Traffic

Via Prenestina, 738
Roma

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Il Traffic è il posto a cui penso per primo quando qualcuno mi chiede dove si sentono i concerti metal a Roma, e poi doom, stoner, hardcore e ogni tanto una chicca indie rock che spunta in mezzo al resto come un fiore in una crepa dell'asfalto. Non è un teatro, non è un auditorium, non è una di quelle sale dove ti danno il posto numerato e ti chiedono di non alzarti. È un club, con tutto quello che la parola porta con sé: una sala unica, un palco a pochi passi dal pubblico, un impianto che ti entra nello sterno prima ancora che nelle orecchie, e la sensazione precisa di essere dentro una cosa che accade adesso e non si ripeterà identica domani.

Ci sono arrivato la prima volta seguendo un gruppo che non avrebbe mai riempito una sala grande e che però meritava di essere ascoltato a due metri di distanza. Sono tornato decine di volte, e ogni volta la sensazione è la stessa: qui la musica pesante non è una nicchia tollerata, è la lingua di casa. Roma ha molti luoghi dove si suona, alcuni bellissimi, altri improbabili, altri ancora nati e chiusi nel giro di una stagione. Il Traffic appartiene alla categoria dei posti che hanno messo radici, che si sono spostati fisicamente ma hanno portato con sé il pubblico, il nome e una reputazione costruita serata dopo serata.

Prima di tutto il resto, la cosa che conviene sapere è dove ti porta il navigatore: via Prenestina 738, Roma est, zona Quarticciolo. Non è il centro, non è nemmeno la prima cintura dei quartieri che i turisti attraversano per sbaglio. È Roma vera, quella che comincia dove finiscono le cartoline, e chi ci viene la prima volta spesso lo nota con una piccola scossa di sorpresa. Dopo anni di militanza in via Vacuna, dalle parti di Portonaccio, dove si era guadagnato fama e stima presso ogni tipo di circuito, il Traffic si è spostato di qualche chilometro verso est e ha messo casa qui.

Accanto al locale c'è il bar Giolli, un coacervo di umanità di Roma est particolarmente attiva nelle ore notturne: gente del quartiere, gente che esce dal concerto, gente che il concerto lo salta e viene solo per il dopo. È uno di quegli angoli dove il locale e la strada si parlano senza filtri, e la cosa mi è sempre piaciuta: significa che il club non è un'astronave atterrata in mezzo alle case, ma un pezzo del posto in cui si trova.

Dentro: sala unica e spaziosa, zona bar piccola e luminosa, disegni old school sulle porte dei bagni. L'attività live viaggia prediligendo metal, per il quale il Traffic è un riferimento su Roma, doom e qualche chicca indie. Peccato per la vista sul parcheggio, e qui la mia posizione è nota a chiunque mi abbia sentito parlarne: in rampicanti we trust. Un paio di stagioni di edera e il problema estetico si risolverebbe da solo.

Adesso però ti racconto tutto per bene, perché intorno a questo indirizzo c'è molto più di quello che si vede dal parcheggio.

Dove si trova e come ci arrivo

Via Prenestina 738 è un numero civico alto, e i numeri civici alti sulle consolari romane vogliono dire una cosa sola: sei lontano dal centro. La Prenestina parte da Porta Maggiore, taglia il Pigneto e il Prenestino, passa sotto e sopra una sequenza di ponti, incroci e sottopassi, sfiora Villa Gordiani, attraversa Tor de' Schiavi, incrocia viale Palmiro Togliatti e continua verso est fino a uscire dal Grande Raccordo Anulare e infilarsi nella campagna che porta verso i Monti Prenestini. Il Traffic si trova in quel tratto dove la città è ancora città, ma ha già cambiato ritmo: più officine, più capannoni, più spazi aperti fra un palazzo e l'altro, meno vetrine e più saracinesche.

Il modo più semplice per arrivarci, se non guidi, è il tram. La linea 14 corre lungo la Prenestina partendo da Termini e arriva fino alla zona di Togliatti, e da lì con un autobus o con una camminata si copre l'ultimo pezzo. Le linee 5 e 19 servono lo stesso asse nella parte più interna, fino a largo Preneste, e sono comodissime se arrivi da San Lorenzo, dal Verano o dalla zona universitaria. Gli autobus che percorrono la Prenestina nella sua parte esterna sono diversi e cambiano orario e frequenza a seconda della fascia, quindi prima di uscire conviene sempre dare un'occhiata all'app del trasporto pubblico invece di fidarsi della memoria.

Se invece guidi, la buona notizia è che qui il parcheggio esiste davvero, cosa che a Roma è quasi una notizia da prima pagina. Il piazzale davanti al locale e le strade intorno assorbono senza drammi le auto di una serata piena. La cattiva notizia è che quel parcheggio lo vedi anche dall'ingresso, e non è esattamente un giardino all'italiana. Ma sul punto tornerò, perché il parcheggio del Traffic per me è diventato un piccolo caso di studio di urbanistica sentimentale.

Un consiglio pratico che vale più di mille indicazioni stradali: la Prenestina di notte è larga, veloce e con poche persone a piedi. Se torni in auto vai piano nei tratti con i binari, perché il tram e l'asfalto bagnato insieme fanno scherzi. Se torni in motorino, occhio alle rotaie. Se torni a piedi verso la fermata, fallo insieme a qualcuno: non per allarmismo, ma perché camminare in due su una consolare alle due di notte è semplicemente più piacevole che camminare da soli.

C'è poi un dettaglio che mi diverte sempre spiegare a chi viene da fuori Roma. La Prenestina non porta quel nome per caso: è la strada che anticamente conduceva a Praeneste, cioè l'attuale Palestrina, una delle città più importanti del Lazio antico, sede di un santuario monumentale dedicato alla Fortuna Primigenia che occupava l'intero fianco della collina. Quindi quando imbocchi la Prenestina per andare a sentire un gruppo doom, tecnicamente stai percorrendo l'itinerario di un antico pellegrinaggio oracolare. Ai concerti non lo dico ad alta voce troppo spesso, ma ci penso ogni volta.

Una curiosità su Traffic

La curiosità che preferisco riguarda il trasloco. Il Traffic non è nato dove si trova adesso: la sua storia comincia in via Vacuna, nella zona fra Portonaccio e Casal Bertone, in un pezzo di Roma est che negli anni ha cambiato pelle diverse volte. Là dentro il locale si è costruito la reputazione che ancora oggi porta con sé, diventando un punto di riferimento riconosciuto non da un solo giro ma da parecchi circuiti diversi, che a Roma è la cosa più difficile del mondo, perché ogni scena tende a difendere il proprio recinto e a guardare con sospetto quello accanto.

Poi il trasferimento: qualche chilometro più a est, dalla zona della stazione Tiburtina verso il Quarticciolo. Sulla carta è uno spostamento breve, dieci minuti di macchina con il traffico giusto. Nella geografia mentale di chi frequenta i locali romani, però, è un salto notevole: si passa da un'area interna, cucita fra la ferrovia e i quartieri consolidati, a una zona di borgata storica con un'identità fortissima e una storia che comincia negli anni Quaranta. Cambiare indirizzo in quel modo significa cambiare anche pubblico di prossimità, rapporti con il vicinato, orari, abitudini.

La curiosità vera è che il nome ha retto. Questo, se ci pensi, non è affatto scontato. Nei locali di musica dal vivo il legame fra insegna e muri è quasi sempre più stretto di quanto si ammetta: sposti la sala e perdi metà del pubblico, perché la gente non seguiva il progetto, seguiva l'abitudine di quella strada, di quel bar, di quella fermata. Il Traffic invece si è portato dietro la reputazione come si porta dietro un amplificatore: pesante, ingombrante, ma funzionante. Chi ci andava in via Vacuna ha imparato una strada nuova, e nel frattempo il nuovo indirizzo ha aggiunto altre persone che prima non ci sarebbero mai arrivate.

C'è una seconda curiosità, minore ma simpatica, e riguarda il nome stesso. Chiamarsi Traffic e finire su una consolare dove il traffico è una condizione permanente ha un che di profetico. Non so se la scelta del nome contenesse fin dall'inizio questa ironia, però funziona: arrivi imprecando contro la fila di semafori sulla Prenestina, parcheggi, entri, e l'insegna ti ricorda esattamente da dove vieni. Pochi locali riescono a essere così onesti già dalla facciata.

Aggiungo una terza cosa, che curiosità forse non è ma mi sembra giusto segnalare. Il quartiere intorno, il Quarticciolo, è una borgata ufficiale costruita fra il 1940 e il 1943, progettata con criteri razionalisti e organizzata intorno a una piazza con la torre, il mercato e i servizi. Non è un agglomerato cresciuto a caso: è un pezzo di città disegnato a tavolino in un momento preciso della storia italiana. Avere un club metal dentro una borgata razionalista degli anni Quaranta è una di quelle sovrapposizioni che a Roma capitano di continuo e che nessuno nota più, e che invece meriterebbero una targa.

Il Quarticciolo, la borgata intorno

Per capire il Traffic conviene capire il Quarticciolo, perché i due si tengono. La borgata nasce all'inizio degli anni Quaranta, in piena guerra, come una delle cosiddette borgate ufficiali: insediamenti costruiti dall'amministrazione per alloggiare famiglie provenienti dagli sventramenti del centro storico e dall'immigrazione interna. Il nome viene dalla zona, e l'impianto urbanistico segue schemi razionalisti: palazzine basse e allineate, spazi verdi fra i lotti, una piazza centrale con la torre e il mercato, una chiesa, la scuola.

Chi immagina la borgata come un ammasso disordinato rimane spiazzato la prima volta che ci entra. Il Quarticciolo ha una geometria chiara, quasi didattica, con strade che si incrociano ad angolo retto e cortili interni dove i panni stesi disegnano bandiere. Gli anni hanno aggiunto e tolto, i balconi si sono chiusi, le facciate hanno cambiato colore più volte, ma lo scheletro originario si legge ancora perfettamente. Camminarci dentro di giorno, prima di un concerto serale, è un esercizio di storia dell'architettura molto più istruttivo di parecchie visite guidate in centro.

Il Quarticciolo ha anche una memoria di guerra e di resistenza che nel resto della città si racconta poco. Durante i mesi dell'occupazione la borgata fu uno dei luoghi dove la resistenza romana ebbe forme concrete e popolari, con azioni, nascondigli e una rete di solidarietà fra le famiglie. A quella stagione appartiene anche la figura più leggendaria del posto, il cosiddetto Gobbo del Quarticciolo, personaggio reale e insieme mito locale, entrato nella narrativa e nel cinema italiano come archetipo del ragazzo di borgata che sfida il potere. La sua vicenda storica è complessa e piena di zone d'ombra, e non è mia intenzione trasformarla in folklore: mi limito a registrare che in questo quadrante la memoria del 1943 e del 1944 non è materia da libri, è materia da racconti di famiglia.

Negli ultimi decenni il Quarticciolo ha vissuto quello che hanno vissuto molte periferie storiche romane: spopolamento e ripopolamento, invecchiamento e nuovi arrivi, servizi che si sono ridotti e associazioni che li hanno in parte sostituiti. C'è un teatro pubblico che funziona, una biblioteca, una palestra popolare, un mercato rionale, e una quantità di iniziative culturali che partono dal basso e spesso non escono dai confini del quadrante. Un club di musica dal vivo dentro questo tessuto non è un corpo estraneo: è un altro pezzo dello stesso mosaico, con la differenza che il sabato sera porta qui persone che altrimenti non avrebbero motivo di arrivarci.

Mi piace pensare che chi viene al Traffic da Trastevere o dai Parioli, e magari mette piede al Quarticciolo per la prima volta nella vita, si porti a casa qualcosa oltre al concerto. Anche solo la consapevolezza che Roma non finisce alla tangenziale, e che qui esistono quartieri con una storia precisa, un'architettura riconoscibile e una vita sociale piena. Non serve trasformare il posto in una tappa turistica, per carità. Serve solo attraversarlo con gli occhi aperti invece che con la fretta di chi cerca solo un parcheggio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Traffic

Nessuno ti dice che la sala unica cambia completamente natura a seconda di quanta gente c'è dentro, e che imparare a leggere questa cosa fa la differenza fra una serata buona e una serata memorabile. Uno spazio unico e spazioso, senza colonne che spezzano la visuale e senza gallerie, si comporta in modo diverso da un teatro: con duecento persone è raccolto e caldo, con il doppio diventa una massa compatta, con cento diventa una prova aperta al pubblico. Non è un difetto, è una caratteristica, e sapendola si sceglie meglio dove mettersi.

Ti faccio l'esempio concreto. Serata affollata, headliner atteso, gente già dentro un'ora prima: in quel caso la zona buona non è la prima fila, è la fascia centrale leggermente decentrata rispetto all'asse del palco, dove il suono dei diffusori si somma senza cancellarsi e dove non ti ritrovi schiacciato contro la transenna dal movimento del pubblico. Serata media, tre gruppi in cartellone, sala a metà: allora conviene stare davanti, perché il suono ravvicinato in una sala non satura è nitido e la resa del palco a distanza ravvicinata è un privilegio che nei palazzetti non avrai mai. Serata sotto tono, sala vuota, pochi affezionati: mettiti al centro della sala e goditi il riverbero, perché quel tipo di ascolto, in una stanza grande e semivuota, ha qualcosa di intimo che non si ricrea altrove.

Seconda cosa che nessuno dice: la zona bar piccola e luminosa è uno strumento sociale, non un semplice punto di ristoro. In molti locali il bar è lontano dalla sala, isolato, e chi ci va si autoesclude dal concerto. Qui invece la scala è ridotta, il passaggio è breve, la luce è diversa da quella della sala, e il risultato è che l'area del bar funziona come una specie di camera di decompressione dove le persone si guardano in faccia, si riconoscono e si parlano. Le conversazioni migliori che ho fatto in un locale romano negli ultimi anni sono nate lì, nell'intervallo fra un gruppo e l'altro, con il bicchiere in mano e le orecchie ancora piene di feedback.

Terza cosa, e questa vale come avvertimento affettuoso: i disegni old school sulle porte dei bagni sono un dettaglio che la maggior parte della gente non guarda mai. Entra, fa quello che deve fare, esce. Peccato, perché quei segni raccontano una storia estetica precisa, fatta di grafica da locale, di mano libera, di iconografia che chiunque abbia frequentato club di musica pesante riconosce al volo. Sono il tipo di dettaglio che quando un posto chiude sparisce per primo e che nessuno si è preso la briga di fotografare. Ecco, fotografali.

Quarta cosa, la più pratica di tutte: il rapporto fra orario annunciato e orario reale. In un club l'orario di apertura porte e l'orario del primo gruppo sono due informazioni diverse, e la seconda spesso viene comunicata all'ultimo o non viene comunicata affatto. Chi arriva puntuale all'apertura si trova in una sala vuota con il tecnico che fa le prove; chi arriva all'orario dell'headliner si perde le band di supporto, che spesso sono la parte più interessante della serata. Io arrivo di solito una quarantina di minuti dopo l'apertura porte: prendo da bere con calma, mi guardo intorno, e sono in sala quando parte il primo set.

La sala, il bar, i bagni con i disegni

Descrivo lo spazio come lo ricordo, perché nei locali di musica dal vivo la descrizione dell'ambiente conta almeno quanto il cartellone. La sala è unica e spaziosa, con il palco su un lato e il resto della superficie libera. Questo tipo di impianto ha un vantaggio enorme: chiunque, in qualunque punto, ha un rapporto diretto con il palco. Non ci sono posti ciechi strutturali, non ci sono sezioni condannate a guardare una colonna. Ha anche un limite, e cioè che quando la sala è piena il movimento del pubblico si propaga come un'onda dal centro verso i bordi: se non ti piace il contatto fisico, i lati sono più tranquilli.

La zona bar è piccola e luminosa, e la luce è la cosa che colpisce di più, perché la sala è scura come devono essere le sale. Passare dal buio del concerto al bianco del bancone è un piccolo shock ottico che serve a ricordarti che esiste un mondo con le luci accese. I locali che curano questo passaggio, anche senza volerlo, regalano al pubblico un ritmo: buio, luce, buio, luce, e alla fine della serata il corpo ha vissuto una specie di respirazione.

I bagni con i disegni old school meritano il paragrafo che gli dedico. Nella cultura dei club la porta del bagno è una superficie espressiva: adesivi, pennarelli, disegni fatti da chi lavora nel locale o da qualche amico con la mano buona. Sono tracce di un'epoca in cui il materiale visivo dei concerti passava per la fotocopiatrice, per le locandine attaccate con lo scotch e per i cartelli scritti a mano. Vederli ancora al loro posto, in un locale che si è trasferito e ha ricominciato, significa che qualcuno ha deciso che quella grafica faceva parte dell'identità e andava portata avanti.

Un'osservazione sul suono, che è poi la ragione per cui si va in un club. Le sale uniche di grande volume hanno bisogno di una gestione attenta delle basse frequenze, perché il volume d'aria amplifica tutto quello che succede sotto i cento hertz. Nelle serate metal e doom, dove il basso e la cassa fanno gran parte del lavoro, la differenza fra un mix curato e un mix approssimativo si sente subito: nel primo caso senti le corde della chitarra dentro il muro di suono, nel secondo senti solo il muro. La mia impressione, da spettatore e non da tecnico, è che qui la cosa venga presa sul serio, e che quando il suono non convince la responsabilità sia più spesso del banco di chi porta il gruppo in tour che della sala.

Ultima nota d'ambiente: la temperatura. In una sala unica piena, con impianto acceso e pubblico che salta, il clima diventa tropicale nel giro di venti minuti. Vestirsi a strati non è un consiglio da guida turistica, è sopravvivenza. Il giubbotto pesante lasciato addosso per pigrizia è il primo nemico della serata, e il secondo è lo zaino, che in mezzo alla gente diventa un ostacolo per te e per tutti quelli intorno.

Il consiglio che ti do per visitare Traffic

Il consiglio grosso, quello che darei a chiunque, è di considerare la serata come una cosa che comincia prima del concerto e finisce dopo. Se arrivi cinque minuti prima dell'headliner e riparti appena finisce l'ultimo pezzo, hai visto un gruppo suonare, il che è già una bella cosa, ma ti sei perso il posto. Il Traffic dà il meglio a chi gli concede tempo: arrivare presto, bere qualcosa nella zona luminosa del bar, ascoltare il gruppo di apertura anche se non lo conosci, parlare con qualcuno, uscire e rientrare.

Il secondo consiglio riguarda l'apertura mentale sul cartellone. Qui il metal è la linea principale, il doom è una presenza costante, e ogni tanto compare una serata indie che sembra fuori posto e invece funziona benissimo. Se segui solo una di queste linee e ignori le altre, ti perdi la parte più interessante della programmazione, cioè gli attraversamenti. Le serate dove il pubblico è misto sono quelle dove succedono le cose migliori, perché ci sono persone che ascoltano qualcosa che di solito non ascolterebbero e reagiscono in modo genuino.

Terzo consiglio, tecnico e serissimo: i tappi per le orecchie. Non i tappi da cantiere, che tagliano gli acuti e trasformano tutto in una poltiglia. I tappi con filtro, quelli che abbassano il volume mantenendo la curva di frequenza. Costano poco, entrano in tasca, e ti permettono di uscire da una serata di doom a volume alto senza il fischio che ti accompagna fino al giorno dopo. Chi va ai concerti da molti anni e ha ancora l'udito integro, quasi sempre, è qualcuno che ha cominciato a usarli in tempo.

Quarto consiglio: il contante. Nei club la carta ormai funziona quasi ovunque, però il banchetto del merchandising dei gruppi in tour è un mondo a parte, gestito direttamente dalla band o da chi viaggia con loro, e lì il contante risolve situazioni che altrimenti si complicano. Se ti interessa comprare una maglietta o un disco, portati qualche banconota. Quei banchetti, per molti gruppi, sono la differenza fra un tour in pareggio e un tour in perdita.

Quinto consiglio, il più semplice: guarda le date con anticipo e non fidarti del passaparola dell'ultimo minuto. La programmazione dei club cambia, si aggiunge, si sposta, e le informazioni più affidabili sono sempre quelle dei canali ufficiali del locale e dei gruppi in cartellone. Verifica orari, prezzo di ingresso ed eventuali tessere associative prima di uscire di casa, perché nel circuito dei club italiani la formula organizzativa varia da posto a posto e cambia anche nel tempo.

Sesto e ultimo consiglio, quello che mi sento di dare con più convinzione: se la serata ti è piaciuta, dillo. Al gruppo, al banchetto, a chi lavora dietro il bancone. I club vivono di una economia fragilissima, fatta di margini sottili e di stagioni incerte, e la parte del pubblico che torna e che lo dice è letteralmente l'infrastruttura che li tiene aperti. Non è retorica, è contabilità.

Metal, doom e le chicche indie

La scena metal romana ha una caratteristica che la distingue da altre scene italiane: è larga e frammentata. Convivono generazioni diverse, sottogeneri che altrove si ignorano a vicenda, gruppi che suonano da trent'anni accanto a gruppi nati l'anno scorso, e un pubblico che si muove fra questi mondi con una libertà maggiore di quella che di solito si immagina dall'esterno. Il thrash, il death, il black, il doom, lo stoner, il crossover con l'hardcore punk: a Roma ognuna di queste parole corrisponde a un giro di persone, a un gruppo di locali, a una manciata di serate ricorrenti.

In questo panorama il Traffic occupa una posizione precisa, che è quella del riferimento. Non nel senso che ci passa tutto, perché nessun locale può permettersi di programmare tutto, ma nel senso che quando un gruppo estero di medio livello viene in Italia e cerca una data a Roma, questo è uno degli indirizzi che compaiono per primi nella lista. Ed è anche il posto dove gruppi italiani che stanno crescendo trovano un palco dignitoso, con impianto vero e pubblico vero, che è la cosa di cui hanno più bisogno nella fase intermedia della loro storia.

Il doom merita un discorso a parte, perché è il genere che la sala valorizza di più. Il doom vive di lentezza, di ripetizione, di pressione sonora costante: ha bisogno di un ambiente che sostenga le frequenze basse senza impastarle e di un pubblico disposto a rimanere fermo dentro un pezzo di dieci minuti. Una sala unica e ampia fa esattamente questo lavoro. Quando la serata è giusta, la sensazione è fisica: senti l'aria muoversi, senti il torace vibrare, e la percezione del tempo si dilata come succede solo in poche altre situazioni.

Le chicche indie sono la variabile che rende la programmazione più interessante di quanto sembri. Ogni tanto, fra due serate pesanti, compare un nome che appartiene a un altro mondo, un gruppo di chitarre e melodia che nel circuito metal non avrebbe motivo di stare. Quelle serate cambiano il pubblico e cambiano l'aria. Ci trovi persone che vengono qui per la prima volta e che si guardano intorno con curiosità, e trovi gli habitué che restano al bar a valutare la faccenda con un misto di sospetto e simpatia. Sono serate che fanno bene a tutti.

Un'altra cosa che noto spesso e che vale la pena scrivere: i gruppi di apertura. Nel circuito dei club il gruppo di apertura è quasi sempre una band locale, alle prime armi o quasi, che porta i suoi amici e suona davanti a una sala ancora mezza vuota. In molti locali questo momento viene liquidato come un adempimento. Qui, dalla mia esperienza, succede più spesso il contrario: il gruppo di apertura ha il suo spazio, il suo soundcheck, e un pubblico che almeno in parte è già dentro. Sembra un dettaglio organizzativo, ed è invece il modo in cui una scena si riproduce nel tempo.

Chiudo con un'osservazione su come è cambiato il pubblico dei concerti pesanti negli ultimi quindici anni. È molto più misto di prima per età e per genere, molto meno legato all'uniforme, molto più abituato a scoprire i gruppi in streaming e ad arrivare alla data live come momento di verifica. Questo ha conseguenze sui locali: il pubblico è più informato, più selettivo, e disposto a spostarsi solo se la serata promette qualcosa. I club che resistono sono quelli che hanno costruito una reputazione abbastanza solida da far spostare le persone anche verso indirizzi periferici. Il Traffic è uno di questi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Roma est, e in particolare l'asse Pigneto, Prenestino, Casilino, Quarticciolo, è da decenni uno dei motori culturali della città, e che quasi nessuna guida lo racconta come tale. Lo sanno tutti quelli che ci vivono, lo sanno tutti quelli che frequentano concerti, cinema di quartiere, teatri piccoli e spazi occupati. Poi apri una qualunque presentazione di Roma e trovi il Colosseo, Trastevere, Villa Borghese, e il vuoto assoluto oltre la Tangenziale. Questo squilibrio è talmente consolidato che neanche più ci facciamo caso.

Eppure è qui che è nata buona parte dell'immaginario romano del Novecento. Il Pigneto delle case basse e dei muri scrostati è il set di alcune fra le pagine più note del cinema italiano del dopoguerra, ed è il quartiere che Pier Paolo Pasolini ha attraversato, raccontato e in parte inventato come luogo letterario. Il Prenestino e le borgate intorno hanno fornito volti, voci e cadenze a una stagione intera di narrativa e di film. Quando oggi qualcuno parla di autenticità romana, sta parlando, quasi sempre senza saperlo, di un immaginario costruito in questi chilometri quadrati.

Il secondo aspetto poco citato riguarda la geografia culturale del presente. In questo quadrante ci sono teatri pubblici di quartiere, biblioteche comunali, centri di produzione teatrale, festival di strada, spazi autogestiti, palestre popolari e una quantità di associazioni che lavorano sulla scuola e sul doposcuola. Una parte consistente della programmazione culturale gratuita di Roma est nasce da queste realtà e non compare mai nei circuiti di comunicazione centrali. Chi viene al concerto e poi torna a casa non se ne accorge; chi ci passa di giorno lo vede subito.

Terzo aspetto: l'archeologia. La Prenestina è costellata di resti che la gran parte dei romani non ha mai visitato. Il complesso monumentale di Villa Gordiani, con i suoi mausolei e le murature romane in mezzo a un parco pubblico frequentatissimo, si trova a poche fermate di tram da qui ed è uno dei luoghi più sottovalutati della città. Più a est, verso la campagna, la stessa strada conduce a siti antichi di prima grandezza. La sovrapposizione fra archeologia e vita quotidiana in questo settore di Roma è totale, e proprio per questo diventa invisibile.

Il quarto aspetto, quello che mi interessa di più, è il rapporto fra club e quartiere. Un locale di musica dal vivo in periferia produce effetti concreti sulla zona in cui si trova: porta persone, genera piccola economia notturna, obbliga i trasporti a esistere a certi orari, crea occasioni di incontro fra chi vive lì e chi arriva da fuori. Produce anche attriti, perché la musica alta e le persone che escono alle due di notte non sono un regalo per chi abita al piano di sopra. Questa tensione è il prezzo naturale di avere la cultura dal vivo dentro la città invece che confinata in capannoni isolati, ed è una tensione che si gestisce con il buon senso reciproco.

Il quinto e ultimo aspetto è una constatazione amara. I locali di musica dal vivo in Italia hanno una mortalità altissima. Fra affitti, adeguamenti normativi, costi dell'energia, rapporti con il vicinato e stagioni difficili, chi arriva a compiere dieci anni ha già fatto un'impresa, chi ne compie venti è materia da studio. Ogni volta che un club chiude, sparisce non solo una sala ma un pezzo di infrastruttura per i gruppi emergenti, che senza palchi intermedi restano bloccati fra la sala prove e il nulla. Questo è il motivo per cui scrivo pagine lunghe sui club di periferia invece che sulle terrazze panoramiche.

La Prenestina, una strada che porta lontano

Voglio dedicare qualche riga alla strada, perché la strada spiega il posto. La via Prenestina è una consolare antica: usciva da Roma verso oriente e raggiungeva Praeneste, la città sul fianco dei monti che oggi si chiama Palestrina e che conserva uno dei complessi santuariali più imponenti del mondo antico, dedicato alla Fortuna Primigenia. Chi vuole capire quanto contasse quella direttrice può farsi un giro al museo archeologico di Palestrina, dove si conserva il grande mosaico nilotico, uno degli oggetti più straordinari che l'antichità ci abbia lasciato.

Lungo il percorso della Prenestina, fra la città e la campagna, si incontrano stratificazioni di ogni epoca: sepolcri romani inglobati nei muri, casali medievali, torri, borghi rurali trasformati in quartieri, complessi industriali dismessi, capannoni, centri commerciali. È una sezione geologica della storia urbana romana, leggibile da un finestrino d'autobus. Nella parte esterna, oltre il Raccordo, la strada attraversa la campagna dell'Agro romano orientale e incontra luoghi come il castello di Lunghezza, che segnano il passaggio dalla periferia al territorio aperto.

Dentro il tessuto urbano, invece, la Prenestina è un asse di lavoro e di passaggio. Officine, carrozzerie, magazzini, depositi, tram che sferragliano, semafori lunghi. Non è una strada bella nel senso convenzionale, ed è esattamente questo che la rende interessante: è una strada funzionale, che mostra senza pudore la parte della città che produce e si muove. I locali che aprono lungo assi di questo tipo hanno una qualità che i locali del centro non possono avere, cioè lo spazio. Spazio per una sala grande, spazio per un parcheggio, spazio per fare rumore senza avere quattro palazzi addossati.

Nelle vicinanze, per chi volesse allungare la giornata prima di una serata di concerti, ci sono aree verdi che valgono la deviazione. Il parco della Cervelletta, con il suo casale e la campagna residua, e il parco di Aguzzano si trovano nel quadrante nord orientale e mostrano com'era il paesaggio prima che la città lo raggiungesse. Verso sud, il castagneto prenestino porta il nome della stessa direttrice e racconta il versante collinare della zona.

Faccio notare una cosa che mi sembra utile: queste mete non sono alternative al concerto, sono il contorno. Roma est si gode meglio se la si prende come una giornata intera invece che come un trasferimento notturno. Arrivi nel pomeriggio, cammini in una borgata o in un parco, mangi qualcosa, e poi entri in sala quando è ora. Tornerai a casa con la sensazione di avere visto una città e non soltanto un palco.

La foto giusta da fare a Traffic

Comincio con la foto che non funziona, così ci togliamo il pensiero: la foto del palco scattata dal fondo della sala con il telefono, flash acceso, durante il pezzo veloce. Viene un rettangolo nero con tre puntini luminosi e qualche nuca in primo piano. La fa chiunque, non la guarda nessuno, e il flash dà fastidio a chi ti circonda e a chi suona. Se proprio vuoi il ricordo del concerto, spegni il flash, appoggia i gomiti al corpo per stabilizzare, e aspetta i momenti in cui le luci sono aperte e ferme.

La foto giusta, secondo me, è un'altra, e non è dentro la sala: è la porta del bagno con i disegni old school. Luce artificiale, superficie piatta, grafica disegnata a mano che appartiene a una tradizione visiva precisa. Scattala frontale, riempendo l'inquadratura, senza cercare effetti. Fra dieci anni quella immagine varrà molto più di qualunque video mosso dell'headliner, perché i video dei concerti li hanno tutti e le porte dei bagni le fotografa nessuno. È il genere di documento che sparisce senza che ci si accorga della perdita.

Seconda opzione, se preferisci una foto d'ambiente: la zona bar piccola e luminosa, ripresa dal lato della sala, con il contrasto fra il buio in primo piano e il bianco del bancone sul fondo. È un'immagine che racconta come funziona un club meglio di qualunque didascalia: due temperature di luce, due modi di stare insieme, la porta fra l'uno e l'altro. Se aspetti il momento giusto, con qualcuno che attraversa la soglia, hai anche il movimento.

Terza opzione, la mia preferita quando è la stagione adatta: l'esterno al tramonto, con l'insegna e il parcheggio davanti. So che sembra una provocazione, visto che del parcheggio mi lamento in ogni occasione utile, ed è proprio per questo che funziona. Una fotografia onesta di un club di periferia romana comprende l'asfalto, le auto, i pali della luce, il cielo largo che qui è molto più visibile che in centro. È il ritratto reale di come si fa musica dal vivo in una città grande: non fra le colonne barocche, ma fra un piazzale e una consolare.

Quarta opzione, per chi ha voglia di camminare: la borgata. Le palazzine razionaliste del Quarticciolo con il taglio di luce del tardo pomeriggio sono un soggetto fotografico serio, con geometrie pulite e una qualità di luce che sui laterizi funziona benissimo. Fotografa gli edifici, i cortili visti dalla strada, la sequenza delle finestre. Evita i primi piani sulle persone senza chiedere: è una regola di educazione prima ancora che di legge, e in una borgata dove la gente vive e non recita è ancora più importante.

Ultima raccomandazione, valida sempre: se scatti durante il concerto, guarda le indicazioni del locale e del gruppo. Alcune band chiedono di non fotografare, alcune vietano espressamente i video, alcune non hanno problemi. Dieci secondi di attenzione al cartello o all'annuncio evitano discussioni e, soprattutto, evitano di trasformare un'ora di musica in un'ora di schermi alzati. Il concerto guardato attraverso il telefono è un concerto a cui non sei stato.

Il parcheggio, i rampicanti e la questione estetica

Il punto debole del Traffic, se vogliamo chiamarlo così, è la vista sul parcheggio. Esci dalla sala, prendi aria, e quello che hai davanti è una distesa di asfalto con le auto. Non è un dramma e non rovina la serata, ma è un peccato, perché lo spazio all'aperto di un club è un valore enorme: è lì che si fuma, si parla, si fanno le presentazioni, si decide dove andare dopo. Uno spazio esterno curato allunga la vita sociale della serata di un'ora abbondante.

La mia soluzione, che ripeto da anni con una convinzione quasi fastidiosa, si riassume in tre parole: in rampicanti we trust. Una fila di vasche lungo il perimetro, edera, vite americana, gelsomino, una rete o dei cavi tesi a cui aggrapparsi, e nel giro di due stagioni il muro di asfalto diventa una parete verde. Costa poco, richiede manutenzione modesta, abbassa la temperatura percepita d'estate e cambia radicalmente la fotografia del posto. Non serve un progetto di paesaggistica, servono terra, piante e un po' di pazienza.

C'è una ragione più seria dietro questa fissazione. Nelle periferie costruite in fretta, il verde di prossimità è quasi sempre la cosa che manca per prima e quella che rende più difficile affezionarsi a un luogo. Un piazzale con quattro alberi e una parete di edera non risolve i problemi di un quartiere, però cambia il modo in cui le persone lo usano. Nei locali funziona allo stesso modo: il pubblico si ferma di più, si disperde di meno, e l'impressione che porta a casa è diversa.

Aggiungo una nota sul rumore, che con il verde ha più a che fare di quanto sembri. Una barriera vegetale non ferma il suono in modo significativo, questo è un mito, però modifica la percezione: le persone che parlano davanti a una siepe abbassano la voce, quelle che parlano in mezzo a un piazzale vuoto la alzano. In un quartiere residenziale, dove le finestre delle case guardano la strada, la differenza fra cento persone che parlano piano e cento persone che parlano forte alle due di notte è esattamente la differenza fra un vicinato che convive e un vicinato che protesta.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Comincio dalla storia grande, quella che riguarda il luogo prima ancora del locale. Fra il 1940 e il 1943 nasce il Quarticciolo, una delle borgate ufficiali costruite dall'amministrazione capitolina per ospitare le famiglie allontanate dal centro e i nuovi arrivati. È un avvenimento urbanistico di prima grandezza per questo settore della città: un quartiere disegnato interamente, con impianto razionalista, piazza, torre, mercato e servizi collettivi. Da quel momento la mappa di Roma est cambia forma.

Subito dopo arriva la guerra, e con la guerra i nove mesi dell'occupazione fra il settembre del 1943 e il giugno del 1944. Il Quarticciolo appartiene alla geografia della resistenza romana popolare, quella fatta di azioni di strada, di solidarietà fra famiglie, di nascondigli improvvisati e di rifornimenti recuperati come si poteva. In questo quadro si colloca la figura del cosiddetto Gobbo del Quarticciolo, personaggio storicamente documentato e insieme leggenda di borgata, poi entrato nel cinema e nella narrativa come archetipo. La sua storia reale è più complicata del mito, e proprio per questo vale la pena conoscerla sui libri invece che per sentito dire.

Nei decenni successivi arrivano gli avvenimenti meno drammatici e più decisivi: la crescita del quadrante, l'arrivo dei servizi, la trasformazione della Prenestina in un asse produttivo con officine e capannoni, l'espansione oltre il Raccordo, la costruzione di viale Palmiro Togliatti come grande arteria trasversale. Nel frattempo il Pigneto e il Prenestino diventano il set e la materia narrativa di una stagione del cinema e della letteratura italiana che ha fissato per sempre l'immagine della borgata romana.

Per quanto riguarda la storia del locale, l'avvenimento centrale è il trasferimento. Il Traffic nasce e cresce in via Vacuna, nella zona fra Portonaccio e Casal Bertone, e là dentro costruisce la reputazione che ancora oggi lo precede, diventando un riferimento riconosciuto da circuiti musicali diversi fra loro. Poi il cambio di sede: qualche chilometro verso est, fino a via Prenestina 738, accanto al bar Giolli, dentro il tessuto del Quarticciolo. È il tipo di passaggio che nella vita di un club vale quanto un cambio di formazione nella vita di una band.

Il terzo avvenimento, quello che non ha una data ma si vede a occhio, è il consolidamento del locale come punto fisso della programmazione metal romana. Non succede in un giorno: succede attraverso stagioni di cartelloni, attraverso le band italiane che tornano, attraverso i gruppi stranieri in tour che inseriscono la data di Roma, attraverso il pubblico che impara la strada. Quando un posto diventa un riferimento, la cosa si nota dal fatto che la gente dice il nome del locale invece dell'indirizzo, ed è esattamente quello che succede qui.

Aggiungo, per onestà, che non mi metto a elencare date di singole serate storiche. Nel mondo dei club le cronologie precise circolano per passaparola, si deformano, si attribuiscono al locale sbagliato, e finiscono per essere ripetute come verità. Preferisco raccontarti quello che il posto è, e lasciare a chi lo ha vissuto in prima persona il compito di raccontare le proprie serate memorabili, che poi sono quelle che contano davvero.

Da via Vacuna al Quarticciolo, cosa cambia davvero

Quando un locale si sposta, cambiano quattro cose insieme: il pubblico di prossimità, i trasporti, i vicini e lo spazio a disposizione. Via Vacuna si trova in un contesto urbano più interno e più denso, dove arrivare è facile da molte direzioni ma dove ogni metro quadro costa caro e ogni decibel arriva a qualcuno. La Prenestina alta, al contrario, offre volumi e distanze maggiori, e obbliga il pubblico a un piccolo investimento di viaggio.

Questo investimento, curiosamente, produce un effetto positivo. Chi percorre otto chilometri per un concerto arriva più motivato di chi scende di casa e attraversa la strada. La soglia di ingresso seleziona, nel bene e nel male: perdi il passante occasionale, guadagni la persona che ha deciso. Nelle sale di periferia il pubblico è più attento, resta fino alla fine, applaude i gruppi di apertura. Non è un'impressione mia soltanto: chi programma concerti lo racconta spesso.

Cambia anche il rapporto con il tempo. In centro si entra a un concerto per caso, magari in mezzo a una serata cominciata altrove. In periferia la serata ha una struttura: ci si organizza, si concordano i passaggi in macchina, si decide chi guida e chi beve, si stabilisce l'ora del ritorno. Questa organizzazione crea gruppo. Le persone che tornano insieme in auto alle due di notte dopo un concerto hanno vissuto qualcosa di più della somma dei biglietti pagati.

Infine cambia l'identità del posto. Un club dentro una borgata storica non può comportarsi come un club di quartiere centrale: deve trovare un equilibrio con chi abita intorno, con gli orari, con il rumore in uscita, con la strada davanti. Questo equilibrio si negozia ogni stagione, e quando funziona produce una cosa rara, cioè un locale che il quartiere considera suo anche se il quartiere non ascolta doom.

Chi è passato da Traffic

Ti dico subito come intendo rispondere, perché è una domanda a cui è facilissimo rispondere male. Potrei riempire dieci righe di nomi di gruppi e ottenere un elenco convincente e completamente inaffidabile: nel mondo dei club le memorie si confondono, le date si attribuiscono al locale sbagliato, e un elenco fatto a memoria diventa una fonte che qualcun altro copierà. Quindi i nomi delle band li lascio ai cartelloni ufficiali e agli archivi del locale, e ti racconto invece chi passa davvero da un posto come questo, che è una cosa molto più interessante.

Passano i gruppi in furgone. Sono la categoria più numerosa e la meno celebrata: cinque persone, un furgone a noleggio, gli ampli dietro, una tabella di marcia che prevede una città al giorno per due o tre settimane. Arrivano nel pomeriggio, scaricano, fanno il soundcheck, mangiano qualcosa, suonano quaranta minuti, vendono magliette, ricaricano e ripartono. Le sale come questa sono la loro infrastruttura, e senza sale come questa un tour europeo di medio livello semplicemente non esiste.

Passano i tecnici. Il fonico di sala, il fonico di palco, il responsabile delle luci, il macchinista, chi apre e chi chiude. Sono le persone che decidono davvero se la tua serata sarà buona, e sono quelle che nessuno ringrazia mai. In un club di questo tipo lavorano spesso in pochi, con orari lunghi e una capacità di improvvisazione che nei teatri grandi non serve, perché nei teatri grandi c'è un reparto per ogni problema e qui c'è una persona per tutti i problemi.

Passano i fotografi. Quelli con il pass e quelli senza, quelli che pubblicano su riviste di settore e quelli che fanno la cosa per amore, i primi tre pezzi senza flash e poi via. Il repertorio fotografico dei club italiani, quello che permetterà fra vent'anni di ricostruire una scena, lo stanno costruendo in gran parte loro, spesso gratis.

Passano gli organizzatori indipendenti. Le associazioni, i collettivi, i piccoli promoter che mettono insieme tre gruppi e una data sperando di rientrare nelle spese. Sono il ceto medio della musica dal vivo, e la loro sopravvivenza è la condizione perché esista qualcosa fra la sala prove e il palazzetto.

Passano le famiglie, e questa è la categoria che mi commuove di più. Il padre o la madre che accompagna il figlio quindicenne al primo concerto e resta in fondo alla sala con i tappi nelle orecchie e un'aria fra il divertito e il preoccupato. I genitori che venivano ai concerti vent'anni fa e adesso tornano portando i figli. La continuità generazionale nella musica pesante è più forte di quanto si creda, e nelle sale di periferia si vede benissimo.

E poi passa il quartiere. Passa il gruppo di amici che abita a cinquecento metri e viene perché c'è musica, anche senza sapere chi suona. Passa il pubblico del bar accanto, quello che si affaccia per curiosità. Passa chi esce dal concerto e si mescola con chi al concerto non è entrato. È la parte meno prevedibile della serata e, a volerla guardare bene, è la ragione per cui i club in periferia hanno un senso che le sale isolate nei capannoni non avranno mai.

Prima e dopo il concerto

Prima. Se arrivi presto e hai tempo, il Quarticciolo si visita in mezz'ora di camminata: la piazza, la torre, il mercato rionale, le palazzine con i cortili. Non è un itinerario turistico, è un esercizio di lettura della città, e a me interessa molto di più. Se invece hai il pomeriggio intero, scegli un parco: il quadrante ne ha diversi, e camminare due ore prima di una serata di musica alta è il modo migliore per arrivare in sala con la testa sgombra.

Durante. Il ritmo giusto è arrivare dopo l'apertura porte, bere qualcosa, entrare per il primo gruppo, uscire nell'intervallo, rientrare per l'headliner, restare fino ai bis. Sembra ovvio, ma la maggior parte delle persone fa altro: arriva tardi, resta al bar, entra a metà del set principale e se ne va prima della fine per evitare la fila. Il risultato è una serata vissuta a metà.

Dopo. Il dopo concerto in periferia è una faccenda semplice: il piazzale, le chiacchiere, il bar accanto per chi ha ancora energie, e poi la strada di casa. Chi guida faccia il conto di quello che ha bevuto senza scorciatoie, perché la Prenestina di notte è ampia e invita a correre, ed è il tipo di strada dove gli errori si pagano cari. Chi torna con i mezzi controlli prima gli orari delle ultime corse, che nel fine settimana cambiano e non sempre coincidono con la fine del concerto.

Domande che mi fanno spesso

Il Traffic è solo metal?

No. Il metal è la linea principale e la ragione per cui il locale è un riferimento a Roma, ma la programmazione comprende doom, generi affini e ogni tanto serate indie rock che allargano il pubblico. Guarda il cartellone prima di dare per scontato il genere della serata.

Ci si arriva con i mezzi?

Sì, l'asse della Prenestina è servito dal tram e da diverse linee di autobus, con la 14 che copre il tratto più lungo verso est e le linee 5 e 19 sulla parte interna. Per il ritorno notturno verifica gli orari delle ultime corse prima di uscire di casa, perché il concerto quasi sempre finisce più tardi di quanto immagini.

Si parcheggia facilmente?

Molto più facilmente che nella maggior parte dei locali romani. La zona offre spazio, e questo è uno dei vantaggi concreti di una sede periferica. La vista non è memorabile, ma l'auto la trovi dove l'hai lasciata.

È adatto a chi non conosce il genere?

Direi di sì, purché tu scelga la serata con un minimo di criterio. Una data doom con tre gruppi e volumi alti non è il modo più gentile di avvicinarsi al mondo dei club. Una serata con una band italiana in crescita e un paio di supporti locali, invece, è un ottimo battesimo.

Serve la tessera?

Nel circuito dei club italiani la formula organizzativa varia parecchio, e può cambiare nel tempo anche per lo stesso locale. Controlla sempre le indicazioni ufficiali della singola data prima di presentarti alla porta, così eviti sorprese sul prezzo e sulle modalità di ingresso.

Perché continuo a tornarci

Ci torno perché è uno di quei posti dove la musica dal vivo non è un contorno di qualcos'altro. Non c'è una cucina da riempire, non c'è una discoteca che comincia quando il gruppo smette, non c'è un pubblico che parla sopra il concerto. C'è una sala, un palco, un impianto e delle persone venute per ascoltare. In una città dove la parola live viene appiccicata a qualunque cosa produca suono, la differenza si sente subito.

Ci torno anche per una questione di geografia. Roma ha un centro che assorbe tutta l'attenzione e una periferia che produce molta della sua vita culturale reale. Frequentare un club sulla Prenestina alta significa, in piccolo, riequilibrare questo sbilanciamento: dare tempo e soldi a un pezzo di città che non compare nelle guide e che tiene aperto uno spazio per i gruppi che stanno crescendo.

E poi, banalmente, ci torno perché mi ci trovo bene. Il bancone luminoso, i disegni sulle porte dei bagni, il piazzale con le auto e il cielo largo, il bar accanto con la sua umanità notturna, la sala che si riempie lentamente e poi tutta insieme. Sono dettagli minimi che compongono l'esperienza di un club, e che quando un club chiude scopriamo di avere dato per scontati.

Se stai programmando una serata di musica pesante a Roma est, o anche solo una giornata in un quadrante di città che non conosci, qui trovi un buon motivo per attraversare mezza Roma. Porta i tappi, arriva presto, fotografa le porte dei bagni, e se ti capita di parlare con qualcuno dello staff digli che i rampicanti sono ancora una buona idea.

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Per il resto, il consiglio resta quello di sempre: verifica le date sui canali ufficiali del locale e dei gruppi, controlla orari e modalità di ingresso prima di uscire, e lascia un margine di curiosità per quello che trovi intorno all'indirizzo. La Prenestina, in questo, non delude mai.

Fonte

RiassuntoTraffic Via Prenestina, 738 Roma Il riferimento per i concerti metal a Roma e poi doom e qualche chicca indie rock.
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IndirizzoTraffic Traffic
Via Prenestina, 738
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