Sal Da Vinci in concerto a Roma — 3 settembre 2026
Giovedì 3 settembre 2026, alle nove di sera, Sal Da Vinci è salito sul palco della Cavea dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Era una data del suo tour estivo 2026, la prima stagione dal vivo dopo la vittoria al Festival di Sanremo con "Per sempre sì", e faceva parte del cartellone del Roma Summer Fest 2026, la rassegna della Fondazione Musica per Roma che quest'anno ha tenuto acceso l'anfiteatro all'aperto del Flaminio dal 12 giugno al 15 settembre.
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✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Scrivo a nove giorni di distanza, con la stagione all'aperto ormai agli sgoccioli e il calendario dell'Auditorium che sta per rientrare dentro le sale rivestite di piombo. La serata è archiviata, i cancelli di viale Pietro de Coubertin si sono richiusi, ma vale la pena raccontarla per esteso, perché è stata una di quelle sere in cui il posto e l'artista si spiegano a vicenda. Da una parte un anfiteatro di cemento disegnato da Renzo Piano dentro un complesso che è il tempio della musica colta italiana. Dall'altra un uomo di cinquantasette anni che ha imparato il mestiere sui palchi della sceneggiata napoletana, cantando accanto al padre quando aveva sette anni, e che a quell'età in cui molti colleghi curano l'archivio si è ritrovato a vincere Sanremo e a rappresentare l'Italia all'Eurovision.
Qui sotto trovi il racconto della serata, chi è Sal Da Vinci per chi lo ha scoperto con "Rossetto e caffè" e non sa niente dei quarantacinque anni precedenti, che cosa è la Cavea e perché suona in quel modo particolare, come ci si arriva senza litigare con Roma, e infine dove si sposta la musica dell'Auditorium adesso che l'estate si chiude. Con i consigli pratici che restano validi per la prossima volta, perché appuntamenti come questo tornano ogni anno, e perché un artista che arriva al momento buono dopo mezzo secolo di lavoro non smette certo di girare l'Italia.
Come è andata la sera del 3 settembre alla Cavea
I dati nudi, come li riporta il calendario ufficiale
Il punto di partenza va fissato bene, perché nelle settimane che precedono un concerto girano sempre orari sbagliati. Giovedì 3 settembre 2026, ore 21:00, Cavea dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30. L'evento era inserito nel cartellone del Roma Summer Fest 2026 con la classificazione di festival, categoria pop e rock. I biglietti erano stati messi in vendita il 13 marzo alle quattordici, cioè con quasi sei mesi di anticipo, poche settimane dopo la vittoria sanremese, quando l'interesse intorno all'artista era al massimo storico.
Nove di sera a settembre, cioè l'orario perfetto
Le nove di sera del 3 settembre a Roma sono un momento preciso e riconoscibile. Il sole è tramontato da una ventina di minuti, il cielo sopra il Flaminio è ancora blu scuro e non nero, la temperatura è scesa sotto i venticinque gradi e il cemento delle gradinate ha smesso di restituire il calore accumulato nel pomeriggio. Chi conosce la Cavea sa che questa è la finestra migliore dell'anno: a luglio si arriva ancora sudati e le prime canzoni si ascoltano ventilandosi con il programma di sala, a settembre invece si entra riposati e si esce con la felpa addosso.
Il pubblico, che è la cosa più interessante
La platea di quella sera era la più trasversale che mi sia capitato di vedere alla Cavea in tutta la stagione, e lo dico avendo passato l'estate a girare fra i concerti del Flaminio. C'erano famiglie intere, con tre generazioni sedute sulla stessa fila. C'erano coppie di sessantenni che si conoscevano il repertorio teatrale, quello dei musical napoletani, e che sono arrivate sapendo che cosa aspettarsi. C'erano ragazzi di vent'anni arrivati per "Rossetto e caffè", scoperta su una piattaforma di video brevi due estati fa, che hanno passato la prima mezz'ora a capire di essere capitati dentro un repertorio molto più lungo di quello che immaginavano.
Il contrasto fra il posto e la musica
Voglio insistere su una cosa che mi pare il vero motivo di interesse della serata. La Cavea è uno spazio severo. Cemento a vista, gradinate che scendono a semicerchio, tre carene rivestite di piombo che chiudono lo spazio ai lati, nessuna concessione decorativa. È architettura di fine Novecento, razionale, misurata, costruita per la musica sinfonica e adattata al resto. Il repertorio di Sal Da Vinci viene invece da un mondo opposto: la sceneggiata napoletana, il teatro popolare, il melodramma da quartiere, i palchi di provincia, i sipari di velluto, le platee che rispondono a voce alta.
Mettere quel repertorio dentro quello spazio è un esperimento che poteva fallire in due modi. Poteva fallire per freddezza, con il pubblico intimidito dal contenitore. Oppure poteva fallire per eccesso, con lo spettacolo che sfonda l'argine e diventa una festa di piazza dentro un contenitore che non la regge. Non è successo né l'uno né l'altro, e il motivo è che la Cavea è uno spazio molto più accogliente di quanto la sua estetica lasci immaginare. Tremila posti sono pochi. Il palco è vicino. Dall'ultima fila si vede in faccia chi canta. È un teatro, non un'arena, e un artista che viene dal teatro lo capisce nei primi cinque minuti.
Che cosa aveva annunciato l'Auditorium
La presentazione ufficiale dell'evento era essenziale e onesta, e vale la pena riassumerla perché dice la cosa giusta. Il punto di partenza dichiarato era la vittoria al Festival di Sanremo 2026 con "Per sempre sì", da cui è nata una nuova stagione dal vivo: un tour estivo che dal 18 luglio ha attraversato l'Italia toccando festival e arene fra i più importanti della stagione. La tappa romana veniva descritta come uno spettacolo pensato per valorizzare pienamente la dimensione dal vivo dell'artista, un racconto musicale che intreccia i brani più amati della carriera con le canzoni del nuovo capitolo.
La formula "racconto musicale" non è retorica da comunicato. Chi ha alle spalle vent'anni di musical e di spettacoli teatrali costruisce i concerti come si costruisce un secondo atto: con una progressione, con dei blocchi, con dei momenti parlati che tengono insieme le canzoni. È un modo di stare sul palco che il pubblico di area rock trova antiquato e che invece, su quel repertorio, è esattamente lo strumento giusto. La comunicazione ufficiale insisteva anche sulla forza emotiva e interpretativa della presenza scenica, e qui il comunicato diceva una cosa vera: la differenza fra un disco di Sal Da Vinci e un suo concerto è la stessa che passa fra leggere un copione e vedere lo spettacolo.
Una curiosità su Sal Da Vinci in concerto a Roma — 3 settembre 2026
La curiosità che preferisco riguarda il punto di partenza di tutta la storia, ed è verificabile in qualunque biografia seria. Sal Da Vinci non è nato a Napoli. È nato a New York, il 7 aprile 1969, perché il padre Mario Da Vinci, cantante e attore napoletano, si trovava lì impegnato in una tournée negli Stati Uniti, raggiunto poi dalla moglie Nina. All'anagrafe si chiama Salvatore Michael Sorrentino, e alla cittadinanza italiana affianca quella statunitense.
Detto così sembra un aneddoto da quiz. Invece è il dato che spiega tutto il resto. Un bambino nato in tournée è un bambino nato dentro il mestiere, non accanto al mestiere. Non ha visto il padre partire per il lavoro: è nato dove il lavoro stava succedendo. E infatti la carriera comincia subito dopo, senza soluzione di continuità e senza che nessuno si ponga il problema dell'età. Nel 1976, a sette anni, incide in duetto con il padre la canzone "Miracolo e Natale", scritta da Alberto Sciotti e Tony Iglio, da cui viene tratta una sceneggiata omonima. Nel 1977, sempre con Mario, debutta in teatro. Nel 1978, a nove anni, debutta al cinema nel film di Carlo Caiano "Figlio mio sono innocente", di nuovo accanto al padre.
C'è una seconda curiosità che vale quanto la prima, e riguarda l'anno appena passato. Il 30 giugno 2026 il conservatorio di musica Nicola Sala di Benevento gli ha conferito il diploma accademico di laurea honoris causa in canto pop-rock. Un uomo che ha imparato cantando le sceneggiate a sette anni, che non ha frequentato conservatori, che ha fatto la scuola più antica e meno formalizzata che esista, ha ricevuto a cinquantasette anni un titolo accademico. Nella circostanza ha detto una frase che gira ancora: i miracoli esistono per chi continua a credere nel proprio sogno e non smette di perseverare. E ha dedicato il titolo al padre Mario. Chi era in Cavea quella sera di settembre aveva davanti un artista che tre mesi prima era stato riconosciuto formalmente da un'istituzione che per tutta la vita lo avrebbe considerato fuori perimetro.
Sal Da Vinci, chi è davvero, per chi lo ha scoperto da poco
Il figlio d'arte che non ha mai smesso di lavorare
La percezione diffusa fuori dal Sud è che Sal Da Vinci sia un fenomeno recente, esploso nell'estate del 2024 con "Rossetto e caffè" e poi legittimato dalla vittoria a Sanremo. È una percezione comprensibile e completamente sbagliata. La carriera comincia nel 1976 e non ha mai avuto interruzioni vere: ha avuto stagioni discografiche più fortunate e stagioni in cui il baricentro si è spostato sul teatro, ma il lavoro non si è mai fermato. Quindici album complessivi, undici dei quali in studio, un album dal vivo, tre colonne sonore, una lista di spettacoli teatrali che copre quasi ogni anno dal 1976 a oggi.
Il padre, Mario Da Vinci, era una figura centrale della sceneggiata napoletana, un genere che fuori da Napoli si conosce poco e si giudica male. La sceneggiata è teatro popolare musicale: una storia melodrammatica, quasi sempre di amore, tradimento e onore, raccontata alternando recitazione e canzoni. Per decenni ha riempito i teatri di Napoli e delle comunità napoletane sparse per l'Italia e per il mondo, e ha prodotto interpreti capaci di reggere un pubblico difficile per tre spettacoli al giorno. Sal Da Vinci ha raccontato più volte di avere fatto proprio quello da bambino: tre spettacoli al giorno.
Chi si forma in quel modo acquisisce competenze che al cantante pop di oggi mancano quasi sempre. Sa proiettare la voce. Sa tenere un tempo comico. Sa parlare al pubblico fra una canzone e l'altra senza sembrare in imbarazzo. Sa gestire un imprevisto tecnico continuando a intrattenere. Alla Cavea, con un impianto aperto e un pubblico che arriva alla spicciolata, queste cose fanno la differenza fra una serata che scorre e una serata che si inceppa.
Gli anni Ottanta, fra sceneggiate e cinema
Cresce a Napoli, nella zona di Mergellina, quartiere Chiaia, precisamente nella parte mercantile della Torretta. È un dettaglio geografico che ha un peso: la Torretta non è la Napoli da cartolina del lungomare, è la Napoli che lavora, di mercato e di botteghe. Negli anni fra il 1977 e il 1984 si accumulano sceneggiate e film accanto al padre: "Caro papà", "Senza mamma e senza padre", "O cunvento" nel 1979, "A mamma" nel 1981. Nel 1979 gira il secondo film, "Napoli una storia d'amore e di vendetta". Nel 1984 è protagonista del film musicale "Il motorino" di Ninì Grassia, ancora con Mario.
Nel 1982, a tredici anni, registra il primo album a proprio nome per l'etichetta La Canzonetta, dove accanto ai classici del repertorio napoletano incide gli inediti "Lettera a Napoli" e "Meglio ca o ssaje" di Alberto Sciotti e Tony Iglio. Nello stesso anno partecipa al festival canoro per bambini Ambrogino d'oro con la canzone "Hai fatto buca".
Il 1986 porta l'incontro che più di tutti ha colpito l'immaginario dei romani: la partecipazione a "Troppo forte" di Carlo Verdone, accanto a Verdone stesso e ad Alberto Sordi, nel ruolo dello scugnizzo Capua. È un film che a Roma si conosce battuta per battuta, e chi era in Cavea quella sera con più di quarant'anni sulle spalle sapeva benissimo di avere davanti quel ragazzino. Poi, con gli anni, la recitazione cede spazio alla musica: arrivano le incisioni di "Guaglione", scritta da Peppe Lanzetta e James Senese, e di "Mannaggia e viva o rre", scritta interamente da Senese, pubblicate da La Canzonetta.
Gli anni Novanta e il successo che nessuno in Italia si ricorda
Nel 1992 partecipa al concorso canoro "Una voce per Sanremo" dentro "Domenica in", con Toto Cutugno e Alba Parietti. Nel 1994 vince la seconda e ultima edizione del Festival italiano, la manifestazione organizzata da Canale 5 e condotta da Mike Bongiorno con Antonella Elia per fare concorrenza a Sanremo, con il brano "Vera". Quel brano traina il primo album pubblicato dalla Ricordi, intitolato semplicemente "Sal Da Vinci".
E qui c'è il capitolo che in Italia quasi nessuno conosce. "Vera" ha avuto un successo enorme in Sud America con il titolo "Vida mi vida", cantata dall'artista spagnolo Marcos Llunas, vendendo oltre quattro milioni di copie in tutto il mondo. Quattro milioni. È una cifra che colloca quel pezzo, per diffusione internazionale, sopra a buona parte della discografia italiana degli anni Novanta. In Italia se ne parla pochissimo, perché il successo è passato attraverso un'altra voce e un'altra lingua.
De Simone, il musical e i vent'anni di teatro
Il 1999 porta l'incontro con Roberto De Simone, uno dei nomi più importanti della cultura musicale napoletana del Novecento, che gli affida la parte da protagonista dell'"Opera buffa del Giovedì Santo", riportando in scena la rappresentazione vent'anni dopo il debutto con Peppe e Concetta Barra. La prima si tiene il 12 gennaio 2000 al Teatro Metastasio di Prato, seguita da una tournée nei teatri italiani durata due anni. È il momento in cui un cantante popolare viene preso sul serio dalla cultura alta napoletana, e non capita a molti.
Nel 2002 esce il singolo "Oh Marì", con testo e musica di De Simone. Da marzo 2002 a febbraio 2007, cinque anni pieni, è nel musical "C'era una volta... Scugnizzi", scritto da Claudio Mattone ed Enrico Vaime, spettacolo che riceve fra gli altri l'Oscar del Teatro 2003 come miglior musical dell'anno, riconoscimento attribuito dall'Ente Teatrale Italiano. Cinque anni sullo stesso spettacolo sono una scuola che nessun corso può sostituire.
Il primo Sanremo, nel 2009
Nel febbraio 2009 arriva la prima partecipazione al Festival di Sanremo con "Non riesco a farti innamorare", scritta con Vincenzo D'Agostino e Gigi D'Alessio. Chiude terzo. L'album omonimo si classifica al diciannovesimo posto della classifica di settore e viene promosso da un tour estivo che da aprile si prolunga fino a ottobre, con una tappa il 5 giugno all'Arena Flegrea.
Vale la pena fermarsi su quel terzo posto, perché diventa interessante alla luce di quello che è successo diciassette anni dopo. Nel 2009 Sal Da Vinci aveva quarant'anni, trentatré anni di carriera alle spalle e un pezzo che il pubblico ha amato moltissimo. Non è bastato per vincere. Chi c'era ricorda il brano più della classifica, e nel corso degli anni "Non riesco a farti innamorare" è diventata una di quelle canzoni che sopravvivono all'edizione che le ha ospitate.
Una cosa che non ti dice nessuno su Sal Da Vinci in concerto a Roma — 3 settembre 2026
La cosa che non ti dice nessuno riguarda il modo in cui è arrivata la svolta, e mi interessa perché smonta la narrazione più comoda, quella del talento riscoperto per caso da un algoritmo.
Nell'estate del 2024 esce il singolo "Rossetto e caffè", scritto con Luca Barbato e Vincenzo D'Agostino. Il brano diventa un fenomeno e viene certificato doppio disco di platino: la seconda certificazione arriva nel gennaio 2025. La lettura giornalistica di quel momento è stata quasi sempre la stessa: un artista di nicchia, popolare solo a Napoli, viene scoperto dai ragazzi grazie ai video brevi e rinasce. Suona bene ma è imprecisa, e l'imprecisione toglie merito a chi ha lavorato.
La verità è che il pezzo ha funzionato perché era costruito per funzionare. Vincenzo D'Agostino è lo stesso autore di "Non riesco a farti innamorare" del 2009 e di "Nnammuratè" del 2008: è una collaborazione che dura da quasi vent'anni, non un incontro fortunato. La formula, quella di una melodia napoletana contemporanea con una struttura pop immediata, è la stessa che Sal Da Vinci frequenta da sempre. Quello che è cambiato non è l'artista: è il canale. I video brevi hanno premiato per la prima volta un tipo di melodia che le radio nazionali avevano smesso di trasmettere da quindici anni, e quella melodia era già pronta e già scritta da qualcuno che sapeva scriverla.
Poi succede il resto, ed è tutto documentato. A dicembre 2024 esce "Non è vero che sto bene". Il 14 febbraio 2025, alla serata delle cover del Festival di Sanremo, arriva come ospite e canta "Rossetto e caffè" con i The Kolors in gara: la coppia chiude decima quella serata. È un passaggio strategico perfetto, perché gli permette di stare sul palco dell'Ariston senza esporsi alla classifica generale, davanti al pubblico più ampio dell'anno. Il 16 maggio 2025 esce il singolo "L'amore e tu", scritto con Gigi D'Alessio. L'11 agosto 2025 viene reso noto il passaggio alla Warner Music Italy: un artista di cinquantasei anni che firma con una major internazionale non è una notizia di ordinaria amministrazione. Fra settembre e ottobre 2025 è uno dei coach di "Io canto Family" su Canale 5, condotto da Michelle Hunziker, e consolida la presenza televisiva sul pubblico familiare.
Poi, nel febbraio 2026, il ritorno in gara al 76º Festival di Sanremo con "Per sempre sì", e la vittoria. Vista da qui, non è una sorpresa: è la conclusione logica di una traiettoria costruita passo dopo passo in diciotto mesi, con la casa discografica giusta, i passaggi televisivi giusti e il brano giusto. La cosa che non ti dice nessuno è proprio questa: non è stato un colpo di fortuna, è stata una campagna. Il che, se possibile, rende la storia più interessante e non meno, perché significa che a cinquantasette anni si può ancora progettare una carriera invece di limitarsi a difenderla.
Il 2026 di Sal Da Vinci, raccontato per intero
Sanremo, febbraio e marzo
Al 76º Festival di Sanremo, nel febbraio 2026, Sal Da Vinci gareggia con "Per sempre sì" e si aggiudica la vittoria finale, annunciata il 1º marzo. È la seconda partecipazione della sua vita, diciassette anni dopo il terzo posto del 2009. In quello stesso periodo, come da tradizione della città, gli viene dedicata una targa in via Matteotti a Sanremo per il brano vincitore.
Il 13 marzo, cioè dodici giorni dopo la vittoria, si aprono le vendite per le date estive, compresa quella romana. È un tempo di reazione rapidissimo, che racconta quanto fosse pronta la macchina organizzativa alle sue spalle.
Eurovision, maggio
La vittoria sanremese porta con sé la rappresentanza italiana alla settantesima edizione dell'Eurovision Song Contest, ospitata a Vienna. Il 17 maggio 2026 Sal Da Vinci si classifica al quinto posto: la manifestazione viene vinta dalla Bulgaria con Dara, con Israele secondo. Un quinto posto all'Eurovision è un risultato solido, in linea con la media italiana degli ultimi anni, e soprattutto è un risultato che allarga il bacino di ascolto fuori dai confini nazionali in un modo che nessun disco riesce a fare da solo.
L'album, maggio
Il 29 maggio 2026 esce l'album "Per sempre sì", quattordici tracce, fra cui il singolo "Poesia". Nello stesso giorno esce anche il singolo "Superman" di Federica Abbate, nel cui video Sal Da Vinci interpreta il ruolo del cerimoniere di un finto matrimonio, per la regia di Tania Caporaso. È una comparsata che vale più di molte interviste, perché lo colloca in mezzo a una generazione di artisti che potrebbero essergli figli e lo fa senza forzature.
Il tour estivo, da luglio a settembre
Il tour estivo 2026 parte il 18 luglio e attraversa l'Italia toccando festival e arene fra i più importanti della stagione. La tappa romana del 3 settembre arriva quindi a sei settimane dall'inizio, con lo spettacolo ormai rodato, la band affiatata e la scaletta assestata. È la condizione migliore in cui si possa vedere un concerto: non la prima data, in cui tutto è ancora da regolare, e non l'ultima, in cui si avverte la stanchezza accumulata.
Il singolo di fine agosto
Il 28 agosto 2026, cioè sei giorni prima della data romana, esce il singolo "Fuga d'amore". Chi è arrivato in Cavea il 3 settembre aveva quindi in tasca un brano freschissimo, uscito meno di una settimana prima. È una coincidenza di calendario che rende la data romana un piccolo caso particolare dentro il tour, perché arriva subito dopo l'immissione di materiale nuovo nel circuito.
La Cavea, come è fatta e perché suona in quel modo
Tre carene di piombo intorno a un anfiteatro
L'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone è un complesso multifunzionale progettato da Renzo Piano, realizzato fra il 1995 e il 2002 su un'area di cinquantacinquemila metri quadrati fra Villa Glori, il Villaggio Olimpico e il viadotto di corso di Francia. I volumi principali sono le tre sale da concerto, ospitate in edifici di dimensioni diverse, con una forma che richiama quella di uno scarabeo e una copertura in lastre di piombo, disposte a raggiera intorno a un teatro all'aperto, la Cavea, che accoglie circa tremila spettatori ed è intitolata a Luciano Berio.
La disposizione non è decorativa: è la ragione acustica dell'intero progetto. Le tre carene chiudono lo spazio su tre lati, riflettono il suono verso il centro e schermano parzialmente il rumore della città. Il quarto lato resta aperto verso il verde. Il risultato è che la Cavea, pur essendo uno spazio all'aperto nel mezzo di un quartiere abitato, ha un comportamento acustico molto più controllato di quello che ci si aspetterebbe.
Le tre sale, per capire dove ci si trova
Vale la pena conoscere i numeri delle sale interne, perché danno la misura del complesso. La Sala Santa Cecilia ha 2756 posti ed è la più grande: il soffitto è formato da ventisei gusci in legno di ciliegio americano, ciascuno con una superficie media di centottanta metri quadrati, e l'intera sala funziona come una cassa armonica, con un tempo di riverbero di 2,2 secondi. La Sala Sinopoli, intitolata al direttore d'orchestra Giuseppe Sinopoli, ha 1133 posti ed è progettata per adattarsi al numero degli esecutori. La Sala Petrassi, già Sala Settecento, ha 673 posti, è dotata di fossa d'orchestra e pareti laterali del palco semoventi, e ospita prevalentemente lirica, jazz, teatro, danza e proiezioni. A queste si aggiunge il Teatro Studio da 308 posti, intitolato a Gianni Borgna.
La Cavea, con i suoi tremila posti, è quindi lo spazio più capiente del complesso, più grande della stessa Sala Santa Cecilia. Ed è anche l'unico che esiste solo d'estate, perché per il resto dell'anno resta una piazza vuota che si attraversa per andare da una sala all'altra.
Le date che contano
L'Auditorium è stato inaugurato il 21 aprile 2002 con l'apertura della Sala Sinopoli. Il 21 dicembre dello stesso anno è stato aperto il resto del complesso e inaugurata la Sala Grande, intitolata a Santa Cecilia, con un concerto dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Chung Myung-whun. Dal 2003 la struttura è sede stabile della stagione concertistica dell'Accademia. Dal 2006 ospita la Festa del Cinema di Roma. Nel 2020, dopo una delibera del consiglio comunale, il complesso è stato intitolato a Ennio Morricone.
Perché le gradinate sono scomode e perché va bene così
Le sedute della Cavea sono panche, non poltrone. Dopo un'ora e mezza di concerto la schiena lo ricorda, e chi ci va spesso porta con sé qualcosa di sottile da mettere sotto. È un difetto di comfort reale, e non ha senso negarlo. Però è anche la ragione per cui la visuale funziona così bene: la pendenza è costante e non ci sono schienali che coprano la fila davanti, per cui anche dall'ultimo settore si vede il palco intero senza doversi sporgere.
Il consiglio che ti do per visitare Sal Da Vinci in concerto a Roma — 3 settembre 2026
Il consiglio principale riguarda il settore, e vale per qualunque concerto alla Cavea, non solo per questo. Non prendere la prima fila. Lo scrivo sapendo che la prima fila è quella che tutti cercano e che costa di più, ma alla Cavea è la scelta peggiore. Il palco è rialzato, e dalle primissime file si guarda verso l'alto con il collo piegato per due ore. Peggio ancora: sei davanti alle casse principali e non dietro, quindi il suono ti arriva prima di essersi fuso nell'aria. Senti forte, ma senti male.
Il settore giusto sono le file centrali intermedie, indicativamente dalla decima alla ventesima, possibilmente al centro. Lì la visuale è completa, il suono arriva già amalgamato, il palco resta all'altezza dell'occhio e si percepisce il coro del pubblico intorno, che in un concerto come quello di Sal Da Vinci è metà dello spettacolo. Costa meno della prima fila e vale di più.
Il secondo consiglio riguarda l'orario di arrivo. Con inizio alle ventuno, il momento buono per essere al varco è fra le venti e le venti e trenta. Non prima, perché l'attesa in piedi sul piazzale non è piacevole, e non dopo, perché in Cavea i posti sono numerati e arrivare a concerto iniziato significa disturbare mezza fila e perdere le prime canzoni, che in uno spettacolo costruito come un racconto sono quelle che impostano tutto.
Terzo consiglio, e qui parlo per esperienza. Porta una felpa leggera anche se la giornata è stata calda. La Cavea a settembre, dopo le ventitré, scende di parecchi gradi rispetto alla città: il cemento si raffredda, l'umidità del Tevere sale, e le ultime canzoni si ascoltano con le braccia incrociate se non hai niente da mettere. Chi arriva in maglietta esce infreddolito e ricorda la serata peggio di com'è stata.
Quarto e ultimo: se sei venuto per una canzone sola, tieni presente che nei concerti di Sal Da Vinci il brano più noto non arriva prima della fine. È un artista di scuola teatrale, e la struttura del racconto vuole che il colpo grosso stia in fondo. Andarsene a metà per anticipare la coda all'uscita significa buttare via esattamente la parte per cui si è pagato il biglietto.
Come si arriva alla Cavea senza litigare con Roma
Con i mezzi pubblici
La via maestra è la metropolitana linea A fino alla fermata Flaminio, poi il tram 2 lungo viale Tiziano fino alle fermate Apollodoro o Flaminia/Reni, quindi pochi minuti a piedi. Davanti all'ingresso fermano anche gli autobus delle linee 910, 982, 168 nei giorni feriali e 53.
Una premessa onesta serve: la distanza dell'Auditorium dalla metropolitana è stato uno degli argomenti critici fin dalla scelta del sito, avvenuta con la decisione del consiglio comunale nel 1992. La stazione più vicina resta piazzale Flaminio, e non è dietro l'angolo. Il tram 2 copre la distanza, ma è una linea che a fine serata si affolla parecchio e che nelle sere di concerto viaggia piena in entrambe le direzioni.
A piedi, che è la soluzione che consiglio
Da piazza del Popolo all'Auditorium si cammina in una quarantina di minuti su percorso piano, quasi tutto lungo il Tevere o dentro il quartiere Flaminio. In una sera di settembre è una passeggiata piacevole, e ti risparmia sia il tram all'andata sia la calca al ritorno. Chi arriva dal centro storico e non ha problemi di gambe dovrebbe considerarla seriamente: la Roma che si attraversa fra piazza del Popolo e il Villaggio Olimpico è una delle meno turistiche e più interessanti della città.
In auto, cioè la soluzione peggiore
Sotto il complesso c'è un parcheggio interrato. Funziona, è comodo in entrata, ed è lentissimo in uscita, perché tremila persone che se ne vanno insieme producono una coda che non si smaltisce in pochi minuti. Il tema dei parcheggi è d'altronde una questione aperta da sempre: quelli interni sono considerati cari dal pubblico, il che scoraggia l'uso e spinge le auto a invadere il quartiere del Villaggio Olimpico nelle sere di spettacolo.
Dove mangiare e bere prima di un concerto alla Cavea
Dentro il complesso
All'interno ci sono un bar, un bar-caffetteria e un bar-ristorante con accesso anche dalla strada, oltre a una grande libreria. Sono posti adatti a un bicchiere, a un caffè o a uno spuntino veloce prima di entrare, e nelle sere di Cavea il piazzale si anima parecchio. Non sono la scelta giusta per una cena vera, perché il tempo è quello che è e la gente pure.
Nel quartiere Flaminio
Il Flaminio intorno all'Auditorium è un quartiere residenziale con una vita propria, poco frequentato dal turismo e quindi con prezzi meno gonfiati del centro. Nella zona fra viale Tiziano, via Guido Reni e il MAXXI si trovano trattorie di quartiere, pizzerie e qualche locale più recente nato sull'onda del museo. Il criterio giusto per la sera di un concerto è prenotare per le diciannove e trenta e mettere in conto quaranta minuti a tavola: basta e avanza per mangiare bene e arrivare al varco senza correre.
Verso Ponte Milvio
Risalendo verso nord, la zona di Ponte Milvio è una delle più vive di Roma per l'aperitivo e la cena informale. La distanza dall'Auditorium è percorribile a piedi in una ventina di minuti, e il vantaggio è che dopo il concerto la zona è ancora sveglia, mentre il Flaminio intorno all'Auditorium si spegne presto. Chi vuole prolungare la serata dovrebbe puntare lì.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo riguarda il sottosuolo di quel posto, e la maggior parte delle persone che entrano alla Cavea per un concerto ci passa accanto senza accorgersene.
Quando sono cominciati gli scavi per la costruzione del complesso, negli anni Novanta, il cantiere si è imbattuto in ritrovamenti archeologici consistenti. Non un frammento isolato: una villa romana di dimensioni rilevanti, con impianti produttivi. La scoperta ha imposto una modifica radicale del progetto: due dei tre scarabei sono stati traslati verso Ovest, fino a sfiorare il viadotto di corso di Francia che taglia in due il Villaggio Olimpico, con tutte le conseguenze urbanistiche del caso, compresa la chiusura al traffico automobilistico di viale de Coubertin.
Questo è il fatto risaputo. Quello che si cita meno spesso è la conseguenza che ne deriva ogni volta che si entra lì dentro. La forma dell'Auditorium che vediamo oggi, compresa la posizione esatta della Cavea rispetto alle tre sale, non è la forma che Renzo Piano aveva disegnato per primo. È il risultato di una trattativa fra un progetto contemporaneo e un pezzo di Roma antica che è riemerso a metà dei lavori e ha preteso di restare dov'era. Le rovine sono state conservate e sono visibili all'interno del complesso: non sono state spostate, non sono state coperte, hanno costretto tutto il resto a spostarsi.
Mi pare una cosa molto romana e vale la pena tenerla presente mentre si ascolta un concerto. Il cemento su cui sei seduto è lì in quella posizione precisa perché duemila anni fa qualcuno ha costruito una villa qualche metro più in là. La città ha imposto la propria geometria a uno dei progetti architettonici più ambiziosi della sua storia recente, e l'ha fatto senza discutere, semplicemente esistendo sotto terra.
C'è poi un secondo fatto risaputo che quasi nessuno collega al primo. Roma, dice la letteratura sull'argomento, è l'unica capitale europea senza un organo a canne in una sala da concerto: nelle sale dell'Auditorium se ne usano di elettronici, con campionamenti digitali e altoparlanti. La polemica venne lanciata già nel 2002 dall'associazione Italia Nostra, a lavori non ancora ultimati, ed ebbe una eco sorprendente sulla stampa. Ventiquattro anni dopo, la questione è ancora lì. Un complesso che ha ridato a Roma una sala pensata espressamente per la musica classica, dopo più di sessant'anni dalla demolizione dell'Augusteo, non ha mai risolto quel punto.
Il repertorio: che cosa porta sul palco chi ha cinquant'anni di mestiere
Tre strati sovrapposti
Un concerto di Sal Da Vinci è fatto di materiali che vengono da epoche diverse e che convivono senza stonare. C'è lo strato più antico, quello della canzone napoletana, classica e contemporanea, che l'artista frequenta dal primo disco del 1982 e che ha ripreso sistematicamente nei progetti teatrali degli anni Duemila, da "Anime napoletane" in poi. C'è lo strato della canzone italiana melodica, quella dei suoi album da "Vera" in avanti, con le grandi ballate e i brani sanremesi. E c'è lo strato recente, quello aperto da "Rossetto e caffè" nel 2024 e chiuso, per ora, dall'album "Per sempre sì" uscito il 29 maggio 2026.
La cosa notevole è che non si tratta di tre repertori separati tenuti insieme dalla stessa voce: sono tre modi diversi di fare la stessa cosa, cioè una melodia che il pubblico possa cantare. Cambia il vestito degli arrangiamenti, cambia la lingua fra italiano e napoletano, non cambia il meccanismo.
Perché la voce regge
A cinquantasette anni la maggior parte dei cantanti melodici italiani ha abbassato le tonalità di almeno un tono e costruisce le scalette per proteggere gli acuti. Sal Da Vinci ha un vantaggio strutturale: ha cominciato da bambino sui palchi della sceneggiata, dove si canta senza microfoni sofisticati e si impara a proiettare con il diaframma invece che con la gola. È una tecnica che logora meno, e che si vede quando il concerto arriva alla seconda ora.
La foto giusta da fare a Sal Da Vinci in concerto a Roma — 3 settembre 2026
La foto sbagliata la fanno tutti e la conosciamo: il palco visto da lontano, un rettangolo di luce in fondo a un mare di teste, il cantante ridotto a tre pixel colorati. È una foto che non racconta niente, non si distingue da quella di qualunque altro concerto in qualunque altro posto del mondo, e il giorno dopo non la guarda nessuno.
La foto giusta alla Cavea si fa voltandosi. Sul serio: si gira la schiena al palco e si inquadra il pubblico con le tre carene di piombo alle spalle. In quella direzione hai tutto quello che rende quel posto unico: la curva delle gradinate piene, i volumi scuri delle tre sale che chiudono il cielo ai lati, e sopra il blu profondo di una sera di settembre. È un'immagine che si può fare solo lì, e che riconosci a colpo d'occhio anche dieci anni dopo.
Il momento migliore per scattarla è nei venti minuti prima dell'inizio, quando la Cavea è già piena ma le luci di sala sono ancora accese e il cielo non è ancora del tutto scuro. In quella finestra hai la luce naturale che disegna ancora i volumi delle carene e la luce artificiale che comincia a raccontare la sera: le due si sommano e la foto viene equilibrata. Mezz'ora dopo hai solo il buio e i fari, e l'immagine diventa un contrasto duro dove le gradinate spariscono.
La seconda foto da fare è quella delle mani. Nei concerti di questo tipo, e in quello del 3 settembre in particolare, ci sono momenti in cui gran parte della platea alza le braccia o accende gli schermi dei telefoni. Fotografare dal basso verso l'alto, con le mani in primo piano sfocate e le gradinate a fuoco dietro, dà l'unica immagine che restituisce davvero la temperatura emotiva della serata. È una foto tecnicamente semplice che quasi nessuno pensa a fare.
La terza, per chi arriva presto, è la Cavea vuota. Se entri fra i primi, prima che si riempia, hai davanti un anfiteatro di cemento deserto con il palco allestito e le luci di servizio accese: è un'immagine di architettura pura, quasi astratta, che vale molto più di tante fotografie del concerto. Vale anche il contrario: se resti dieci minuti dopo la fine, quando la gente è defluita, la Cavea che si svuota sotto le luci di servizio ha un'aria malinconica che racconta la fine dell'estate meglio di qualunque didascalia.
Una nota pratica sull'attrezzatura. Alla Cavea, come in quasi tutti gli spazi di questo tipo, valgono regole precise su che cosa si può portare dentro in fatto di apparecchi fotografici, e le macchine con obiettivi intercambiabili di solito non passano. Il telefono basta e avanza per tutte le immagini che ho descritto, perché nessuna richiede zoom: richiedono, semmai, di guardare in una direzione diversa da quella in cui guardano tutti.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La villa romana, cioè il primo capitolo
Il primo avvenimento importante accaduto in quel punto preciso di Roma non ha niente a che fare con la musica ed è di circa duemila anni più antico di tutto il resto. Gli scavi per la costruzione del complesso hanno riportato alla luce una villa romana con le sue strutture, oggi conservate e visibili all'interno dell'area. Il ritrovamento ha modificato il progetto architettonico in corso d'opera, spostando due dei tre corpi di fabbrica verso Ovest. Quella villa è, a tutti gli effetti, la prima costruzione documentata su quel terreno.
1993: il concorso vinto da Renzo Piano
Renzo Piano vince il concorso a inviti nel 1993 e lavora in sinergia con Jürgen Reinhold dello studio Müller-BBM di Monaco di Baviera per l'acustica delle tre sale, e con l'architetto paesaggista Franco Zagari per la consulenza urbanistica e gli spazi esterni. La decisione sull'area del Villaggio Olimpico era stata presa dal consiglio comunale di Roma nel 1992, dopo un dibattito lungo anni.
21 aprile 2002: la prima inaugurazione
Il complesso apre per gradi. Il 21 aprile 2002 viene inaugurata la Sala Sinopoli, ed è la prima volta che il pubblico entra. Il maestro Goffredo Petrassi, nonostante l'età avanzatissima, volle assistere all'inaugurazione, ed ebbe l'onore della prima assoluta in Sala Sinopoli della sua "Ouverture da Concerto per Orchestra", composta nel 1931. La sala più piccola del complesso gli sarebbe stata intitolata dopo la sua morte, nel 2003.
21 dicembre 2002: la Sala Santa Cecilia
Il 21 dicembre 2002 viene aperto il resto del complesso e inaugurata la Sala Grande, intitolata a Santa Cecilia, con un concerto dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Chung Myung-whun. Da quel giorno Roma torna ad avere una sala pensata espressamente per la musica classica, cosa che le mancava da più di sessant'anni, cioè dalla demolizione della sala dell'Augusteo.
2003: le prime polemiche acustiche
I primi mesi di vita non furono semplici. Vennero riscontrati problemi di acustica: il direttore d'orchestra Wolfgang Sawallisch espresse riserve all'indomani dell'inaugurazione, dicendo che il nuovo Auditorium era impressionante ma che della sala non lo convincevano il palcoscenico e l'acustica, e si registrarono difficoltà anche durante un concerto del cantautore Ivano Fossati. In seguito sono state apportate modifiche per ottimizzare la resa acustica delle sale. È il genere di rodaggio che tutti i grandi auditorium del mondo hanno attraversato, ma a Roma fece più rumore del solito.
2006: arriva la Festa del Cinema
Dal 2006 l'Auditorium ospita la Festa del Cinema di Roma, che ogni ottobre trasforma il complesso in un centro cinematografico per una decina di giorni e che nel 2026 arriva alla ventunesima edizione. È il secondo pubblico del posto, diverso da quello musicale, e ha contribuito a farne un luogo di riferimento anche per chi la musica non la ascolta.
2020: il nome di Ennio Morricone
Nel 2020, dopo una riunione del consiglio comunale di Roma, viene approvata l'intitolazione dell'Auditorium a Ennio Morricone. Il nome completo diventa quello che si legge oggi su tutti i materiali: Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.
I numeri che raccontano la scala
Due dati aiutano a capire di che cosa stiamo parlando. Nel corso del 2016 la sola Fondazione Musica per Roma ha realizzato all'interno del complesso 608 eventi, esclusi gli appuntamenti di natura congressuale, per un incasso di 9.702.260 euro, con una crescita del tre per cento rispetto al 2015 e un record storico. E nel 2014 i frequentatori totali del Parco della Musica sono stati calcolati in più di due milioni, dato che ne ha fatto la prima struttura culturale europea per numero di visitatori e la seconda al mondo dopo il Lincoln Center di New York.
Chi è passato da Sal Da Vinci in concerto a Roma — 3 settembre 2026
Chi c'era sul palco e chi c'era intorno
Cominciamo dal protagonista e dalla sua compagnia. Sul palco della Cavea, quella sera, è passato un artista che nell'arco della carriera ha diviso la scena con Mario Da Vinci, suo padre e primo maestro, con Roberto De Simone, con Claudio Mattone ed Enrico Vaime, con Lucio Dalla, Gigi D'Alessio e Gigi Finizio, con Alessandro Siani, con i The Kolors. Un elenco che attraversa quarant'anni di musica e teatro italiani e che difficilmente si trova concentrato in una persona sola.
Chi è passato dalla Cavea nella stessa stagione
Il cartellone 2026 presentato dalla Fondazione Musica per Roma è uno dei più larghi degli ultimi anni. Nella stessa stagione sono passati dallo stesso palco Serena Brancale, Niccolò Fabi, Kneecap, Ludovico Einaudi, Marco Castello, Mac DeMarco, Ben Harper & The Innocent Criminals, Stefano Bollani All Stars, Devendra Banhart, Gigi D'Agostino, John Legend, Ambrogio Sparagna, Pat Metheny Side Eye III +, Anastacia, Europe, Goran Bregović, Bresh, Dogstar, Subsonica, Marilyn Manson, Diana Krall, Johnny Marr, Jacob Collier, Frah Quintale, Two Door Cinema Club, Serena Rossi, Marcus Miller, Suzanne Vega, Kool & The Gang, Gregory Porter, Patrick Watson, Noa, La Niña, Fantastic Negrito, Capo Plaza, Elio e Le Storie Tese, Djo, Hermanos Gutierrez, Village People, Nicola Piovani, Marisa Monte.
Nelle giornate vicine al 3 settembre sono passati dalla Cavea Wilco il 31 agosto, Fiorella Mannoia il 4 e il 5 settembre, Il Tre il 6, Levante il 7, Tony Boy l'8 e Judas Priest il 9.
Messa in fila, quella settimana racconta meglio di qualunque analisi che cosa sia diventata la Cavea: in dieci giorni, sullo stesso palco, il rock alternativo americano, la canzone d'autore italiana, il rap romano, il cantautorato pop, la trap e l'heavy metal britannico. E, in mezzo, la canzone napoletana. Non esistono molti posti in Europa che tengano insieme un ventaglio del genere senza sembrare confusi.
Chi è passato dall'Auditorium nei vent'anni precedenti
Allargando lo sguardo, il complesso del Flaminio è stato attraversato da praticamente tutto quello che conta nella musica mondiale degli ultimi vent'anni, dalla stagione sinfonica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il cui direttore musicale è Daniel Harding, ai grandi nomi della musica leggera, del jazz, della contemporanea, dell'elettronica e della musica popolare. Alla programmazione si aggiungono le stagioni delle quattro orchestre residenti, le rassegne di teatro, danza, circo, letteratura e poesia, le mostre, gli incontri con gli autori, i festival di scienza e del libro. La Festa del Cinema ci porta ogni autunno registi e attori da tutto il mondo, e la rassegna Dissonanze ci ha portato l'elettronica internazionale.
La scheda generale dell'Auditorium Parco della Musica e quella del Roma Summer Fest raccolgono il quadro completo di quello che ci passa, stagione per stagione.
Perché la canzone napoletana funziona a Roma più che altrove
Una questione demografica prima che musicale
C'è un motivo banale e poco romantico per cui un concerto napoletano a Roma riempie: nella capitale vive una comunità di origine campana molto numerosa, frutto di decenni di migrazione interna. Interi quartieri della periferia romana si sono popolati fra gli anni Cinquanta e Ottanta anche grazie a quei flussi, e la seconda e la terza generazione mantengono un legame con la lingua e con la musica di provenienza che si attiva puntualmente quando un artista come Sal Da Vinci mette in calendario una data.
Una questione di orecchio
C'è però anche una ragione più interessante. Roma è una città con una tradizione di canzone popolare propria, quella romanesca, che ha molti punti di contatto con quella napoletana: la struttura melodica semplice, il testo narrativo, il tema sentimentale, la destinazione conviviale. Un romano che ascolta una canzone napoletana non si trova davanti a un oggetto esotico: si trova davanti a un parente stretto della musica che ha sentito in famiglia. È per questo che il coro del pubblico funziona anche fra chi il napoletano non lo parla.
Che cosa resta della stagione e dove si sposta la musica adesso
Il Roma Summer Fest, per chi arriva adesso
Il Roma Summer Fest è la rassegna estiva della Fondazione Musica per Roma che ogni anno trasforma la Cavea dell'Auditorium nel principale palco all'aperto della città. L'edizione 2026 occupa il calendario dal 12 giugno al 15 settembre, un arco di tre mesi pieni, con una programmazione dichiaratamente trasversale: generi, linguaggi e generazioni diverse dentro lo stesso cartellone.
La coda del Roma Summer Fest
Il Roma Summer Fest 2026 si chiude il 15 settembre, e gli ultimi giorni della rassegna sono i più fitti: la rassegna elettronica Dissonanze il 12 e il 13 settembre con inizio a mezzogiorno, poi Pablo Trincia con "L'uomo sbagliato" il 14 settembre alle ventuno in Cavea, e il 15 settembre la doppia chiusura con Fatoumata Diawara in Sala Santa Cecilia e Vincenzo Salemme in Cavea, entrambi alle ventuno.
L'autunno dentro le sale
Chiusa la Cavea, il baricentro dell'Auditorium si sposta dentro. La stagione sinfonica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia riprende il proprio corso in Sala Santa Cecilia, con la direzione musicale di Daniel Harding. In ottobre arriva la Festa del Cinema di Roma, giunta alla ventunesima edizione, che per una decina di giorni occupa il complesso con proiezioni, incontri e ospiti internazionali. Poi ricomincia la programmazione della Fondazione Musica per Roma nelle sale interne, con i concerti, gli incontri con gli autori e le rassegne che tengono il posto acceso fino alla primavera.
Fra gli appuntamenti dei mesi successivi già in calendario in città ci sono Max Gazzè all'Auditorium fra il 26 e il 30 dicembre e Malika Ayane all'Auditorium Conciliazione il 3 novembre. Chi vuole il quadro completo lo trova nella sezione concerti.
E Sal Da Vinci, adesso
Con la fine della stagione all'aperto si chiude anche il tour estivo, e la traiettoria naturale di un artista come lui, dopo un'estate di arene e festival, è il rientro nei teatri. È il formato che ha frequentato per tutta la vita e quello in cui il suo repertorio dà il meglio: uno spazio chiuso, un pubblico seduto vicino, la possibilità di alternare canzone e racconto senza dover alzare il volume. Per le date aggiornate conviene tenere d'occhio i canali ufficiali dell'artista, perché in una stagione come questa il calendario si riempie in fretta.
Quello che si può dire con certezza è che il 2026 gli ha consegnato un materiale nuovo consistente: l'album "Per sempre sì" uscito il 29 maggio, quattordici tracce, il singolo "Poesia", la versione greca del brano sanremese realizzata a luglio con Antigoni Buxton e il singolo "Fuga d'amore" del 28 agosto. Chi lo vedrà nei prossimi mesi troverà una scaletta già diversa da quella di settembre.
Il Flaminio intorno all'Auditorium, per chi ha tempo prima
Il MAXXI, a cinque minuti
A pochi minuti a piedi dall'Auditorium, in via Guido Reni, c'è il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid. Chi arriva a Roma per un concerto e ha un pomeriggio libero ha qui l'occasione di vedere due dei più importanti edifici contemporanei della città nel raggio di cinquecento metri: il complesso di Renzo Piano e quello di Hadid, due modi opposti di intendere l'architettura di questo secolo, uno orizzontale e riflessivo, l'altro fluido e spettacolare.
Domande che mi fanno sempre sui concerti alla Cavea
A che ora è cominciato il concerto del 3 settembre?
Alle ventuno, come indicato dal calendario ufficiale dell'Auditorium. L'apertura dei varchi avviene di norma un'ora prima circa.
Il concerto si può ancora vedere?
No. La data del 3 settembre 2026 è passata e non era prevista alcuna replica romana nel tour estivo. Per rivedere l'artista bisogna guardare al calendario delle prossime stagioni.
Quanti posti ha la Cavea?
Circa tremila, secondo il dato ufficiale, variabili a seconda dell'allestimento. È intitolata a Luciano Berio.
I posti sono numerati?
Sì. Non è uno spazio in cui ci si sposta liberamente dopo l'inizio, per cui la scelta del settore al momento dell'acquisto pesa parecchio sulla qualità della serata.
Qual è il settore migliore?
Le file centrali intermedie, indicativamente dalla decima alla ventesima, meglio se al centro. Visuale completa, suono già amalgamato, nessun collo piegato all'insù.
Che cosa conviene portarsi dietro?
Una felpa leggera anche in piena estate, scarpe comode e qualcosa di sottile da mettere sulla pietra. Dopo un'ora e mezza di panca in cemento la differenza è notevole.
Come ci si arriva con i mezzi?
Metropolitana linea A fino a Flaminio, poi tram 2 fino ad Apollodoro o Flaminia/Reni. Davanti all'ingresso fermano anche gli autobus 910, 982, 168 nei feriali e 53.
Si può parcheggiare?
Sotto il complesso c'è un parcheggio interrato. È comodo in entrata e lento in uscita, e il tema del costo è discusso da sempre. Per una sera di concerto l'auto resta la scelta meno pratica.
Dove si mangia bene qui intorno?
Nel Flaminio, fra viale Tiziano e via Guido Reni, ci sono trattorie e pizzerie di quartiere a prezzi ragionevoli. Verso Ponte Milvio l'offerta è più ampia e la zona resta viva anche dopo il concerto.
A che ora finiscono i concerti in Cavea?
Di solito entro la mezzanotte e mezza. Il complesso è dentro un quartiere residenziale e ci sono limiti di orario e di volume da rispettare, quindi gli sforamenti sono rari.
Si può visitare l'Auditorium di giorno?
Sì, la struttura propone percorsi di visita, ma attenzione a una regola precisa: nelle giornate con spettacolo in Cavea l'Auditorium chiude alle sedici. La visita va programmata in un altro giorno.
Che cosa succede se piove?
La Cavea è scoperta. In caso di maltempo serio, spostamenti e variazioni vengono comunicati dall'organizzazione. A settembre il rischio esiste ma resta contenuto.
È adatto ai bambini?
Per una serata come quella del 3 settembre sì, e infatti c'erano molte famiglie. In generale dipende dall'orario e dal tipo di concerto. Di giorno, il parco intorno è uno degli spazi più a misura di famiglia della zona nord.
Conviene tornarci d'inverno?
Molto. Le tre sale interne sono un'esperienza completamente diversa dall'aperto, e la stagione sinfonica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia è fra le più importanti d'Italia.
Vale la pena andarci anche senza conoscere l'artista?
Sì, ed è il consiglio che do più spesso. Alla Cavea il luogo fa gran parte del lavoro: capita di entrare per curiosità e di uscire con un disco nuovo in testa.
Che cosa resta di quella sera
Le serate che si ricordano non sono quasi mai quelle tecnicamente perfette. Sono quelle in cui succede qualcosa che non era nel programma: una combinazione fra il posto, l'ora e la faccia della gente che non si può replicare e che non compare in nessun comunicato.
Il 3 settembre 2026 quella combinazione c'era tutta. Un anfiteatro di cemento progettato per Bach e per Mahler, un uomo nato a New York e cresciuto alla Torretta che canta in napoletano, tremila persone di tutte le età sedute su una panca fredda, la fine di un'estate romana e la fine di un ciclo di due anni che aveva portato quell'uomo dal circuito dei teatri napoletani al palco dell'Ariston e a Vienna. Tutto questo in due ore, sotto un cielo che a settembre, sopra il Flaminio, diventa di un blu che la fotografia non prende mai bene.
Se non sei mai stato alla Cavea, il consiglio vero è uno solo: vacci una volta qualunque cosa ci sia in cartellone. Il posto fa il novanta per cento del lavoro, e l'altro dieci per cento, se capiti bene, te lo regala qualcuno che di mestiere fa questo da mezzo secolo.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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