Fontana di Muro

Fontana di Muro: dove si trova davvero

Comincio da dove comincio sempre quando accompagno qualcuno da queste parti, cioè da una precisazione geografica, perché il nome trae in inganno più o meno tutti. Fontana di Muro non sta a Roma, non sta nei Castelli e non è una fontana monumentale con conchiglie di travertino e delfini di marmo. Fontana di Muro è una sorgente, e sta in località Gricilli, nel territorio comunale di Pontinia, provincia di Latina, nella zona che qui chiamano dei laghi: i Laghi dei Gricilli e, poco più in là, i Laghi del Vescovo. Siamo nella pianura pontina, ai piedi dell'ultima gradinata dei Monti Lepini, a una quota che sfiora appena i venti metri sul livello del mare, in un punto in cui la montagna calcarea finisce e la pianura comincia con una brusca cesura.

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Questa collocazione spiega tutto il resto. Fontana di Muro non è un capriccio idraulico né un'opera d'arte: è il punto in cui l'acqua che è entrata nella montagna decine di chilometri più a monte torna fuori. Sgorga limpidissima in un laghetto piccolo, dai bordi vegetati, con quel colore che oscilla tra il verde smeraldo e l'azzurro pallido a seconda di come batte la luce, e con la temperatura pressoché costante tutto l'anno che è la firma inconfondibile delle acque di risorgiva. Chi ci arriva per caso, magari sbagliando strada tra le migliare della bonifica, resta interdetto: ci si aspetta un abbeveratoio di paese e ci si trova davanti una piccola oasi.

La scheda di questa proposta la classifica tra le riserve naturali, ed è una classificazione che rende ragione della sostanza più che della lettera. Fontana di Muro non è una riserva istituita con un decreto, è un ambiente umido di sorgente in un contesto agricolo intensivo, e proprio per questo va trattata con il rispetto che si deve alle cose fragili. Nel resto di questa pagina proverò a raccontarla per quello che è: un punto d'acqua minuto dentro un paesaggio enorme, che si capisce soltanto se si capisce il paesaggio.

L'indirizzo e le coordinate di Fontana di Muro

L'indirizzo amministrativo è essenziale: 04014 Pontinia, in provincia di Latina, località Gricilli. Le coordinate collocano il punto attorno a 41,448 di latitudine nord e 13,136 di longitudine est, il che significa, per chi ha in mano una carta, l'area compresa tra il piede dei Lepini e la prima fascia della pianura bonificata, a nord-est del centro urbano di Pontinia e a sud-ovest dell'abitato di Sezze. È una di quelle zone in cui il navigatore satellitare fa danni: le strade rurali cambiano nome ogni chilometro, molte sono private, e la segnaletica è quello che è.

Il consiglio pratico, che ripeterò più avanti in forma più distesa, è di ragionare per capisaldi visibili e non per indirizzi: la statale, la stazione ferroviaria di Sezze Romano, il piede della montagna, la linea dei canali. Fontana di Muro si trova con gli occhi molto meglio che con lo schermo del telefono.

Perché Fontana di Muro non è dove ve la immaginate

C'è un equivoco ricorrente che vale la pena di sciogliere subito. Nel Lazio esistono almeno tre o quattro toponimi simili, e nella toponomastica dei borghi appenninici la formula "fontana di" seguita da un nome è frequentissima. Chi cerca Fontana di Muro pensando a un monumento urbano si troverà davanti dei campi coltivati, dei fossi, delle bufale e una linea di montagne. Chi ci arriva sapendo che cerca una sorgente, invece, trova esattamente quello che cerca, e quasi sempre lo trova più bello di come se lo aspettava.

Il secondo equivoco riguarda la scala. Non siamo davanti a un lago vero e proprio: siamo davanti a uno specchio d'acqua che si gira intorno in pochi minuti. La cosa notevole non è la dimensione, è la qualità: la trasparenza, il fondo visibile, il movimento appena percettibile della vena che spinge dal basso, le alghe verdi che ondeggiano nella corrente come capelli.

Il nome: che cosa significa Fontana di Muro

Il nome merita due parole, perché è il primo documento che abbiamo di questo posto. "Fontana", nella toponomastica del Lazio meridionale come in mezza Italia centrale, non significa fontana in senso architettonico: significa fonte, sorgente, vena d'acqua che esce dalla terra. È l'uso latino di fontana aqua, l'acqua di fonte, che nei volgari medievali diventa sostantivo autonomo e prende il posto del più antico fons. Quando in un catasto ottocentesco della zona lepina si legge "Fontana" seguito da un determinante, quasi sempre si sta parlando di una polla, non di una vasca costruita.

"Di Muro" è la parte interessante. Le letture plausibili sono due, e non si escludono a vicenda. La prima è descrittiva: la sorgente è o era arginata da un muro, cioè da una struttura in muratura che ne conteneva la vena, ne rialzava il livello e ne rendeva utilizzabile l'acqua per abbeverare, per lavare, per alimentare un fosso. Questa tipologia — la fonte incassata in una parete di pietra, con la bocca che getta e la vasca sottostante — è talmente diffusa nell'Italia centrale da avere un nome tecnico nella letteratura architettonica, "fontana a muro", e chiunque abbia camminato nei borghi dei Lepini ne ha viste a decine.

La seconda lettura è topografica. In questi paesaggi "muro" indica spesso non un manufatto ma una scarpata, un salto di quota netto, un fronte di roccia che si presenta appunto come un muro. Ai piedi dei Lepini la transizione fra il calcare e la pianura è brusca proprio così: la montagna finisce di colpo, e le sorgenti escono lungo quella linea. Chiamare "di muro" una fonte che nasce alla base di quella parete è la cosa più naturale del mondo.

La famiglia dei nomi d'acqua nell'Agro Pontino

Fontana di Muro non è un nome isolato: appartiene a una famiglia numerosa. Da queste parti l'acqua ha battezzato quasi tutto. Ci sono i Laghi del Vescovo, che portano nel nome la proprietà ecclesiastica di antica data; ci sono i Laghi dei Gricilli, che danno il nome all'intera località; ci sono le Mole, i Fontanili, le Sorgenti, i Fossi. Ci sono i grandi canali della bonifica, che hanno nomi da atto amministrativo — Canale delle Acque Alte, Canale delle Acque Medie, Linea Pio — e i piccoli fossi che hanno conservato i nomi dei contadini o dei santi.

Questa densità toponomastica non è folclore: è una carta idrogeologica scritta in volgare. In una pianura che per due millenni ha avuto come problema centrale l'acqua in eccesso e come risorsa centrale l'acqua pulita, ogni polla aveva un nome perché ogni polla aveva un valore. Fontana di Muro ha un nome per lo stesso motivo per cui in montagna hanno un nome i pascoli: perché serviva a qualcuno, e bisognava poterla nominare.

Come lo pronunciano qui

Piccola nota di colore che però è anche una nota di metodo. Se chiedete indicazioni ai Gricilli o a Pontinia, sentirete pronunce e forme diverse: qualcuno dirà semplicemente "la fontana", qualcuno "le fontane", qualcuno userà il nome del lago vicino. Non è confusione: è il modo in cui i toponimi vivono davvero, cioè per approssimazione utile. Il nome ufficiale di scheda, Fontana di Muro, è quello che trovate scritto; il nome parlato è quasi sempre più corto.

La geologia che spiega Fontana di Muro

Qui viene la parte che, secondo me, rende Fontana di Muro davvero interessante, molto più della sua estetica pur gradevole. Questa sorgente è il terminale visibile di una macchina idrogeologica enorme, e capire la macchina cambia completamente lo sguardo.

I Monti Lepini sono un massiccio carbonatico: calcari e dolomie di età mesozoica, depositati in ambiente di piattaforma carbonatica quando qui c'era un mare caldo e poco profondo, poi sollevati, piegati e fratturati dalla tettonica appenninica. Il calcare ha una proprietà decisiva: è solubile nell'acqua acidulata dall'anidride carbonica. La pioggia che cade sui Lepini, invece di scorrere in superficie formando torrenti, si infila nelle fratture, le allarga chimicamente nel corso di tempi lunghissimi e costruisce un reticolo sotterraneo di condotti, gallerie, pozzi e sifoni. È il carsismo, ed è la ragione per cui su queste montagne, che pure ricevono piogge abbondanti, i corsi d'acqua superficiali sono rari e i valloni sono asciutti per gran parte dell'anno.

L'acqua però non sparisce: scende, si accumula in un acquifero, e cerca l'uscita. La trova dove il calcare permeabile viene a contatto con terreni impermeabili — le argille e i depositi della pianura — oppure dove una faglia mette in comunicazione l'acquifero con la superficie. Quella linea di contatto corre lungo il bordo sud-occidentale dei Lepini, esattamente dove ci troviamo. Fontana di Muro, i Laghi dei Gricilli, i Laghi del Vescovo, le sorgenti di Ninfa più a nord: sono tutte bocche dello stesso sistema, punti diversi in cui la stessa montagna restituisce quello che ha bevuto.

Che cos'è una risorgiva e perché l'acqua è così limpida

La limpidezza dell'acqua di Fontana di Muro non è un caso e non è merito di nessuno: è una conseguenza fisica. L'acqua che esce da un acquifero carsico ha attraversato chilometri di roccia, e la roccia ha funzionato da filtro meccanico trattenendo le particelle in sospensione. Arriva quindi priva di torbidità, e priva di torbidità significa trasparente fino al fondo. Il colore verde-azzurro che si nota nelle giornate di sole non è un pigmento: è il modo in cui l'acqua pura, in uno spessore di qualche metro, assorbe selettivamente le lunghezze d'onda del rosso e restituisce il resto.

La seconda firma delle risorgive è la temperatura. L'acqua sotterranea tende ad assestarsi sulla temperatura media annua del luogo, e a uscire con quel valore in ogni stagione. Il risultato è che d'estate sembra gelida e d'inverno sembra tiepida, mentre in realtà è sempre più o meno la stessa. Se ci andate in una mattina di gennaio con l'aria che punge, capita di vedere il vapore alzarsi dallo specchio d'acqua: è la differenza di temperatura fra l'acqua e l'aria che si rende visibile. È uno degli spettacoli minori più belli di questa zona, e non lo trovate su nessuna cartolina.

La durezza, il carbonato e le incrostazioni

Terza firma: la chimica. L'acqua che ha sciolto calcare è ricca di bicarbonato di calcio. Quando riemerge e perde anidride carbonica, quel bicarbonato ridiventa carbonato e precipita. Sui bordi delle vene, sulle radici, sui rami caduti, si formano croste bianche o crema, ruvide al tatto: è travertino in formazione, la stessa roccia con cui è costruita mezza Roma. Nei punti in cui il fenomeno è particolarmente attivo si arriva a vere e proprie cascatelle pietrificate.

Vale la pena di fermarsi un attimo su questo, perché è un pensiero che a me diverte molto. Il travertino delle Acque Albule a Tivoli, quello con cui è fatto il rivestimento del Colosseo, nasce da un processo identico. Guardando una crosticina bianca sul bordo di Fontana di Muro state guardando, in scala minima e in tempo reale, la fabbricazione della pietra con cui è costruita la Roma monumentale. Non è una coincidenza pittoresca: è la stessa chimica del Lazio calcareo che lavora ovunque ci sia acqua di monte che torna alla luce.

Fontana di Muro e i Laghi dei Gricilli

La località si chiama Gricilli e dà il nome a un gruppo di specchi d'acqua che costituiscono, insieme, uno degli ambienti umidi più particolari del piede lepino. Fontana di Muro è parte di questo sistema, e chi la visita farebbe bene a considerarla come un capitolo di un racconto più lungo invece che come una tappa a sé.

I Gricilli si presentano come una serie di conche allagate, alcune di forma quasi circolare, alimentate dal basso da polle di risorgiva e collegate fra loro e alla rete di scolo da fossi. La vegetazione ripariale — canne, tife, salici, pioppi, qualche olmo — chiude le sponde e crea, nel mezzo di una campagna aperta e coltivata, corridoi ombrosi che sembrano appartenere a un'altra regione. In estate il contrasto è violentissimo: da un lato i campi bruciati dal sole e le serre, dall'altro un fresco umido e vegetale.

Occorre però essere onesti su un punto: questi ambienti sono in gran parte inseriti in proprietà private, o comunque in un contesto agricolo attivo. Non esiste un ingresso con biglietteria, non c'è un percorso attrezzato con pannelli e staccionate come in un parco. Ci si muove su strade rurali, si rispettano le recinzioni, non si entra nei fondi. Questa non è una limitazione burocratica da aggirare: è la condizione che ha permesso a questi luoghi di arrivare fin qui senza essere trasformati.

La differenza tra Gricilli e Laghi del Vescovo

Chi legge le mappe fa spesso confusione tra i due nomi, e la confusione è comprensibile perché i due sistemi sono contigui e idrogeologicamente parenti. I Laghi del Vescovo si trovano poco distanti, sempre nella fascia pedemontana tra Pontinia, Sezze e Sermoneta, e devono il nome all'antica appartenenza a proprietà ecclesiastiche. Sono anch'essi specchi d'acqua di origine sorgiva, con acque limpide e fondali visibili, e anch'essi immersi in un contesto agricolo.

La differenza, per chi visita, è più di atmosfera che di sostanza. I Laghi del Vescovo hanno una certa notorietà locale e ricevono più visite; l'ambito dei Gricilli, e dentro di esso Fontana di Muro, resta più appartato. Chi cerca il silenzio ha una ragione in più per venire qui.

Un ecosistema minimo ma denso

Su superfici piccolissime questi ambienti concentrano una varietà biologica sproporzionata. La ragione è la costanza: temperatura stabile, portata relativamente regolare, acqua ossigenata. Sono condizioni che permettono la sopravvivenza di organismi che nella pianura circostante, trasformata dall'agricoltura intensiva, non troverebbero più posto. Un fosso di risorgiva che attraversa un campo di mais è un'autostrada per la vita: ci passano gli anfibi, ci nidificano gli uccelli, ci si rifugiano gli insetti acquatici che hanno bisogno di acqua pulita.

È per questo che, girando intorno a Fontana di Muro, conviene guardare in basso e in piccolo. Il grande spettacolo qui non c'è. Il piccolo spettacolo è continuo.

Prima della bonifica: la pianura che circondava Fontana di Muro

Per capire perché una sorgente come questa avesse un peso enorme nella vita delle persone, bisogna cancellare mentalmente tutto ciò che si vede oggi. Niente campi geometrici, niente canali dritti, niente case coloniche identiche. Al loro posto: acqua ferma, boschi igrofili, canneti, dune, pascoli stagionali e una malattia.

La pianura pontina era una piana costiera con drenaggio difficile, chiusa verso il mare da cordoni di dune che impedivano il deflusso, alimentata dalle acque dei Lepini che scendevano dai fianchi e non trovavano via d'uscita. Il risultato era un mosaico di paludi permanenti e stagionali. In questo mosaico l'acqua dolce e sana era una risorsa preziosa e localizzata: le sorgenti del piede lepino, appunto. La gente non beveva l'acqua della palude, beveva quella delle fontane. È una distinzione che oggi ci sembra ovvia e che allora era vitale.

Le popolazioni stabili stavano sui monti, non in pianura: Sezze, Sermoneta, Bassiano, Norma, Priverno, Cori, tutti paesi arroccati a quote comprese fra i duecento e i seicento metri, in posizione difendibile e soprattutto salubre. La pianura si frequentava, non si abitava. Ci si scendeva per il pascolo invernale, per il taglio del bosco, per la caccia, per la raccolta, e si risaliva.

I lestraioli e le lestre

Il capitolo più affascinante di questa preistoria recente è quello delle lestre. Erano insediamenti temporanei, radure aperte nella foresta pontina dove gruppi di famiglie costruivano capanne di paglia, canne e frasche, chiamate appunto lestre, e vivevano di pastorizia, carbone, caccia e piccoli commerci. Ci si spostava con le stagioni: giù in inverno con le greggi, su o altrove quando il caldo faceva salire la febbre. Nomi come Lestra della Cocuzza sono rimasti nella memoria e in qualche toponimo.

Era una civiltà povera, mobile, ai margini di tutto, e la bonifica l'ha cancellata in pochi anni. Ma è la civiltà che ha usato per secoli le sorgenti come Fontana di Muro. Quando guardate quell'acqua, l'immagine storicamente corretta non è quella di una famiglia in gita: è quella di un uomo con un asino e due barili, che riempie e riparte.

La malaria come fatto geografico

Bisogna nominarla, la malaria, perché senza di essa la storia di questa pianura è incomprensibile. L'anofele trovava nelle acque stagnanti l'habitat perfetto, e la febbre intermittente rendeva la pianura pontina un luogo in cui si poteva lavorare stagionalmente ma non vivere. Il fenomeno è documentato dall'antichità: già gli autori latini parlano di aria malsana in questa fascia costiera, e il termine stesso "malaria", aria cattiva, riflette una teoria eziologica sbagliata ma un'osservazione empirica esattissima.

La bonifica novecentesca fu prima di tutto un'operazione sanitaria, e la vittoria definitiva arrivò solo dopo la Seconda guerra mondiale con le grandi campagne di disinfestazione, in un'azione che coinvolse enti italiani e sostegni internazionali. L'Italia fu dichiarata libera dalla malaria dall'Organizzazione mondiale della sanità nel 1970: una data recente, molto più recente di quanto la gente immagini, e che qui significa qualcosa di concreto.

I tentativi storici di bonifica intorno a Fontana di Muro

La bonifica pontina non è un'invenzione del Novecento: è un'ossessione bimillenaria, con una serie impressionante di tentativi falliti che vale la pena di elencare perché ognuno ha lasciato un segno sul terreno che si attraversa arrivando a Fontana di Muro.

Il primo intervento organico documentato risale all'età repubblicana romana, legato alla costruzione della via Appia nel 312 a.C. per volontà del censore Appio Claudio Cieco. Portare una strada consolare rettilinea attraverso una palude significava per forza drenarla almeno in parte, e infatti accanto al tracciato stradale corse per secoli un canale navigabile, il Decennovium, così chiamato perché lungo diciannove miglia, da Forum Appii fino ai pressi di Terracina. Su quel canale si viaggiava di notte, su chiatte tirate da muli.

Ne abbiamo una testimonianza letteraria di prima mano e di rara simpatia: Orazio, nella quinta satira del primo libro, racconta il proprio viaggio verso Brindisi e descrive la sosta a Forum Appii, l'imbarco, le zanzare, le rane, il barcaiolo ubriaco che si addormenta e il mulo che smette di tirare, così che i passeggeri passano la notte fermi senza accorgersene. È il più antico reportage di viaggio sulla pianura pontina, ed è divertente proprio perché è di pessimo umore.

Da Teodorico ai papi

Il canale fu ripristinato in età ostrogota: un'iscrizione conservata a Terracina ricorda l'intervento di restauro del Decennovium promosso sotto il regno di Teodorico all'inizio del VI secolo, con la bonifica di terreni fino ad allora sommersi. Poi il sistema collassò, e per quasi un millennio la palude riprese il sopravvento.

Nell'età moderna ci riprovarono i papi, con esiti alterni. Sisto V, alla fine del Cinquecento, avviò un grande progetto affidato a un tecnico marchigiano; l'opera principale rimasta è il corso d'acqua che ancora oggi porta il suo nome, il Fiume Sisto. Due secoli dopo Pio VI, della famiglia Braschi, intraprese l'impresa più sistematica dell'età pontificia, riaprendo la Linea Pia lungo l'Appia e drenando estensioni considerevoli: il tratto della via Appia tra Cisterna e Terracina fu risistemato in quell'occasione ed è il rettilineo che ancora oggi si percorre. Il risultato durò finché durò la manutenzione, cioè poco.

Il punto che mi interessa sottolineare è questo: tutte le bonifiche fallite hanno fallito per lo stesso motivo, cioè perché la pianura pontina è in gran parte a quota bassissima, in qualche punto sotto il livello del mare, e il drenaggio per sola gravità non basta. Serviva il sollevamento meccanico. Serviva, cioè, la pompa. Ed è per questo che la partita si è chiusa solo nel Novecento.

Il ruolo delle acque alte e delle acque basse

La soluzione tecnica che ha funzionato si basa su una distinzione semplice ed elegante, e chi viene a Fontana di Muro la sta letteralmente attraversando. Le acque che scendono dai monti — le acque alte — vengono intercettate a monte e portate al mare per gravità con un canale di gronda che corre lungo il piede della montagna, senza mai entrare nella pianura bassa. Le acque che invece si raccolgono nella pianura depressa — le acque basse — non possono uscire da sole e devono essere sollevate meccanicamente da idrovore e immesse nella rete che va al mare.

Il grande canale delle acque alte, quello che nella toponomastica novecentesca ebbe il nome del capo del governo e che oggi è ufficialmente Canale delle Acque Alte, è il pezzo forte di questa architettura. La stazione di sollevamento di Mazzocchio, nel territorio di Pontinia, è uno dei cuori pulsanti del sistema. Vedere una idrovora al lavoro è meno spettacolare di un tempio ma spiega la storia locale meglio di molti musei.

Pontinia, il comune di Fontana di Muro

Fontana di Muro appartiene amministrativamente a Pontinia, e Pontinia è una città che ha una data di nascita precisa come poche al mondo. Non è cresciuta: è stata fondata. Fu inaugurata nel dicembre del 1935 come terzo dei centri urbani costruiti ex novo nell'Agro Pontino bonificato, dopo Littoria — oggi Latina — nel 1932 e Sabaudia nel 1934, e prima di Aprilia e Pomezia alla fine del decennio.

Questo fa di Pontinia una città di meno di un secolo, e questo dato cambia tutto nel modo in cui va guardata. Non cercatevi il centro storico medievale: non c'è, e non c'è per costruzione. Quello che c'è è un impianto urbanistico razionalista, con una piazza centrale di dimensioni generose su cui si affacciano gli edifici pubblici — la chiesa, la casa comunale, la torre — secondo lo schema tipico delle città di fondazione, con le strade a scacchiera e i quartieri residenziali bassi.

Il progetto urbanistico è legato al nome di Oriolo Frezzotti, l'architetto che aveva già firmato l'impianto di Littoria e che è la figura tecnica dominante dell'urbanistica pontina di quegli anni. Il linguaggio è quello del razionalismo italiano temperato, meno radicale e meno celebre di quello sperimentato a Sabaudia — dove il gruppo di giovani architetti guidato da Luigi Piccinato produsse uno dei capolavori riconosciuti dell'architettura italiana del Novecento — ma coerente, leggibile e per molti versi più modesto e più umano.

I coloni: chi ha popolato la terra intorno a Fontana di Muro

La bonifica non fu solo un'operazione idraulica: fu una colonizzazione agraria pianificata. L'Opera Nazionale Combattenti acquisì e attrezzò le terre, costruì i poderi e vi insediò famiglie provenienti in gran parte dal Nord-Est: Veneto, Friuli, basso ferrarese, Romagna, con presenze da altre regioni. Erano famiglie numerose, selezionate anche in base al numero di braccia disponibili, trasferite in blocco su poderi identificati da un numero.

Il risultato culturale è una delle cose più sorprendenti del Lazio. In un territorio a un'ora e mezza da Roma si parlano, ancora oggi nelle generazioni più anziane, varietà dialettali di ceppo veneto. I cognomi sono quelli del Polesine e del Trevigiano. La cucina, in certe case, prevede la polenta con la stessa naturalezza con cui altrove si fa la pasta. Chi arriva a Pontinia con l'orecchio abituato al romanesco resta spiazzato, e giustamente.

Va detto anche il resto, senza retorica. L'insediamento fu duro: case isolate in una campagna appena prosciugata, malaria ancora presente nei primi anni, un rapporto di colonia che legava le famiglie all'ente, un ambiente culturalmente estraneo e spesso ostile. La memoria che ne è rimasta non è celebrativa: è una memoria di fatica, che nelle famiglie si racconta ancora.

Il podere, l'unità di misura del paesaggio

Quando si percorre la campagna intorno a Fontana di Muro si attraversa un paesaggio che ha un'unità di misura precisa: il podere. Ogni podere aveva la sua casa colonica, la sua stalla, il suo pozzo, il suo pollaio, e una superficie calibrata su quanto una famiglia poteva lavorare. Le case coloniche originarie sono ancora riconoscibili: volumi semplici, intonaco chiaro, tetto a due falde, spesso un numero dipinto sulla facciata.

Molte sono state ampliate, altre abbandonate, altre ancora sostituite da capannoni e serre. Ma la trama resta leggibile, ed è una trama del Novecento sovrapposta a una geografia antichissima. Le sorgenti come Fontana di Muro sono i punti in cui la geografia antica affiora attraverso la trama nuova.

Le migliare: come sono numerate le strade qui

Un dettaglio pratico che è anche un pezzo di storia. Le strade rurali che tagliano perpendicolarmente la direttrice principale dell'Agro Pontino si chiamano "migliare" e sono numerate progressivamente. Il numero deriva dalla progressiva chilometrica storica misurata in miglia lungo l'asse dell'Appia. Il risultato è che qui, invece di dire "la strada per il tal posto", si dice "la Migliara 45" o "la Migliara 51".

Per il visitatore è una manna: significa che, una volta capito il sistema, orientarsi diventa banale. Le migliare corrono parallele fra loro, perpendicolari all'asse principale, e i numeri crescono in una direzione precisa. È una griglia da catasto romano applicata nel Novecento, ed è, a suo modo, bellissima.

I Monti Lepini alle spalle di Fontana di Muro

Voltatevi verso nord-est stando davanti a Fontana di Muro e avete il muro vero: la parete dei Monti Lepini, che si alza in modo quasi teatrale dalla pianura. È il fondale di ogni fotografia che farete qui, e merita di essere raccontato perché è la fabbrica dell'acqua che state guardando.

I Lepini sono un massiccio calcareo che si estende tra le province di Roma, Latina e Frosinone, delimitato a sud-ovest dalla pianura pontina e a nord-est dalla valle del Sacco. La cima principale è il Monte Semprevisa, che supera i millecinquecento metri: una quota rispettabile, resa impressionante dal fatto che la base è quasi a livello del mare, per cui il dislivello apparente è enorme. Da certi punti della pianura si vede tutta la montagna in un colpo solo, dalla radice alla vetta.

La morfologia è quella tipica dei rilievi carbonatici: creste, doline, campi solcati, inghiottitoi, grotte. La copertura vegetale alterna leccete e macchia sui versanti caldi esposti alla pianura, faggete sulle quote alte e sui versanti freschi, e vaste superfici a pascolo che sono il risultato di secoli di transumanza. È una montagna che sembra arida e che invece è satura d'acqua: solo che l'acqua sta sotto.

Dove finisce la montagna e comincia la pianura

La linea di contatto tra i Lepini e la pianura è uno dei confini geografici più netti del Lazio. Non c'è una fascia collinare di transizione degna di questo nome: c'è la montagna e poi c'è il piano. Questo dipende dalla tettonica: il bordo tirrenico dell'Appennino laziale è ribassato da un sistema di faglie che ha fatto sprofondare il blocco della pianura rispetto a quello dei monti.

Quel gradino tettonico è esattamente la ragione per cui esiste Fontana di Muro. La faglia mette in comunicazione l'acquifero della montagna con la superficie della pianura, e l'acqua sotto pressione risale. Tutte le sorgenti principali del piede lepino stanno allineate lungo quella linea, e se le si segnano su una carta si ottiene un filo di perle che disegna la faglia meglio di qualsiasi rilievo geologico divulgativo.

I borghi appesi sopra Fontana di Muro

Alzando gli occhi si vedono i paesi. Sezze sta appollaiato sul suo sperone a poco più di trecento metri, con il centro storico che degrada verso la pianura e un panorama che nelle giornate limpide arriva al mare e al promontorio del Circeo. Sermoneta si distingue per la massa quadrata del castello. Più a est ci sono Bassiano, Roccagorga, Maenza, Priverno.

Questa disposizione — i paesi in alto, i campi in basso — è la firma di una storia sanitaria e difensiva insieme. E significa che una visita a Fontana di Muro può facilmente diventare una giornata verticale: mezz'ora di acqua in pianura e poi la salita a un borgo per il pranzo e per il panorama. È il modo migliore di usare questo territorio.

L'acqua e le fontane pubbliche nei borghi del Lazio

Fontana di Muro è una fonte naturale, ma il suo nome tira dentro un intero capitolo di cultura materiale che merita di essere raccontato perché è il contesto in cui una fonte come questa acquistava significato: le fontane pubbliche dei borghi.

Nel Lazio, come in tutta l'Italia centrale, la fontana pubblica è stata per secoli l'infrastruttura civile per eccellenza. Non un ornamento: un servizio. Chi controllava la fonte controllava il paese, e non è un caso che gli statuti comunali medievali dedichino articoli minuziosi alla gestione dell'acqua: chi può attingere, in che ordine, con quali recipienti, chi può abbeverare le bestie e dove, chi può lavare i panni e in quale vasca, quali multe per chi sporca.

La tipologia classica prevede tre livelli funzionali disposti in cascata e in ordine gerarchico rigoroso. In alto la bocca che getta, con la vasca dell'acqua potabile, che deve restare pulitissima. Sotto, alimentato dal troppopieno della prima, l'abbeveratoio per gli animali. Sotto ancora, alimentato dal troppopieno del secondo, il lavatoio per i panni. L'acqua fa un percorso di degradazione progressiva della qualità, e nessuno può saltare la fila. È una macchina sanitaria elementare e geniale, ed è la stessa ovunque, da Cori a Bassiano a Norma.

La fontana a muro come tipo architettonico

Il tipo che dà probabilmente il nome al nostro luogo è la fontana addossata a una parete: un fronte in muratura, spesso in pietra locale, con una o più bocche — mascheroni, cannelle, semplici tubi — e una vasca allungata alla base. La ragione della parete è pratica: serve a sostenere il carico d'acqua e a fissare le canne, e spesso sfrutta un muro di contenimento già esistente lungo una strada in pendenza.

Nei borghi lepini se ne trovano di ogni epoca: medievali essenziali, cinquecentesche con stemmi, settecentesche con iscrizioni celebrative del committente, ottocentesche con la scritta che ricorda l'amministrazione che le ha fatte costruire. È un archivio a cielo aperto: la fontana registra chi comandava e quando.

Il lavatoio e la sua sociologia

Meritano un paragrafo a sé i lavatoi, perché sono il luogo in cui l'infrastruttura idraulica diventa infrastruttura sociale. Il lavatoio era lo spazio femminile per eccellenza, il posto in cui si scambiavano informazioni, si combinavano matrimoni, si distruggevano reputazioni, si imparavano canti. Le pietre inclinate su cui si strofinavano i panni sono spesso consumate al centro da una concavità: quella conca l'hanno scavata le mani, per generazioni.

Con l'arrivo dell'acqua corrente nelle case, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i lavatoi sono morti nel giro di pochissimo tempo. Molti sono stati demoliti, altri trasformati in depositi, alcuni restaurati come monumenti. Quando ne trovate uno ancora funzionante, con la sua acqua che scorre, state guardando l'ultimo pezzo di un mondo finito nell'arco di una generazione.

Perché una sorgente in pianura valeva più di una in montagna

Torniamo a Fontana di Muro con questa chiave in mano. In montagna le fonti sono relativamente numerose e i paesi ci si sono costruiti sopra. In pianura pontina, invece, l'acqua era ovunque ma quasi tutta cattiva: stagnante, torbida, malarica. Una polla di risorgiva che dava acqua limpida e fresca in mezzo a quella distesa era una rarità funzionale, un punto di riferimento che orientava i percorsi del pascolo, del trasporto, della sosta.

Ecco perché una sorgente minuta come questa ha un nome proprio e compare nelle carte. Non per bellezza: per utilità. La bellezza gliel'abbiamo attribuita noi dopo, quando l'utilità è passata all'acquedotto.

La natura intorno a Fontana di Muro: la vegetazione

Girando lentamente intorno allo specchio d'acqua si attraversano, in pochi metri, tre o quattro ambienti vegetali diversi. È un esercizio che consiglio sempre, perché insegna a leggere il gradiente di umidità meglio di qualsiasi manuale.

Sul bordo bagnato, con i piedi letteralmente nell'acqua, stanno le elofite: la cannuccia di palude, che forma i canneti compatti e alti, e la tifa, riconoscibile per l'infiorescenza a sigaro bruno che resta in piedi tutto l'inverno. Sono piante che hanno tessuti aeriferi per portare ossigeno alle radici sommerse, e che formano cinture dense in cui gli uccelli acquatici nidificano e si nascondono.

Appena più in alto, dove il terreno è umido ma non allagato, comincia la fascia arborea igrofila: i salici, con il salice bianco che è l'albero d'acqua per eccellenza e i salici arbustivi che colonizzano i bordi dei fossi, il pioppo nero e il pioppo bianco, l'ontano nero dove le condizioni sono giuste. Sono legni teneri, a crescita rapida, che ricacciano vigorosamente dopo il taglio: per questo sono stati sfruttati per secoli come vimini, pertiche, legna.

Ancora più su, sul dosso asciutto, ricompaiono le specie mediterranee: qualche leccio, l'olmo campestre lungo le siepi, il rovo che invade ogni margine non sfalciato, e le erbacee dei coltivi. Il passaggio dal canneto al rovo è questione di un metro e mezzo di quota, e questo un metro e mezzo racconta l'intera ecologia del posto.

Le piante sommerse e le alghe

Nell'acqua trasparente si vede il fondo, e sul fondo si vedono le piante. Le macrofite sommerse — brasche, ceratofilli, veroniche d'acqua nei tratti a corrente — formano praterie verdi che ondeggiano nella vena della sorgente. Sono l'indicatore biologico più immediato della qualità dell'acqua: dove l'acqua è inquinata da nutrienti le comunità si semplificano e prevalgono le alghe filamentose che soffocano tutto.

Nei tratti a corrente più viva capita di vedere il crescione d'acqua, che qui la gente ha sempre raccolto e mangiato. Un avvertimento serio, però: la raccolta di crescione selvatico in ambienti frequentati da bestiame comporta un rischio sanitario reale legato ai parassiti, e non è una cosa da fare con leggerezza. Guardatelo, fotografatelo, lasciatelo lì.

Le fioriture stagionali

Chi viene tra marzo e maggio trova il momento migliore dal punto di vista botanico. I margini dei fossi si riempiono di ranuncoli, la vegetazione arborea è in foglia nuova con quel verde acidulo che dura tre settimane, e i prati umidi non ancora sfalciati mostrano una varietà che scompare appena passa la barra falciante. In giugno e luglio domina il verde scuro e compatto del canneto; in autunno il giallo dei pioppi; in inverno la struttura nuda, che è il momento in cui si vede meglio come è fatto il posto.

Aggiungo una nota che vale per tutta la fascia pedemontana lepina: la primavera qui è precoce. La combinazione di quota bassa, esposizione a sud-ovest e riparo della montagna dai venti freddi anticipa le fioriture rispetto all'entroterra. A febbraio, quando a Roma è ancora inverno pieno, qui i mandorli sono già in fiore.

Gli animali che si vedono a Fontana di Muro

Non prometto safari. Prometto però che chi ha pazienza e sta zitto vede molto, e che chi arriva parlando ad alta voce non vede niente. La differenza fra le due esperienze è tutta nel comportamento del visitatore.

Gli uccelli sono la componente più visibile. Sui fossi e sugli specchi d'acqua della fascia pedemontana si osservano regolarmente aironi cenerini e garzette, che pescano immobili sui bordi, la gallinella d'acqua che scappa nel canneto con quel suo movimento nervoso della coda, il martin pescatore che passa come una scheggia azzurra e turchese e che si annuncia con un fischio acuto prima di essere visto. Nei canneti canta la cannaiola, e il suo verso ripetitivo è la colonna sonora di maggio.

Poi ci sono le specie del contesto agricolo: le gazze, le cornacchie grigie, gli storni in stormi enormi al tramonto d'inverno, il gheppio che staziona sui fili, la civetta sui casolari. E, sopra tutto, nelle giornate di termiche, i rapaci che sfruttano la parete lepina come rampa di lancio: poiane soprattutto, e con fortuna qualcosa di più raro.

Anfibi e rettili

Gli ambienti di risorgiva sono cruciali per gli anfibi, che hanno bisogno di acqua per riprodursi e che nella pianura intensiva hanno perso quasi tutti i siti disponibili. Rane verdi, rospi, tritoni nei punti giusti: in primavera i cori notturni sono impressionanti, e chi capita al crepuscolo di marzo se ne accorge subito. Vale la pena di ricordare che gli anfibi sono in declino globale e che ogni pozza conta.

Tra i rettili, la biscia dal collare è la presenza più comune e la più fraintesa. È una serpe d'acqua assolutamente innocua, ottima nuotatrice, che sfugge alla minima vibrazione e che al massimo, se afferrata, emette un secreto maleodorante. Ogni volta che qualcuno mi indica "una vipera nell'acqua" si tratta di una biscia dal collare, perché le vipere in acqua non ci stanno. Poi ci sono le lucertole ovunque e, sui muretti caldi, il ramarro con quel verde impossibile.

Insetti, libellule e la questione delle zanzare

Le libellule meritano un occhio dedicato. Sulle acque limpide e correnti volano damigelle dai colori metallici, con quel volo intermittente da elicottero difettoso, e libellule vere e proprie che pattugliano territori fissi. Sono predatori formidabili e indicatori di qualità dell'acqua: la loro larva vive sommersa anche per anni e non tollera l'inquinamento.

Sulle zanzare devo essere onesto: ci sono. In un ambiente umido del Lazio meridionale, tra maggio e ottobre, ci sono e in certe sere sono aggressive. Non è più questione di malaria — quel capitolo è chiuso da oltre mezzo secolo — ma di fastidio. Repellente e maniche lunghe al tramonto non sono un vezzo.

Le bufale, protagoniste del paesaggio

Non si può parlare della campagna intorno a Pontinia senza parlare delle bufale. L'allevamento bufalino è una delle vocazioni economiche forti di questo territorio, e le mandrie nere che stanno in acqua fino al garrese sono un'immagine che spiazza chi si aspetta un paesaggio laziale convenzionale.

La bufala mediterranea italiana ha un rapporto fisiologico con l'acqua: ha poche ghiandole sudoripare e ha bisogno di immergersi per termoregolarsi. Da qui la pozza, il fango, l'immagine che tutti conoscono. Storicamente l'allevamento bufalino era proprio la risposta zootecnica agli ambienti paludosi, in cui i bovini comuni non reggevano: l'animale che gli altri consideravano un ripiego è diventato la base di una delle filiere casearie più redditizie d'Italia. Il rovesciamento è totale, ed è recente.

Fontana di Muro e il Parco Nazionale del Circeo

A poca distanza da qui, verso il mare, comincia uno dei parchi nazionali più antichi d'Italia. Il Parco Nazionale del Circeo fu istituito nel 1934, in piena bonifica, con una logica che oggi definiremmo compensativa: mentre si prosciugava la palude si decideva di salvarne un lembo.

Il parco comprende quattro ambienti molto diversi. La Selva, cioè il residuo della grande foresta planiziale pontina, con i suoi querceti e le sue piscine — depressioni che si allagano stagionalmente e che sono l'ultimo relitto vero dell'ambiente originario. La duna litoranea, un cordone sabbioso lunghissimo con la sua vegetazione psammofila. I laghi costieri salmastri — Fogliano, Monaci, Caprolace, Paola — che sono aree di sosta e svernamento per l'avifauna acquatica di importanza internazionale. E il promontorio del Circeo, un blocco calcareo isolato che si alza dal mare come un'isola mancata, con la sua macchia e le sue grotte. Al parco appartiene anche l'isola di Zannone, nell'arcipelago pontino.

Il collegamento con Fontana di Muro non è solo di prossimità: è di sistema. Le acque che escono dalle risorgive pedemontane come questa alimentano, attraverso la rete dei canali, l'intero bilancio idrico della pianura fino alla costa. La qualità di quello che esce ai Gricilli si ripercuote, mediata da chilometri di canali e da usi agricoli, su quello che arriva ai laghi costieri. È una lezione elementare di bacino idrografico che qui si tocca con mano.

Il promontorio e la grotta di Neanderthal

Sul versante del Circeo che guarda Terracina, nel 1939, durante lavori edilizi presso un albergo, fu individuata una cavità sigillata da millenni in cui venne trovato un cranio neandertaliano. Il ritrovamento della Grotta Guattari è uno dei più celebri della preistoria europea, e negli ultimi anni ulteriori ricerche nella stessa cavità hanno restituito nuovi resti che hanno riportato il sito all'attenzione internazionale.

Che cosa c'entra con Fontana di Muro? C'entra che la frequentazione umana di questo pezzo di Lazio è antichissima, e che l'attrattiva era esattamente la combinazione fra montagna, pianura umida e mare, cioè tre ambienti diversi raggiungibili in una giornata di cammino. Quella combinazione c'è ancora, ed è ancora la ragione per cui vale la pena di stare qui.

Un consiglio su come combinare i due luoghi

Se avete una giornata intera e volete un itinerario che abbia un senso narrativo e non solo logistico, il mio suggerimento è di fare il percorso dell'acqua dalla sorgente al mare: mattina alle risorgive del piede lepino, con Fontana di Muro e i laghi dei Gricilli; mezzogiorno in un borgo dei Lepini per mangiare; pomeriggio ai laghi costieri del Circeo o alla Selva. In sei ore avete seguito una goccia d'acqua dall'uscita dalla montagna fino allo sbocco a mare, attraversando duemila anni di storia idraulica. È il modo più intelligente di visitare questa provincia.

Ninfa, l'altro giardino d'acqua vicino a Fontana di Muro

Poco più a nord, sempre lungo il piede dei Lepini e sempre alimentato dallo stesso sistema di risorgive, c'è il luogo che ha reso famosa nel mondo l'acqua di questa fascia: il Giardino di Ninfa, nel territorio di Cisterna di Latina, ai piedi di Norma e Sermoneta.

La storia è di quelle che sembrano inventate. Ninfa era una città medievale vera, con chiese, torri, un castello, mura, un ponte, cresciuta attorno alle sorgenti e sulla via che collegava la pianura ai monti. Fu prospera nel Duecento — vi fu incoronato un papa — e poi decadde, colpita da conflitti fra famiglie, dalla malaria e dallo spostamento dei traffici. Nel corso dei secoli si spopolò completamente e le rovine furono inghiottite dalla vegetazione: una città morta, in mezzo all'acqua.

All'inizio del Novecento la famiglia Caetani, che deteneva quelle terre da secoli, avviò il recupero: bonifica dell'area, restauro conservativo dei ruderi e, sopra e dentro le rovine, la creazione di un giardino di gusto anglosassone, informale, dove piante di tutto il mondo convivono con muri medievali e con un fiume di acqua limpidissima. Il lavoro attraversò tre generazioni, e alla morte dell'ultima erede il complesso passò a una fondazione che ancora lo amministra e ne regola l'accesso.

Ninfa è oggi un giardino visitatissimo, con ingresso contingentato e visita guidata obbligatoria in determinati periodi dell'anno. È l'esatto contrario di Fontana di Muro: monumentale, celebre, organizzato, affollato. Proprio per questo il confronto è istruttivo, e proprio per questo consiglio a chi ha visto Ninfa di venire ai Gricilli, e viceversa. Sono lo stesso fenomeno naturale con due destini culturali opposti.

La stessa acqua, due esiti diversi

Mi piace pensare a questa fascia pedemontana come a una collana di sorgenti su cui la storia ha appeso oggetti molto diversi. Su una sorgente è nata una città medievale poi diventata giardino romantico. Su un'altra è nato un mulino. Su un'altra ancora, come qui, non è nato niente di monumentale, e la sorgente è rimasta sorgente.

Non è un giudizio di valore. È, semmai, un promemoria sul fatto che il patrimonio naturale non ha bisogno di essere stato scelto dalla storia per meritare attenzione. Fontana di Muro non è famosa perché non ha avuto la ventura di trovarsi sotto un castello dei Caetani. La sua acqua però è la stessa.

La via Appia e i luoghi antichi vicino a Fontana di Muro

Chi arriva qui in auto attraversa, quasi certamente senza accorgersene, uno dei tracciati stradali più importanti della storia europea. La via Appia, aperta nel 312 a.C., taglia la pianura pontina con un rettilineo di decine di chilometri che è ancora oggi la spina dorsale della viabilità locale.

Su quel rettilineo si trovavano le stazioni di posta di età romana. Forum Appii, il mercato all'incirca al quarantatreesimo miglio, era il punto di imbarco sul canale e un nodo commerciale vivace. Tres Tabernae, più a nord, era un'altra sosta nota. Entrambe compaiono negli Atti degli Apostoli, nel racconto del viaggio di Paolo verso Roma: i fratelli della comunità romana gli andarono incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne, e Paolo, vedendoli, rese grazie e prese coraggio. Sono due toponimi pontini in un testo che si legge in tutto il mondo, e questo, per una pianura che si crede periferica, non è poco.

Più a sud, Terracina conserva il taglio del Pisco Montano, la parete rocciosa incisa artificialmente per far passare la strada al livello del mare, con le cifre romane scolpite che segnano l'altezza progressiva dello scavo fino a centoventi piedi. È uno dei monumenti di ingegneria stradale più impressionanti che io conosca, e si vede dalla strada.

Privernum e la sua storia

Nel territorio di Priverno, a poca distanza da qui, si trovano i resti dell'antica città di Privernum, con l'area archeologica che ha restituito impianti urbani, mosaici e strutture di età romana. La città volsca fu conquistata da Roma nel IV secolo a.C., e la tradizione letteraria ne ha fatto la patria di una figura celebre: Camilla, la guerriera vergine dell'Eneide, figlia di Metabo re dei Volsci di Privernum, che Virgilio fa morire in battaglia nell'undicesimo libro.

Che sia leggenda non toglie nulla: significa che nell'immaginario augusteo questa zona aveva un ruolo, e che i Volsci erano un ricordo ancora vivo. I Lepini sono terra volsca prima di essere terra romana, e i borghi che oggi vediamo cristiani e medievali hanno mura poligonali sotto: a Cori, a Norba, a Sezze, si vedono ancora i blocchi ciclopici messi in opera senza malta.

Norba, la città uccisa

Sopra Norma, a picco sulla pianura, ci sono i resti di Norba: una città latina fortificata con imponenti mura poligonali e porte monumentali, distrutta durante le guerre civili all'inizio del I secolo a.C. e mai più ricostruita. Dal ciglio delle sue mura si domina tutta la pianura pontina fino al mare, e nelle giornate limpide si distinguono i laghi costieri e il Circeo.

È, a mio parere, il punto panoramico più impressionante dell'intera provincia, e sta a mezz'ora scarsa da Fontana di Muro. Da lassù si capisce, in un colpo d'occhio, tutto quello che ho cercato di spiegare a parole: il muro della montagna, la linea delle sorgenti, la griglia della bonifica, i canali, il mare.

I borghi da abbinare a una visita a Fontana di Muro

Fontana di Muro da sola è mezz'ora. Una giornata la si costruisce intorno, e il territorio offre parecchio nel raggio di venti chilometri. Ecco come la organizzerei io.

Sezze, il balcone sulla pianura

Sezze è il paese che sta esattamente sopra di noi. Centro di origine antichissima, con tratti di mura poligonali ancora visibili, si sviluppa su uno sperone con vicoli ripidi, scalinate e affacci continui sulla pianura. La piazza principale, il duomo, il museo archeologico comunale e soprattutto i belvedere valgono la salita.

Due cose rendono Sezze speciale nel calendario. La prima è il carciofo: la varietà locale è il prodotto agricolo identitario del paese, celebrato da una sagra primaverile che è una delle più partecipate della provincia. La seconda è la Passione, la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, con centinaia di figuranti in costume che percorrono il paese: è una tradizione di lunga data e un evento che cambia completamente il volto della cittadina per un giorno.

Sermoneta e il castello

Sermoneta è forse il borgo più fotogenico dei Lepini occidentali: un impianto medievale conservato in modo notevole, con la piazza, la Loggia dei Mercanti, la cattedrale con il suo campanile romanico e, in cima, il Castello Caetani, una fortezza che conserva il mastio, i camminamenti e gli ambienti interni ed è visitabile.

Il castello racconta una vicenda di famiglie che è la storia stessa del basso Lazio: prima i signori locali, poi i Caetani, poi il passaggio ai Borgia sotto Alessandro VI, poi il ritorno ai Caetani. Le fortificazioni bastionate che si vedono all'esterno appartengono a quella fase cinquecentesca di adeguamento alle armi da fuoco.

Bassiano, il prosciutto e Aldo Manuzio

Bassiano è un borgo piccolo, cinto da mura, arrampicato più in alto, e ha due titoli di fama sproporzionati rispetto alle sue dimensioni. Il primo è gastronomico: il prosciutto di Bassiano, stagionato sfruttando il microclima ventilato del paese, è un prodotto con una reputazione consolidata ben oltre i confini provinciali.

Il secondo è culturale ed è di quelli che fanno alzare il sopracciglio: qui nacque, intorno alla metà del Quattrocento, Aldo Manuzio, il più grande editore del Rinascimento. È l'uomo che a Venezia inventò il libro tascabile, che diede forma al carattere corsivo, che stampò i classici greci e che ha di fatto inventato molte delle convenzioni tipografiche con cui ancora oggi leggiamo. Che venga da un paese di poche centinaia di abitanti sui Lepini è uno di quei fatti che rendono l'Italia quello che è.

Priverno e Fossanova

Poco a est, nel territorio di Priverno, sorge l'abbazia di Fossanova, uno dei monumenti più importanti del Lazio meridionale. È il primo complesso cistercense costruito in Italia, con la chiesa consacrata all'inizio del Duecento, e rappresenta l'ingresso del gotico borgognone nella penisola: linee severe, assenza di decorazione, luce calibrata, il chiostro con le colonnine, la sala capitolare, il refettorio.

Ha anche una nota storica precisa: qui, nel marzo del 1274, morì Tommaso d'Aquino mentre era in viaggio verso il concilio di Lione. La cella in cui spirò è tuttora indicata ai visitatori. Chi ha interesse per la storia della filosofia troverà curioso stare nel posto in cui si è interrotta la più grande impresa intellettuale del Medioevo.

Terracina e il mare

Verso sud-est, mezz'ora di macchina, c'è Terracina, che unisce un centro storico romano e medievale a un lungomare. In alto, sul Monte Sant'Angelo, il tempio detto di Giove Anxur domina il golfo con i suoi archi di sostruzione: il panorama al tramonto da lassù è di quelli che chiudono bene una giornata. In basso, il foro emiliano con la sua pavimentazione originaria e l'iscrizione del magistrato che la fece realizzare è uno dei fori romani meglio conservati fuori Roma.

Quando andare a Fontana di Muro: le stagioni

La domanda che mi fanno sempre è quale sia il periodo migliore. La risposta onesta è che dipende da che cosa cercate, ma che se dovessi scegliere un mese solo direi aprile.

Primavera

Da metà marzo a fine maggio è il momento in cui tutto funziona. La vegetazione è nuova, le portate delle sorgenti sono al massimo perché scaricano le piogge invernali, gli uccelli sono in canto territoriale e quindi molto più visibili, gli anfibi sono in riproduzione, le temperature sono perfette per camminare. Aggiungete che i borghi dei Lepini in primavera hanno un calendario fitto di sagre e feste, e avete il pacchetto completo.

Un avvertimento sul fango: dopo periodi piovosi le strade rurali e i bordi dei fossi possono essere impraticabili con scarpe cittadine. Scarponcini o comunque calzature che si possano sporcare.

Estate

Da giugno ad agosto il piede lepino è caldo e umido, e l'aria a mezzogiorno è pesante. Il vantaggio dell'estate è duplice. Il primo è che le risorgive sono l'unico posto fresco in un raggio di chilometri: l'aria sopra l'acqua è sensibilmente più fresca del campo accanto, e l'ombra dei salici fa il resto. Il secondo è che, mentre tutti stanno sulla costa a Sabaudia e a San Felice, qui non c'è nessuno.

Le regole per l'estate sono tre: venire presto la mattina, portare acqua, mettere il repellente. E non pensate al bagno: non è quel tipo di posto, l'acqua è privata o comunque non attrezzata, e i fondali di risorgiva sono infidi.

Autunno

Settembre e ottobre sono, per chi ama la luce, forse il periodo più bello in assoluto. Il sole basso attraversa l'acqua in diagonale e ne fa una lastra di vetro colorato, i pioppi virano al giallo, la campagna si svuota dopo le raccolte, e la nebbia mattutina che si alza dai fossi crea scene che sembrano dipinte. Le prime piogge autunnali rimettono in moto le portate dopo la magra estiva.

È anche stagione di olive e di frantoi sui Lepini, con l'olio nuovo che compare a novembre. Se combinate una visita alle risorgive con una tappa in un frantoio della zona avete una giornata che vale il viaggio.

Inverno

Dicembre-febbraio è la stagione dei puristi. Fa freddo e umido, la vegetazione è spoglia, non c'è colore. In compenso si vede la struttura del posto senza filtri, l'acqua è al suo massimo di trasparenza, e nelle mattine gelide il vapore che sale dalla superficie è uno spettacolo che da solo giustifica l'alzataccia. Sulla montagna alle spalle, quando nevica, si crea un contrasto formidabile: neve sulla cresta lepina e verde in pianura, nello stesso inquadratura.

Aggiungo che l'inverno è la stagione migliore per il birdwatching nella pianura pontina in generale, per via degli svernanti che arrivano ai laghi costieri. Se venite in gennaio, la giornata giusta abbina risorgive al mattino e laghi costieri al pomeriggio.

Come arrivare a Fontana di Muro

Parto dal presupposto realistico: ci si arriva in auto. Non esiste un servizio di trasporto pubblico che porti a una sorgente in mezzo alla campagna, e sarebbe irrealistico aspettarselo.

In auto da Roma

Da Roma la logica è scendere verso sud e poi tagliare verso il piede dei Lepini. Le due direttrici sono la via Pontina, che porta verso Latina e la pianura, e la via Appia, che scende per Cisterna e Latina e prosegue verso Terracina. Da entrambe si raggiunge il territorio di Pontinia e da lì si risale verso la fascia pedemontana in direzione di Sezze.

I tempi realistici, traffico permettendo, sono nell'ordine di un'ora e un quarto o un'ora e mezza dal Grande Raccordo Anulare. Nei fine settimana estivi tutto il fascio di strade verso il litorale pontino va in sofferenza: partite presto o rassegnatevi.

In treno

Esiste un'opzione ferroviaria parziale che merita di essere nominata perché è comoda e la conoscono in pochi. La linea Roma-Napoli via Formia ha una stazione chiamata Sezze Romano, che come quasi tutte le stazioni della zona sta in pianura e non nel paese che le dà il nome. Da lì il territorio delle risorgive è raggiungibile, ma servono comunque un mezzo o una bicicletta: a piedi le distanze sono scomode e le strade non hanno marciapiedi.

La soluzione elegante, per chi non vuole guidare, è arrivare in treno con la bici al seguito. La pianura è piatta, la griglia delle migliare è ideale per pedalare, e in bicicletta si vede infinitamente di più che in auto.

In bicicletta

Insisto sulla bici perché questo è, oggettivamente, territorio da bicicletta. Strade rettilinee, dislivelli nulli, traffico modesto sulle rurali, paesaggio aperto, e la possibilità di collegare in una giornata risorgive, canali, poderi storici e centri di fondazione. L'unica avvertenza è il vento: in pianura aperta, con il mare vicino, il vento può essere serio e va messo in conto nella pianificazione del percorso.

Dove parcheggiare e come comportarsi

Non esiste un parcheggio dedicato. Ci si ferma in piazzole lungo le strade rurali, e la regola d'oro è non ostruire mai un accesso a un fondo agricolo: quei cancelli servono a mezzi larghi tre metri e mezzo, e un'auto messa male può bloccare una giornata di lavoro a qualcuno. Non entrate nei campi, non scavalcate recinzioni, non aprite cancelli. Se incontrate qualcuno che lavora, salutate e chiedete: nella campagna pontina la cortesia funziona molto meglio del diritto.

Che cosa aspettarsi davvero da una visita a Fontana di Muro

Faccio una premessa di realismo, perché preferisco un visitatore informato a un visitatore deluso. Fontana di Muro non è attrezzata. Non c'è biglietteria, non c'è bar, non c'è bagno, non c'è un centro visite, non c'è un sentiero segnato, non ci sono pannelli didattici. C'è una sorgente, dei campi, dei fossi e delle montagne.

Questo significa che il valore della visita dipende quasi interamente da quanto sapete prima di arrivare. È esattamente il motivo per cui questa pagina è lunga: in un luogo senza mediazione, la mediazione ve la dovete portare in tasca. Chi arriva sapendo che cosa è una risorgiva, come funziona il carsismo lepino, che cosa c'era qui prima della bonifica e chi ha costruito i canali, passa un'ora molto ricca. Chi arriva senza saperlo vede una pozza.

Il tempo giusto da dedicarci, come tappa singola, è tra i venti minuti e un'ora. Come nucleo di una giornata che comprenda i Gricilli, un borgo lepino e magari il Circeo, siamo su sei-otto ore piene.

Cosa mettere nello zaino

Scarpe chiuse che si possano sporcare, sempre. Acqua, perché non ne trovate. Repellente per insetti da maggio a ottobre. Un binocolo anche modesto, che qui cambia radicalmente l'esperienza. Un cappello in estate. Una giacca antivento in inverno, perché la pianura aperta è più fredda di quanto il termometro suggerisca. E un sacchetto per riportare indietro i vostri rifiuti, che dovrebbe essere ovvio e non lo è.

Accessibilità

Va detto con chiarezza: il terreno è naturale, irregolare, spesso fangoso e privo di percorsi attrezzati. Non è un luogo adatto a chi ha difficoltà motorie significative, e non è comodo con passeggini. Chi ha esigenze di accessibilità troverà molto più soddisfacenti, nella stessa zona, i lungolago attrezzati del Circeo o i centri storici pianeggianti delle città di fondazione.

Con i bambini

Con i bambini invece funziona benissimo, a due condizioni. La prima è la sorveglianza: acqua profonda, sponde scivolose, nessuna protezione. La seconda è dare loro un compito. Un elenco di cose da trovare — una libellula, una traccia di animale, una pianta con le foglie a sigaro, una crosta bianca di calcare — trasforma una passeggiata noiosa in una caccia al tesoro. Il posto premia chi guarda da vicino, e i bambini sono naturalmente più bravi degli adulti a farlo.

La cucina intorno a Fontana di Muro

Si mangia bene, e si mangia in un modo che riflette esattamente la stratificazione storica di cui ho parlato: una base lepina di montagna, una sovrapposizione veneta portata dai coloni, un innesto marinaro dalla costa e una filiera bufalina che è la vera novità economica del Novecento.

La bufala e i formaggi

La mozzarella di bufala prodotta in questa provincia è di ottimo livello e la si compra direttamente nei caseifici aziendali, che qui sono numerosi. Il consiglio è di comprarla il giorno stesso e di non metterla in frigorifero se la mangiate entro poche ore: la mozzarella fredda perde metà di quello che ha da dire. Oltre alla mozzarella si trovano ricotta di bufala, provole affumicate, e negli ultimi anni anche yogurt e formaggi stagionati di latte bufalino.

I prodotti dell'orto

La pianura pontina è una delle aree orticole più produttive d'Italia, e questo si vede sulle bancarelle. Il carciofo di Sezze in primavera, il kiwi che ha fatto la fortuna economica di questa zona negli ultimi decenni, i meloni, l'anguria, i pomodori. Molta produzione è in serra e molta è destinata alla grande distribuzione, ma i mercati settimanali dei paesi restano ottimi.

La cucina di montagna e quella di colonia

Salendo sui Lepini si trovano piatti di tutt'altro registro: paste fatte a mano, legumi, carni di pecora e capra, il famoso prosciutto di Bassiano, formaggi ovini. In pianura, nelle case di origine veneta, sopravvivono la polenta, i risi e bisi, certi dolci e certe abitudini che a Roma non esistono. La convivenza fra questi due repertori nella stessa provincia è uno dei fatti gastronomici più curiosi del Lazio.

Dove fermarsi

Non faccio nomi di locali, per una ragione di metodo: le insegne cambiano, e una pagina che consiglia un ristorante chiuso da tre anni è peggio di una pagina che non lo consiglia. Il criterio che uso io in questa zona è semplice. In pianura si mangia bene negli agriturismi legati a un'azienda agricola vera, quelli che vendono anche i loro prodotti. Nei borghi lepini si mangia bene nelle trattorie che hanno un menù corto e stagionale. Sulla costa, a Terracina e dintorni, si mangia pesce, e il criterio è la presenza di locali con la clientela del posto a pranzo nei giorni feriali.

L'acqua come tema culturale nel Lazio, da Fontana di Muro in su

Mi concedo una digressione che secondo me è tutt'altro che oziosa, perché aiuta a capire perché una polla in mezzo ai campi appartenga a una storia grande.

Il Lazio è la regione italiana in cui il rapporto fra civiltà e acqua è stato più esplicito e più monumentale. Roma ha costruito la propria potenza urbana su un sistema di acquedotti che portava in città quantità d'acqua pro capite che l'Europa non avrebbe più visto per millesettecento anni. E ogni acquedotto romano comincia dove comincia Fontana di Muro: da una sorgente. L'Anio Vetus e l'Anio Novus prendevano dall'Aniene, l'Aqua Marcia da sorgenti dell'alta valle dell'Aniene, l'Aqua Virgo da vene nell'agro a est della città. Il gesto tecnico fondativo è sempre lo stesso: si individua una polla, la si incamera in una struttura in muratura, e la si conduce.

Il fatto che una sorgente si chiami "Fontana di Muro" cioè, letteralmente, fonte incamerata in muratura, la iscrive in questa genealogia. Il muro attorno alla polla è lo stesso gesto del caput aquae romano, in scala minima e senza epigrafe.

Le divinità delle sorgenti

Prima ancora dell'ingegneria c'era il culto. Nel mondo italico le sorgenti erano sacre, e non in modo generico: avevano divinità titolari, offerte, santuari. Feronia, dea di area sabina e latina, era legata alle acque e ai boschi e aveva un santuario di rilievo proprio nel Lazio meridionale, nei pressi di Terracina, dove si teneva una fiera frequentatissima e dove, secondo le fonti, si celebravano affrancamenti di schiavi.

Il santuario delle Aquae Albulae presso Tivoli, le fonti di Giuturna nel Foro romano, il bosco della ninfa Egeria fuori Porta Capena dove Numa Pompilio riceveva i consigli della sua consigliera divina: la sorgente è, nell'immaginario latino, il luogo dell'incontro fra umano e divino. E il nome stesso di Ninfa, poco più a nord di qui, viene con ogni probabilità da un tempio dedicato alle ninfe che stava presso quelle acque.

Non sto dicendo che a Fontana di Muro ci fosse un santuario: non lo so e non lo direi senza prove. Sto dicendo che l'atteggiamento di rispetto quasi religioso davanti a una polla che esce dal terreno non è un vezzo new age, è un riflesso culturale profondissimo di queste terre, e che sentirlo davanti a quest'acqua significa semplicemente essere connessi con un modo di guardare vecchio di tremila anni.

Le fonti e i santi

Il cristianesimo non ha cancellato quel rapporto, l'ha riscritto. Innumerevoli sorgenti dell'Italia centrale sono associate a un santo che le avrebbe fatte scaturire con un gesto, o a una guarigione miracolosa, o a un'apparizione. Nel Lazio la casistica è ricchissima e coinvolge quasi tutti i santi patroni locali. La struttura del racconto è quasi sempre la stessa: siccità, invocazione, colpo di bastone o di ginocchio, acqua.

Dietro quella struttura narrativa c'è un fatto sociale: la sorgente era una proprietà contesa, e attribuirla a un santo significava attribuirla alla comunità e sottrarla, almeno simbolicamente, al signore locale. La religione popolare dell'acqua è anche una forma di diritto consuetudinario travestito.

Fontana di Muro e la questione della tutela

Vale la pena di affrontare direttamente un tema che aleggia su tutto questo racconto: che cosa protegge, oggi, un ambiente come questo?

La risposta sincera è: poco, e non in modo diretto. Non stiamo parlando di un parco nazionale con perimetro, guardaparco e regolamento. Stiamo parlando di piccoli ambienti umidi inseriti in una matrice agricola produttiva, per la maggior parte in proprietà privata. Gli strumenti che di fatto incidono sono indiretti: la normativa sulle acque, i vincoli paesaggistici di area vasta, le regole della politica agricola sui fossi e sulle fasce tampone, l'eventuale inclusione in perimetrazioni della rete ecologica regionale.

Le pressioni, invece, sono dirette e concrete. La prima è l'emungimento: la pianura pontina è un'area a fortissimo consumo idrico per l'agricoltura intensiva e per gli usi civili, e l'acquifero carsico dei Lepini è la fonte. Quando si prelevano grandi volumi, le portate delle sorgenti calano e nelle situazioni estreme le polle possono ridursi drasticamente in estate. La seconda è la qualità: fertilizzanti e reflui zootecnici possono arricchire di nutrienti le acque, con conseguente eutrofizzazione, esplosione di alghe filamentose e perdita delle specie sensibili. La terza è banale ma reale: l'abbandono di rifiuti.

Non dico questo per fare la predica, ma perché credo che sapere che cosa minaccia un luogo faccia parte del capirlo. E perché il comportamento del singolo visitatore, qui, ha un peso relativo maggiore che in un sito monumentale: dieci persone maleducate in un anno si vedono, su una pozza di questa taglia.

Il codice di condotta minimo

Lo riassumo in cinque righe, e sono cinque righe non negoziabili. Non si entra in acqua e non ci si fa il bagno. Non si raccolgono piante né si prelevano animali, girini compresi. Non si accendono fuochi, mai, in nessun periodo dell'anno. Non si lascia nulla, neppure organico, perché una buccia di banana in un ambiente umido non è concime, è un rifiuto. Non si fa rumore: il silenzio è il vero strumento di osservazione naturalistica.

Il turismo lento come alternativa possibile

Negli ultimi anni la pianura pontina ha cominciato a giocare una carta interessante, quella del cicloturismo e del turismo lento lungo i canali e le strade rurali. È una vocazione che ha senso: il territorio è pianeggiante, ha una griglia viaria ordinata, ha un patrimonio di architettura del Novecento riconoscibile e ha, appunto, l'acqua. Se questa direzione si consolida, luoghi come Fontana di Muro possono passare dall'invisibilità a una visibilità sostenibile senza dover diventare attrazioni.

È lo scenario che auspico. L'alternativa, che si è vista altrove, è la scoperta improvvisa attraverso una fotografia virale, con centinaia di persone che arrivano nello stesso weekend in un posto che non ha né parcheggi né bagni né sorveglianza. Sappiamo tutti come va a finire.

Il paesaggio della bonifica come patrimonio culturale

Una cosa che dico spesso a chi accompagno qui e che quasi sempre suscita sorpresa: la pianura pontina, con i suoi canali dritti, le sue case coloniche seriali e le sue città di fondazione, è un paesaggio culturale di prima grandezza, non un paesaggio banale.

La ragione è che si tratta di uno dei pochissimi casi in Europa in cui un territorio di questa estensione è stato progettato integralmente, in tempi brevissimi, secondo un disegno unitario: idraulica, viabilità, poderi, borghi di servizio, centri urbani. Tutto è stato pensato insieme, da un unico soggetto, in meno di un decennio. Il risultato è leggibile come un testo, e chi impara l'alfabeto — le migliare, i canali di gronda, le idrovore, i tipi edilizi delle case coloniche, la gerarchia borgo-città — può letteralmente leggere la campagna guidandoci dentro.

Va aggiunto, e va aggiunto senza reticenze, che questo disegno è figlio di un regime totalitario e che fu usato con intento propagandistico su scala internazionale: la bonifica fu la vetrina del fascismo, filmata, fotografata, esibita. Riconoscere il valore urbanistico e ingegneristico dell'opera e riconoscere la natura del contesto politico in cui fu realizzata non sono operazioni in contraddizione: sono la stessa operazione, cioè guardare la storia intera invece di mezza. Chi visita Pontinia dovrebbe sapere entrambe le cose.

I borghi rurali di servizio

Un elemento del sistema che sfugge quasi sempre ai visitatori sono i borghi rurali: piccoli agglomerati progettati per servire un settore di campagna, dotati di chiesa, scuola, ambulatorio, spaccio, caserma, casa del fascio. Ne esistono diversi nel territorio pontino e molti conservano l'impianto originario. Sono, in scala minima, l'idea di una civiltà pianificata: il contadino non doveva percorrere più di qualche chilometro per trovare i servizi essenziali.

Molti oggi sono semiabbandonati o riconvertiti, e attraversarli ha qualcosa di malinconico. Ma sono documenti straordinari, e per chi si interessa di architettura del Novecento valgono la deviazione.

Il museo del territorio

A Pontinia esiste una realtà museale dedicata alla memoria della terra pontina e della bonifica, con materiali, attrezzi, documenti e testimonianze delle famiglie colone. È il complemento perfetto a una visita alle risorgive: fuori si vede il risultato, dentro si capisce il processo e si sentono le voci di chi lo ha vissuto. Consiglio di verificare in anticipo modalità e giorni di apertura, perché le realtà museali locali hanno orari variabili.

Fontana di Muro per chi viene da Roma

Dedico un capitolo a chi arriva dalla capitale, perché è la maggioranza di chi legge questa pagina e perché il modo di incastrare questa meta in un programma romano non è ovvio.

Il primo punto è di aspettative. Chi ha due o tre giorni a Roma non deve venire qui: deve stare a Roma. Fontana di Muro è una meta per chi ha già visto il necessario, per chi vive in zona, per chi torna a Roma per la seconda o terza volta e vuole capire il Lazio invece di rifare il Colosseo, o per chi ha una passione specifica — natura, geologia, storia del Novecento, fotografia di paesaggio.

Il secondo punto è di formato. Questa non è una mezza giornata: è una giornata. Con i tempi di viaggio, un'uscita che comprenda risorgive, un borgo lepino e magari il Circeo occupa dalle otto alle dieci ore porta a porta. Compresso in meno tempo, il gioco non vale la candela.

Il terzo punto riguarda il confronto con le altre gite fuori porta classiche. I Castelli Romani sono più vicini, più serviti e più facili. Tivoli ha due ville patrimonio dell'umanità e si raggiunge in treno. Ostia Antica è un'ora di metropolitana e regala una città romana intera. Se avete una sola giornata fuori Roma nella vita, queste hanno la precedenza, e sarei disonesto a dire il contrario. Se ne avete diverse, e volete quella in cui non incontrate un gruppo organizzato, allora venite qui.

Il valore dell'anticlimax

C'è però un argomento a favore che mi sta a cuore. Dopo tre giorni di Roma, in cui ogni angolo grida capolavoro e ogni piazza è piena, una mattina davanti a una pozza d'acqua limpida in mezzo ai campi, con le montagne dietro e nessuno intorno, ha un effetto di ripulitura mentale che vale più di un altro museo. Il turismo culturale ad alta densità è faticoso, e il rimedio non è un altro monumento: è il silenzio.

Ho accompagnato persone che avevano appena visto i Musei Vaticani e la Galleria Borghese, e che al ritorno mi hanno detto che il ricordo più nitido della settimana era il vapore che si alzava dall'acqua di una risorgiva alle otto del mattino. Non è un paradosso: è il modo in cui funziona la memoria.

Domande frequenti su Fontana di Muro

Si può fare il bagno a Fontana di Muro?

No, e non per pignoleria. Non si tratta di un'area balneabile attrezzata, gran parte del contesto è in proprietà privata, i fondali di risorgiva sono irregolari, con vegetazione sommersa e vene fredde, e l'acqua è più fredda di quanto la superficie lasci intuire. In più, una risorgiva è un ambiente delicatissimo: il calpestio del fondo e le creme solari sono un danno reale.

Si paga un biglietto?

Non esiste una biglietteria perché non esiste una struttura di accoglienza. Detto questo, l'assenza di biglietto non equivale a diritto di accesso ovunque: molti fondi sono privati e vanno rispettati come tali.

Quanto tempo serve?

Da venti minuti a un'ora per la sorgente in sé. Una giornata intera se si costruisce l'itinerario allargato con i Gricilli, un borgo dei Lepini e la costa o il Circeo.

È adatto ai cani?

In un contesto agricolo con bestiame e in un ambiente naturale sensibile, il guinzaglio non è un'opzione ma una necessità. Un cane che entra in acqua o che disturba nidificazioni fa danni concreti, e un cane che si avvicina a mandrie bufaline mette a rischio sé stesso e voi. Le bufale sono animali grossi e territoriali quando hanno i piccoli.

Ci sono servizi, bar, bagni?

No, nessuno. I servizi si trovano a Pontinia o a Sezze. Organizzatevi prima.

Qual è la differenza tra Fontana di Muro e i Laghi del Vescovo?

Sono due nuclei distinti dello stesso sistema di risorgive del piede lepino, entrambi nel comprensorio tra Pontinia, Sezze e Sermoneta. I Laghi del Vescovo sono più conosciuti localmente; Fontana di Muro, ai Gricilli, è più raccolta e meno frequentata.

L'acqua è potabile?

Non trattandosi di una fonte gestita e controllata, non ci sono garanzie sanitarie e la risposta prudente è no. In un contesto con allevamenti e agricoltura intensiva, la limpidezza visiva non è indice di potabilità: la contaminazione microbiologica non si vede.

Una curiosità su Fontana di Muro

La curiosità che preferisco riguarda la temperatura, ed è una di quelle cose che si possono verificare sul posto con un termometro da cucina. L'acqua di una risorgiva carsica esce dal terreno con una temperatura che coincide grosso modo con la temperatura media annua dell'area di ricarica, cioè della montagna in cui è entrata. Non della pianura in cui esce: della montagna. Significa che quest'acqua porta in pianura, ogni giorno dell'anno, l'informazione climatica dei Lepini.

La conseguenza pratica è quel fenomeno che i contadini di qui conoscono da sempre e che chiamavano semplicemente "l'acqua che fa il fumo": nelle mattine invernali, quando l'aria scende a pochi gradi e l'acqua ne conserva una decina abbondante, il vapore si condensa sopra la superficie e forma una nebbiolina bassa, densa, che resta lì finché il sole non alza la temperatura dell'aria. La stessa acqua, in agosto, a chi ci infila una mano sembra gelida. Non è cambiata di un grado: siete cambiati voi.

C'è un corollario storico che trovo delizioso. Prima dei frigoriferi, le sorgenti a temperatura costante erano dispense. Ci si tenevano in fresco i recipienti del latte, l'anguria, il vino, immergendoli o appoggiandoli nella vena. Chi ha nonni in questa zona ha sentito raccontare di bottiglie legate con lo spago e calate nella polla: era il modo in cui si otteneva una bevanda fresca a Ferragosto in una pianura senza ghiaccio. La sorgente non era solo acqua da bere: era un elettrodomestico naturale, e funzionava benissimo.

Aggiungo un ultimo dettaglio, che riguarda la percezione. Se ci andate d'inverno e state fermi cinque minuti sul bordo, vi accorgerete che l'aria immediatamente sopra l'acqua è più mite di quella a dieci metri di distanza. È una bolla microclimatica reale, e spiega perché intorno alle risorgive certe piante sopravvivono a gelate che altrove le ucciderebbero. Un ambiente di poche decine di metri quadrati crea il proprio clima: è una cosa che continua a stupirmi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Fontana di Muro

Ecco quello che nelle descrizioni non trovate mai, e che secondo me è la chiave di lettura più importante di tutto il posto: Fontana di Muro esiste come luogo riconoscibile proprio perché la bonifica ha cancellato tutto il resto.

Provate a pensarci. Prima del Novecento questa era una pianura d'acqua: paludi, stagni, canneti a perdita d'occhio, corsi d'acqua divaganti. In quel contesto una piccola polla di risorgiva era invisibile, annegata dentro un ambiente umido continuo. Non aveva confini percepibili, perché intorno era tutto bagnato. Aveva un nome per l'uso — l'acqua buona in mezzo a quella cattiva — ma non aveva forma.

Poi è arrivata la bonifica, e ha prosciugato tutto. La pianura è diventata asciutta, quadrata, coltivata, produttiva. E in quel momento le sorgenti, che continuavano imperterrite a buttare acqua perché la montagna non si prosciuga con le idrovore, si sono trovate a essere isole. Da elementi indistinguibili di un continuum sono diventate eccezioni evidenti dentro una matrice arida. La loro visibilità paesaggistica è un prodotto della loro perdita di contesto.

Questo capovolge il modo in cui si guarda il posto. Non stiamo visitando un frammento di natura sopravvissuto per fortuna: stiamo visitando un frammento che è diventato leggibile grazie alla trasformazione che ha distrutto tutto il resto. È la stessa logica per cui una colonna romana isolata in mezzo a un prato ci commuove più di una colonna in mezzo a un colonnato: l'isolamento produce senso. Fontana di Muro è un rudere idrologico, e la sua bellezza è in buona parte una bellezza da rovina.

C'è una conseguenza pratica di questo ragionamento, e la dico chiaramente. Chi difende questi ambienti non sta difendendo un residuo pittoresco, sta difendendo un archivio funzionante: gli ultimi luoghi in cui certe specie di piante e animali della pianura umida originaria hanno ancora un posto dove stare. La differenza fra un monumento e un archivio è che il monumento si guarda, l'archivio serve a qualcosa. Questo serve.

Il consiglio che ti do per visitare Fontana di Muro

Il mio consiglio è uno solo e lo dico in una frase: venite all'alba, e portate un binocolo invece della macchina fotografica.

Spiego perché l'alba. Primo, la luce: il sole che sorge in questa zona arriva da dietro la cresta dei Lepini, e per la prima mezz'ora la pianura resta in ombra mentre il cielo è già chiaro. Poi la luce scavalca il crinale e arriva radente sull'acqua. In quei venti minuti la superficie diventa uno specchio perfetto perché il vento non si è ancora alzato, e uno specchio perfetto restituisce la montagna capovolta. Alle nove è già finita.

Secondo, la fauna: la finestra di massima attività degli animali è l'alba, punto. Aironi che pescano, martin pescatore in caccia, passeriformi in canto territoriale, tracce fresche sul fango, e quel silenzio in cui si sente ogni movimento. Alle undici del mattino avrete lo stesso paesaggio senza nessuno dentro.

Terzo, l'atmosfera: in inverno c'è il vapore di cui ho parlato, in primavera e in autunno c'è la nebbia bassa sui fossi, in estate c'è l'unica ora in cui l'aria è respirabile. Tutte e tre le cose durano poco e finiscono con il sole alto.

E spiego perché il binocolo invece della fotocamera. Non perché non si debba fotografare — anzi, più avanti dico esattamente che foto fare — ma perché in un luogo così l'errore più comune è passare l'intera visita a cercare l'inquadratura e uscirne senza aver guardato niente. Il binocolo obbliga a fermarsi, a mettere a fuoco, a stare su un dettaglio per trenta secondi. Basta un modello da poche decine di euro. Con quello in mano vedrete il posto; con il telefono in mano documenterete di esserci stati, che è un'altra cosa.

Aggiungo un consiglio operativo su come muoversi. Non girate intorno all'acqua a passo di marcia. Scegliete un punto, sedetevi, e state fermi dieci minuti reali senza parlare. Il posto, letteralmente, si riaccende: gli animali che il vostro arrivo aveva zittito ricominciano, e vi trovate in mezzo a una scena che due minuti prima non esisteva. È la tecnica più semplice e più efficace che conosca per l'osservazione naturalistica, e non richiede nessuna attrezzatura, solo la disciplina di stare fermi, che oggi è la cosa più difficile del mondo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: la pianura pontina, in diversi punti, sta sotto il livello del mare, e resta asciutta solo perché delle pompe la tengono asciutta ventiquattro ore al giorno. Lo sanno tutti quelli che ci vivono, e non lo sa quasi nessuno di quelli che ci passano.

La bonifica pontina non è un'opera compiuta e conclusa nel 1935: è un'opera in esercizio permanente. Le idrovore sollevano meccanicamente le acque basse e le immettono nella rete che va al mare, e se smettessero di funzionare per un tempo sufficientemente lungo la pianura tornerebbe ad allagarsi. Non è uno scenario fantasioso: è successo, in modo drammatico, nell'autunno del 1944, quando durante la ritirata le truppe tedesche misero fuori uso gli impianti e allagarono deliberatamente vaste aree, con la conseguenza di una recrudescenza malarica che colpì duramente la popolazione. Ci vollero anni per rimettere in sesto il sistema.

Questa è la cosa che secondo me andrebbe detta a chiunque visiti l'Agro Pontino, e che cambia il modo di guardare qualsiasi campo di kiwi: state camminando dentro una macchina accesa. Il canale che vedete non è un fiume, è un condotto. Il livello dell'acqua non lo decide la pioggia, lo decide un consorzio di bonifica con delle paratoie e delle pompe. Il paesaggio agricolo più produttivo del Lazio è un artefatto tecnologico mantenuto in vita da un budget di manutenzione.

E qui torna Fontana di Muro, perché la sorgente è precisamente la parte del sistema che non dipende da nessuna pompa. La montagna spinge da sola, per gravità e pressione idrostatica, come faceva prima della bonifica e come farà dopo. In mezzo a un paesaggio interamente artificiale, la risorgiva è l'unico elemento che continua a funzionare secondo le regole di prima. È il pezzo di natura che la macchina non ha dovuto sostituire, ma solo incanalare.

Trovo che questo dia alla polla d'acqua dei Gricilli una dignità particolare. È il testimone. Se domani si spegnessero tutte le idrovore della provincia, Fontana di Muro continuerebbe a buttare esattamente come oggi, e nel giro di qualche stagione tornerebbe a essere quello che era: un punto d'acqua limpida in una palude. La sorgente non ha bisogno di noi, e questo, in un paesaggio che ha bisogno di noi per ogni centimetro, è quasi un'insolenza.

La foto giusta da fare a Fontana di Muro

La foto giusta non è quella che fanno tutti, cioè lo specchio d'acqua inquadrato dall'alto e dal centro, che restituisce una pozza verde senza scala e senza contesto. La foto giusta è l'inquadratura che tiene dentro tre elementi contemporaneamente: l'acqua in primo piano, la campagna bonificata in mezzo, la parete dei Lepini sullo sfondo. Se ci riuscite, avete raccontato in un solo fotogramma tutta la geografia che ho impiegato migliaia di battute a spiegare: la montagna che raccoglie, la pianura che consuma, la sorgente che consegna.

Tecnicamente: mettetevi bassi, molto bassi, quasi a pelo d'acqua, e usate un grandangolo moderato. Abbassando il punto di vista si comprime il primo piano acquatico e si esalta la montagna sul fondo, che altrimenti sembra sempre più piccola di com'è. La luce migliore è quella della prima mattina, quando arriva radente da dietro il crinale e disegna i volumi della parete lepina invece di appiattirla. Se ci andate a mezzogiorno la montagna diventa una macchia grigia e non c'è filtro che tenga.

La seconda foto, quella che consiglio a chi ha già fatto la prima, è tutt'altro genere: il dettaglio del fondale. Puntate verticalmente sull'acqua, con un polarizzatore se lo avete, e togliete i riflessi della superficie. Quello che compare è un mondo che a occhio nudo si intuisce appena: la sabbia mossa dalla vena, le piante sommerse pettinate dalla corrente, le bollicine, i sassi bianchi di calcare. È una fotografia che sembra scattata sott'acqua e invece è scattata da riva, e per questo funziona.

Terza opzione, la mia preferita e la più difficile: il vapore invernale. Serve una mattina di gennaio limpida e gelida, serve arrivare prima del sole, e serve pazienza. Quando il primo raggio taglia la nebbiolina che sale dall'acqua, si crea un controluce con i fasci di luce visibili, i salici in silhouette e il vapore che si arriccia. Non è una foto che si programma: è una foto che si aspetta. Se la portate a casa una volta su cinque tentativi siete stati fortunati.

Un'ultima raccomandazione, che è più etica che tecnica. Non spostate rami, non calpestate il canneto, non entrate in acqua per migliorare l'inquadratura, e non usate droni sopra ambienti di nidificazione: il rumore in quota è percepito dagli uccelli come un predatore aereo e provoca abbandoni di nido reali. La buona fotografia naturalistica si misura anche da quello che si è disposti a non ottenere.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Devo essere preciso e onesto: Fontana di Muro non è un luogo di battaglie e di trattati. Nessuno ha firmato niente sul suo bordo. Ma la porzione di territorio a cui appartiene ha attraversato alcune vicende che hanno cambiato la storia di questa parte d'Italia, e che sono passate letteralmente a poche centinaia di metri o a pochi chilometri da qui.

Il primo evento è del 312 a.C.: l'apertura della via Appia per iniziativa del censore Appio Claudio Cieco. Una strada consolare rettilinea che attraversava la palude, accompagnata da un canale navigabile e da un'opera di drenaggio, fu un atto di ingegneria e di politica insieme: serviva a proiettare la potenza romana verso la Campania e il Sud, e trasformò questa pianura da barriera in corridoio. Tutto quello che è successo qui nei ventitré secoli successivi discende, in un modo o nell'altro, da quella decisione.

Il secondo è l'assoggettamento dei Volsci, di cui i Lepini erano roccaforte. Privernum fu conquistata nel IV secolo a.C., Norba fu colonia latina e fu distrutta durante le guerre civili sillane all'inizio del I secolo a.C., in una vicenda cupa in cui la città, assediata e tradita, scelse la distruzione. Le mura poligonali che si vedono ancora oggi sopra la pianura sono il monumento a quel mondo.

Il terzo blocco di eventi è quello delle bonifiche mancate. Il restauro del canale Decennovium sotto Teodorico, all'inizio del VI secolo, testimoniato da un'iscrizione a Terracina. Il tentativo di Sisto V alla fine del Cinquecento, che lasciò il Fiume Sisto. L'impresa di Pio VI nella seconda metà del Settecento, con la riapertura della linea lungo l'Appia e il rifacimento della strada. Ogni volta si guadagnava terreno, ogni volta la palude se lo riprendeva nel giro di qualche decennio.

Il Novecento: la bonifica e la guerra

Il quarto evento è la bonifica integrale degli anni Venti e Trenta, l'unica che ha funzionato, e la fondazione dei nuovi centri urbani: Littoria nel 1932, Sabaudia nel 1934, Pontinia nel 1935, poi Aprilia e Pomezia. È in quel decennio che il territorio in cui si trova Fontana di Muro assume l'aspetto che ha oggi, che arrivano le famiglie venete e ferraresi, che nascono i poderi e le migliare.

Il quinto è la guerra. Nel 1944 questa fascia di territorio si trovò sulla linea di avanzata alleata dopo lo sbarco di Anzio e la rottura del fronte di Cassino, e subì bombardamenti, passaggi di eserciti e distruzioni. Ma il colpo più specifico alla pianura fu l'allagamento deliberato conseguente alla messa fuori uso degli impianti idrovori, che riportò l'acqua dove per un decennio era stato asciutto e con l'acqua riportò l'anofele e la malaria. Fu una guerra biologica involontaria o forse no, e le sue vittime furono soprattutto civili.

Il sesto e ultimo è la lotta antimalarica del dopoguerra, condotta con mezzi massicci e con il sostegno di programmi internazionali, che nel giro di pochi anni portò all'eliminazione della trasmissione. È il vero atto conclusivo della storia millenaria di questa pianura, ed è recentissimo: l'Italia fu certificata libera dalla malaria nel 1970. Chi oggi passeggia tranquillo sul bordo di una risorgiva pontina in una sera di luglio sta godendo di una condizione che nessuno, in questo posto, aveva mai avuto prima della generazione dei suoi nonni.

Chi è passato da Fontana di Muro

Anche qui la sincerità paga più della fantasia: non esiste un registro di ospiti illustri di questa sorgente, e chi ve ne propone uno se lo sta inventando. Quello che si può dire con precisione è chi è passato da questa striscia di territorio, e sono nomi che sorprendono.

Il primo è Orazio, e non in modo generico: il poeta ha lasciato per iscritto il racconto del proprio passaggio attraverso la palude pontina, con la sosta a Forum Appii, l'imbarco notturno sul canale, le zanzare, il gracidare delle rane, i marinai ubriachi e i passeggeri che non riescono a dormire. È il primo turista lamentoso della storia di questo territorio, e a distanza di duemila anni la sua satira resta il miglior pezzo di scrittura mai dedicato a questa pianura.

Il secondo è Paolo di Tarso. Gli Atti degli Apostoli raccontano che, condotto prigioniero verso Roma lungo l'Appia, fu raggiunto dai fratelli della comunità romana al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Sono due toponimi di questa pianura in un testo tra i più letti al mondo, e passare in auto sul rettilineo dell'Appia sapendolo cambia un po' il viaggio.

Il terzo è Tommaso d'Aquino, che a Fossanova, a una manciata di chilometri da qui, concluse la sua vita nel marzo del 1274 mentre era in viaggio verso il concilio. Il quarto, in senso opposto, è Aldo Manuzio, che da Bassiano, lassù sulla montagna, partì per andare a rifondare a Venezia il modo in cui l'Europa stampa e legge i libri.

I viaggiatori del Grand Tour

Poi ci sono i viaggiatori stranieri. La via Appia attraverso le paludi pontine era tappa obbligata per chiunque, tra Sei e Ottocento, scendesse da Roma verso Napoli, e le loro pagine sono piene di questa pianura: la descrivono lugubre, febbrile, spopolata, magnifica. Goethe la attraversò nel suo viaggio in Italia; Dickens ne parlò con quel gusto per il macabro che gli era proprio; generazioni di pittori paesaggisti dipinsero i bufali, le capanne di canne e i pastori a cavallo come se fossero un'Africa a due giorni da Roma.

Quell'immaginario ha avuto una fortuna enorme e ha costruito la reputazione della zona ben oltre i suoi confini: la palude pontina come luogo sublime e terribile è un topos della letteratura di viaggio europea. Che oggi lo stesso posto sia una campagna produttiva di kiwi e mozzarella è uno dei ribaltamenti più radicali che una geografia italiana abbia mai subito.

Chi ci passa oggi

E oggi? Oggi da Fontana di Muro passano gli agricoltori che lavorano i fondi intorno, i pochi appassionati di natura che sanno che cosa cercano, i fotografi che hanno letto qualcosa, qualche gruppo di studenti in uscita didattica e, sempre più spesso, cicloturisti che stanno percorrendo la pianura da Roma verso il sud. È una compagnia modesta e, secondo me, giusta.

Il mio augurio, e lo dico da persona che questo mestiere lo fa e che quindi ha un interesse contrario, è che non diventi mai troppo affollata. Ci sono luoghi che migliorano con i visitatori, perché i visitatori portano restauri, custodia, servizi. E ci sono luoghi che peggiorano, perché la loro sostanza è il silenzio e il silenzio non si può condividere in cinquecento. Fontana di Muro appartiene alla seconda categoria, e chi la raggiunge dovrebbe considerarsi non un cliente ma un ospite.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoLa piccolissima oasi di 'Fontana di Muro' a Gricilli, nella zona dei laghi del vescovo, è una sorgente che sgorga in un laghetto di acqua purissima e limpidissima, ideale per rilassarsi e rinfrescarsi nelle giornate più calde tra i pittoreschi borghi di Sezze e Priverno
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Indirizzo04014 Pontinia (LT) LT, Italia 4014
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