Biblioteca Goffredo Mameli
Ci sono luoghi di Roma che si raccontano da soli, perché hanno duemila anni di marmo addosso e una fila di autobus turistici davanti al portone. E poi ci sono luoghi come questo: una porta a vetri su una strada di periferia storica, un bancone, un timbro, un cartellino con gli orari, e dentro qualche decina di migliaia di libri che ogni giorno cambiano casa. La Biblioteca Goffredo Mameli appartiene alla seconda categoria, e proprio per questo mi interessa raccontarla per bene. Perché una biblioteca comunale non è un monumento: è un pezzo di infrastruttura civile. È il posto dove una città decide, concretamente e non a parole, se la cultura è un diritto o un lusso.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Faccio la guida a Roma da abbastanza tempo da sapere che la domanda più onesta che mi possano fare non è «che cosa c'è da vedere?», ma «che cosa c'è da capire?». Alla Biblioteca Goffredo Mameli non c'è nulla da vedere nel senso turistico del termine: nessun affresco, nessuna cripta, nessun biglietto da fare. C'è invece moltissimo da capire, e tre storie che si intrecciano in un modo che trovo quasi commovente: la storia di un quartiere nato dal nulla alla fine dell'Ottocento, la storia di un ragazzo genovese di ventun anni morto per la Repubblica Romana nel 1849, e la storia di un sistema bibliotecario pubblico che tiene insieme una città enorme e disordinata. Tre storie che sembrano non c'entrare niente l'una con l'altra, e che invece si incontrano esattamente qui, davanti a un banco del prestito.
Biblioteca Goffredo Mameli: dove si trova davvero, e perché l'indirizzo conta
Partiamo dall'unico dato su cui, per esperienza, si sbaglia praticamente sempre. Il nome trae in inganno. Goffredo Mameli è morto a Roma, sì, ma dall'altra parte della città: fu ferito sul Gianicolo e spirò all'ospizio della Trinità dei Pellegrini, nel cuore del centro storico, a pochi passi da Campo de' Fiori. Chi sente «Biblioteca Goffredo Mameli» pensa quasi automaticamente a Trastevere, al Gianicolo, al versante della città dove il ricordo del 1849 è scolpito nei busti e nei nomi delle strade. E sbaglia.
La Biblioteca Goffredo Mameli si trova in via del Pigneto 22, cap 00176, nel Municipio V di Roma Capitale. Siamo dunque nel Pigneto, l'area urbana che si distende a est di Porta Maggiore, appena fuori dalle Mura Aureliane, in quel triangolo compresso tra la via Prenestina, la via Casilina e la via di Acqua Bullicante. Nulla a che vedere con il colle dove Mameli fu colpito. Il nome è un atto di memoria, non un'indicazione topografica: una scelta che, come vedremo, ha una sua logica precisa e per niente casuale.
Il triangolo del Pigneto in tre vertici
Se volete visualizzare il quartiere senza mappa, tenetevi tre punti. Il primo vertice è piazzale Labicano, appena fuori Porta Maggiore, dove la Prenestina e la Casilina si separano come le braccia di una Y. Il secondo è largo Preneste, dove la Prenestina incontra via di Acqua Bullicante. Il terzo è piazza della Marranella, all'incrocio tra Acqua Bullicante e la Casilina. Tirate le tre linee e avete il Pigneto: un triangolo quasi isoscele, attraversato per il lungo dalla via del Pigneto, che zigzaga da piazza Caballini fino a circa metà di via di Acqua Bullicante. La Biblioteca Goffredo Mameli sta lì dentro, sulla strada principale, al civico 22.
Aggiungo una precisazione che ai romani stessi sfugge: il Pigneto non coincide con un solo quartiere ufficiale. La sua parte maggiore ricade nel Q. VII Prenestino-Labicano, una porzione minore nel Q. VI Tiburtino, e amministrativamente l'insieme rientra nella zona urbanistica 6A Torpignattara. È un dettaglio da burocrati, ma spiega perché quando si cerca «in che quartiere è il Pigneto?» si trovano risposte diverse e tutte, in parte, giuste. Il Pigneto è un'area urbana: un'entità che i romani riconoscono benissimo camminandoci dentro, e che le mappe amministrative faticano a contenere in una casella sola.
Un indirizzo che è già una lezione di storia urbana
Via del Pigneto: il nome viene dai pini. Non da un bosco, badate, ma da un filare. La famiglia Caballini aveva piantato una lunga fila di pini lungo il muraglione della settecentesca villa Serventi, e quel filare — il «pigneto» — ha dato il nome prima al luogo, poi alla strada, poi al quartiere intero, poi a un immaginario che oggi si estende ben oltre Roma. Trovo bellissimo che uno dei quartieri più letterari e cinematografici della città debba il proprio nome a un dettaglio di giardinaggio nobiliare del Settecento. È il tipo di continuità sotterranea che Roma produce senza sforzo e senza accorgersene.
Che cosa è, e che cosa non è, la Biblioteca Goffredo Mameli
Chiariamolo subito, perché è la fonte di gran parte degli equivoci. La Biblioteca Goffredo Mameli non è un museo. Non è una biblioteca storica di conservazione, non custodisce codici miniati, non ha una sala di lettura seicentesca da fotografare. È una biblioteca comunale di pubblica lettura: fa parte dell'Istituzione Biblioteche di Roma, l'ente strumentale di Roma Capitale che gestisce la rete delle biblioteche cittadine. Il suo mestiere è prestare libri, offrire posti per studiare, dare accesso a internet, organizzare incontri, e tenere aperta una porta.
Questo significa due cose molto pratiche. La prima: non si compra il biglietto, perché non c'è biglietto. L'accesso alla Biblioteca Goffredo Mameli è libero e gratuito, come in tutte le biblioteche del sistema capitolino. La seconda: le regole non sono quelle di un museo ma quelle di un luogo di lavoro condiviso. Si parla piano, si spengono le suonerie, si rispettano gli spazi altrui, e chi arriva presto trova posto. Sono regole banali, ma è sorprendente quanti visitatori occasionali non le abbiano in testa.
I numeri identificativi, per chi ama la precisione
Per chi lavora con i cataloghi, la Biblioteca Goffredo Mameli ha i suoi codici nel Servizio Bibliotecario Nazionale: RMBF1 e RM0623. Sembrano sigle aride e invece raccontano qualcosa: significano che i libri di questa biblioteca di quartiere sono censiti nello stesso sistema nazionale che descrive i fondi delle grandi biblioteche universitarie e statali. Un volume prestato in via del Pigneto ha la stessa dignità catalografica di un volume conservato in una sala nobile. È una forma di democrazia bibliografica di cui parla poco, e che invece è uno dei risultati più solidi della cultura biblioteconomica italiana del secondo Novecento.
I contatti
Il telefono della Biblioteca Goffredo Mameli è lo 06 45460541; l'indirizzo di posta elettronica è goffredomameli@bibliotechediroma.it. Esiste anche un recapito dedicato ai servizi di prestito interbibliotecario, ill.goffredomameli@bibliotechediroma.it, dove ILL sta per interlibrary loan: serve a chiedere volumi che qui non ci sono e che arrivano da altre biblioteche. La responsabile della sede è Daniela Ukmar. Consiglio sempre di telefonare prima di presentarsi per qualcosa di specifico: le biblioteche pubbliche vivono di orari che possono cambiare, di chiusure per lavori, di eventi che occupano temporaneamente le sale.
Come arrivare alla Biblioteca Goffredo Mameli senza finire dall'altra parte di Roma
La prima regola è quella che ho già dato: non andate al Gianicolo. La seconda è che il Pigneto, negli ultimi anni, è diventato molto più semplice da raggiungere di quanto fosse un tempo, e questo ha cambiato la fisionomia del quartiere in modo profondo.
Con la metropolitana
La linea C ha portato la metropolitana dentro un quadrante che per un secolo si è mosso solo su tram, treni locali e autobus. Le fermate di riferimento per la zona sono Pigneto e Malatesta. È un cambiamento enorme nella vita quotidiana del quartiere: significa che uno studente che abita a Centocelle o a Torre Maura può arrivare alla Biblioteca Goffredo Mameli in un tempo ragionevole e prevedibile, cosa che vent'anni fa non era affatto scontata.
Con la ferrovia urbana
Esiste poi una piccola meraviglia ferroviaria che ai romani sembra normale e ai visitatori sembra un sogno: la Roma-Giardinetti, l'ultimo troncone superstite della vecchia ferrovia a scartamento ridotto per i Castelli. Corre a filo di strada lungo la Casilina, con fermate come Porta Maggiore, Alessi, Ponte Casilino, Sant'Elena e Villini. È lenta, è rumorosa, è anacronistica, ed è una delle esperienze più autenticamente romane che si possano fare senza pagare nulla di più di un biglietto urbano. Se avete tempo, arrivate alla Biblioteca Goffredo Mameli così: capirete il quartiere prima ancora di scendere.
A piedi da Porta Maggiore
Il mio consiglio, però, è di arrivarci a piedi da Porta Maggiore. Sono una ventina di minuti di camminata, e sono venti minuti che valgono un capitolo di storia romana. Si parte da uno dei punti più densi della città antica — la porta claudia del 52 d.C., gli acquedotti sovrapposti, il sepolcro del fornaio Eurisace — e in pochi passi si entra in un tessuto urbano di case basse, villini, cortili e officine nato tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento. Non esiste modo migliore per capire che cos'è il Pigneto, e dunque per capire che cosa ci fa lì la Biblioteca Goffredo Mameli.
Il Pigneto attorno alla Biblioteca Goffredo Mameli: nascita di un quartiere
Il toponimo «Pigneto» è attestato già nel XVII secolo, ma allora indicava tutt'altro: una campagna suburbana di orti, vigne e ville, fuori le mura, dove i romani andavano a fare quello che si faceva fuori porta, cioè mangiare, bere e prendere aria. Il quartiere come lo conosciamo comincia a formarsi a partire dal 1870, cioè esattamente dall'anno in cui Roma diventa capitale del Regno d'Italia e si mette a crescere in modo convulso.
Non nasce come piano regolatore: nasce come somma di insediamenti separati che a poco a poco si toccano. C'erano il Prenestino, il Torrione, la borgata Galliano, l'Acqua Bullicante, la borgata Marranella, il Casilino. Ognuno con la sua identità, i suoi mestieri, la sua parrocchia. Il Pigneto vero e proprio stava al centro di questo perimetro, e finì per dare il nome all'intero triangolo. È un modo di crescere tipicamente romano: per aggregazione di frammenti, non per disegno.
Il deposito dei tram a cavalli
Un dettaglio che adoro raccontare quando accompagno qualcuno da queste parti. In piazza Caballini si trova l'accesso al primo deposito per omnibus e tram — entrambi a trazione animale — realizzato dalla Società Romana Tramways Omnibus tra il 1886 e il 1891, fuori dalle Mura Aureliane. Nel 1904, con l'abbandono dei mezzi a cavalli e l'elettrificazione della rete, diventa esclusivamente tranviario. Traduzione: il Pigneto è nato attaccato ai trasporti pubblici. Prima ancora di essere un quartiere di case, era un quartiere di rimesse, di stalle, di officine per la manutenzione dei mezzi. La sua identità operaia non è un'etichetta ideologica applicata a posteriori: è una conseguenza materiale di dove sono stati messi i depositi.
Le fabbriche
E poi ci sono gli stabilimenti, che nel raggio di pochi minuti dalla Biblioteca Goffredo Mameli hanno lasciato tracce imponenti. L'ex Pastificio Pantanella, sulla Casilina, nasce nel 1871 come impianto per la macinazione dei cereali della ditta Ducco e Valle; nel 1929 vi si trasferisce la Società molini e pastificio Pantanella; danneggiato dalla guerra, viene ricostruito nel 1950, abbandonato negli anni Settanta e trasformato in complesso residenziale nel 2001. L'ex Istituto farmaceutico Serono, sulla Casilina all'angolo con piazza del Pigneto, viene costruito tra il 1906 e il 1909 e inaugurato il 22 marzo 1909 alla presenza del suo fondatore, il chimico farmacista Cesare Serono; dismessa l'attività industriale, l'edificio è diventato un albergo nel 2010. E infine l'ex fabbrica SNIA Viscosa sulla Prenestina, impianto per la produzione di rayon nato come CISA Viscosa nel 1923 e attivo fino al 1954.
Tre fabbriche, tre destini diversi: appartamenti, hotel, parco pubblico. Il Pigneto è un manuale a cielo aperto di che cosa succede alla città quando l'industria se ne va. E la Biblioteca Goffredo Mameli, in mezzo a questa metamorfosi, è uno dei pochi presidi pubblici che non ha cambiato mestiere.
Il lago che non doveva esistere, vicino alla Biblioteca Goffredo Mameli
Merita un capitolo a parte la vicenda dell'area ex SNIA Viscosa, oggi parco delle Energie, perché è una delle storie urbane più straordinarie della Roma contemporanea e succede a pochi minuti dalla Biblioteca Goffredo Mameli.
La fabbrica di rayon apre nel 1923 e chiude nel 1954. Decenni dopo, sull'area dismessa si avvia un cantiere edilizio. Gli scavi intercettano una falda acquifera e l'acqua comincia a salire. Non si ferma. Al posto delle fondazioni previste si forma uno specchio d'acqua permanente: il lago ex SNIA. Un lago non progettato, non voluto, nato da un errore di calcolo idrogeologico, che nel giro di pochi anni si popola di canneti, anatre, aironi, e diventa uno degli ecosistemi urbani più singolari d'Italia.
Intorno a quel lago si è costruita una delle vertenze civiche più tenaci del quartiere, portata avanti per anni da comitati di abitanti che hanno rivendicato l'uso pubblico dell'area. È il tipo di storia che spiega meglio di qualsiasi saggio che cosa significhi «quartiere attivo»: non una formula di marketing immobiliare, ma persone che passano decenni a presidiare un pezzo di terra. Quando dico che la Biblioteca Goffredo Mameli sta dentro un tessuto sociale vivo, penso anche a questo.
Chi era Goffredo Mameli, il ragazzo che dà il nome alla Biblioteca Goffredo Mameli
Adesso lasciamo il Pigneto e andiamo a Genova, nel 1827. Perché il nome della Biblioteca Goffredo Mameli non è un'etichetta neutra: è un pezzo di storia italiana che vale la pena di conoscere per intero, e non nella versione da sussidiario.
Goffredo Mameli dei Mannelli nasce a Genova il 5 settembre 1827, nel sestiere del Molo, al civico 30 di via San Bernardo. Il Regno di Sardegna. La madre è Adelaide — Adele — Zoagli (1805-1884), primogenita del marchese Nicolò Zoagli e di una Lomellini: aristocrazia genovese di antico rango. Il padre è Giorgio Mameli, uomo di mare che si era imbarcato giovanissimo e aveva fatto tutta la carriera dal basso, da marinaio ad ammiraglio, per poi essere eletto deputato al parlamento sardo a Torino per tre legislature. Un trisavolo, Giommaria Mameli (1675-1751), era stato notaio a Tortolì, in Ogliastra, e l'imperatore Carlo VI d'Asburgo lo aveva nobilitato, facendone il proprio console alla corte sabauda e poi segretario particolare onorario.
Tengo a questi dettagli perché smontano un'immagine consolatoria. Mameli non era un ragazzo del popolo che imbraccia il fucile: era un figlio della migliore borghesia-aristocrazia ligure, con un padre alto ufficiale e parlamentare. Scelse la rivoluzione avendo tutto da perdere. È una cosa diversa, ed è più interessante.
Gli studi e i primi versi
Studia prima nelle Scuole Pie di Genova, poi nel collegio di Carcare, in provincia di Savona. Il talento letterario si vede subito: compone versi di gusto romantico con titoli che oggi ci fanno sorridere per la loro solennità adolescenziale — Il giovine crociato, L'amore, Il sogno della vergine, La vergine e l'amante. Sono esercizi, ma sono esercizi di un ragazzo che a diciotto anni maneggia il verso con una sicurezza fuori dal comune.
Settembre 1846: il tricolore
La svolta arriva nel settembre 1846. Genova celebra il centenario della cacciata degli austriaci del 1746 — l'episodio del Balilla, la rivolta del quartiere di Portoria — e Mameli, non ancora diciannovenne, è alla testa delle manifestazioni ed espone il tricolore. Da quel momento la sua poesia cambia registro: nascono i canti politici e militari, Ai fratelli Bandiera, Dante e l'Italia, e più tardi Dio e il popolo, che piacque molto a Carducci.
Il Canto degli Italiani: come nasce l'inno che porta il nome di Mameli
Nel 1847 Goffredo Mameli ha vent'anni e scrive il testo che gli sopravviverà di quasi due secoli. Sulla data esatta le fonti litigano: alcuni indicano il 10 settembre 1847, altri l'8 settembre. Tra i sostenitori dell'8 settembre c'è Giosuè Carducci, che legò la composizione a un primo moto genovese per le riforme e per la guardia civica, e che definì il testo «l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e su tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49».
Il viaggio del manoscritto
Mameli scarta l'idea di adattare i suoi versi a musiche già esistenti. Il 10 novembre 1847 spedisce il testo a Torino perché lo metta in musica un altro genovese, il compositore Michele Novaro (1818-1885), che in quel momento si trovava in casa del patriota Lorenzo Valerio. Novaro ne rimase folgorato e compose la melodia la sera stessa.
Le correzioni che raccontano la fretta
Il manoscritto originale conserva le tracce dell'eccitazione con cui fu vergato: Mameli scrisse «Ilia» invece di «Italia» e «chiamo» invece di «chiamò». Il ritornello, nella prima stesura, cominciava con «Siam stretti a coorte», corretto subito dallo stesso Mameli appena sopra la riga in «Stringiamgi a coorte», e solo in seguito rettificato nel definitivo e ortograficamente corretto «Stringiamci a coorte». Il primo verso, poi, non era «Fratelli d'Italia»: era «Evviva l'Italia». Mameli lo cambiò prima di spedire il foglio a Novaro. Fu Novaro, dal canto suo, ad aggiungere quel «Sì!» finale al ritornello che ancora oggi tutti gridiamo negli stadi senza sapere che è un'aggiunta del musicista.
Trovo che questo sia uno dei dettagli più belli della storia culturale italiana. L'inno nazionale non è nato perfetto e monumentale: è nato con gli errori di ortografia di un ventenne di fretta, ed è diventato quello che è passando per la matita di un altro genovese che aggiunge un'esclamazione.
Il debutto pubblico
Il 10 dicembre 1847, sul piazzale del santuario di Nostra Signora di Loreto nel quartiere genovese di Oregina, il Canto degli Italiani viene presentato alla cittadinanza in occasione della commemorazione del centenario della rivolta di Portoria. Lo esegue la Filarmonica Sestrese, allora banda municipale di Sestri Ponente, davanti a una parte dei circa trentamila patrioti convenuti a Genova per la manifestazione.
La reazione delle autorità dice tutto. Essendo il suo autore un mazziniano notorio, il brano fu proibito dalla polizia sabauda fino al marzo 1848; la polizia austriaca ne perseguì l'esecuzione come reato politico fino alla fine della Prima guerra mondiale. Cantare quei versi, per settant'anni, poteva costarvi caro.
Dove sono gli autografi
Per i pignoli, e io lo sono: gli autografi di Mameli superstiti sono due. Il primo, quello della prima stesura, è all'Istituto mazziniano di Genova; il secondo, datato 10 novembre 1847 e spedito a Novaro, è al Museo del Risorgimento di Torino. Gli autografi della partitura di Novaro sono tre: uno a Torino, dedicato «Alla mia diletta città di Torino»; uno a Genova, databile al 1849; uno a Milano, quello inviato all'editore Francesco Lucca il 27 ottobre 1859.
Le critiche di Mazzini
Chi crede che l'inno sia stato accolto da un entusiasmo unanime resterà deluso. Le prime critiche vennero proprio da Giuseppe Mazzini, che giudicava la musica di Novaro troppo poco marziale e non amava neppure il testo. Nel 1848 commissionò a Mameli un canto nuovo, Suona la tromba, e ne affidò la musica nientemeno che a Giuseppe Verdi. Il risultato, però, non ottenne i favori nemmeno di Mazzini. La storia, come spesso accade, ha dato ragione al testo scartato dai critici e non a quello commissionato dai capi.
Dal 1946 al 2017
Il Canto degli Italiani fu adottato come inno nazionale provvisorio della Repubblica Italiana nel 1946. Provvisorio: e tale rimase, con una tenacia tutta italiana, per settant'anni. Solo nel 2017 una legge lo ha riconosciuto ufficialmente come inno nazionale della Repubblica. Ci abbiamo messo un secolo e settanta anni dalla scrittura per metterlo nero su bianco. Anche questo, se vogliamo, è un tratto nazionale.
Il 1848 di Goffredo Mameli, tra Milano e la direzione di un giornale
Chi si ferma all'inno perde il pezzo più interessante della biografia. Mameli non è stato un poeta che scriveva versi patriottici dalla scrivania: è stato un organizzatore, un combattente e un giornalista, tutto nell'arco di ventiquattro mesi.
Nel marzo 1848, quando Milano insorge nelle Cinque giornate, Mameli è tra gli organizzatori di una spedizione di trecento volontari partiti in soccorso di Nino Bixio. Per quell'impresa viene arruolato nell'esercito di Giuseppe Garibaldi con il grado di capitano. Ha vent'anni.
Dopo il fallimento dei moti milanesi e la firma dell'armistizio Salasco, torna a Genova e pubblica per protesta l'Inno militare composto su invito di Mazzini e musicato da Verdi. Contemporaneamente assume la direzione del giornale Il Diario del Popolo, dal 16 ottobre 1848. Un ventunenne che dirige un quotidiano politico in una delle città più turbolente d'Europa: converrete che il ritratto del «poeta dell'inno» è un po' riduttivo.
La chiamata di Roma
Nel novembre 1848 Roma esplode. Viene ucciso Pellegrino Rossi, ministro di Pio IX, e il papa fugge da Roma rifugiandosi a Gaeta. Mameli, appena ha notizia delle sommosse, si mette in viaggio. Aderisce al comitato romano dell'associazione nata per promuovere la convocazione di una costituente nazionale, secondo i dettami politici mazziniani. Nel gennaio 1849, all'interno della Giunta Provvisoria di Governo, si occupa soprattutto di organizzazione militare.
«Roma! Repubblica! Venite!»: la Repubblica Romana e il nome della Biblioteca Goffredo Mameli
Il 9 febbraio 1849 l'Assemblea Costituente proclama la Repubblica Romana. È il momento in cui Mameli invia a Mazzini, che si trova ancora lontano, il dispaccio più famoso del Risorgimento italiano, tre parole e tre punti esclamativi: «Roma! Repubblica! Venite!».
Mi fermo un secondo su questa frase, perché è un capolavoro di scrittura politica. Non c'è un aggettivo, non c'è una subordinata, non c'è retorica. Tre sostantivi e un imperativo. Un ventunenne che ha diretto un giornale sa perfettamente che cosa sta facendo: sta scrivendo un titolo. È la stessa mano che aveva sostituito «Evviva l'Italia» con «Fratelli d'Italia» perché il secondo suonava meglio del primo. Mameli aveva orecchio, e l'orecchio in politica conta quanto le idee.
Che cosa fu davvero la Repubblica Romana del 1849
Vale la pena ricordare, perché a scuola si liquida in tre righe, che quella Repubblica durò pochi mesi e produsse una Costituzione che era la più avanzata d'Europa: aboliva la pena di morte, garantiva la libertà di culto, separava potere temporale e potere spirituale. Fu approvata il 3 luglio 1849, cioè il giorno stesso in cui i francesi entravano in città. Un documento nato già postumo, e proprio per questo diventato leggenda.
A Roma accorsero volontari da tutta la penisola: il genovese Goffredo Mameli, i varesini Enrico Dandolo ed Emilio Morosini, il milanese Luciano Manara con i suoi bersaglieri lombardi. Non erano romani. Erano ragazzi del Nord che scelsero di andare a morire per una repubblica al centro dell'Italia, in nome di un'Italia che ancora non esisteva. È il fatto storico che più mi colpisce del 1849, e che rende il nome della Biblioteca Goffredo Mameli qualcosa di più di una targa.
Il Gianicolo, giugno 1849: la battaglia in cui Mameli fu ferito
Per capire perché Mameli morì a Roma bisogna capire perché la difesa della città si giocò tutta su un colle. Roma, nel 1849, non era una piazzaforte moderna. A sud, a est e a nord era ancora circondata dalle Mura Aureliane, in gran parte costruite tra il III e il VI secolo e rinforzate nel Cinquecento, verso Porta San Sebastiano, dai bastioni di Antonio da Sangallo il Giovane. Il tratto più moderno era quello occidentale: le mura gianicolensi, che da Porta Portese salivano fino a congiungersi con le mura vaticane, cingendo il colle.
Il problema era balistico. Con l'artiglieria ottocentesca, chi teneva la cima del Gianicolo poteva bombardare comodamente la città sottostante. Chiunque volesse prendere Roma doveva prendere il Gianicolo; e per tenere il Gianicolo non bastava presidiare le mura, perché il terreno esterno era in gran parte alla stessa quota delle fortificazioni e alcune ville superavano in altimetria perfino Porta San Pancrazio. Bisognava dunque tenere anche i capisaldi esterni: Villa Doria Pamphilj, Villa Corsini (il cosiddetto Casino dei Quattro Venti), la Villa del Vascello.
Le quattro invasioni
Contro la Repubblica Romana si mossero quattro eserciti. Il primo fu quello francese: il 24 aprile 1849 Luigi Napoleone fece sbarcare a Civitavecchia un corpo di spedizione guidato dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot, che tentò l'assalto a Roma il 30 aprile e fu malamente sconfitto, ripiegando a Civitavecchia e chiedendo rinforzi. Il secondo fu Ferdinando II delle Due Sicilie, che inviò 8.500 uomini con cinquantadue cannoni e cavalleria: furono battuti da Garibaldi nella battaglia di Palestrina il 9 maggio. Il terzo fu l'Austria di Radetzky, che prese Livorno l'11 maggio, Bologna il 15, Firenze il 25. Il quarto, un corpo spagnolo di novemila uomini, arrivò a Gaeta troppo tardi per contare qualcosa e fu dirottato in Umbria.
Mameli combatté a Palestrina il 9 maggio e a Velletri il 19 maggio, ed era diventato aiutante di Garibaldi. Poi si batté nella difesa di Villa del Vascello sul Gianicolo.
La notte tra il 2 e il 3 giugno
Qui la storia diventa sgradevole, e va raccontata per intero. Il 1º giugno il generale Roselli riceve una lettera firmata da Oudinot che fissa la ripresa delle ostilità alla mattina del 4 giugno: «io differisco l'attacco della piazza sino a lunedì mattina per lo meno», scriveva il francese, motivando il rinvio con la necessità di dare ai connazionali che volessero lasciare Roma la possibilità di farlo.
Alle tre del mattino del 3 giugno, poco prima dell'alba, la colonna del generale Mollière, affiancata da una seconda colonna condotta da Levaillant, fece saltare alcune mine nel recinto di Villa Doria Pamphilj, sorprendendo i difensori. Da lì proseguì contro Villa Corsini, dove si erano rifugiati circa duecento fuggitivi del primo caposaldo insieme a pochi bersaglieri del Pietramellara e al battaglione del Galletti. Dopo tre ore di combattimenti tutte le forze romane dovettero ripiegare sulla Villa del Vascello.
Il rinvio al 4 giugno, insomma, era stato uno stratagemma. Il generale Roselli era addirittura passato in visita ai presidi il 2 giugno rassicurando i difensori sull'impossibilità di un attacco prima del 4. Furono sorpresi nel sonno.
Sedici ore di assalti
Garibaldi fu pronto verso le cinque del mattino, quando ormai le ville erano perdute. Portò le sue forze a Porta San Pancrazio e ordinò l'assalto a Villa Corsini, consapevole che senza quell'edificio la difesa del Gianicolo era compromessa. La riprese verso le 7:30, la perse, la riprese, la perse ancora nel giro di un'ora. Nelle sue Memorie il racconto è secco: «Fu sonata la carica, e la villa Corsini fu ripresa. Se non che, era appena trascorso un quarto d'ora e l'avevamo di nuovo perduta; ora ci costava un sangue prezioso. Masina, come già narrai, era ferito al braccio, Nino Bixio aveva ricevuto una palla nel fianco, Daverio era ucciso».
Verso le nove arrivarono i bersaglieri lombardi di Luciano Manara, che nelle prime ore concitate avevano ricevuto ordini contraddittori. Occuparono casa Giacometti per fornire copertura, assaltarono villa Valentini e poi villa Corsini, senza riuscire a impadronirsene. Un assalto successivo, appoggiato dai pezzi d'artiglieria collocati al Vascello, sembrò dare più speranze: molti romani seguirono i volontari, galvanizzati da uno spettacolo che dalle mura si vedeva benissimo. Ma oltre la villa l'artiglieria francese era fortissima e ben piazzata: spazzò la posizione appena conquistata e costrinse alla fuga. In quell'assalto morì Angelo Masina.
L'ultimo tentativo del tardo pomeriggio
Poi venne l'ultimo attacco, quello del tardo pomeriggio: velleitario, infruttuoso, condotto ormai per disperazione più che per calcolo. In quell'assalto furono feriti Emilio Dandolo e Goffredo Mameli. Il proiettile — o la baionetta, come vedremo — prese Mameli alla gamba sinistra.
Il bilancio della giornata è impietoso. Garibaldi ebbe a disposizione, mai tutti insieme, circa seimila uomini contro sedicimila ben schierati e provvisti di artiglieria sovrabbondante. Dopo sedici ore di combattimenti, i francesi si fortificavano alla Pamphilj e alla Corsini, i romani restavano attestati quasi soltanto al Vascello. I difensori persero almeno settecento uomini: cinquecento tra morti e feriti nella Legione Italiana di Garibaldi, duecento tra i bersaglieri di Manara. Oudinot ne perse tra i 250 e i 400, più una quindicina di ufficiali.
La versione discussa del ferimento
Di quel ferimento circolano due versioni, e l'onestà impone di riportarle entrambe. Secondo la prima, Mameli sarebbe stato colpito per errore dalla baionetta di un commilitone nella confusione dell'assalto. Secondo la seconda, più diffusa e più accreditata, sarebbe stato raggiunto da una fucilata francese. Non abbiamo modo di stabilirlo con certezza. In entrambi i casi il risultato non cambia: una ferita alla gamba sinistra in un giorno in cui la medicina non sapeva ancora nulla di antisepsi.
Trinità dei Pellegrini: le ultime cinque settimane di Goffredo Mameli
Trasportato dai compagni all'ospizio della Trinità dei Pellegrini, Mameli fu visitato e curato dal medico Pietro Maestri. Le condizioni apparvero subito gravissime. Maestri le descrisse così, in una lettera ad Agostino Bertani: «Ferito il giorno 3 giugno nei primi momenti dell'azione, fu portato all'ospedale privo di sensi. Io lo vidi dopo tre ore circa, in uno stato quasi di stupefazione. Non era bene in sé stesso e cadeva in gravi e frequenti deliqui. Pallido e sparuto nel volto, quasi avesse sofferto più mesi di malattia: nei pochi momenti in cui non gli mancava la coscienza di sé accusava dolori spasmodici in conseguenza della ferita».
La gangrena
Il problema vero non fu la ferita ma l'infezione. Maestri osservò la gangrena dopo quattro giorni. Quando Agostino Bertani vide per la prima volta la gamba, il 19 giugno, la gangrena era arrivata a quattro dita sotto il ginocchio. Dopo un consulto tra medici si decise di amputare. L'intervento fu eseguito dal chirurgo Paolo Maria Baroni e giudicato ben riuscito da Bertani, vista la modesta perdita di sangue e la corretta chiusura del moncone.
Ma non c'era nulla da fare contro la setticemia. Nel 1849 mancavano quasi vent'anni all'antisepsi di Lister e quasi un secolo agli antibiotici. Un ragazzo di ventun anni con una gamba infetta era, semplicemente, un ragazzo condannato.
6 luglio 1849, ore 7:30
Goffredo Mameli morì il 6 luglio 1849 alle 7:30 del mattino, a ventun anni, nell'ospizio di Trinità dei Pellegrini. Bertani annotò nel proprio diario: «Il dì 6 luglio, alle sette e mezzo di mattina, cantando, quasi conscio di sé, attendendo che gli passasse quell'accesso nervoso come lo chiamava, ebbe pochi momenti di agonia». Nino Bixio registrò l'ora esatta con parole ancora più asciutte: «Alle 7 e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849 spirava in Roma all'ospedale della Trinità de' Pellegrini la grande anima di Goffredo Mameli».
Il padre, il contrammiraglio Giorgio Mameli, accorse da Genova al capezzale del figlio. Arrivò troppo tardi.
C'è un dettaglio che mi ferma sempre, in questa storia: la Repubblica per cui Mameli era morto era già caduta. I francesi erano entrati in città il 3 luglio. Mameli morì tre giorni dopo, in una Roma occupata, dentro un ospizio del centro storico. Non seppe mai che cosa fosse successo alla fine, o forse lo seppe e non poté farci nulla, che è peggio.
Dove riposa oggi l'uomo a cui è intitolata la Biblioteca Goffredo Mameli
Le spoglie di Mameli hanno viaggiato più di quanto abbia viaggiato lui da vivo. Fu sepolto dapprima nella chiesa di Santa Maria in Monticelli, poi nei sotterranei della chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco. Dopo la presa di Porta Pia del 1870 la salma fu ritrovata e trasportata al Cimitero del Verano, dove ancora oggi si trova il suo monumento funebre, un cenotafio nel grande cimitero monumentale di Roma. Infine, nel 1941, le sue spoglie furono traslate al Mausoleo Ossario Garibaldino sul Gianicolo, dove riposano.
Il Mausoleo Ossario Garibaldino
Vale la pena spiegare che cos'è quel mausoleo, perché è uno dei luoghi meno visitati e più densi di Roma. Sorge sul colle dove tra il 30 aprile e i primi giorni del luglio 1849 si consumò l'ultima difesa della Repubblica Romana, e raccoglie i resti dei caduti nelle battaglie per Roma capitale dal 1849 al 1870.
La vicenda comincia subito dopo Porta Pia. Un comitato presieduto da Menotti Garibaldi, con l'appoggio del padre, si mise a cercare le ossa dei caduti, sparse tra il Verano, i luoghi delle battaglie presso le Mura, Villa Borghese, la Giustiniana e alcune vigne tra San Pancrazio e Porta Maggiore. La proposta di legge fu presentata dal deputato Cairoli e dichiarata d'urgenza dal deputato Avezzana; la legge n. 4936 fu approvata il 22 giugno 1879 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 28 giugno. Il testo autorizzava il Governo «a concedere che siano raccolte sul Gianicolo le ossa di coloro che combattendo morirono per la difesa del 1849 o furono passati alle armi dopo la resa della città, o caddero per la liberazione del 1870». Le prime tumulazioni avvennero nello stesso 1879, altre nel 1884.
Il mausoleo che si vede oggi è invece degli anni Trenta: progettato e costruito dall'architetto Giovanni Jacobucci (1895-1970) per volontà della Società Reduci delle patrie battaglie su proposta di Ezio Garibaldi, fu inaugurato il 3 novembre 1941 dopo due anni di lavori. È un'ara circondata da un quadriportico in travertino, con tre archi a tutto sesto per lato e senza copertura. L'ara è ricavata da un unico blocco di granito rosso di Baveno, dal Lago Maggiore, e porta figurazioni allegoriche di gusto romano antico: la lupa capitolina con il cartiglio S.P.Q.R., l'aquila imperiale, teste leonine, gladi, scudi e insegne legionarie. È un modo esplicito di dire che la Repubblica Romana del 1849 si richiamava all'antica Repubblica Romana.
Sui piedistalli sono ricordate le battaglie: 1849 Vascello, San Pancrazio, Palestrina, Velletri, Monti Parioli, Villa Spada; 1862 Aspromonte; 1867 Monterotondo, Mentana, Villa Glori, Casa Ajani; 1870 Porta Pia, San Pancrazio. Sull'attico della facciata principale è scolpito «Ai caduti per Roma 1849-1870» e il motto «Roma o morte». Agli angoli, pilastri monolitici di travertino sorreggono bracieri bronzei decorati con teste di lupa, che vengono ancora accesi durante le cerimonie ufficiali.
Il busto sul Gianicolo
Sul Gianicolo c'è anche un busto di Goffredo Mameli, uno dei tanti che affiancano il grande monumento equestre a Garibaldi lungo il viale. Se ci passate, fermatevi a guardarlo con l'occhio giusto: sotto quel bronzo ottocentesco c'è un ragazzo che a ventun anni aveva già scritto l'inno nazionale, diretto un giornale, comandato uomini in battaglia ed era morto. Non è una statua: è un curriculum interrotto.
Il museo a Porta San Pancrazio
Se questa storia vi ha preso, esiste il posto giusto dove approfondirla: il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, ospitato dentro Porta San Pancrazio, nel rione Trastevere, sul teatro esatto degli scontri del 1849. Fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma Capitale e fu inaugurato il 17 marzo 2011 dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del 150º anniversario dell'Unità d'Italia. È un museo piccolo e ben fatto: la visita richiede un'ora e restituisce il senso di quelle settimane meglio di qualsiasi manuale.
Perché una biblioteca del Pigneto porta il nome di Goffredo Mameli
A questo punto la domanda è legittima: che c'entra un patriota genovese morto nel centro storico con una biblioteca di quartiere alla periferia est?
La risposta sta nella grammatica toponomastica italiana. Nell'Italia post-unitaria e poi repubblicana, intitolare strade, scuole e biblioteche ai protagonisti del Risorgimento è stato uno dei modi con cui lo Stato ha costruito un'identità nazionale condivisa. Non serviva che ci fosse un legame geografico: serviva che ci fosse un legame simbolico. E il Pigneto, quartiere popolare e antifascista, con una tradizione operaia e una memoria resistenziale fortissima, è esattamente il tipo di luogo in cui l'intitolazione a un mazziniano repubblicano morto a ventun anni per una Repubblica ha un senso politico e non solo decorativo.
C'è poi una coerenza più sottile, e la trovo la più bella. Mameli era un ragazzo che credeva che la parola scritta fosse un'arma. Scriveva versi, dirigeva giornali, e considerava la diffusione delle idee un atto rivoluzionario. Una biblioteca pubblica gratuita, dove chiunque può entrare senza pagare e portarsi a casa i libri, è la forma più pacifica e più duratura della stessa convinzione. La Biblioteca Goffredo Mameli non celebra il combattente: celebra lo scrittore che pensava che leggere cambiasse le persone.
Chi può entrare alla Biblioteca Goffredo Mameli, e come funziona l'iscrizione
Torniamo al presente e alle cose pratiche, perché è qui che si annidano i malintesi più comuni. Molti visitatori — soprattutto stranieri, ma anche parecchi romani — danno per scontato che una biblioteca comunale sia riservata ai residenti, o agli studenti, o a chi ha qualche titolo particolare. Non è così.
L'ingresso alla Biblioteca Goffredo Mameli è libero e gratuito per chiunque. Si può entrare, sedersi, consultare i volumi a scaffale aperto, leggere un giornale, usare la sala studio. Non serve tessera per entrare: la tessera serve per portare i libri a casa.
La Bibliocard
L'iscrizione al sistema delle Biblioteche di Roma avviene attraverso la Bibliocard. La registrazione base è gratuita, si può effettuare online tramite il portale del sistema oppure allo sportello di una qualsiasi biblioteca della rete, e ha validità di un anno. Con essa si accede ai servizi collegati offerti dalle biblioteche cittadine: prestito, prenotazioni, spazio personale online, wi-fi.
Esiste poi una Bibliocard plus, acquistabile online dopo l'iscrizione e il primo accesso al proprio spazio personale, che comporta il pagamento di una quota associativa annuale e dà diritto a ulteriori servizi e agevolazioni — sconti e convenzioni su teatri, eventi e negozi convenzionati. È una card facoltativa: nessuno è obbligato a prenderla, e tutti i servizi essenziali della Biblioteca Goffredo Mameli restano accessibili con la sola iscrizione gratuita.
Che documenti servono
Per l'iscrizione servono i dati anagrafici, il codice fiscale e gli estremi di un documento d'identità. Per i minori si compila il modulo con i dati del minore e i recapiti del genitore o tutore, indicando anche gli estremi del documento di quest'ultimo. È una procedura di dieci minuti, non un concorso pubblico, ma tenete conto che il personale deve verificare i dati e che nelle ore di punta si fa la fila.
Il consiglio che do sempre
Se siete a Roma per qualche mese — uno studente Erasmus, un ricercatore, un lavoratore in trasferta — iscrivetevi il primo giorno utile. La tessera è unica per tutto il sistema: significa che vi iscrivete una volta e potete prendere e restituire libri in qualunque biblioteca della rete capitolina. Quasi nessuno lo sa, ed è probabilmente il miglior affare culturale disponibile in questa città.
Il prestito alla Biblioteca Goffredo Mameli: come funziona davvero
Il prestito è il cuore del mestiere. Alla Biblioteca Goffredo Mameli funziona su tre livelli, che vale la pena distinguere perché molti utenti conoscono solo il primo.
Prestito locale
È quello ovvio: prendo un libro dagli scaffali di questa biblioteca, lo porto a casa, lo riporto entro la scadenza. Il sistema capitolino lavora largamente a scaffale aperto, il che significa che potete girare tra i settori, sfogliare, cambiare idea. È una libertà che le biblioteche di conservazione non concedono e che cambia completamente l'esperienza: si scopre per contiguità, si trova quello che non si cercava.
Prestito intersistemico
È il livello che rende il sistema una vera rete. Se il volume che vi serve non è alla Biblioteca Goffredo Mameli ma sta in un'altra biblioteca comunale di Roma, potete chiederne il trasferimento: il libro viaggia e lo ritirate qui. Non dovete attraversare la città: attraversa lui. Questo servizio, banale a dirsi, è ciò che trasforma decine di biblioteche di quartiere in un'unica grande biblioteca distribuita su un territorio enorme.
Prestito interbibliotecario
Il terzo livello, l'interlibrary loan, esce dai confini comunali: si richiedono volumi ad altre biblioteche italiane, e in certi casi si ottengono riproduzioni di articoli. Per questo esiste l'indirizzo dedicato ill.goffredomameli@bibliotechediroma.it. È un servizio che richiede tempo e che ha regole proprie, ma è la porta d'ingresso a un patrimonio nazionale intero da un banco di via del Pigneto. Se state facendo una tesi e vi serve un volume introvabile, chiedete: è esattamente il caso per cui il servizio esiste.
Le regole non scritte del prestito
Da frequentatore vi dico le cose che non stanno nei regolamenti. Primo: rispettate le scadenze, perché i ritardi bloccano la catena e penalizzano chi ha prenotato dopo di voi. Secondo: se avete finito prima, riportate prima, non tenete il libro sul comodino per principio. Terzo: se un volume vi serve e risulta in prestito, prenotatelo invece di tornare a controllare ogni settimana. Quarto: i suggerimenti d'acquisto esistono e vengono letti. Se un libro importante manca, segnalatelo. Le collezioni delle biblioteche pubbliche si costruiscono anche così, dal basso.
La sala studio della Biblioteca Goffredo Mameli: quarantotto posti e un'etica
Uno dei servizi più richiesti, e uno dei più fraintesi. La Biblioteca Goffredo Mameli dispone di uno spazio di sala studio e coworking con 48 posti interni e 40 posti aperti. Sono numeri che vanno letti bene: in un quartiere densamente abitato, con molti studenti fuori sede e molti lavoratori autonomi, ottantotto sedute complessive sono una risorsa contesa.
Come ci si comporta
Prima regola: si arriva presto. Nelle settimane di sessione d'esame — gennaio-febbraio, giugno-luglio, settembre — i posti finiscono nella prima ora di apertura. Seconda regola: non si occupa un posto con lo zaino per andarsene tre ore. È una prassi diffusa e maleducata, e chi la pratica riduce di fatto la capienza della sala. Terza regola: il telefono si porta fuori. Quarta: il portatile con la ventola rumorosa infastidisce più di quanto pensiate.
Perché la sala studio è un servizio politico
Mi si permetta una digressione, perché la ritengo il punto centrale di tutto questo testo. Un posto in sala studio non è un comfort: è un livellatore di disuguaglianze. Ci sono ragazzi che studiano in una cucina con la televisione accesa, in una stanza condivisa con due fratelli, in appartamenti senza riscaldamento decente d'inverno. Per loro un tavolo silenzioso con una presa elettrica e una connessione non è un servizio accessorio: è la differenza tra dare l'esame e non darlo.
Quando qualcuno mi chiede perché mi ostini a raccontare una biblioteca di quartiere con la stessa cura con cui racconterei una basilica, la risposta è questa. La Biblioteca Goffredo Mameli è un pezzo di infrastruttura sociale che produce risultati misurabili nella vita delle persone. Le basiliche producono meraviglia, il che è splendido; le biblioteche producono lauree, contratti di lavoro e curiosità. Sono due cose diverse e servono entrambe.
La sezione ragazzi della Biblioteca Goffredo Mameli
La sezione dedicata a bambini e ragazzi è, nelle biblioteche comunali romane, spesso la più vitale, e alla Biblioteca Goffredo Mameli non fa eccezione. Qui si trovano albi illustrati, narrativa per fasce d'età, fumetti, divulgazione, e soprattutto una programmazione di attività che va ben oltre il prestito.
Le fasce d'età e le proposte di lettura
La biblioteca cura selezioni tematiche pensate per età precise: novità per la fascia 6-13 anni, letture per ragazze e ragazzi 12-18 anni, bibliografie stagionali per le vacanze. Queste liste sono un servizio prezioso e sottovalutato: dietro c'è il lavoro di bibliotecari che leggono, valutano e selezionano, cioè fanno un mestiere che nessun algoritmo di raccomandazione svolge con la stessa qualità.
La Biblioteca Goffredo Mameli ha inoltre partecipato a campagne di sensibilizzazione con selezioni tematiche dedicate, tra cui liste di libri per bambini e ragazzi legate a campagne sui temi della pace e del ripudio della guerra. Sono scelte che alcuni giudicheranno schierate; io le considero semplicemente coerenti con la funzione educativa di una biblioteca pubblica, che non è un supermercato di titoli ma un luogo che propone.
Perché portarci i bambini
Se avete figli piccoli e state a Roma per qualche giorno, sappiate che una sezione ragazzi di biblioteca comunale è uno dei pochi luoghi al coperto, gratuiti e non commerciali dove un bambino può stare senza che a qualcuno venga chiesto di consumare. In un pomeriggio di pioggia romana, questa informazione vale più di molte guide.
Emeroteca, edicola digitale e biblioteca online della Biblioteca Goffredo Mameli
Un capitolo che nel Ventunesimo secolo pesa quanto gli scaffali fisici. Con l'iscrizione al sistema si accede a una biblioteca digitale che comprende e-book ed edicola digitale: quotidiani e periodici consultabili in formato elettronico.
Che cosa significa in pratica
Significa che con la vostra tessera potete leggere la stampa nazionale e internazionale dal divano di casa, prendere in prestito libri elettronici con scadenza automatica, e usare risorse che una singola persona non potrebbe permettersi di acquistare. È il tipo di servizio per cui, se fosse offerto da un abbonamento privato, pagheremmo volentieri qualche decina di euro al mese; è compreso nell'iscrizione gratuita alla biblioteca pubblica e quasi nessuno lo usa.
Un avvertimento onesto
I cataloghi digitali cambiano nel tempo: le piattaforme si rinnovano, i contratti con gli editori si modificano, alcune risorse entrano ed escono. Non prendete per definitivo nessun elenco di titoli. La cosa sensata è chiedere in biblioteca che cosa è attivo in questo momento, oppure controllare direttamente sul portale del sistema. Il personale della Biblioteca Goffredo Mameli fa esattamente questo mestiere e lo fa volentieri: chiedere non è disturbare.
I circoli di lettura della Biblioteca Goffredo Mameli
Se dovessi indicare l'attività che meglio racconta l'anima di questa sede, indicherei i circoli di lettura. Alla Biblioteca Goffredo Mameli ne operano due, e non sono la stessa cosa.
Il Circolo di lettura Goffredo Mameli
È il gruppo storico della biblioteca, che si riunisce periodicamente per discutere un libro scelto insieme. Ha un referente interno che ne cura il calendario e i contatti. Funziona come funzionano i buoni gruppi di lettura: qualcuno propone, si legge nello stesso mese, ci si trova e si litiga civilmente. Non serve essere critici letterari, serve aver letto.
L'Igiaba Scego Book Club
Il secondo gruppo è intitolato a Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala nata a Roma, autrice di libri che hanno cambiato il modo in cui questo paese racconta il proprio passato coloniale. Che un book club di una biblioteca del Pigneto porti il suo nome dice molto sul quartiere e sulla biblioteca: dice che qui la letteratura italiana contemporanea non è solo quella dei nomi canonici, e che il tema dell'identità plurale è di casa. In un'area urbana dove convivono famiglie romane di terza generazione, comunità bangladesi, cinesi, rumene e nordafricane, non è un dettaglio decorativo. È il ritratto reale del pubblico che varca quella porta.
Come si partecipa
I circoli di lettura delle biblioteche comunali romane sono generalmente aperti e gratuiti: ci si presenta, si chiede al banco, si viene inseriti nella lista dei contatti. Gli incontri hanno cadenza e orari propri, spesso nel tardo pomeriggio. Il consiglio pratico è di scrivere alla biblioteca per conoscere il calendario aggiornato, perché come tutte le attività basate sul volontariato culturale i circoli seguono i ritmi delle persone che li animano.
Officina Pigneto e le rassegne della Biblioteca Goffredo Mameli
Questa biblioteca non si limita a prestare libri: produce programmazione culturale. La rassegna che porta il nome del quartiere, Officina Pigneto, è arrivata nel tempo a numerose edizioni e porta in biblioteca incontri con autori, presentazioni, letture sceniche, con la partecipazione anche di volti noti del teatro e del cinema italiano.
Il festival del fumetto
Tra gli appuntamenti che la Biblioteca Goffredo Mameli ospita c'è anche una manifestazione dedicata al fumetto d'autrice, con laboratori e incontri che si svolgono su più giornate. Il fumetto in biblioteca è ancora oggi, in Italia, una piccola battaglia culturale: c'è chi lo considera materiale minore e chi — giustamente, secondo me — lo tratta come un linguaggio adulto e complesso con una sua storia critica. Il fatto che una biblioteca comunale ospiti laboratori di fumetto, e non solo scaffali di fumetti, indica una scelta di campo precisa.
Letteratura e infanzia
La biblioteca ospita inoltre appuntamenti della sezione dedicata alle bambine e ai bambini di festival letterari romani, con letture, incontri e laboratori concentrati in poche giornate. È il tipo di evento che riempie la sala ragazzi e che, per chi vive nel quartiere, segna il calendario dell'autunno più di quanto facciano molte manifestazioni del centro.
Come si sta a un evento in biblioteca
Chi non ci è mai stato immagina platee ordinate e microfoni funzionanti. La realtà di un incontro in una biblioteca di quartiere è più bella e più caotica: sedie aggiunte all'ultimo, gente in piedi in fondo, qualcuno che entra a metà perché è passato di lì per caso, domande dal pubblico che vanno fuori tema e ogni tanto centrano il bersaglio meglio di quelle del moderatore. Se capitate a Roma in un periodo in cui la Biblioteca Goffredo Mameli ha un incontro in programma, andateci. È un'esperienza di città che nessun tour organizzato vi darà.
Il sistema delle Biblioteche di Roma di cui la Biblioteca Goffredo Mameli fa parte
Una biblioteca comunale romana non si capisce se non si capisce la rete a cui appartiene. La Istituzione Biblioteche di Roma è l'ente strumentale di Roma Capitale che gestisce le biblioteche cittadine: decine di sedi distribuite su tutti i municipi, dal centro alle periferie più esterne, con un catalogo unico e una tessera unica.
Che cosa significa «catalogo unico»
Significa che quando cercate un titolo sul portale del sistema vedete tutte le copie disponibili in tutte le sedi, con il loro stato: disponibile, in prestito, prenotabile. Significa che potete decidere se andare a prenderlo dove si trova o farvelo arrivare alla Biblioteca Goffredo Mameli. Significa, in definitiva, che il patrimonio librario pubblico della città è trattato come un bene unico, non come la somma di tanti piccoli feudi.
Perché le periferie hanno le biblioteche più interessanti
Faccio un'osservazione che potrà sembrare provocatoria. Le biblioteche più interessanti di Roma, dal punto di vista sociale, non sono quelle del centro: sono quelle dei quartieri. Nel centro storico una biblioteca compete con musei, chiese, librerie, caffè, e diventa una delle tante offerte culturali. In un quartiere come il Pigneto — o a Torpignattara, a Quarticciolo, a Tor Sapienza — la biblioteca comunale è spesso il presidio culturale pubblico. Non uno tra i tanti: quello. Questo cambia radicalmente il suo peso e il suo significato.
Nel solo Municipio V, oltre alla Biblioteca Goffredo Mameli, operano altre sedi del sistema: il complesso del Teatro Biblioteca Quarticciolo su via Castellaneta, la biblioteca intitolata a Gianni Rodari su via Francesco Tovaglieri, la Lorenzo Lodi su via di Tor Sapienza — collocata all'interno di un istituto tecnico — e la Penazzato su via Dino Penazzato. Cinque presidi per un territorio vastissimo e popolosissimo. Sono pochi, se ci pensate. Ed è proprio per questo che ciascuno di essi conta così tanto.
Bibliopoint: quando la Biblioteca Goffredo Mameli esce dalla biblioteca
C'è un'idea, nel sistema bibliotecario romano, che merita di essere spiegata perché è tra le più intelligenti degli ultimi vent'anni: il Bibliopoint.
Che cos'è
Un Bibliopoint è una biblioteca scolastica che, grazie a un accordo tra la scuola e l'Istituzione Biblioteche di Roma, viene aperta al pubblico del quartiere in orari stabiliti. La scuola mette lo spazio e il patrimonio; il sistema bibliotecario mette il supporto tecnico, catalografico e formativo; i volontari — spesso docenti, genitori, studenti — mettono le ore.
Perché è un'idea brillante
Perché risolve tre problemi con una mossa sola. Primo: moltiplica i punti di accesso alla lettura in una città dove aprire nuove sedi bibliotecarie costa moltissimo. Secondo: rende utile un patrimonio librario scolastico che per decenni è rimasto chiuso in armadi polverosi. Terzo, e più importante: coinvolge gli studenti nella gestione, il che significa che dei ragazzi imparano a catalogare, a prestare, a fare da banco. Non c'è modo migliore per far capire a un adolescente che cos'è una biblioteca che metterlo dall'altra parte del bancone.
Il rapporto con le scuole del quartiere
La Biblioteca Goffredo Mameli, come le altre sedi comunali, lavora abitualmente con le scuole del territorio: visite di classi, percorsi di promozione della lettura, laboratori. È un lavoro invisibile a chi non ha figli in età scolare e che rappresenta invece una quota enorme dell'attività quotidiana di una biblioteca di quartiere. Quando vedete una fila di bambini in doppia fila entrare in via del Pigneto verso le dieci del mattino, sappiate che quella è la biblioteca al lavoro tanto quanto lo è il banco del prestito.
Wi-fi, accessibilità e servizi pratici della Biblioteca Goffredo Mameli
Passiamo alle informazioni che servono davvero a chi ci deve andare.
La connessione
La Biblioteca Goffredo Mameli offre wi-fi negli spazi interni e negli spazi esterni. L'accesso avviene con le stesse credenziali e la stessa password dell'iscrizione al sistema delle Biblioteche di Roma: da computer si usa la rete Bibliowifi, da smartphone la rete Bibliosmart. Nessun voucher da ritirare al banco, nessuna password del giorno scritta su un foglietto: le credenziali sono le vostre e valgono in tutta la rete cittadina.
Aggiungo un dettaglio che apprezzo molto: la copertura anche degli spazi esterni. Significa che nelle mezze stagioni si può stare fuori a lavorare, e significa che qualcuno può collegarsi anche quando la sala è piena. È una piccola cosa che allarga il servizio più di quanto sembri.
Accessibilità
La sede è dichiarata ad accesso totale per le persone con disabilità. Nel panorama romano — dove moltissimi edifici pubblici, per ragioni storiche e per decenni di manutenzione rimandata, presentano barriere di ogni genere — è un dato che va segnalato con soddisfazione. Se avete esigenze particolari, telefonare prima resta comunque la scelta più saggia: il personale saprà indicarvi il percorso migliore e gli orari meno affollati.
Postazioni internet
Come tutte le biblioteche del sistema, la Biblioteca Goffredo Mameli mette a disposizione postazioni di consultazione informatica. È un servizio che a molti sembra superato nell'era degli smartphone e che invece resta essenziale: c'è un pezzo consistente di popolazione — anziani, migranti, persone in difficoltà economica — che non ha un computer a casa e che oggi, con la pubblica amministrazione digitalizzata, ha bisogno di un computer per fare cose elementari. La biblioteca pubblica è spesso l'unico posto dove può farle senza pagare.
Orari della Biblioteca Goffredo Mameli e come vanno letti
Gli orari di apertura della Biblioteca Goffredo Mameli seguono lo schema tipico delle biblioteche comunali romane: apertura pomeridiana il lunedì, giornata piena dal martedì al giovedì, mattina lunga il venerdì, mezza giornata il sabato, chiusura la domenica. In concreto, nel calendario ordinario, il lunedì si apre nel primo pomeriggio e si chiude in serata; dal martedì al giovedì si copre l'intero arco dalle nove del mattino alle diciannove; il venerdì si chiude nel primo pomeriggio; il sabato si lavora solo la mattina.
Le chiusure estive
Come tutte le sedi del sistema, la Biblioteca Goffredo Mameli osserva un periodo di chiusura nella seconda metà di agosto, con eventuali chiusure aggiuntive di singoli sabati nei mesi più caldi. Chi arriva a Roma a Ferragosto e conta di trovare aperta una biblioteca comunale resterà deluso: è il momento dell'anno in cui la città si ferma davvero.
Il mio consiglio sugli orari
Non fidatevi mai di un orario letto in una pagina qualsiasi, nemmeno di questa. Gli orari delle biblioteche pubbliche cambiano: per cantieri, per carenze di personale, per riorganizzazioni, per eventi. Prima di attraversare Roma per andare in via del Pigneto, fate due minuti di verifica sul portale ufficiale del sistema, bibliotechediroma.it, oppure telefonate. Vale per la Biblioteca Goffredo Mameli come per qualunque altro servizio pubblico di questa città.
Il Pigneto del cinema, a due passi dalla Biblioteca Goffredo Mameli
Se c'è una ragione per cui il nome «Pigneto» è noto anche a chi non è mai stato a Roma, quella ragione è il cinema. E i luoghi sono tutti nel raggio di pochi minuti a piedi dalla Biblioteca Goffredo Mameli.
Roberto Rossellini e la corsa di Anna Magnani
La scena centrale di Roma città aperta di Roberto Rossellini, girato nel 1945 — la corsa di Pina dietro al camion che porta via il marito catturato dai tedeschi, e la raffica che la uccide in mezzo alla strada — fu girata in via Raimondo Montecuccoli, nel quartiere Prenestino-Labicano. Cioè qui. In una strada normale del Pigneto, larga come tutte le altre, con i palazzi bassi degli anni Venti e Trenta.
È una delle sequenze più celebri della storia del cinema italiano e forse mondiale, e c'è un particolare che amo raccontare: nelle due inquadrature con cui fu ripresa, Anna Magnani cadde troppo presto rispetto a quanto previsto. L'imperfezione è rimasta nel film. Quella corsa disperata che ha definito il neorealismo per settant'anni contiene un errore di sincronia, e nessuno se n'è mai accorto perché la verità dell'interpretazione ha sovrascritto il montaggio.
Andateci. Non c'è nulla da vedere, nel senso che la strada è una strada e basta. Ma stare in piedi su un asfalto qualunque sapendo che lì è stato girato quel piano-sequenza è un'esperienza che il centro storico di Roma, con tutti i suoi marmi, non riesce a darvi.
Pier Paolo Pasolini e Accattone
Sedici anni dopo, nel 1961, Pier Paolo Pasolini gira qui il suo primo film, Accattone. La troupe — con un giovanissimo Bernardo Bertolucci come aiuto regista — si muoveva tra i luoghi simbolo della periferia romana: la via Casilina, la Portuense, l'Appia Antica, la Tiburtina, il Ponte Testaccio, la borgata Gordiani, Centocelle, la Marranella. E il Pigneto, che di quel film è il cuore visivo.
Pasolini definì questa fascia di città con una formula che è rimasta: «la corona di spine che cinge la città di Dio». È un'immagine terribile e perfetta. Le borgate come corona di spine attorno a una Roma papale e monumentale che le ignorava. Il Pigneto di allora era esattamente questo: povertà, baracche, polvere, ragazzi senza lavoro, un'umanità che il cinema ufficiale non aveva mai messo a fuoco.
Che cosa è successo dopo
Il Pigneto di oggi non è quello di Pasolini, e sarebbe disonesto fingere il contrario. La vicinanza relativa alla Sapienza ne ha fatto un quartiere di studenti fuori sede; la pedonalizzazione di un tratto di via del Pigneto, avviata nel 2015, ha aumentato il numero di visitatori; locali, ristoranti e vita notturna hanno cambiato il volto delle serate. Il quartiere è diventato uno dei centri più frequentati della vita notturna capitolina.
Su questa trasformazione le opinioni nel quartiere sono divise, e non tocca a me arbitrare. Osservo solo un fatto: in una zona sottoposta a pressioni di questo tipo, un servizio pubblico gratuito e non commerciale come la Biblioteca Goffredo Mameli assume un valore ulteriore. È uno dei pochi luoghi dove si può stare per ore senza che nessuno vi chieda di ordinare qualcosa. In un quartiere che si trasforma in vetrina, la biblioteca resta un pezzo di città che non vende nulla.
Il cinema che è tornato
Una storia che vale la pena conoscere: nel 1996 il cinema L'Aquila del Pigneto fu confiscato alla Banda della Magliana. Rimase chiuso per anni, poi fu ristrutturato e restituito al quartiere come sala pubblica. Un immobile passato dalla criminalità organizzata alla proiezione di film d'autore è una parabola urbana quasi troppo perfetta per essere vera. E invece è vera, e sta a pochi minuti dalla Biblioteca Goffredo Mameli.
Le antichità intorno alla Biblioteca Goffredo Mameli
Chi crede che uscendo dalle Mura Aureliane finisca la Roma antica si sbaglia di grosso. Il perimetro del Pigneto è disseminato di monumenti che in qualsiasi altra città europea sarebbero attrazioni di primo piano.
Porta Maggiore
Il vertice occidentale del triangolo. La porta, del 52 d.C., in realtà non nasce come porta ma come monumentale attraversamento degli acquedotti Claudio e Aniene Nuovo sopra le due strade consolari. Le Mura Aureliane, due secoli dopo, la inglobarono trasformandola in porta urbica. È uno degli spettacoli di ingegneria idraulica meglio conservati al mondo, e ci passiamo davanti in macchina senza guardarlo.
Il sepolcro di Eurisace
A piazzale Labicano, addossato alla porta, c'è il monumento che preferisco di tutta Roma: il sepolcro di Marco Virgilio Eurisace, fornaio, databile intorno al 30 a.C.. Un liberto arricchito con il pane si costruì una tomba decorata con quelli che gran parte degli studiosi interpretano come i recipienti per l'impasto, e vi fece scolpire un fregio con le fasi della panificazione. Un imprenditore che si fa seppellire dentro il proprio mestiere, senza vergogna e senza mimetismo aristocratico. Se cercate un antenato della borghesia produttiva europea, è lì, a duecento metri dalla Casilina.
La basilica sotterranea neopitagorica
Sempre a piazzale Labicano, all'inizio della via Prenestina, si trova la basilica sotterranea di Porta Maggiore, del I secolo d.C.: un ambiente ipogeo con stucchi bianchi di raffinatezza straordinaria, attribuito a un ambiente neopitagorico. Fu scoperta per caso nel 1917 durante i lavori sulla linea ferroviaria. È visitabile solo con modalità particolari e in via straordinaria, quindi non prendetela come una tappa garantita; ma sapere che esiste, a un quarto d'ora a piedi dalla Biblioteca Goffredo Mameli, dà la misura della stratificazione di questa zona.
Il Torrione prenestino e il sepolcro di largo Preneste
Al secondo miglio della via Prenestina si erge il Torrione prenestino, un mausoleo del I secolo a.C. trasformato in torre nel Medioevo, che sopravvive incastonato in un tessuto edilizio moderno con una dignità quasi comica. Al terzo miglio, a largo Preneste, c'è un altro sepolcro, del II secolo. Il tratto extraurbano delle consolari era una necropoli continua: i romani seppellivano lungo le strade perché la legge lo imponeva e perché la tomba doveva essere vista dai viandanti.
L'Ecomuseo Casilino
Tutto il territorio del Pigneto è compreso nell'Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, un progetto di ecomuseo urbano che tiene insieme archeologia, paesaggio, memoria industriale e memoria sociale di questo quadrante. È un modo diverso di pensare il patrimonio: non un elenco di monumenti da recintare, ma un territorio da leggere. La Biblioteca Goffredo Mameli sta dentro questa lettura, ed è coerente che ci stia.
Chiese, ville e curiosità architettoniche vicino alla Biblioteca Goffredo Mameli
Il Pigneto non ha basiliche, ma ha un patrimonio novecentesco che chi sa guardare apprezza moltissimo.
Le chiese del Novecento
La chiesa di Sant'Elena sulla via Casilina, del 1913-14, che ha dato il nome anche a un titolo cardinalizio. La chiesa di San Leone I sulla Prenestina, del 1950-52. La chiesa di San Luca Evangelista, del 1955-56. La chiesa di San Barnaba su via Giovanni Maggi, del 1956-57. Quattro chiese in quarant'anni: è la fotografia di un quartiere che cresce a ritmo accelerato e che ha bisogno di parrocchie, cioè — nell'Italia di allora — di centri di aggregazione oltre che di culto.
Una villa di Michelucci
All'incrocio tra via Conte di Carmagnola e via Romanello da Forlì c'è Villa Valiani, del 1929-30, progettata da Giovanni Michelucci. Sì, proprio quel Michelucci: l'architetto della stazione di Santa Maria Novella a Firenze e della chiesa dell'Autostrada del Sole. Un'opera giovanile di uno dei maestri del Novecento italiano, in una via laterale del Pigneto. Passateci davanti: non c'è targa, non c'è biglietteria, non c'è nessuno a fotografarla.
L'ipogeo sotto un bar
E poi c'è la curiosità che mi diverte di più. Sotto uno dei locali storici di via Fanfulla da Lodi, nel cuore pedonale del quartiere, è stato individuato un ipogeo sotterraneo, con cunicoli che raccontano l'antica presenza di cave. Perché sotto via del Pigneto, effettivamente, si apre anche un'antica cava: il sottosuolo di questa zona è stato scavato per estrarre materiali da costruzione, come tanta parte della periferia romana. Sopra si beve un caffè, sotto c'è un buco nella storia geologica e industriale della città.
L'odonomastica del Pigneto: le strade attorno alla Biblioteca Goffredo Mameli
Ecco un gioco che consiglio a chiunque venga da queste parti, e che rende la passeggiata verso la Biblioteca Goffredo Mameli molto più divertente. I nomi delle strade del Pigneto sono organizzati in tre sistemi tematici, e una volta che lo si sa non si può più smettere di notarlo.
Le città italiane
Nel triangolo delimitato dalla via Prenestina, dalla circonvallazione Casilina e dalla via Casilina, le strade portano nomi di città italiane. Via l'Aquila, per esempio, che dà il nome anche al cinema del quartiere.
I capitani di ventura
Nel quadrilatero tra via Prenestina, via di Acqua Bullicante, via del Pigneto e la circonvallazione Casilina, le strade sono dedicate a capitani di guerra e condottieri di ventura italiani del periodo compreso tra il 1330 e il 1550. Alcuni di loro parteciparono alla disfida di Barletta, altri alla battaglia di Anghiari. Ecco spiegate via Fanfulla da Lodi, via Braccio da Montone, via Romanello da Forlì, via Conte di Carmagnola, via Raimondo Montecuccoli — sì, proprio la strada di Roma città aperta.
Mi fermo su questo perché è splendido: la scena più famosa del neorealismo italiano, il film che ha raccontato la Resistenza romana al mondo, è stata girata in una strada intitolata a un generale seicentesco. Nessuno l'ha fatto apposta. Ma il risultato è che il Pigneto sovrappone tre secoli e mezzo di storia militare italiana in un'unica inquadratura.
I geografi e i cartografi
Nell'ultimo quadrilatero, tra via del Pigneto, via di Acqua Bullicante, via Casilina e la circonvallazione Casilina, le strade sono dedicate a geografi, cartografi e incisori. Via Vincenzo Coronelli, per esempio, dedicata al grande cosmografo veneziano dei mappamondi, dove si trova anche il Museo storico didattico di giochi e giocattoli del Novecento.
Riassumendo: attorno alla Biblioteca Goffredo Mameli si cammina tra città, condottieri e cartografi. Non è un cattivo modo di andare a prendere un libro.
La memoria della guerra intorno alla Biblioteca Goffredo Mameli
C'è un capitolo che il Pigneto non dimentica e che va raccontato. Di composizione sociale popolare come San Lorenzo, il quartiere fu molto attivo nell'antifascismo e, come San Lorenzo, subì i bombardamenti alleati del 1943 e del 1944. In quei bombardamenti morirono, tra gli altri, cinquanta dipendenti dell'ATAC: gli uomini dei depositi, cioè la spina dorsale professionale del quartiere fin dalla sua fondazione.
Il percorso della memoria
Nel tessuto del quartiere esistono lapidi e tappe di un percorso della memoria dedicato alle vittime e ai protagonisti di quegli anni. Non sono monumenti imponenti: sono targhe sui muri, spesso all'altezza degli occhi, spesso davanti a un portone qualsiasi. È il modo in cui Roma ricorda quando ricorda sul serio, senza retorica.
Una sezione ANPI intitolata a Giorgio Marincola
La sezione locale dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia del Pigneto-Torpignattara è intitolata a Giorgio Marincola. Vale la pena spiegare chi fosse, perché la sua storia è straordinaria e poco conosciuta: figlio di un italiano e di una donna somala, nato in Somalia e cresciuto in Italia, studente di medicina, partigiano, ucciso nel 1945 in Val di Fiemme a pochi giorni dalla fine della guerra. Un partigiano italiano nero, in un paese che aveva appena finito di raccontarsi come razza pura. Che una sezione del Pigneto porti il suo nome è, di nuovo, il ritratto esatto di questo quartiere.
Il filo che lega il 1849 al 1944
E qui il cerchio si chiude, e si capisce perché l'intitolazione della biblioteca a Goffredo Mameli non sia arbitraria. Il ragazzo genovese che nel 1849 morì per difendere una Repubblica dall'esercito francese, e gli operai dei depositi che nel 1944 morirono sotto le bombe in un quartiere antifascista, appartengono alla stessa lunga storia: quella di chi ha pensato che l'Italia dovesse essere una cosa diversa da come era. La Biblioteca Goffredo Mameli sta in mezzo a questa storia, e lo fa nel modo più mite possibile: tenendo aperta una sala di lettura.
Un itinerario di mezza giornata con la Biblioteca Goffredo Mameli al centro
Ecco come lo costruisco io, quando qualcuno mi chiede di vedere una Roma che non sia quella delle cartoline.
Prima tappa: Porta Maggiore
Si comincia da piazzale Labicano. Mezz'ora buona per guardare la porta claudia, gli acquedotti sovrapposti, il sepolcro di Eurisace con il suo fregio della panificazione, e per capire dove finiva la Roma murata e dove cominciava il resto.
Seconda tappa: la camminata lungo la Casilina
Venti minuti a piedi in direzione est, con l'occhio ai grandi complessi industriali dismessi e riconvertiti. Il Pantanella, la Serono. Chi ha gambe e curiosità può deviare sulla Prenestina fino al parco delle Energie e al lago ex SNIA.
Terza tappa: la Biblioteca Goffredo Mameli
Si arriva in via del Pigneto 22 e si entra. Non per fare fotografie, ma per stare dentro venti minuti: guardare la sala studio piena, la sezione ragazzi, la bacheca degli eventi, i cartelli con gli orari, le persone al banco. È l'unica tappa dell'itinerario in cui non c'è nulla di antico, ed è quella che spiega la città di oggi.
Quarta tappa: le strade del cinema
Usciti dalla Biblioteca Goffredo Mameli, si prende via Fanfulla da Lodi e si arriva in via Raimondo Montecuccoli. Dieci minuti in tutto, e nel frattempo si attraversa il tratto pedonale con i suoi locali e le sue insegne.
Quinta tappa: il caffè
Chiudo sempre con una sosta. Il Pigneto ha una densità di caffè e di piccoli locali che il centro storico si sogna, e con prezzi che il centro storico ha dimenticato. Sedetevi, ordinate, guardate chi passa. Il Pigneto va osservato da fermi.
Un secondo itinerario: dalla Biblioteca Goffredo Mameli al Gianicolo di Mameli
Per chi ha una giornata intera e vuole chiudere il cerchio tra il nome e il luogo, propongo un itinerario più ambizioso: partire dalla biblioteca e finire dove Mameli è morto e dove riposa.
Mattina: la biblioteca e il quartiere
Si comincia dalla Biblioteca Goffredo Mameli, con la passeggiata nel quartiere descritta sopra. È giusto partire da qui: dal presente, da un servizio vivo, da una porta aperta.
Metà giornata: la Trinità dei Pellegrini
Si attraversa la città verso il centro storico e si raggiunge la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, nell'omonima piazza tra via Giulia e Campo de' Fiori. Qui, nell'ospizio annesso, Mameli morì il 6 luglio 1849. Sulla facciata dell'edificio esiste una lapide che ricorda l'episodio. È un luogo silenzioso, laterale, ignorato da tutti i flussi turistici che passano a cinquanta metri di distanza. Fermatevi cinque minuti: è la stanza in cui un ragazzo di ventun anni ha capito che non ce l'avrebbe fatta.
Pomeriggio: Porta San Pancrazio e il museo
Si sale verso il Gianicolo e si raggiunge Porta San Pancrazio, dove ha sede il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina. Un'ora di visita per ricostruire l'assedio del 1849 nei suoi dettagli militari e politici.
Tardo pomeriggio: il Vascello, la Corsini, il mausoleo
Usciti dal museo, si è già sul campo di battaglia. La Villa del Vascello è lì, sull'altro lato della strada, con le cicatrici dei bombardamenti francesi ancora leggibili. Poco oltre, dentro Villa Doria Pamphilj, si trova l'arco del Casino dei Quattro Venti, ciò che resta di Villa Corsini: l'edificio per cui Garibaldi mandò i suoi uomini all'assalto sei o sette volte in una giornata, e dove Mameli fu ferito.
Si chiude al Mausoleo Ossario Garibaldino, dove le spoglie di Mameli riposano dal 1941, e poi al busto lungo la passeggiata del Gianicolo. Se ci arrivate al tramonto, con Roma sotto, capirete perfettamente perché nel 1849 chi teneva quel colle teneva la città.
Errori comuni su Biblioteca Goffredo Mameli
Raccolgo qui i fraintendimenti che sento più spesso, così da toglierli di mezzo una volta per tutte.
«È a Trastevere»
No. È al Pigneto, Municipio V, via del Pigneto 22. L'associazione con Trastevere e il Gianicolo nasce dalla biografia di Mameli, non dalla geografia della biblioteca.
«Bisogna prenotare»
Per entrare, no. Per la sala studio, in periodi particolari, possono esistere modalità di gestione dei posti: chiedete al momento. Per gli eventi, spesso sì, perché la capienza è limitata.
«Serve la residenza a Roma»
No. L'iscrizione al sistema è aperta a chiunque, romano o no, italiano o no.
«È una biblioteca storica con manoscritti»
No. È una biblioteca di pubblica lettura. Se cercate manoscritti risorgimentali autografi di Mameli, dovete andare a Genova o a Torino, come ho spiegato: qui non ci sono, e non è un difetto, è semplicemente un altro mestiere.
«Tanto è sempre vuota»
Al contrario. Nelle sessioni d'esame la sala studio si riempie nella prima ora. Chi immagina biblioteche pubbliche deserte non ne frequenta una da vent'anni.
Biblioteca Goffredo Mameli per chi studia, per chi lavora, per chi ha bambini
Se dovete studiare
Arrivate all'apertura, portate il minimo indispensabile, mettete in conto che il posto migliore lo ha già preso qualcuno. Sfruttate il fatto che intorno a voi ci sono i libri: se durante il ripasso vi serve un manuale, ce l'avete a dieci metri. È il vantaggio strutturale di studiare in biblioteca invece che in una sala studio qualunque.
Se lavorate da remoto
La Biblioteca Goffredo Mameli offre wi-fi e postazioni, ma ricordate che una biblioteca non è un ufficio: le telefonate si fanno fuori, le videoconferenze non si fanno affatto. Se il vostro lavoro richiede di parlare, questo non è il posto giusto e nessuno ve lo dirà con garbo la seconda volta.
Se avete bambini
La sezione ragazzi è pensata per loro e le attività dedicate all'infanzia sono frequenti. Verificate il calendario prima di venire: molte iniziative richiedono iscrizione perché i posti sono contati.
Se siete di passaggio a Roma
Entrate comunque. Cinque minuti bastano per capire una cosa di questa città che nessun museo vi racconterà: che Roma non è solo un deposito di rovine, ma una capitale europea con un sistema di servizi pubblici che funziona, faticosamente, tutti i giorni.
Una curiosità su Biblioteca Goffredo Mameli
La curiosità che preferisco riguarda una sovrapposizione di nomi che nessuno ha progettato e che è deliziosa. La biblioteca è intitolata a un uomo che nel 1847 scrisse i versi «Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta», cioè un testo che immagina un popolo unico e compatto. E si trova in un quartiere dove, oggi, si parlano quotidianamente italiano, romanesco, bengalese, cinese, rumeno, arabo, spagnolo e mezza dozzina di altre lingue.
Non è una contraddizione: è un aggiornamento. Il «noi» di Mameli era il «noi» possibile nel 1847, quando gli italiani non esistevano ancora come nazione e bisognava inventarli. Il «noi» del Pigneto del Ventunesimo secolo è un'altra cosa, più complicata da definire e altrettanto reale. Che dentro quella biblioteca operi un circolo di lettura intitolato a una scrittrice italiana di origine somala mi sembra la prosecuzione più intelligente possibile del progetto di Mameli, non il suo tradimento. Lui voleva che degli sconosciuti si riconoscessero come fratelli sulla base di una lingua e di un'idea condivisa. Lo si sta ancora facendo, con altri protagonisti.
Aggiungo una seconda curiosità, più leggera. L'inno che Mameli scrisse fu giudicato «troppo poco marziale» da Giuseppe Mazzini, che gli commissionò un sostituto e ne affidò la musica a Giuseppe Verdi. Il sostituto verdiano è oggi noto a qualche centinaio di specialisti; il pezzo scartato dal critico più autorevole del movimento è l'inno nazionale della Repubblica Italiana. È il promemoria più efficace che conosca sul valore relativo dei pareri autorevoli, e trovo perfetto che sia custodito, sotto forma di intitolazione, in un luogo dove ogni giorno qualcuno sceglie che cosa leggere fidandosi del proprio giudizio.
Una cosa che non ti dice nessuno su Biblioteca Goffredo Mameli
Nessuno vi dirà che la Biblioteca Goffredo Mameli, come tutte le biblioteche pubbliche di quartiere, svolge quotidianamente un lavoro di assistenza sociale che non compare in nessun mansionario. I bibliotecari romani non lo raccontano volentieri, perché non è il loro mestiere ufficiale e perché temono che dirlo suoni come una lamentela. Ma è così.
In una biblioteca comunale di periferia entrano ogni giorno persone che non cercano un libro. Cercano un computer per compilare una domanda online, perché la pubblica amministrazione ha digitalizzato tutto e loro non hanno né dispositivo né competenza. Cercano un posto caldo d'inverno e fresco d'estate. Cercano qualcuno che spieghi una parola in una lettera burocratica. Cercano, semplicemente, un luogo dove stare senza dover consumare, cosa che nella città contemporanea è diventata rarissima. E i bibliotecari, che sono stati assunti per catalogare e prestare, finiscono per fare anche questo, in aggiunta a tutto il resto e senza che nessuno lo conteggi.
Ve lo dico per due motivi. Il primo è che, se entrate alla Biblioteca Goffredo Mameli e vedete una fila al banco, adesso sapete che non è necessariamente una fila di gente che restituisce libri: potrebbe essere una fila di richieste molto più complicate. Portate pazienza. Il secondo è che questa è la ragione più solida per cui una biblioteca di quartiere va difesa quando qualcuno propone di tagliarne orari e personale. Non si taglia uno scaffale: si taglia un pezzo di rete di protezione sociale che nessun altro sta tenendo.
Aggiungo l'osservazione che chiude il discorso. Un servizio pubblico che riesce a essere allo stesso tempo una sala studio per universitari, una ludoteca di fatto per bambini, un centro di alfabetizzazione digitale per anziani e un punto di riferimento culturale per un quartiere in trasformazione, con le risorse di una biblioteca comunale, è un piccolo miracolo organizzativo. Lo diamo per scontato perché è gratuito. Le cose gratuite sono quelle che smettiamo di guardare.
Il consiglio che ti do per visitare Biblioteca Goffredo Mameli
Il consiglio principale è di andarci in un momento preciso: di mattina, in un giorno feriale, verso le dieci. Vi spiego perché.
Alle dieci del mattino di un martedì la Biblioteca Goffredo Mameli è nel suo assetto più caratteristico e più leggibile. La sala studio è già occupata da chi è arrivato all'apertura. In sezione ragazzi può esserci una classe in visita. Al banco c'è il flusso ordinario di restituzioni e prestiti. Fuori, via del Pigneto è nella sua versione diurna e lavorativa, che è completamente diversa da quella serale. Vedete il quartiere e il servizio nello stesso momento, ed è esattamente ciò che serve per capire l'uno e l'altro.
Il secondo consiglio è procedurale ed è quello che risparmia più delusioni: verificate prima. Orari, chiusure straordinarie, calendario degli eventi. Il portale del sistema è aggiornato e il telefono della sede risponde. Le biblioteche pubbliche non sono attrazioni turistiche con orari immutabili: sono servizi che si adattano al personale disponibile, ai lavori edilizi, alle festività. Un controllo di due minuti evita un viaggio a vuoto attraverso mezza Roma.
Il terzo consiglio è di atteggiamento, e ci tengo. Non entrate alla Biblioteca Goffredo Mameli come turisti che visitano un luogo pittoresco. Entrate come si entra in un servizio pubblico che appartiene anche a voi: con discrezione, senza fotografare le persone, salutando chi sta al banco, abbassando la voce. Se volete davvero onorare il posto, fate la cosa più semplice e più radicale che ci sia: iscrivetevi e prendete in prestito un libro. Il gesto vale più di qualsiasi visita.
Ultimo consiglio, per chi ha tempo: combinate la visita con la passeggiata storica. Da soli, gli scaffali di una biblioteca comunale dicono poco a chi non li usa. Inseriti in un percorso che parte da Porta Maggiore e finisce in via Raimondo Montecuccoli, diventano il capitolo contemporaneo di una storia lunga duemila anni. È così che va raccontata la Biblioteca Goffredo Mameli: come l'ultimo strato di un quartiere che ne ha molti.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Goffredo Mameli scrisse l'inno nazionale italiano. È il fatto più risaputo che lo riguardi, quello che compare in ogni scheda scolastica. Eppure quasi nessuno cita la sua conseguenza più impressionante: Mameli non ha mai saputo di aver scritto un inno nazionale.
Ragionateci un attimo. Il testo è del 1847. Mameli muore il 6 luglio 1849. L'Italia unita nasce nel 1861, dodici anni dopo la sua morte. Il Canto degli Italiani viene adottato come inno nazionale provvisorio nel 1946, novantasette anni dopo. E diventa ufficialmente inno nazionale della Repubblica per legge soltanto nel 2017, cioè centosessantotto anni dopo la morte dell'autore.
Mameli ha vissuto il suo testo come una canzone di lotta clandestina, non come un simbolo di Stato. Nei suoi ventun anni di vita quel canto fu proibito dalla polizia sabauda fino al marzo 1848 e perseguito dalla polizia austriaca come reato politico. Chi lo intonava rischiava. Non era l'inno che si ascolta in piedi negli stadi: era un canto che si cantava di nascosto, e che era pericoloso conoscere a memoria.
Un secondo fatto notissimo e raramente approfondito riguarda l'anagrafe. Sappiamo tutti che Mameli morì giovane. Ma «giovane» è una parola comoda che attutisce il colpo. Ventun anni: significa che quando scrisse il testo dell'inno ne aveva venti, e che quando dirigeva un quotidiano politico a Genova ne aveva ventuno appena compiuti. Alla sua età, oggi, si è al secondo anno di università. È un dato che andrebbe ripetuto ogni volta che si parla del Risorgimento come di una vicenda di statue barbute: fu, in larghissima parte, una faccenda di ventenni.
Terzo fatto risaputo e mai davvero pesato: la difesa della Repubblica Romana fu affidata a volontari che nella loro maggioranza non erano romani. Mameli era genovese, Manara milanese, Dandolo e Morosini venivano da famiglie del Nord. Vennero a Roma a morire per una città che non era la loro, in nome di un paese che non esisteva ancora. È la cosa più vicina a un atto di fede politica che la storia italiana dell'Ottocento ci abbia consegnato, e la ricordiamo con una scrollata di spalle.
La foto giusta da fare a Biblioteca Goffredo Mameli
Comincio con l'avvertenza che conta più di tutte: dentro una biblioteca pubblica non si fotografano le persone. Mai. Chi sta studiando, chi sta compilando una domanda al computer, chi accompagna un bambino non ha dato alcun consenso a comparire nelle vostre fotografie. Se volete immagini degli interni, chiedete al personale: vi diranno se e come si può fare. In generale, la risposta ragionevole è che si possono riprendere spazi vuoti e non persone.
Detto questo, la foto giusta a mio parere non è dentro. È fuori, ed è quella che racconta la cosa più vera di questo luogo: la facciata sulla via del Pigneto con la strada davanti. Non l'ingresso isolato e centrato come si fa con i monumenti, ma un'inquadratura leggermente laterale che tenga insieme la porta della biblioteca e il contesto: il marciapiede, i motorini parcheggiati, le insegne dei negozi, la gente che passa. Quella è la fotografia onesta della Biblioteca Goffredo Mameli, perché mostra ciò che questa biblioteca è: un servizio pubblico incastrato nella vita ordinaria di una strada di quartiere.
La luce
Via del Pigneto è una strada stretta e a tratti pedonale, con edifici bassi. La luce migliore è quella del mattino o quella del tardo pomeriggio, quando il sole radente entra nella via e illumina le facciate senza schiacciarle. Il mezzogiorno estivo romano è il peggior alleato possibile: contrasti durissimi, ombre nere, colori slavati.
Le altre due inquadrature che consiglio
La prima: il tratto pedonale di via del Pigneto guardando in direzione di Porta Maggiore, con la fuga prospettica delle insegne. È la fotografia che tutti fanno del quartiere ed è giusto farla, perché funziona.
La seconda, e per me la migliore: via Raimondo Montecuccoli, la strada di Roma città aperta. Un'inquadratura frontale, bassa, che prenda l'asfalto e la prospettiva della strada. Non c'è nulla di spettacolare, e proprio per questo funziona: è una fotografia che ha senso solo se sapete che cosa è successo lì. È il contrario esatto della fotografia turistica, che ha senso anche senza saperne nulla.
Un'ultima idea, per chi ama i dettagli
Se cercate un'immagine simbolica da abbinare al racconto della Biblioteca Goffredo Mameli, andate a fotografare il busto di Goffredo Mameli sul Gianicolo, dall'altra parte della città. Accostare quel bronzo alla porta a vetri di via del Pigneto restituisce in due scatti l'intera storia che ho raccontato qui: un ragazzo morto nel 1849 e una sala di lettura aperta oggi, a otto chilometri e centosettantasette anni di distanza.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Devo fare una premessa di onestà, perché è il tipo di precisione che mi sembra dovuta. Gli avvenimenti che hanno reso famosa questa parte di Roma non sono avvenuti dentro le mura della biblioteca: sono avvenuti nelle strade che la circondano, e in alcuni casi decenni prima che la biblioteca esistesse. Ma la biblioteca sta lì, in mezzo a quei luoghi, e chi la frequenta ci cammina sopra ogni giorno.
1886-1891: nascono i depositi
Tra il 1886 e il 1891 la Società Romana Tramways Omnibus costruisce, fuori dalle Mura Aureliane, il primo deposito per omnibus e tram a cavalli, con accesso da piazza Caballini. Nel 1904, con l'elettrificazione della rete, diventa esclusivamente tranviario. È l'atto di nascita economico del quartiere: prima ancora delle case, i mezzi pubblici.
1909: si inaugura la Serono
Il 22 marzo 1909 viene inaugurato, alla presenza del fondatore Cesare Serono e delle autorità comunali, l'istituto farmaceutico costruito sulla Casilina tra il 1906 e il 1909. È l'ingresso dell'industria chimico-farmaceutica in un quadrante che fino a pochi anni prima era campagna.
1923: apre la fabbrica di rayon
Sulla Prenestina nasce come CISA Viscosa lo stabilimento per la produzione di rayon che resterà attivo fino al 1954. È l'ultimo grande insediamento industriale della zona, e l'area che occupava è oggi il parco delle Energie con il suo lago involontario.
1943-1944: i bombardamenti
Il Pigneto, quartiere popolare e antifascista come il vicino San Lorenzo, subisce i bombardamenti alleati. Tra le vittime, cinquanta dipendenti dell'ATAC: gli uomini di quei depositi che avevano fondato il quartiere sessant'anni prima. È l'avvenimento che più profondamente ha segnato la memoria collettiva di queste strade.
1945: si gira Roma città aperta
In via Raimondo Montecuccoli, a pochi minuti dalla Biblioteca Goffredo Mameli, Roberto Rossellini gira la sequenza della morte di Pina interpretata da Anna Magnani. Il neorealismo italiano nasce, tra gli altri luoghi, qui.
1961: si gira Accattone
Pier Paolo Pasolini esordisce alla regia portando la macchina da presa nelle borgate romane e facendo del Pigneto uno dei suoi centri visivi. Da quel momento il nome del quartiere entra stabilmente nella storia culturale italiana.
1996: la confisca del cinema
Il cinema del quartiere viene confiscato alla criminalità organizzata. Dopo anni di chiusura e lavori di ammodernamento sarà restituito al pubblico come sala cinematografica. È uno dei casi più citati di riuso sociale di un bene confiscato in ambito culturale a Roma.
2015: la pedonalizzazione
Un tratto di via del Pigneto diventa isola pedonale. Il quartiere cambia passo: aumentano i visitatori, cambiano i prezzi, cambia il ritmo delle serate. La Biblioteca Goffredo Mameli si ritrova su una strada che è insieme la stessa e un'altra.
Gli anni recenti: la metropolitana
L'arrivo della linea C con le fermate di riferimento del quadrante ha ridisegnato l'accessibilità dell'area, avvicinando il Pigneto — e con esso la Biblioteca Goffredo Mameli — a una porzione enorme della città orientale che prima ci arrivava con difficoltà.
E dentro la biblioteca?
Dentro la biblioteca gli avvenimenti sono di un'altra scala e non finiscono sui giornali: la nascita e il consolidamento dei circoli di lettura, la costruzione di una rassegna culturale che porta il nome del quartiere e che nel tempo ha accumulato decine di appuntamenti, l'apertura a festival letterari e a manifestazioni dedicate al fumetto, il lavoro continuo con le scuole del territorio. Sono avvenimenti minuscoli presi uno per uno e imponenti se sommati su vent'anni. La storia di una biblioteca pubblica non si scrive per date memorabili: si scrive per accumulo.
Chi è passato da Biblioteca Goffredo Mameli
Comincio con la risposta che smonta la domanda, perché è la più interessante: da questa biblioteca Goffredo Mameli non è mai passato. Non poteva. Morì nel 1849, quando il Pigneto non esisteva come quartiere e via del Pigneto non esisteva come strada; e comunque non uscì mai da quella parte di città, essendo arrivato a Roma per fare la rivoluzione e non per esplorare la campagna fuori Porta Maggiore. Il legame tra l'uomo e il luogo è interamente simbolico. Trovo che sia giusto dirlo con chiarezza, invece di lasciar credere a una vicinanza che non c'è.
Chi passa davvero, ogni giorno
Da qui passano, e questi sì che sono i protagonisti reali, gli studenti che arrivano all'apertura per prendere posto in sala studio. I ragazzi delle superiori del quadrante. Gli universitari della Sapienza che abitano in zona perché gli affitti erano, un tempo, più abbordabili. Le classi delle scuole elementari e medie che vengono in visita in doppia fila e ripartono con i libri sotto il braccio. I genitori con i passeggini che occupano la sezione ragazzi il pomeriggio. Gli anziani che vengono a leggere i giornali e restano un'ora in più perché in biblioteca si sta bene. Le persone che chiedono aiuto per una pratica online. I lettori dei circoli, che ogni mese discutono di un libro con un'intensità che molti convegni universitari si sognano.
Chi passa per gli eventi
Attraverso la rassegna che porta il nome del quartiere, e attraverso le manifestazioni letterarie che scelgono la Biblioteca Goffredo Mameli come sede, da qui passano scrittori e scrittrici, illustratori, fumettiste, e talvolta interpreti noti del teatro e del cinema italiano invitati a leggere o a dialogare con gli autori. È una programmazione che una biblioteca comunale costruisce con budget minimi e molte relazioni personali, ed è la ragione per cui vale sempre la pena controllare il calendario prima di venire a Roma.
Un nome che sta scritto sulla porta di una sala
C'è poi un nome che questa biblioteca ha scelto di legare a sé, ed è quello di Igiaba Scego, a cui è intitolato uno dei due gruppi di lettura attivi in sede. Scrittrice romana, italiana di famiglia somala, autrice di libri che hanno costretto questo paese a guardare in faccia il proprio passato coloniale. Che una biblioteca del Pigneto abbia scelto lei per intitolare un book club è, a mio avviso, il gesto culturale più significativo compiuto qui negli ultimi anni: significa dichiarare che il canone della letteratura italiana contemporanea comprende anche voci che vengono da percorsi diversi da quelli abituali.
I fantasmi del quartiere
E infine, in senso lato, da queste strade sono passati alcuni dei protagonisti della cultura italiana del Novecento. Roberto Rossellini e Anna Magnani, che qui hanno girato la scena che ha inventato un linguaggio. Pier Paolo Pasolini, che ha attraversato queste borgate con la macchina da presa e con gli occhi, e che le ha chiamate «la corona di spine che cinge la città di Dio». Bernardo Bertolucci, che qui ha imparato il mestiere facendo l'aiuto regista a ventenne. Non sono entrati nella Biblioteca Goffredo Mameli, ma hanno camminato sui marciapiedi che la biblioteca affaccia, e la loro presenza è ancora la cosa che i visitatori vengono a cercare al Pigneto.
L'ultima risposta
Se però mi chiedete chi conta davvero, tra tutti quelli che sono passati da qui, la mia risposta è un'altra e non ha nomi propri. Contano i ragazzi che in questa sala hanno preparato l'esame che gli ha permesso di laurearsi; i bambini che qui hanno preso in prestito il primo libro scelto da soli; le persone che qui hanno trovato il computer che non avevano a casa. Sono migliaia e non li ricorderà nessuno. È esattamente per loro che la Biblioteca Goffredo Mameli esiste, ed è il motivo per cui, quando qualcuno mi chiede che cosa c'è da vedere al Pigneto, io comincio da una porta a vetri al civico 22.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Via del Pigneto, 22
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