Fontana della Barcaccia
Fontana della Barcaccia: la barca che affonda da quattro secoli in piazza di Spagna
Ci sono monumenti che si impongono e monumenti che si insinuano. La Fontana della Barcaccia appartiene senza dubbio alla seconda categoria, e questo è precisamente il motivo per cui la amo. Arrivo in piazza di Spagna con i miei gruppi quasi sempre dal fondo di via dei Condotti, perché voglio che la vedano da lì: prima le vetrine, poi la piazza che si allarga come due ali di farfalla, poi la grande scalinata che sale verso i campanili di Trinità dei Monti, e solo alla fine, quasi dimessa, quasi scusandosi, una vecchia barca di travertino che sta affondando in una vasca ovale incassata sotto il livello del selciato. Nessuno la nota per primo. Tutti la ricordano per ultimo.
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✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
La Fontana della Barcaccia è una delle poche opere di Roma che non tenta di sopraffarti. Non ha getti che schizzano in aria, non ha divinità marine che ti guardano dall'alto, non ha quel gigantismo teatrale che il Seicento romano ha praticato con tanta convinzione. Ha una barca sfondata, mezza sommersa, che imbarca acqua dai fianchi e la lascia tracimare. È un monumento al naufragio. E la ragione per cui è così, come vedremo, non è un capriccio poetico: è la conseguenza diretta e onestissima di un problema di pressione idraulica che nessuno, nel 1627, era in grado di risolvere altrimenti.
Quando accompagno qualcuno qui per la prima volta, la domanda che arriva è sempre la stessa: perché una barca, in mezzo a una piazza, a due chilometri dal Tevere? La risposta breve è che l'acqua non aveva forza a sufficienza per salire. La risposta lunga occupa il resto di questa pagina, e comprende un papa Barberini con le api sullo stemma, un acquedotto costruito da un genero di Augusto e ancora funzionante, uno scultore fiorentino trapiantato a Napoli, suo figlio ventottenne destinato a riscrivere la scultura europea, una leggendaria piena del Tevere, un poeta inglese morto di tubercolosi a venticinque anni nella casa all'angolo, e un gruppo di tifosi olandesi che nel 2015 ha deciso di lanciarle bottiglie contro. Roma è così: non riesce a raccontarti una fontana senza raccontarti quattro secoli.
Una precisazione che faccio sempre subito, perché evita malintesi: la Fontana della Barcaccia non sta "davanti" alla scalinata come un elemento accessorio, e non è nemmeno esattamente al centro geometrico della piazza. Sta ai piedi della scalinata, ma la scalinata è arrivata quasi un secolo dopo di lei. Quando la fontana fu costruita, lassù non c'era nessuna scenografia di gradini e terrazze fiorite: c'era una scarpata di terra, un pendio scosceso e piuttosto brutto, con la chiesa francese di Trinità dei Monti che sporgeva sul ciglio. La barca è la più anziana degli abitanti di questa piazza. Tutto il resto le si è costruito intorno.
Perché la Fontana della Barcaccia merita più di trenta secondi
Il traffico turistico di piazza di Spagna concede alla Barcaccia una manciata di secondi e un autoscatto. È un peccato, perché è una di quelle opere che restituiscono molto a chi si ferma. Provate a fare così: girateci intorno completamente, tutti e trecentosessanta gradi, senza fretta. Vi accorgerete che prua e poppa sono identiche. Non c'è un davanti e un dietro. È una barca che non ha direzione di marcia, e non ce l'ha perché non deve andare da nessuna parte: deve essere guardata da ogni lato, come una scultura a tutto tondo posata in mezzo a uno spazio pubblico. Nel 1629 questa era una novità concettuale considerevole.
Poi guardate il bordo. Le fiancate sono bassissime, appena sopra il pelo dell'acqua della vasca, mentre le due estremità si alzano molto. È il profilo di un natante che sta imbarcando acqua, certo, ma è anche il profilo funzionale di una chiatta da carico: una barca fatta per far salire e scendere merci pesanti dai fianchi, non per affrontare il mare. Torneremo su questo, perché è probabilmente la chiave dell'intera faccenda, e perché è molto meno romantica della leggenda che tutti vi racconteranno.
Infine, ascoltate. Sì, ascoltate: la Barcaccia ha un suono diverso da tutte le altre fontane di Roma. Non ha lo scroscio della Fontana di Trevi né il gorgoglio potente delle fontane di piazza Navona. Ha un rumore basso, sommesso, quasi domestico, che nelle prime ore del mattino, quando la piazza è vuota, si sente distintamente rimbalzare sulle facciate. È il suono di poca acqua che cade da poca altezza. È il suono di una limitazione tecnica trasformata in poesia.
Dove si trova esattamente la Fontana della Barcaccia
La Fontana della Barcaccia si trova nel rione Campo Marzio, nel cuore del cosiddetto Tridente, la triplice raggiera di strade che si apre da piazza del Popolo. Occupa la porzione meridionale di piazza di Spagna, all'incrocio ideale fra tre assi che contano moltissimo per capire la topografia di questo pezzo di città: via dei Condotti, che punta a ovest verso il Tevere e ponte Sant'Angelo; via del Babuino, che sale verso piazza del Popolo; via Due Macelli e via Frattina, che scendono verso il Corso e verso il Quirinale.
La piazza ha una forma singolare, che dall'alto ricorda due triangoli uniti per il vertice, ed è per questo che i romani la descrivono da sempre come "ad ali di farfalla". Non è una forma progettata a tavolino: è il risultato di aggregazioni successive, di case demolite e ricostruite, di proprietà francesi e spagnole che si fronteggiavano. La Fontana della Barcaccia sta esattamente nel punto di strozzatura fra le due ali, che è anche il punto dove la scarpata del Pincio comincia a farsi sentire. Non è una posizione decorativa: è una posizione idraulica, e lo capiremo meglio parlando dell'Acqua Vergine.
I riferimenti visivi attorno alla Fontana della Barcaccia
Dando le spalle alla scalinata e guardando la fontana, alla vostra sinistra avrete la casa rosso mattone in cui morì John Keats, oggi Keats-Shelley Memorial House, all'angolo destro della scalinata per chi la guarda dal basso. Dall'altra parte, all'angolo sinistro, la sala da tè Babington's, aperta nel 1893 da due signore inglesi in un'epoca in cui a Roma il tè era una rarità esotica. Alle vostre spalle, verso via di Propaganda, si alza la colonna dell'Immacolata Concezione, inaugurata l'8 dicembre 1857, e dietro di essa il palazzo di Propaganda Fide, con la facciata sulla piazza attribuita a Gian Lorenzo Bernini e quella laterale, nervosa e straordinaria, di Francesco Borromini. Sul lato meridionale, il palazzo di Spagna, sede dell'ambasciata spagnola presso la Santa Sede dal 1622: è da lui, e non da qualche fantomatica colonia iberica, che la piazza prende il nome.
Vale la pena tenere a mente questa geografia, perché la Barcaccia è il centro di gravità di un sistema. Non è un oggetto isolato: è la cerniera fra la Roma francese che sta in alto (la chiesa, il convento, la scalinata pagata con denaro francese) e la Roma spagnola che sta in basso (l'ambasciata, il nome della piazza), con il papato Barberini che ci mette sopra il proprio marchio araldico e sancisce chi comanda davvero. In una piazza dove due potenze cattoliche si guardavano in cagnesco, l'acqua è papale. È un messaggio politico scritto in travertino, e funziona benissimo ancora oggi.
Chi ha voluto la Fontana della Barcaccia: Urbano VIII Barberini
La committenza è certa e documentata: la Fontana della Barcaccia si deve a papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, fiorentino, eletto nel 1623 e rimasto sul soglio fino al 1644. Ventun anni di pontificato, uno dei più lunghi e uno dei più visivamente invadenti che Roma abbia mai conosciuto. Se oggi camminate per il centro storico e cominciate a contare le api dello stemma barberiniano, vi verrà il torcicollo: sono sul baldacchino di San Pietro, sono su Palazzo Barberini, sono sulla Fontana del Tritone e sulla Fontana delle Api in piazza Barberini, sono sulle porte, sui fregi, sulle lapidi. E sono sulla Barcaccia.
Urbano VIII è un personaggio che vale la pena inquadrare, perché senza di lui questa fontana non esisterebbe nella forma che conosciamo. Era un uomo colto in modo militante: scriveva versi latini di buona fattura, li faceva stampare, si considerava un letterato prestato al governo della Chiesa. Aveva un'idea molto precisa del potere come rappresentazione. Non gli bastava governare: voleva che il governo si vedesse, e che si vedesse ovunque, con una insistenza che ai contemporanei parve eccessiva e che ai posteri ha regalato una delle stagioni artistiche più straordinarie della storia europea.
Il papa delle api e il programma delle fontane
La politica delle acque fu uno degli assi portanti del suo pontificato, in continuità con quanto avevano fatto Sisto V e Paolo V. Portare acqua nei quartieri significava tre cose contemporaneamente: risolvere un problema sanitario reale, aumentare il valore dei terreni e quindi favorire l'edificazione, e lasciare un segno permanente in ogni angolo della città. Una fontana pubblica è un servizio, un investimento immobiliare e un manifesto propagandistico, tutto insieme. Urbano VIII lo aveva capito perfettamente.
Bisogna anche ricordare che il rione attorno a piazza di Spagna, nel primo Seicento, era in piena espansione. Il Tridente si stava riempiendo di alberghi, locande, botteghe di antiquari e stampatori, atelier di artisti stranieri. Era il quartiere dove arrivavano i forestieri: si entrava da porta del Popolo e si trovava alloggio qui. Una zona così, senza una fontana pubblica decente, era un problema pratico e un'imbarazzante lacuna d'immagine. La Fontana della Barcaccia nasce anche da questo calcolo molto concreto.
Le api e i soli sulla Fontana della Barcaccia
Avvicinatevi alle due estremità della barca ed esaminate gli stemmi. Troverete la tiara papale con le chiavi decussate e, sotto, le tre api dei Barberini disposte a triangolo. Le api non sono un ornamento generico: erano il pilastro dell'autorappresentazione familiare. L'ape produce miele, l'ape è operosa, l'ape appartiene a una comunità ordinata guidata da un sovrano, l'ape è casta secondo la zoologia antica. Un intero programma morale in tre insetti. I poeti di corte ci costruirono sopra un'industria di componimenti encomiastici che oggi risulta indigesta ma che allora era moneta corrente.
Quanto ai soli con volto umano che gettano acqua all'interno della barca, sono anch'essi impresa barberiniana. Il sole che sorge, la luce che si diffonde, il calore che feconda: il repertorio simbolico è quello, e la sua collocazione qui non è casuale. La fontana, insomma, comunica un'idea semplicissima: l'acqua che bevi in questa piazza viene dal papa, e il papa è sole e alveare. Nel Seicento questo tipo di alfabetizzazione visiva era diffusa a ogni livello sociale. Chi non sapeva leggere le lettere sapeva leggere le api.
La Fontana della Barcaccia fra Pietro Bernini e Gian Lorenzo: la questione autoriale spiegata onestamente
Adesso arriviamo al punto che divide le fonti, e che mi piace affrontare senza scorciatoie, perché è esattamente il genere di questione su cui le guide frettolose dicono sciocchezze in entrambe le direzioni. Chi ha fatto la Fontana della Barcaccia: Pietro Bernini o suo figlio Gian Lorenzo?
Partiamo dai fatti documentari. Pietro Bernini, nato a Sesto Fiorentino il 5 maggio 1562, scultore di solida formazione tardomanierista, attivo a lungo a Napoli e poi stabilitosi a Roma, era stato nominato architetto dell'Acqua Vergine nel 1623, cioè proprio all'inizio del pontificato di Urbano VIII. Non è un dettaglio: significa che l'uomo incaricato di progettare la fontana era anche il tecnico responsabile dell'acquedotto che avrebbe dovuto alimentarla. Aveva quindi in mano tanto il problema quanto la soluzione, e conosceva meglio di chiunque altro le portate, le quote e i limiti della rete.
Che cosa dicono le fonti antiche sulla Fontana della Barcaccia
La testimonianza più antica e più citata è quella di Giovanni Baglione, pittore e biografo, che nelle sue vite degli artisti attribuisce l'opera a Pietro: scrive che «alla piazza della Trinità de' Monti, con bel capriccio, fece la fonte in forma di Barca, con Imprese del Papa». Baglione era un contemporaneo, conosceva l'ambiente, e la sua attribuzione a Pietro è netta. Sull'altro piatto della bilancia c'è il fatto che Pietro morì il 29 agosto 1629, cioè proprio nell'anno in cui l'opera veniva ultimata, e che Gian Lorenzo — trentenne, già autore di Apollo e Dafne e del Ratto di Proserpina, già architetto di San Pietro dal 1629 — lavorava accanto al padre da anni.
La formula più equilibrata, e quella che la critica moderna tende ad accettare, è più o meno questa: la Fontana della Barcaccia è opera di bottega, concepita e diretta da Pietro Bernini in quanto architetto dell'Acqua Vergine, realizzata con la collaborazione del figlio, e verosimilmente portata a termine da Gian Lorenzo negli ultimi mesi, quando il padre era ormai anziano e prossimo alla morte. Chi vi dirà "è di Bernini" intendendo Gian Lorenzo dice una mezza verità. Chi vi dirà "non c'entra nulla Gian Lorenzo" ne dice un'altra. La verità sta nel mezzo, ed è più interessante di entrambe.
Perché la paternità della Fontana della Barcaccia è così difficile da sciogliere
C'è una ragione strutturale per cui questa attribuzione resta scivolosa, ed è che nel Seicento la nozione di autore singolo non funzionava come funziona per noi. Una bottega era un'impresa: c'era chi disegnava, chi faceva il modello in creta, chi sbozzava il blocco, chi rifiniva, chi si occupava dell'impianto idraulico. I pagamenti venivano registrati a nome del capobottega. Il nome sui documenti amministrativi è quello di chi incassa, non necessariamente quello di chi ha avuto l'idea o di chi ha impugnato lo scalpello.
C'è poi un fattore stilistico che complica ulteriormente le cose. La Barcaccia non assomiglia alle sculture giovanili di Gian Lorenzo. Non c'è quel virtuosismo esplosivo, quella capacità di rendere la carne che cede sotto le dita che rende il Ratto di Proserpina un'esperienza quasi imbarazzante da guardare. La Barcaccia è pacata, quasi ironica, giocata su un'idea più che su un'esecuzione mirabolante. Questo ha spinto molti studiosi verso Pietro. D'altro canto, l'intuizione concettuale — trasformare un limite tecnico in una metafora, fare della fontana un oggetto narrativo anziché una vasca decorata — è esattamente il tipo di scarto mentale che Gian Lorenzo avrebbe praticato per i successivi cinquant'anni, dal Tritone al Nilo di piazza Navona.
Io, quando mi chiedono, rispondo così: la Barcaccia è il punto in cui il padre insegna al figlio che una fontana può raccontare una storia, e il figlio capisce la lezione meglio del maestro. Non è una risposta d'archivio, è una lettura. Ma è una lettura che rende conto sia dei documenti sia di quello che si vede.
Il cantiere della Fontana della Barcaccia fra il 1627 e il 1629
Le date che circolano sono leggermente diverse a seconda delle fonti, e conviene chiarirle. L'incarico viene collocato dalla maggior parte degli studi fra il 1626 e il 1627; l'esecuzione vera e propria, quella documentata dai pagamenti, si concentra fra il 1627 e il 1629; il completamento è fissato al 1629. Chi scrive 1627-1629 e chi scrive 1626-1629 non si sta contraddicendo: sta semplicemente contando dall'ordine di servizio o dal primo mandato di pagamento. Sono due modi legittimi di datare un cantiere.
Quello che conta è il contesto. Nel 1627 Roma è un cantiere permanente. In San Pietro si sta montando il baldacchino, un'operazione colossale che assorbe bronzo, denaro e maestranze. Palazzo Barberini alle Quattro Fontane è appena avviato. Il papa ha fretta di lasciare segni. E in mezzo a tutto questo, un vecchio scultore fiorentino di sessantacinque anni riceve l'incarico apparentemente minore di sistemare una fontana in una piazza in periferia — perché nel 1627 piazza di Spagna, per quanto animata, è ancora un margine urbano, un luogo di locande e di forestieri, non il salotto della città.
Il travertino della Fontana della Barcaccia e la sua lavorazione
Il materiale è travertino, la pietra calcarea che Roma estrae da millenni nella zona di Tivoli e che è responsabile del colore complessivo della città: quel bianco sporco che al tramonto vira sul dorato e sotto la pioggia diventa grigio ferro. Il travertino è una scelta obbligata e insieme intelligente. È relativamente docile allo scalpello quando è appena cavato, indurisce esposto all'aria, resiste bene al gelo, e soprattutto costa molto meno del marmo di Carrara. Per una fontana pubblica, in una piazza dove il bilancio conta, è la scelta ovvia.
Ha però un carattere preciso: è pieno di vacuoli, di cavità irregolari lasciate dai gas durante la deposizione. Non è una pietra che permetta la finitezza epidermica del marmo. Non ci scolpisci una pelle. Ci scolpisci un volume. Questo spiega perché i soli con volto umano della Barcaccia hanno quel taglio schematico, quasi arcaico, che a qualcuno sembra ingenuo: non è ingenuità, è coerenza materiale. Con quel travertino, quella era la finitura possibile e giusta.
Guardate poi come il tempo ha lavorato la superficie. L'acqua dell'Acqua Vergine è notoriamente povera di calcare, e questa è la ragione per cui l'acquedotto ha attraversato venti secoli senza otturarsi; ma quattro secoli di scorrimento continuo, di gelate invernali, di smog novecentesco e di mani umane hanno comunque modellato il travertino in modo visibile. Le zone di massimo passaggio dell'acqua sono levigate come sapone. Le zone riparate conservano tracce di lavorazione. È un archivio tattile della vita del monumento.
Quanto è grande la Fontana della Barcaccia
La barca misura all'incirca una decina di metri in lunghezza, con la vasca ovale che la circonda più ampia ancora. Sono misure che sulla carta sembrano importanti e che dal vivo sorprendono per il contrario: la Barcaccia sembra sempre più piccola di quanto sia. Il motivo è ottico e dipende da due fattori. Il primo è che la vasca è incassata: una parte consistente del volume sta sotto il piano di calpestio, e quindi sparisce dalla percezione. Il secondo è che alle sue spalle si alza la scalinata, centotrentasei gradini di scenografia barocca, e qualunque cosa messa ai piedi di una simile macchina scenica sembra minuta.
Questo effetto non era previsto dai Bernini, evidentemente, perché la scalinata non esisteva. Nel 1629 la barca campeggiava da sola davanti a una scarpata di terra battuta, e doveva apparire assai più imponente di oggi. È uno dei tanti casi in cui il tempo ha cambiato il significato di un'opera senza toccarne un centimetro.
L'Acqua Vergine, l'acquedotto di Agrippa che alimenta la Fontana della Barcaccia
Non si capisce niente della Fontana della Barcaccia se non si capisce l'Acqua Vergine, e non si capisce l'Acqua Vergine se non si torna indietro di venti secoli. È qui che la storia diventa davvero notevole, perché l'acqua che vedete cadere dai fianchi della barca arriva a piazza di Spagna attraverso un'infrastruttura inaugurata il 9 giugno del 19 avanti Cristo.
L'Aqua Virgo fu voluta da Marco Vipsanio Agrippa, amico d'infanzia, generale, collaboratore e infine genero di Augusto: l'uomo che vinse Azio e che costruì il primo Pantheon. Il suo scopo dichiarato era alimentare le terme che Agrippa stava edificando in Campo Marzio, il primo grande complesso termale pubblico della città. Fu il sesto degli undici acquedotti dell'antica Roma, e ha una caratteristica che lo rende unico: è l'unico che non ha mai smesso di funzionare.
Il percorso dell'acquedotto che rifornisce la Fontana della Barcaccia
Le sorgenti non sono, propriamente, una sorgente: sono un vasto sistema di vene acquifere e polle nella zona di Salone, lungo la via Collatina, all'ottavo miglio, non lontano dal corso dell'Aniene. Un reticolo di cunicoli sotterranei raccoglie quelle acque e le convoglia nel condotto principale. Il percorso complessivo misura poco più di venti chilometri — quattordici miglia romane e frazione — ed è quasi interamente sotterraneo: soltanto l'ultimo tratto, meno di due chilometri, correva all'aperto o su arcate nella zona del Campo Marzio.
Il tracciato compie un giro amplissimo, e la ragione è puramente altimetrica. Le sorgenti stanno a una quota bassa, intorno ai ventiquattro metri sul livello del mare. Con un dislivello così modesto, ogni metro di quota perso inutilmente è un metro che non si recupera più. Gli ingegneri di Agrippa scelsero dunque di allungare enormemente il percorso per mantenere una pendenza dolcissima: dalla Collatina verso Portonaccio, poi Pietralata, poi la Nomentana, la Salaria, e quindi la curva a sud attraverso quelle che oggi sono Villa Ada, i Parioli, Villa Borghese, il Pincio e Villa Medici. Da lì il condotto scende verso il centro passando per la zona di Fontana di Trevi, scavalcava l'attuale via del Corso, proseguiva verso il Pantheon e terminava alle terme di Agrippa.
La galleria è larga in media un metro e mezzo, in diversi tratti navigabile, scavata direttamente nel tufo dove la roccia lo consentiva e costruita in muratura dove il terreno era friabile. Nella zona extraurbana corre a trenta o quaranta metri di profondità, e in corrispondenza di viale Romania tocca i quarantatré. Se vi sembra un dato astratto, provate a immaginare cosa significhi scavare quarantatré metri di pozzo verticale con attrezzi manuali, e poi ripetere l'operazione decine di volte lungo il tracciato per aerare il cantiere ed estrarre il materiale.
Perché si chiama Acqua Vergine
Sul nome le spiegazioni sono tre e nessuna è dimostrabile con certezza, il che le rende tutte e tre degne di essere raccontate. La prima, la più tecnica, sostiene che il nome derivi dalla purezza e dalla leggerezza dell'acqua, praticamente priva di calcare: è questa assenza di incrostazioni che ha permesso al condotto di sopravvivere per venti secoli senza occludersi, mentre gli altri acquedotti romani si intasavano di depositi calcarei spessi come un braccio.
La seconda risale a Sesto Giulio Frontino, che fu curator aquarum sotto Nerva e Traiano e scrisse il fondamentale trattato sugli acquedotti di Roma. Frontino riferisce che presso il bacino iniziale si trovava un'edicola con l'immagine della ninfa delle sorgenti, e che di lì sarebbe venuto il nome.
La terza è la leggenda che tutti preferiscono: una fanciulla — una vergine, appunto — avrebbe indicato ai soldati di Agrippa, assetati, il punto in cui affioravano queste acque fino ad allora sconosciute. È la versione scolpita nel rilievo che sta sulla Fontana di Trevi, ed è quella che i romani hanno adottato senza esitazione. Lo storico prudente segnala che si tratta di una eziologia costruita a posteriori. La guida onesta la racconta comunque, dicendo che è una bella storia e specificando che è una storia.
Frontino, le quinarie e la contabilità dell'acqua romana
Frontino ci lascia anche i numeri, e i numeri sono affascinanti. L'Aqua Virgo aveva una portata di 2.504 quinarie, che tradotte in unità moderne fanno circa 103.000 metri cubi al giorno, ovvero intorno ai 1.200 litri al secondo. La ripartizione era minuziosamente registrata: duecento quinarie riservate al suburbio, millequattrocentocinquantasette alle opere pubbliche, cinquecentonove alla casa imperiale, e le restanti trecentotrentotto alle concessioni private. La distribuzione avveniva attraverso diciotto castella, i serbatoi di ripartizione secondaria disseminati lungo il percorso.
Vi faccio notare la cosa: l'amministrazione imperiale sapeva, quinaria per quinaria, chi riceveva quanta acqua. Era una burocrazia idrica di raffinatezza notevole, con ispezioni, denunce di allacciamenti abusivi, sanzioni. Frontino stesso si lamenta amaramente dei furti d'acqua praticati bucando i condotti, che a suo dire erano endemici. La Roma antica aveva già il problema degli allacci abusivi, e lo aveva già messo per iscritto.
Dalla rovina al restauro: come l'acquedotto arriva alla Fontana della Barcaccia
La storia successiva è una lunga catena di manutenzioni. Tiberio intervenne nel 37, Claudio fra il 45 e il 46 — e di quel restauro resta traccia in una iscrizione conservata in via del Nazareno, insieme a tre arcate in travertino che potete ancora vedere oggi, incastonate fra i palazzi. Seguirono lavori sotto Costantino e sotto Teodorico. Nel 537 i Goti di Vitige tagliarono gli acquedotti durante l'assedio di Roma, colpo dal quale il sistema idrico antico non si riprese mai del tutto.
L'Acqua Vergine però fu tenacemente rimessa in funzione: papa Adriano I nell'ottavo secolo, il Comune di Roma nel dodicesimo, e poi una sequenza di pontefici moderni. Niccolò V, a metà Quattrocento, incrementò la portata captando nuove sorgenti e affidò il restauro a Leon Battista Alberti in persona, il che dice quanto l'operazione fosse considerata prestigiosa. Intervennero Paolo IV, Sisto IV, Pio IV, Pio V, Benedetto XIV, Pio VI. Un ampliamento fu realizzato nel 1840; nel 1936 la rete fu prolungata fino al Pincio.
Nel 1570 il ripristino portò acqua nuovamente al Campo Marzio, ed è a quell'anno che risale la storia che ci riguarda direttamente. Un documento della Congregazione sopra le fonti individua «il loco del aquedotto sotto la Trinità» come sito adatto alla costruzione di una fontana. Il progetto viene però abbandonato. Il motivo è quello che diventerà il cuore della vicenda: la pressione è troppo bassa. Al posto della fontana si costruisce una cisterna di riserva, oggi scomparsa.
La toponomastica racconta la Fontana della Barcaccia
Quella cisterna e quei condotti hanno lasciato un'impronta che nessuno nota e che io trovo commovente: i nomi delle strade. Vicolo del Bottino, che sale dietro la piazza, prende il nome dal "bottino", il termine con cui a Roma si indicavano i condotti e i serbatoi degli acquedotti. E via dei Condotti, oggi sinonimo mondiale di lusso e vetrine, si chiama così perché sotto di lei passavano i condotti dell'Acqua Vergine diretti al Campo Marzio. La strada più elegante d'Italia deve il nome a un tubo. È il tipo di dettaglio che rimetto sempre in circolo, perché racconta meglio di qualunque discorso come funziona la stratificazione romana: sotto le boutique, l'idraulica.
Il problema idraulico che ha generato la forma della Fontana della Barcaccia
Eccoci al nodo. Tutto quello che avete letto finora serviva a preparare questa spiegazione, che è la vera chiave di lettura del monumento e che sorprendentemente pochi conoscono.
Una fontana a getto, nel Seicento, funziona per gravità e basta. Non ci sono pompe, non c'è elettricità, non c'è nulla che spinga. L'acqua sale in un getto verticale fino a una quota inferiore a quella del serbatoio da cui proviene, e il dislivello disponibile determina l'altezza dello zampillo. Punto. Se avete venti metri di dislivello potete permettervi getti spettacolari. Se ne avete due, non potete permettervi nulla.
Piazza di Spagna, per l'Acqua Vergine, era un punto disgraziato. Il condotto scendeva dal Pincio con una quota già bassa, e in quel preciso luogo, ai piedi della scarpata, il carico residuo era minimo. Non abbastanza per uno zampillo, non abbastanza per una cascatella, non abbastanza nemmeno per una vasca sopraelevata di dimensioni decenti. Era il motivo per cui nel 1570 avevano rinunciato. Cinquantasette anni dopo, con l'acquedotto rinforzato ma con la geografia immutata, il problema era attenuato ma non risolto.
La soluzione: abbassare il bacino invece di alzare l'acqua
La mossa di Pietro Bernini è di quelle che si spiegano in una frase e che restano in mente per sempre: se non puoi alzare l'acqua, abbassa il bacino. Scavando la vasca sotto il piano stradale, si guadagna artificialmente il dislivello che manca. L'acqua non deve più salire per essere vista cadere: le basta cadere da poco per cadere comunque dentro qualcosa che sta più in basso di lei.
Osservate adesso il funzionamento, che è un piccolo capolavoro di economia. Al centro della barca un corto balaustro sorregge una vaschetta oblunga, più bassa delle estremità di prua e poppa. Da lì esce uno zampillo modestissimo. La vaschetta si riempie, e l'acqua trabocca all'interno dello scafo. Lo scafo a sua volta si riempie, e poiché le fiancate sono basse e svasate, l'acqua tracima nel bacino sottostante. Nessun getto spreca energia. Ogni goccia lavora due volte prima di arrivare in fondo.
A questo si aggiungono altre sei bocche: due sculture di sole con volto umano che gettano acqua verso altrettante conche all'interno dell'imbarcazione, e quattro fori circolari, due per lato, rivolti verso l'esterno e sagomati come bocche di cannone. Quei cannoni non sparano: gocciolano. È una barca da guerra che perde acqua da tutte le parti. L'ironia è deliberata, e nel contesto barocco è una raffinatezza da intenditori.
La barca semiaffondata non è un capriccio
Questo è il punto che ripeto sempre, perché ribalta la percezione comune. La Barcaccia non è una barca perché qualcuno ha avuto una visione poetica del naufragio. È una barca perché la forma di uno scafo semisommerso è la soluzione formale che meglio giustifica, anzi che rende necessaria, la depressione del bacino. Se metti una vasca circolare bassa in mezzo alla piazza sembra un errore, un difetto, una fontana mancata. Se ci metti una barca che sta affondando, il livello basso diventa il senso stesso dell'opera. La debolezza si trasforma nel soggetto.
È l'atteggiamento mentale che definisce il barocco romano migliore: non nascondere il vincolo, esibirlo trasformato. Gian Lorenzo Bernini farà la stessa cosa per tutta la vita, in scala sempre maggiore, fino a piazza San Pietro. Ma il primo esercizio di questa grammatica è qui, in questa barchetta di travertino che tutti scavalcano con lo sguardo per fotografare la scalinata.
C'è un ultimo vantaggio pratico, che l'esperienza quotidiana rende evidente. Un bacino incassato è raggiungibile. Nel Seicento significava che i portatori d'acqua e le donne del quartiere potevano attingere comodamente, senza sollevare secchi pieni sopra un bordo alto. La Fontana della Barcaccia non era un ornamento: era il rubinetto del rione. La bellezza è stata la conseguenza di una funzione, non il contrario.
La leggenda della piena del 1598 e la Fontana della Barcaccia
Adesso affrontiamo la storia che vi racconteranno tutti, e che merita di essere raccontata con la dovuta cautela. La versione popolare, diffusissima e molto accreditata, sostiene che la forma della fontana sia ispirata a un fatto realmente accaduto: durante la grande piena del Tevere del 1598, l'acqua avrebbe invaso il Campo Marzio spingendosi fino a piazza di Spagna, e ritirandosi avrebbe lasciato in secca, proprio lì, una barca. Urbano VIII, trent'anni dopo, avrebbe voluto ricordare l'evento con questa fontana.
Cominciamo da ciò che è certo. La piena del Natale del 1598 esiste, è documentatissima, ed è una delle più catastrofiche della storia di Roma: le lapidi che segnano i livelli raggiunti dalle acque, sparse per il centro storico, la registrano come un evento eccezionale. Il Tevere invase il Campo Marzio, distrusse parte di ponte Emilio — il cosiddetto Ponte Rotto, che da allora è rimasto rotto — e causò danni enormi. Su questo non c'è discussione.
Quello che nella leggenda della Fontana della Barcaccia non torna
I problemi cominciano quando si prova a connettere l'evento alla fontana. Il primo è topografico: piazza di Spagna sta ai piedi del Pincio, in una zona sensibilmente più alta rispetto al Campo Marzio basso, quello lungo il fiume. Che l'acqua sia arrivata fin lassù con forza sufficiente a trascinare e depositare un natante è, diciamo così, generoso. Non impossibile in assoluto per uno straripamento eccezionale, ma poco probabile nella forma pittoresca in cui la storia viene narrata.
Il secondo problema è cronologico. Fra la piena e la commissione passano quasi trent'anni. Se il papa avesse voluto commemorare l'alluvione, avrebbe scelto un anniversario, o un luogo simbolicamente pertinente, o vi avrebbe apposto una iscrizione esplicativa. Sulla Barcaccia non c'è nessuna iscrizione che alluda all'alluvione. Ci sono le api e i soli, cioè la firma della famiglia, nient'altro.
Il terzo problema è di metodo: la leggenda compare nelle fonti in forma consolidata piuttosto tardi, con il tipico andamento delle spiegazioni costruite a ritroso. Prima esiste un oggetto strano che ha bisogno di essere spiegato; poi arriva una spiegazione narrativa che lo giustifica; poi la spiegazione diventa più famosa dell'oggetto. È un meccanismo che a Roma funziona da secoli e che ha prodotto decine di storie deliziose e infondate.
Le ipotesi alternative sulla forma della Fontana della Barcaccia
Accanto alla leggenda alluvionale ne circola una seconda, di sapore più erudito: che l'area fosse anticamente utilizzata come piccola naumachia, cioè come bacino per rappresentazioni di battaglie navali. È un'ipotesi suggestiva, che avrebbe il pregio di spiegare anche le bocche di cannone, ma non poggia su evidenze archeologiche solide in quel punto preciso. La collocherei nella categoria delle congetture colte.
La spiegazione che trovo di gran lunga più convincente, e che raramente viene raccontata ai visitatori, è quella lessicale. "Barcaccia" nell'uso romano non è semplicemente una brutta barca o una barca che affonda: indicava un tipo specifico di natante fluviale, la chiatta usata sul Tevere per il trasporto delle botti di vino e delle merci pesanti. Quelle imbarcazioni avevano una caratteristica costruttiva precisa: fiancate molto basse, per facilitare l'imbarco e lo sbarco dei carichi rotolandoli, e estremità rialzate. È esattamente il profilo della fontana.
Se accettiamo questa lettura, tutto si ricompone. Pietro Bernini non ha scolpito un relitto: ha scolpito un mezzo di trasporto familiare a chiunque frequentasse le rive del Tevere, dove le barcacce del vino arrivavano quotidianamente dai Castelli e dall'alto corso del fiume. Ha preso un oggetto ordinario, popolare, quasi volgare, e lo ha monumentalizzato. Che è, se ci pensate, un gesto molto più moderno e molto più intelligente di una allegoria dotta.
Come raccontare la leggenda senza mentire
La mia posizione, quando guido, è questa: racconto la leggenda perché fa parte del patrimonio immateriale della piazza, e perché un visitatore che sente la storia dell'alluvione e non la ritrova nella guida si sente ingannato. Ma la racconto per quello che è, cioè una tradizione, e subito dopo spiego la ragione idraulica e quella lessicale. Non ho mai visto nessuno deluso da questa operazione. Al contrario: la spiegazione vera è più bella della leggenda, perché ci mostra un artista che risolve un problema anziché un papa che commemora un disastro.
La Fontana della Barcaccia e l'invenzione della fontana-scultura
C'è un motivo tecnico-storico per cui gli studiosi considerano la Barcaccia una data importante, e non riguarda né le api né la leggenda. Riguarda una questione di forma.
Prima del 1629, la fontana romana tipo è un oggetto architettonico. Il modello dominante è quello codificato da Giacomo Della Porta nella seconda metà del Cinquecento: vasche poligonali o circolari, tazze sovrapposte, profili geometrici, decorazione contenuta e simmetrica. Ne trovate ancora in piazza Colonna, in piazza della Rotonda, in piazza Farnese. Sono bellissime e sono, concettualmente, contenitori d'acqua nobilitati.
La Fontana della Barcaccia rompe questo schema. Non è una vasca decorata: è una scultura che contiene acqua. La forma non deriva dalla geometria del bacino ma da un soggetto figurativo, e il bacino è subordinato al soggetto. È la prima volta a Roma che una fontana viene concepita integralmente come opera scultorea. Da questa intuizione discende tutto quello che verrà dopo: il Tritone di piazza Barberini nel 1642-43, la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona del 1651, e in ultima analisi la Fontana di Trevi di Nicola Salvi, dove la fontana è addirittura diventata una facciata teatrale con figure in azione.
Un'idea piccola che ha cambiato una città
Mi diverte pensare che una rivoluzione formale di questa portata sia nata da un problema di scarsa pressione. Non da un trattato, non da una teoria, non da un dibattito accademico: da un tubo che non spingeva abbastanza. La storia dell'arte è piena di questi cortocircuiti fra necessità tecnica e invenzione linguistica, e la Barcaccia ne è uno degli esempi più limpidi che conosca a Roma.
Se volete verificare l'intuizione con i vostri occhi, fate questo esercizio nel corso della stessa giornata: guardate la Barcaccia, poi salite fino a piazza Barberini e guardate il Tritone di Gian Lorenzo, poi scendete alla Fontana di Trevi. Vedrete una progressione lineare: dall'oggetto narrativo posato a terra, alla figura mitologica che sostiene la conchiglia, alla scenografia totale che invade una facciata di palazzo. Tre stadi della stessa idea, tutti nutriti dalla stessa acqua, quella dell'Acqua Vergine, e tutti figli della soluzione trovata in questa piazza nel 1627.
La scalinata di Trinità dei Monti sopra la Fontana della Barcaccia
La scalinata arriva quasi cent'anni dopo la fontana, e cambia radicalmente il senso del luogo. Prima di lei, come si diceva, il fianco del Pincio era una scarpata mal risolta, un dislivello che nessuno sapeva come trattare, con la chiesa francese di Trinità dei Monti appollaiata in cima e la piazza in basso che le voltava le spalle.
Il problema era discusso da almeno tre generazioni. Già a metà Seicento i sovrani francesi accarezzavano l'idea di un collegamento monumentale, e il progetto si arenò più volte per ragioni che erano tanto architettoniche quanto diplomatiche: la chiesa e il convento erano di patronato francese, la piazza era di fatto sotto influenza spagnola, e nessuna delle due corti gradiva che l'altra si prendesse il merito e il controllo del passaggio.
De Sanctis, Specchi e il concorso per la scalinata sopra la Fontana della Barcaccia
La soluzione arriva nel primo quarto del Settecento, con finanziamenti francesi disponibili a partire dal 1721. Due erano i progettisti in campo: Alessandro Specchi, architetto di solida reputazione, autore del porto di Ripetta, e Francesco De Sanctis. Prevalse De Sanctis, e la sua idea è quella che vediamo: non una scala, ma un sistema di rampe che si aprono e si richiudono, si dividono in tre e si ricompongono, con terrazze-pianerottolo che funzionano da soste e da belvedere.
I lavori si svolgono fra il 1723 e il 1726. La scalinata viene inaugurata da papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725, il che spiega perché troverete indicate ora la data di inaugurazione, ora quella di completamento dei lavori: sono entrambe corrette, riferite a momenti diversi. I gradini sono centotrentasei, e vi assicuro che chiunque li conti a voce alta salendo arriva a un numero diverso, perché i pianerottoli confondono.
Perché la scalinata funziona così bene con la Fontana della Barcaccia
Il colpo di genio di De Sanctis, dal punto di vista di chi sta in basso, è che la scalinata non si legge mai tutta insieme. Da piazza di Spagna ne vedete una porzione, poi il primo terrazzo la interrompe, poi ne riappare un'altra porzione più stretta, poi si riapre a ventaglio. È una scenografia che si consuma per gradi, e che vi obbliga a salire per capirla. In architettura si chiama sequenza prospettica, ed è un principio tipicamente barocco: costruire lunghe visuali profonde che culminano in quinte monumentali, dosando la rivelazione.
La Fontana della Barcaccia, in questo dispositivo, svolge una funzione precisa che nessuno aveva pianificato ma che De Sanctis ha certamente riconosciuto: è la nota bassa. Il punto orizzontale, sommesso, quasi sotterraneo, da cui parte il crescendo verticale. Se al posto della barca ci fosse una fontana con un getto alto, la scalinata perderebbe metà del suo effetto, perché lo zampillo competerebbe con la salita. Il caso — o la pressione insufficiente dell'Acqua Vergine — ha regalato alla scalinata l'unica premessa possibile.
Le azalee e i restauri della scalinata
In primavera la scalinata viene addobbata con centinaia di vasi di azalee, una tradizione consolidata che trasforma i pianerottoli in terrazze fiorite di rosa e fucsia. È il momento in cui piazza di Spagna raggiunge il massimo della sua fotogenia e, prevedibilmente, il massimo della sua congestione.
La scalinata è stata sottoposta a un restauro completo nel 1995 e a un secondo intervento nel 2015-2016, quest'ultimo finanziato dalla casa di moda Bulgari, che ha sede storica proprio in via dei Condotti. È uno dei numerosi casi romani di mecenatismo aziendale su monumenti pubblici, formula che ha permesso restauri altrimenti impossibili e che continua a suscitare discussioni sul rapporto fra patrimonio e marchi commerciali. Personalmente, davanti a un travertino pulito, tendo a essere pragmatico.
La chiesa della Trinità dei Monti sopra la Fontana della Barcaccia
Alzate lo sguardo dalla fontana e in cima alla scalinata vedete una facciata bianca con due campanili gemelli, sormontati da cupolini ottagonali, e davanti un obelisco. È la chiesa della Santissima Trinità dei Monti, ed è francese. Non "di ispirazione francese": francese, giuridicamente e storicamente.
Fu fondata nel 1493 da Carlo VIII di Francia, con il titolo di S. Trinitatis in Pincio, e affidata all'ordine dei Minimi, la congregazione fondata da san Francesco di Paola, che godeva di grande favore presso la corte francese. I lavori della prima parte iniziarono probabilmente nel 1502 e proseguirono per gran parte del secolo. La chiesa nacque in stile gotico, progettata da Annibale Lippi e Gregorio Caronica, e — dettaglio che amo — realizzata con pietre fatte arrivare da Narbona.
Da Carlo VIII a Sisto V
Il sacco di Roma del 1527 danneggiò gravemente il complesso. Si scelse allora la via del restauro e dell'ampliamento, acquistando i terreni circostanti. Durante il conclave del 1549-1550 diversi cardinali francesi finanziarono i lavori, che portarono nel 1570 al completamento della facciata, disegnata da Giacomo Della Porta e Carlo Maderno e caratterizzata dai due celebri campanili. La consacrazione avvenne nel 1585 per opera di papa Sisto V.
Fu proprio Sisto V a commissionare a Domenico Fontana la strada Felice, che dal suo nome di battesimo prendeva il titolo, per collegare il Pincio a Santa Maria Maggiore: è l'asse che oggi conosciamo come via Sistina e via delle Quattro Fontane. Gli sbancamenti necessari crearono un dislivello davanti all'ingresso della chiesa, e Fontana risolse con la scala monumentale a due rampe che ancora oggi vi dà accesso. Questo significa che sopra la scalinata di De Sanctis c'è un'altra scalinata, più antica di quasi centoquarant'anni, e che moltissimi visitatori salgono senza rendersi conto di star cambiando epoca.
Cosa c'è dentro la chiesa che domina la Fontana della Barcaccia
L'interno è a navata unica con sei cappelle laterali, e conserva un patrimonio pittorico di primissimo ordine che quasi nessuno dei fotografi della piazza sospetta. La volta della crociera è in stile tardogotico francese, con volte a costoloni intrecciati: è l'unico esempio di questo linguaggio a Roma, e già solo per questo varrebbe la salita.
Fra le cappelle spicca quella di Lucrezia della Rovere, con un notevole ciclo di affreschi di Daniele da Volterra e dei suoi collaboratori. Secondo Vasari il maestro disegnò tutti i cartoni lasciando gran parte dell'esecuzione agli allievi, molti dei quali sarebbero poi diventati artisti di rilievo; a Daniele spettano con certezza l'Assunta sulla parete di fondo, databile fra il 1548 e il 1550, e la Presentazione della Vergine. Nella chiesa si trovano inoltre monumenti funebri cinquecenteschi di Leonardo Sormani e opere di Paris Nogari, oltre a una pala ottocentesca di Louis Vincent Léon Pallière.
Sui due campanili sono collocati un orologio e una meridiana, che secondo la tradizione indicherebbero rispettivamente l'ora di Roma e quella di Parigi. È un dettaglio che riassume perfettamente lo statuto del luogo: un pezzo di Francia sospeso sopra una piazza spagnola in una città papale.
L'obelisco davanti alla chiesa
Davanti alla facciata si erge l'obelisco Sallustiano, un obelisco di fattura romana imperiale che imita i modelli egizi, proveniente dagli Horti Sallustiani. Fu papa Pio VI a volerlo qui, e i lavori di preparazione furono visti da Johann Wolfgang von Goethe durante il suo soggiorno romano. Nel Viaggio in Italia, sotto l'anno 1787, Goethe annota di aver visto scavare a Trinità dei Monti per gettare le basi del nuovo obelisco, osservando che lassù il terreno non è che materiale di riporto proveniente dalle rovine dei giardini che furono di Lucullo e poi proprietà dei Cesari. È una delle testimonianze dirette più preziose su questo angolo di città, e ha il pregio di ricordarci che il Pincio, prima di essere un belvedere, era un enorme giardino tardo-repubblicano.
Piazza di Spagna intorno alla Fontana della Barcaccia
La piazza che oggi circonda la Fontana della Barcaccia non è nata in un giorno né da un piano unitario. È il risultato di una sedimentazione lunga, e conoscerne le tappe cambia il modo in cui la si guarda.
Fino al Seicento questo spazio si chiamava platea Trinitatis, cioè piazza della Trinità: il nome derivava dalla chiesa che la sovrastava, e oggi è rimasto circoscritto all'area in alto, dove stanno la chiesa e l'obelisco. Una porzione, quella settentrionale, era chiamata anche "piazza di Francia", per via del patronato francese sulla Trinità. Il nome attuale si impone soprattutto dalla seconda metà del Settecento, e deriva dal palazzo di Spagna, sede dell'ambasciata iberica presso la Santa Sede dal 1622.
La forma della piazza si definisce con l'urbanizzazione dell'asse via del Babuino - via Due Macelli, allora chiamato via Paolina in onore di papa Paolo III Farnese, e con la realizzazione del Tridente. La scalinata, nel Settecento, viene a risolvere un nodo viario complicato: qui convergevano su quote diverse la via Paolina, la via Trinitatis, la via Sistina e la via Gregoriana, e serviva un raccordo pedonale che mettesse ordine. La scalinata non è soltanto scenografia: è infrastruttura.
La piazza degli alberghi e delle carrozze
Molto presto la zona si riempì di alberghi e locande destinate ai visitatori stranieri, che entravano a Roma da porta del Popolo e cercavano alloggio nel primo quartiere disponibile. Principi, sovrani in visita, artisti, studenti, chierici e avventurieri: piazza di Spagna era il loro approdo. Di quell'attività resta traccia nel nome di via delle Carrozze, la strada adibita a deposito delle vetture che gli albergatori noleggiavano o mettevano a disposizione dei clienti. Un parcheggio, in sostanza, fossilizzato nella toponomastica.
Vale la pena immaginarla, questa piazza del Settecento: carrozze, cavalli, paglia, venditori, modelli in costume in attesa di essere ingaggiati, cicerone che offrivano visite guidate ai forestieri con un aplomb professionale che a noi guide moderne fa una certa tenerezza. E in mezzo, la Fontana della Barcaccia, che serviva ad abbeverare i cavalli, a riempire le brocche e a lavare quello che c'era da lavare. Non era un monumento: era un servizio pubblico con un bel vestito.
La colonna dell'Immacolata accanto alla Fontana della Barcaccia
Sul lato meridionale della piazza, davanti al palazzo di Propaganda Fide, svetta la colonna dell'Immacolata Concezione. Fu innalzata dopo la proclamazione del dogma dell'Immacolata, avvenuta nel 1854, per volontà di re Ferdinando II delle Due Sicilie in ringraziamento per uno scampato attentato, e fu inaugurata da papa Pio IX l'8 dicembre 1857. In cima, la statua della Vergine.
Ogni anno, l'8 dicembre, si svolge qui una delle cerimonie religiose più amate dai romani: l'omaggio floreale alla statua. Dal 1923 sono i Vigili del fuoco a compierlo, salendo con le loro scale in un'operazione tanto acrobatica quanto affettuosa. Nel 1953 vi presenziò papa Pio XII, ma fu dal 1958, con Giovanni XXIII, che la presenza del pontefice divenne tradizione consolidata, mantenuta da tutti i successori. Se capitate a Roma in quella data, la piazza cambia completamente natura: la folla non è turistica, è romana, ed è uno dei rari momenti in cui questo spazio torna a essere della città.
Propaganda Fide, Bernini e Borromini a due passi dalla Fontana della Barcaccia
Il palazzo di Propaganda Fide merita una deviazione di trenta metri che quasi nessuno fa. La facciata rivolta verso la piazza è attribuita a Gian Lorenzo Bernini; quella laterale, su via di Propaganda, è di Francesco Borromini, ed è una delle sue cose più radicali: un muro che si piega e si tende, con lesene giganti, finestre che sembrano schiacciate da una pressione interna, e una tensione nervosa che non assomiglia a niente altro.
Il fatto che i due massimi antagonisti dell'architettura barocca abbiano firmato due facciate dello stesso edificio, a pochi metri l'una dall'altra, è una delle grandi coincidenze didattiche di Roma. Portateci chiunque voglia capire in cinque minuti la differenza fra Bernini e Borromini: da un lato l'ordine sicuro di sé e la retorica maestosa, dall'altro l'inquietudine geometrica di un uomo che considerava la parete una materia elastica. La Fontana della Barcaccia sta lì in mezzo, imperturbabile, a fare da spartitraffico fra due modi di intendere il mondo.
La Fontana della Barcaccia e la Fontana di Trevi: due sorelle dello stesso acquedotto
Uno dei collegamenti che faccio sempre, e che dà ai visitatori una sensazione di comprensione improvvisa, è questo: la Fontana della Barcaccia e la Fontana di Trevi bevono dalla stessa fonte. Sono entrambe alimentate dall'Acqua Vergine. Sono, letteralmente, due terminali dello stesso acquedotto di Agrippa.
La differenza è tutta nella quota. La Fontana di Trevi si trova in un punto in cui il carico idraulico residuo era ancora sufficiente a garantire una portata generosa e una caduta significativa: da lì i getti, le cascate, il rumore. La Barcaccia si trova a valle di una discesa che le ha mangiato quasi tutta l'energia disponibile. Stessa acqua, stessa origine, due esiti architettonici opposti. È una lezione di fisica applicata all'arte che nessuna aula riuscirebbe a impartire meglio.
Il mostra dell'acquedotto e la teatralizzazione
La tradizione romana chiama "mostra" la fontana monumentale che segna il punto terminale di un acquedotto: la mostra dell'Acqua Paola al Gianicolo, la mostra dell'Acqua Felice a Termini con il celebre Mosè, e la mostra dell'Acqua Vergine a Trevi. La Fontana di Trevi nella forma attuale è opera di Nicola Salvi, avviata nel 1732 e completata nel 1762, ma la storia del punto d'arrivo dell'acquedotto in quel luogo è molto più antica, e comprende un progetto berniniano mai realizzato commissionato proprio da Urbano VIII.
È interessante notare che sul prospetto di Trevi compaiono i due rilievi che raccontano le leggende dell'acquedotto: Agrippa che approva il progetto e la fanciulla che indica le sorgenti. Quella narrazione, la stessa che vi ho riportato parlando del nome, è dunque scolpita a mezzo chilometro da qui. La Barcaccia e Trevi sono le due estremità di un unico racconto: una lo dice sottovoce, l'altra a piena orchestra.
Un itinerario dell'acqua a partire dalla Fontana della Barcaccia
Se vi interessa questo filo, esiste una passeggiata che consiglio spesso e che si fa in un paio d'ore. Si parte dalla Barcaccia. Si sale per via dei Due Macelli e si devia in via del Nazareno, dove sopravvivono le tre arcate in travertino dell'acquedotto antico con l'iscrizione del restauro di Claudio: sono lì, incastrate fra i palazzi, e la maggior parte dei passanti le scambia per un muro qualsiasi. Poi si prosegue verso la Fontana di Trevi, dove la stessa acqua fa spettacolo. Infine, se avete voglia e gambe, si può salire al Pincio e affacciarsi verso Villa Medici, sotto la quale una scala a chiocciola in perfetto stato di conservazione — la cosiddetta Chiocciola del Pincio — conduce ancora al condotto sotterraneo.
Aggiungo una curiosità che stupisce sempre: durante la costruzione del grande magazzino della Rinascente in via del Tritone sono stati rinvenuti resti dell'acquedotto, e oggi sono esposti all'interno dell'edificio. Potete andare a vedere l'Acqua Vergine tra i reparti. È un'esperienza tipicamente romana, in cui la stratificazione millenaria convive con le scale mobili senza che nessuno trovi la cosa strana.
Il Grand Tour, i modelli e gli artisti attorno alla Fontana della Barcaccia
Fra Settecento e Ottocento questa piazza diventa il centro nevralgico della Roma internazionale. Il Grand Tour — il viaggio di formazione che le élite del Nord Europa consideravano obbligatorio per completare l'educazione di un giovane gentiluomo — aveva Roma come stazione culminante, e Roma aveva piazza di Spagna come porta d'ingresso.
Gli inglesi, i tedeschi, gli scandinavi, i russi arrivavano da porta del Popolo, si sistemavano nelle locande di via del Babuino e di via dei Condotti, e si trovavano a vivere quotidianamente attorno alla Barcaccia. La zona si riempì di quello che serviva a quel pubblico: antiquari veri e falsari abili, botteghe di stampe con vedute di Piranesi e dei suoi epigoni, negozi di colori e telai per i pittori, agenzie che procuravano cicerone e vetturini, banchieri che cambiavano lettere di credito.
I modelli sui gradini
C'è un fenomeno che merita di essere raccontato perché oggi è del tutto scomparso e all'epoca era una istituzione: i modelli. Sulla scalinata, per decenni, stazionavano uomini, donne e bambini in costume tradizionale — ciociari con le cioce e i gambali, donne con il panno bianco piegato sul capo, vecchi con la barba adatti a fare da san Girolamo — in attesa di essere ingaggiati dai pittori stranieri che avevano lo studio nel quartiere.
Era un mercato del lavoro vero e proprio, con tariffe, specializzazioni e persino dinastie familiari: certe famiglie della Ciociaria mandavano a Roma generazioni successive di modelli. Le vedute ottocentesche della scalinata li ritraggono spesso, seduti sui gradini in pose studiate. Quando oggi vi dicono che sulla scalinata non ci si può sedere, pensate che per un secolo il sedersi lì era un mestiere.
Gli studi d'artista intorno alla Fontana della Barcaccia
Le vie che si diramano dalla piazza — via Margutta soprattutto, ma anche via del Babuino, via Sistina, via Gregoriana — erano piene di studi d'artista. Via Margutta ha conservato questa vocazione fino al Novecento inoltrato, ed è ancora oggi una delle strade più graziose del centro, con i cortili e le vetrate degli atelier.
Poco lontano, in via Sistina, visse Nikolaj Gogol', che a Roma scrisse buona parte di Anime morte e che della città parlò con un trasporto quasi religioso. In piazza di Spagna stessa, al numero 31, ebbe casa e studio Giorgio de Chirico, la cui abitazione è oggi visitabile come casa museo. Non è un caso: chi arrivava a Roma per lavorare con gli occhi cercava di stare qui, dove la luce entra nella piazza da sud e dove il travertino restituisce riflessi caldi per gran parte della giornata.
John Keats, Shelley e la casa all'angolo della Fontana della Barcaccia
Guardando la scalinata dal basso, l'edificio color mattone sulla destra è quello in cui, il 23 febbraio 1821, morì John Keats. Aveva venticinque anni. Era arrivato a Roma pochi mesi prima, nel novembre 1820, mandato dai medici a cercare in un clima più mite un rimedio alla tubercolosi che gli aveva già ucciso la madre e il fratello, e che non risparmiò lui.
Occupava l'appartamento al secondo piano di piazza di Spagna 26, due stanze modeste affacciate sulla scalinata. Con lui c'era il pittore Joseph Severn, amico fedele, che lo assistette fino alla fine in condizioni di isolamento e di angoscia che le sue lettere restituiscono con una crudezza difficile da dimenticare. Le autorità pontificie, come si usava per i casi di tisi, fecero bruciare mobili e suppellettili della stanza dopo il decesso, per timore del contagio: è la ragione per cui gli arredi che vedete oggi non sono quelli originali.
La finestra sopra la Fontana della Barcaccia
C'è un dettaglio che mi commuove ogni volta e che condivido sempre. Dalla finestra della camera in cui giaceva, Keats non poteva vedere granché: un pezzo di piazza, i gradini, e la Fontana della Barcaccia. Ma poteva sentirla. In quelle ultime settimane, immobilizzato, il rumore continuo dell'acqua della Barcaccia era una delle poche compagnie sonore delle sue giornate.
La sua epigrafe, nel Cimitero Acattolico presso la Piramide Cestia, dove è sepolto, recita che qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua. È una formula che Keats stesso volle, e sulla quale la critica discute da due secoli: amarezza per l'insuccesso, o intuizione della fluidità della fama? Quale che sia la risposta, il fatto che quell'immagine dell'acqua sia stata concepita a pochi metri da questa fontana ha una simmetria che non oso definire casuale, ma che nemmeno mi permetto di trasformare in aneddoto certo. Le fonti non ci dicono che Keats pensasse alla Barcaccia. Ci dicono che l'aveva sotto la finestra.
La Keats-Shelley Memorial House
Nel 1903 nacque la Keats-Shelley Memorial Association, con lo scopo dichiarato di raccogliere fondi per salvare il palazzo dalla demolizione e trasformarlo in un luogo di memoria dei due poeti. L'associazione riuscì nell'impresa: nell'appartamento fu allestito un museo, con cimeli, ricordi del Romanticismo inglese e una biblioteca specializzata di ampiezza notevole. L'inaugurazione avvenne il 3 aprile 1909, alla presenza del re Vittorio Emanuele III.
Durante la seconda guerra mondiale il museo attraversò un periodo difficile, che il museo stesso definisce con l'espressione "underground period", legato ai rapporti con la Germania, e riprese normalmente l'attività con l'arrivo degli Alleati. Oggi l'appartamento è aperto al pubblico come casa museo. È piccolo, si visita in quaranta minuti, e ha il pregio raro di essere silenzioso a due metri da una delle piazze più rumorose d'Europa.
Percy Bysshe Shelley e il legame con questo luogo
Il museo è dedicato anche a Percy Bysshe Shelley, che di Keats fu ammiratore e per la cui morte scrisse l'elegia Adonais. Shelley visse in Italia gli ultimi anni della sua vita e morì l'8 luglio 1822 nel Golfo di La Spezia, annegato durante un naufragio, a ventinove anni. Le sue ceneri riposano anch'esse nel Cimitero Acattolico di Roma, non lontano dalla tomba di Keats.
La concentrazione di romanticismo inglese in questo angolo di città è statisticamente improbabile e storicamente spiegabilissima: la comunità britannica a Roma gravitava qui, e qui si ammalava, si innamorava, scriveva e talvolta moriva. La Fontana della Barcaccia è stata testimone silenziosa di tutto questo, e continua a farlo senza il minimo cambiamento di espressione.
Via dei Condotti, il Caffè Greco e il quartiere della Fontana della Barcaccia
Dalla fontana parte, verso occidente, via dei Condotti, che nell'immaginario mondiale significa moda e che nella realtà storica significa, come abbiamo visto, tubature. La strada punta dritta verso il Tevere e faceva parte del sistema viario cinquecentesco che collegava questa zona a ponte Sant'Angelo.
Al numero 86 si trova l'Antico Caffè Greco, fondato nel 1760 e considerato il più antico caffè di Roma e il secondo d'Italia dopo il Florian di Venezia. Il nome deriva dall'origine italo-levantina del fondatore, un certo Nicola della Maddalena, che compare come "caffettiere" negli Stati delle Anime del 1760 e in un documento della parrocchia di San Lorenzo in Lucina conservato nell'Archivio del Vicariato.
Chi frequentava il Caffè Greco
Dall'inizio dell'Ottocento il Caffè Greco divenne il ritrovo preferito degli artisti e degli intellettuali tedeschi attivi in Italia. Ne restano testimonianze visive preziose: gli schizzi e i ritratti a matita eseguiti da Carl Philipp Fohr in preparazione di un quadro mai realizzato, interrotto dalla morte prematura dell'artista annegato nel Tevere. Quei disegni, conservati a Heidelberg e a Francoforte, ritraggono fra gli altri il pittore tirolese Joseph Anton Koch, il poeta Friedrich Rückert, Peter von Cornelius, e Friedrich Overbeck impegnato in una partita a scacchi con Philipp Veit.
Frequentarono il locale anche il filosofo Arthur Schopenhauer ed Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Vi passò Silvio Pellico, e vi fu assiduo Gioacchino Pecci, il futuro papa Leone XIII. Nella sala Omnibus sono esposti medaglioni, placchette in gesso e miniature che raffigurano artisti, poeti e musicisti passati di lì nel corso dei decenni; complessivamente le sale ospitano oltre trecento opere, il che fa dell'Antico Caffè Greco la più grande galleria d'arte privata aperta al pubblico esistente al mondo.
Il locale è riconosciuto bene culturale di interesse particolarmente importante e fa parte dell'associazione Locali storici d'Italia. Negli anni recenti la sua sorte è stata al centro di una lunga vertenza legale con la proprietà dell'immobile, l'Ospedale Israelitico, che ha portato a una sospensione dell'attività. Vi consiglio di verificare la situazione al momento della vostra visita, perché è una vicenda in evoluzione e non mi permetto di dichiararla conclusa in un senso o nell'altro.
Il danneggiamento del 2015 alla Fontana della Barcaccia
Il 19 febbraio 2015 è una data che i romani ricordano con rabbia. Quel giorno la Fontana della Barcaccia fu danneggiata da un gruppo di tifosi olandesi del Feyenoord, arrivati nella capitale per la partita di Europa League contro la Roma. Nel pomeriggio, dopo ore di bivacco nella zona, decine di persone lanciarono bottiglie di vetro contro il monumento.
I danni accertati furono numerosi. Si staccò un frammento di travertino di circa dieci centimetri dall'orlo del candelabro centrale della vasca. Su più punti della superficie i tecnici rilevarono scalfitture e scheggiature provocate dall'impatto del vetro. La valutazione della Sovrintendenza fu netta: si trattava di un danno grave, e grave soprattutto perché permanente. Il travertino non si ricuce. Si può consolidare, si può integrare, ma la perdita di materia originale è definitiva.
Perché quel giorno ha lasciato un segno
Le immagini della piazza invasa, dei bicchieri rotti e delle bottiglie che rimbalzavano sulla barca fecero il giro del mondo e generarono a Roma una discussione durissima sulla gestione dell'ordine pubblico, sulla responsabilità dei club, sui risarcimenti e sulla protezione dei monumenti nelle giornate di grande afflusso. Non fu una discussione consolatoria: emersero errori di previsione e limiti organizzativi che nessuno riuscì davvero a negare.
Va anche detto, per onestà, che non era la prima aggressione. Il 15 maggio 2007 quattro uomini ubriachi avevano inciso la fontana con un grosso cacciavite, provocando una profonda scalfittura e il distacco di una parte rilevante dello stemma papale. I carabinieri intervenuti furono aggrediti, ma riuscirono ad arrestarli e a evitare danni ulteriori. Sono episodi diversi per scala e per contesto, ma raccontano lo stesso problema: un monumento accessibile, esposto, senza barriere, dipende interamente dal comportamento di chi ci sta intorno.
Che cosa vedete oggi della cicatrice
Se guardate con attenzione, e vi indico dove guardare, alcune tracce sono ancora leggibili nonostante il restauro: piccole discontinuità di colore e di tessitura lungo i bordi, dove il materiale integrato ha una risposta diversa alla luce rispetto al travertino secentesco. Non sono deturpanti. Sono, se volete, la parte più recente della biografia dell'oggetto.
Io le mostro sempre, e non per moralismo. Le mostro perché aiutano a capire che i monumenti non sono immagini: sono corpi, e i corpi si feriscono. La Barcaccia ha attraversato quattro secoli di gelate, smog, guerre, terremoti minori e milioni di mani, e ne porta il segno. È esattamente ciò che la rende reale invece che decorativa.
I restauri della Fontana della Barcaccia
La collocazione in una delle piazze a più alto afflusso turistico della città impone alla Fontana della Barcaccia un regime di manutenzione più severo di quello di altri monumenti. Gli interventi documentati sono numerosi. Fra i più recenti si segnalano quelli del 1986, del 1993 e il ciclo compreso fra il 1994 e il 1999.
Un ulteriore restauro conservativo si è svolto fra il 2013 e il 2014, reso possibile da una donazione privata di 209.960 euro: una cifra che dà bene l'idea di quanto costi tenere in vita un oggetto di questo tipo. L'ultimo intervento di cui si ha notizia è stato completato il 16 aprile 2025, finanziato interamente con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Che cosa fa concretamente un restauro su una fontana
Spiego sempre volentieri in che cosa consiste, perché il pubblico immagina una specie di lavaggio e la realtà è molto più articolata. Prima di tutto si documenta: rilievi, fotografia a luce radente, mappatura del degrado punto per punto. Poi si affronta la pulitura, che è la fase più delicata, perché bisogna rimuovere depositi, croste nere da inquinamento e incrostazioni biologiche senza intaccare la patina storica, quella pellicola superficiale che è parte integrante della vita della pietra.
Segue il consolidamento delle porzioni decoese, cioè di quelle zone in cui la pietra sta perdendo coesione e si sfarina. Poi la stuccatura delle fessurazioni con malte compatibili, la revisione integrale dell'impianto idraulico — tubazioni, ugelli, sistema di ricircolo, scarichi — e infine l'applicazione di protettivi. Nelle fontane il problema idraulico è centrale: perdite invisibili possono infiltrarsi nelle murature e produrre danni molto più gravi di quelli visibili in superficie.
Aggiungo un dettaglio che colpisce sempre: nelle vasche romane si recuperano ogni anno quantità sorprendenti di monete, che vengono raccolte e destinate a scopi benefici. La pratica del lancio della moneta, celeberrima a Trevi, si è estesa per imitazione a molte altre fontane, Barcaccia inclusa. Le monete non fanno male al travertino, ma il metallo in acqua può favorire fenomeni di ossidazione e macchie, ed è uno dei motivi per cui la rimozione periodica è necessaria.
Le regole di piazza di Spagna: che cosa non si fa alla Fontana della Barcaccia
Questa sezione mi tocca farla, e la faccio senza toni predicatori, perché nella maggior parte dei casi le infrazioni derivano da ignoranza e non da malafede.
La prima regola riguarda le fontane monumentali di Roma in generale: non ci si entra, non ci si fa il bagno, non ci si immergono i piedi, non ci si sale sopra, non ci si lava nulla e non vi si fanno bere gli animali. La normativa comunale è esplicita e la sorveglianza in piazza di Spagna è costante, con sanzioni pecuniarie e possibilità di allontanamento dall'area. Le ragioni non sono di puritanesimo: un corpo che entra in una vasca trascina sabbia, creme solari, sudore e microrganismi in un sistema a ricircolo, e il carico abrasivo su una pietra porosa di quattro secoli non è teorico.
La seconda regola riguarda la scalinata di Trinità dei Monti, e sorprende molti visitatori: non ci si può sedere sui gradini. Il divieto è entrato in vigore nell'estate del 2019 con l'aggiornamento del regolamento di polizia urbana, e viene fatto rispettare. Nulla vieta di fermarsi, di sostare in piedi, di scattare fotografie; è lo stazionamento seduto che è vietato, insieme naturalmente al consumo di cibi e bevande sui gradini.
Perché non ci si siede più sulla scalinata sopra la Fontana della Barcaccia
La motivazione ufficiale è conservativa, e ha basi concrete. Il travertino dei gradini si consuma, si scheggia, si macchia; il cibo e le bevande lasciano residui che attaccano la pietra e attirano gabbiani e roditori; il numero di persone sedute in alta stagione rendeva la scalinata di fatto impraticabile come passaggio. La misura è stata discussa, criticata come eccessiva da molti, difesa da altri come inevitabile.
Io mi limito a segnalarla, perché è la principale fonte di malintesi in questa piazza. Vedere qualcuno redarguito da un vigile mentre è seduto a mangiare un gelato, convinto in perfetta buona fede di star facendo la cosa più naturale del mondo, è un classico quotidiano. Se volete sedervi, i giardini di villa Borghese sono a dieci minuti a piedi salendo, e la vista dal Pincio compensa abbondantemente lo sforzo.
Quando andare a vedere la Fontana della Barcaccia
La piazza è uno spazio pubblico aperto e la fontana si vede a qualunque ora, il che è un vantaggio enorme rispetto ai monumenti che chiudono. Il problema non è l'accesso: è la folla.
Il momento migliore in assoluto è la prima mattina. Fra l'alba e le otto la piazza è quasi vuota, la luce arriva radente da est e accende il travertino, il suono dell'acqua è udibile, e potete girare intorno alla barca senza inserire una persona sconosciuta in ogni inquadratura. È l'unico momento in cui la Fontana della Barcaccia torna a essere un oggetto anziché uno sfondo.
La seconda finestra utile è la sera tardi, dopo le ventitré, quando i negozi hanno chiuso e la piazza si svuota progressivamente. L'illuminazione notturna della fontana e della scalinata è calda e ben calibrata, e il contrasto fra la barca in ombra e la scalinata illuminata produce immagini molto belle.
Le stagioni della Fontana della Barcaccia
La primavera è il periodo classico e il più affollato: le azalee sulla scalinata, il clima ideale, e una densità di visitatori che nelle ore centrali rende il transito faticoso. Se venite in aprile o maggio, spostate la visita alle prime ore del giorno senza discutere.
L'estate romana è dura. Il sole in piazza di Spagna picchia senza schermi, la piazza ha poca ombra e il travertino riverbera. In compenso le sere di luglio e agosto sono fra le più gradevoli dell'anno, e il quartiere resta vivo fino a tardi. Portate acqua: e a proposito di acqua, ricordate che a Roma i nasoni, le fontanelle di ghisa sparse per la città, erogano acqua potabile gratuita, e ce ne sono nelle vicinanze.
L'autunno è, a mio parere, la stagione migliore per visitare Roma in generale e questa piazza in particolare. Ottobre e novembre offrono una luce bassa e dorata, temperature ragionevoli e una pressione turistica sensibilmente inferiore. L'inverno ha il vantaggio del vuoto: certe mattine di gennaio la piazza è di chi ci abita, e la Fontana della Barcaccia con la brina sui bordi è uno spettacolo che pochi hanno visto.
Come arrivare alla Fontana della Barcaccia
Il modo più semplice è la metropolitana: la linea A ha una fermata dedicata, Spagna, la cui uscita sbuca direttamente nella piazza, a pochi passi dalla fontana. Dalla stessa stazione parte anche un lungo passaggio pedonale con ascensori che risale fino al livello del Pincio e di villa Borghese, soluzione preziosa per chi ha difficoltà con le salite.
A piedi, la Barcaccia è raggiungibile comodamente da quasi tutto il centro storico: dieci minuti dalla Fontana di Trevi, un quarto d'ora da piazza del Popolo scendendo per via del Babuino, venti minuti dal Pantheon, poco più da piazza Navona. L'area è pedonale o a traffico limitato, il che rende gli spostamenti a piedi non solo possibili ma preferibili.
Accessibilità della Fontana della Barcaccia
La piazza è pianeggiante e la fontana è avvicinabile senza gradini, il che la rende accessibile a persone con mobilità ridotta e a chi si sposta con passeggini o sedie a ruote. Il fondo è in sampietrini, i tipici blocchetti di basalto della pavimentazione romana, che sono affascinanti da vedere e scomodi da attraversare con ruote piccole: mettete in conto qualche vibrazione.
La scalinata, ovviamente, non è accessibile. Chi non può affrontare i centotrentasei gradini ha però l'alternativa dell'ascensore della stazione Spagna, che porta al livello superiore e consente di raggiungere la zona di Trinità dei Monti e il Pincio senza salire a piedi. È una informazione che salva la giornata a molte persone e che stranamente è poco diffusa.
Cosa vedere a due passi dalla Fontana della Barcaccia
La Barcaccia sta al centro di una delle concentrazioni di cose notevoli più dense d'Europa, e una passeggiata di venti minuti in qualunque direzione produce risultati sproporzionati.
Salendo la scalinata: la chiesa della Trinità dei Monti, l'obelisco Sallustiano, e poi il viale che porta a villa Medici, sede dell'Accademia di Francia a Roma, con i suoi giardini visitabili. Da lì, proseguendo, si arriva alla terrazza del Pincio, uno dei belvedere classici sulla città, e a villa Borghese.
Scendendo verso ovest per via dei Condotti: il Caffè Greco, e in fondo la direttrice verso il Tevere. Verso nord per via del Babuino: chiese, antiquari, e in fondo piazza del Popolo con le sue chiese gemelle e Santa Maria del Popolo, che custodisce due Caravaggio e la cappella Chigi progettata da Raffaello. Verso sud per via di Propaganda e via del Tritone: la Fontana di Trevi, e più oltre il Quirinale.
Un itinerario di mezza giornata dalla Fontana della Barcaccia
Se dovessi costruire un percorso che parte da qui e che abbia un senso narrativo, farei così. Prima la Barcaccia con calma, spiegando l'acquedotto. Poi la salita alla Trinità dei Monti per il cambio di scala e per il tardogotico francese della volta. Poi discesa e via del Babuino fino a piazza del Popolo, con sosta obbligata in Santa Maria del Popolo. Ritorno verso il Corso e deviazione su via del Nazareno per le arcate dell'Acqua Vergine. Chiusura alla Fontana di Trevi, dove lo stesso acquedotto che avete visto sussurrare in piazza di Spagna vi urla addosso.
Sono circa tre ore e mezza di cammino tranquillo, con un filo conduttore — l'acqua — che tiene insieme duemila anni. Funziona con adulti, funziona con adolescenti annoiati, e funziona anche con i bambini, se al posto delle quinarie di Frontino raccontate la storia della barca che affonda.
La Fontana della Barcaccia nell'arte, nella letteratura e nel cinema
Poche immagini di Roma sono state riprodotte quanto questa. Dal Settecento in poi la veduta di piazza di Spagna con la scalinata e la fontana entra stabilmente nel repertorio dei vedutisti, degli incisori e poi dei fotografi. Giacomo Brogi, fra i grandi fotografi italiani dell'Ottocento, ne lasciò riprese di eccezionale qualità nella seconda metà del secolo, che ci mostrano la piazza priva di automobili e con i modelli seduti sui gradini.
La mappa di Roma di Giovanni Battista Nolli, del 1748, restituisce con precisione topografica lo stato della piazza pochi decenni dopo la costruzione della scalinata, ed è un documento che consiglio a chiunque voglia capire come funzionasse questo settore urbano prima delle trasformazioni ottocentesche.
La Fontana della Barcaccia in letteratura
Piazza di Spagna è citata in una celebre poesia di Cesare Pavese, "Passerò da piazza di Spagna", il cui testo è riportato su una targa collocata nei pressi della sala da tè Babington's. È uno di quei casi in cui la letteratura italiana del Novecento incrocia direttamente la topografia del luogo, e vale la pena cercarla.
Per il resto, la bibliografia dei viaggiatori è sterminata: Goethe, Stendhal, Dickens, Hawthorne, Henry James, Andersen hanno tutti attraversato questa piazza e ne hanno scritto in forme diverse. Non riporto citazioni testuali perché la circolazione di attribuzioni approssimative su questi autori è enorme e preferisco non aggiungere rumore. Chi voglia approfondire trova nelle rispettive opere di viaggio pagine dedicate al quartiere.
La Fontana della Barcaccia al cinema
La scena più famosa girata in questo luogo appartiene a Vacanze romane di William Wyler, del 1953, con Audrey Hepburn e Gregory Peck: la sequenza del gelato sulla scalinata è diventata una delle immagini identitarie della Roma cinematografica, e ha contribuito più di qualunque campagna promozionale a fissare piazza di Spagna nell'immaginario internazionale. Il paradosso, che non manco mai di sottolineare, è che quel gesto — sedersi sui gradini a mangiare un gelato — oggi è precisamente ciò che il regolamento vieta.
La piazza compare inoltre in decine di produzioni italiane e straniere, in genere come stabilisce-luogo: quando un film vuole dire "Roma" in tre secondi, inquadra la scalinata. La Fontana della Barcaccia entra spesso nell'inquadratura in basso, quasi sempre senza che nessuno la nomini. È il suo destino, e in fondo le si addice.
L'acqua della Fontana della Barcaccia si può bere?
È una delle domande che ricevo più spesso, e la risposta richiede una distinzione.
Le fontane monumentali di Roma funzionano oggi in gran parte a ricircolo: la stessa acqua viene filtrata e rimessa in circolo, e non è destinata al consumo umano. Non bevete dalle vasche monumentali, e non è una questione di etichetta ma di igiene elementare, considerando quello che finisce nelle vasche ogni giorno.
Diverso il discorso per i nasoni, le fontanelle in ghisa con il getto continuo che trovate ovunque in città: quelle erogano acqua potabile della rete cittadina, controllata, fresca ed eccellente. Riempire la borraccia a un nasone è una delle cose più intelligenti che possiate fare a Roma d'estate, ed è gratis. Il gesto giusto è tappare con il dito il foro terminale del tubo: l'acqua schizzerà da un forellino superiore formando un archetto comodo per bere.
La qualità dell'Acqua Vergine oggi
Vale la pena chiarire un punto tecnico che riguarda direttamente la nostra fontana. L'Acqua Vergine antica, come si diceva, era rinomata per leggerezza e purezza. Oggi la situazione è cambiata: una buona parte delle antiche strutture è stata sostituita da tubazioni in cemento, e l'urbanizzazione intensiva ha inquinato tanto il canale originario quanto le falde. Di conseguenza l'acqua dell'Acqua Vergine viene destinata a usi irrigui e all'alimentazione delle fontane monumentali, non al consumo alimentare.
C'è qualcosa di malinconico in questo. L'acquedotto che per venti secoli fu celebrato come il più puro di Roma, quello che non lasciava incrostazioni e che i papi si contendevano il merito di restaurare, oggi serve a far cadere l'acqua dai fianchi di una barca di travertino. Continua a lavorare, però. Dal 19 avanti Cristo, senza un giorno di pausa lunga. Pochi manufatti umani possono vantare un curriculum simile.
Domande frequenti sulla Fontana della Barcaccia
Chi ha costruito la Fontana della Barcaccia?
Fu commissionata da papa Urbano VIII Barberini e realizzata fra il 1627 e il 1629 da Pietro Bernini, che dal 1623 era architetto dell'Acqua Vergine, con la collaborazione del figlio Gian Lorenzo Bernini, che verosimilmente la portò a termine. Le fonti antiche, a cominciare da Giovanni Baglione, attribuiscono l'opera a Pietro; la critica moderna riconosce un contributo del figlio senza poterlo quantificare con esattezza.
Perché la Fontana della Barcaccia ha la forma di una barca?
La ragione principale è tecnica: la bassa pressione dell'Acqua Vergine in quel punto non consentiva zampilli alti né cascate. Abbassando il bacino sotto il livello stradale si guadagnava il dislivello mancante, e la forma di una barca semisommersa è quella che rende questa depressione non un difetto ma il soggetto stesso dell'opera. La leggenda della barca lasciata in piazza dalla piena del Tevere del 1598 è affascinante ma va presa con prudenza.
Che cosa significa "barcaccia"?
Il termine indica una vecchia imbarcazione malandata, ma soprattutto — ed è la spiegazione più convincente — un tipo specifico di chiatta usata sul Tevere per il trasporto delle botti di vino, caratterizzata da fiancate molto basse per facilitare il carico e lo scarico. È esattamente il profilo della fontana.
Da dove arriva l'acqua della Fontana della Barcaccia?
Dall'Acqua Vergine, l'acquedotto costruito da Marco Vipsanio Agrippa e inaugurato il 9 giugno del 19 avanti Cristo, che capta le sue acque nella zona di Salone lungo la via Collatina e che è l'unico acquedotto romano antico mai andato completamente fuori servizio. La stessa acqua alimenta la Fontana di Trevi.
Si può bere l'acqua della Fontana della Barcaccia?
No. Le fontane monumentali funzionano a ricircolo e la loro acqua non è destinata al consumo umano. Per bere ci sono i nasoni, le fontanelle pubbliche di ghisa, che erogano acqua potabile e gratuita.
Quanto tempo serve per visitare la Fontana della Barcaccia?
Per guardarla davvero, girandole intorno e osservando gli stemmi, i soli e il funzionamento idraulico, bastano quindici minuti. Per capire il contesto — piazza, scalinata, chiesa, casa di Keats — mettete in conto un'ora e mezza. Per l'itinerario dell'acqua fino a Trevi, tre ore e mezza.
Ci si può sedere sulla scalinata sopra la Fontana della Barcaccia?
No. Dall'estate del 2019 il regolamento comunale vieta di sedersi sui gradini della scalinata di Trinità dei Monti, così come di consumarvi cibi e bevande. Si può sostare in piedi e fotografare.
Una curiosità su Fontana della Barcaccia
La curiosità che tengo in serbo riguarda i quattro fori circolari sui fianchi della barca, quelli sagomati come bocche di cannone. Sono l'unico elemento della fontana che non ha alcuna giustificazione idraulica: l'acqua sarebbe defluita benissimo anche senza di loro, anzi meglio, perché ogni presa aggiuntiva sottrae portata al circuito principale. Sono lì per una ragione puramente narrativa, ed è una ragione ironica.
Una barca da guerra spara dai fianchi. Questa barca, dai fianchi, perde acqua. Il cannone che dovrebbe minacciare gocciola. In un'epoca in cui l'iconografia papale amava le imprese belliche — la Chiesa militante, le flotte cristiane, le vittorie sui turchi — mettere quattro bocche da fuoco impotenti sulla fontana di un papa è un gesto che, letto oggi, ha un sapore quasi umoristico. E siccome Urbano VIII era un letterato che apprezzava il concetto arguto, il "concetto" barocco per eccellenza, è difficile pensare che la cosa gli sia sfuggita.
C'è di più. Quei fori, ricavati nello spessore delle fiancate, hanno una funzione secondaria che si apprezza solo restando in silenzio accanto alla vasca: modulano il suono. Non essendo tutti perfettamente identici per usura e portata, producono note leggermente diverse, e il risultato è quel brusio articolato, non monotono, che distingue la Barcaccia dalle fontane a getto unico. Non so dire se l'effetto sia stato calcolato. So che c'è, e che se vi mettete seduti sul bordo di pietra alle sette del mattino lo sentite distintamente.
Ultima piega della curiosità: proprio quei fori sono stati fra i punti più delicati di ogni restauro, perché sono zone di spessore sottile, sottoposte a flusso continuo e a gelo invernale, dove il travertino tende a sfaldarsi prima che altrove. La parte più giocosa della fontana è anche la più fragile. Come spesso accade.
Una cosa che non ti dice nessuno su Fontana della Barcaccia
La cosa che non vi dirà nessuno è che la Fontana della Barcaccia è, con ogni probabilità, il monumento romano che ha subito la maggiore inversione di significato senza che nessuno se ne accorgesse.
Nata come rubinetto pubblico di un quartiere di locande, oggetto d'uso quotidiano per portatori d'acqua, lavandaie, stallieri e cavalli, la Barcaccia è stata per due secoli un'infrastruttura. Il suo valore era il servizio; la bellezza era il vestito con cui il papa firmava il servizio. Oggi ha esattamente il valore opposto: è un'immagine, cioè un oggetto la cui unica funzione riconosciuta è essere guardato e fotografato, e la cui funzione idraulica originaria è stata talmente dimenticata che quasi nessuno si chiede da dove arrivi l'acqua che ci scorre dentro.
Questo rovesciamento ha una conseguenza pratica che nessuno racconta: la fontana è oggi molto più esposta di quanto lo fosse quando serviva. Un oggetto che la gente usa viene difeso dalla gente che lo usa. Il quartiere sorvegliava la propria fontana, perché era la propria fontana. Un oggetto che la gente fotografa non ha nessuno che lo difenda salvo un vigile in servizio. È esattamente per questo che il 19 febbraio 2015 è potuto accadere ciò che è accaduto, e non parlo solo dei tifosi: parlo del fatto che nessuno in quella piazza si sentiva proprietario di quella barca.
La seconda cosa che non vi dice nessuno è più tecnica e altrettanto invisibile. La Barcaccia non è ferma. È un manufatto che lavora ventiquattro ore al giorno, con acqua che scorre, tracima, cade, si riscalda d'estate e gela d'inverno, e che sottopone il travertino a un ciclo continuo di bagnatura e asciugatura. Se domani si spegnesse l'impianto, la fontana comincerebbe a deteriorarsi in modi nuovi e imprevisti: i sali migrerebbero diversamente, le colonizzazioni biologiche cambierebbero natura, le fessurazioni si comporterebbero altrimenti. Un monumento come questo si conserva anche perché continua a funzionare. È vivo nel senso più letterale disponibile per un blocco di pietra.
La terza cosa, e chiudo, è che la Barcaccia ha cambiato pubblico tre volte. Prima è stata dei romani. Poi, dal Settecento all'Ottocento, è stata dei viaggiatori del Grand Tour, che le hanno costruito intorno un quartiere internazionale. Oggi è del turismo di massa. Ogni volta ha assecondato il nuovo padrone senza muovere un dito, restando identica. Se c'è una lezione di sopravvivenza in questa piazza, è scolpita in quella barca che affonda e che, ostinatamente, non affonda mai.
Il consiglio che ti do per visitare Fontana della Barcaccia
Il consiglio è uno solo e non ammette compromessi: venite presto. Non "abbastanza presto", non "prima di pranzo". Presto sul serio, fra le sette e le otto del mattino, meglio ancora nei mesi in cui il sole sorge tardi e quindi l'ora comoda coincide con la luce buona.
Vi spiego perché insisto tanto. Dalle dieci del mattino in poi la Fontana della Barcaccia smette semplicemente di essere visibile. Non in senso figurato: fisicamente non la vedete, perché è circondata da una corona ininterrotta di persone che le danno le spalle per fotografarsi con la scalinata dietro. Vedrete un anello di schiene e, in mezzo, qualcosa di bianco. Alle sette del mattino, invece, la piazza è vostra, la luce entra radente, e potete fare l'unica cosa che questa fontana richiede: girarle intorno lentamente, tutte e due le volte, in senso orario e antiorario.
Il secondo consiglio è di ordine posturale, e vi sembrerà bizzarro: abbassatevi. Piegate le ginocchia e portate l'occhio all'altezza del bordo della vasca. Da quella posizione la barca smette di essere una scultura vista dall'alto e diventa un natante visto da riva, con la linea di galleggiamento all'altezza dello sguardo. È il punto di vista per cui è stata concepita, quando il bacino era il punto di prelievo dell'acqua e chi la usava stava chinato. Cambia tutto, e ci vogliono cinque secondi.
Terzo: non fermatevi alla fontana. Il pacchetto minimo sensato è Barcaccia, salita della scalinata con sosta ai due pianerottoli, interno della chiesa di Trinità dei Monti, e discesa. Sono quaranta minuti e vi restituiscono l'intero dispositivo scenografico dal basso e dall'alto. Se avete un'ora in più, aggiungete la Keats-Shelley House: entrarci subito dopo aver visto la fontana dà a quella finestra al secondo piano un significato che nessuna didascalia riesce a comunicare.
Quarto e ultimo: portate una borraccia e riempitela al nasone. Non è un consiglio ecologico di maniera, è un consiglio di sopravvivenza. Roma d'estate disidrata con efficienza notevole, e l'acqua delle fontanelle pubbliche è buona, fresca e gratuita. Bere l'acqua di Roma mentre si guarda la fontana che l'acqua di Roma alimenta da quattro secoli è, per altro, il modo più elegante di chiudere il cerchio di questa visita.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: la Fontana della Barcaccia è più antica della scalinata di quasi un secolo, e quindi non è mai stata progettata per stare dov'è oggi, cioè ai piedi di una macchina scenica. Tutti lo sanno, se ci pensano un momento. Quasi nessuno ne trae le conseguenze.
Le conseguenze sono notevoli. La prima riguarda l'orientamento. Se la barca fosse stata pensata in funzione della scalinata, avrebbe avuto un asse coerente con la salita, un fronte privilegiato, un modo di dire "guardami e poi sali". Invece è simmetrica, con prua e poppa identiche, e non indica nulla. È un oggetto autonomo, indifferente a ciò che le sta alle spalle, perché quando è stata scolpita alle sue spalle c'era una scarpata di terra.
La seconda conseguenza riguarda la scala. Nel 1629 la Barcaccia era il fatto principale della piazza. Era la cosa più costosa, più nuova, più discussa. Le vedute anteriori al 1723 ce la mostrano isolata e dominante, punto focale di uno spazio altrimenti disordinato. Dopo il 1726 diventa la nota bassa di una composizione verticale che la sovrasta di cinquanta metri. La stessa opera, senza aver perso un grammo di travertino, passa da protagonista a preludio.
La terza conseguenza è la più interessante, e riguarda De Sanctis. Progettando la scalinata, l'architetto sapeva perfettamente che ai piedi ci sarebbe stata quella fontana bassa e orizzontale, e la usò. Non tentò di nasconderla, non propose di spostarla — cosa che nel Settecento sarebbe stata tecnicamente possibile e concettualmente accettabile, visto quanto si spostavano obelischi e monumenti in quegli anni. La lasciò dov'era e le costruì sopra un crescendo. È un atto di intelligenza compositiva che dovremmo riconoscergli più spesso: De Sanctis capì che una fontana silenziosa era il miglior attacco possibile per una scalinata rumorosa.
Chiudo con l'osservazione che faccio sempre e che di solito provoca un silenzio pensoso: la Fontana della Barcaccia è l'unico elemento di piazza di Spagna che era già lì quando la piazza aveva un altro nome, un'altra forma e un'altra funzione. È l'anziana del luogo. Tutti gli altri sono ospiti arrivati dopo, compresa la scalinata che le ruba le fotografie.
La foto giusta da fare a Fontana della Barcaccia
Quasi tutti fanno la stessa fotografia: in piedi davanti alla fontana, scalinata sullo sfondo, fontana tagliata a metà nell'angolo inferiore dell'inquadratura. È una fotografia che esiste già in qualche centinaio di milioni di esemplari e che, soprattutto, non contiene la Barcaccia.
La foto giusta è un'altra, e richiede due cose: l'ora presto di cui sopra e la disponibilità a piegare le ginocchia. Mettetevi all'altezza del bordo della vasca, a un paio di metri dalla fontana, con il sole basso alla vostra sinistra o alla vostra destra ma mai frontale. Inquadrate la barca per intero, orizzontale, includendo un pezzo di selciato in primo piano e lasciando che la scalinata resti sfocata e parziale sullo sfondo. Il risultato è un'immagine in cui il soggetto è finalmente la fontana, e in cui si legge la cosa che nessuna foto standard mostra: che la vasca sta sotto il livello della strada.
La seconda inquadratura da non perdere
La controcampo, ed è quella che consiglio a chi ha già la foto classica. Salite la scalinata fino al primo grande pianerottolo, non oltre, e voltatevi. Da lì la Barcaccia si legge dall'alto, e da quella posizione — e solo da quella — si capisce la geometria della vasca ovale, si vede l'acqua dentro lo scafo, e si comprende immediatamente il meccanismo di tracimazione che vi ho descritto. È la fotografia didattica per eccellenza. In fondo all'inquadratura ci sarà via dei Condotti che se ne va dritta verso ovest: se siete lì al tramonto, la strada incanala la luce e diventa una lama dorata.
Dettagli che valgono uno scatto ravvicinato
Tre soggetti ravvicinati meritano attenzione. Il primo è uno stemma barberiniano: tiara, chiavi, tre api. Con luce radente il rilievo si stacca e le api diventano leggibili. Il secondo è un sole con volto umano, ripreso di tre quarti, con il filo d'acqua che gli esce dalla bocca. Il terzo, il mio preferito, è una bocca di cannone in controluce, con la goccia che si stacca e il fondo sfocato della piazza: è l'immagine che riassume l'intera ironia di questa fontana in un fotogramma.
Errori da evitare
Non usate il flash: appiattisce il travertino e uccide la texture, che è tutto quello che la pietra ha da offrire. Non fotografate a mezzogiorno se potete evitarlo, perché il sole zenitale annulla i rilievi e la fontana diventa una macchia bianca senza forma. E non salite sul bordo della vasca per avere l'angolo migliore: oltre a essere vietato e sanzionato, è il modo più sicuro di rovinare la mattinata a voi e un pezzo di travertino a tutti gli altri.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Questa piazza ha una densità di eventi che sorprende chi la considera solo un fondale. Provo a metterli in fila in ordine cronologico, perché la sequenza dice molto.
Nel 1570 un documento della Congregazione sopra le fonti individua il luogo sotto la Trinità come sito adatto a una fontana alimentata dall'Acqua Vergine appena ripristinata, e il progetto viene abbandonato per insufficiente pressione: al suo posto si costruisce una cisterna di riserva, oggi scomparsa. È l'atto di nascita mancata della Fontana della Barcaccia, e la ragione per cui la barca esiste nella forma che conosciamo.
Nel 1622 il palazzo sul lato meridionale diventa sede dell'ambasciata di Spagna presso la Santa Sede: da quel momento la piazza comincia lentamente a cambiare nome. Nel 1623 Pietro Bernini viene nominato architetto dell'Acqua Vergine, e nello stesso anno Maffeo Barberini sale al soglio come Urbano VIII. Fra il 1627 e il 1629 il cantiere della fontana; il 29 agosto 1629 muore Pietro Bernini, l'anno stesso del completamento.
Il Settecento e l'Ottocento
Fra il 1723 e il 1726 si costruisce la scalinata di Francesco De Sanctis, con finanziamenti francesi disponibili dal 1721, e l'inaugurazione da parte di papa Benedetto XIII avviene in occasione del Giubileo del 1725. Nel 1748 Giovanni Battista Nolli pubblica la sua grande pianta di Roma, che fotografa la piazza nel suo assetto nuovo. Nel 1787 Goethe assiste agli scavi per le fondazioni dell'obelisco davanti a Trinità dei Monti, voluto da Pio VI.
Il 23 febbraio 1821 muore John Keats nell'appartamento al secondo piano di piazza di Spagna 26. Nel 1893 apre la sala da tè Babington's all'angolo opposto della scalinata. L'8 dicembre 1857 papa Pio IX inaugura la colonna dell'Immacolata Concezione, e dal 1923 i Vigili del fuoco cominciano l'omaggio floreale annuale alla statua, cerimonia che dal 1958 vede la partecipazione stabile del pontefice.
Il Novecento e gli anni recenti
Nel 1903 nasce la Keats-Shelley Memorial Association per salvare dalla demolizione la casa del poeta; il museo apre il 3 aprile 1909 alla presenza di Vittorio Emanuele III. Nel 1936 l'Acqua Vergine viene prolungata fino al Pincio. Nel 1953 esce Vacanze romane, e la scalinata entra definitivamente nell'immaginario planetario.
Nel 1995 il primo grande restauro moderno della scalinata. Il 15 maggio 2007 quattro uomini ubriachi incidono la fontana con un cacciavite, staccando parte dello stemma papale. Fra il 2013 e il 2014 un restauro conservativo della Barcaccia finanziato da una donazione privata di 209.960 euro. Il 19 febbraio 2015 il danneggiamento da parte dei tifosi olandesi del Feyenoord. Fra il 2015 e il 2016 il restauro della scalinata sostenuto da Bulgari. Nell'estate del 2019 entra in vigore il divieto di sedersi sui gradini. Il 16 aprile 2025 viene completato l'ultimo restauro della fontana, finanziato con fondi PNRR.
Guardate la lista nel suo insieme e noterete un ritmo: costruzione, gloria, abbandono, danneggiamento, restauro, regolamentazione, restauro. È il ciclo vitale di qualunque monumento romano di grande esposizione, e la Fontana della Barcaccia lo attraversa con una regolarità quasi didattica.
Chi è passato da Fontana della Barcaccia
Elencare chi è passato da questa piazza equivale quasi a elencare chiunque abbia visitato Roma negli ultimi quattro secoli, perché per moltissimo tempo questo era il punto d'arrivo obbligato dei forestieri. Provo a citare solo persone di cui la presenza in zona è documentata, evitando l'aneddotica dubbia che qui abbonda.
Cominciamo dai costruttori: Pietro Bernini, che qui lavorò nei suoi ultimi due anni di vita, e Gian Lorenzo, che da questa piazza sarebbe passato innumerevoli volte anche dopo, essendo autore della facciata di Propaganda Fide a pochi metri. E Francesco Borromini, che sull'altro fronte dello stesso palazzo lasciò una delle sue pagine più intense: due uomini che si detestavano cordialmente e che hanno firmato due lati dello stesso isolato.
I viaggiatori del Grand Tour
Johann Wolfgang von Goethe soggiornò a Roma fra il 1786 e il 1788, abitando in via del Corso, e nel Viaggio in Italia annota di persona i lavori per l'obelisco di Trinità dei Monti nel 1787. Hans Christian Andersen frequentò a lungo la città e la zona del Caffè Greco. Nikolaj Gogol' visse in via Sistina, a pochi passi dalla sommità della scalinata, e vi lavorò ad Anime morte.
Il Caffè Greco, in via dei Condotti, raccoglie una lista di frequentatori documentati che vale da sola una visita al quartiere: il filosofo Arthur Schopenhauer, lo scrittore Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, il patriota Silvio Pellico, e Gioacchino Pecci, che sarebbe diventato papa Leone XIII. Vi passarono i pittori nazareni tedeschi, ritratti negli schizzi di Carl Philipp Fohr: Joseph Anton Koch, Peter von Cornelius, Friedrich Overbeck, Philipp Veit, insieme al poeta Friedrich Rückert.
I poeti romantici inglesi
John Keats arrivò qui nel novembre 1820 e vi morì il 23 febbraio 1821, assistito dal pittore Joseph Severn. Nella casa che oggi conserva la sua memoria si celebra anche Percy Bysshe Shelley, che di Keats scrisse l'elegia Adonais e che morì annegato nel Golfo di La Spezia l'8 luglio 1822. Entrambi riposano nel Cimitero Acattolico di Roma. La comunità britannica che gravitava attorno a questa piazza fu numerosa e influente per tutto l'Ottocento, e la fondazione della Keats-Shelley Memorial Association nel 1903 ne fu una delle ultime grandi imprese collettive.
Papi, artisti e il Novecento
Fra i papi, oltre a Urbano VIII che volle la fontana, la piazza ha visto Benedetto XIII inaugurare la scalinata nel 1725, Pio VI far erigere l'obelisco, Pio IX inaugurare la colonna dell'Immacolata nel 1857, Pio XII presenziare all'omaggio floreale nel 1953 e Giovanni XXIII trasformare quella presenza in tradizione dal 1958 in poi, seguito da tutti i suoi successori.
Nel Novecento, Giorgio de Chirico visse e lavorò in piazza di Spagna, e la sua casa è oggi visitabile come casa museo: significa che uno dei pittori più influenti del secolo ha guardato la Fontana della Barcaccia dalla finestra per anni. Cesare Pavese le ha dedicato una poesia che oggi si legge su una targa a pochi metri dalla vasca. E naturalmente, nel 1953, ci sono passati Audrey Hepburn e Gregory Peck, che con un gelato e una scalinata hanno fatto per il turismo romano più di qualunque ministero.
Resta poi la folla anonima, che è la parte che preferisco. Portatori d'acqua, modelli ciociari, vetturini, albergatori, antiquari, falsari, studenti d'arte squattrinati, pellegrini di venti giubilei, e milioni di persone che negli ultimi quattro secoli si sono chinate su quel bordo basso per bere, per lavarsi le mani o semplicemente per guardare l'acqua muoversi. La Fontana della Barcaccia li ha visti tutti, senza mai cambiare espressione, continuando ostinatamente ad affondare senza affondare mai.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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