Castello di Lunghezza

C'è un punto, sulla via Collatina, in cui Roma smette improvvisamente di somigliare a Roma. Ti sei lasciato alle spalle il Grande Raccordo Anulare, i capannoni, le rotatorie con le aiuole spelacchiate, i cartelli dei centri commerciali; la strada si stringe, comincia a scendere, e all'improvviso il paesaggio si apre su una valle verde che nessuno si aspetta a dieci minuti dalla tangenziale. Sotto, l'Aniene disegna un'ansa larga e pigra. Sopra, su uno sperone di tufo che il fiume ha scavato per millenni, c'è una massa di muratura color biscotto con una torre quadrata e un profilo di merli. Quello è il Castello di Lunghezza, e la prima cosa che voglio dirti è che si trova esattamente dove doveva trovarsi: nel punto in cui il fiume, la roccia e la strada si incontrano, cioè nel punto in cui, da tremila anni, chiunque abbia voluto controllare questo pezzo di campagna ha costruito qualcosa.

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La seconda cosa che voglio dirti, e la dico subito perché è quella che fa la differenza fra una visita riuscita e una gita sprecata, è che il Castello di Lunghezza non è un monumento a ingresso libero. Non è un'area archeologica in cui entri con un biglietto e giri per conto tuo, non è una casa museo aperta tutti i giorni, non è un sito che puoi visitare capitandoci per caso di martedì mattina. È una proprietà privata, viva e funzionante, che apre al pubblico in occasione di eventi, feste e attività organizzate, e che oggi ospita al proprio interno un parco tematico dedicato ai bambini. Ci si entra in giorni stabiliti e con un biglietto acquistato per quella specifica giornata. Se arrivi senza aver controllato il calendario, il massimo che porti a casa è una fotografia da fuori, e la fotografia da fuori — te lo anticipo — non è nemmeno male, ma non è il motivo per cui vale la pena venire fin qui.

La terza cosa, e qui entro nel merito del perché ti sto scrivendo tremila parole e passa su un castello di periferia, è che questa rupe di tufo ha sotto i piedi una delle storie più pesanti dell'intera tradizione romana. Non una storia locale, non un aneddoto di campanile: la storia di Lucrezia e di Tarquinio Collatino, cioè il racconto che i Romani stessi mettevano all'origine della caduta della monarchia e della nascita della Repubblica nel 509 a.C. Collatia, la città latina di quella vicenda, stava qui. E "qui" significa, con ogni probabilità, proprio sotto e intorno alle fondamenta di questo castello. Ora ti spiego tutto con ordine, distinguendo con la massima onestà che riesco a mettere in campo ciò che è mito da ciò che è storia, perché confondere le due cose è il modo più rapido per rendere ridicola una guida turistica.

Dove si trova esattamente il Castello di Lunghezza

Il Castello di Lunghezza sorge nel quadrante orientale del territorio comunale di Roma, nel settore che i romani chiamano genericamente "la Collatina", fra Ponte di Nona, Salone, Castelverde e la Rustica. Amministrativamente siamo dentro Roma Capitale, nel municipio VI delle Torri; geograficamente siamo già in una zona di transizione, dove la città finisce a strappi e la campagna riprende a pezzi, con i suoi campi di grano, i suoi filari di canne lungo il fiume e i suoi casali che spuntano dal nulla in cima ai poggi.

Il riferimento stradale che il castello stesso usa per orientare chi arriva in auto è l'uscita numero 14 del Grande Raccordo Anulare, quella della via Collatina. Da lì si prosegue verso est, allontanandosi dal centro, per pochi chilometri: la strada attraversa l'area industriale, supera lo svincolo per Settecamini e Salone, e poi comincia a scendere verso il fiume. L'Aniene è il segnale che sei arrivato. Il castello sta sulla riva destra, su un rilievo che domina l'ansa, e lo vedi comparire fra gli alberi con un effetto teatrale che non ti aspetti da un quartiere di periferia.

Il senso di quella posizione

Le posizioni dei castelli non sono mai casuali, e questa è un manuale di geografia militare in miniatura. Uno sperone di tufo isolato su tre lati, un fiume che fa da fossato naturale su un fianco, un guado o comunque un passaggio obbligato subito sotto, e la vista libera per chilometri verso la pianura a ovest e verso i monti a est. Chi sta lassù vede arrivare chiunque, con un anticipo di mezz'ora buona, e controlla il traffico che passa fra Roma e la valle dell'Aniene. È lo stesso ragionamento che portò a fondare qui un abitato latino nell'età del Ferro, che portò i Romani a tenerci una stazione lungo la strada, e che portò i monaci e poi i baroni a fortificare la rupe. Cambiano i secoli, cambiano i committenti, non cambia la logica del terreno.

Un dettaglio di paesaggio che nessuno nota

Se ti fermi sul ciglio della strada, prima di salire, e guardi verso oriente in una giornata limpida, vedi il profilo dei Monti Tiburtini e, in fondo, la macchia bianca di Tivoli aggrappata alla montagna. Quella è la direzione da cui arriva l'acqua: l'Aniene nasce sui Monti Simbruini, precipita a Tivoli in una cascata che per due millenni è stata una delle attrazioni più dipinte d'Europa, e poi si distende in questa pianura ondulata per andare a buttarsi nel Tevere all'altezza di Ponte Salario. Il Castello di Lunghezza sta esattamente a metà di quel percorso di pianura, e non è un caso: è il punto in cui il fiume rallenta e diventa attraversabile.

Il Castello di Lunghezza e l'ansa dell'Aniene

Voglio insistere sul fiume, perché è la chiave di lettura di tutto il resto. L'Aniene è il secondo corso d'acqua di Roma e, per larga parte della storia antica, quello più utile. Il Tevere è la via che porta al mare; l'Aniene è la via che porta ai monti, cioè al legname, alla pietra, al travertino di Tivoli, alla pozzolana e soprattutto all'acqua buona. Quattro dei grandi acquedotti che dissetarono la Roma imperiale prendevano l'acqua nella valle dell'Aniene o nei suoi dintorni immediati: l'Anio Vetus, aperto nel terzo secolo avanti Cristo, l'Aqua Marcia, l'Aqua Claudia e l'Anio Novus, questi ultimi due completati sotto Claudio a metà del primo secolo dopo Cristo. Ogni goccia di quell'acqua è passata a poca distanza da questa rupe.

C'è di più, e riguarda proprio la via Collatina. Le sorgenti dell'Acqua Vergine — l'acquedotto che Marco Vipsanio Agrippa fece costruire nel 19 avanti Cristo per alimentare le sue terme al Campo Marzio, e che ancora oggi alimenta la Fontana di Trevi — si trovano nella zona di Salone, cioè a pochi chilometri da Lunghezza, lungo questa stessa strada. Quando bevi alla Barcaccia in piazza di Spagna o guardi il Tritone del Bernini, stai guardando acqua che è partita da questo quadrante di campagna. È il tipo di collegamento che rende improvvisamente interessante un paesaggio che a prima vista sembra soltanto trascurato.

Un fiume che ha modellato il tufo

Il banco di tufo su cui poggia il Castello di Lunghezza è materiale vulcanico, arrivato qui dalle eruzioni del distretto dei Colli Albani in epoche geologiche remote. L'Aniene ci ha lavorato sopra per millenni, incidendo la valle e lasciando in piedi gli speroni più duri. Il risultato è un paesaggio a terrazze e a rupi, perfetto per chi vuole costruire in posizione dominante e ha bisogno di pietra da cava a chilometro zero. Il tufo si taglia con la sega, si trasporta a dorso di mulo e regge benissimo se lo tieni all'asciutto: è il materiale con cui sono fatti metà dei muri della campagna romana, e il castello non fa eccezione.

Mulini, guadi e cave

Lungo l'Aniene, per tutto il medioevo e fino all'Ottocento, hanno lavorato mulini ad acqua, gualchiere e opifici. Il fiume era una risorsa produttiva prima ancora che un ostacolo. Chi controllava un tratto di riva controllava la macinatura del grano di una fetta di campagna, e la macinatura del grano, in un'economia agricola, è potere puro. Non è un dettaglio folkloristico: è una delle ragioni economiche per cui una tenuta come quella di Lunghezza valeva la pena di essere contesa da famiglie che avevano altrove palazzi molto più belli.

Collatia: la città latina sotto il Castello di Lunghezza

Adesso scendiamo nel sottosuolo, in senso letterale e in senso storiografico. Prima del castello, prima del monastero, prima della strada romana, su questa rupe c'era una città. Si chiamava Collatia, era una delle comunità latine che punteggiavano il Lazio arcaico, e la tradizione antica la colloca a una decina di miglia da Roma lungo la strada che da lei prende il nome: la via Collatina.

L'identificazione del sito di Collatia con l'altura di Lunghezza è quella accolta dalla topografia storica ormai da più di un secolo, ed è basata su un insieme convergente di indizi: la distanza da Roma indicata dalle fonti, il tracciato della via Collatina, la posizione naturalmente difesa, e i resti di strutture antiche affiorate sulla rupe e nei suoi dintorni. Non è una certezza assoluta come lo sarebbe un'iscrizione con il nome della città incisa sopra, e chi ti dice il contrario ti sta vendendo sicurezza che la documentazione non offre; ma è, allo stato delle conoscenze, l'ipotesi di gran lunga più solida, e nessuna alternativa seria le si avvicina.

Che cosa era una città latina

Vale la pena chiarire di che cosa stiamo parlando, perché la parola "città" evoca immagini sbagliate. Collatia non era una metropoli: era un abitato fortificato di poche migliaia di persone al massimo, con un'acropoli sulla parte più alta e difesa, un tessuto di case sparse, terreni coltivati intorno, un santuario, e una comunità politica autonoma che si riconosceva nella lega delle città latine. Nel Lazio arcaico ce n'erano decine di questo tipo: Gabii, Fidene, Crustumerium, Ficulea, Antemnae, Politorium, Corniculum. Roma, all'inizio, era una di loro. Poi le ha assorbite tutte, e la maggior parte di quei nomi oggi sopravvive solo perché Livio li ha scritti.

Il tramonto di Collatia

Collatia scompare presto dalla storia attiva. Assorbita nell'orbita romana già in età regia secondo la tradizione, in età repubblicana e imperiale è poco più di un centro rurale minore. Gli autori antichi che la citano lo fanno con un certo distacco, quasi come esempio di luogo decaduto: era una di quelle località che i Romani ricordavano soprattutto per la loro storia passata. Nel frattempo il territorio si riempiva di ville e fattorie, di sepolcri lungo la strada, di impianti produttivi. La città si dissolveva nel paesaggio agrario, e la rupe restava lì, disponibile per il prossimo che avesse voglia di fortificarla.

Lucrezia e Tarquinio Collatino: la storia grande del Castello di Lunghezza

Eccoci alla ragione per cui questo posto merita, sulla carta, un capitolo nei manuali. Se Collatia stava qui, allora qui stava la casa di Lucio Tarquinio Collatino e di sua moglie Lucrezia, e qui — secondo il racconto che Roma si è tramandata per secoli — è successo il fatto che avrebbe fatto crollare la monarchia.

La cornice è quella dell'ultimo re, Tarquinio il Superbo. L'esercito romano assedia Ardea, città dei Rutuli, a sud. L'assedio è lungo e noioso, come tutti gli assedi, e la sera i giovani aristocratici che comandano i reparti bevono e si annoiano. Fra loro ci sono i figli del re e c'è Collatino, loro parente, signore di Collatia. Il discorso scivola sulle mogli, ciascuno sostiene che la propria sia la migliore, e a un certo punto — è Collatino a proporlo — decidono di risolvere la questione con una verifica sul campo: salgono a cavallo, tornano di corsa a Roma e poi qui a Collatia, e vanno a vedere che cosa stiano facendo le rispettive consorti a notte fonda, senza preavviso.

A Roma trovano le principesse a banchetto, in allegria. A Collatia trovano Lucrezia seduta nell'atrio, in mezzo alle ancelle, che fila la lana a lume di lucerna. La scommessa è vinta senza discussione. Ma nella comitiva c'è Sesto Tarquinio, figlio del re, e in quella scena — la donna irreprensibile, la casa in ordine, il marito che si vanta — succede qualcosa che il racconto antico descrive come un desiderio nato dalla virtù stessa della vittima. Pochi giorni dopo Sesto torna a Collatia da solo. Viene accolto come ospite, perché è parente e perché l'ospitalità è sacra. Di notte entra nella camera di Lucrezia con la spada in mano e la violenta, dopo averla ricattata con una minaccia costruita apposta per colpire il suo unico punto debole: se resisterà, dice, la ucciderà e ucciderà uno schiavo, mettendogli il cadavere accanto, e racconterà a tutti di averla sorpresa in adulterio.

Il giorno dopo

La mattina Lucrezia manda a chiamare il padre a Roma e il marito ad Ardea, chiedendo a ciascuno di portare con sé un amico fidato. Il padre arriva con Publio Valerio; il marito con Lucio Giunio Bruto. Lucrezia racconta tutto davanti a loro, esige il giuramento che il colpevole sarà punito, e poi — e questo è il gesto su cui si è discusso per due millenni — estrae un coltello che teneva nascosto sotto la veste e si uccide. Il suo ragionamento, nel racconto antico, è di una lucidità agghiacciante: il suo corpo è stato violato ma il suo animo è innocente, e tuttavia lei non vuole che nessuna donna disonorata possa un giorno citare Lucrezia come precedente per continuare a vivere.

È a quel punto che Bruto, l'uomo che fino a quel momento tutti considerano un mezzo scemo — il soprannome significa proprio "l'ottuso", e la tradizione dice che se lo era costruito addosso come maschera protettiva alla corte di un re che eliminava i parenti brillanti — estrae il coltello dalla ferita, lo alza e giura sul sangue che caccerà i Tarquini da Roma. Il corpo viene portato nella piazza di Collatia e mostrato al popolo, poi portato a Roma. La rivolta divampa. Tarquinio il Superbo trova le porte chiuse, la monarchia finisce, e l'anno dopo Roma ha due consoli al posto del re: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino. Siamo, nella cronologia tradizionale, nel 509 avanti Cristo.

Come raccontano la vicenda le fonti antiche

Il racconto che ti ho appena fatto non è "la storia": è la sintesi di alcune fonti letterarie, tutte molto posteriori ai fatti, che vale la pena distinguere una per una. Farlo non toglie fascino alla vicenda; semmai lo aggiunge, perché ti mostra come una comunità costruisce il proprio mito di fondazione politica.

Tito Livio

La versione canonica, quella che tutti conoscono anche senza saperlo, è nel primo libro degli Ab urbe condita di Tito Livio, scritti a cavallo fra la fine della repubblica e l'inizio del principato di Augusto, cioè cinque secoli buoni dopo gli eventi narrati. Livio è un narratore straordinario: costruisce la scena della gara notturna fra le mogli come un piccolo dramma teatrale, con i personaggi che si muovono, parlano e si tradiscono. È anche uno storico consapevole dei propri limiti, che nella prefazione avverte il lettore che le vicende dei tempi più antichi sono abbellite da racconti poetici più che fondate su documenti sicuri. Quell'avvertimento vale precisamente per il capitolo che stiamo leggendo.

Dionigi di Alicarnasso

Contemporaneo di Livio, greco, autore delle Antichità romane, Dionigi racconta la stessa vicenda in modo molto più esteso e con dettagli in parte diversi, aggiungendo discorsi, motivazioni politiche e passaggi procedurali. La sua è una versione più "spiegata", pensata per un pubblico greco che doveva capire come funzionassero le istituzioni romane. Il confronto fra i due testi è la prova più semplice del fatto che nel primo secolo avanti Cristo circolavano varianti diverse della stessa leggenda.

Ovidio

Nel secondo libro dei Fasti, il poema sul calendario romano, Ovidio racconta Lucrezia in versi, agganciandola alla ricorrenza del Regifugium, la "fuga del re", celebrata il 24 febbraio. È la versione più commossa e più letteraria delle tre, con la scena della lana filata al lume, la paura, il pudore della donna che arrossisce raccontando. È anche quella che ha influenzato di più la pittura e la poesia europee dei secoli successivi.

Mito e storia: cosa possiamo davvero dire

Qui devo fare il guastafeste, ma lo faccio volentieri, perché la storia vera è più interessante di quella agiografica. La domanda "è successo davvero, qui?" ammette una sola risposta onesta: non lo sappiamo, e quasi certamente non nella forma in cui ci è stata raccontata.

I motivi sono tecnici e solidi. Le fonti scritte su cui si basa il racconto sono cinque secoli più tarde dei fatti; Roma non aveva una storiografia prima della fine del terzo secolo avanti Cristo; gli archivi arcaici, se esistevano, furono in buona parte distrutti durante il sacco gallico dei primi anni del quarto secolo. Quello che gli storici antichi avevano a disposizione era un impasto di tradizione orale, memorie familiari delle grandi casate — spesso interessate a nobilitare i propri antenati — annali sacerdotali sintetici e ricostruzioni analogiche. Livio lo sapeva benissimo.

Il sospetto della struttura narrativa

C'è poi un argomento più sottile e, secondo me, decisivo. La storia di Lucrezia ha una struttura che si ripete, quasi identica, un'altra volta nella narrazione liviana: nel 449 avanti Cristo la vicenda di Verginia, la ragazza che il padre uccide per sottrarla alle mire del decemviro Appio Claudio, provoca la caduta del decemvirato e il ritorno delle istituzioni ordinarie. Due donne, due violenze, due corpi mostrati al popolo, due rivoluzioni costituzionali. Quando una cultura racconta due volte la stessa storia nello stesso punto strutturale — la fine di un regime tirannico — la conclusione più economica è che stia usando uno schema narrativo, non riportando due cronache indipendenti.

Che cosa resta di storico

Resta parecchio, in realtà. Resta il fatto che a Roma, fra la fine del sesto e l'inizio del quinto secolo avanti Cristo, il potere regio finì e fu sostituito da magistrature annuali e collegiali: su questo l'archeologia e la tradizione concordano, anche se le date esatte e le modalità restano discusse. Resta l'esistenza storica di Collatia come comunità latina. Resta il fatto, culturalmente enorme, che i Romani abbiano scelto proprio questo racconto — una violenza domestica, il corpo di una donna, un giuramento sul sangue — per spiegare a sé stessi la nascita della propria libertà politica. E resta, per noi che stiamo su questa rupe, la circostanza che il luogo indicato dal racconto come scena del fatto sia proprio questo.

Come dirlo a voce alta senza sbagliare

La formula che uso quando accompagno qualcuno quassù è questa: "Questo è il luogo in cui i Romani collocavano la casa di Lucrezia". Non "questa è la casa di Lucrezia", che sarebbe falso; non "qui non c'è niente di vero", che sarebbe sciocco. La memoria di un luogo è un fatto storico anche quando l'evento ricordato non lo è, e nel caso di Collatia quella memoria è documentata, antica e continua. È già moltissimo.

Il 509 a.C. e la nascita della Repubblica romana

Se la vicenda di Lucrezia è il grilletto, la Repubblica è lo sparo, e vale la pena capire che cosa cambia davvero, perché "cacciarono il re e nacque la Repubblica" è una frase che si impara a scuola e si dimentica subito senza averla mai capita.

Il cambiamento fondamentale è che il potere supremo, l'imperium, smette di essere vitalizio e individuale e diventa annuale e collegiale. Al posto di un re che regna finché campa, due magistrati che restano in carica dodici mesi e che possono bloccarsi a vicenda. È un'invenzione istituzionale geniale nella sua brutalità: chiunque abbia il potere sa che fra un anno tornerà cittadino privato e che il suo collega può fermarlo domani mattina. Attorno a questo nucleo si costruisce tutto il resto: il senato come organo di continuità, le assemblee popolari, la progressiva definizione delle altre magistrature, e il tabù assoluto contro chiunque aspiri al regno, che resterà attivo nella politica romana fino ai tempi di Cesare, cioè per quattro secoli e mezzo.

I primi consoli e il destino di Collatino

La tradizione dà come primi consoli Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, cioè il vendicatore e il marito. Ma la carriera di Collatino dura pochissimo, e il motivo è di una durezza politica che dice tutto sul clima di quei mesi: si chiama Tarquinio. Porta il nome della famiglia appena cacciata, e il popolo — o chi ne guida gli umori — non tollera che un Tarquinio, per quanto benemerito, sieda al vertice della città appena liberata. Collatino viene indotto a dimettersi e ad andarsene in esilio volontario. Al suo posto subentra Publio Valerio, quello che era arrivato con il padre di Lucrezia, che passerà alla storia con il soprannome di Publicola, "amico del popolo".

C'è qualcosa di amaro e di profondamente romano in questo epilogo. L'uomo che ha subito il torto più grande viene sacrificato alla ragion di stato entro pochi mesi dalla vittoria. La Repubblica nasce già capace di essere ingrata verso i propri fondatori, e in quattro secoli e mezzo lo dimostrerà molte altre volte.

Il Regifugium e la memoria del calendario

Il calendario romano conservava, al 24 febbraio, una festa chiamata Regifugium, la fuga del re. Gli antichi la spiegavano proprio come commemorazione della cacciata dei Tarquini; gli studiosi moderni sospettano che si trattasse in origine di un rito arcaico di tutt'altro significato, reinterpretato in chiave storica dopo la fine della monarchia. Anche questo è istruttivo: una comunità che ha bisogno di un mito fondativo lo cerca ovunque, anche dentro i propri riti più vecchi, e li riscrive per farceli entrare.

Lucrezia dopo Lucrezia: due millenni di riletture

Poche figure dell'antichità hanno avuto una fortuna postuma paragonabile a quella della donna di Collatia. E siccome il Castello di Lunghezza è il luogo che quella tradizione indica come sua casa, mi pare giusto raccontarti dove la ritroverai una volta tornato in città.

Il dibattito morale

Il primo grande cortocircuito lo produce sant'Agostino, che nel primo libro della Città di Dio affronta il caso Lucrezia con una domanda scomoda: se era innocente, perché si è uccisa? E se si è uccisa, non ha forse commesso a sua volta un delitto, uccidendo un'innocente? Il ragionamento agostiniano serve a un fine polemico preciso — difendere le donne cristiane violentate durante il sacco di Roma del 410 che avevano scelto di continuare a vivere — ma apre una discussione che attraverserà tutto il medioevo e il rinascimento. Machiavelli, secoli dopo, tornerà sul caso da un'angolatura tutta politica, nei Discorsi, per ragionare su come le offese private alle donne abbiano rovinato più di uno stato.

La pittura

Dal Quattrocento in poi Lucrezia diventa un soggetto ricorrente della pittura europea, con due momenti scelti dagli artisti: la violenza notturna e il suicidio. Botticelli le dedica una tavola narrativa che mette in scena l'intera vicenda come un fregio civico. Tiziano ne dipinge una versione violentissima, tutta tensione fisica. Lucas Cranach ne produce una serie quasi seriale, con la figura in piedi e il pugnale puntato. Artemisia Gentileschi la affronta più volte, e nel suo caso il soggetto ha un peso biografico che non serve spiegare. Rembrandt le dedica due tele nell'ultimo periodo della sua vita, fra le più struggenti che abbia dipinto, in cui la scena è ridotta a una donna sola, il coltello, e uno sguardo che non è più rivolto a nessuno.

Il teatro, la poesia, la musica

Shakespeare, giovane, le dedica un poemetto narrativo, The Rape of Lucrece, pubblicato nel 1594: quasi duemila versi in cui la vicenda diventa un'analisi psicologica del desiderio criminale. Nel Novecento Benjamin Britten ne trae un'opera da camera, The Rape of Lucretia, rappresentata per la prima volta a Glyndebourne nel 1946, con un coro che commenta l'azione come in una tragedia greca. Fra il poemetto elisabettiano e l'opera del dopoguerra c'è di mezzo tutto quello che l'Europa ha pensato sul potere, sul corpo e sulla colpa.

Perché ti sto dicendo tutto questo

Perché quando sali su questa rupe e guardi il fiume, la cosa che rende straordinario il posto non è la muratura che hai davanti — che è bella, ma non è Villa d'Este — bensì la profondità del pozzo che ti si apre sotto i piedi. Sei nel luogo che ha generato, per via letteraria, una parte considerevole dell'immaginario politico e artistico occidentale. È il tipo di consapevolezza che cambia la qualità di una gita.

La via Collatina: una strada minore con un nome enorme

La strada che ti porta qui merita un capitolo suo. La via Collatina è una delle consolari minori di Roma, e "minore" va inteso in senso letterale: non ha mai avuto il traffico dell'Appia, la fama della Flaminia o l'importanza militare della Salaria. Nasceva come strada di collegamento locale verso Collatia, appunto, e proseguiva verso l'area tiburtina, in parallelo alla ben più celebre via Tiburtina che le corre a nord e alla Prenestina che le corre a sud.

Il suo interesse sta proprio in questa modestia. Le grandi consolari sono state ricostruite, allargate, monumentalizzate e infine sepolte sotto le statali moderne; le strade minori conservano meglio il tracciato antico e il rapporto con il paesaggio. Percorrendo la Collatina si attraversa una campagna che, a tratti, è ancora leggibile come lo era nell'Ottocento, quando i pittori del Grand Tour venivano qui a dipingere acquedotti, mandrie e rovine.

Il fascio di strade del quadrante orientale

Per orientarti mentalmente, tieni presente che da Porta Maggiore e dalla zona di San Lorenzo esce verso oriente un fascio di strade quasi parallele: la Tiburtina, la Collatina, la Prenestina, la Casilina. Sono le quattro direttrici che hanno strutturato tutto il settore est di Roma, e ancora oggi determinano l'urbanistica dei quartieri, le linee dei bus, i confini dei municipi. Il Castello di Lunghezza sta sulla seconda; a poche centinaia di metri, in linea d'aria, corre la quarta, con il suo ponte romano.

Ponte di Nona, il vicino silenzioso

A pochissima distanza dal castello, sulla via Prenestina, c'è uno dei ponti romani meglio conservati dell'intero suburbio: Ponte di Nona, così chiamato perché stava al nono miglio da Roma. È una struttura in blocchi con arcate ancora in piedi, e per secoli ci è passato sopra il traffico ordinario. Nelle sue vicinanze gli archeologi hanno indagato un santuario extraurbano che ha restituito un deposito votivo con centinaia di terrecotte, fra cui moltissimi ex voto anatomici: mani, piedi, occhi, orecchie, organi interni. Erano offerte di guarigione, lasciate da contadini e viaggiatori che chiedevano alla divinità del luogo di sistemargli il ginocchio o la vista. È il ritratto più commovente della vita quotidiana in questa campagna che io conosca, ed è a due passi da qui.

Dal tardo antico al monastero: le origini medievali del Castello di Lunghezza

Fra la fine dell'impero e il pieno medioevo c'è, come sempre nella campagna romana, un buco documentario che nessuno riesce a colmare del tutto. Quello che si può ricostruire in generale è il meccanismo: le ville e le fattorie di età imperiale si spopolano o si trasformano, la popolazione si accentra in pochi punti difendibili, e i luoghi alti e già muniti tornano a essere preziosi. Il fenomeno ha un nome tecnico, incastellamento, ed è ciò che dà alla campagna romana il volto che ha ancora oggi: una successione di torri, casali fortificati e borghi in cima ai poggi.

Nel caso di Lunghezza, la tradizione conservata sul posto fa risalire le notizie più antiche del complesso all'ottavo secolo, quando la struttura esistente si sarebbe trasformata in monastero fortificato abitato da monaci benedettini. È una vicenda tipica: nell'alto medioevo i monasteri sono, oltre che centri religiosi, aziende agricole organizzate e presidi territoriali, e la loro presenza spiega perché in tanti siti della campagna romana la fortificazione preceda di secoli l'arrivo dei baroni.

Perché i benedettini

La regola benedettina, con il suo equilibrio fra preghiera e lavoro, ha prodotto in tutta Europa una rete di insediamenti che erano di fatto il motore della ricostruzione agricola postantica. Bonificavano, dissodavano, ricostruivano canali, tenevano archivi. Nel Lazio la loro presenza è capillare, e non lontano da qui, risalendo la valle dell'Aniene, si arriva a Subiaco, dove Benedetto da Norcia visse la sua esperienza eremitica e dove sorgono i monasteri che sono all'origine dell'intero movimento. La valle che vedi da questa terrazza porta lassù.

Come si trasforma un monastero in castello

Il passaggio da monastero fortificato a castello baronale, quando avviene, non comporta quasi mai una ricostruzione da zero. Si aggiungono torri, si rialzano i muri, si scava un fossato, si costruisce un recinto. Le murature più antiche restano dentro, inglobate, e riemergono solo quando qualcuno stacca un intonaco o apre un saggio. È per questo che nei castelli della campagna romana la lettura stratigrafica delle pareti è più istruttiva di qualunque documento d'archivio: la parete è essa stessa un documento, scritto in strati sovrapposti.

I Conti di Poli, i Colonna, gli Orsini: il feudo conteso

Con il Duecento entriamo nella fase più movimentata della storia del Castello di Lunghezza, quella dei grandi casati baronali romani che si contendono la campagna intorno alla città. Va detto subito, per capire tutto il resto: nel medioevo romano il potere non sta soltanto in Vaticano e in Campidoglio. Sta nelle famiglie che controllano le torri, i castelli, i guadi e le strade nel raggio di quaranta chilometri dalla città. Chi ha i castelli, ha il grano, i pedaggi, gli uomini armati e la possibilità di affamare Roma chiudendo le vie di accesso.

La tradizione locale colloca il feudo di Lunghezza, dal 1242, sotto la protezione della potente famiglia dei Conti di Poli, ramo di quella casata dei Conti che aveva dato alla Chiesa Innocenzo III, uno dei papi più potenti dell'intero medioevo. I Conti erano alleati del papato, e la loro fortuna era cresciuta all'ombra della curia. Ma le alleanze, in quel mondo, duravano quanto conveniva. Verso la fine del secolo i Conti si avvicinano ai Colonna, la casata che più di ogni altra farà la guerra ai papi, e la partita cambia colore.

Colonna contro Orsini: la faida che ha fatto Roma

Non si capisce nulla della campagna romana medievale se non si tiene presente la rivalità fra Colonna e Orsini. Due famiglie enormi, ciascuna con decine di castelli, cardinali in curia, eserciti privati, quartieri di Roma sotto controllo. I Colonna dominavano il settore sud-orientale, verso Palestrina e i monti Prenestini; gli Orsini il settore settentrionale e la zona di Monte Giordano in città. Per due secoli si sono combattuti dentro e fuori le mura, e ogni papa che salisse al soglio si trovava a dover scegliere, o a fingere di non scegliere, fra i due schieramenti.

Lunghezza, per la sua posizione, stava esattamente sulla linea di frizione. Non stupisce che nel passaggio fra Duecento e Trecento il castello cambi mano, e che a spostarlo sia una guerra combattuta al livello più alto.

Bonifacio VIII, lo schiaffo di Anagni e le conseguenze su Lunghezza

Il papa che entra in questa storia si chiama Benedetto Caetani ed è passato alla storia come Bonifacio VIII: uno dei pontefici più duri, più ambiziosi e più odiati del medioevo, l'uomo che indice il primo Giubileo nel 1300 e che teorizza la superiorità del potere spirituale su quello temporale nei termini più assoluti mai formulati. È anche l'uomo che Dante mette all'inferno per simonia, per bocca di un altro papa, con un'anticipazione profetica che è uno dei momenti più feroci della Commedia.

Bonifacio VIII combatte i Colonna con una violenza senza precedenti, arrivando a bandire contro di loro una crociata e a raderne al suolo la roccaforte di Palestrina. In quel conflitto il papa si appoggia agli Orsini, e la tradizione locale racconta che sia proprio questo l'episodio che porta gli Orsini a scacciare i Conti da Lunghezza e a prendersi il feudo.

Anagni, 1303

L'epilogo della vicenda è uno degli episodi più celebri del medioevo europeo. Nel settembre del 1303 un gruppo armato guidato da Sciarra Colonna e dal consigliere del re di Francia Guglielmo di Nogaret irrompe nel palazzo papale di Anagni e cattura Bonifacio VIII. L'episodio è passato alla storia come "lo schiaffo di Anagni", anche se lo schiaffo materiale è probabilmente un'aggiunta successiva della tradizione. Il papa viene liberato dopo pochi giorni dalla popolazione, ma muore poche settimane dopo a Roma. È la sconfitta clamorosa della pretesa teocratica, e apre la strada al trasferimento del papato ad Avignone.

Che un castello sulla Collatina sia stato uno dei tanti pezzi mossi in quella partita continentale è, per me, uno dei motivi per cui vale la pena raccontare i luoghi minori. La grande storia non si svolge solo nei posti grandi: passa di qui, lascia un segno nelle carte di proprietà, e se ne va.

Una precisazione doverosa

La ricostruzione che ti ho appena esposto è quella tramandata sul posto e ripresa dalla letteratura divulgativa. Le cronologie feudali della campagna romana sono materia difficile: le carte sono disperse fra archivi capitolari, notarili e familiari, i nomi delle tenute cambiano, e non di rado la tradizione locale compatta in un episodio unico processi durati decenni. Prendi le date come indicative, non come lapidi. Il quadro generale — un castello conteso fra Conti, Colonna e Orsini sullo sfondo del conflitto fra papato e baronato — è però solido e coerente con tutto quello che sappiamo di questo territorio.

Dagli Orsini ai Medici: come un castello finisce in dote

Il modo in cui il Castello di Lunghezza esce dall'orbita esclusivamente baronale romana e finisce nelle mani di una delle famiglie più celebri d'Europa è, a suo modo, una lezione di storia sociale. Non ci sono assedi né tradimenti: c'è un matrimonio.

Il feudo resta agli Orsini fino a quando non entra a far parte della dote di Alfonsina Orsini, che sposa Piero de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. È il tipo di alleanza che le grandi famiglie stringevano nel Quattrocento: i Medici, banchieri fiorentini in ascesa politica, cercavano legittimazione aristocratica romana; gli Orsini, aristocrazia romana antica, cercavano capitale e sponde presso i poteri emergenti. La terra si muove insieme alle persone, e una tenuta sulla Collatina attraversa così l'Appennino, per via notarile, dalla nobiltà papalina alla dinastia fiorentina.

Alfonsina Orsini, una donna di potere

Vale la pena spendere due parole su di lei, perché non è una comparsa. Alfonsina Orsini fu una figura di notevole peso politico: rimasta vedova di Piero de' Medici, quello che i fiorentini chiamarono "il Fatuo" per aver perso la città nel 1494, gestì gli interessi della famiglia con determinazione e a Firenze, negli anni della restaurazione medicea, esercitò un'influenza concreta sul governo della città. Le donne, nella storia delle grandi casate, muovono patrimoni e alleanze molto più di quanto i manuali scolastici lascino intendere; questo castello ne è la prova materiale, visto che ci passa dentro almeno due volte per via femminile.

Il quadro generale: Roma come mercato di terre

Nel Cinquecento la campagna romana diventa progressivamente un enorme sistema di grandi tenute — il latifondo cerealicolo e pastorale che gli storici chiamano l'agro romano — possedute da famiglie nobiliari, da enti ecclesiastici e da ospedali, e gestite tramite mercanti di campagna che le prendevano in affitto. È un sistema economico che durerà fino alle bonifiche del Novecento e che spiega perché tanti castelli dell'agro non siano residenze permanenti ma centri aziendali: si andava in villeggiatura per la caccia e per il controllo dei raccolti, non per abitarci tutto l'anno.

Clarice de' Medici e Filippo Strozzi: il Castello di Lunghezza diventa dimora

Nel Cinquecento il feudo passa nella dote di Clarice de' Medici, figlia di Piero e di Alfonsina, che sposa Filippo Strozzi il Giovane. Con questo matrimonio il castello entra nel patrimonio degli Strozzi, e ci resterà, secondo la tradizione locale, per un tempo lunghissimo, fino al tramonto del casato nell'Ottocento.

Filippo Strozzi il Giovane è uno dei personaggi più drammatici del Rinascimento fiorentino: banchiere di enorme ricchezza, imparentato con i Medici e insieme loro oppositore, finì i suoi giorni prigioniero nella fortezza da Basso di Firenze dopo aver guidato il tentativo dei fuoriusciti repubblicani contro Cosimo I, e la sua morte nel 1538 resta avvolta in una nebbia che le fonti dell'epoca non hanno mai diradato. Clarice, dal canto suo, è ricordata dai cronisti come una donna di carattere fortissimo, capace di rimproverare pubblicamente i propri parenti di sangue quando li riteneva inadeguati al nome che portavano.

Da fortezza a residenza

È in questa fase, secondo la tradizione conservata sul posto, che il Castello di Lunghezza subisce le trasformazioni più profonde: la fortezza medievale viene adattata a dimora nobiliare, con le esigenze di comodità, luce e rappresentanza che il Cinquecento impone. È esattamente ciò che succede in decine di castelli del Lazio in quegli stessi decenni: si aprono finestre più grandi nelle cortine, si costruiscono loggiati, si organizzano corti interne, si sistemano giardini. La guerra, per l'aristocrazia romana del Cinquecento, non si combatte più dalle merlature: si combatte in curia.

La rete di parentele che passa da qui

Se segui i nomi, questo castello di periferia si trova imparentato con mezza Europa. Clarice de' Medici è zia di Caterina de' Medici, che diventerà regina di Francia e sarà una delle protagoniste assolute del Cinquecento europeo, dalle guerre di religione alla notte di San Bartolomeo. E il ramo mediceo che passa di qui è quello di Lorenzo il Magnifico, cioè quello del mecenatismo fiorentino per eccellenza. La tradizione del castello vuole che fra gli ospiti passati da queste sale ci sia stato anche Michelangelo Buonarroti, legato agli Strozzi da rapporti documentati di amicizia e di committenza. Su questo torno più avanti, nel capitolo dedicato a chi è passato di qui, perché merita una discussione seria e non un elenco di nomi buttati lì.

I Grazioli e le vicende proprietarie moderne

Fra le famiglie che ricorrono nelle vicende proprietarie della tenuta di Lunghezza compare anche il nome dei Grazioli, casata che nell'Ottocento romano fu fra le più attive nell'acquisizione di grandi patrimoni fondiari e che ha lasciato il proprio nome a uno dei palazzi più noti del centro di Roma, a due passi da piazza Venezia.

Devo essere onesto su un punto: la ricostruzione puntuale della catena di proprietà di questa tenuta fra Settecento e Novecento è materia da archivio, e le fonti divulgative disponibili si contraddicono o tacciono su date e modalità. Preferisco dirti che il nome dei Grazioli appartiene alla vicenda di questa terra piuttosto che inventarmi un atto di compravendita con tanto di anno e notaio. Il fenomeno generale, però, è chiarissimo e vale la pena raccontarlo, perché spiega il paesaggio che hai intorno.

L'Ottocento e il rimescolamento delle terre

Fra la fine del Settecento e l'unità d'Italia la proprietà fondiaria dell'agro romano subisce un rimescolamento enorme. Le vecchie famiglie baronali, spesso indebitate, vendono; nuove famiglie, arricchite con la finanza, con gli appalti o con il commercio, comprano. Dopo il 1870, con Roma capitale, si aggiunge la febbre edilizia e la speculazione sui terreni, che trasformerà in pochi decenni il volto della città e, più lentamente, quello della campagna. Le grandi tenute vengono frazionate, bonificate, in parte lottizzate. È il processo che, un secolo dopo, produrrà i quartieri che oggi circondano il Castello di Lunghezza.

L'architettura del Castello di Lunghezza: cosa si legge nelle murature

Guardiamo adesso l'edificio per quello che è, perché è un esercizio che si può fare anche da fuori e che rende molto più interessante la sagoma che hai davanti.

Il Castello di Lunghezza non è un castello "di un'epoca": è un organismo cresciuto per accumulo, come praticamente tutti gli edifici di questo tipo. Il nucleo più antico è quello che sta più in alto e più al centro, dove la roccia è più stretta e la difesa più naturale. Attorno, nei secoli, si sono aggiunti corpi di fabbrica, cortine murarie, ambienti di servizio, scuderie, corti. Il risultato è un complesso articolato che comprende, oltre alla grande costruzione nobiliare, giardini di corte e un parco di alcuni ettari.

Come si legge un muro

Il gioco che faccio sempre fare a chi mi accompagna è questo: guarda il muro e cerca le cuciture. Un edificio cresciuto per fasi mostra sempre i punti in cui una fase si appoggia alla precedente. I segnali sono tre e li riconosci senza essere un tecnico. Primo: il cambio di materiale, tufo contro laterizio, blocchi grandi contro blocchi piccoli. Secondo: il cambio di tessitura, cioè il modo in cui i corsi sono disposti — regolari e orizzontali in una fase, disordinati nell'altra. Terzo, il più eloquente: le aperture tamponate, cioè finestre o porte chiuse con muratura diversa, che ti dicono che quell'ambiente ha cambiato funzione.

I merli e il gusto dell'Ottocento

Una raccomandazione da fare sempre, davanti a qualunque castello italiano: diffida dei merli. In Italia una quantità impressionante di merlature che oggi vediamo sui castelli è opera di restauri e rifacimenti fra Ottocento e primo Novecento, quando il gusto neomedievale imponeva che un castello dovesse assomigliare all'idea di castello che si aveva in quel momento. Non è falsificazione nel senso truffaldino del termine: è il modo in cui una cultura si racconta il proprio passato. Ma quando guardi il profilo di un maniero e lo trovi troppo perfetto, troppo regolare, troppo somigliante a un'illustrazione, il sospetto è sano.

La torre del Castello di Lunghezza

La torre è l'elemento che identifica il complesso da lontano e l'elemento più antico nel principio costruttivo, se non necessariamente nella muratura visibile. Nella campagna romana la torre è la struttura fondamentale: ce ne sono a decine, molte isolate in mezzo ai campi, e i nomi dei quartieri periferici di Roma lo raccontano — Tor Sapienza, Tor Tre Teste, Torre Angela, Torre Maura, Torrenova, Torre Gaia, Tor Bella Monaca. Ognuno di quei nomi corrisponde a una torre reale, spesso ancora esistente, spesso inglobata in un palazzo di dieci piani.

A cosa serviva davvero una torre

Serviva a tre cose contemporaneamente. Primo, a vedere: dalla sommità si controlla il territorio e si comunica a vista con le torri vicine, con fuochi di notte e con fumo di giorno. Secondo, a resistere: una torre ben costruita, con ingresso rialzato e scala retrattile, poteva reggere per giorni contro un gruppo di razziatori, che era la minaccia normale, molto più frequente di un assedio in piena regola. Terzo, a conservare: il piano terra o i sotterranei erano magazzino per il grano, che nell'agro romano era il vero tesoro, e che andava difeso dalle bande armate esattamente come si difende una cassaforte.

La geometria della difesa

Nelle torri della campagna romana la pianta è quasi sempre quadrata o rettangolare, e questo non è per pigrizia costruttiva: la pianta quadrata è più semplice da realizzare con murature in blocchi e consente solai in legno appoggiati su travi dritte. La pianta circolare, che è tecnicamente superiore perché devia meglio i colpi e non ha spigoli attaccabili, compare più tardi e soprattutto dove c'è il rischio concreto dell'artiglieria. Se hai una torre quadrata, quasi sempre hai una struttura pensata prima dell'arrivo delle bombarde.

Corti, giardini e parco intorno al Castello di Lunghezza

Il complesso non è soltanto l'edificio: intorno ci sono i giardini di corte e un parco esteso, che il castello stesso quantifica in circa tre ettari, con un'area attrezzata che nel suo insieme copre una superficie di decine di migliaia di metri quadrati. È una proporzione che va tenuta a mente, perché cambia completamente l'esperienza della visita: qui non entri in un edificio, entri in un recinto verde che contiene un edificio.

Il giardino come strumento politico

Nel Cinque e Seicento romano il giardino di una residenza nobiliare non è un ornamento: è una dichiarazione. Serve a dimostrare che il proprietario possiede acqua — bene scarso e costosissimo — che possiede spazio, che possiede il tempo e il denaro per mantenere qualcosa di improduttivo. I grandi giardini del Lazio, da Villa d'Este a Tivoli a Bomarzo, sono macchine ideologiche prima che estetiche. I giardini di corte di un castello dell'agro sono ovviamente su un'altra scala, più modesti e più pratici, ma il principio è lo stesso: dentro le mura ordine e verde, fuori la campagna al lavoro.

Il verde di oggi

Il parco attuale è organizzato in funzione delle attività che si svolgono nel complesso: percorsi, aree per gli spettacoli, spazi per il picnic e per la ristorazione, zone attrezzate. È un uso contemporaneo, non filologico, e sarebbe assurdo pretendere il contrario. Ti dico però una cosa che ho imparato con gli anni: se ci vieni in primavera, la vegetazione della valle dell'Aniene è di una bellezza che sorprende chi si aspetta la periferia. C'è il verde acido dei campi giovani, ci sono i papaveri, e c'è quella luce bassa e obliqua che ha reso famosa la campagna romana presso tre generazioni di pittori nordici.

Il Castello di Lunghezza e i casali fortificati della campagna romana

Per capire davvero questo posto bisogna vederlo come parte di un sistema, non come un pezzo unico. Nel raggio di venti chilometri dalla porta orientale di Roma ci sono decine di strutture fortificate di epoca medievale e moderna: torri isolate, casali con torre inglobata, castelli veri e propri, borghi murati. Insieme costituivano una rete di controllo e di produzione che ha organizzato questo territorio per otto secoli.

Che cos'è un casale

Il casale della campagna romana è un tipo edilizio preciso e affascinante: un complesso rurale che riunisce l'abitazione del fattore, gli alloggi dei salariati, le stalle, i fienili, i magazzini per il grano, spesso una cappella, e quasi sempre una torre più antica attorno alla quale il resto si è aggregato. Non è una fattoria toscana con le sue proporzioni armoniose: è una struttura difensiva riconvertita, disordinata, cresciuta a strati, con muri spessi e poche finestre in basso. Ne vedrai diversi lungo le strade di questo quadrante, spesso semiabbandonati in mezzo ai campi, e adesso saprai cosa stai guardando.

Perché servivano ancora nel Settecento

Qui c'è un dato che stupisce sempre. La campagna romana è rimasta insicura molto più a lungo di quanto immaginiamo. Banditismo, incursioni, malaria endemica nelle zone basse e umide, spopolamento: fino all'Ottocento inoltrato l'agro era un territorio in cui non si viveva stabilmente se non nei punti alti e protetti. Le bonifiche sistematiche e la sconfitta della malaria sono conquiste del Novecento. È per questo che un castello sulla Collatina non è un residuo pittoresco del medioevo: è stato un'infrastruttura funzionante fino a ieri l'altro.

Axel Munthe e il Castello di Lunghezza

C'è un capitolo ottocentesco e novecentesco che rende questo castello improvvisamente cosmopolita, e ha per protagonista uno svedese che quasi tutti conoscono senza sapere di conoscerlo.

Axel Munthe, nato nel 1857, fu medico e scrittore, e la sua fama mondiale è legata a un libro, La storia di San Michele, pubblicato nel 1929, che raccontava in forma memorialistica la sua vita, i suoi pazienti, i suoi animali e soprattutto la casa che si era costruito ad Anacapri, sui resti di una cappella e di strutture antiche, affacciata sul golfo di Napoli. Fu uno dei più grandi successi editoriali del Novecento europeo, tradotto ovunque, letto da milioni di persone. Villa San Michele esiste ancora e si visita.

La tradizione conservata a Lunghezza racconta che Munthe, ancora giovane, ebbe a che fare con questo castello e che, insieme alla sorella dell'ultimo erede Strozzi, trasformò l'ala più medievale del complesso in una clinica di convalescenza. Munthe medico esercitò a lungo in Italia, in particolare a Roma, dove ebbe una clientela internazionale numerosissima e dove fu attivo durante l'epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884; l'idea di una casa di cura in un castello sulla campagna, all'aria buona e lontano dai miasmi urbani, è perfettamente coerente con la medicina del suo tempo, che curava con l'aria, il riposo e il paesaggio molto più che con i farmaci.

Hilda Pennington Mellor

La vicenda continua con il matrimonio di Munthe con Hilda Pennington Mellor, nobildonna di famiglia inglese, che secondo il racconto locale ebbe in dono dal padre proprio il castello di Lunghezza. Di nuovo, come nel Quattrocento e nel Cinquecento: la proprietà si muove attraverso un matrimonio e attraverso una donna. Che accada tre volte nella stessa tenuta, a distanza di secoli, è una piccola lezione sul funzionamento reale dei patrimoni aristocratici, dove le doti hanno spostato più terre delle battaglie.

Un castello nella cultura del Grand Tour tardo

La presenza di una famiglia anglo-svedese in un castello dell'agro romano fra Otto e Novecento non è un'anomalia: è la coda lunga del Grand Tour. Da due secoli l'Europa del nord veniva in Italia a studiare, a dipingere, a curarsi e a innamorarsi delle rovine; nell'Ottocento molti si fermarono e comprarono. La campagna romana, con la sua luce e le sue rovine, era per gli stranieri un paesaggio letterario prima ancora che un luogo geografico. Che un medico svedese, autore di un bestseller mondiale, finisca legato a un castello sulla Collatina è, tutto sommato, il capitolo più prevedibile di questa storia.

Il Novecento del Castello di Lunghezza: guerra e degrado

Il Novecento del castello è la parte meno gloriosa e più istruttiva. Poco prima della seconda guerra mondiale la proprietaria dovette abbandonarlo, e durante il conflitto il complesso fu utilizzato come sede di comando dell'esercito tedesco. Non è un destino raro: nella campagna intorno a Roma le strutture solide, isolate, con buona visuale e vicine a strade importanti furono requisite sistematicamente, e molte pagarono quella scelta con bombardamenti, saccheggi e distruzioni.

Nel dopoguerra comincia la lunga fase che i documenti locali descrivono senza giri di parole come un degrado lento e costante. È la sorte di gran parte del patrimonio minore italiano nel secondo Novecento: edifici troppo grandi per essere abitati, troppo costosi da mantenere, troppo periferici per attrarre investimenti, troppo poco spettacolari per entrare nei circuiti turistici. Il tetto perde, l'umidità sale, gli intonaci cadono, la vegetazione entra. Bastano vent'anni di abbandono per compromettere ciò che ha resistito ottocento anni.

Perché la periferia est ha sofferto più di altre

C'è una ragione strutturale. Fra gli anni Cinquanta e Ottanta l'espansione di Roma verso est è stata rapidissima e in buona parte disordinata, con quartieri nati per lottizzazione e poi sanati, infrastrutture arrivate anni dopo le case, servizi cronicamente in ritardo. In un contesto del genere il patrimonio storico diffuso — torri, casali, chiese rurali — è stato percepito a lungo come un ostacolo o come un ingombro, non come una risorsa. Solo negli ultimi decenni la prospettiva è cambiata, e non ovunque.

Un episodio che il castello ricorda

Nella memoria del complesso c'è anche una festa organizzata negli anni Novanta in onore di Carlo d'Inghilterra, oggi re Carlo III. È il tipo di episodio che sembra un dettaglio mondano e invece racconta bene una fase: un castello semi-addormentato che, di tanto in tanto, si sveglia per un evento, mostra quello che potrebbe essere e poi torna a dormire. La svolta vera arriverà dopo, e arriverà da una direzione che nessuno si aspettava.

La seconda vita del Castello di Lunghezza: eventi e parco tematico

Il recupero del Castello di Lunghezza è legato a un'iniziativa privata che ha scelto una strada inconsueta per il patrimonio storico italiano: invece di trasformarlo in museo, di aprirlo alle visite guidate tradizionali o di attendere un finanziamento pubblico, lo ha trasformato in un parco tematico per famiglie e bambini, affiancato da un'intensa attività di eventi privati — matrimoni, feste, cerimonie, eventi aziendali — e da un programma di visite per le scuole.

Il progetto è quello che porta il nome de "Il Fantastico Mondo del Fantastico", a cui si affianca, nella stagione invernale, l'allestimento natalizio del "Fantastico Castello di Babbo Natale". Nella pratica, questo significa che nelle giornate di apertura il castello e il suo parco vengono animati da spettacoli dal vivo, personaggi in costume, percorsi tematici, aree di gioco e attività per bambini, con un calendario che cambia di stagione in stagione e con giornate a tema.

La domanda scomoda

So benissimo che a questo punto una parte dei lettori storce il naso. Un sito che la tradizione lega a Lucrezia e alla nascita della Repubblica romana, trasformato in un parco con le principesse e i supereroi: non è uno scempio? La risposta onesta, secondo me, è no, ed è una risposta che va argomentata invece che sbrigata con una battuta.

Primo: il castello era in degrado, e nessuno stava intervenendo. Le alternative reali non erano "parco tematico oppure museo nazionale", erano "parco tematico oppure crollo progressivo". Il patrimonio minore italiano è pieno di strutture che hanno aspettato invano il museo e nel frattempo hanno perso il tetto. Secondo: una destinazione d'uso che genera ricavi è ciò che consente la manutenzione ordinaria, che è il vero nemico del degrado, molto più del restauro straordinario. Terzo: decine di migliaia di bambini romani sono entrati dentro un castello del Duecento, hanno camminato sulle sue murature, hanno visto una torre da vicino. Non tutti diventeranno archeologi, ma qualcuno sì, e nessuno di loro penserà mai che i castelli siano roba noiosa.

Il limite di cui bisogna essere consapevoli

Detto tutto questo, la critica legittima esiste e la metto sul tavolo: chi arriva qui cercando una lettura storica e archeologica del sito di Collatia non troverà, nella forma di visita oggi disponibile, un apparato interpretativo paragonabile a quello di un'area archeologica attrezzata. La storia c'è, il luogo c'è, ma il registro dell'esperienza è quello dell'intrattenimento familiare. Saperlo prima significa arrivare con le aspettative giuste, e le aspettative giuste sono metà della soddisfazione di un viaggio.

Come funziona oggi la visita al Castello di Lunghezza

Questa è la sezione più pratica di tutta la scheda, e ti chiedo di leggerla con attenzione perché è quella che ti evita una giornata sprecata.

Il Castello di Lunghezza non è un monumento a visita libera. Ripeto il concetto con altre parole, perché è la fonte numero uno di equivoci: non esiste una biglietteria aperta tutti i giorni, non esiste un percorso di visita permanente accessibile a chiunque si presenti al cancello, non ci sono orari fissi di apertura come in un museo civico. Il complesso è privato e apre al pubblico nelle giornate previste dal calendario del parco tematico e in occasione di eventi specifici.

La procedura corretta

La sequenza che funziona è sempre la stessa, ed è di una banalità disarmante, ma la vedo saltare continuamente. Primo: si controlla il calendario delle aperture sul sito ufficiale, perché ci sono periodi di chiusura, giornate riservate alle scuole e giornate a tema. Secondo: si verifica quale allestimento sia attivo in quel periodo, perché il programma estivo, quello autunnale e quello natalizio sono esperienze molto diverse. Terzo: si acquista il biglietto per la data prescelta, possibilmente online, sia perché è la prassi consigliata dall'organizzazione sia perché le giornate di punta si riempiono. Quarto: si arriva presto, perché il parcheggio è ampio ma la fila all'ingresso nelle giornate affollate non lo è.

Le altre porte d'ingresso

Ci sono altri due modi di entrare in questo castello, ed entrambi sono legittimi e spesso ignorati. Il primo sono le gite scolastiche: il complesso ha un programma strutturato per le scuole, che è il canale attraverso cui, se sei un insegnante, puoi organizzare una giornata con un taglio più didattico. Il secondo sono gli eventi privati: il castello è una location per matrimoni, battesimi, comunioni, lauree, compleanni ed eventi aziendali, con corti, giardini e sale storiche. Se stai cercando un posto per una festa a Roma e vuoi qualcosa che non sia il solito ristorante con la sala grande, questa è una delle opzioni più caratterizzate del quadrante orientale.

Per chi non entra

Se capiti da queste parti in un giorno di chiusura, non ti disperare: la valle dell'Aniene intorno al castello si percorre, la sagoma del complesso si vede benissimo dalla strada e dai campi, e nel raggio di pochi chilometri hai Ponte di Nona sulla Prenestina e una campagna che, in certe ore, è ancora quella dei paesaggisti dell'Ottocento. È una consolazione onesta, non un premio di consolazione.

Il quadrante: Lunghezza, Castelverde, Salone

Intorno al castello c'è un pezzo di Roma che i romani del centro conoscono poco e i turisti per niente, e che invece è uno dei laboratori urbani più interessanti della città contemporanea.

Lunghezza è oggi una zona residenziale sviluppatasi soprattutto nella seconda metà del Novecento lungo la Collatina e intorno alla stazione ferroviaria. Poco più a est c'è Castelverde, altro insediamento cresciuto rapidamente, e a nord si trova l'area di Salone, dove alla vocazione agricola si sono sovrapposte funzioni produttive e commerciali. Poi c'è Ponte di Nona, che dà il nome a un intero settore residenziale, e più a sud la Prenestina con i suoi quartieri. È il tessuto di quella parte di Roma che ha assorbito, in tre generazioni, centinaia di migliaia di abitanti.

Il paradosso della periferia romana

Il paradosso è questo: nessuna capitale europea ha, nelle proprie periferie, una simile densità di storia. Nella zona che stiamo descrivendo trovi un sito preromano, una strada consolare, un ponte antico, un santuario con depositi votivi, un acquedotto imperiale alle sorgenti, una decina di torri medievali e un castello con ottocento anni di documenti. Tutto questo è dentro il comune di Roma, raggiungibile con i mezzi pubblici, e per la stragrande maggioranza dei visitatori della città semplicemente non esiste.

Come cambiare prospettiva

Il consiglio che do a chi vive a Roma è di trattare la periferia orientale come si tratterebbe una provincia sconosciuta: con una mappa, senza fretta, cercando i nomi dei luoghi e chiedendosi da dove vengano. Scoprirai che Tor Tre Teste ha davvero una torre, che Ponte di Nona è davvero al nono miglio, che la Collatina va davvero a Collatia. La toponomastica romana è un archivio a cielo aperto, e leggerla è gratis.

Come si arriva al Castello di Lunghezza

Parliamo di logistica, che nella periferia romana è tutto.

In automobile

È il mezzo più semplice. Il riferimento è il Grande Raccordo Anulare e l'uscita della via Collatina, la numero 14, dopo la quale si prosegue verso est per pochi chilometri. Il complesso dispone di un'area di parcheggio molto ampia, dell'ordine di decine di migliaia di metri quadrati, il che nelle giornate di punta è una fortuna considerevole. Chi arriva dall'autostrada A24 Roma-L'Aquila può uscire e immettersi sul Raccordo, oppure raggiungere la zona dalla Tiburtina.

In treno

Questa è l'informazione che quasi nessuno conosce e che a me pare la più utile. Lunghezza ha una stazione ferroviaria sulla linea regionale che collega Roma a Tivoli passando per Guidonia, la linea che i romani chiamano con la sigla FL2 e che parte da Roma Tiburtina. È una linea urbana e suburbana con corse frequenti in orario feriale, e il viaggio dalla stazione Tiburtina dura una manciata di minuti. Dalla stazione di Lunghezza al castello c'è poi un tratto da coprire, che a piedi non è banale ma nemmeno impossibile per chi cammina volentieri. Se sei senza auto, questa è la strada.

Con i mezzi di superficie

Il quadrante è servito da linee di autobus urbane che risalgono la Collatina e collegano i quartieri della zona con i capolinea della metropolitana. Non ti do numeri di linea perché la rete di superficie romana viene riorganizzata con una certa frequenza e un numero sbagliato è peggio di nessun numero: verifica sul pianificatore di viaggio del trasporto pubblico il giorno stesso, indicando come destinazione la zona di Lunghezza.

Il consiglio sul traffico

La Collatina, nelle ore di punta feriali, è congestionata come tutte le radiali romane. Se vai in un giorno di apertura del parco, che tipicamente è un fine settimana, il problema si riduce moltissimo. Se ci vai in settimana per un sopralluogo o per un evento, considera che entrare e uscire da quel quadrante fra le otto e le nove e mezza del mattino, e fra le diciassette e le diciannove, costa tempo.

Il Castello di Lunghezza, Tivoli e la valle dell'Aniene

Un modo intelligente di usare questo castello è considerarlo la porta occidentale di un itinerario che risale il fiume. La valle dell'Aniene è una delle direttrici turistiche più ricche del Lazio e comincia esattamente qui.

Tivoli

A una ventina di chilometri, sempre verso est, c'è Tivoli, l'antica Tibur, che concentra in pochi chilometri quadrati tre siti di rilevanza mondiale. Villa Adriana, la residenza che l'imperatore Adriano si fece costruire nella prima metà del secondo secolo, è la più straordinaria collezione di architetture sperimentali dell'antichità: un imperatore colto e viaggiatore che si ricostruisce in casa i luoghi che ha amato. Villa d'Este, cinquecentesca, è il capolavoro assoluto del giardino d'acqua rinascimentale, con centinaia di fontane alimentate soltanto dalla gravità. Villa Gregoriana, ottocentesca, è un parco romantico costruito attorno alla grande cascata dell'Aniene. A queste si aggiunge il santuario di Ercole Vincitore, uno dei complessi sacri più imponenti dell'Italia repubblicana.

Ponte Lucano e i Plautii

Sulla via Tiburtina, poco prima di Tivoli, c'è un monumento che merita una sosta e che quasi tutti superano in auto senza vederlo: il mausoleo dei Plautii, un sepolcro circolare di età augustea accanto a Ponte Lucano, sull'Aniene. È lo stesso fiume che vedi da Lunghezza, poche decine di chilometri più a monte.

Subiaco e i Simbruini

Chi ha una giornata intera e voglia di guidare può risalire fino a Subiaco, dove Nerone si fece costruire una villa con laghi artificiali sbarrando l'Aniene e dove, cinque secoli dopo, Benedetto da Norcia si ritirò in una grotta dando origine al monachesimo occidentale. Il monastero di San Benedetto, aggrappato alla parete rocciosa sopra la valle, è uno dei luoghi più impressionanti del Lazio. Da Lunghezza a Subiaco si risale, in sostanza, tutta la storia dell'acqua di Roma.

Perché si chiama Lunghezza

Sul nome ci sono ipotesi e nessuna certezza, e siccome mi hai concesso qualche migliaio di parole voglio essere preciso anche su questo. Il toponimo Lunghezza compare nella documentazione medievale riferito alla tenuta e al castello, e le spiegazioni proposte oscillano fra una derivazione da un nome personale di età romana o altomedievale — meccanismo comunissimo nella toponomastica dell'agro, dove decine di fondi portano ancora il nome del proprietario di duemila anni fa — e una derivazione dalla conformazione allungata del rilievo o della tenuta.

Il fenomeno generale è comunque affascinante. La campagna romana è disseminata di nomi che sono fossili linguistici: alcuni conservano il nome di una famiglia romana, altri quello di un santo titolare di una chiesa scomparsa, altri ancora una caratteristica del terreno. Quando passi accanto a un cartello che dice Salone, Corcolle, Sant'Alessandro, Castel Arcione, stai leggendo strati di storia sovrapposti che nessuno ha mai cancellato, semplicemente perché cambiare il nome di un posto costa fatica e nessuno si è mai preso il disturbo.

Collatia, Collatino, Collatina

Il caso più elegante di questa zona è proprio la catena Collatia-Collatino-Collatina. La città dà il nome alla strada che ci porta e il cognome alla famiglia che la governava: Tarquinio Collatino si chiama così perché è signore di Collatia, esattamente come oggi diremmo "il conte di" qualcosa. Quel nome, che nel 509 avanti Cristo costò a un uomo il consolato e l'esilio, è ancora scritto sui cartelli stradali della periferia est di Roma. Non conosco molti esempi migliori di continuità toponomastica in Europa.

Il Castello di Lunghezza stagione per stagione

Il complesso cambia radicalmente natura a seconda del periodo dell'anno, e scegliere la stagione giusta è la decisione più importante che devi prendere.

Primavera

È, secondo me, il momento migliore in assoluto per il paesaggio. La campagna intorno è verde e fiorita, la luce è lunga, il caldo non ancora aggressivo, e il parco si gode all'aperto senza fatica. È anche il periodo di massima attività per le gite scolastiche, quindi le giornate infrasettimanali possono essere occupate dai gruppi: se cerchi tranquillità, verifica il calendario.

Estate

D'estate la campagna romana è impietosa. Il sole della pianura fra le undici e le sedici, senza ombra, è una cosa seria e non va sottovalutata, specialmente con i bambini. Se vieni in estate, punta sulle aperture serali quando sono previste, che sono anche le più suggestive: un castello illuminato di notte, con il fresco che sale dal fiume, è tutto un altro spettacolo. Porta acqua e cappelli, sempre.

Autunno

L'autunno romano è generoso: temperature miti fino a novembre inoltrato, luce dorata, colori. È anche la stagione in cui il parco propone tipicamente gli allestimenti a tema legati alla fine di ottobre, che sono fra i più amati dal pubblico dei bambini. Il rischio è la pioggia, che qui, quando arriva, arriva sul serio.

Inverno e Natale

Il periodo natalizio è quello in cui il complesso assume la sua identità più riconoscibile per i romani, con l'allestimento del castello di Babbo Natale. Per una fascia larghissima di famiglie della Capitale è ormai un appuntamento consolidato di dicembre. Vale la regola di sempre, moltiplicata per dieci: prenota in anticipo, arriva presto, vestiti pesante. Su una rupe esposta, con il fiume sotto, l'umidità di dicembre entra nelle ossa.

Visitare il Castello di Lunghezza con i bambini

Dato che oggi questa è, di fatto, la modalità di visita principale, dedico un capitolo a come farla funzionare bene, dal punto di vista di un adulto che vorrebbe anche portare a casa qualcosa di suo.

La strategia del doppio livello

Il trucco che consiglio ai genitori è quello che chiamo del doppio livello: lasciare che i bambini vivano l'esperienza per quello che è — spettacoli, personaggi, giochi — e ritagliarsi, dentro la stessa giornata, dieci minuti di sguardo adulto. Dieci minuti bastano. Ti fermi in un punto, guardi la muratura e cerchi le cuciture di cui ti ho parlato. Ti affacci verso la valle e individui il fiume. Guardi la torre e ti chiedi da dove entrasse la scala. Poi torni al tuo ruolo di adulto accompagnatore, e la giornata è stata di entrambi.

Raccontare Lucrezia ai bambini

Domanda che mi fanno spesso: si può raccontare a un bambino la storia di Lucrezia? La vicenda contiene una violenza sessuale e un suicidio, quindi la risposta immediata è no, non nella forma cruda delle fonti. Ma il nucleo civile della storia sì, e funziona benissimo anche con i piccoli: c'era un re che si comportava male e credeva di poter fare qualsiasi cosa perché era il re; ha fatto un torto gravissimo a una famiglia; la città si è ribellata e ha deciso che nessuno avrebbe più comandato da solo per tutta la vita, e che al posto del re ci sarebbero state due persone, per un anno soltanto, controllate da tutti. È la prima lezione di educazione civica della storia occidentale e si racconta in trenta secondi. Sotto un castello, funziona.

Aspetti pratici

Il complesso dispone di aree per la ristorazione e di spazi attrezzati per il picnic, il che rende possibile organizzare la giornata in autonomia. Scarpe chiuse e comode sono obbligatorie: si cammina su terreno naturale, su ghiaia e su pietra, non su pavimenti da centro commerciale. Un cambio per i più piccoli non ha mai fatto male a nessuno. E se qualcuno della compagnia ha difficoltà motorie, considera che un castello su una rupe comporta dislivelli e superfici irregolari per definizione: conviene informarsi prima su cosa sia effettivamente accessibile.

Il Castello di Lunghezza come luogo per eventi

C'è un'ultima chiave di lettura che vale la pena mettere a fuoco, perché è quella che sostiene economicamente tutto il resto: il castello lavora come location per eventi privati e aziendali.

Le carte che gioca sono evidenti: sale storiche, corti, giardini, un parco esteso, un parcheggio molto ampio e una posizione paradossalmente comoda, a pochi minuti dal Raccordo e quindi raggiungibile da tutta la città. Per matrimoni, cerimonie, feste di laurea, compleanni e convention aziendali questa combinazione — atmosfera storica più logistica funzionante — è rara nel Lazio, dove spesso si deve scegliere fra una villa affascinante e irraggiungibile e un albergo comodo e anonimo.

Cosa chiedere se stai valutando il posto

Da persona che di sopralluoghi ne ha fatti parecchi, ti do le tre domande che contano davvero e che nessuno fa mai. Prima: che cosa succede se piove? In una location che vive di spazi aperti, il piano B al coperto è la variabile decisiva, e va vista con i propri occhi, non ascoltata a parole. Seconda: quanti eventi contemporanei sono previsti nella stessa giornata? In un complesso ampio la risposta può essere più di uno, e cambia molto l'esperienza. Terza: come funzionano gli accessi e i tempi per allestimento e disallestimento? È la voce che fa saltare più budget di qualunque altra.

Una curiosità su Castello di Lunghezza

La curiosità che preferisco riguarda un dettaglio linguistico che quasi nessuno nota e che, una volta notato, non si riesce più a ignorare. Il nome di Lucio Tarquinio Collatino, il marito di Lucrezia, non è un nome di famiglia nel senso in cui lo intendiamo noi: è un aggettivo geografico. Collatino significa, letteralmente, "quello di Collatia". La tradizione racconta che il ramo familiare prese quel soprannome perché un parente dei Tarquini, Egerio, fu lasciato al comando della città dopo che questa era stata sottomessa da Roma, e da lui discese una linea che portò per sempre nel nome il luogo su cui esercitava il potere.

Segui adesso la catena fino a oggi. Una città latina si chiama Collatia. Il suo signore si chiama Collatino. La strada che porta a quella città si chiama Collatina. La strada esiste ancora, con lo stesso nome, e ci passi sopra con l'automobile per venire fin qui. Nel frattempo la città è scomparsa da duemila anni, il signore è un personaggio di cui non sappiamo se sia mai esistito, e il suo aggettivo sopravvive stampato sulle mappe di Google e sui cartelli verdi del Grande Raccordo Anulare. Tremila anni di continuità toponomastica, e nessuno se ne accorge mentre cerca lo svincolo giusto.

C'è poi una seconda curiosità, di segno opposto, che riguarda la scena della lana. Nel racconto antico la prova decisiva della virtù di Lucrezia è che, a notte fonda, mentre le altre nobildonne banchettano, lei fila la lana insieme alle ancelle. Quel dettaglio non è un vezzo narrativo: filare la lana era, nella cultura romana, il segno codificato della matrona ideale, tanto che nelle iscrizioni funerarie l'elogio più alto per una donna era "custodì la casa, filò la lana". È una formula che si ritrova su lapidi vere, di persone vere, per secoli. La scena notturna di Collatia, insomma, era per un lettore romano immediatamente decifrabile come un'icona morale, esattamente come per noi lo sarebbe l'immagine di qualcuno che si alza all'alba per andare a lavorare.

Una cosa che non ti dice nessuno su Castello di Lunghezza

Quella che non ti dice nessuno è che la parte più importante di questo sito non si vede, e con ogni probabilità non si vedrà mai in modo soddisfacente. Sotto il complesso, nel banco di tufo, ci sono cavità, ambienti e strutture che appartengono a fasi molto più antiche di quelle visibili in superficie. Lo dice il castello stesso, che nella propria presentazione parla di resti parzialmente visibili nel sottosuolo. Lo suggerisce la geologia: il tufo si scava con facilità e in tutta questa zona la vita si è svolta tanto sopra quanto sotto il livello del suolo, fra cave, cunicoli, cisterne, ambienti di servizio e strutture di captazione dell'acqua.

Il punto che quasi nessuno esplicita è però un altro, ed è di metodo. Un sito così — occupato senza interruzione dall'età del Bronzo a oggi, con una città latina, una fase romana, un monastero, un castello, una residenza rinascimentale, una clinica, un comando militare e un parco tematico sovrapposti — è un incubo per l'archeologo e un sogno per lo storico. Ogni fase ha distrutto o riutilizzato la precedente. Le fondazioni medievali poggiano su strutture antiche riadattate; le cantine cinquecentesche tagliano stratigrafie più vecchie; i lavori del Novecento hanno movimentato terreno senza controllo. Ricostruire la sequenza richiederebbe scavi lunghi, costosi e invasivi in un edificio che nel frattempo deve continuare a stare in piedi e a funzionare.

Ecco perché, quando qualcuno ti dice con sicurezza "questa è la casa di Lucrezia" oppure, all'estremo opposto, "qui non c'è niente di antico", ti sta raccontando una comodità. La verità è più scomoda e più interessante: qui c'è quasi certamente moltissimo, ma allo stato attuale nessuno può dirti esattamente che cosa, e la maggior parte di quel moltissimo resta sepolta sotto ciò che è venuto dopo. Il sottosuolo di Lunghezza è uno dei tanti conti in sospeso dell'archeologia suburbana romana, che ha risorse per una frazione minima di ciò che sarebbe da indagare.

Il consiglio che ti do per visitare Castello di Lunghezza

Il consiglio principale è uno solo e lo ripeto per la terza volta perché è quello che fa la differenza: controlla il calendario e compra il biglietto prima di partire. Non è un monumento che apre tutti i giorni. Il numero di persone che arriva al cancello di un martedì di febbraio convinta di trovare una biglietteria è, credimi, molto più alto di quanto immagini, e la delusione è tutta evitabile con tre minuti di verifica sul sito ufficiale.

Il secondo consiglio è di scegliere consapevolmente il tipo di giornata. Le esperienze disponibili non sono intercambiabili: una giornata ordinaria del parco, una giornata a tema, un evento serale e l'allestimento natalizio sono quattro cose diverse per pubblico, atmosfera, affluenza e durata. Se hai bambini piccoli, punta a un'apertura ordinaria e arriva all'orario di apertura: la prima ora è quella con meno coda e con i bambini ancora riposati, e a metà pomeriggio, quando il livello di stanchezza generale sale, tu sarai già a metà del terzo giro. Se invece vieni senza bambini, per curiosità storica, valuta un evento serale, quando il complesso è illuminato e la temperatura è civile.

Il terzo consiglio è metodologico e riguarda te. Prima di partire, leggi il racconto di Livio su Lucrezia. Sono poche pagine, si trovano ovunque, e cambiano completamente la giornata. Camminare su una rupe avendo in testa la scena della lana filata a lume di lucerna, dei cavalli lanciati nella notte da Ardea, del coltello estratto dalla ferita e alzato sopra la testa, è un'esperienza diversa dal camminare su una rupe qualsiasi. Il paesaggio non cambia; cambi tu, e in viaggio è quasi sempre l'unica cosa che davvero conta.

Quarto e ultimo: prenditi cinque minuti, prima o dopo, per scendere verso l'Aniene e guardare il castello dal basso. È lì che capisci perché qualcuno abbia deciso di costruire proprio in quel punto, ed è lì che il rapporto fra la rupe, il fiume e la muratura diventa evidente. Dall'alto vedi un castello; dal basso vedi una scelta strategica vecchia di tremila anni.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che la Repubblica romana nasce nel 509 avanti Cristo dalla cacciata dei Tarquini. Lo sanno tutti, sta su ogni manuale di scuola media, è una di quelle date che si imparano a memoria insieme al 476 e al 1492. Quello che si cita raramente, e che invece è il punto più interessante di tutta la faccenda, è che i Romani stessi collocavano l'innesco di quel passaggio non a Roma, ma in una cittadina della campagna: qui.

Pensaci un attimo, perché è una scelta narrativa tutt'altro che ovvia. Una comunità che si costruisce il mito di fondazione della propria libertà politica avrebbe tutte le ragioni per ambientarlo nel proprio centro simbolico: il Campidoglio, il Foro, la Regia. Invece la scena madre — la casa, la lana, la notte, il coltello — si svolge a una decina di miglia dalle mura, in una città latina sottomessa, in casa di un uomo che porta il nome della famiglia regnante. Roma entra nel racconto solo dopo, quando il corpo viene portato in città e la rivolta divampa. Il gesto fondativo avviene in periferia e viene importato.

Le implicazioni sono due, e sono entrambe sostanziose. La prima riguarda il rapporto fra Roma e il Lazio: nella coscienza storica romana arcaica il Lazio non è uno sfondo, è il campo in cui Roma si costruisce, e le città latine non sono comparse ma protagoniste. Roma è nata come una fra molte, e per lungo tempo si è raccontata come tale. La seconda implicazione è più sottile: collocare l'origine della Repubblica fuori dalle mura significa dire che la libertà politica non nasce da un'istituzione ma da un'indignazione, e che l'indignazione può nascere ovunque. È un pensiero moderno in un testo antico, ed è probabilmente uno dei motivi per cui questa storia ha continuato a funzionare per venticinque secoli.

C'è poi una terza cosa poco citata, e riguarda le date. Il 509 avanti Cristo è una data della cronologia tradizionale romana, ricostruita a ritroso dagli annalisti sulla base delle liste dei consoli. Gli storici moderni discutono da un secolo e mezzo su quanto sia affidabile, e le posizioni vanno da chi la accetta in linea di massima a chi abbassa la fine della monarchia di qualche decennio. Nessuno, però, mette in dubbio che il passaggio sia avvenuto in quel torno di tempo. È un buon promemoria sul fatto che le date precise dell'antichità sono spesso convenzioni utili più che misurazioni.

La foto giusta da fare a Castello di Lunghezza

La foto sbagliata, quella che fanno tutti, è il primo piano frontale del portone d'ingresso, possibilmente controluce, possibilmente con mezza famiglia davanti che strizza gli occhi. Non funziona, e il motivo è tecnico prima che estetico: un castello su una rupe è un edificio che si spiega attraverso il rapporto con il terreno, e se lo fotografi da vicino e frontalmente elimini esattamente l'informazione che lo rende interessante.

La foto giusta è quella che tiene dentro tre elementi contemporaneamente: la massa costruita, la roccia su cui poggia e la valle sotto. Per ottenerla devi allontanarti e scendere, cercando un punto lungo la strada o ai margini dei campi da cui il complesso si vede di tre quarti, con il pendio in primo piano e il verde della valle dell'Aniene a fare da base. In quel modo la torre si staglia contro il cielo, la muratura acquista volume grazie alle ombre laterali, e chi guarda la fotografia capisce in un istante perché qualcuno abbia costruito lì.

La luce

La luce che serve è quella bassa: prima mattina o ultima ora prima del tramonto. A mezzogiorno il sole verticale appiattisce la muratura e brucia il cielo, e il tufo, che ha un colore caldo bellissimo, diventa una massa biancastra senza carattere. Con la luce radente, invece, ogni corso di blocchi proietta la propria ombra, i giunti si leggono, e il colore vira su un dorato che è esattamente quello che i pittori del Grand Tour venivano a cercare in questa campagna. Se ci sei nel tardo pomeriggio, aspetta: la mezz'ora prima del tramonto vale l'attesa.

Le altre due foto da portare a casa

La seconda foto che ti consiglio è un dettaglio di muratura: un metro quadrato di parete in cui si vedano due tessiture diverse che si incontrano, o una finestra tamponata. È una fotografia che nessuno fa e che, riguardata a casa, racconta più storia di venti panoramiche. La terza è verticale e riguarda il fiume: mettiti dove riesci a inquadrare l'acqua dell'Aniene in basso e la sagoma del castello in alto, anche piccola. È l'immagine che riassume tutta questa scheda in un solo fotogramma.

Una nota sulle persone

Se sei in una giornata di apertura del parco, ricorda che intorno a te ci sono famiglie con bambini. Fotografa il castello, il paesaggio, i tuoi, e lascia stare i figli degli altri: è buona educazione ed è anche la legge. E se vuoi una foto del complesso senza folla, l'unico modo è farla da fuori, prima o dopo l'orario di apertura.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Metto in fila, in ordine cronologico, gli avvenimenti che questa rupe ha visto o che la tradizione le attribuisce, distinguendo ogni volta il livello di certezza, perché mescolare i piani sarebbe scorretto.

L'età preromana e la sottomissione di Collatia

Il primo avvenimento è l'insediamento stesso: la formazione, in età protostorica, di un abitato stabile su questa altura, all'interno di quel processo di nascita delle comunità latine che l'archeologia documenta ampiamente nel Lazio fra l'età del Bronzo finale e l'età del Ferro. Il secondo, di livello tradizionale, è la sottomissione di Collatia a Roma in età regia, che Livio racconta in una pagina memorabile: la formula solenne con cui i rappresentanti di Collatia consegnano sé stessi, il popolo, la città, i campi, le acque, i confini, i templi, gli arredi sacri e ogni cosa divina e umana nelle mani del popolo romano, e il romano che risponde accettando. È una delle descrizioni più antiche e più precise di quel rito giuridico che i Romani chiamavano deditio, la resa incondizionata, e vale da sola una lettura.

La notte di Lucrezia

Il terzo avvenimento è quello che dà a questo luogo la sua rilevanza universale: la vicenda di Lucrezia, la violenza di Sesto Tarquinio, il giuramento di Bruto, il trasporto del corpo nella piazza della città e poi a Roma, la rivolta e la caduta della monarchia. Livello: leggendario, con un possibile nucleo storico impossibile da isolare. Importanza: enorme, perché è il racconto che ha dato alla Repubblica romana la propria narrazione di origine e all'Europa una delle sue immagini politiche fondamentali.

Il medioevo dei baroni

Il quarto blocco di avvenimenti è medievale e ha una consistenza documentaria maggiore: la trasformazione del sito in monastero fortificato attribuita all'ottavo secolo, il passaggio sotto la protezione dei Conti di Poli dal 1242, la rottura dell'alleanza con il papato alla fine del Duecento, il conflitto che vede opporsi i Colonna e i Conti da un lato, Bonifacio VIII e gli Orsini dall'altro, e l'esito di quel conflitto, con gli Orsini che si insediano a Lunghezza. Sullo sfondo, nel 1303, l'attentato di Anagni, che cambia la storia d'Europa e che si riverbera anche su questo angolo di campagna.

Il Rinascimento e le doti

Il quinto avvenimento non è una battaglia ma un contratto, e conta quanto una battaglia: il passaggio del feudo nella dote di Alfonsina Orsini, sposa di Piero de' Medici, e poi in quella di Clarice de' Medici, sposa di Filippo Strozzi. Con quei due matrimoni il castello entra nell'orbita di due delle famiglie più celebri d'Italia e conosce la trasformazione architettonica da fortezza a dimora nobiliare.

Il Novecento

Il sesto blocco è novecentesco: la trasformazione di parte del complesso in clinica di convalescenza nell'ambito della vicenda legata ad Axel Munthe, l'arrivo della famiglia anglo-svedese, l'abbandono forzato alla vigilia della seconda guerra mondiale, l'uso del castello come sede di comando dell'esercito tedesco durante il conflitto, e il lungo degrado del dopoguerra. Il settimo e ultimo è recente e in corso: il recupero della struttura attraverso la sua trasformazione in parco tematico e location per eventi, e la conseguente riapertura al pubblico dopo decenni di sostanziale inaccessibilità.

Chi è passato da Castello di Lunghezza

Chiudo con l'elenco delle persone, che è il modo più diretto per misurare la statura di un luogo. Lo faccio dividendo in tre categorie, perché sarebbe scorretto trattare allo stesso modo un personaggio leggendario, un proprietario documentato e un ospite di una festa degli anni Novanta.

I personaggi della tradizione

Sul primo gradino ci sono le figure che la tradizione lega a questo luogo e la cui storicità è tutta da discutere: Lucrezia, Lucio Tarquinio Collatino, Sesto Tarquinio, Lucio Giunio Bruto, Spurio Lucrezio Tricipitino, Publio Valerio Publicola, e naturalmente Tarquinio il Superbo. Sono, in blocco, i protagonisti del momento più drammatico della memoria romana arcaica. Che siano personaggi storici, semistorici o interamente costruiti dalla tradizione, resta il fatto che i Romani li collocavano qui, e che generazioni di lettori, da Ovidio a Shakespeare a Britten, hanno immaginato questa rupe leggendo quelle pagine.

I proprietari e le famiglie

Sul secondo gradino ci sono i nomi che appartengono alla vicenda proprietaria del complesso, e sono nomi di prima grandezza nella storia italiana: i Conti di Poli, i Colonna, gli Orsini, i Medici attraverso Alfonsina Orsini e Clarice de' Medici, gli Strozzi attraverso Filippo Strozzi il Giovane, e più avanti nel tempo i Grazioli. Attraverso Clarice, il castello entra nella rete di parentele che porta a Caterina de' Medici, futura regina di Francia e una delle donne più potenti del Cinquecento europeo. Non serve immaginarsi tutti costoro seduti a cena in queste sale — molti proprietari di tenute dell'agro non ci mettevano quasi mai piede — ma la catena di possesso è reale e dice molto sul rango del luogo.

Gli ospiti fra tradizione e cronaca

Sul terzo gradino ci sono gli ospiti. La tradizione conservata dal castello annovera fra i suoi visitatori Michelangelo Buonarroti, il che, dato il rapporto documentato fra l'artista e la famiglia Strozzi, non è un'ipotesi assurda ma resta, allo stato, una tradizione e non un fatto verificato: te lo segnalo come tale, perché confondere una bella storia con un documento è il peccato originale della divulgazione. Più solida, perché appartiene alla cronaca recente e non alla memoria secolare, è la notizia della festa organizzata nel castello negli anni Novanta in onore di Carlo d'Inghilterra, oggi re Carlo III.

E poi c'è Axel Munthe, che di tutti è forse il nome più adatto a chiudere. Un medico svedese che ha curato mezza aristocrazia europea, che ha scritto uno dei libri di memorie più letti del Novecento, che si è costruito una casa sospesa sul golfo di Napoli e che, secondo la memoria di questo posto, ha immaginato in un castello della campagna romana una clinica dove far respirare aria buona ai convalescenti. Fra la Lucrezia di Livio e i bambini che oggi corrono nel parco, il filo che li tiene insieme è sempre lo stesso: una rupe di tufo sopra un'ansa dell'Aniene, che da tremila anni continua a servire a qualcosa.

Se ti è venuta voglia di venirci, la regola è quella con cui ho aperto e con cui chiudo: verifica il calendario sul sito ufficiale del Castello di Lunghezza, scegli la giornata, prendi il biglietto in anticipo, e porta con te tre pagine di Livio. Il resto lo fa il posto.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoCastello di Lunghezza - Via della Tenuta del Cavaliere, 230, 00132 Roma RM
TagsCastello di LunghezzaFantastico Mondo del FantasticoIl Fantastico Mondo del FantasticoLunghezza (RM)

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IndirizzoVia della Tenuta del Cavaliere, 230, 00132 Roma RM Lunghezza, Roma, Roma Città
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