Il silenzio qui esiste davvero, ma ha un orario preciso e va conquistato: si trova prima delle otto del mattino e dopo le sei del pomeriggio, quando i pullman sono ripartiti e il fondovalle torna agli animali.
Il consiglio che ti do per visitare la Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
Il consiglio è uno solo e riguarda l’orario. Arrivate presto, prestissimo. Non presto per il vostro standard urbano: presto per lo standard della montagna, cioè con l’auto parcheggiata prima delle otto del mattino. Chi parte da Roma deve mettere la sveglia alle cinque, e capisco perfettamente che sembri eccessivo per una gita. Non lo è, per tre ragioni concrete.
La prima è il parcheggio. L’area di sosta ha una capienza limitata, e nei fine settimana da metà giugno a metà settembre si satura entro le nove e mezza. Chi arriva dopo trova le auto disposte lungo la strada di accesso e si allunga il percorso a piedi di un paio di chilometri prima ancora di cominciare, con il piccolo supplizio di camminare sull’asfalto scoperto anziché nel bosco.
La seconda è la fauna. Cervi, caprioli e, con molta fortuna, camosci si osservano nelle due ore che seguono l’alba e nelle due che precedono il tramonto. A mezzogiorno gli animali risultano fermi all’ombra, invisibili e lontani. Un binocolo 8x42 nello zaino e un’ora di attesa in silenzio al margine di una radura, alle sette del mattino, valgono più di tutta la giornata passata a camminare in mezzo alla gente.
La terza è la luce. L’anfiteatro della Camosciara è orientato in modo che nelle prime ore le pareti prendano una luce radente che scolpisce le guglie; a mezzogiorno la stessa parete diventa un muro bianco piatto e le fotografie escono slavate. Sul fondo del vallone, invece, il sole entra tardi e se ne va presto, e le cascate restano in ombra per buona parte della giornata: chi vuole fotografarle con un minimo di luce deve trovarsi lì nella fascia centrale, fra le undici e le due.
Che cosa mettere nello zaino
Scarpe da trekking basse o alte con suola scolpita, mai scarpe da città. Una giacca antipioggia leggera anche in agosto, perché a millequattrocento metri il temporale pomeridiano di calore si forma in mezz’ora. Un pile, perché nel vallone in ombra la temperatura scende sensibilmente rispetto al piazzale. Almeno un litro e mezzo d’acqua a testa: le fontane esistono ma non sono distribuite lungo tutto il percorso. Il binocolo, che qui vale più della macchina fotografica. Un sacchetto per riportare indietro i propri rifiuti, compresi quelli organici, perché le bucce di frutta lasciate nel bosco sono comunque un richiamo per la fauna. E il numero del punto informazioni salvato in rubrica, perché la copertura telefonica dentro il vallone risulta discontinua e conviene fare le telefonate prima di entrare.
Il bosco, i fiori e gli animali del cuore del Parco
Il paesaggio vegetale della Camosciara racconta una storia forestale che va letta per strati. Lo strato dominante è la faggeta: boschi di faggio che coprono i versanti dalla quota del fondovalle fino al limite superiore degli alberi, attorno ai millesettecento o milleottocento metri. Sono faggete di grande qualità, con alberi vecchi, legno morto a terra e una struttura verticale complessa che sostiene una comunità di uccelli e insetti forestali molto ricca.
Vale la pena ricordare, per chi viene dal Lazio, che le faggete dell’Appennino centrale appartengono tutte alla stessa famiglia ecologica, pur in contesti diversissimi: chi ha camminato nella faggeta di Oriolo Romano, sui monti Cimini a poco più di cinquecento metri di quota, ritrova qui la stessa specie in una condizione climatica completamente diversa, mille metri più in alto. Il confronto fra le due è istruttivo: la faggeta cimina è un relitto climatico di bassa quota, quella della Camosciara è una faggeta montana piena, nella sua fascia naturale.
Il pino nero di Villetta Barrea
Il secondo elemento forestale, e il più interessante dal punto di vista botanico, sono le pinete di pino nero. Non un pino nero qualsiasi: si tratta di Pinus nigra subsp. nigra var. italica, noto come pino nero di Villetta Barrea, una varietà autoctona che qui sopravvive in popolamenti naturali aggrappati alle pareti rocciose e ai versanti più aridi. Gli esemplari che crescono sulle rupi calcaree assumono forme contorte, con chiome asimmetriche piegate dal vento e radici che entrano nelle fessure della roccia. Sono alberi che possono avere secoli e che in un bosco normale non riuscirebbero a competere con il faggio: la parete verticale, che per loro è un rifugio, li ha salvati.
La scarpetta di Venere e l’iris marsica
Fra le piante rare figurano due specie che da sole giustificano la tutela integrale. La prima è la scarpetta di Venere, Cypripedium calceolus, l’orchidea più appariscente della flora europea: fiorisce fra maggio e giugno in stazioni umide e ombrose di faggeta, ha un labello a forma di zoccolo giallo vivo e risulta protetta a livello europeo. In Italia le stazioni si contano, e ogni raccolta compromette una popolazione intera, perché la pianta impiega molti anni a raggiungere la fioritura.
La seconda è l’iris marsica, endemismo appenninico che fiorisce in maggio nelle praterie e nelle radure dei monti Marsicani, con fiori violacei che spuntano su steli bassi. Endemismo significa che non cresce spontaneamente in nessun altro luogo del pianeta: tolta da qui, non esiste altrove. È uno di quei casi in cui la parola conservazione smette di essere astratta e diventa aritmetica.
Gli animali che si possono davvero incontrare
Elencare orso, lupo, camoscio e aquila reale è corretto ma rischia di creare aspettative sbagliate. La verità di campo è un’altra. Il cervo risulta l’animale che si vede più spesso, soprattutto all’alba e al tramonto nei prati ai margini del bosco, e in settembre e ottobre si sente bramire durante la stagione degli amori: è un suono profondo che rimbalza fra le pareti e che da solo vale un viaggio. Il capriolo si intravede più raramente, di solito come lampo nel sottobosco. Il camoscio d’Abruzzo richiede quota e binocolo. Il lupo si manifesta quasi sempre attraverso segni indiretti, escrementi sul sentiero, impronte nel fango, raramente un ululato serale. L’orso marsicano è un incontro che capita a pochissimi e che, se capita, si gestisce restando fermi, non avvicinandosi mai, non fotografando con il flash e allontanandosi con calma nella direzione da cui si è venuti.
Sopra tutto questo vola l’aquila reale, che nidifica sulle pareti dell’anfiteatro e si osserva in volo veleggiato nelle ore centrali, quando le correnti termiche si alzano dal fondovalle. Con il binocolo si distingue dal nibbio e dalla poiana per l’apertura alare enorme e per le ali tenute leggermente a V. È il predatore che chiude la catena alimentare di questo ambiente insieme al lupo, e vederlo significa vedere un ecosistema che funziona.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il Parco Nazionale d’Abruzzo è il più antico parco nazionale italiano insieme a quello del Gran Paradiso. Quasi nessuno ricorda che la Camosciara non è semplicemente una parte del parco: risulta il pezzo di territorio da cui il parco è materialmente cominciato.
Il 25 novembre 1921, prima che esistesse qualunque decreto, Erminio Sipari e la Federazione Pro Montibus et Sylvis presero in affitto dal comune di Opi un lotto di terreno nella zona della Val Fondillo e della Camosciara, e su quel lotto istituirono di fatto la prima protezione. Non era un atto di governo: era un contratto di affitto stipulato da un’associazione privata e da un deputato che aveva capito, con decenni di anticipo sulla cultura politica del suo tempo, che quella montagna andava sottratta al taglio e alla caccia prima che fosse troppo tardi.
Il parco venne inaugurato il 9 settembre 1922, a Pescasseroli, e riconosciuto ufficialmente con provvedimento dell’11 gennaio 1923. In mezzo, quell’affitto di terreni alla Camosciara. Ecco perché questo vallone conta più di quanto la sua estensione suggerisca: è il punto zero della conservazione della natura in Italia, insieme al Gran Paradiso. Chi cammina sul viale asfaltato attraversa il luogo in cui la protezione della natura italiana ha mosso il primo passo concreto.
C’è un secondo fatto altrettanto noto e altrettanto poco collegato. La protezione del camoscio d’Abruzzo qui ha funzionato al punto da permettere, in tempi recenti, la ricostituzione di popolazioni in altri massicci appenninici. Gli animali che oggi frequentano altri parchi dell’Appennino centrale discendono, in ultima analisi, dal nucleo che sopravvisse proprio in questo settore di montagna quando la sottospecie era ridotta al lumicino. La Camosciara non ha soltanto conservato una specie: l’ha riesportata.
La foto giusta da fare alla Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
La fotografia che tutti fanno è la cascata delle Tre Cannelle inquadrata frontalmente, con l’acqua bianca e il verde intorno. Viene bene, viene uguale a diecimila altre, e nel novanta per cento dei casi viene bruciata nelle alte luci perché l’acqua in ombra sotto un cielo chiaro produce un contrasto che i telefoni non gestiscono.
La foto che consiglio è un’altra ed è più difficile da ottenere, perché richiede di voltarsi. Salendo lungo il viale asfaltato, a circa due terzi del percorso, la valle si apre e la corona di guglie calcaree compare tutta insieme sopra la linea del bosco. Quello è il punto: la faggeta in primo piano che riempie il terzo inferiore dell’inquadratura, le pareti bianche nella fascia centrale, il cielo sopra. La foto funziona perché racconta la struttura del luogo, cioè l’anfiteatro chiuso, e non un singolo dettaglio.
Il momento giusto è la prima mattina, quando la luce radente entra da est e stacca le guglie dal fondo con un’ombra netta. In autunno, con la faggeta sul rame, il contrasto fra il bosco caldo e la roccia fredda diventa quasi teatrale. Serve un’esposizione sulle alte luci, cioè misurata sulla roccia chiara, lasciando il bosco leggermente sottoesposto e recuperandolo in post produzione.
Un’ultima avvertenza, che riguarda l’etica prima della tecnica. La fotografia naturalistica di fauna in una riserva integrale ha un limite invalicabile: non ci si avvicina. Nessuna immagine di un cervo o di un camoscio vale l’allontanamento di un animale dal suo pascolo o l’abbandono di un piccolo. Si usa il teleobiettivo, si resta sul sentiero, si accetta di tornare a casa con una foto mediocre. Chi non accetta questo patto è meglio che fotografi altrove.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia della Camosciara è la storia di un’idea che ha impiegato mezzo secolo a diventare legge, e che in mezzo ha rischiato più volte di essere cancellata. Conviene leggerla per tappe.
La riserva reale di caccia dell’Ottocento
Sul finire dell’Ottocento, in questa area e nei territori contigui della Marsica e dell’Alto Sangro, venne istituita una riserva reale di caccia sul modello della precedente Riserva reale Alta Val di Sangro, alla cui costituzione risulta legato il nome della famiglia Sipari di Pescasseroli. Quella prima riserva fu soppressa nel 1878, pochi mesi dopo la morte di Vittorio Emanuele II di Savoia. Il paradosso vale la pena di essere segnalato: la caccia riservata al sovrano, nata per garantire selvaggina alla corona, produsse come effetto collaterale la sorveglianza del territorio e il contenimento del bracconaggio. Fu, involontariamente, la prima forma di protezione che questi monti abbiano conosciuto.
Il ritorno della riserva reale, 1900 e 1912
Nel 1900 la riserva reale di caccia venne istituita nuovamente, questa volta con il coinvolgimento di un numero maggiore di comuni, per volontà di Vittorio Emanuele III. Rimase in vigore fino al 1912, quando venne sciolta. I dodici anni di vigenza lasciarono però una traccia decisiva: una generazione di guardie, di sentieri di sorveglianza e soprattutto la sopravvivenza di nuclei di camoscio e di orso che altrove nell’Appennino erano già stati eliminati.
1921: l’affitto dei terreni e la protezione di fatto
Il 25 novembre 1921 Erminio Sipari, deputato e cugino di Benedetto Croce, insieme alla Federazione Pro Montibus et Sylvis, prese in affitto dal comune di Opi i terreni della Val Fondillo e della Camosciara, avviando una protezione concreta prima ancora che esistesse una norma. Dal 1921, quindi, la Camosciara risulta già sottoposta a tutela ambientale. È la data che consente di dire, senza forzature, che questo vallone ha anticipato il parco.
9 settembre 1922 e 11 gennaio 1923: la nascita del parco
Il Parco Nazionale d’Abruzzo venne inaugurato il 9 settembre 1922 e riconosciuto ufficialmente con il provvedimento dell’11 gennaio 1923. La tutela di cui la Camosciara godeva dal 1921 rappresentò, insieme alla lunga esperienza delle riserve reali, il primo passo verso quel risultato. Erminio Sipari ne divenne il primo presidente e ne guidò la fase costitutiva, in un contesto politico che nel giro di pochi anni sarebbe diventato ostile.
1933: la soppressione dell’ente autonomo
Nel 1933 il regime fascista sciolse l’ente autonomo di gestione e trasferì le competenze all’amministrazione forestale statale. Fu il periodo peggiore: senza un ente dedicato, la sorveglianza si allentò, il bracconaggio riprese e le popolazioni di camoscio e di orso subirono un tracollo da cui sarebbe servito mezzo secolo per riprendersi. Il parco esisteva sulla carta e quasi non esisteva sul terreno.
Gli anni Sessanta: la strada e l’impianto sciistico
Durante gli anni Sessanta la provincia dell’Aquila avallò il controverso progetto di realizzazione di una strada a servizio di un impianto sciistico pensato per favorire il turismo invernale. Fu la stagione dell’assalto al cemento in tutto l’Appennino, e la Camosciara ne fu uno dei bersagli. L’asfalto che oggi si percorre a piedi è il residuo fisico di quel disegno.
1998: la chiusura definitiva al traffico
Nel 1998 il comune di Civitella Alfedena, di concerto con l’ente gestore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, una volta entrato in possesso dell’infrastruttura viaria, la chiuse completamente al traffico motorizzato. Provvedimenti successivi, volti alla tutela ambientale piena, hanno determinato lo status di riserva naturale integrale, includendo nel perimetro tutelato anche i sentieri provenienti da Opi e da Pescasseroli. È l’assetto che il visitatore trova oggi.
Chi è passato dalla Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
I nomi legati a questo vallone non sono quelli del turismo mondano: sono quelli della politica, della scienza e della conservazione. Il primo resta Erminio Sipari, nato a Pescasseroli, deputato, economista, cugino di Benedetto Croce, che della creazione del parco fu l’artefice materiale e il primo presidente. Fu lui a firmare, nel novembre 1921, l’affitto dei terreni che comprendevano la Camosciara, ed è a lui che si deve l’impianto istituzionale della prima area protetta appenninica.
Sul piano scientifico la Camosciara e il territorio circostante sono stati per decenni il laboratorio a cielo aperto della zoologia della conservazione italiana. Qui sono state messe a punto le tecniche di censimento del camoscio appenninico, qui sono state condotte le prime ricerche sistematiche sull’ecologia del lupo in Italia nel periodo in cui la specie era ridotta a poche decine di individui in tutta la penisola, qui si è costruita la conoscenza dell’orso bruno marsicano che oggi orienta ogni decisione gestionale. Le generazioni di guardaparco che hanno lavorato su questi versanti hanno accumulato una casistica di osservazioni che nessuna università avrebbe potuto produrre da sola.
Poi ci sono i passaggi anonimi e molto più antichi. Il Tratturo Pescasseroli Candela, che corre a ridosso della riserva, è stata per secoli un’autostrada della transumanza: greggi, pastori, famiglie intere si spostavano ogni anno dall’Abruzzo alla Puglia lungo quella via erbosa larga decine di metri. Chi cammina oggi sul tratturo in direzione di Civitella Alfedena percorre il tracciato su cui si è costruita l’economia dell’Appennino centrale prima dell’industria. Non è un dettaglio folcloristico: la fisionomia stessa delle praterie d’alta quota che si vedono dalla Camosciara è il risultato di secoli di pascolo ovino.
Quando andare a Riserva Naturale La Camosciara (AQ) e quando evitarla
La finestra migliore in assoluto si colloca fra la seconda metà di maggio e la prima metà di giugno. Le cascate hanno ancora portata piena, la faggeta ha appena messo le foglie e ha quel verde acido che dura tre settimane, la scarpetta di Venere e l’iris marsica sono in fioritura, le temperature nel fondovalle risultano perfette per camminare e la pressione turistica è ancora bassa perché le scuole sono aperte.
Il secondo periodo eccellente è la seconda metà di settembre e la prima di ottobre. Le cascate risultano ridotte, ma in compenso comincia il bramito dei cervi, il bosco vira, la luce si allunga e il piazzale torna vivibile. Se dovessi scegliere una sola settimana dell’anno, sceglierei l’ultima di settembre.
Luglio e agosto funzionano, ma a condizione di accettare due regole ferree: si arriva prestissimo e si evitano i fine settimana. Un martedì di luglio alle sette e mezza del mattino la Camosciara è ancora un posto splendido. Un sabato di agosto alle undici è una fiumana di persone su un viale asfaltato, con il parcheggio esaurito e l’area picnic occupata in ogni tavolo. Il caldo non è un problema, perché la quota e l’ombra del bosco tengono, ma la pioggia di calore del primo pomeriggio lo diventa: in questi mesi i temporali si formano rapidamente sopra le creste e conviene essere in discesa entro le due.
L’inverno è un’altra montagna. I servizi risultano sospesi, il trenino non circola, l’area picnic è chiusa, e la strada asfaltata si copre di neve battuta o di ghiaccio. Chi ha racchette da neve o ramponcini e sa usarli trova un ambiente silenzioso e bellissimo, con le tracce degli animali leggibili sulla neve fresca come su una pagina. Chi non ha quell’attrezzatura rischia molto più di quanto immagini, perché il fondo ghiacciato su una strada in pendenza produce cadute serie. Le condizioni vanno verificate ogni volta, perché cambiano di settimana in settimana.
Cosa c’è intorno a Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
La Camosciara da sola riempie mezza giornata. Chi affronta due ore e mezza di viaggio per arrivarci fa bene a costruire un itinerario più largo, perché nel raggio di venti chilometri si concentrano alcune delle cose migliori dell’Appennino centrale.
Civitella Alfedena e il Centro Lupo
Il borgo più vicino risulta Civitella Alfedena, il più piccolo dell’area protetta, arroccato sopra il lago di Barrea, con vicoli in pietra, scale e case addossate. Ospita il Centro Visita dedicato al lupo appenninico e un’area faunistica in cui alcuni lupi non reintroducibili vivono in un recinto ampio. Per i bambini è spesso l’unica occasione di vedere un lupo nella vita, e il taglio didattico è serio, non da zoo. Il paese risulta insignito della Bandiera Arancione del Touring Club Italiano.
Il lago di Barrea e Villetta Barrea
Il lago di Barrea è un invaso artificiale sul fiume Sangro, e nonostante l’origine industriale è diventato l’elemento paesaggistico che tiene insieme tutta la valle. Sulle sue rive si vedono regolarmente cervi che scendono a bere nelle ore serali, anche a pochi metri dalla strada. Villetta Barrea, sulla sponda opposta, è il paese in cui i cervi entrano letteralmente in centro nelle ore notturne, con una convivenza che è insieme suggestiva e problematica dal punto di vista gestionale.
Pescasseroli, Opi e la val Fondillo
Pescasseroli è la capitale del parco: ospita la sede dell’Ente, il centro visita principale con il museo naturalistico, il giardino appenninico e la maggior parte dei servizi turistici della valle. Opi, arroccato su un crinale, è uno dei borghi più fotogenici dell’Abruzzo e ospita un museo dedicato al camoscio. Sotto Opi si apre la val Fondillo, la valle gemella della Camosciara, quella che nel 1921 venne presa in affitto insieme a questa: paesaggio simile, meno affollata, con un fondovalle percorribile e un torrente che vale il viaggio.
Le Gole del Sagittario e Scanno
A una quarantina di minuti di auto, superato il valico verso la valle del Sagittario, si arriva a una delle forre più spettacolari dell’Appennino: l’Oasi WWF Gole del Sagittario, con la strada che corre incassata fra pareti verticali. Poco oltre si trova Scanno, con il suo lago a forma di cuore e un centro storico che ha nutrito generazioni di fotografi. È la combinazione classica per chi si ferma due giorni in zona. Chi rientra verso Roma per la A25 può inserire una deviazione verso L’Aquila, a un’ora e mezza circa, come seconda tappa di un fine settimana abruzzese.
Dove dormire e dove mangiare
La ricettività della valle si concentra a Pescasseroli, che ha il maggior numero di strutture, e in misura minore a Villetta Barrea, Barrea, Opi e Civitella Alfedena. Nei mesi di luglio e agosto e nei ponti primaverili la disponibilità si esaurisce con largo anticipo, e chi si muove all’ultimo momento finisce fuori valle. La cucina locale merita attenzione per conto proprio: pecorino e ricotta di produzione locale, agnello, zuppe di legumi di montagna, lo zafferano dell’Aquila nelle preparazioni più ricercate e la pasta fatta in casa. Vale la regola generale dei luoghi molto turistici: allontanarsi di due strade dalla piazza principale migliora sensibilmente il rapporto fra prezzo e qualità.
Le guide del posto
Per chi vuole capire davvero quello che vede, e soprattutto per chi punta all’osservazione della fauna, l’accompagnamento di una guida del parco o di un accompagnatore turistico abilitato cambia radicalmente l’esito della giornata. Una guida sa dove si è visto un branco tre giorni prima, sa leggere una traccia sul fango, sa in quale radura il cervo bramisce a settembre. Sono informazioni che non esistono su nessuna mappa e che si accumulano soltanto vivendo sul territorio. Aiutare l’industria del turismo italiana a ripartire, in aree interne come questa, significa anche scegliere professionisti locali abilitati anziché improvvisare.

Domande veloci sulla Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
La Camosciara è nel Lazio?
No. Si trova in Abruzzo, in provincia dell’Aquila, nei comuni di Civitella Alfedena, Opi e Pescasseroli. Il Lazio compare nel nome del parco perché l’area protetta si estende anche in provincia di Frosinone, ma quel settore è un altro versante.
Si può entrare in auto?
No. Oltre la sbarra il traffico motorizzato risulta vietato dal 1998. Si lascia l’auto nell’area di sosta e si prosegue a piedi, in bici o con il trenino turistico nella stagione in cui è attivo.
Il percorso è adatto ai bambini e alle carrozzine?
Il viale asfaltato di circa tre chilometri risulta percorribile con passeggini e carrozzine, in leggera salita e senza ostacoli. Il tratto finale verso le cascate diventa sentiero su terra e pietre e non è accessibile su ruote.
Quanto ci vuole per arrivare alle cascate?
L’itinerario completo dal parcheggio alle cascate delle Tre Cannelle e delle Ninfe e ritorno si aggira sui cinque chilometri, con dislivello contenuto: due ore e mezza o tre camminando con calma.
Si pagano biglietti?
L’accesso ai sentieri del parco è libero, ma nella stagione turistica sono previsti costi per la sosta, per i tavoli dell’area picnic, per il trenino e per il noleggio biciclette, gestiti dalla cooperativa locale. Tariffe e modalità vanno chieste al punto informazioni al numero 0864 577869.
Si vedono i camosci?
Raramente dal fondovalle, perché frequentano le praterie e le rocce d’alta quota. Con un binocolo, all’alba o al tramonto, si individuano sui versanti aperti. Il luogo con la probabilità più alta di osservazione è la Val di Rose, sopra Civitella Alfedena, dove l’accesso risulta regolato e contingentato.
Si può fare il bagno nelle pozze del torrente?
No. In una riserva naturale integrale la balneazione nei corsi d’acqua non rientra fra le attività consentite e viene sanzionata.
Che cosa succede se incontro un orso?
Restare fermi, non avvicinarsi, non correre, non usare il flash, parlare a voce normale e allontanarsi con calma nella direzione da cui si è arrivati. L’orso bruno marsicano evita l’uomo: i problemi nascono quando viene sorpreso o quando ha imparato ad associare le persone al cibo.
Qual è il periodo migliore?
Fra la seconda metà di maggio e la prima di giugno per le cascate e le fioriture, fra fine settembre e inizio ottobre per i colori e per il bramito dei cervi. Luglio e agosto funzionano soltanto arrivando all’alba e nei giorni feriali.
A nostro giudizio la Camosciara è il posto giusto per chi ha capito che la montagna non si misura in metri di dislivello. Qui si sale poco e si vede molto: un anfiteatro dolomitico a due ore e mezza da Roma, due cascate raggiungibili da chiunque, un bosco vecchio, e sopra tutto questo una fauna che in Europa occidentale non ha molti equivalenti. Chi arriva con la mentalità della meta da spuntare se ne va con due fotografie e un’idea vaga. Chi arriva all’alba, cammina piano e si porta un binocolo torna a casa con la sensazione di avere attraversato un pezzo di natura che qualcuno, cento anni fa, ha avuto la lucidità di salvare prima che fosse troppo tardi.
Domande frequenti sulla Riserva Naturale La Camosciara (AQ)
La Camosciara è nel Lazio?
No, la Riserva Naturale La Camosciara si trova in Abruzzo, in provincia dell'Aquila, nei comuni di Civitella Alfedena, Opi e Pescasseroli. Il Lazio compare nel nome del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise perché l'area protetta si estende anche in provincia di Frosinone, ma quel settore è su un altro versante.
Si può entrare in auto alla Camosciara?
No, oltre la sbarra il traffico motorizzato verso la Camosciara è vietato dal 1998. Si lascia l'auto nell'area di sosta e si prosegue a piedi lungo la strada asfaltata che porta al cuore della riserva.
Si può camminare liberamente ovunque nella Camosciara?
No, la Riserva Naturale La Camosciara è una riserva integrale, il livello massimo di tutela previsto dalla conservazione italiana, e il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise gestisce l'accesso attraverso una rete di sentieri numerati appartenenti al settore G. Non ci si muove quindi a piacimento fuori dai percorsi segnalati.
Qual è l'orario consigliato per visitare la Camosciara?
Per visitare la Riserva Naturale La Camosciara conviene arrivare prestissimo, con l'auto parcheggiata prima delle otto del mattino, e chi parte da Roma deve mettere in conto una sveglia intorno alle cinque. L'orario presto è importante soprattutto per il parcheggio, che si riempie rapidamente durante la stagione turistica.
Qual è il periodo migliore per visitare la Camosciara?
Il periodo migliore per visitare la Riserva Naturale La Camosciara va dalla seconda metà di maggio alla prima metà di giugno, quando le cascate hanno ancora portata piena e la faggeta ha il verde acido delle foglie appena spuntate. In quella finestra fioriscono anche la scarpetta di Venere e l'iris marsica, e la pressione turistica risulta ancora bassa.
Che tipo di animali si possono incontrare nella Camosciara?
Nella Riserva Naturale La Camosciara i versanti che circondano il fondovalle percorribile ospitano una densità elevata di grandi mammiferi, anche se il fondovalle stesso occupa solo una porzione minuscola dell'area protetta. Il paesaggio, con pareti calcaree, guglie e torrioni, ricorda per forma le Dolomiti, pur trovandosi in Appennino.
Cosa si vede vicino alla Camosciara?
Vicino alla Riserva Naturale La Camosciara si trova Civitella Alfedena, il borgo più piccolo dell'area protetta, arroccato sopra il lago di Barrea, con il Centro Lupo. Chi affronta il viaggio verso la Camosciara fa bene a costruire un itinerario più ampio nel raggio di venti chilometri, dato che la sola riserva riempie mezza giornata.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise con accompagnatore turistico abilitato si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari di natura e trekking sull’Appennino centrale trovano invece il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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Dormire a Riserva Naturale La Camosciara
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