Catacombe di San Callisto

Ci sono monumenti che si visitano e monumenti che si attraversano. Le Catacombe di San Callisto appartengono alla seconda categoria: non sono una facciata da guardare né una sala da percorrere in tondo, ma una città rovesciata scavata nel tufo sotto la via Appia Antica, quasi venti chilometri di gallerie distribuite su più piani sovrapposti, dentro un comprensorio di una trentina di ettari che dall'Appia arriva alla via Ardeatina e alla via delle Sette Chiese. Sotto i pini e i cipressi che vedete dalla strada, il terreno è bucato come una spugna. Quando accompagno qualcuno quaggiù la frase che sento più spesso, a metà della scala, è sempre la stessa: «non me l'aspettavo così grande». Ed è solo l'estratto: il percorso aperto al pubblico è una piccola frazione del complesso.

🕯️✦ Tour guidato

Catacombe di San Callisto: tour guidato

Sottoterra ci sono quindici gradi tutto l'anno: è la visita giusta per le ore centrali di una giornata di luglio.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le Catacombe di San Callisto non sono però soltanto le più estese fra quelle visitabili a Roma. Sono le prime ad essere state di proprietà della comunità, cioè il momento esatto in cui la Chiesa di Roma smette di essere un insieme di famiglie che seppelliscono i propri morti in ipogei privati e diventa un'istituzione con un patrimonio, un amministratore e un catasto. Qui riposarono nove pontefici del III secolo nella sola Cripta dei Papi, e sedici secondo la tradizione del santuario nell'intero complesso; qui, sulle pareti di un cubicolo, la parola papa compare per la prima volta riferita al vescovo di Roma; qui, sul soffitto di una stanzetta scavata nel tufo, un pittore anonimo ha inventato la grammatica figurativa che la cristianità userà per i successivi diciotto secoli. È il motivo per cui Giovanni Battista de Rossi, il padre dell'archeologia cristiana, definì la Cripta dei Papi «il piccolo Vaticano, il monumento centrale di tutte le necropoli cristiane». Per una volta il superlativo non è retorica da guida: è una scheda tecnica.

In questa pagina vi accompagno dentro e fuori: la storia, la topografia, le singole cripte, i papi uno per uno, la pittura, le iscrizioni, la riscoperta ottocentesca, i custodi di oggi, e poi tutto il pratico — come arrivarci, come vestirsi, quanto dura, cosa vedere intorno lungo l'Appia. Se avete quaranta minuti di visita guidata davanti a voi, questa è la lettura che ve li farà valere il doppio.

Perché si chiamano Catacombe di San Callisto

Il nome viene da un amministratore promosso sul campo, ed è una delle storie più belle di mobilità sociale che l'antichità ci abbia lasciato. Fra il 198 e il 217 papa Zefirino affidò al diacono Callisto l'amministrazione del cimitero comunitario sulla via Appia: il primo cimitero direttamente dipendente dalla chiesa romana, nato verso la fine del II secolo aggregando alcuni ipogei cristiani privati a un'area funeraria ecclesiastica. Callisto non era un aristocratico né un intellettuale: era stato uno schiavo, poi un liberto, poi un banchiere fallito, poi un condannato ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna. Il fatto che un uomo con quel curriculum diventi il gestore del patrimonio funerario della comunità, e poi il suo vescovo, dice della Chiesa del III secolo più di qualunque trattato.

Diventato papa a sua volta come Callisto I, ingrandì il complesso funerario, che divenne rapidamente il cimitero ufficiale della Chiesa di Roma. Il custode diede il nome alla casa — e che casa. Il paradosso, che a me diverte ogni volta, è che Callisto non è sepolto qui: morì nel 222, secondo la tradizione linciato durante un tumulto popolare a Trastevere, e fu inumato nel cimitero di Calepodio sulla via Aurelia, dall'altra parte della città. L'uomo che ha dato il nome alle catacombe più famose del mondo riposa altrove. Il destino ama questi scherzi.

La parola «catacomba» e la parola «cimitero»

Vale la pena fermarsi un istante sulle parole, perché qui sono tutte nate insieme al luogo. «Catacomba» non è un termine tecnico antico: viene dal greco katà kýmbas, «presso le cavità», ed era il toponimo di una depressione del terreno — una cava di pozzolana abbandonata — che si trovava al terzo miglio dell'Appia, proprio dove oggi sorge la basilica di San Sebastiano. Per secoli «ad catacumbas» ha indicato quel posto e solo quello; poi, nel Medioevo, quando l'unico cimitero sotterraneo rimasto accessibile ai pellegrini era appunto quello, il nome proprio è diventato nome comune e si è esteso a tutti gli altri. In pratica, tutte le catacombe del mondo si chiamano così per colpa di un buco nel terreno a cinquecento metri da qui.

«Cimitero» invece è una parola cristiana in senso pieno. Viene dal greco koimáo, dormire: koimetérion è il dormitorio. I romani pagani avevano la necropolis, la città dei morti, o il sepulcrum. I cristiani, che credono nella risurrezione della carne, chiamano il loro luogo di sepoltura dormitorio, perché per loro quei corpi non sono finiti, sono in attesa. Cambiare la parola è cambiare il mondo. Quando la guida vi farà notare che i loculi sono orientati e allineati come letti in una camerata, ricordatevi che non è una metafora moderna: è letteralmente il progetto.

Il nucleo originario e la famiglia dei Cecili

Prima dei cristiani, sul pianoro c'erano sepolture pagane. Gli scavi hanno restituito numerosi frammenti di sarcofago con il nome della gens Caecilia ripetuto più volte, e questo ha alimentato una delle ipotesi più suggestive dell'archeologia cristiana: che il terreno sia arrivato alla comunità per donazione di una famiglia aristocratica convertita, e che il legame fra i Cecili e la vicina cripta di Santa Cecilia non sia una coincidenza onomastica ma una traccia di proprietà. È un'ipotesi, e come tale ve la consegno: qui i documenti scritti sono pochi e la prudenza è d'obbligo. Ma l'idea che sotto le Catacombe di San Callisto ci sia il lascito testamentario di una signora romana ha una sua eleganza narrativa difficile da resistere.

Dove sono le Catacombe di San Callisto e come ci si arriva

L'indirizzo è via Appia Antica 110, ma l'indirizzo non rende l'idea. L'ingresso è un cancello sulla destra salendo da Porta San Sebastiano, poco dopo la chiesetta del Domine Quo Vadis, e da lì parte un viale rettilineo fiancheggiato di cipressi che sale per qualche centinaio di metri fino al piazzale del complesso. Quel viale è già metà della visita: chi arriva in pullman lo percorre in trenta secondi guardando il telefono, chi arriva a piedi capisce di essere entrato in un altro pezzo di Roma. C'è un secondo accesso dal lato di via delle Sette Chiese, che serve soprattutto i gruppi e l'area salesiana.

Con i mezzi pubblici fino alle Catacombe di San Callisto

Il modo classico è l'autobus 118, che parte dalla zona di Circo Massimo e Terme di Caracalla, passa da Porta San Sebastiano e prosegue lungo l'Appia con fermata praticamente davanti al viale d'ingresso. L'alternativa è il 218, che parte da San Giovanni in Laterano e scende sull'Ardeatina: comodo se venite dal centro est, e utile se volete abbinare le Fosse Ardeatine. Dalla stazione della metropolitana di San Giovanni o da Circo Massimo, in mezz'ora scarsa siete al cancello. Vi consiglio di verificare i percorsi il giorno stesso, perché su questa direttrice le linee vengono deviate con una certa frequenza per lavori o eventi.

A piedi, in bici, in auto

A piedi da Porta San Sebastiano sono circa due chilometri e mezzo di Appia, e sono bellissimi ma vanno affrontati con cognizione di causa: il primo tratto ha marciapiedi stretti o assenti e le auto passano vicine. Il consiglio che do sempre è di fare la passeggiata al ritorno e nel senso opposto, oppure di sfruttare la domenica, quando la via Appia Antica è chiusa al traffico privato e diventa il corridoio pedonale e ciclabile più bello d'Europa. In bicicletta è una delle esperienze romane che consiglio senza riserve: si noleggia nei punti del Parco dell'Appia Antica e si arriva al cancello di San Callisto rilassati.

In auto c'è un parcheggio interno al comprensorio, e questa è una delle rare volte in cui a Roma vi dico che l'automobile non è una follia: siamo fuori dalla ZTL centrale e lo spazio, nei giorni feriali, di solito c'è. Attenzione però alla domenica e ai giorni di chiusura dell'Appia: informatevi prima, perché ritrovarsi a fare inversione su una strada basolata larga quattro metri con un pullman dietro non è il modo migliore per cominciare una visita meditativa.

Il sottosuolo dell'Appia: perché le catacombe sono nate proprio qui

Le Catacombe di San Callisto non sono nate dove sono per caso, e la ragione è geologica prima che religiosa. Il pianoro fra Appia e Ardeatina è formato da tufo granulare e pozzolana, materiali di origine vulcanica che hanno una proprietà preziosissima: sono abbastanza teneri da poter essere scavati con attrezzi manuali, e abbastanza coesi da reggere una volta senza bisogno di puntellature o rivestimenti. Se provate a scavare gallerie del genere nell'argilla o nella sabbia, vi crollano addosso; se le scavate nel travertino, ci mettete tre vite. Il tufo dei Colli Albani è la via di mezzo perfetta, ed è il vero motivo per cui Roma ha le catacombe e altre città antiche molto meno.

Il secondo motivo è giuridico. La legge romana vietava le sepolture dentro il pomerio, il confine sacro della città: i morti stanno fuori le mura, lungo le strade consolari. Ecco perché l'Appia, la regina viarum, era già da secoli un corridoio di tombe monumentali pagane — i Scipioni, Cecilia Metella, gli Orazi e Curiazi della leggenda — prima che i cristiani ci scavassero sotto. La cristianità non ha inventato la geografia funeraria romana: l'ha ereditata e l'ha portata in verticale. Dove il pagano ricco costruiva in alzato un mausoleo visibile dalla strada, la comunità cristiana scavava in profondità un dormitorio invisibile, e ci metteva dentro ricchi e poveri con la stessa nicchia rettangolare.

Il tufo, la pozzolana e le cave

C'è un dettaglio che si trascura sempre: molte gallerie non nascono dal nulla, ma si agganciano a cavità preesistenti, cioè a cave di pozzolana abbandonate, gli arenaria. La pozzolana era il segreto del calcestruzzo romano, e i romani la estraevano ovunque ce ne fosse: quando una cava si esauriva, restava un labirinto di gallerie a pochi metri sotto il livello del terreno, già pronto. In diversi punti del suburbio i primi ipogei funerari si innestano proprio su questi vuoti industriali. È una specie di riconversione edilizia ante litteram, e restituisce un'immagine molto meno romantica e molto più concreta della Roma sotterranea: non un rifugio segreto scavato di notte da fuggiaschi, ma un'area cimiteriale gestita con criteri, permessi e maestranze.

Perché non erano nascondigli

Sfatiamola subito, perché è la leggenda più dura a morire e la sentirete ripetere da mezza classe in gita: le catacombe non erano nascondigli dei cristiani perseguitati. Erano cimiteri, ufficiali, noti, registrati, spesso con l'ingresso monumentale e la proprietà riconosciuta. Un imperatore che avesse voluto arrestare dei cristiani sapeva benissimo dove si riunivano: nel 258 Sisto II fu catturato e ucciso proprio mentre celebrava in un cimitero sotterraneo, e non fu un colpo di fortuna dei soldati. Le catacombe erano il posto più sorvegliabile del mondo: una galleria stretta, un solo ingresso, nessuna via di fuga. Come rifugio sarebbe stata l'idea peggiore possibile.

Ci si riuniva, sì, ma per il culto funebre: gli anniversari dei martiri, i refrigeria, i banchetti commemorativi sulla tomba. Il resto del tempo, quaggiù, c'erano solo i fossori al lavoro e il silenzio. La versione avventurosa è nata nell'Ottocento, con i romanzi e le litografie, e ha attecchito così bene che ancora oggi bisogna smontarla all'inizio di ogni visita. Peccato, perché la verità — una comunità povera che si organizza per garantire a tutti una sepoltura dignitosa e uguale — è molto più interessante della fuga rocambolesca.

I fossori: chi ha scavato davvero le Catacombe di San Callisto

Venti chilometri di gallerie non si scavano da soli, e non li scava la devozione: li scava una categoria professionale. I fossores — i fossori — erano gli operai specializzati del sottosuolo cristiano, e nella gerarchia della comunità occupavano un posto tutt'altro che marginale: in alcune fonti compaiono fra gli ordini minori del clero, insieme agli ostiari e ai lettori. Facevano un mestiere durissimo e delicatissimo, perché una galleria mal calcolata crolla e un piano scavato troppo vicino a quello sopra fa cedere entrambi. Nelle pitture delle catacombe romane li vediamo raffigurati con gli strumenti del mestiere: il piccone a doppia punta, la lucerna a olio appesa o infilata in una nicchia scavata apposta nella parete, la tunica corta stretta in vita.

Il loro lavoro seguiva una logica industriale sorprendente. Si partiva da una galleria maestra, generalmente perpendicolare alla strada; si scavava all'altezza d'uomo, larga sessanta o settanta centimetri, e man mano che si avanzava si aprivano i loculi nelle pareti, uno sopra l'altro, da tre a cinque per fila. Il materiale di risulta veniva portato in superficie oppure usato per tamponare gallerie dismesse. Quando la galleria era piena, si scendeva di piano: si scavava una scala e si ricominciava dieci metri più sotto. Non c'è nessuna casualità in questa architettura: è un sistema di stoccaggio ottimizzato, progettato da gente che sapeva esattamente quanto tufo poteva togliere prima che la volta cominciasse a parlare.

Il costo di una tomba nelle Catacombe di San Callisto

I fossori vendevano, e le iscrizioni ce lo dicono senza pudore: in alcune catacombe romane sono sopravvissute lapidi che registrano l'acquisto di un loculo da un fossore con tanto di nome e prezzo. Era un mercato regolato, con posizioni migliori e peggiori: il loculo all'altezza degli occhi costava più di quello a filo del pavimento o sotto la volta; la nicchia ad arco, l'arcosolio, costava molto più del loculo semplice; il cubicolo di famiglia, cioè una stanzetta privata aperta sulla galleria, era il massimo che una famiglia agiata potesse permettersi. Chi non poteva permettersi nulla veniva sepolto ugualmente, spesso in una forma, la fossa scavata direttamente nel pavimento della galleria.

Questa scala di prezzi è, per me, uno dei dati più eloquenti delle Catacombe di San Callisto. Racconta una comunità che predica l'uguaglianza davanti alla morte e insieme riproduce, in scala ridotta, le differenze sociali del mondo di sopra. Non è ipocrisia: è realtà. Ma il fatto che il povero e il ricco finissero nella stessa galleria, a un metro di distanza, con la stessa forma rettangolare scavata nella stessa parete, resta un'anomalia clamorosa rispetto alla necropoli pagana, dove il liberto arricchito costruiva il suo mausoleo e lo schiavo finiva in una fossa comune fuori porta Esquilina.

Come si chiudeva un loculo

Il loculo veniva sigillato con lastre di marmo di reimpiego oppure con file di tegoloni fissati a malta. Su quella chiusura si scriveva, quando ci si poteva permettere di scrivere: il nome, l'età, a volte la formula in pace, il monogramma di Cristo, un'ancora, una colomba, un pesce. Chi non sapeva scrivere o non aveva i mezzi per pagare un lapicida lasciava un segno di riconoscimento: una monetina infilata nella malta ancora fresca, una conchiglia, un frammento di vetro, un piccolo giocattolo se era un bambino. Sono i reperti che mi commuovono di più, perché sono l'unico modo che una famiglia analfabeta aveva di ritrovare il proprio morto in un corridoio identico a mille altri.

La topografia delle Catacombe di San Callisto: venti chilometri sotto i piedi

Diamo qualche numero, perché aiuta a farsi un'idea della scala. Il complesso cimiteriale vero e proprio occupa un'area di circa quindici ettari, e le gallerie che lo attraversano raggiungono una lunghezza complessiva di quasi venti chilometri, distribuita su più piani sovrapposti — comunemente si parla di quattro livelli, e in alcuni punti se ne conta un quinto — con profondità che superano i venti metri rispetto al piano di campagna. Il comprensorio di superficie di proprietà, quello che si estende fra via Appia Antica, via Ardeatina e via delle Sette Chiese, arriva a circa trenta ettari. Le stime tradizionali parlano di mezzo milione di sepolture, comprese quelle di oltre cinquanta martiri e di sedici pontefici.

Il percorso che si fa in visita guidata dura una quarantina di minuti e tocca il secondo piano, quello della regione dei Papi. È, letteralmente, una passeggiata in un quartiere di una metropoli: nessuno si aspetta di conoscere Roma dopo aver camminato quaranta minuti in un rione, e lo stesso vale quaggiù. Le Catacombe di San Callisto che si visitano sono l'antologia, non l'opera omnia.

Le regioni delle Catacombe di San Callisto

Gli archeologi hanno diviso il complesso in regioni, che corrispondono a nuclei di scavo distinti, cresciuti in epoche diverse e poi collegati fra loro. I nuclei più antichi sono le cripte di Lucina, verso l'Appia, e la regione dei Papi e di Santa Cecilia, che contiene le memorie più sacre del sito. Seguono, in ordine cronologico approssimativo, la regione di San Milziade, quella dei Santi Gaio ed Eusebio (fine del III secolo), la regione Occidentale (prima metà del IV) e la regione Liberiana (seconda metà del IV), quest'ultima con architetture sotterranee di scala davvero monumentale, gallerie ampie e scale di collegamento imponenti. Ci sono poi le aree legate a Santa Sotere e alla basilichetta damasiana sull'Ardeatina.

Questa crescita a macchia d'olio spiega perché il complesso, visto in pianta, sembri un organismo più che un progetto: nuclei ovali che si allargano, si toccano, si fondono. È esattamente il modo in cui cresce una città, ed è il motivo per cui la metafora urbana non è una figura retorica ma una descrizione. Fra il II e il IV secolo qui si è formato un quartiere sotterraneo con vie principali, vicoli, piazze — i cubicoli — e monumenti pubblici — le cripte dei martiri.

Loculi, arcosoli, cubicoli: il vocabolario da portarsi dietro

Tre parole vi serviranno per capire tutto quello che vedrete. Il loculo è la nicchia rettangolare scavata orizzontalmente nella parete della galleria, la forma base, quella che si ripete migliaia di volte e che dà alle pareti l'aspetto di uno scaffale. L'arcosolio è la tomba a nicchia sormontata da un arco, ricavata in una parete lavorata: sopra il sarcofago o la fossa c'è una lunetta, che spesso è la superficie dipinta. Il cubicolo è la stanzetta quadrangolare che si apre sulla galleria, tomba di famiglia, con più loculi e arcosoli sulle pareti, il soffitto a volta e talvolta un piccolo lucernario.

Ci sono poi le formae, le sepolture nel pavimento, e i lucernari, pozzi verticali che dalla superficie portano luce e aria alle gallerie sottostanti. Quando camminate nel parco sopra le Catacombe di San Callisto e vedete affiorare nel prato una struttura quadrata di muratura, non è un pozzo per l'acqua: è la finestra di una galleria che avete appena percorso. Guardarci dentro dall'alto, dopo essere risaliti, è uno dei piccoli piaceri di questa visita.

Le cripte di Lucina: dove tutto è cominciato

Il nucleo più antico dell'intero complesso non è la Cripta dei Papi ma un gruppo di ambienti chiamati cripte di Lucina, situati verso l'Appia, poco distanti dall'ingresso attuale. Lucina è un nome che ricorre spesso nelle tradizioni funerarie della Roma cristiana, associato a matrone che mettono a disposizione della comunità il proprio terreno: personaggio storico, personaggio composito o personaggio leggendario, gli studiosi discutono da un secolo e mezzo. Ciò che conta è che questo settore, nato come ipogeo privato verso la fine del II secolo, contiene alcune delle pitture più antiche che l'archeologia cristiana conosca.

In un doppio cubicolo vicino alla cripta di papa Cornelio sopravvivono affreschi databili fra la fine del II e gli inizi del III secolo: sul soffitto un Buon Pastore circondato da figure oranti, e sulla parete di fondo due pesci che portano sul dorso un cestino di pani, con dentro qualcosa di rosso che è stato interpretato come il vino eucaristico. Quel motivo — il pesce e il pane — è il concentrato di tutta la teologia eucaristica delle origini in una sola immagine, e nasce qui, su questo tufo, in un cubicolo che oggi non è aperto al pubblico ma che ha generato metà dell'iconografia cristiana successiva.

Perché il pesce

La ragione è un gioco di parole, e per una volta il gioco di parole ha fatto storia. In greco pesce si dice ichthys, e le cinque lettere della parola furono lette come le iniziali di Iesùs Christòs Theoù Yiòs Sotér: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Un acrostico, cioè il tipo di enigmistica che nel mondo antico godeva di enorme prestigio. Aggiungeteci che il pesce compare in un mucchio di episodi evangelici, dalla pesca miracolosa alla moltiplicazione dei pani, e capirete perché sia diventato il segno di riconoscimento più diffuso dei primi cristiani, molto prima della croce.

Ecco un dato che sorprende sempre chi scende quaggiù per la prima volta: nelle catacombe più antiche la croce quasi non c'è. La crocifissione era un supplizio infamante, riservato a schiavi e ribelli, e rappresentare il proprio Dio inchiodato a un patibolo sarebbe stato per un romano del III secolo come oggi disegnare una sedia elettrica sulla lapide di famiglia. Ci vorranno secoli perché la croce diventi un simbolo esibibile. Nel frattempo la comunità usa il pesce, l'ancora, la colomba, il monogramma, il Buon Pastore: un vocabolario obliquo, allusivo, comprensibile ai suoi e innocuo per gli altri.

La Cripta dei Papi, il cuore delle Catacombe di San Callisto

Una scala moderna, costruita all'incirca dove correva quella antica voluta da papa Damaso I, scende alla regione dei Papi. In fondo si apre l'ambiente che de Rossi chiamò «il piccolo Vaticano, il monumento centrale di tutte le necropoli cristiane»: la Cripta dei Papi. È una camera rettangolare relativamente piccola, che in origine — verso la fine del II secolo — era un cubicolo privato come tanti, e che dopo la donazione alla Chiesa di Roma fu trasformata nel sepolcreto dei vescovi della città. La sua struttura originaria prevedeva quattro nicchie destinate a sarcofagi e dodici loculi, sei per lato: sedici sepolture in tutto, più la tomba monumentale sul fondo.

Qui furono deposti nove pontefici del III secolo e, secondo la lettura tradizionale, alcuni altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. Sulle pareti si leggono ancora le iscrizioni originali in greco di cinque di loro: Ponziano, Antero, Fabiano, Lucio I ed Eutichiano. Alcune recano, accanto al nome, l'abbreviazione MTR per martyr o la qualifica di epì(scopos), vescovo. Sono lastre modeste, incise senza lusso, in una lingua che non è quella dell'impero ma quella della comunità. Chiunque abbia in mente la magnificenza delle tombe papali di San Pietro farà bene a prepararsi a un contrasto violento: qui il potere spirituale più longevo della storia occidentale comincia con cinque nomi graffiati su marmo in caratteri greci, dentro una stanza di quattro metri per tre.

Chi riposava nella Cripta dei Papi, uno per uno

San Ponziano (230-235) è il primo della fila e ha una biografia da romanzo politico: durante la persecuzione di Massimino il Trace fu deportato in Sardegna, nelle metalla, le miniere da cui non si tornava, e lì abdicò — primo papa della storia a farlo — per permettere alla comunità di eleggere un successore che potesse governare. Morì in esilio. Le sue spoglie furono riportate a Roma e deposte qui, e la lapide greca con il suo nome porta l'aggiunta successiva del titolo di martire.

Sant'Antero (235-236) resta in carica quarantatré giorni, gran parte dei quali probabilmente in carcere: un pontificato che si misura in settimane e che finisce in questa stanza. San Fabiano (236-250) è invece uno dei grandi organizzatori: a lui si attribuisce la divisione della Chiesa di Roma in sette regioni ecclesiastiche affidate a sette diaconi, cioè la prima struttura amministrativa territoriale del cristianesimo urbano. Morì all'inizio della persecuzione di Decio; la sua lapide greca porta, incise in un secondo momento, le lettere che lo qualificano come martire e vescovo.

San Lucio I (253-254) governa otto mesi. Stefano I (254-257) e San Dionisio (259-268) sono ricordati dalle fonti come sepolti qui ma le loro lapidi non sono state ritrovate; lo stesso vale per San Felice I (269-274). Sant'Eutichiano (275-283) chiude la serie ed è l'ultimo pontefice deposto nella cripta. In mezzo, sulla parete di fondo, sta il nome che ha fatto di questo ambiente un santuario: Sisto II.

Sisto II, l'anno 258 e il giorno che cambiò le Catacombe di San Callisto

Nell'estate del 258 l'imperatore Valeriano emanò un rescritto di durezza inedita: vescovi, presbiteri e diaconi dovevano essere giustiziati immediatamente, senza processo; ai cristiani veniva vietato l'accesso ai propri cimiteri. Il 6 agosto di quell'anno papa Sisto II stava celebrando la liturgia in un cimitero sotterraneo dell'Appia quando i soldati lo sorpresero. Fu ucciso sul posto insieme a diversi dei suoi diaconi. Il suo corpo venne deposto nella Cripta dei Papi, nella posizione d'onore, e da quel momento la cripta smise di essere un sepolcreto e diventò una meta di pellegrinaggio.

Quel divieto imperiale — vietare l'accesso ai cimiteri — è la prova migliore che le catacombe fossero tutto tranne che segrete. Non si proibisce l'ingresso a un nascondiglio: si proibisce l'ingresso a un luogo noto, censito, di cui l'autorità conosce indirizzo e proprietario. E la scelta di colpire i cimiteri prima ancora delle persone dice che l'amministrazione imperiale aveva capito benissimo dove stesse il collante di quella comunità: nella memoria condivisa dei morti.

Il diacono Lorenzo, quattro giorni dopo

La storia di Sisto II ha un'appendice che tutti conoscono senza sapere che comincia qui. Fra i diaconi c'era Lorenzo, l'amministratore dei beni della Chiesa romana. Secondo la tradizione fu giustiziato quattro giorni dopo il suo vescovo, il 10 agosto, dopo aver dilapidato il tesoro ecclesiastico distribuendolo ai poveri e aver presentato al prefetto, che gliene chiedeva conto, una folla di mendicanti con la frase rimasta celebre: questi sono i tesori della Chiesa. La graticola su cui sarebbe morto è quasi certamente un'aggiunta agiografica tarda, ma il collegamento fra il 6 e il 10 agosto è antichissimo e il calendario liturgico lo conserva intatto. Quando la notte di San Lorenzo tutti guardano le stelle cadenti, stanno commemorando, senza saperlo, l'epilogo di ciò che è cominciato in questa cripta.

Damaso I, il papa poeta, e il calligrafo Filocalo

Se oggi la Cripta dei Papi si può ancora leggere come un monumento e non come una rovina, il merito è di un pontefice del IV secolo che fece del culto dei martiri un programma politico e culturale: Damaso I (366-384). Damaso arrivò dopo la svolta costantiniana, in una Roma dove il cristianesimo era ormai legale e in ascesa, e capì prima di chiunque altro che una comunità ha bisogno di una memoria organizzata. Fece scavare scale d'accesso, allargare ambienti, aprire lucernari per portare luce, restaurare pavimenti; e soprattutto fece incidere, davanti a decine di tombe di martiri sparse per tutte le catacombe romane, dei carmi in esametri latini di sua composizione.

Davanti al sepolcro di Sisto II, nella Cripta dei Papi, campeggia proprio una di queste iscrizioni metriche damasiane: celebra i martiri, ricorda i compagni di Sisto e la schiera dei beati sepolti nel complesso, e in coda l'autore firma con l'umiltà orgogliosa che gli era propria. Sono testi retorici, sonori, a volte francamente pompiere; ma sono anche la prima operazione di comunicazione istituzionale della Chiesa di Roma, e hanno funzionato talmente bene che ancora oggi leggiamo la storia dei martiri romani attraverso le parole scelte da Damaso.

La scrittura filocaliana

Damaso non si limitò ai versi: si trovò l'art director. Il calligrafo Furio Dionisio Filocalo disegnò per lui un carattere epigrafico originale, elegantissimo, con aste sottili, apici ricurvi e proporzioni allungate, che gli studiosi chiamano appunto scrittura filocaliana. È uno dei rari casi dell'antichità in cui possiamo attribuire un font a un nome proprio, e chiunque si occupi di tipografia dovrebbe farci un salto: nelle Catacombe di San Callisto si vede all'opera, quindici metri sotto il livello dell'Appia, uno dei progetti grafici più raffinati e più consapevoli del mondo tardoantico.

Il contrasto con le lapidi greche dei papi del III secolo, incise cinquant'anni o un secolo prima nella stessa stanza, è didascalico: da una parte l'essenzialità di una comunità di immigrati che scrive il nome del proprio vescovo con lettere funzionali, dall'altra la magniloquenza calligrafica di una Chiesa che sta diventando l'istituzione dominante di Roma. Due epoche, due lingue, due tipografie, sei metri quadrati.

Dove è sepolto Damaso

Una precisione che vale la pena fare, perché genera confusione di continuo. Damaso è contato fra i papi sepolti nel complesso callistiano, ma non riposava nelle cripte che aveva monumentalizzato: si fece seppellire nella basilichetta di famiglia sulla via Ardeatina, dentro il perimetro del comprensorio, accanto alla madre e alla sorella. Lo dichiarò per iscritto, con una formula bellissima: non osava occupare uno spazio in mezzo ai martiri. Il papa che ha scritto le epigrafi di mezza Roma sotterranea, l'uomo che ha costruito il culto dei santi come lo conosciamo, ha scelto per sé la modestia di una tomba familiare a qualche centinaio di metri di distanza. È il genere di dettaglio che rende un personaggio storico improvvisamente umano.

La cripta di Santa Cecilia nelle Catacombe di San Callisto

Adiacente alla Cripta dei Papi, comunicante con essa, si apre l'ambiente che quasi tutti i visitatori ricordano più a lungo: la cripta di Santa Cecilia. È una camera ampia, con un arcosolio sulla parete e una nicchia in cui oggi si trova la copia in marmo della celebre statua di Stefano Maderno, scolpita a cavallo fra il 1599 e il 1600 e conservata in originale nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere. La statua non raffigura la santa in gloria né in preghiera: la raffigura distesa su un fianco, il corpo raccolto, il volto girato verso il basso e nascosto, le dita di una mano tese in un gesto che è stato letto come una professione di fede nella Trinità e nell'unità di Dio.

La ragione di quella posa è che Maderno dichiarò di aver ritratto il corpo così come era stato ritrovato, quando nel 1599 la tomba fu aperta a Trastevere durante i lavori promossi dal cardinale Sfondrati. Che l'artista abbia visto davvero quel che dice, o che abbia costruito un capolavoro di comunicazione controriformistica su una suggestione, resta materia di discussione fra gli storici. Il risultato è comunque una delle sculture più intense del Seicento romano e, quaggiù, in copia, dentro la penombra della cripta, produce un effetto che nessuna fotografia restituisce: sembra che la santa dorma davvero, in un dormitorio pieno di dormienti.

Gli affreschi della cripta e la traslazione dell'821

Cecilia non è più qui da milledue anni. Nell'821 papa Pasquale I fece traslare le sue reliquie dentro le mura, nella basilica di Trastevere che porta il suo nome — la casa dove, secondo la tradizione, la santa era vissuta e aveva subito il martirio. Non fu un gesto isolato: nel IX secolo, con il suburbio esposto alle scorrerie e i cimiteri sotterranei ormai fuori dal perimetro difendibile, i pontefici organizzarono un trasferimento sistematico delle reliquie dei martiri nelle chiese urbane. È il momento in cui le catacombe romane si svuotano.

Sulle pareti della cripta, però, restano gli affreschi degli inizi del IX secolo, cioè della stessa stagione di Pasquale I: una Santa Cecilia orante, riccamente vestita, con i gioielli e il velo di una nobildonna bizantina; il busto del Redentore con l'aureola crociata; la figura di papa Urbano I, legato alla vicenda della santa nella tradizione agiografica. Sono pitture che si leggono a fatica, perché il tempo e l'umidità hanno lavorato per dodici secoli, ed è proprio per questo che gli interventi di restauro condotti negli anni recenti dagli specialisti della Pontificia Commissione hanno avuto tanta importanza: sotto gli strati di depositi e ridipinture è emerso un palinsesto decorativo più complesso di quanto si pensasse, con fasi sovrapposte che raccontano secoli di devozione stratificata su una stessa parete.

Perché Cecilia è la patrona della musica

Ve lo racconto perché è una delle storie più divertenti dell'agiografia, e perché nasce da un fraintendimento. Negli atti del martirio si legge che durante il banchetto delle sue nozze, mentre gli strumenti suonavano — cantantibus organis — Cecilia cantava nel suo cuore soltanto a Dio. La frase, letta di sfuggita nei secoli successivi, si trasformò nell'immagine di una Cecilia che suona l'organo, e da lì nella patrona dei musicisti, delle orchestre e dei conservatori di mezzo mondo. Un'accademia nazionale italiana porta il suo nome, e Raffaello, Rubens e Domenichino l'hanno dipinta circondata da strumenti. Tutto questo perché qualcuno, un giorno, ha letto male un ablativo assoluto.

La sostanza del racconto agiografico è comunque tragica e ricca di dettagli: nobildonna romana, sposa vergine, convertitrice del marito Valeriano e del cognato Tiburzio, condannata al soffocamento nel calidario delle terme della propria casa e sopravvissuta; quindi colpita tre volte al collo dal carnefice, che secondo la legge non poteva colpire una quarta, e agonizzante per tre giorni prima di morire. La statua del Maderno, con quel taglio visibile sul collo e il volto voltato via, è la traduzione in marmo esatta di questo racconto. Nella cripta, davanti alla copia, la storia diventa improvvisamente concreta.

I cubicoli dei sacramenti: il primo alfabeto visivo dei cristiani

Poco distante dalla regione dei Papi, lungo una galleria che risale alla fine del II secolo, si aprono cinque stanzette che valgono da sole il viaggio: i cubicoli dei sacramenti. Sono tombe di famiglia, di dimensioni modeste, ma le loro pareti e le loro volte conservano un ciclo di affreschi della prima metà del III secolo che costituisce uno dei documenti più antichi e più completi della pittura cristiana. Gli storici dell'arte scendono qui in pellegrinaggio, e a ragione: quello che si vede su queste volte non è un'illustrazione della fede cristiana, è il momento in cui la fede cristiana si inventa un'immagine.

Il programma figurativo ruota attorno ai due sacramenti dell'iniziazione: il battesimo e l'eucaristia. Non però come li dipingerà il Rinascimento, con scene narrative esplicite: qui tutto funziona per allusione, prefigurazione, tipologia. Un episodio dell'Antico Testamento viene messo accanto a un episodio evangelico perché il primo annuncia il secondo. È un modo di pensare per immagini che oggi ci risulta faticoso e che allora era il pane quotidiano di chi ascoltava le omelie.

Il battesimo dipinto sulle pareti delle Catacombe di San Callisto

Sul tema battesimale si riconoscono la scena di Gesù battezzato da Giovanni nel Giordano, con la colomba dello Spirito; il miracolo di Mosè che percuote la rupe e ne fa scaturire l'acqua; la Samaritana al pozzo, cioè l'acqua viva del dialogo giovanneo. E soprattutto, in uno dei cubicoli, quella che è considerata la più antica rappresentazione conosciuta del battesimo di un catecumeno: una figura in piedi con i piedi nell'acqua, e accanto un ministro che gli pone la destra sul capo. Sembra poco. È invece l'unica testimonianza figurativa che abbiamo su come si celebrasse concretamente il rito nella Roma del III secolo, e vale quanto un trattato liturgico.

L'eucaristia, i pani e i pesci

Sul versante eucaristico l'immagine ricorrente è il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, con i canestri allineati, e la scena di sette figure sedute attorno a una mensa semicircolare. Sette commensali, il numero perfetto; una mensa che è insieme il banchetto funebre romano, il refrigerium, e l'anticipazione del convito celeste. Questa doppia lettura è la chiave di tutta la pittura catacombale: le immagini funzionano su due piani, uno familiare e domestico, l'altro teologico, e chi le guardava sapeva leggere entrambi.

C'è poi una figura che torna in tutti i cubicoli, e che è il vero protagonista della pittura delle origini: Giona. Giona gettato in mare, Giona inghiottito dal mostro marino, Giona rigettato sulla spiaggia, Giona che riposa sotto la pergola di zucche, nudo, disteso, in un abbandono che i pittori riprendono da un tipo iconografico pagano, l'Endimione dormiente. Perché tanta insistenza su un profeta minore? Perché tre giorni nel ventre del pesce e poi il ritorno alla luce sono la prefigurazione più immediata della risurrezione — e perché la storia di Giona è anche il racconto di una salvezza offerta a tutti, anche ai niniviti, anche agli estranei. In un cimitero, non esiste immagine più consolante.

Il Buon Pastore e le oranti

Le altre due figure onnipresenti sono il Buon Pastore, il giovane imberbe con la pecora sulle spalle, e l'orante, la figura in piedi con le braccia sollevate e i palmi aperti. Entrambe hanno un antecedente diretto nell'arte pagana: il pastore criophoros è un tipo ellenistico che indicava la filantropia, e l'orante era l'allegoria della pietas. I cristiani non li hanno inventati: li hanno riempiti di un contenuto nuovo. È un'operazione culturale spettacolare, e per me è il vero motivo per cui le Catacombe di San Callisto vanno raccontate come un fatto artistico oltre che religioso. Qui si vede, in presa diretta, un linguaggio visivo che cambia significato senza cambiare forma.

La Scala dei Martiri

Vicino ai cubicoli dei sacramenti si trova un elemento che di solito passa inosservato e che invece è tra le strutture più antiche del complesso: una scala del II secolo, gradini di tufo consumati al centro da secoli di piedi. Le chiamano la Scala dei Martiri. Se la guida vi ci porta davanti, fermatevi un momento a guardare l'incavo dei gradini: è la firma collettiva di tutti quelli che sono passati, il tipo di traccia che nessuna iscrizione può falsificare.

Le iscrizioni delle Catacombe di San Callisto: greco, latino, sigle

Le catacombe romane hanno restituito decine di migliaia di iscrizioni, e il complesso callistiano è uno dei giacimenti più ricchi. Sono testi brevissimi, spesso di poche parole, incisi male e con errori di ortografia: proprio per questo hanno un valore enorme, perché ci restituiscono la lingua parlata da gente comune, non quella letteraria dei classici. Nelle epigrafi cristiane si legge il latino volgare che diventerà l'italiano, con le sue oscillazioni vocaliche, le sue semplificazioni, le sue formule ripetute.

Le formule più frequenti sono di una sobrietà disarmante: il nome del defunto, la formula in pace, l'età espressa in anni, mesi e giorni con una precisione che colpisce — vixit annis III mensibus V diebus XII — e la data della deposizione. Manca quasi sempre quello che nelle epigrafi pagane abbonda: la carriera, le cariche, i titoli, il patrimonio. Non c'è il cursus honorum, non c'è la lista delle magistrature. C'è il nome e c'è la pace. Il silenzio sui titoli è, in una società ossessionata dallo status come quella romana, una dichiarazione ideologica clamorosa.

Perché i papi del III secolo scrivono in greco

Tutti sanno che qui riposavano i papi; quasi nessuno si accorge di in che lingua lo dicono le lapidi. Le iscrizioni originali di Ponziano, Antero, Fabiano, Lucio ed Eutichiano sono in greco, e la ragione non è liturgica ma sociologica: la comunità cristiana di Roma del II e III secolo era in larghissima parte composta da immigrati, mercanti, liberti e schiavi provenienti dall'Oriente del Mediterraneo, e la sua lingua d'uso era il greco. In greco si predicava, in greco si scrivevano le lettere, in greco si celebrava. Il passaggio al latino nella liturgia romana arriverà solo più tardi, e il IV secolo di Damaso è già un'altra epoca.

È un dettaglio che rovescia l'immagine da cartolina della prima cristianità romana. La chiesa che seppellisce i suoi vescovi sotto l'Appia non è un'istituzione latina che parla al Senato: è una comunità di lingua greca radicata nei quartieri portuali e artigianali, con reti di relazioni che arrivano ad Antiochia, a Efeso, ad Alessandria. Quando la guida vi mostrerà le lapidi della Cripta dei Papi, guardate le lettere prima ancora dei nomi: quelle epsilon e quelle omega raccontano una città di frontiera spirituale meglio di qualsiasi manuale.

Le sigle e i simboli incisi

Accanto ai nomi compaiono segni che vale la pena saper riconoscere. Il monogramma costantiniano, formato dalle lettere greche chi e rho intrecciate, iniziali di Christòs. L'ancora, che allude alla speranza e che in certe forme nasconde una croce senza dirlo. La colomba con il ramoscello, segno di pace e dell'anima che ha raggiunto il porto. Il pesce, di cui abbiamo detto. La palma, segno di vittoria, che nell'immaginario ottocentesco fu letta come marchio infallibile del martire — un'interpretazione oggi ridimensionata dagli studiosi, che invitano a molta più cautela. E la sigla MTR o MAR, aggiunta in un secondo momento su alcune lapidi papali per certificare il martirio.

La regione di San Milziade e il sarcofago del bambino

Contigua alla regione dei Papi si sviluppa quella intitolata a papa Milziade, il pontefice del passaggio: sotto di lui, nel 313, l'editto di Milano rende lecito il culto cristiano, e a lui Costantino affida il Laterano. In questa area si conserva un pezzo che ferma sempre i visitatori: il sarcofago del bambino, con la fronte scolpita a bassorilievo con episodi biblici, secondo la formula del sarcofago cristiano di IV secolo che allinea scene come vignette di una striscia a fumetti.

Osservare un sarcofago del genere è un esercizio di alfabetizzazione visiva: le scene non hanno un ordine narrativo lineare, ma tematico. Miracoli di guarigione accanto a episodi veterotestamentari, il tutto compresso in una fascia alta cinquanta centimetri, con le figure incastrate come in un vagone della metropolitana. Che sia stato scolpito per un bambino aggiunge alla cosa un peso che non ha bisogno di commento: una famiglia romana del IV secolo che spende una cifra considerevole per garantire al proprio figlio morto una tomba istoriata con le scene della salvezza.

La regione dei Santi Gaio ed Eusebio

Nella regione scavata verso la fine del III secolo si affacciano l'una di fronte all'altra due cripte che raccontano due pontificati molto diversi. Da un lato il sepolcro di papa Caio (283-296), con la sua iscrizione; dall'altro quello di papa Eusebio (309 o 310), che ebbe un pontificato brevissimo e una fine amara: morì in Sicilia, dove l'aveva esiliato l'imperatore Massenzio, e il suo corpo fu riportato a Roma sotto il successore Milziade e deposto qui.

Sulla parete della cripta si legge, in una copia marmorea eseguita alla fine del IV secolo — con i frammenti originali conservati sul lato opposto — una delle iscrizioni damasiane più interessanti dal punto di vista storico, perché non celebra soltanto: racconta un conflitto. Ricorda infatti lo scisma di Eraclio, la spaccatura che dilaniò la comunità romana sulla questione dei lapsi, cioè dei cristiani che durante le persecuzioni avevano ceduto sacrificando agli dèi o consegnando i libri sacri.

La questione dei lapsi, spiegata bene

È un dibattito che sembra tecnico e invece è il grande problema morale del III secolo. Dopo ogni ondata persecutoria restavano migliaia di battezzati che avevano abiurato per paura, per tortura o semplicemente comprando un certificato di sacrificio da un funzionario compiacente. Riammetterli? A quali condizioni? Chi aveva resistito e magari portava sul corpo i segni della tortura pretendeva rigore assoluto; chi guardava alla sopravvivenza della comunità spingeva per la misericordia. Attorno a questa domanda si consumarono scismi, elezioni contestate, esili. Eusebio pagò con la deportazione la sua linea, considerata troppo indulgente da una parte, e Damaso, decenni dopo, mise per iscritto la vicenda su questa parete.

Trovo che sia uno degli aspetti più sottovalutati delle Catacombe di San Callisto: qui non c'è solo la pietà, c'è la politica. Le pareti registrano i conflitti interni di una comunità che sta imparando a governarsi, con le sue fazioni, i suoi processi e i suoi compromessi. La storia della Chiesa comincia sottoterra con una lite sulla misericordia.

Calocero, Partenio e gli altri martiri

Lungo la stessa galleria si incontra la cripta dei martiri Calocero e Partenio, ricordati dagli itinerari medievali dei pellegrini e onorati per secoli in questo settore. Il complesso callistiano conta, secondo il computo tradizionale, oltre cinquanta martiri: nomi che oggi non dicono nulla a quasi nessuno e che per un millennio hanno mosso migliaia di persone a piedi da mezza Europa fino a questo pianoro.

Il cubicolo di Severo e la nascita della parola «papa»

Nel complesso si conserva un doppio cubicolo scavato per un diacono di nome Severo, con un'iscrizione ritmica non posteriore al 304 in cui compare, riferito al vescovo di Roma Marcellino, un titolo che per un vescovo romano non è attestato prima: papa. Il testo dice, in sostanza, che Severo ha ottenuto il permesso di costruirsi il cubicolo dal suo papa Marcellino. Nient'altro: non un documento solenne, non un atto conciliare, non una bolla. Un'epigrafe di famiglia in versi, incisa in una stanzetta di tufo, in un cimitero fuori porta.

La parola in origine non aveva nulla di esclusivo: pappas in greco è un vezzeggiativo per padre, e nell'Oriente cristiano veniva usato per vescovi e presbiteri di ogni rango — ad Alessandria era titolo del patriarca, e in alcune chiese orientali si usa ancora per i sacerdoti. Ma il fatto che il suo debutto epigrafico romano stia qui, in una tomba privata, è uno di quei dettagli che raccontano tutto: il vocabolario del potere ecclesiastico non nasce a tavolino, nasce dall'affetto e dall'uso.

Vale la pena aggiungere una nota malinconica su Marcellino, che di quel titolo fu il primo destinatario noto: il suo pontificato cadde nel pieno della persecuzione di Diocleziano, e alcune fonti antiche, ostili, lo accusano di aver ceduto consegnando i libri sacri. La questione è controversa e gli studiosi discutono da secoli. Ma è vertiginoso pensare che la parola più pronunciata del pianeta cattolico compaia per la prima volta accanto al nome di un vescovo la cui condotta fu, nell'antichità stessa, oggetto di dubbio.

La cripta di papa Cornelio e le pitture bizantine

In un settore più appartato del complesso, verso l'area delle cripte di Lucina, si trova la deposizione di papa Cornelio (251-253), e qui c'è un'anomalia che gli specialisti notano subito: la sua iscrizione è in latino, non in greco, e recita Cornelius martyr, con il titolo inciso già in origine. Cornelio apparteneva a una gens patrizia romana, la gens Cornelia, e fu sepolto in un settore diverso da quello dei suoi predecessori: due indizi che, messi insieme, raccontano di una Chiesa in cui cominciano a entrare le grandi famiglie della città.

Il pontificato di Cornelio fu segnato dal conflitto con Novaziano, l'antipapa rigorista, ed è documentato da un carteggio straordinario con Cipriano, vescovo di Cartagine: una delle corrispondenze più preziose del cristianesimo antico, che ci fa vedere come due chiese di due continenti diversi discutevano e si coordinavano. Cornelio morì in esilio a Civitavecchia, l'antica Centumcellae, e il suo corpo fu riportato qui.

Ai lati del sepolcro si aprono pitture di gusto bizantino del VII-VIII secolo di notevole qualità: da un lato i papi Sisto II e Cornelio, dall'altro i vescovi africani Cipriano e Ottato. Vederli affiancati, il romano e il cartaginese, sulla parete di una cripta romana quattro secoli dopo la loro morte, è la prova visiva di quanto quella corrispondenza avesse contato: la memoria di un'amicizia intellettuale sopravvissuta all'impero che l'aveva vista nascere.

La regione Liberiana e la regione Occidentale

Le due regioni più tarde del complesso — l'Occidentale, della prima metà del IV secolo, e la Liberiana, della seconda metà — sono quelle che il visitatore non vede ma che cambierebbero la sua idea delle catacombe. Qui infatti la scala dell'architettura sotterranea diventa monumentale: gallerie ampie, scale di collegamento imponenti, ambienti articolati, con un'ambizione costruttiva lontanissima dai corridoi angusti delle origini. È il sottosuolo di una Chiesa che non è più clandestina né povera e che progetta i propri spazi funerari con la stessa mentalità con cui in superficie sta costruendo le basiliche.

Il nome della regione Liberiana viene da papa Liberio (352-366), predecessore di Damaso, e ci ricorda che il complesso continuò a crescere ben oltre la fine delle persecuzioni. È un punto che smonta un altro luogo comune: la sepoltura in catacomba non finisce con Costantino. Continua per tutto il IV secolo e si spegne progressivamente nel V, quando il baricentro funerario si sposta verso le basiliche cimiteriali di superficie e verso la sepoltura ad sanctos, il più vicino possibile alla tomba di un martire.

I sedici papi sepolti nelle Catacombe di San Callisto

La tradizione del santuario conta sedici pontefici sepolti nel complesso callistiano, ed è il primato che ha fatto di questo luogo la necropoli papale per eccellenza prima che il Vaticano assumesse quel ruolo. L'elenco, nell'ordine cronologico dei pontificati: Zefirino — per il quale il luogo esatto della sepoltura non è certo e le fonti si contraddicono —, Urbano I, Ponziano, Antero, Fabiano, Cornelio, Lucio I, Stefano I, Sisto II, Dionisio, Felice I, Eutichiano, Caio, Eusebio, Milziade e Damaso I.

Nove di loro riposavano nella sola Cripta dei Papi; gli altri sono distribuiti nelle diverse regioni del complesso, con Cornelio nel suo settore appartato, Eusebio e Caio nelle loro cripte affacciate, Damaso nella basilichetta di famiglia sull'Ardeatina. Il periodo coperto va, grosso modo, dagli inizi del III secolo alla fine del IV: due secoli scarsi durante i quali l'ufficio del vescovo di Roma passa dall'essere il ruolo di guida di una comunità minoritaria e sorvegliata all'essere una delle magistrature morali più influenti dell'impero. Il tragitto di questa trasformazione si legge, letteralmente, camminando da una cripta all'altra.

Quanto durava un pontificato nel III secolo

Un esercizio istruttivo, che faccio sempre fare a chi mi accompagna: sommate gli anni. Antero, quarantatré giorni. Lucio I, otto mesi. Sisto II, meno di un anno. Eusebio, pochi mesi e poi l'esilio. Marcellino, un pontificato travagliato nel pieno della persecuzione. Fra il 235 e il 314 la sede di Roma resta vacante più volte, e per periodi lunghi: dopo Fabiano rimane vuota per oltre un anno, perché eleggere un vescovo in quel momento significava condannarlo a morte e i romani lo sapevano benissimo.

Tenete presente questo dato quando vi trovate davanti alla fila di lapidi. Non state guardando una successione ordinata di prelati: state guardando una lista di persone che accettavano un incarico sapendo con ragionevole certezza come sarebbe finito. È qualcosa che le fotografie delle guide non trasmettono, e che invece si sente benissimo stando due minuti in silenzio in quella stanza.

Dove sono finiti i corpi: le traslazioni e i loculi vuoti

La domanda arriva sempre, a metà percorso, con un misto di curiosità e disagio: e i corpi? La risposta onesta è che nei percorsi visitabili delle Catacombe di San Callisto i loculi sono vuoti. Non c'è nulla da vedere dentro le nicchie, e non è per pudore museale: è per ragioni storiche precise, cominciate più di un millennio fa.

Le grandi traslazioni cominciarono nell'VIII e IX secolo. Il suburbio romano era diventato insicuro, i cimiteri fuori le mura erano esposti alle scorrerie — quella dei Longobardi prima, quella dei Saraceni sull'Appia e sulla foce del Tevere poi — e le tombe dei martiri erano un patrimonio troppo prezioso, spiritualmente e politicamente, per restare indifese. Papi come Paolo I e soprattutto Pasquale I, quello della traslazione di Cecilia nell'821, organizzarono il trasferimento sistematico delle reliquie nelle basiliche urbane: Santa Prassede, Santa Maria in Trastevere, Santi Quattro Coronati, e decine di altre. Cortei di carri che risalivano l'Appia con casse di ossa, e liste di nomi incise sulle pareti delle chiese di arrivo a certificare l'operazione.

Ciò che è rimasto sottoterra fu progressivamente dimenticato, e poi, in età moderna, saccheggiato: fra Cinquecento e Settecento la caccia alle reliquie provocò danni enormi e produsse una quantità di attribuzioni fantasiose. Oggi le sepolture superstiti nei settori non aperti al pubblico sono protette proprio perché siano lasciate in pace, e questo spiega perché il percorso turistico tocchi solo aree in cui non ci sono resti. Non è una messinscena: è una scelta di rispetto, e va detta chiaramente perché chi scende sperando nel brivido macabro faccia pace in anticipo con l'idea.

Il legame con Santa Prassede e Santa Cecilia in Trastevere

Se volete completare il discorso, il seguito di questa visita non sta sull'Appia ma dentro le mura. Nella basilica di Santa Prassede, all'Esquilino, una lastra marmorea ricorda il trasferimento voluto da Pasquale I di migliaia di corpi di martiri dai cimiteri suburbani, e la cappella di San Zenone conserva mosaici dello stesso pontificato che sono la cosa più vicina a Bisanzio che si possa vedere a Roma. A Santa Cecilia in Trastevere, invece, trovate l'originale della statua del Maderno e, nella cripta ottocentesca, la sistemazione monumentale della tomba della santa. Fare le tre tappe — San Callisto, Santa Prassede, Santa Cecilia — significa seguire un corpo e una memoria attraverso mille e duecento anni di città. È uno degli itinerari romani che mi piace di più proporre, e quasi nessuno lo fa.

Il Medioevo, l'oblio e i graffiti dei pellegrini

Fra il V e il IX secolo le catacombe smettono di essere cimiteri e diventano santuari: non ci si seppellisce più, ci si va in pellegrinaggio. Sopra le cripte più venerate vengono costruite basiliche semipogee, si aprono lucernari, si allargano le scale per gestire i flussi. Esistono itinerari altomedievali — veri e propri opuscoli per pellegrini, redatti fra VII e VIII secolo — che elencano i cimiteri dell'Appia con i nomi dei martiri da visitare in ciascuno, nell'ordine in cui si incontrano uscendo dalla porta della città. Sono le prime guide turistiche di Roma, e il complesso callistiano vi compare in posizione d'onore.

Poi, con le traslazioni completate, il motivo per scendere sparisce. Le scale franano, i lucernari si otturano, la vegetazione copre gli ingressi, e per secoli il pianoro fra Appia e Ardeatina torna a essere quello che era: campagna, con vigne, casali e greggi. Fra il X e il XVI secolo le catacombe romane escono dalla geografia mentale della città. Chi le nomina lo fa per sentito dire.

Bosio, l'Antiquus, e la riscoperta secentesca

La riapertura del capitolo si deve a un maltese trapiantato a Roma, Antonio Bosio, che dal 1593 e per trentacinque anni si cala sistematicamente in ogni cavità del suburbio, con corde, torce e taccuini, arrivando a esplorare una trentina di cimiteri sotterranei. La sua opera, la Roma sotterranea pubblicata postuma nel 1632, gli valse il titolo di Colombo delle catacombe. Bosio individuò e descrisse settori del comprensorio callistiano, ma la topografia esatta e l'identificazione delle cripte principali gli sfuggirono: mancavano gli strumenti metodologici, e soprattutto mancava l'idea che le iscrizioni frammentarie potessero essere ricomposte come le tessere di un puzzle.

Nei due secoli successivi il sottosuolo cristiano divenne soprattutto una miniera: si scavò per estrarre reliquie e oggetti, spesso distruggendo i contesti. Bisogna arrivare alla metà dell'Ottocento, e a un ragazzo romano con una passione anomala per le lapidi rotte, perché le Catacombe di San Callisto tornino alla luce nel senso pieno del termine.

Giovanni Battista de Rossi e la riscoperta delle Catacombe di San Callisto

La storia è quella di un'intuizione filologica diventata scavo. Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), archeologo ed epigrafista formatosi sui manoscritti della Vaticana, aveva un'idea semplice e rivoluzionaria: che gli itinerari medievali dei pellegrini fossero documenti attendibili, e che confrontandoli con le iscrizioni superstiti si potesse ricostruire la topografia perduta dei cimiteri. Applicò il metodo alla vigna che copriva il pianoro dell'Appia, e vinse.

Il momento decisivo è famoso: nel 1849 de Rossi individua in una vigna un frammento di lastra marmorea con le lettere NELIUS MARTYR. Chiunque altro avrebbe visto un pezzo di marmo rotto; lui vide la seconda metà del nome CORNELIUS, cioè la lapide di un papa che sapeva sepolto nel complesso callistiano, e capì che il terreno da acquistare e scavare era quello. Convinse Pio IX a comprare la vigna, e negli anni successivi condusse la campagna che portò all'identificazione della cripta di Cornelio e, nel 1854, al riconoscimento della Cripta dei Papi, con le lapidi greche ancora al loro posto o ricomponibili dai frammenti.

La scena con Pio IX

Il racconto della visita del pontefice alla cripta appena identificata è entrato nella mitologia dell'archeologia cristiana: il papa che scende, vede allineati i nomi dei suoi predecessori del III secolo e si commuove davanti alla continuità materiale della carica che ricopre. Al di là del quadretto ottocentesco, il fatto storico è che quella scoperta ebbe un peso politico enorme in un decennio in cui il papato stava perdendo il potere temporale: dimostrare che la Chiesa di Roma aveva radici verificabili, documentate, archeologiche, nel III secolo era un argomento di formidabile efficacia.

De Rossi pubblicò i risultati nei tre volumi de La Roma sotterranea cristiana, usciti fra il 1864 e il 1877, che restano la pietra di fondazione della disciplina. Fondò anche il Bullettino di archeologia cristiana e avviò l'immane raccolta delle iscrizioni cristiane della città. Fu lui a coniare, per il complesso callistiano, la definizione che ancora si ripete: «le catacombe per eccellenza, il primo cimitero ufficiale della comunità di Roma, il glorioso sepolcreto dei papi del III secolo».

Il metodo che ha cambiato tutto

Ciò che rende de Rossi importante non è la fortuna del ritrovamento ma il metodo. Prima di lui si scavava per trovare oggetti; dopo di lui si scava per ricostruire contesti. Prima di lui l'iscrizione era un pezzo da collezione; dopo di lui è un documento da collocare nello spazio. Prima di lui il racconto agiografico era preso alla lettera; dopo di lui viene confrontato con la stratigrafia. È l'ingresso dell'archeologia cristiana nella scienza moderna, ed è successo qui, in una vigna sopra l'Appia, con un pezzo di marmo rotto in mano.

I Salesiani, custodi delle Catacombe di San Callisto

Chi vi accoglierà al banco dei biglietti e chi vi accompagnerà sottoterra appartiene, quasi certamente, alla famiglia salesiana o collabora con essa. L'accoglienza dei pellegrini e le visite guidate alle Catacombe di San Callisto sono affidate ai Salesiani di Don Bosco dal 1930, e la comunità che gestisce il sito ha qui il proprio istituto. È una presenza quasi centenaria, e ha una logica che a me piace molto: la congregazione fondata da un prete torinese per educare i ragazzi delle periferie industriali si ritrova a custodire il cimitero dei papi del III secolo, cioè la memoria di una Chiesa fatta di schiavi, liberti e immigrati. Le due cose parlano la stessa lingua.

La struttura di responsabilità è a tre livelli e vale la pena conoscerla, perché spiega perché qui certe cose funzionano in un modo e non in un altro. La proprietà fa capo all'amministrazione patrimoniale della Sede Apostolica; la tutela archeologica e scientifica spetta alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra; l'accoglienza e la visita sono in mano ai Salesiani. Tre soggetti, tre competenze, un solo sito.

Le guide multilingue

Una cosa che stupisce sempre: la quantità di lingue in cui si viene accompagnati. Nel complesso operano guide che coprono un ventaglio molto ampio di idiomi, e i gruppi partono a rotazione per lingua, a intervalli ravvicinati. Se sentite parlare polacco, coreano, portoghese e tedesco nello stesso corridoio nel giro di dieci minuti, è normale. È anche il motivo per cui la visita è organizzata come è organizzata: partenze frequenti a gruppi, percorso fisso, tempi contingentati. Non è un museo dove si vaga, è un flusso da governare.

La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e la tutela

La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nasce a metà Ottocento proprio nel clima creato dalle scoperte di de Rossi, e dopo i Patti Lateranensi del 1929 vede riconosciuta la propria competenza sulle catacombe cristiane del territorio italiano. È l'organismo che autorizza gli scavi, coordina i restauri, gestisce gli archivi e decide cosa si può aprire al pubblico e cosa no. Le decisioni che il visitatore percepisce come limitazioni — il divieto di fotografare, la visita solo accompagnata, i settori chiusi — discendono da lì, e hanno tutte una ragione conservativa.

Il problema principale di un ipogeo è il microclima. Temperatura, umidità relativa e anidride carbonica devono restare entro margini stretti, perché le pitture su intonaco sottile, applicate direttamente sul tufo, sono estremamente sensibili: uno sbalzo termico ripetuto produce condensa, la condensa produce sali e muffe, e in pochi anni un affresco sopravvissuto diciotto secoli può degradarsi irreparabilmente. Ogni corpo umano che scende è una fonte di calore e di vapore acqueo. Il numero di persone per gruppo, la durata del percorso e la distanza fra le partenze non sono capricci organizzativi: sono parametri di conservazione.

Restauri e tecnologie

Negli ultimi decenni gli interventi condotti nelle catacombe romane hanno cambiato volto grazie a tecniche non invasive: rilievi laser scanner che restituiscono modelli tridimensionali delle gallerie, fotogrammetria, illuminazione a LED a bassa emissione termica e a spettro controllato che ha sostituito le vecchie lampade, analisi chimiche dei pigmenti, sistemi di monitoraggio continuo dei parametri ambientali. Nella cripta di Santa Cecilia, in particolare, la pulitura degli strati sovrapposti ha restituito leggibilità a un palinsesto decorativo che era diventato quasi illeggibile.

Racconto queste cose perché credo cambino il modo in cui si guarda un affresco catacombale. Quello che vedete non è sopravvissuto per caso: è sopravvissuto perché qualcuno, ogni anno, misura l'umidità in quella stanza. La conservazione è un lavoro, non un miracolo.

Come si svolge la visita alle Catacombe di San Callisto

La formula è semplice e non ammette varianti: si scende solo accompagnati, in gruppo, con una guida della casa, e la guida è compresa nel biglietto. Non esiste la visita libera, non esiste l'audioguida al posto della persona, non si può restare indietro a fotografare o a meditare: si cammina insieme e si esce insieme. La durata è di circa quaranta minuti, le partenze si susseguono a intervalli ravvicinati durante le fasce di apertura, e i gruppi vengono formati per lingua man mano che si accumulano le presenze alla biglietteria.

Il percorso scende su un solo livello, tocca la regione dei Papi con la Cripta dei Papi e la cripta di Santa Cecilia, prosegue verso i cubicoli dei sacramenti e restituisce un assaggio delle gallerie con i loculi a più file. Ci sono scale in discesa e in salita, corridoi stretti in alcuni tratti, pavimenti irregolari; l'illuminazione è artificiale e costante. All'uscita si riemerge nel comprensorio, e questo passaggio dal buio al verde è, secondo me, uno dei momenti più belli e più sottovalutati della giornata.

Biglietti, prenotazione e come non farsi fregare

Il biglietto per le Catacombe di San Callisto ha un prezzo contenuto — l'intero si aggira intorno ai dieci euro, con un ridotto di poco superiore alla metà per ragazzi, gruppi scolastici e studenti di archeologia e architettura entro i limiti di età previsti, e gratuità per i bambini piccoli e per le persone con disabilità — ma tariffe e condizioni vanno sempre verificate sui canali ufficiali prima di partire, perché possono cambiare. La visita guidata è compresa e obbligatoria: non esiste un biglietto senza guida.

Per i singoli la prenotazione non è, di norma, obbligatoria; per i gruppi lo è. Il consiglio pratico che do sempre è di gestire l'eventuale prenotazione tramite i canali ufficiali del sito e dell'ente incaricato dei pellegrinaggi, e di diffidare delle offerte di terzi che promettono accessi prioritari: quaggiù non esiste una fila da saltare in senso proprio, esistono partenze a gruppi, e pagare un sovrapprezzo per qualcosa che potete organizzare da soli in tre minuti non ha senso. Se invece cercate una visita tematica approfondita con un accompagnatore vostro, quello è un altro discorso e ha un suo valore: ma è un servizio aggiuntivo, non un ingresso privilegiato.

Orari e chiusure: come regolarsi

Senza inseguire numeri che cambiano, la struttura è questa e da molti anni resta stabile: apertura in due fasce, una al mattino e una nel pomeriggio, separate da una pausa a metà giornata; un giorno di chiusura settimanale, che tradizionalmente cade a metà settimana; una pausa di alcune settimane in inverno; e la chiusura nelle principali festività religiose. Verificate sempre prima di mettervi in viaggio, perché il giorno di chiusura infrasettimanale è la trappola classica di chi organizza un itinerario a tavolino guardando solo la mappa.

La mia raccomandazione è di presentarvi presto, appena aperto: le prime partenze del mattino sono le meno affollate e la temperatura esterna, d'estate, è ancora civile. A metà mattina arrivano i pullman e i gruppi organizzati, e la differenza si sente. Nel pomeriggio le cose migliorano di nuovo verso la fine della fascia, ma con il rischio di trovare le ultime partenze già complete.

Cosa portare e come vestirsi

Sottoterra la temperatura si mantiene intorno ai quindici o sedici gradi tutto l'anno, con umidità alta. Ad agosto è una benedizione; a gennaio, se arrivate infreddoliti da fuori, lo è meno. Portate comunque una giacca leggera o una felpa: quaranta minuti fermi ad ascoltare in un ambiente umido a sedici gradi si sentono, soprattutto sui bambini. Scarpe chiuse con suola non liscia: i gradini di tufo e i pavimenti in battuto sono regolari ma non sono un pavimento da museo. Niente tacchi, per ovvie ragioni.

Le regole di accesso sono quelle dei luoghi sacri: abbigliamento decoroso, spalle e ginocchia coperte, tono di voce basso. Non è formalismo: è un cimitero, e per la comunità cattolica è un santuario. Zaini grandi e valigie non sono ammessi nel percorso. Il telefono si tiene in tasca, per il motivo che vedremo fra poco.

Accessibilità, bambini, claustrofobia

Il percorso comporta scale in discesa e in salita e non è adatto a chi ha difficoltà motorie significative: non esistono ascensori né percorsi alternativi, e questa è una limitazione strutturale di un ipogeo scavato nel II secolo. Chi ha problemi di deambulazione o usa la sedia a rotelle troverà nel comprensorio di superficie una visita comunque bella, ma la parte sotterranea resta preclusa; conviene informarsi in anticipo sulle possibilità offerte, perché le condizioni possono variare.

Sui bambini sono ottimista: dai sette-otto anni in su le Catacombe di San Callisto funzionano benissimo, perché il racconto è concreto — c'è il buio, c'è il tufo, ci sono i pesci dipinti, c'è la storia dei papi — e quaranta minuti sono una durata sostenibile. Sotto i cinque anni il rischio di noia e di spavento è alto e il passeggino è ingestibile. Per la claustrofobia, la verità sta nel mezzo: le gallerie del percorso turistico sono illuminate, ventilate, con soffitti spesso alti più di due metri e alcune sezioni ampie; ma sono comunque corridoi stretti a più di quindici metri sotto terra, senza vista e senza scorciatoie. Chi soffre di attacchi seri lo metta in conto e valuti onestamente. Non è una passeggiata sotto un portico.

Il comprensorio di superficie delle Catacombe di San Callisto

Ecco la parte che quasi nessuno sfrutta. Sopra le gallerie si estende un parco di una trentina di ettari che è, senza esagerare, uno dei pezzi di verde più sereni della città: pini domestici, cipressi allineati lungo il viale, prati, muretti, casali agricoli, e una quiete che a due chilometri dalle Terme di Caracalla sembra un errore geografico. I pullman scaricano, il gruppo scende, risale e riparte; il soprassuolo resta a chi lo conosce.

Dentro il comprensorio si trovano, oltre agli edifici salesiani, tracce di strutture antiche di superficie e i lucernari che affiorano nel prato come periscopi, ciascuno collegato a una galleria sottostante. Camminare in mezzo a quei prati sapendo di avere venti chilometri di corridoi sotto le suole è un'esperienza percettiva difficile da spiegare a chi non l'ha provata: il terreno diventa improvvisamente sottile.

Il viale dei cipressi

Il viale d'ingresso merita un paragrafo a sé. È un rettilineo alberato che sale dall'Appia al piazzale, con i cipressi disposti in una prospettiva così regolare da sembrare disegnata da un pittore del Seicento — ed è, in effetti, la quintessenza del paesaggio della campagna romana come lo hanno codificato Claude Lorrain, Poussin e poi i vedutisti del Grand Tour. Percorrerlo a piedi, con calma, cambia la giornata. Percorrerlo in pullman, guardando il telefono, è uno spreco di uno dei begli scorci di Roma.

Le Catacombe di San Callisto e le altre catacombe di Roma

A Roma i cimiteri sotterranei paleocristiani censiti sono oltre sessanta, ma quelli regolarmente aperti al pubblico sono pochi, e ciascuno ha una sua personalità. Se avete tempo per una sola visita, la scelta dipende da cosa cercate; se ne avete per due, ci sono abbinamenti che funzionano meglio di altri. Vi do la mia mappa mentale, con l'onestà che pretendo da una guida: consigliare sempre e soltanto il posto di cui si sta scrivendo non è fare la guida, è fare il venditore.

San Sebastiano, a dieci minuti a piedi

Le Catacombe di San Sebastiano stanno sulla stessa Appia, poco più avanti, e sono l'abbinamento naturale. Hanno tre elementi che San Callisto non ha: la basilica soprastante, con il bellissimo soffitto ligneo e la statua del santo attribuita alla cerchia del Bernini; i mausolei pagani perfettamente conservati che si vedono in un ambiente a cielo aperto, con stucchi e pitture, una cosa rarissima; e la Triclia, il cortile porticato coperto di graffiti lasciati nel III secolo dai fedeli che invocavano Pietro e Paolo, la prova più antica di un culto apostolico in questo luogo. Se San Callisto è il cimitero istituzionale, San Sebastiano è il luogo dove si vede l'incastro fra mondo pagano e mondo cristiano.

Domitilla, la più estesa

Le Catacombe di Domitilla, sulla via delle Sette Chiese, sono le più estese in assoluto e hanno un asso nella manica: la basilica semipogea dei santi Nereo e Achilleo, una chiesa a tre navate scavata sottoterra, con le colonne e le absidi. Entrarci dà una sensazione completamente diversa da quella dei corridoi: qui il sottosuolo diventa architettura monumentale. Anche l'affresco del Buon Pastore nel cosiddetto cubicolo omonimo vale la deviazione. Sono a un chilometro scarso da San Callisto, nello stesso quadrante.

Priscilla, per la pittura

Se cercate le pitture più belle in assoluto, la mia preferita resta Priscilla, sulla via Salaria, dall'altra parte della città. Lì si trova la cosiddetta Cappella Greca, e soprattutto quella che molti considerano la più antica raffigurazione mariana conosciuta, una Madonna con Bambino e una figura di profeta che indica una stella, databile intorno alla prima metà del III secolo. Priscilla è meno spettacolare come scala e meno famosa come nomi, ma per chi ama la pittura è il posto giusto. San Callisto ha la storia dei papi; Priscilla ha le immagini.

Pretestato, Sant'Agnese, e le catacombe ebraiche

Sull'altro lato dell'Appia, quasi di fronte, si sviluppano le Catacombe di Pretestato, con la loro pittura di IV secolo e una storia legata al martire Gennaro; l'accesso è più limitato e va concordato. A nord, sulla Nomentana, Sant'Agnese offre l'abbinata con la basilica costantiniana e con il mausoleo di Santa Costanza, che ha i mosaici della vendemmia più belli di Roma. E lungo la stessa Appia esistono le catacombe ebraiche di Vigna Randanini, promemoria fondamentale: la sepoltura in ipogeo a Roma non è un'invenzione cristiana, e la comunità ebraica della città praticava soluzioni analoghe negli stessi secoli e negli stessi terreni.

La via Appia Antica attorno alle Catacombe di San Callisto

Nessuno dovrebbe venire fin qui e ripartire subito. Le Catacombe di San Callisto stanno nel cuore di uno dei paesaggi archeologici più straordinari d'Europa, e il resto della giornata si costruisce da solo camminando. La via Appia fu aperta nel 312 avanti Cristo dal censore Appio Claudio Cieco per collegare Roma a Capua, e poi prolungata fino a Brindisi: la regina viarum, la strada su cui è passata metà della storia del Mediterraneo antico.

Il Domine Quo Vadis

Scendendo verso la città, a poche centinaia di metri dall'ingresso, c'è la chiesetta di Santa Maria in Palmis, che tutti chiamano Domine Quo Vadis. La tradizione, raccontata negli Atti apocrifi di Pietro, vuole che qui l'apostolo, in fuga da Roma, abbia incontrato Cristo che camminava in direzione opposta e gli abbia chiesto: Signore, dove vai? La risposta — vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo — convinse Pietro a tornare indietro e affrontare il martirio. All'interno una lastra con due impronte di piedi, copia di quella conservata a San Sebastiano. È leggenda, e nessuno pretende il contrario: ma è una leggenda che ha generato quadri, romanzi e film, e la chiesetta con la sua facciata bassa in mezzo ai cipressi vale la sosta.

Cecilia Metella, il Circo di Massenzio, i Quintili

Salendo invece verso sud, dopo San Sebastiano, si incontrano in sequenza il Circo di Massenzio, il circo romano meglio conservato in assoluto, con le torri di partenza ancora leggibili e il perimetro intatto, e il Mausoleo di Cecilia Metella, il tamburo cilindrico rivestito di travertino che i Caetani nel Trecento trasformarono in torre di un castello. Da lì in avanti comincia il tratto più fotogenico dell'Appia: il basolato originale, i pini a ombrello, i frammenti di sculture funerarie rimessi in piedi nell'Ottocento, e a qualche chilometro la Villa dei Quintili, la residenza suburbana più grande della campagna romana, con le sue terme monumentali.

Sull'altro versante, verso l'interno, si apre il Parco della Caffarella, valle agricola sopravvissuta dentro la città, con greggi, ninfei e il casale dell'ex mulino. È il posto dove i romani vanno a camminare la domenica mattina, e a ragione.

Le Fosse Ardeatine

Poco distante, sulla via Ardeatina, dentro lo stesso quadrante geografico del comprensorio callistiano, c'è il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, dove il 24 marzo 1944 furono uccisi trecentotrentacinque uomini per rappresaglia. Sono cave di pozzolana anche quelle, lo stesso tufo, lo stesso sottosuolo. Chi visita le catacombe al mattino e le Fosse Ardeatine nel pomeriggio fa un percorso durissimo e necessario, e capisce qualcosa su questa collina che nessuna guida può spiegare a parole: che qui il sottosuolo ha accolto morti ammazzati per la propria fede o per il proprio nome per diciotto secoli, con una continuità che mette i brividi.

Le Sette Chiese di san Filippo Neri

La strada che costeggia il comprensorio callistiano si chiama via delle Sette Chiese per una ragione precisa: nel Cinquecento Filippo Neri rilanciò il pellegrinaggio alle sette basiliche di Roma, un itinerario a piedi di una ventina di chilometri che collegava San Pietro, San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni, Santa Croce, San Lorenzo e Santa Maria Maggiore. Il tratto fra San Paolo e San Sebastiano passa proprio di qui, e Filippo lo percorreva con centinaia di persone, con soste, canti e merende, trasformando un esercizio penitenziale in una festa popolare. Se percorrete a piedi il pezzo di strada che separa San Callisto da San Sebastiano, state camminando su quel tracciato.

Cosa non troverete nelle Catacombe di San Callisto: miti da smontare

Ogni luogo molto famoso accumula leggende, e questo ne ha collezionate parecchie. Vale la pena affrontarle di petto, perché arrivare preparati rende la visita migliore e perché la realtà, come quasi sempre, è più interessante della fantasia.

Non erano rifugi segreti

L'abbiamo già detto ma va ripetuto, perché è il malinteso numero uno: le catacombe erano cimiteri legali e conosciuti, non nascondigli. Il diritto romano tutelava i luoghi di sepoltura, e le associazioni funeraticie erano riconosciute; la comunità cristiana operò a lungo dentro quel quadro giuridico. Quando l'autorità volle colpire, non ebbe alcuna difficoltà a trovare l'indirizzo: nel 258 vietò espressamente ai cristiani l'accesso ai cimiteri, il che presuppone che sapesse benissimo dove fossero.

Non ci si viveva

Nessuno abitava nelle catacombe. Nessuno ci si è nascosto per mesi. L'aria è respirabile ma povera, l'umidità è costante, l'illuminazione richiedeva lucerne a olio che consumano ossigeno, e in una galleria senza ricambio l'atmosfera diventa rapidamente insostenibile. Le riunioni liturgiche quaggiù erano brevi e legate agli anniversari; la vita della comunità si svolgeva nelle case, nelle domus ecclesiae, in superficie.

Le palme e le ampolle non provano il martirio

Nel Sei e Settecento si diffuse la convinzione che una palma incisa sulla lapide o un'ampolla di vetro con residui rossastri accanto al loculo fossero certificati automatici di martirio: si estrassero così, da vari cimiteri, migliaia di presunti corpi santi, distribuiti alle chiese di mezza Europa. La critica storica successiva ha ridimensionato drasticamente il criterio. La palma era un simbolo di vittoria usato largamente, e le ampolle contenevano quasi sempre unguenti o profumi funerari, non sangue. Un caso da manuale di come un'ipotesi sbagliata, ripetuta per due secoli, produca conseguenze materiali enormi.

Non tutti i sepolti erano martiri o poveri

Nelle catacombe romane fu sepolta gente di ogni condizione: martiri sì, ma in numero limitatissimo rispetto alla massa; e poi bambini, artigiani, mercanti, funzionari, matrone, schiavi. Le stime tradizionali parlano per il complesso callistiano di ordine di grandezza pari a mezzo milione di sepolture nel corso della sua vita attiva. Su quel totale, i martiri censiti sono qualche decina. Le catacombe non sono il monumento a una élite di eroi: sono il cimitero comunale di una comunità enorme.

Un itinerario di una giornata con le Catacombe di San Callisto

Vi lascio il programma che consiglio da anni, collaudato su gruppi di ogni tipo, e che funziona in tutte le stagioni con qualche aggiustamento sugli orari.

Mattina

Partenza presto dal centro con il 118 da Circo Massimo, o a piedi da Porta San Sebastiano per chi ha gambe e voglia. Prima visita della giornata alle Catacombe di San Callisto, appena aperto: il gruppo è più piccolo, la guida ha più tempo per rispondere, e la temperatura esterna non ha ancora deciso di rovinarvi la mattinata. Quaranta minuti sottoterra, poi mezz'ora nel comprensorio di superficie, senza fretta, fino al viale dei cipressi.

Da lì, a piedi, verso San Sebastiano: dieci minuti buoni, e visita della basilica e delle sue catacombe con i mausolei e la Triclia. A quel punto avrete visto i due volti del sottosuolo cristiano dell'Appia, e la differenza fra i due vi resterà addosso.

Pranzo e pomeriggio

Le trattorie e i locali lungo l'Appia in questo tratto sono la soluzione naturale; in alternativa, un panino sul prato del parco funziona benissimo e costa un decimo. Nel pomeriggio, l'Appia vera: Circo di Massenzio, Mausoleo di Cecilia Metella, e poi il basolato in direzione sud, a piedi o in bicicletta, fino a dove vi porta la voglia. Chi ha energia arriva alla Villa dei Quintili; chi ne ha meno si ferma prima e torna indietro con calma, che è una scelta altrettanto rispettabile.

Varianti

La variante spirituale: San Callisto al mattino, Fosse Ardeatine nel primo pomeriggio, e ritorno in città silenziosi. La variante artistica: San Callisto al mattino, e nel pomeriggio dentro le mura, a Santa Cecilia in Trastevere per l'originale del Maderno e a Santa Prassede per i mosaici di Pasquale I, cioè il seguito esatto della storia che avete sentito quaggiù. La variante domenicale: Appia chiusa al traffico, bici, catacombe a metà mattina e picnic alla Caffarella.

Quando visitare le Catacombe di San Callisto

Le stagioni contano meno che altrove, perché sottoterra il clima non cambia mai, ma contano moltissimo per tutto il contorno. La primavera è la stagione ideale in assoluto: la campagna romana fra aprile e maggio è verde, i prati del comprensorio sono fioriti e la passeggiata sull'Appia è perfetta. L'autunno, fra fine settembre e novembre, è la mia stagione preferita per la luce: i pini contro il cielo basso di ottobre fanno un effetto che nessuna cartolina rende.

L'estate ha un vantaggio non trascurabile: quaranta minuti a sedici gradi mentre fuori se ne fanno trentotto sono una forma di terapia. Ma il tratto di Appia sotto il sole di luglio a mezzogiorno non è consigliabile a nessuno: mattina presto o tardo pomeriggio, e cappello. L'inverno è la stagione dei visitatori pochi e delle luci lunghe, ma è anche quella in cui il sito osserva una pausa di alcune settimane: verificate prima, sempre.

Giubilei, festività e grandi flussi

Nei periodi di grande afflusso di pellegrini a Roma, il complesso callistiano è una delle mete fisse degli itinerari organizzati, e i numeri salgono sensibilmente. Se vi trovate in città in una di queste fasi e volete evitare l'assalto, la regola resta quella: prima partenza del mattino, giorni infrasettimanali, e pazienza se dovete alzarvi presto. Le domeniche e i sabati sono i giorni più affollati; il lunedì e il giovedì, di solito, i più tranquilli.

Il significato delle Catacombe di San Callisto oggi

Concludendo la parte storica, mi permetto una riflessione che credo giustifichi le due ore che vi chiedo di dedicare a questo posto. Le Catacombe di San Callisto sono il luogo dove una comunità religiosa ha imparato a essere un'istituzione. Prima di qui c'erano famiglie che seppellivano i propri morti dove potevano; da qui in poi c'è un ente con un patrimonio immobiliare, un amministratore nominato, un registro delle sepolture, un criterio di assegnazione degli spazi, una politica dei prezzi e una gerarchia di ruoli. È un passaggio meno poetico dei martirî ma infinitamente più decisivo: le istituzioni durano, gli entusiasmi no.

E insieme, negli stessi corridoi, la stessa comunità inventava le sue immagini più tenere: il pastore giovane con la pecora sulle spalle, i pesci con il cestino di pani, il profeta che dorme sotto la pergola, le figure con le braccia aperte. Nessuna teologia scritta, nessun dogma formulato: soltanto figure dipinte in fretta da artigiani anonimi su un intonaco sottile, con quattro colori a disposizione. Che quelle figure abbiano attraversato diciotto secoli e siano ancora leggibili sulla volta di una stanzetta di tufo è, se ci pensate, la cosa più improbabile di tutta questa storia.

Domande veloci su Catacombe di San Callisto

Quanto costa la visita alle Catacombe di San Callisto?

Il biglietto intero si aggira intorno alla decina di euro, con una tariffa ridotta di poco superiore alla metà riservata ai ragazzi, ai gruppi scolastici e agli studenti di archeologia e architettura entro i limiti d'età previsti; è prevista la gratuità per i bambini piccoli e per le persone con disabilità. La visita guidata è compresa nel prezzo ed è obbligatoria: non esiste un ingresso senza accompagnatore. Verificate sempre le tariffe aggiornate sui canali ufficiali del sito prima di partire, perché possono essere riviste.

Quali sono gli orari e il giorno di chiusura?

L'apertura è organizzata in due fasce, una al mattino e una nel pomeriggio, separate da una pausa a metà giornata, con partenze di gruppi a intervalli ravvicinati. C'è un giorno di chiusura settimanale, che tradizionalmente cade a metà settimana, una pausa di alcune settimane nel periodo invernale e la chiusura nelle principali festività religiose. Sono informazioni che cambiano: controllate sui canali ufficiali il giorno prima, e regolatevi sull'ultima partenza utile di ciascuna fascia, che precede di parecchio l'orario di chiusura del cancello.

Serve prenotare le Catacombe di San Callisto?

Per i visitatori singoli la prenotazione non è di norma obbligatoria e si può presentarsi alla biglietteria; per i gruppi è la prassi ed è fortemente consigliata. Se volete mettervi al riparo dai picchi di affluenza, usate i canali ufficiali del sito e dell'ente incaricato dell'organizzazione dei pellegrinaggi. Diffidate delle offerte di terzi che promettono accessi prioritari: qui non si salta una fila, si aspetta la partenza del gruppo nella propria lingua, e nessuno può accorciare quell'attesa.

Quanto dura la visita e cosa si vede?

Circa quaranta minuti in compagnia della guida. Si vedono la Cripta dei Papi con le iscrizioni greche originali, la cripta di Santa Cecilia con gli affreschi del IX secolo e la copia della statua del Maderno, i cubicoli dei sacramenti con le pitture della prima metà del III secolo, e un tratto significativo delle gallerie con i loculi a più file. È un estratto di un complesso di quasi venti chilometri: il percorso aperto è una piccolissima frazione del totale, e la guida ve lo dirà.

Quanti papi sono sepolti nelle Catacombe di San Callisto?

La tradizione del santuario ne conta sedici nell'intero complesso, nove dei quali nella sola Cripta dei Papi. Su Zefirino il luogo esatto della sepoltura non è certo, e Damaso I riposava nella basilichetta di famiglia sulla via Ardeatina, all'interno del comprensorio callistiano ma fuori dalle cripte che lui stesso aveva monumentalizzato. Oggi i loculi che si vedono in visita sono vuoti: le reliquie furono traslate nelle chiese dentro le mura a partire dall'VIII e IX secolo.

Si possono fare foto nelle Catacombe di San Callisto?

No. All'interno vige il divieto di fotografare e di riprendere, come nelle altre catacombe gestite dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Le ragioni sono due, entrambe serie: la conservazione delle pitture, che soffrono luci e flash, e il rispetto dovuto a un luogo di sepoltura. Fuori, nel comprensorio e lungo l'Appia, si fotografa liberamente, e come vedrete non mancano i soggetti.

Fa freddo nelle catacombe?

La temperatura si mantiene intorno ai quindici o sedici gradi tutto l'anno, con umidità elevata. D'estate è un sollievo, ma restare fermi ad ascoltare per quaranta minuti in un ambiente umido raffredda più di quanto ci si aspetti: portate una giacca leggera, soprattutto per i bambini e per le persone anziane.

Le Catacombe di San Callisto sono accessibili con sedia a rotelle o passeggino?

Il percorso sotterraneo comporta scale in discesa e in salita e non offre alternative: non è quindi praticabile con sedia a rotelle né con passeggino. Il comprensorio di superficie, con i suoi viali e i suoi prati, è invece percorribile senza difficoltà. Se avete esigenze particolari, contattate il sito in anticipo per capire quali soluzioni siano possibili.

Come si arriva alle Catacombe di San Callisto con i mezzi?

L'indirizzo è via Appia Antica 110. Le linee di autobus di riferimento sono la 118, che parte dalla zona di Circo Massimo e Terme di Caracalla e percorre l'Appia con fermata vicinissima al viale d'ingresso, e la 218, che parte da San Giovanni e scende sull'Ardeatina. La domenica, con l'Appia Antica chiusa al traffico privato, arrivare a piedi o in bicicletta dal Parco dell'Appia Antica è metà del piacere della giornata.

Meglio San Callisto o San Sebastiano?

Dipende da cosa cercate, e se avete tempo la risposta giusta è: entrambe, nella stessa mattinata, perché distano dieci minuti a piedi. San Callisto ha la scala del complesso, la Cripta dei Papi e le pitture dei cubicoli dei sacramenti; San Sebastiano ha la basilica in superficie, i mausolei pagani conservati e la Triclia con i graffiti dei fedeli. Sono complementari, non alternative.

La visita alle Catacombe di San Callisto è adatta ai bambini?

Dai sette-otto anni in su funziona bene: il racconto è concreto, la durata è contenuta e il fascino del sottosuolo fa il resto. Sotto i cinque anni sconsiglio, sia per la difficoltà del percorso sia perché il buio e gli spazi stretti possono impressionare. Le guide sono abituate ai gruppi scolastici e sanno tarare il racconto sull'età.

Cosa vedere insieme alle Catacombe di San Callisto?

Nell'ordine di prossimità: le Catacombe di San Sebastiano con la basilica, la chiesetta del Domine Quo Vadis, le Catacombe di Domitilla sulla via delle Sette Chiese, il Circo di Massenzio e il Mausoleo di Cecilia Metella lungo l'Appia, il Parco della Caffarella e, per chi ha una giornata intera, la Villa dei Quintili. Sul versante della memoria contemporanea, il Mausoleo delle Fosse Ardeatine sulla via Ardeatina.

Una curiosità su Catacombe di San Callisto

La parola più pronunciata del pianeta cattolico ha debuttato quaggiù, e non in un documento solenne ma in una poesia funeraria di famiglia. Nel doppio cubicolo di Severo, un'iscrizione ritmica incisa non oltre il 304 chiama il vescovo di Roma Marcellino con un titolo mai attestato prima per un vescovo romano: papa. Il diacono Severo vi ricorda di aver ottenuto dal suo papa Marcellino il permesso di costruirsi il cubicolo, e lo scrive in versi, come si usava per le epigrafi di un certo tono.

Non c'è un concilio, non c'è una bolla, non c'è una decisione ufficiale: c'è un uomo che parla del proprio vescovo con l'affetto con cui si parla di un padre, e che usa una parola greca — pappas, papà — che nell'Oriente cristiano si applicava a preti e vescovi di ogni rango. Da quella confidenza domestica, incisa a una decina di metri sotto la campagna romana, è nato il titolo più famoso del mondo. Ogni volta che un telegiornale dice «il Papa», cita senza saperlo la lapide di un cimitero sull'Appia.

È il genere di primato che rende unico questo posto. Nelle Catacombe di San Callisto non si visita un monumento: si visita l'atto di nascita di un vocabolario. Il pesce che vale per Cristo, il pastore che vale per la salvezza, il dormitorio che vale per il cimitero, il papa che vale per il vescovo di Roma. Parole e immagini che il mondo usa ancora tutti i giorni, quasi sempre senza sapere da dove vengano. Vengono da qui, da un pianoro di tufo fra due strade consolari, dove una comunità di immigrati di lingua greca stava inventando un modo di dire le cose.

Una cosa che non ti dice nessuno su Catacombe di San Callisto

Sopra le catacombe c'è un parco che non chiede biglietto, ed è uno dei segreti verdi di Roma. I circa trenta ettari del comprensorio callistiano in superficie sono un altopiano di pini domestici, cipressi e prati fra l'Appia e l'Ardeatina, attraversato dal viale d'ingresso e da sentieri che quasi nessuno percorre. Il meccanismo è sempre lo stesso: i pullman scaricano al piazzale, il gruppo scende sottoterra, risale, riparte. Nessuno si guarda intorno. Il soprassuolo resta a chi lo conosce, ed è un posto dove alle undici di un martedì di ottobre si sente cantare gli uccelli a due chilometri dalle Terme di Caracalla.

La seconda cosa che nessuno vi dice riguarda i lucernari. Camminando nei prati si incontrano ogni tanto strutture quadrate in muratura che affiorano nell'erba: sono i pozzi di aerazione e illuminazione delle gallerie sottostanti, aperti in antico per portare aria e luce dove i fossori lavoravano e dove i pellegrini pregavano. Affacciarsi e vedere il buio scendere in verticale, subito dopo essere risaliti da quel buio, produce un cortocircuito percettivo che vale da solo la passeggiata. Il terreno su cui state camminando è pieno di vuoti, e improvvisamente ve ne rendete conto con il corpo e non con la testa.

Il terzo elemento è il tempo. Il biglietto delle Catacombe di San Callisto compra quaranta minuti; la pace di sopra non ha durata prestabilita, finché i cancelli sono aperti. Portatevi il resto della mattinata, sedetevi su un muretto, fate un giro largo prima di uscire. E poi partite a piedi verso San Sebastiano, per via delle Sette Chiese o lungo l'Appia: state camminando letteralmente sopra venti chilometri di gallerie. La visita vera comincia quando la guida vi ha salutato.

Il consiglio che ti do per visitare Catacombe di San Callisto

Prendete la prima partenza del mattino, appena aperto, e possibilmente non di sabato né di domenica. San Callisto è la catacomba dei gruppi organizzati, e già a metà mattina le partenze ravvicinate viaggiano piene: la differenza fra scendere in dodici e scendere in quaranta è enorme, perché nel primo caso la guida risponde alle domande, nel secondo recita il testo. Alle prime luci la temperatura esterna è ancora gentile, l'Appia è deserta per la passeggiata successiva e la giornata vi si apre davanti invece di chiudersi.

Le tre cose pratiche da non dimenticare, in ordine di frequenza con cui vedo la gente sbagliarle: la giacca, perché sotto ci sono sedici gradi e quaranta minuti fermi si sentono; il giorno di chiusura infrasettimanale, che è la trappola classica di chi pianifica sulla mappa senza controllare il calendario; e le scarpe chiuse, perché i gradini di tufo sono regolari ma non sono un pavimento da museo. Aggiungo una quarta, meno ovvia: mangiate qualcosa prima. Scendere a stomaco vuoto in un ambiente umido dopo una levataccia è il modo più efficace per sentirsi male a metà galleria, e capita più spesso di quanto immaginiate.

La combinazione che consiglio da anni è questa: Catacombe di San Callisto alla prima partenza, mezz'ora nel comprensorio di superficie, camminata fino a San Sebastiano con la basilica e le sue catacombe, pranzo lungo l'Appia, pomeriggio fra Circo di Massenzio, Cecilia Metella e basolato, in bicicletta se avete voglia. Se invece cercate le catacombe con la pittura più bella in assoluto, vi dico onestamente che qui la forza è la storia dei papi e delle istituzioni: per le immagini la mia preferita resta Priscilla, sulla Salaria. Ve lo dico perché una guida che consiglia sempre e solo il posto di cui sta parlando non sta facendo la guida.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che qui riposavano i papi del III secolo; quasi nessuno si accorge di in che lingua lo dicono le loro lapidi. Ponziano, Antero, Fabiano, Lucio, Eutichiano: le iscrizioni originali della Cripta dei Papi sono in greco, non in latino. Non è un vezzo erudito né un caso: era la lingua d'uso della comunità cristiana di Roma, fatta in larghissima parte di immigrati, mercanti, liberti e schiavi provenienti dall'Oriente del Mediterraneo. In greco si predicava, in greco si scriveva, in greco si celebrava. Il latino nella liturgia romana arriverà dopo, e il IV secolo di Damaso è già un mondo diverso.

È un dettaglio che rovescia l'immagine da cartolina della prima cristianità romana. Quando immaginiamo la Chiesa delle origini pensiamo a un'istituzione latina che dialoga con il Senato e con l'imperatore. La realtà è che i suoi vescovi venivano seppelliti con il nome inciso nell'alfabeto dei porti, in una comunità le cui reti arrivavano ad Antiochia, a Efeso, ad Alessandria molto prima che a Milano. La Roma cristiana nasce periferica rispetto al potere e centrale rispetto al Mediterraneo: due cose che tendiamo a confondere.

C'è un secondo fatto risaputo e altrettanto poco citato, e riguarda l'assenza. Nelle pitture più antiche delle Catacombe di San Callisto la croce non c'è. La crocifissione era un supplizio infamante riservato a schiavi e ribelli, e nessuna famiglia romana del III secolo, per quanto convinta, avrebbe scolpito sulla tomba dei propri morti lo strumento di quella morte. Ci vorranno secoli, e la fine legale della pena, perché il segno diventi esibibile. Nel frattempo la comunità parla per figure oblique: il pesce, l'ancora, la colomba, il pastore, il profeta che dorme. Quando la guida vi mostra la volta di un cubicolo, contate quante croci vedete. È istruttivo.

La foto giusta da fare a Catacombe di San Callisto

Cominciamo dall'onestà: sottoterra non si fotografa. Il divieto vale per tutte le catacombe della Pontificia Commissione, riguarda foto e video, con o senza flash, e non è negoziabile. Le ragioni sono ottime — le pitture su intonaco sottile temono la luce e il calore, e un cimitero non è un set — ma so bene che per molti la reazione istintiva è di frustrazione. Rovesciatela: prendetevi il lusso raro di guardare qualcosa senza doverla catturare. Quaranta minuti in cui il telefono resta in tasca sono ormai quasi un'esperienza esotica. Uscirete ricordando più cose, non meno.

La foto giusta, quindi, si fa in superficie, ed è un fuoriclasse: il viale d'ingresso fiancheggiato dai cipressi, il rettilineo che dall'Appia sale al complesso. Fatela al mattino presto, con la luce bassa che taglia in obliquo fra i tronchi e allunga le ombre sull'asfalto, oppure nel tardo pomeriggio quando i pini si accendono di arancione. Mettetevi al centro del viale, abbassatevi di mezzo metro rispetto all'altezza degli occhi per esaltare la prospettiva, e aspettate che non passi nessuno. È uno degli scorci più fotografati della campagna romana, e quasi sempre viene fotografato di corsa, dal finestrino di un pullman: fatelo a piedi, con calma, e avrete un'immagine diversa da tutte le altre.

La variante che racconta una storia è il lucernario nel prato: quel pozzo quadrato di muratura che sprofonda nel verde. Inquadratelo dall'alto, con il buio dentro e l'erba tutt'intorno, magari con un cipresso sullo sfondo per dare scala. È l'unica immagine dell'interno che potete portarvi a casa senza infrangere alcuna regola, e paradossalmente è più eloquente di qualunque scatto rubato in galleria: dice esattamente cosa c'è sotto i vostri piedi. Aggiungete, uscendo, il basolato dell'Appia con i pini a ombrello, la facciata bassa del Domine Quo Vadis, il tamburo di Cecilia Metella contro il cielo. Là sotto, i pesci con il cestino di pani se li tiene la memoria: ed è un archivio che nessuno vi può cancellare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Fine del II secolo: sul pianoro fra Appia e Ardeatina nasce il cimitero comunitario, primo possesso funerario diretto della chiesa di Roma, per aggregazione di ipogei cristiani privati — le cripte di Lucina e il nucleo della regione dei Papi — a un'area gestita dalla comunità. Fra il 198 e il 217: papa Zefirino affida l'amministrazione del cimitero al diacono Callisto, che una volta divenuto pontefice ne farà il cimitero ufficiale della Chiesa. Prima metà del III secolo: nei cubicoli dei sacramenti vengono dipinti gli affreschi del battesimo e dell'eucaristia, il primo alfabeto figurativo cristiano.

III secolo: la Cripta dei Papi accoglie nove pontefici, con le lapidi in greco di Ponziano, Antero, Fabiano, Lucio ed Eutichiano. 251-253: papa Cornelio, della gens Cornelia, viene sepolto in un settore appartato con l'iscrizione latina che porta il titolo di martyr. 6 agosto 258: papa Sisto II viene sorpreso e ucciso dai soldati mentre celebra in un cimitero dell'Appia durante la persecuzione di Valeriano, che aveva vietato ai cristiani l'accesso ai propri cimiteri; il suo corpo è deposto nella posizione d'onore della cripta. Non oltre il 304: nel cubicolo di Severo il vescovo di Roma Marcellino viene chiamato per la prima volta «papa».

309-310: papa Eusebio, esiliato in Sicilia da Massenzio, muore in esilio e viene traslato qui sotto Milziade; su quella parete Damaso farà incidere il ricordo dello scisma di Eraclio sulla questione dei lapsi. 366-384: Damaso I monumentalizza le cripte, apre scale e lucernari e fa incidere i suoi carmi in esametri nella scrittura disegnata dal calligrafo Furio Dionisio Filocalo; si fa poi seppellire nella basilichetta di famiglia sulla via Ardeatina. IV secolo avanzato: si sviluppano le regioni Occidentale e Liberiana, con architetture sotterranee monumentali.

V secolo: cessano progressivamente le sepolture; il complesso resta meta di pellegrinaggio e negli itinerari altomedievali figura in posizione d'onore fra i cimiteri dell'Appia. 821: papa Pasquale I trasla le reliquie di Santa Cecilia nella basilica di Trastevere; nel corso dell'VIII e IX secolo le traslazioni sistematiche svuotano le cripte per proteggerle dalle scorrerie. Medioevo: l'oblio, gli ingressi franati, il pianoro che torna a essere vigna e pascolo.

1593-1632: Antonio Bosio esplora sistematicamente il sottosuolo cristiano di Roma e pubblica postuma la Roma sotterranea. 1849: Giovanni Battista de Rossi riconosce in una vigna il frammento di lastra con le lettere NELIUS MARTYR e identifica il terreno da scavare. 1852: viene individuata la cripta di papa Cornelio. 1854: de Rossi riconosce la Cripta dei Papi, atto di nascita dell'archeologia cristiana moderna; l'annuncio ha un'eco enorme e Pio IX visita la cripta. 1864-1877: escono i volumi de La Roma sotterranea cristiana.

1929: con i Patti Lateranensi la tutela delle catacombe cristiane viene riconosciuta alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. 1930: l'accoglienza dei pellegrini e le visite guidate sono affidate ai Salesiani di Don Bosco, che da allora custodiscono il sito. Decenni recenti: campagne di restauro con tecnologie non invasive, illuminazione a basso impatto termico, monitoraggio microclimatico e riscoperta di strati decorativi nella cripta di Santa Cecilia. Oggi: visite guidate a partenze ravvicinate in decine di lingue, nel cimitero antico più studiato del mondo.

Chi è passato da Catacombe di San Callisto

Il primo nome è quello del titolare, e la sua è la storia di una promozione impensabile: Callisto, schiavo, poi liberto, poi banchiere fallito, poi condannato alle miniere della Sardegna, poi amministratore del cimitero della comunità e infine vescovo di Roma. Diede il nome a questo luogo senza esserci sepolto — riposa nel cimitero di Calepodio, sulla via Aurelia — e il paradosso gli somiglia. Dopo di lui i nove papi della cripta e i sedici del complesso: Zefirino, Urbano I, Ponziano, Antero, Fabiano, Cornelio, Lucio I, Stefano I, Sisto II, Dionisio, Felice I, Eutichiano, Caio, Eusebio, Milziade, Damaso I. Un elenco che copre due secoli e che comprende esiliati, abdicatari, martiri e organizzatori.

Poi c'è Damaso, il papa poeta che quaggiù trasformò le tombe in un santuario, e il suo calligrafo Furio Dionisio Filocalo, che disegnò per lui il carattere epigrafico più elegante della tarda antichità: uno dei rarissimi grafici dell'antichità di cui conosciamo il nome. C'è Santa Cecilia, di passaggio fino all'821, e con lei i fedeli che per secoli sono venuti a pregare davanti al suo arcosolio. C'è il diacono Severo, che nella sua epigrafe ha consegnato al mondo la parola «papa» senza sospettare di stare facendo qualcosa di memorabile. E ci sono i fossori, i veri autori materiali di questo luogo: migliaia di giornate di lavoro con il piccone a doppia punta e la lucerna a olio, per venti chilometri di gallerie e mezzo milione di sepolture.

Nel Seicento è passato di qui Antonio Bosio, il Colombo delle catacombe, con le sue corde e i suoi taccuini. Nell'Ottocento è arrivato Giovanni Battista de Rossi, che con un frammento di marmo rotto in mano ha rifondato una disciplina e ha ricomposto, nome per nome, il sepolcreto dei papi del III secolo, mostrandolo a Pio IX in una scena che gli storici raccontano ancora. Nel Novecento sono arrivati i Salesiani di Don Bosco, che dal 1930 accolgono e accompagnano, e gli archeologi della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che misurano l'umidità delle stanze dipinte perché arrivino al secolo prossimo.

E poi ci sono i pellegrini: quelli altomedievali con gli itinerari in mano, quelli di san Filippo Neri che nel Cinquecento risalivano via delle Sette Chiese cantando, e quelli di oggi, che scendono a gruppi di venti o trenta, quaranta minuti a testa, da ogni continente e in decine di lingue. Una catena di custodi e di visitatori lunga diciotto secoli, cominciata con un diacono di nome Callisto e proseguita ininterrottamente fino alla vostra partenza delle nove. Aggiungetevi con la voce bassa: la fila, qui, è in buona compagnia dal III secolo.

Chiudo da romano, dal viale dei cipressi. Le Catacombe di San Callisto sono il posto dove la Chiesa ha imparato a essere un'istituzione — con un catasto, un amministratore, un cimitero ufficiale e perfino un listino prezzi — e insieme il posto dove ha inventato le sue immagini più tenere: i pesci con il cestino di pani, il pastore giovane con la pecora sulle spalle, i dormienti in attesa. Scendete alla prima partenza, ascoltate la guida senza guardare l'orologio, risalite nel comprensorio e restate dieci minuti in silenzio sotto i pini. Là sotto avete appena attraversato diciotto secoli; qui sopra, nel frattempo, non è passato nemmeno un temporale.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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TagsCatacombe di San Callisto

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IndirizzoVia Appia Antica, 110/126, 00179 Roma RM Appio Latino, Roma, Roma Città
Telefono06 513 0151
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