Villa Mazzanti
Villa Mazzanti: dove si trova e che cosa è davvero
Ci sono luoghi a Roma che si visitano e luoghi a Roma che si attraversano. Villa Mazzanti appartiene a una terza categoria, più rara e più interessante: è un luogo che si scopre. Sta in via Gomenizza, all'altezza del civico 81, in quel lembo di città dove il quartiere Della Vittoria smette di essere pianura e comincia a inerpicarsi sul fianco orientale di Monte Mario. Sotto ci sono il Tevere e le architetture ginniche del Foro Italico; sopra, il bosco. In mezzo, dietro un cancello che moltissimi romani hanno superato in macchina mille volte senza accorgersene, c'è un casino nobile immerso in un parco.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
La prima cosa che dico sempre a chi mi accompagna quassù è di abbassare le aspettative monumentali e alzare quelle ambientali. Villa Mazzanti non è Villa Borghese, non è Villa Doria Pamphilj, non è nemmeno Villa Torlonia. Non ha una galleria di capolavori, non ha un ninfeo celebre, non compare nelle guide che si comprano in aeroporto. Villa Mazzanti è una cosa diversa e per certi versi più utile: è la porta d'ingresso, amministrativa e simbolica, del sistema delle aree naturali protette del Comune di Roma. Qui, nel casino nobile, ha sede RomaNatura, l'ente regionale che gestisce le riserve, i parchi e i monumenti naturali che circondano e penetrano la città.
Detto altrimenti: se vi siete mai chiesti chi decida che cosa succede alla Riserva della Marcigliana, chi apponga i cartelli lungo i sentieri dell'Insugherata, chi tenga il conto dei nidi di gheppio sopra Decima Malafede, la risposta ha un indirizzo, e quell'indirizzo è questo. Trovo che ci sia qualcosa di profondamente romano nel fatto che l'ufficio che amministra quindicimila e passa ettari di natura protetta stia dentro una villa ottocentesca su una collina, e non in un palazzo di vetro in periferia.
Villa Mazzanti in una frase
Se dovessi riassumere Villa Mazzanti in una riga per un amico di passaggio, direi così: una villa suburbana sulle pendici di Monte Mario, con un casino nobile affacciato sulla città e un parco di lecci, pini, allori, oleandri, cipressi, palme, catalpe e agavi, oggi sede dell'ente che governa le aree protette romane. Ogni parola di quella frase è una porta, e in questa scheda proverò ad aprirle tutte.
Perché vale la pena parlarne a lungo
Perché Villa Mazzanti è il punto da cui si capisce Monte Mario, e Monte Mario è il punto da cui si capisce Roma. Non è un paradosso da guida: è geografia. Dalla sommità di questa collina si vede la città distesa da nord a sud come su un tavolo da cartografo, e chiunque abbia mai provato a spiegare la forma di Roma a qualcuno che la vede per la prima volta sa quanto valga un punto di osservazione alto. I pellegrini medievali lo sapevano benissimo. Chi arrivava da nord lungo la via Francigena vedeva la cupola — o, prima della cupola, la basilica costantiniana — da quassù, e quassù piangeva di gioia. Il nome popolare della collina, Mons Gaudii, il monte della gioia, nasce esattamente da quel momento.
Villa Mazzanti e il fianco orientale di Monte Mario
Monte Mario è la maggiore altura di Roma dentro il perimetro urbano: sfiora i 139 metri sul livello del mare, il che in una città che sul lungotevere sta intorno ai dieci o dodici metri significa un dislivello percepito enorme. Non è una collina come il Palatino o l'Aventino, che sono rilievi modesti scolpiti dalla città; è un vero e proprio crinale, lungo diversi chilometri, orientato all'incirca da nord-ovest a sud-est, che separa la valle del Tevere dalla campagna interna verso la via Trionfale e la Cassia.
Villa Mazzanti sta sul versante che guarda il fiume. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, spiega tutto della villa: spiega perché è stata costruita lì, spiega la vista, spiega la vegetazione, spiega perfino il microclima. Il versante orientale prende il sole del mattino e resta in ombra nel pomeriggio d'estate, il che in una città dove ad agosto si sfiorano i quaranta gradi non è un particolare secondario. È il motivo per cui, sotto i lecci di questo parco, ad agosto si respira.
La collina che non è un colle
Uno degli equivoci più tenaci che sento ripetere è che Monte Mario sia l'ottavo colle di Roma. Non lo è, e non per pignoleria toponomastica. I sette colli canonici — Palatino, Aventino, Campidoglio, Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio — stanno tutti sulla riva sinistra del Tevere e sono, geologicamente, gli speroni residui di un unico banco di tufo inciso dai corsi d'acqua. Monte Mario sta sulla riva destra, appartiene a un'altra vicenda geologica e a un'altra storia urbana. Insieme al Gianicolo e al Vaticano forma il sistema collinare della sponda destra, quello che i Romani antichi consideravano fuori città in senso pieno.
Questa estraneità ha protetto Monte Mario per secoli. Mentre la Roma dei papi si addensava dentro l'ansa del Tevere, qui restavano vigne, orti, casali e conventi. La città è arrivata solo alla fine dell'Ottocento e ha morso il piede della collina; la parte alta ha resistito, e resiste ancora, ed è per questo che oggi possiamo parlare di una riserva naturale a due passi da Piazza del Popolo.
Che cosa si vede dal parco di Villa Mazzanti
Dalle radure aperte del parco, e ancora meglio salendo verso la sommità della riserva, si vede una fetta di città che vale il viaggio da sola. In primo piano il Tevere e il Foro Italico, con lo Stadio Olimpico e il Ponte Duca d'Aosta. Poco più in là il Palazzo della Farnesina, il gigantesco parallelepipedo di travertino che ospita il Ministero degli Affari Esteri, iniziato negli anni Trenta come Casa Littoria e completato nel dopoguerra con altra destinazione e altro nome. Sullo sfondo, la cupola di San Pietro, il Vittoriano, e nelle giornate di tramontana la catena dei Monti Prenestini e dei Castelli.
Il momento migliore è l'ora che precede il tramonto in una giornata di vento del nord, di solito tra novembre e marzo. La luce radente disegna i rilievi, l'aria è tersa, e la città sotto passa dal grigio all'ocra al rosa in una quarantina di minuti. Chi fotografa lo sa; chi non fotografa lo scopre.
Il casino nobile di Villa Mazzanti
Il cuore costruito della villa è il casino nobile, l'edificio padronale che oggi ospita gli uffici di RomaNatura. È una costruzione di impianto tardo-ottocentesco, di quelle che a Roma si definiscono "villini" con un eufemismo generoso: due piani fuori terra più un livello di servizio, pianta compatta, aperture regolari, la disposizione tipica delle residenze di campagna borghesi costruite nella stagione in cui la nuova capitale del Regno cominciava a mangiarsi la campagna intorno.
Non è un edificio che grida. È un edificio che sta al suo posto, con la sobrietà di chi è stato pensato per essere abitato d'estate e per guardare il paesaggio più che per farsi guardare. La facciata verso valle è quella importante, perché è quella che si apre sul panorama; il resto segue.
La tipologia del casino nobile: una parentesi utile
Vale la pena spendere due parole su che cosa significhi "casino nobile", perché è un termine che nelle guide ricorre ovunque e che quasi nessuno spiega. Nell'organizzazione della villa suburbana romana, dal Cinquecento in poi, il complesso si articola in parti con funzioni diverse: il casino nobile è la residenza del proprietario, l'edificio di rappresentanza, quello con le sale buone e la loggia. Attorno gravitano il casale o la casa colonica, dove sta chi lavora la terra, le stalle, i fienili, la cantina, la limonaia, talvolta una cappella. Il parco si divide a sua volta in giardino formale vicino alla casa, boschetto o barco più lontano, e terreno produttivo — vigna, oliveto, orto — che paga le spese.
Questa struttura tripartita, casa padronale più azienda agricola più giardino, è l'invenzione più duratura della civiltà della villa italiana, e la si ritrova identica dalla Villa Adriana a Tivoli fino alle proprietà borghesi dell'Ottocento romano, con settecento anni di variazioni sul tema. Villa Mazzanti sta nell'ultima stagione di quella storia: la stagione in cui i proprietari non sono più cardinali e principi ma professionisti, commercianti, funzionari della nuova amministrazione unitaria.
L'interno e la destinazione d'uso
Oggi l'edificio è un ufficio pubblico a tutti gli effetti, con quello che ne consegue: scrivanie, faldoni, cartografia appesa alle pareti, sale riunioni ricavate in ambienti nati per altro. Non è una casa museo e non pretende di esserlo. Chi entra ci entra per una pratica, per un incontro, per una delle iniziative di educazione ambientale che l'ente organizza. Non aspettatevi arredi storici o percorsi di visita: aspettatevi un edificio storico che continua a lavorare, che è poi il destino migliore che possa capitare a un edificio.
Il parco di Villa Mazzanti e le sue specie
La descrizione che circola del parco di Villa Mazzanti elenca lecci, pini, allori, oleandri, cipressi, varietà di palme, catalpe e agavi. È un elenco che merita di essere letto lentamente, perché racconta due storie sovrapposte: quella della vegetazione mediterranea spontanea e quella del gusto ornamentale ottocentesco.
Il leccio: l'albero fondativo
Il leccio, Quercus ilex, è la quercia sempreverde del Mediterraneo, ed è l'albero che definisce Monte Mario. Ha foglie coriacee, verde scuro sopra e biancastre sotto, capaci di ridurre la traspirazione durante la siccità estiva; una chioma densa che genera un'ombra profonda e un sottobosco povero di erbe ma ricco di lettiera. Un leccio adulto può superare i venti metri e vivere secoli. Il bosco di leccio è la vegetazione potenziale di gran parte del versante tirrenico italiano, e a Roma ne restano lembi preziosi: proprio Monte Mario, l'Insugherata, la Tenuta dei Massimi.
Camminare in una lecceta d'agosto è un'esperienza fisica prima che estetica. La temperatura scende di parecchi gradi rispetto all'asfalto, il rumore si attutisce, la luce diventa verde e granulosa. È il motivo per cui i romani hanno costruito ville su queste pendici per duemila anni.
Il pino domestico e la silhouette di Roma
Il pino domestico, Pinus pinea, è l'albero che nell'immaginario collettivo significa Roma, e va detto con una certa onestà che è in gran parte un'invenzione moderna. I pini a ombrello che vediamo lungo le consolari e nelle ville sono in larghissima misura frutto di piantumazioni ottocentesche e novecentesche, spesso con intenti scenografici: il pino domestico cresce in fretta, fa un profilo inconfondibile e produce pinoli. Ottaviano Respighi non avrebbe scritto I pini di Roma nel 1924 se quei pini non fossero stati, allora, una novità visiva relativamente recente e molto ammirata.
Oggi i pini romani hanno un problema serio, e chi frequenta i parchi lo ha notato: la Toumeyella parvicornis, la cocciniglia tartaruga, un insetto originario del Nordamerica arrivato in Italia negli ultimi anni, che produce melata, favorisce la fumaggine e indebolisce gli esemplari fino a ucciderli. Le chiome ingiallite e il gocciolio appiccicoso sotto i pini di mezza città vengono da lì. È una delle emergenze fitosanitarie con cui gli enti gestori dei parchi romani, RomaNatura compresa, fanno i conti quotidianamente.
Alloro, oleandro, cipresso: il giardino mediterraneo
L'alloro, Laurus nobilis, è la pianta più carica di significato del repertorio classico: con le sue foglie si intrecciavano le corone dei trionfatori e dei poeti, e la sua presenza in un giardino romano non è mai del tutto casuale. È anche, prosaicamente, un ottimo arbusto da siepe: sopporta la potatura, cresce all'ombra, profuma quando lo si sfiora.
L'oleandro, Nerium oleander, è il fiore dell'estate romana: rosa, bianco, rosso carico, resiste alla siccità, alla polvere e allo smog, motivo per cui lo si trova sugli spartitraffico di mezza città. È anche velenoso in ogni sua parte, foglie, fiori e legno, e conviene ricordarlo a chi passeggia con bambini o cani.
Il cipresso, Cupressus sempervirens, è l'albero verticale per eccellenza, quello che nei giardini serve a segnare assi, viali e limiti. Nella tradizione mediterranea è associato ai luoghi di sepoltura e di meditazione, ma nella villa italiana ha soprattutto una funzione compositiva: dà ritmo, come una colonna in un porticato.
Palme, catalpe e agavi: l'esotismo ottocentesco
Qui entriamo nel capitolo più rivelatore. Palme, catalpe e agavi non appartengono alla flora spontanea del Lazio: sono introduzioni ornamentali, e la loro presenza data il giardino con la precisione di un timbro postale.
Le palme, in particolare la Phoenix canariensis e la Washingtonia, esplodono nei giardini europei tra la metà dell'Ottocento e i primi del Novecento, nella stagione dell'orientalismo, delle esposizioni universali e dei vivai commerciali che rendono improvvisamente accessibili specie prima da serra. Una palma davanti a un villino significava modernità, viaggio, mondo. Anche le palme, oggi, hanno il loro nemico: il punteruolo rosso, Rhynchophorus ferrugineus, che dagli anni Duemila ha decimato le fenici di tutto il Mediterraneo.
La catalpa, Catalpa bignonioides, viene dal sud-est degli Stati Uniti. Ha foglie enormi a cuore, fiori bianchi maculati di giallo e porpora in giugno, e lunghissimi baccelli penduli che d'inverno la rendono inconfondibile. È l'albero da ombra dei viali ottocenteschi per eccellenza: cresce in fretta, si potà bene, fa una copertura vasta.
L'agave, Agave americana, viene dal Messico ed è arrivata in Europa nel Cinquecento con i primi carichi dal Nuovo Mondo. La sua rosetta di foglie carnose spinose e il suo colossale scapo fiorale — che può superare gli otto metri e che la pianta produce una volta sola, prima di morire — l'hanno resa un feticcio dei giardini romantici. Trovarla in un parco romano significa che qualcuno, un secolo e mezzo fa, voleva un pezzo di deserto americano sotto Monte Mario.
Villa Mazzanti sede di RomaNatura: che cosa significa
RomaNatura è l'ente regionale per la gestione del sistema delle aree naturali protette nel Comune di Roma. Nasce alla fine degli anni Novanta, nel quadro della legislazione regionale laziale sulle aree protette, con un mandato tanto semplice da enunciare quanto complicato da eseguire: tenere insieme, amministrare e far vivere le porzioni di natura sopravvissute dentro e attorno alla più estesa municipalità d'Europa.
Perché è un dato che sorprende sempre chi lo sente per la prima volta: il territorio del Comune di Roma è enorme, oltre milleduecento chilometri quadrati, e una quota molto significativa di quel territorio non è città costruita ma campagna, bosco, pascolo, fiume, palude. RomaNatura amministra circa quindicimila ettari di questo patrimonio. Quindicimila ettari sono centocinquanta chilometri quadrati: più della superficie urbanizzata di molte capitali europee.
Un ente dentro una villa
Che la sede stia a Villa Mazzanti non è un dettaglio pittoresco. È coerente. Un ente che si occupa di riserve naturali urbane lavora dentro una riserva naturale urbana, sul crinale che è insieme il caso più visibile e il più fragile del suo mandato. Chi lavora in quegli uffici, quando alza gli occhi dal monitor, vede esattamente il problema che sta gestendo: il bosco da un lato, la città che preme dall'altro.
Che cosa fa concretamente
Le funzioni di un ente parco sono meno romantiche di quanto si immagini e più decisive. Sorveglianza e vigilanza; pianificazione, cioè la redazione dei piani d'assetto che stabiliscono che cosa si può fare in ogni zona; rilascio di pareri e nulla osta su interventi edilizi, agricoli e infrastrutturali che ricadono nel perimetro protetto; manutenzione della sentieristica e della cartellonistica; monitoraggio di flora e fauna; gestione delle emergenze, dagli incendi estivi agli abbattimenti di alberi pericolanti; e una vasta attività di educazione ambientale rivolta alle scuole.
Quest'ultimo punto merita attenzione. Le classi romane che salgono a fare una giornata nel bosco, che imparano a riconoscere una quercia da un leccio o a distinguere il verso di una cinciallegra, passano dal sistema che ha il suo centro qui. È un lavoro invisibile e cumulativo, di quelli che si misurano in decenni.
Il sistema delle aree protette gestite da RomaNatura
Per capire davvero Villa Mazzanti bisogna capire che cosa si amministra da qui. Il sistema comprende riserve naturali, parchi urbani e monumenti naturali distribuiti su tutti i quadranti della città. Ne racconto i principali, perché ciascuno è una scoperta possibile per chi ha già visto il Colosseo.
La Riserva Naturale di Monte Mario
È quella su cui sorge Villa Mazzanti: qualche centinaio di ettari lungo il crinale, con lecceta, macchia mediterranea, radure e i resti di antiche proprietà nobiliari. È la più urbana delle riserve, quella dove il confine tra bosco e palazzo è più netto e più permeabile.
La Riserva Naturale dell'Insugherata
Sta subito a nord, tra la via Trionfale e la Cassia, e prende il nome dalle sughere che vi crescono. È una valle stretta e lunga, con fossi, prati umidi e boschi di roverella e cerro: paesaggisticamente è una delle sorprese maggiori del quadrante nord, perché in pochi minuti di cammino si perde completamente di vista la città.
La Riserva Naturale della Marcigliana
All'estremo nord-est, verso la Salaria e la Nomentana, è il grande paesaggio agrario dell'Agro romano: colline dolci coltivate a grano, filari, casali isolati, fossi alberati. Chi ha in mente le vedute settecentesche della campagna romana le trova qui, quasi intatte.
La Riserva Naturale di Decima Malafede
È la più estesa del sistema, a sud verso Pomezia e la via Pontina: migliaia di ettari di bosco, seminativo e macchia, con presenze faunistiche importanti e tracce archeologiche diffuse. È talmente grande che ci si può camminare mezza giornata senza incontrare nessuno.
La Riserva Naturale della Valle dell'Aniene
Segue il corso del secondo fiume di Roma nel tratto urbano orientale, tra Ponte Mammolo e la confluenza col Tevere. È la riserva più densamente frequentata, perché attraversa quartieri popolosi e funziona come polmone e corridoio ecologico insieme.
Le altre riserve e i monumenti naturali
Il sistema comprende inoltre la Riserva della Valle dei Casali, sulla Portuense, con i suoi casali e i suoi oliveti; la Tenuta dei Massimi, adiacente, con boschi e forre; la Tenuta di Acquafredda, sull'Aurelia; il Laurentino Acqua Acetosa, a sud; il Parco Urbano del Pineto, di cui parlerò a parte perché confina idealmente con Monte Mario; e monumenti naturali come la Palude di Torre Flavia, sul litorale a nord di Ladispoli, e Galeria Antica, con il suo abitato medievale abbandonato su uno sperone di tufo.
Messi in fila, questi luoghi disegnano una corona verde attorno alla città che pochissime capitali possiedono e che quasi nessun romano conosce per intero. Villa Mazzanti è il centro di quella corona.
La Riserva Naturale di Monte Mario: il bosco di Villa Mazzanti
La riserva che circonda Villa Mazzanti è un caso di scuola di natura urbana. Si estende lungo il crinale per alcuni chilometri, includendo aree di proprietà pubblica e privata, ville storiche, terreni agricoli residui, e naturalmente il bosco.
Che cosa ci cresce
La formazione dominante è la lecceta, con esemplari di taglia notevole nelle zone meno disturbate. Accanto ci sono la roverella, Quercus pubescens, che è la quercia caducifoglia delle esposizioni calde; il carpino nero, l'orniello, il corbezzolo, il lentisco, la fillirea, l'alaterno, il pungitopo. Sui bordi e nelle radure la macchia si apre in prati che a maggio esplodono di orchidee spontanee, e sì, in Italia le orchidee selvatiche esistono e sono decine di specie, piccole e straordinarie.
Ci sono poi le presenze avventizie e infestanti che accompagnano ogni bosco urbano: l'ailanto, Ailanthus altissima, l'albero del paradiso, arrivato dalla Cina nel Settecento come pianta ornamentale e diventato uno degli invasori più aggressivi d'Europa; la robinia; il fico degli ottentotti nelle scarpate esposte. La lotta contro l'ailanto è una delle attività meno gratificanti e più necessarie che un ente parco conduca.
Chi ci vive
La fauna di Monte Mario è quella tipica dei boschi periurbani mediterranei, con qualche sorpresa. Tra gli uccelli: il picchio rosso maggiore, il picchio verde, la ghiandaia, il colombaccio, l'upupa nelle radure, la civetta e l'allocco di notte, e sopra le radure il gheppio in caccia con il suo volo fermo, lo "spirito santo" come lo chiamano i cacciatori. Nei mesi delle migrazioni il crinale funziona da rotta, e chi sa guardare vede passare rapaci in transito.
Tra i mammiferi, la volpe è ormai una presenza stabile e disinvolta di tutta la periferia romana; ci sono l'istrice, che lascia gli aculei sui sentieri e scava tane vistose, il tasso, la donnola, il riccio, vari pipistrelli. E c'è il cinghiale, che nell'ultimo decennio è diventato il grande protagonista dei bordi urbani romani: una vicenda che unisce ecologia, gestione dei rifiuti e polemica politica, e su cui torneremo.
Il valore di un corridoio
Un bosco urbano isolato è un'isola, e le isole biologiche perdono specie col tempo. Il valore reale di Monte Mario sta nel fatto che il crinale collega, sia pure con strozzature, la Riserva dell'Insugherata a nord e il Parco del Pineto a sud, e da lì il sistema si apre verso la campagna. Preservare la continuità di questi corridoi è forse il compito più difficile e meno visibile della pianificazione ambientale urbana: basta una strada, un cantiere, una recinzione nel punto sbagliato per tagliare un flusso che ci ha messo secoli a formarsi.
La geologia di Monte Mario e i fossili sotto Villa Mazzanti
Qui arriva la parte che sorprende quasi tutti. Monte Mario non è una collina qualsiasi: è una località di riferimento della geologia italiana, e il suo nome è entrato nel lessico scientifico internazionale.
Il mare che c'era
Le argille e le sabbie che formano il nucleo della collina si sono depositate sul fondo di un mare, nel Pliocene e nel Pleistocene inferiore, tra circa tre milioni e un milione e mezzo di anni fa. Quel mare copriva l'area dell'attuale Roma; le colline della riva destra sono, in origine, sedimenti marini sollevati e poi incisi dai fiumi. Il tufo che caratterizza i colli della riva sinistra viene dopo, dai grandi apparati vulcanici dei Colli Albani e dei Sabatini, tra ottocentomila e trecentomila anni fa.
Nelle argille di Monte Mario sono conservati fossili marini in quantità straordinaria: molluschi, brachiopodi, coralli, foraminiferi. Le raccolte ottocentesche fatte su questa collina sono confluite nelle grandi collezioni paleontologiche italiane, e generazioni di studenti di scienze naturali dell'Università di Roma hanno imparato la stratigrafia camminando quassù con il martello in mano.
Il piano geologico "Monte Mariano"
La sequenza di Monte Mario ha dato il nome, nella letteratura geologica storica, a un intervallo stratigrafico del Pleistocene. Le nomenclature sono cambiate nel tempo e la questione è tecnica, ma il punto resta: questa collina è una sezione tipo, un luogo che i geologi di mezzo mondo hanno citato nei loro lavori. Camminare nel parco di Villa Mazzanti sapendo che sotto i piedi c'è un fondale marino di tre milioni di anni fa cambia un po' l'esperienza della passeggiata.
Perché la collina frana
La composizione geologica spiega anche un problema pratico che affligge Monte Mario da sempre: la stabilità dei versanti. Le argille plioceniche, quando si imbibiscono d'acqua, scivolano. Le cronache romane sono piene di smottamenti, muri di contenimento crollati, strade chiuse sul versante che scende verso il Tevere. È uno dei motivi per cui la parte alta della collina non è stata edificata come il resto della città, e per cui la vegetazione ha un ruolo funzionale e non solo estetico: le radici trattengono i pendii.
Il nome di Monte Mario e le sue metamorfosi
Pochi toponimi romani hanno cambiato pelle quanto questo, e ricostruire la sequenza è un piccolo esercizio di archeologia linguistica che consiglio a chiunque salga a Villa Mazzanti.
Dal Clivus Cinnae al Mons Malus
In età romana la zona ricadeva nell'ampio comprensorio che le fonti chiamano genericamente Vaticanus, un termine che indicava tutto il settore della riva destra a nord del Gianicolo, e che ha una radice etrusca o comunque pre-latina di significato discusso. Il pendio era attraversato da una strada nota come Clivus Cinnae, il pendio di Cinna, dal nome di un proprietario o di un personaggio della gens Cornelia. In epoca medievale la collina compare come Mons Malus, il monte cattivo o malfamato, forse per l'insicurezza delle strade fuori porta, forse per la sterilità dei terreni argillosi.
Mons Gaudii: il monte della gioia
Poi arrivano i pellegrini. Chi scendeva dal nord lungo la Francigena, dopo settimane di cammino da Canterbury o da Aachen, valicava questo crinale e per la prima volta vedeva Roma. La reazione è documentata da secoli di diari di viaggio: si piangeva, ci si inginocchiava, si innalzava una croce. Da qui il nome Mons Gaudii, il monte della gioia, che in francese antico diventa Montjoie e che ha lasciato tracce toponomastiche in mezza Europa lungo tutte le grandi vie di pellegrinaggio.
Trovo che sia una delle idee più belle che si possano portare a Villa Mazzanti: che questo crinale sia stato, per quasi mille anni, il luogo dove finiva un viaggio. Non l'arrivo, ma il momento immediatamente precedente all'arrivo, quello in cui la meta diventa visibile e la fatica acquista senso.
Da Mario a Monte Mario
Il nome attuale si consolida nel Quattrocento e deriva, secondo la tradizione più accreditata, da Mario Mellini, esponente di una famiglia romana che qui possedeva vaste proprietà e che vi edificò la villa poi celebre come Villa Mellini. Non ha nulla a che vedere, dunque, con Gaio Mario, il console e riformatore dell'esercito repubblicano, benché l'equivoco sia inevitabile e ricorrente. È il tipico caso in cui un toponimo di famiglia viene retrodatato dall'immaginario collettivo a un personaggio più illustre.
L'Osservatorio Astronomico e il Museo Astronomico sopra Villa Mazzanti
Salendo dal parco di Villa Mazzanti verso la sommità del crinale si incontra una delle istituzioni scientifiche più antiche e meno frequentate della città: l'osservatorio astronomico di Monte Mario, insediato dentro e attorno a Villa Mellini.
Perché un osservatorio qui
La ragione è la stessa per cui c'è una villa: l'altezza e l'aria. Nella prima metà del Novecento l'osservatorio del Collegio Romano, in pieno centro, era ormai soffocato dalle luci e dalle vibrazioni della città. Lo spostamento su Monte Mario, deciso negli anni Trenta, rispondeva a un'esigenza tecnica precisa: allontanarsi dall'inquinamento luminoso e guadagnare quota. Con l'ironia che la storia riserva a queste cose, oggi l'inquinamento luminoso di Roma ha ampiamente raggiunto anche Monte Mario, e l'osservazione scientifica vera si fa altrove, in montagna o nell'emisfero australe.
Il Museo Astronomico e la Torre Solare
Quello che resta, e che vale la salita, è un museo. Le collezioni astronomiche e copernicane conservano strumenti, cannocchiali, globi celesti, orologi solari, sfere armillari e un fondo librario di enorme valore, con edizioni antiche delle opere di Copernico, Galileo, Keplero. C'è poi la torre solare, costruita per lo studio del Sole, con la sua struttura verticale e il gioco di specchi che porta l'immagine solare in un laboratorio sottostante.
Le visite avvengono su iniziativa dell'istituto nazionale di astrofisica, generalmente in occasione di aperture programmate e di serate di osservazione. Chi organizza un pomeriggio a Villa Mazzanti farebbe bene a verificare in anticipo se ci sono aperture in calendario: la combinazione bosco più museo astronomico più tramonto sulla città è, senza esagerare, una delle giornate romane meglio spese che io conosca.
Villa Mellini
La villa che ospita l'osservatorio ha impianto quattrocentesco, rimaneggiato più volte nei secoli. Fu, come detto, dei Mellini, che le diedero il nome alla collina; passò poi ad altri proprietari e infine allo Stato. È l'edificio storico più importante del crinale, e la sua terrazza offre il panorama che ha reso Monte Mario celebre nelle vedute di età moderna.
Villa Madama: il capolavoro che si vede dal versante di Villa Mazzanti
Sullo stesso versante, poco più a sud, si trova quella che è probabilmente la villa più importante del Rinascimento romano dopo la Farnesina: Villa Madama. Non è visitabile liberamente — è di proprietà dello Stato italiano e viene utilizzata dal Ministero degli Affari Esteri per la rappresentanza istituzionale — ma il suo profilo si legge dal versante, e la sua storia va raccontata perché spiega che cosa significava costruire su queste pendici.
Il progetto di Raffaello
La villa fu commissionata intorno al 1518 dal cardinale Giulio de' Medici, cugino di papa Leone X e futuro papa Clemente VII. Il progetto è di Raffaello Sanzio, ed è il tentativo più ambizioso del Rinascimento di ricostruire, su base filologica, la villa romana antica descritta da Plinio il Giovane nelle sue lettere: un complesso articolato in cortili circolari, logge, teatro, giardini terrazzati, ninfei, ippodromo, con una gerarchia di spazi che scendeva dal monte al fiume.
Raffaello morì nel 1520 e il cantiere passò ad Antonio da Sangallo il Giovane e a Giulio Romano. Le decorazioni a stucco e a grottesca della grande loggia sono opera di Giulio Romano e Giovanni da Udine, ed è forse il ciclo di grottesche più raffinato del Cinquecento romano: un repertorio di mostri, festoni, animali e architetture fantastiche derivato dallo studio diretto delle volte della Domus Aurea, riscoperte pochi decenni prima.
Il Sacco di Roma e l'incompiuta
Villa Madama non fu mai terminata. Nel 1527 i lanzichenecchi di Carlo V, durante il Sacco di Roma, la incendiarono, e il cantiere non riprese mai secondo il progetto originario. Quello che vediamo oggi è circa un terzo di quanto Raffaello aveva disegnato: la loggia, il mezzo cortile circolare, il giardino pensile, il ninfeo con gli elefanti di Giovanni da Udine. Il resto è rimasto sulla carta.
Il nome viene da Margherita d'Austria, figlia naturale di Carlo V e moglie prima di Alessandro de' Medici e poi di Ottavio Farnese, che ne fu proprietaria nel Cinquecento: "Madama" era il titolo con cui i romani la designavano, e da lei prendono nome anche Palazzo Madama, oggi sede del Senato.
Che cosa se ne vede
Dal versante di Monte Mario, e in certi punti dai sentieri della riserva, si scorge il complesso immerso nel verde sopra il Foro Italico. È una vista da lontano, ma sufficiente a capire l'impianto: la villa sta a mezza costa, orientata verso il Tevere, con il giardino terrazzato che sfrutta il dislivello. Esattamente la stessa logica insediativa di Villa Mazzanti, tre secoli e mezzo più tardi e con un committente incomparabilmente più potente.
Il Forte Braschi e il campo trincerato di Roma
Poco distante da Villa Mazzanti, sul crinale, c'è una presenza che spiazza chi arriva pensando solo al bosco: un forte militare ottocentesco, ancora in uso dalle Forze Armate.
Perché Roma ha quindici forti
Dopo il 1870, quando Roma diventa capitale del Regno d'Italia, il nuovo Stato affronta un problema strategico: la città è indifendibile. Le mura aureliane, per quanto imponenti, non oppongono nulla all'artiglieria moderna. Tra il 1877 e i primi anni Novanta dell'Ottocento viene quindi realizzato il cosiddetto campo trincerato di Roma: una cintura di quindici forti e quattro batterie, disposti a raggiera a qualche chilometro dal centro, pensati per il tiro incrociato e per il controllo delle vie d'accesso.
I nomi sono quelli delle località o delle porte che presidiavano: Forte Aurelia, Forte Boccea, Forte Braschi, Forte Trionfale, Forte Monte Antenne, Forte Pietralata, Forte Portuense, Forte Ostiense, Forte Ardeatino, Forte Prenestino, Forte Casilino, Forte Tiburtino, e altri. Non spararono mai un colpo in guerra: l'evoluzione dell'artiglieria li rese obsoleti prima ancora che fossero completati. È forse il più grande investimento militare inutile della storia unitaria italiana, e proprio per questo si sono conservati quasi tutti.
Il Forte Braschi oggi
Il Forte Braschi presidia il settore di Monte Mario. La struttura è quella tipica: fossato, terrapieno, casamatte, polveriere, un impianto a pianta poligonale progettato per essere invisibile dall'esterno. Oggi ospita installazioni militari e non è aperto al pubblico. Il suo perimetro, però, ha avuto un effetto collaterale interessante: sottraendo per un secolo e mezzo decine di ettari all'edificazione, i forti hanno funzionato da inconsapevoli riserve naturali. Diversi di essi sono oggi parchi pubblici o aree verdi, e la loro cintura coincide sorprendentemente con quella delle aree protette.
Il destino dei forti romani
Alcuni forti hanno avuto seconde vite notevoli. Il Forte Prenestino è dagli anni Ottanta uno dei centri sociali storici d'Italia; il Forte Portuense e il Forte Antenne sono aree verdi; il Forte Ardeatino e il Forte Boccea ospitano ancora funzioni militari, quest'ultimo con il carcere militare. Raccontare la cintura dei forti significa raccontare un secolo e mezzo di storia italiana in negativo, attraverso ciò che è stato costruito per una guerra che non c'è stata.
Il Parco Urbano del Pineto: il vicino di Villa Mazzanti
Sull'altro versante, quello che scende verso la valle dell'Aurelia, si apre uno dei parchi più belli e meno noti di Roma: il Parco Urbano del Pineto, anch'esso gestito da RomaNatura, quindi anch'esso amministrato da Villa Mazzanti.
Un canyon dentro la città
Il Pineto occupa un'ampia valle tra Monte Mario, la Pineta Sacchetti e la zona di Balduina e Torrevecchia. Chi ci entra per la prima volta ha una reazione costante: la sorpresa. La valle è profonda, i versanti sono ripidi, la vegetazione è fitta, e dal fondo la città sparisce completamente. Ci sono prati aperti, pinete, fossi, e una geografia che sembra rurale nonostante i palazzi affaccino a duecento metri.
La Valle dell'Inferno e le fornaci
La parte del comprensorio che scende verso il Vaticano portava un nome memorabile: Valle dell'Inferno. Il nome non deriva da leggende diaboliche ma da un fatto industriale: qui, dal Cinquecento all'Ottocento, si estraeva l'argilla e si cuocevano i mattoni che costruirono San Pietro e mezza Roma moderna. Le fornaci lavoravano giorno e notte, il fumo copriva la valle, i bagliori dei forni si vedevano dall'alto. Un inferno, letteralmente.
La comunità dei fornaciari fu per secoli uno dei gruppi sociali più caratteristici e più poveri della città: lavoro durissimo, alloggi precari, malaria endemica. Pier Paolo Pasolini ambientò in questa zona alcune pagine e alcune riprese dei suoi lavori romani, e il quartiere che ne è nato — Valle Aurelia — porta ancora nella toponomastica il ricordo delle fornaci.
Il casale e i sentieri
Dentro il parco si conserva un casale storico, con l'aspetto tipico delle costruzioni rurali dell'Agro: corpo compatto, torre colombaia, cortile, annessi agricoli. È il genere di edificio che punteggiava tutta la campagna romana e di cui restano oggi poche centinaia di esemplari, spesso in stato precario. I sentieri del Pineto sono percorribili a piedi e in parte in bicicletta, e permettono di attraversare la valle da una parte all'altra in un'ora abbondante di cammino.
Le ville e i casali dell'Agro romano: la famiglia a cui appartiene Villa Mazzanti
Villa Mazzanti non si capisce isolata. Appartiene a una categoria vastissima e in gran parte dimenticata: le proprietà suburbane dell'Agro romano. Vale la pena ricostruirne la storia, perché è la storia del paesaggio in cui viviamo.
Dalla villa antica alla vigna papale
In età romana la campagna intorno alla città era punteggiata di ville rustiche e di ville d'otium: aziende agricole con parte residenziale, alcune modeste, altre sontuose. Il crollo demografico tardoantico e altomedievale svuota il territorio; la campagna si spopola, i terreni tornano a pascolo e bosco, e la proprietà si concentra nelle mani della Chiesa e dei grandi monasteri.
Dal Quattrocento, con il ritorno stabile dei papi a Roma e la ripresa economica, comincia la stagione delle vigne: appezzamenti recintati, coltivati a vite e ortaggi, con un piccolo casino per il proprietario e una casa per il vignarolo. Le vigne circondavano la città in una fascia continua appena fuori le mura, ed erano possedute da cardinali, prelati, mercanti, confraternite. Da questa tipologia modesta nascono, per crescita successiva, molte delle ville romane.
Il Cinque e Seicento: la grande villa
Il secolo d'oro della villa romana è quello che va da Villa Madama a Villa Doria Pamphilj: cento e cinquant'anni in cui le famiglie papali costruiscono complessi enormi con casino di rappresentanza, giardini formali, boschi da caccia, teatri d'acqua, collezioni di antichità. Villa Giulia, Villa Medici, Villa Borghese, Villa Ludovisi, Villa Montalto, Villa Albani, Villa Doria Pamphilj: la corona di verde che circondava Roma nel Settecento non ha eguali in Europa, e i viaggiatori del Grand Tour la descrivono con stupore.
L'Ottocento: la villa borghese, con la minuscola
Dopo l'Unità cambia tutto. Le grandi famiglie si indebitano, molte ville vengono lottizzate — Villa Ludovisi diventa il quartiere omonimo, Villa Massimo e Villa Patrizi vengono in gran parte cancellate — e nasce contemporaneamente una nuova domanda: quella della borghesia professionale e commerciale della capitale, che vuole la sua casa di campagna a mezz'ora di carrozza dal centro.
È in questo mercato che nascono decine di villini suburbani sulle colline attorno a Roma, Monte Mario compreso. Sono proprietà di scala media, con un casino nobile sobrio, un parco disegnato secondo il gusto paesaggistico all'inglese o all'italiana ridotta, e una parte ancora produttiva. Villa Mazzanti appartiene a questa famiglia, e il suo nome — cognome di famiglia, non titolo nobiliare — lo conferma.
Il Novecento: sparire o sopravvivere
La sorte di queste proprietà nel Novecento è stata quasi sempre una di due: la lottizzazione o l'acquisizione pubblica. La città è cresciuta a velocità impressionante — Roma passa da circa mezzo milione di abitanti nel 1900 a oltre due milioni e mezzo negli anni Sessanta — e ha divorato l'anello dei villini. Quelle che si sono salvate lo devono quasi sempre a un vincolo, a un esproprio o a una donazione. Villa Mazzanti è tra le sopravvissute, e la sua destinazione attuale a sede dell'ente parco è, se ci si pensa, la forma di sopravvivenza più coerente possibile.
Il quartiere attorno a Villa Mazzanti: Della Vittoria e Trionfale
Via Gomenizza sta in un tessuto urbano preciso, e leggerlo aiuta a capire dove ci si trova.
I nomi delle strade raccontano una guerra
Il quartiere Della Vittoria nasce negli anni Venti e Trenta del Novecento, e la sua toponomastica è un monumento politico a cielo aperto: le strade portano nomi di località della Grande Guerra e dell'Adriatico orientale. Gomenizza è la forma italiana di Igoumenitsa, città dell'Epiro greco; e attorno si trovano vie dedicate a Sabotino, Podgora, Oslavia, Monte Zebio, Vodice, Zara, Sebenico, Pola, Fiume, Trieste, Trento. È un atlante di frontiere, molte delle quali oggi non esistono più in quella forma.
Camminare in questo quartiere leggendo le targhe è un esercizio di storia contemporanea. Ogni nome è una battaglia, una città contesa, un pezzo di quel confine orientale che ha attraversato il Novecento italiano con esiti drammatici. Non serve prendere posizione per riconoscere che il quartiere è un documento.
Il Foro Italico sotto la collina
Ai piedi del versante c'è il complesso sportivo del Foro Italico, realizzato a partire dai primi anni Trenta come Foro Mussolini su progetto di Enrico Del Debbio e poi di Luigi Moretti. Comprende lo Stadio dei Marmi, con le sessanta statue di atleti in marmo di Carrara donate dalle province italiane; lo Stadio Olimpico, più volte ricostruito e oggi casa di Roma e Lazio; l'obelisco monolitico in marmo di Carrara alto oltre diciassette metri; il piazzale con i mosaici in bianco e nero; l'Accademia di Educazione Fisica; e la piscina coperta con i suoi mosaici.
È il più coerente e meglio conservato complesso di architettura razionalista e monumentale del ventennio in Italia, e il fatto che sia ancora pienamente in uso — ci si gioca la Serie A, ci si corre gli Internazionali di tennis a due passi — ne fa un caso di studio sulla convivenza con l'eredità architettonica del fascismo. Da Villa Mazzanti lo si guarda dall'alto, ed è la prospettiva migliore per coglierne l'impianto d'insieme.
La Farnesina e il ponte
Accanto, il Palazzo della Farnesina: iniziato nel 1937 come sede del Partito Nazionale Fascista, interrotto dalla guerra, completato negli anni Cinquanta e destinato al Ministero degli Affari Esteri, dove si trova ancora. È uno degli edifici più grandi d'Italia, con una superficie di parecchie centinaia di migliaia di metri cubi, e conserva una notevole collezione d'arte contemporanea.
Il Ponte Duca d'Aosta, che collega il Foro Italico alla riva sinistra, è del 1939 e ha quattro grandi rilievi che celebrano la Terza Armata nella Prima guerra mondiale. Insieme, ponte, obelisco, stadio e ministero compongono l'unico asse monumentale novecentesco compiuto di Roma, e Monte Mario ne è il fondale naturale.
Come si arriva a Villa Mazzanti
L'accesso è da via Gomenizza, nel tratto che sale verso il crinale a partire dalla zona che sta sopra il Foro Italico. È un indirizzo che non tutti i tassisti riconoscono al primo colpo, quindi conviene arrivarci sapendo che cosa si sta cercando.
A piedi, che è il modo giusto
Il mio consiglio, per chi ha gambe e mezz'ora di tempo, è di salire a piedi partendo dal lungotevere. Si attraversa il Ponte Duca d'Aosta, si costeggia il Foro Italico e si comincia a salire. Il dislivello è reale, un centinaio di metri, ma la salita è graduale e regala una successione di scorci sulla città che nessun mezzo pubblico può offrire. È anche il modo in cui questa collina è stata percorsa per secoli: chi arrivava a Roma dalla Francigena la saliva a piedi o a dorso di mulo.
Con i mezzi
Il quadrante è servito dalle linee di superficie che risalgono dalla zona Mazzini e da piazzale Clodio verso Monte Mario e la Balduina. La stazione ferroviaria di riferimento per la parte alta della collina è quella di Monte Mario, sulla linea urbana che collega il quadrante nord-ovest; la metropolitana più vicina è la linea A alla fermata Ottaviano, da cui però serve un cambio. Le corse e i percorsi cambiano nel tempo, quindi conviene verificare gli itinerari aggiornati il giorno stesso.
In auto e in bicicletta
In auto la salita è comoda ma il parcheggio nella parte alta è quello che è: strade strette, residenti, e un tratto di via Gomenizza che non perdona le manovre azzardate. In bicicletta la salita è impegnativa ma non proibitiva; con una pedalata assistita diventa una passeggiata, e la discesa verso il Tevere è uno dei pochi tratti di Roma dove si può davvero godere di un dislivello.
Il numero utile
Il riferimento telefonico associato alla sede è il numero dell'ente, +39 06 354 0531. Vale per informazioni di carattere generale sulle riserve e sulle iniziative; per una visita specifica al parco conviene sempre chiedere prima, perché una parte dell'area è pertinenza di uffici pubblici e non un giardino ad accesso libero come Villa Borghese.
Le stagioni a Villa Mazzanti
Un bosco urbano non è mai lo stesso posto due volte, e Villa Mazzanti cambia carattere quattro volte l'anno in modo abbastanza netto da giustificare quattro visite.
La primavera
Tra marzo e maggio il sottobosco si accende. Fioriscono il ciclamino primaverile, la scilla, l'anemone dei boschi nelle zone più fresche; nelle radure aperte compaiono le orchidee spontanee, che a Roma sono più numerose di quanto la gente immagini: Ophrys con i loro fiori che imitano gli insetti impollinatori, Orchis, Serapias. Gli uccelli cantano dall'alba, i migratori tornano, e l'aria ha una limpidezza che d'estate non tornerà.
È anche il periodo in cui il bosco è più fragile: la nidificazione è in corso, e uscire dai sentieri significa disturbare covate che si trovano a terra o nei cespugli bassi. Questo è il momento in cui le regole di un'area protetta smettono di essere burocrazia e diventano buon senso.
L'estate
Da giugno a settembre il valore di Villa Mazzanti è termico prima ancora che paesaggistico. Sotto la lecceta si stanno anche otto o dieci gradi meno che sull'asfalto di viale Angelico, e chi ha provato un pomeriggio romano di luglio sa che cosa significhi. Il bosco è silenzioso, le cicale coprono tutto, il panorama si perde nella foschia. È la stagione peggiore per fotografare la città e la migliore per starci dentro.
È anche la stagione del rischio incendio, che su un crinale asciutto e ventoso è un pericolo serissimo e ricorrente. La cronaca romana registra ogni estate roghi sulle pendici di Monte Mario, spesso di origine dolosa o colposa. Non serve dire che accendere alcunché quassù è vietato e insensato.
L'autunno
Ottobre e novembre sono, secondo me, il momento migliore in assoluto. Le prime perturbazioni ripuliscono l'aria, la temperatura è perfetta per camminare, il bosco misto si colora perché accanto ai sempreverdi ci sono roverelle e ornielli che ingialliscono. È il periodo dei funghi e delle ghiande, e quindi dei cinghiali, degli istrici e delle ghiandaie che le seppelliscono ovunque contribuendo, senza saperlo, a piantare il bosco di domani.
L'inverno
Con la tramontana l'aria diventa vetro. Sono le giornate in cui da Monte Mario si vedono i Simbruini innevati, il profilo del Soratte a nord, i Castelli a sud-est, e la città in un dettaglio che d'estate non esiste. Fa freddo e c'è vento, ma per chi cerca la vista non c'è confronto. Il bosco di leccio, essendo sempreverde, resta pieno anche a gennaio: è una delle poche passeggiate romane che d'inverno non dà l'impressione di attraversare uno scheletro.
Educazione ambientale: che cosa si fa a Villa Mazzanti
Una parte cospicua dell'attività che parte da questa sede riguarda le scuole. È il capitolo meno visibile e più importante di tutta la vicenda.
Le classi nel bosco
Le riserve del sistema ospitano ogni anno migliaia di studenti in percorsi guidati: riconoscimento delle specie arboree, osservazione della fauna, lettura del paesaggio agrario, laboratori sul suolo e sull'acqua. Chi ha accompagnato una classe di terza elementare in una lecceta sa che l'effetto non è didattico ma antropologico: molti di quei bambini non hanno mai camminato in un bosco, e la prima reazione è quasi sempre il silenzio.
Cittadinanza ambientale
Oltre alle scuole ci sono le iniziative rivolte ai cittadini: passeggiate guidate, giornate di volontariato per la pulizia, censimenti partecipati della fauna, incontri divulgativi. Roma ha una tradizione associativa ambientale robusta, fatta di comitati di quartiere, gruppi di escursionisti, associazioni naturalistiche nazionali con sezioni locali. Molta della manutenzione ordinaria e della sorveglianza informale dei parchi urbani romani, va detto con franchezza, è opera di volontari.
Il problema dei numeri
Vale la pena essere onesti: gestire quindicimila ettari con le risorse di un ente pubblico italiano è un esercizio di aritmetica difficile. Il rapporto tra personale disponibile e superficie da presidiare è tale che la vigilanza capillare è materialmente impossibile. Chi frequenta le riserve romane conosce i sintomi: discariche abusive nei fossi, motocross fuori pista, cani liberi in zone di nidificazione, recinzioni abusive. Non è cattiva volontà: è una sproporzione strutturale, e sapere questo aiuta a comportarsi meglio quando si è dentro.
I sentieri della Riserva di Monte Mario intorno a Villa Mazzanti
La riserva è percorribile, con qualche cautela e qualche attenzione alla segnaletica, lungo una rete di sentieri che collegano gli accessi urbani al crinale.
La logica dei percorsi
Trattandosi di un crinale, la topografia è semplice da leggere: ci sono i sentieri di quota, che corrono lungo la cresta con dislivelli minimi e offrono i panorami, e i sentieri di versante, che salgono o scendono con pendenze anche notevoli collegando la quota alta agli ingressi dalla città. Un giro sensato combina i due: si sale da un versante, si percorre il crinale, si scende dall'altro.
Che cosa serve
Scarpe chiuse con suola scolpita, sempre: i sentieri argillosi dopo la pioggia sono scivolosissimi, e la parola "argilla" in questo contesto non è un dettaglio botanico ma un avvertimento. Acqua, perché fontanelle affidabili lungo i percorsi non se ne trovano ovunque. Cappello d'estate. E, se ci si muove nelle ore serali, una torcia: il crepuscolo sotto la lecceta arriva prima che in città.
Le regole non negoziabili
Non si esce dai sentieri tracciati, non si raccoglie nulla — piante, fiori, funghi, fossili — non si accendono fuochi, non si abbandonano rifiuti, i cani vanno tenuti al guinzaglio. Sono regole che in un'area protetta hanno valore normativo e non solo di galateo. Aggiungo una regola mia: non si mette la musica. Il suono di una lecceta al tramonto è uno dei patrimoni meno tutelati di questa città.
Il cinghiale, la volpe e gli altri: fauna urbana a Villa Mazzanti
Nessuna conversazione sulle aree protette romane dura più di dieci minuti senza arrivare al cinghiale. Tanto vale affrontarlo di petto.
Perché sono tanti
Il cinghiale, Sus scrofa, è tornato in tutta Europa negli ultimi decenni per una convergenza di fattori: abbandono delle campagne e conseguente riespansione del bosco, assenza di grandi predatori naturali su gran parte del territorio, inverni più miti, e una capacità riproduttiva impressionante — una femmina può fare più cucciolate in condizioni favorevoli. A Roma si aggiunge un fattore locale decisivo: la disponibilità di cibo facile ai margini urbani, cioè i rifiuti.
I branchi che scendono dai boschi periurbani verso i cassonetti non sono un fenomeno naturale: sono un fenomeno gestionale. Un cinghiale che trova ogni notte cento chili di scarti alimentari a duecento metri dal bosco non ha alcun motivo di restare nel bosco, e insegna il percorso ai suoi piccoli. La soluzione, per quanto poco spettacolare, comincia dalla chiusura dei contenitori.
Come comportarsi se se ne incontra uno
Con calma. Non si corre, non si urla, non si fotografa da vicino, non si dà da mangiare mai in nessuna circostanza. Ci si allontana lentamente mantenendo la distanza e lasciando sempre una via di fuga all'animale, che nella stragrande maggioranza dei casi vuole solo evitare noi. La situazione pericolosa è una sola: femmina con piccoli, cane libero, spazio stretto. Da cui l'ennesima ragione del guinzaglio.
Le altre presenze
La volpe romana è ormai un animale semi-urbano, avvistabile all'alba lungo le strade di quartiere; l'istrice, il più grande roditore europeo, lascia tracce inconfondibili; i pipistrelli escono al crepuscolo e sono i migliori alleati contro le zanzare che questa città possieda. Tra gli uccelli, oltre ai già citati, vale la pena tenere d'occhio il gruccione nelle radure a primavera inoltrata — è probabilmente l'uccello più colorato d'Italia — e ascoltare l'allocco nelle sere d'inverno, il cui verso è quello che tutti crediamo essere "il gufo".
La via Trionfale, la Francigena e i pellegrini sopra Villa Mazzanti
Il crinale che ospita Villa Mazzanti è attraversato da una delle strade più antiche del territorio romano e da uno dei grandi itinerari devozionali d'Europa. È una sovrapposizione che merita di essere sciolta.
La via Trionfale antica
La Trionfale è una strada di origine molto antica, che dall'area vaticana risaliva verso nord in direzione di Veio e del territorio etrusco. Il nome si collega alla tradizione dei trionfi: sarebbe la via lungo la quale rientravano i generali vittoriosi provenienti da nord, prima di attraversare il fiume e percorrere il tragitto cerimoniale fino al Campidoglio. È una strada di crinale, come quasi tutte le vie più antiche, perché i crinali sono asciutti, difendibili e liberi da guadi.
La Francigena e l'ultimo miglio
Nel Medioevo lo stesso crinale diventa uno dei tracciati dell'arrivo a Roma per i pellegrini del nord. L'itinerario che l'arcivescovo Sigerico di Canterbury descrisse al ritorno dal suo viaggio a Roma nel 990, tappa per tappa, è la spina dorsale di quella che oggi chiamiamo via Francigena. Le ultime tappe scendono dalla Tuscia verso Roma, e l'ingresso in città avviene proprio da questo quadrante.
Il momento della prima vista è, come dicevo, all'origine del nome Mons Gaudii. Oggi la Francigena è un cammino segnalato e frequentato, con migliaia di persone che ogni anno percorrono almeno l'ultimo tratto. Chi arriva a piedi da nord attraversa ancora questi luoghi, ed è una delle poche continuità autentiche tra la Roma medievale e quella contemporanea.
La croce sul monte
Sul crinale si trovano segni devozionali di varie epoche, croci e cappelle che marcano il punto della prima vista o della sosta. È una tradizione europea diffusissima: ovunque una strada di pellegrinaggio raggiunga il punto da cui si scorge la meta, si trova un segno. A Santiago è il Monte do Gozo; a Gerusalemme il Monte Scopus; a Roma, questo crinale.
Il Tevere visto da Villa Mazzanti
Dalla collina il fiume si legge come su una carta, e questa è l'occasione per raccontare che cosa sia davvero il Tevere in questo tratto.
L'ansa e la piena
Il Tevere entra in città da nord e compie una serie di anse ampie prima di stringersi nel centro storico. Ai piedi di Monte Mario il fiume corre già incassato tra i muraglioni, le imponenti opere di arginatura realizzate dopo la disastrosa piena del dicembre 1870 — pochi mesi dopo la breccia di Porta Pia, quasi un battesimo per la nuova capitale — che sommerse gran parte del centro. I muraglioni salvarono la città dalle inondazioni e le tolsero il rapporto quotidiano con il suo fiume: è uno dei grandi compromessi urbanistici della Roma moderna, e se ne discute ancora.
Il fiume come corridoio ecologico
Nonostante tutto, il Tevere urbano resta un corridoio biologico di prima importanza. Lungo le sponde si osservano aironi cenerini, garzette, cormorani, martin pescatori, gabbiani reali che ormai nidificano sui tetti del centro. La vegetazione ripariale, dove sopravvive, ospita comunità intere. Chi guarda dall'alto da Monte Mario vede quello che dal lungotevere è invisibile: che il fiume è una linea verde continua che attraversa il grigio.
La foschia e la luce
Una nota pratica per chi osserva. Nelle giornate umide il fondovalle del Tevere trattiene la foschia, che al mattino presto forma una fascia bassa da cui emergono le cupole. È lo spettacolo che ha reso celebri le vedute romane di Corot e dei paesisti dell'Ottocento, e da Monte Mario si vede ancora, identico, nelle mattine giuste di ottobre e novembre.
Che cosa vedere nei dintorni di Villa Mazzanti
Villa Mazzanti da sola non riempie una giornata. Inserita in un itinerario, la riempie benissimo. Ecco come lo costruirei io.
La mattina: il crinale
Partenza dal Foro Italico, salita a piedi lungo il versante, arrivo nell'area di Villa Mazzanti, proseguimento sul crinale verso la sommità della riserva e l'area dell'osservatorio. Se ci sono aperture del museo astronomico in calendario, è il momento di sfruttarle. Tempo indicativo: due o tre ore con calma.
Il pomeriggio: la discesa
Discesa verso il Parco del Pineto sull'altro versante, attraversamento della valle, uscita verso Valle Aurelia. Da lì la metropolitana riporta al centro in dieci minuti. In alternativa, discesa verso il Vaticano: dalla parte bassa del crinale si arriva a piedi in mezz'ora scarsa a piazza Risorgimento, e chi ha ancora energie può chiudere la giornata sotto il colonnato del Bernini.
Le varianti
Chi ha una giornata piena e voglia di camminare può proseguire verso nord fino all'Insugherata, dove la campagna diventa vera. Chi invece preferisce il registro urbano può scendere verso il quartiere Della Vittoria e Prati, con la sua architettura umbertina e i suoi caffè storici. Chi ha bambini troverà nel Pineto gli spazi aperti e i prati che a Monte Mario, boscoso e in pendenza, scarseggiano.
Un avvertimento sulle aspettative
Lo ripeto perché è la cosa più utile che posso dire: Villa Mazzanti non è una attrazione con biglietteria, percorso e bookshop. È una sede istituzionale dentro un parco dentro una riserva. Chi ci arriva pensando di visitare gli interni di una villa storica resterà deluso; chi ci arriva per capire come Roma amministra la propria natura, e per camminare in un bosco a venti minuti da San Pietro, tornerà a casa contento.
Le altre ville di Monte Mario attorno a Villa Mazzanti
Il crinale non ospita solo Villa Mazzanti. Nel corso dei secoli si è riempito di proprietà di ogni scala, e conoscerle aiuta a collocare la nostra villa nel suo contesto sociale.
Villa Mellini e la sommità
Ne ho già parlato: è la villa che ha dato il nome alla collina e che oggi ospita l'osservatorio. Occupa il punto più alto, che nella logica delle proprietà di crinale è sempre il più prestigioso, perché domina tutto.
Villa Miani e la stagione degli eventi
Sul versante che guarda la città si trova Villa Miani, oggi nota soprattutto come sede di ricevimenti e congressi. È l'esempio di una terza via nella sopravvivenza delle ville storiche romane, accanto alla lottizzazione e all'acquisizione pubblica: la riconversione a struttura per eventi. Discutibile quanto si vuole, ma ha salvato parecchi edifici e parecchi parchi che altrimenti sarebbero diventati palazzine.
Lo Zodiaco e il piazzale del panorama
Il belvedere più frequentato del crinale è quello che i romani chiamano semplicemente lo Zodiaco, dal nome del locale storico che vi si affaccia. È il punto in cui la generazione dei genitori portava i fidanzati a guardare la città di notte, e la cosa continua imperterrita. Non è dentro la riserva ed è un contesto molto più urbano di Villa Mazzanti, ma la vista è la stessa e l'accesso è più semplice.
Le proprietà sanitarie e conventuali
Il crinale ospita inoltre cliniche, case di cura e istituti religiosi che occupano ex ville e conventi. È un tratto tipico delle colline romane periferiche: l'aria buona e la distanza dal centro ne fecero, tra Otto e Novecento, la sede naturale di sanatori, ospedali e comunità religiose. Molte delle aree verdi residue di Monte Mario devono la propria sopravvivenza esattamente a questi recinti.
Villa Mazzanti e il paradosso della Roma verde
C'è un dato che vale la pena mettere sul tavolo, perché contiene tutta la ragion d'essere dell'ente che ha sede in questa villa.
La capitale più verde d'Europa, sulla carta
Il Comune di Roma è, per estensione, uno dei più grandi d'Europa: oltre milleduecento chilometri quadrati, più di Milano, Torino, Napoli, Firenze, Bologna, Bari, Genova, Palermo e Catania messi insieme. Di questa superficie, una quota molto rilevante non è urbanizzata. Sommando riserve, parchi, tenute agricole, aree archeologiche e agro residuo, Roma risulta sulla carta la capitale con la maggiore superficie verde d'Europa in valore assoluto.
Perché il dato è ingannevole
Perché il verde pro capite effettivamente fruibile è tutt'altra cosa. Un conto è possedere quindicimila ettari di riserve; un altro è che siano raggiungibili, segnalati, sicuri, manutenuti, dotati di servizi e conosciuti. La distanza tra il verde catastale e il verde vissuto è il problema centrale della politica ambientale romana degli ultimi trent'anni, ed è esattamente il problema su cui si lavora dentro Villa Mazzanti.
Che cosa cambierebbe la partita
Continuità dei percorsi, per cominciare: la corona verde è frammentata da strade, recinzioni e proprietà, e ricucirla richiede servitù, passaggi, sottopassi faunistici. Poi accessibilità dai quartieri, perché una riserva a cui si arriva solo in auto è una riserva per pochi. Poi presidio, perché un'area frequentata è un'area protetta di fatto: il modo più efficace per difendere un bosco urbano è riempirlo di persone che ci camminano. È la ragione per cui scrivere di Villa Mazzanti non è un esercizio d'archivio ma, molto concretamente, un contributo alla sua conservazione.
Villa Mazzanti come porta di lettura del paesaggio romano
Voglio chiudere la parte descrittiva con l'idea che secondo me giustifica la salita più di ogni altra.
Tre paesaggi in un colpo d'occhio
Da questa collina si vedono contemporaneamente tre Rome che di solito si studiano separate. La Roma antica e papale, riassunta nella cupola di San Pietro e nel profilo del centro storico. La Roma del Novecento monumentale, con il Foro Italico, l'obelisco, la Farnesina e il ponte. E la Roma della crescita novecentesca, con i quartieri residenziali che risalgono i versanti e si fermano, letteralmente, dove comincia il bosco.
La linea dove la città si ferma
Quella linea è la cosa più istruttiva del panorama. Non è naturale: è amministrativa. Il bosco finisce dove finisce il vincolo, e comincia il costruito dove il vincolo non c'era o è arrivato tardi. Chi guarda Monte Mario dall'alto sta guardando la mappa di un secolo di decisioni pubbliche, buone e cattive. È il genere di lettura che rende una passeggiata un'educazione.
Perché tornarci
Perché cambia. Un monumento resta uguale; un bosco urbano no. Cambia con le stagioni, cambia con la manutenzione, cambia con la pressione della città. Villa Mazzanti è uno di quei posti che si visitano più volte nella vita e che ogni volta raccontano qualcosa di diverso su chi siamo diventati nel frattempo.
Una curiosità su Villa Mazzanti
La curiosità che preferisco riguarda il terreno su cui poggia. Sotto il parco di Villa Mazzanti, sotto i lecci e i cipressi e le agavi, c'è il fondo di un mare. Le argille azzurre di Monte Mario sono sedimenti marini del Pliocene e del Pleistocene inferiore, depositati quando l'area dell'attuale Roma era coperta d'acqua salata, tra circa tre milioni e un milione e mezzo di anni fa. Dentro quelle argille ci sono conchiglie, ricci, coralli, gusci di foraminiferi microscopici in quantità industriale.
Non è un dettaglio da museo: è il motivo per cui questa collina è entrata nella letteratura geologica internazionale come sezione di riferimento, citata nei manuali e visitata da generazioni di studiosi. Nell'Ottocento e nel primo Novecento i naturalisti salivano quassù con martello e sacchetti di tela, e le loro raccolte sono finite nelle collezioni paleontologiche italiane. Immaginate la scena: un professore in redingote che raccoglie conchiglie fossili a mezz'ora di carrozza da Piazza Venezia.
La cosa buffa, e vagamente vertiginosa, è la sovrapposizione dei tempi. In un raggio di poche centinaia di metri si trovano un fondale marino di tre milioni di anni fa, una strada di crinale di età etrusco-romana, una villa rinascimentale progettata da Raffaello, un forte ottocentesco, un osservatorio astronomico degli anni Trenta, uno stadio dove gioca la Serie A e gli uffici di un ente ambientale del ventunesimo secolo. Non conosco molti luoghi al mondo che impilino sette ordini di grandezza temporali in così poco spazio, e Villa Mazzanti sta esattamente al centro della pila.
Una cosa che non ti dice nessuno su Villa Mazzanti
Non è un parco pubblico. Questa è l'informazione che manca in nove descrizioni su dieci e che genera la maggior parte delle delusioni.
Villa Mazzanti è la sede operativa di un ente pubblico. Il casino nobile ospita uffici, e attorno c'è un parco che è pertinenza di quegli uffici e che ricade nel perimetro della Riserva Naturale di Monte Mario. Non ha un ingresso con tornelli e orari da giardino comunale, non ha un percorso di visita, non ha una biglietteria. L'accesso è legato all'attività dell'ente: appuntamenti, iniziative, giornate aperte, attività didattiche, eventi di educazione ambientale. Chi si presenta a caso, di domenica pomeriggio, aspettandosi Villa Borghese, può trovare un cancello e nessuno a cui chiedere.
Il modo giusto di affrontarla, quindi, è capovolgere l'approccio: non "vado a visitare Villa Mazzanti", ma "vado a camminare nella Riserva di Monte Mario, e Villa Mazzanti è il suo centro amministrativo e il suo punto di riferimento". La riserva è liberamente percorribile lungo i sentieri, il crinale è pubblico, il panorama non chiede permesso. La villa è il cervello dell'operazione, non l'attrazione.
Aggiungo il corollario pratico: se avete un interesse specifico — una visita didattica, un progetto di volontariato, una richiesta di informazioni su una delle riserve del sistema, una domanda tecnica su un'area protetta — questo è il posto giusto, e un contatto preventivo risolve tutto. Se invece cercate un prato dove stendere una coperta, il Parco del Pineto a poche centinaia di metri fa molto meglio al caso vostro, e nessuno vi guarderà male.
Il consiglio che ti do per visitare Villa Mazzanti
Il consiglio è uno solo e riguarda l'orario: andateci nell'ora e mezza che precede il tramonto, e andateci in una giornata di tramontana, tra ottobre e marzo. Tutto il resto è secondario.
La ragione è tecnica prima che romantica. Monte Mario guarda a est e a sud-est: significa che il sole al tramonto sta alle vostre spalle e illumina frontalmente la città che avete davanti. È la condizione di luce migliore possibile, quella che i fotografi chiamano luce radente frontale: i volumi si staccano, le ombre lunghe disegnano i rilievi, la cupola di San Pietro prende un colore che a mezzogiorno non esiste. Con la tramontana l'aria è priva di foschia e la profondità di campo arriva ai monti. In estate, con la calura e l'umidità, la stessa vista è una macchia grigia indistinta.
Il secondo consiglio è di salire a piedi dal basso. Prendete il lungotevere all'altezza del Ponte Duca d'Aosta, attraversate, costeggiate il Foro Italico e cominciate a salire. Sono venti o trenta minuti di dislivello progressivo, e servono a due cose: a capire fisicamente che cosa significhi che Monte Mario è la maggiore altura urbana di Roma, e a costruire la vista per gradi invece di riceverla tutta insieme da un parcheggio. È esattamente il modo in cui questa collina è stata salita per mille anni dai pellegrini, e la sorpresa finale funziona meglio se te la sei guadagnata.
Terzo, e me ne assumo la responsabilità: portate scarpe vere. I sentieri della riserva sono argillosi, e l'argilla bagnata di Monte Mario ha la stessa aderenza del sapone. Ho visto persone in mocassini scendere il versante con una dignità che non auguro a nessuno.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Monte Mario si chiami così per Mario Mellini, e non per Gaio Mario, è scritto in ogni testo serio sulla toponomastica romana. Eppure provate a chiederlo in giro: nove persone su dieci vi diranno che la collina è dedicata al console che riformò l'esercito romano e sconfisse Cimbri e Teutoni. È l'errore più elegante della toponomastica cittadina, perché è verosimile: Roma è piena di luoghi che portano nomi di personaggi repubblicani, e Gaio Mario è abbastanza famoso da candidarsi naturalmente.
Invece no. Il nome si consolida nel Quattrocento e viene da una famiglia romana, i Mellini, che qui avevano proprietà estese e che edificarono la villa poi passata all'osservatorio astronomico. Un cognome di famiglia patrizia, non un console. Prima ancora, nel Medioevo, la collina era il Mons Malus, il monte cattivo, e per i pellegrini il Mons Gaudii, il monte della gioia. Tre nomi, tre epoche, tre modi completamente diversi di guardare la stessa altura: sfavorevole per chi ci doveva passare di notte, gloriosa per chi vi vedeva Roma per la prima volta, patrimoniale per chi ci comprò la terra.
C'è un secondo fatto della stessa famiglia, altrettanto noto e altrettanto poco citato: Monte Mario non è l'ottavo colle di Roma. Non lo è per ragioni geologiche — i sette colli sono speroni di tufo sulla riva sinistra, Monte Mario è un rilievo di sedimenti marini sulla riva destra — e non lo è per ragioni storiche, perché stava fuori dal perimetro urbano antico. La riva destra, con il Gianicolo e il Vaticano, è un'altra Roma, ed è utile ricordarlo mentre si sta a Villa Mazzanti guardando i sette colli dall'esterno, come li guardava chi arrivava.
La foto giusta da fare a Villa Mazzanti
La foto giusta non è il panorama a campo largo. Quello lo fanno tutti, viene sempre uguale e non regge il confronto con le cartoline. La foto giusta è un'altra, ed è una foto di contrasto.
Mettetevi sul bordo del bosco, in un punto in cui i rami dei lecci arrivano a incorniciare l'apertura verso valle. Usate il fogliame come cornice scura in primo piano — un ramo che entra dall'alto, un tronco che chiude un lato — e lasciate che la città stia nel buco di luce al centro. Se riuscite a inquadrare la cupola di San Pietro dentro quella cornice vegetale, avete la fotografia che riassume tutta la vicenda di questo posto: il bosco che sopravvive e la città che preme, uno dentro l'altra, nella stessa immagine.
Tecnicamente serve un'esposizione misurata sulle luci della città, accettando che il fogliame vada in silhouette scura. Se esponete sul bosco, il cielo brucia e la città sparisce. Chi ha un telefono recente può usare il ritratto o l'HDR, ma il risultato più elegante si ottiene lasciando la cornice quasi nera. L'ora migliore è, di nuovo, quella prima del tramonto; la seconda migliore è l'alba di una mattina umida d'autunno, quando la foschia sale dal Tevere e le cupole galleggiano.
Una seconda foto che consiglio, molto meno ovvia: la corteccia. Un leccio adulto ha una corteccia grigio-scura, screpolata in placchette piccole e regolari, che con la luce radente diventa una texture straordinaria. È il genere di immagine che nessuno scatta e che, riguardata a distanza di mesi, riporta l'odore del posto molto più di un panorama. Aggiungeteci, se ci riuscite, il baccello pendulo di una catalpa d'inverno: sembra un'incisione giapponese e nessuno indovinerà mai che è Roma.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La collina che ospita Villa Mazzanti è stata più volte, nel corso dei secoli, il luogo da cui si è deciso il destino della città sottostante. Non per vocazione, ma per geografia: chi tiene l'altura tiene Roma da nord.
Il primo grande episodio è il più celebre della storia romana tardoantica e si consumò a poca distanza, ai piedi del crinale. Nel 312 dopo Cristo, presso il Ponte Milvio, Costantino sconfisse Massenzio in una battaglia che cambiò la storia religiosa d'Europa. Le truppe manovrarono nella piana e sulle pendici di questo settore, e l'esito — la morte di Massenzio nel fiume, l'ingresso di Costantino in città — aprì la strada all'editto di Milano dell'anno successivo. Ogni volta che da Monte Mario si guarda in giù verso l'ansa del Tevere, si guarda il teatro di quello scontro.
Il secondo episodio è del 1527, ed è il più doloroso. Le truppe imperiali di Carlo V, in gran parte lanzichenecchi, si accamparono sulle pendici settentrionali e sul crinale prima di sferrare l'assalto alle mura vaticane il 6 maggio. Da qui partì il Sacco di Roma, la catastrofe che chiuse il Rinascimento romano: mesi di saccheggio, migliaia di morti, opere d'arte disperse, papa Clemente VII assediato in Castel Sant'Angelo. Villa Madama, poco sotto, fu incendiata in quell'occasione e non fu mai completata. Chi cammina oggi in questo bosco cammina su un campo di sosta di quell'esercito.
Il terzo è la stagione post-unitaria. Dopo il 1870 il crinale entra nel sistema difensivo della nuova capitale con la costruzione del campo trincerato e del Forte Braschi, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta dell'Ottocento. Nel Novecento arrivano il Foro Italico ai piedi della collina, negli anni Trenta, e l'osservatorio astronomico sulla sommità, nella stessa stagione. Infine, alla fine degli anni Novanta, l'istituzione del sistema regionale delle aree protette del Comune di Roma e la nascita dell'ente che ha sede proprio qui: l'ultimo atto, in ordine di tempo, di una storia in cui questa collina è stata volta a volta frontiera, accampamento, fortificazione, osservatorio e riserva.
Chi è passato da Villa Mazzanti
Bisogna essere onesti sulla scala: Villa Mazzanti in quanto edificio non è stata la residenza di personaggi celebri, e chi vi cercasse una lista di ospiti illustri resterebbe a mani vuote. Il crinale su cui sorge, però, è un'altra faccenda, perché per secoli è stato l'ultimo tratto della strada per Roma, e da lì è passato praticamente chiunque sia arrivato in città da nord.
Ci sono passati i pellegrini medievali, a decine di migliaia, lungo l'itinerario che oggi chiamiamo via Francigena e che l'arcivescovo Sigerico di Canterbury descrisse tappa per tappa nel 990, al ritorno dal suo viaggio a Roma. Ci sono passati i viaggiatori del Grand Tour: chi giungeva dalla Cassia e dalla Storta valicava questo settore e riceveva la prima vista della città, un momento che i diari di viaggio dei secoli XVII, XVIII e XIX descrivono con una intensità quasi religiosa anche quando l'autore era un illuminista scettico. Montaigne, Goethe, Stendhal, Chateaubriand, Dickens: tutti hanno lasciato pagine sull'arrivo a Roma da nord, e tutti hanno attraversato questo quadrante.
Ci sono passati gli eserciti, come ho raccontato: quelli di Costantino e Massenzio nel 312, i lanzichenecchi nel 1527, e nei secoli intermedi ogni forza militare che abbia puntato su Roma dal settentrione. Ci sono passati, in senso figurato ma non troppo, gli architetti del Rinascimento: Raffaello progettò poco sotto Villa Madama, e Antonio da Sangallo il Giovane e Giulio Romano ne proseguirono il cantiere, con Giovanni da Udine agli stucchi. Sono nomi che appartengono alla collina anche se non a questa villa.
E ci sono passati, in tempi vicini a noi, gli astronomi. L'osservatorio sulla sommità ha ospitato generazioni di studiosi italiani, e le collezioni copernicane conservate quassù raccontano un pezzo di storia della scienza europea. Aggiungo, senza ironia, la categoria che frequenta questi luoghi oggi e che merita di stare nell'elenco: i funzionari, i tecnici, i guardiaparco e i volontari che dal casino nobile di Villa Mazzanti amministrano quindicimila ettari di natura protetta. Non finiranno nei manuali, ma sono loro che decidono se tra cinquant'anni questo bosco ci sarà ancora.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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