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Il 7 dicembre 2026 Tosca porta "Feminae" alla Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, viale Pietro de Coubertin 30, quartiere Flaminio. Questa è la data che circola e questa è la sala indicata: prima di muovervi date comunque un'occhiata al cartellone ufficiale su auditorium.com, perché fra l'annuncio di un concerto e la serata vera, dentro il complesso di Renzo Piano, gli spostamenti di sala e di orario sono cosa ordinaria. Il 7 dicembre 2026 cade di lunedì, e la settimana successiva Roma entra nel traffico natalizio: due dettagli che pesano più di quanto sembri sulla riuscita della serata, e su entrambi torno più avanti.
"Feminae" è il disco nuovo di Tosca, il primo dopo anni di progetti dal vivo e di raccolte. L'annuncio della pubblicazione risale al 10 febbraio 2026 e l'uscita in formato fisico è stata fissata per il 24 aprile dello stesso anno. Il concerto arriva quindi a distanza di mesi dal disco, quando le canzoni hanno già girato, sono già state suonate in giro per l'Italia e hanno trovato la loro forma da palco, che quasi mai coincide con quella incisa. È la condizione migliore per ascoltarle: non la prima volta, non l'ultima, ma quella in cui i musicisti hanno smesso di leggere e hanno cominciato a giocare.
Lo spettacolo, per come viene presentato, intreccia canzoni e voci femminili di paesi e lingue diverse, con Tosca accompagnata dai suoi musicisti. Chi la segue da tempo sa che questa non è una svolta improvvisa ma un punto d'arrivo, e nelle pagine che seguono provo a spiegare perché: la carriera di Tiziana Donati, in arte Tosca, è fatta da trent'anni di lingue prese in prestito, di repertori non suoi tenuti insieme dalla voce, e di donne che a un certo punto hanno riscritto le sue canzoni in un'altra lingua e gliele hanno restituite. "Feminae" è la conseguenza logica di tutto questo.
Sul piano pratico: la Sala Sinopoli è la sala mediana dell'Auditorium, 1133 posti, al chiuso, con una galleria che corre su tre dei quattro lati. Non è la Sala Santa Cecilia da 2756 posti e non è la cavea all'aperto da 3000, che a dicembre non si usa per ovvi motivi. È la sala che il complesso di solito assegna ai concerti di canzone d'autore con un ensemble medio, e per un repertorio di voce è la scelta giusta. I biglietti si comprano sui canali ufficiali dell'Auditorium; la biglietteria fisica è nel foyer, e la sera dello spettacolo apre in anticipo sull'orario d'inizio.
Se state costruendo la giornata attorno al concerto, tenete presente che siete dentro uno dei pochi angoli di Roma dove tre o quattro cose grosse si toccano a piedi: l'Auditorium Parco della Musica stesso, il MAXXI a otto minuti di cammino, il Ponte della Musica che porta dall'altra parte del Tevere in tre minuti e il Teatro Olimpico poco più in là. Un pomeriggio pieno e una serata: il Flaminio regge benissimo questo formato.
Conviene togliere subito l'equivoco più probabile, e cioè che "Feminae" sia un disco a tema costruito a tavolino. Chi conosce il percorso di Tosca sa che il tema c'era già, sparso, da almeno vent'anni: quello che cambia adesso è che viene dichiarato nel titolo. Latino, plurale, femminile. Non "Femina", che sarebbe stato un manifesto; "Feminae", che è un elenco. La differenza è tutta lì, e racconta il metodo di questa cantante meglio di qualunque comunicato: Tosca non fa dischi su di sé, fa dischi su un gruppo di persone che invita dentro la propria voce.

La cronologia verificabile è breve. Il 10 febbraio 2026 viene annunciata la pubblicazione dell'album. L'uscita in formato fisico è indicata per il 24 aprile 2026. Nello stesso anno esce un brano in duetto con Carmen Consoli, altra voce femminile che con il canto in lingua e con il dialetto ha costruito una carriera intera. Prima ancora, nell'ottobre 2025, Tosca aveva ricevuto il Premio Tenco alla carriera, e sempre nel 2025 il Premio Lunezia Antologia, con una motivazione che parlava del suo modo di valorizzare le qualità musical-letterarie delle canzoni che interpreta. Il 4 ottobre 2025 l'etichetta BMG Italy ne aveva annunciato l'ingresso nel proprio roster. Un premio alla carriera, un contratto nuovo e un disco nuovo nel giro di pochi mesi: non è la parabola discendente di chi incassa gli onori, è il contrario.
Perché le donne dentro questo progetto sono tante e non sono decorative. Prendiamo il caso più eloquente, che è documentato e che quasi nessuno collega a "Feminae". Nel 2020 Tosca porta a Sanremo "Ho amato tutto", canzone scritta da Pietro Cantarelli, e vince il premio della sala stampa per il miglior componimento musicale assegnato dall'orchestra e il premio Nilla Pizzi alla migliore interpretazione. Due anni dopo, il 27 aprile 2022, lancia le versioni internazionali dello stesso brano: "Lo he amado todo" adattata in spagnolo da Silvia Pérez Cruz, "Amado tudo" adattata in portoghese da Adriana Calcanhotto, "J'ai tout aimé" adattata in francese da Awa Ly. Tre donne, tre lingue, una canzone sola. Quella operazione è il prototipo esatto di "Feminae", con quattro anni di anticipo.
C'è un altro motivo per cui questo disco arriva adesso, ed è di ordine tecnico. Negli ultimi quindici anni Tosca ha progressivamente alleggerito i suoi organici. Nel 2023 porta in scena "Tosca Quintet", un progetto pensato per violoncello, chitarra, percussioni e voci: quattro colori e nient'altro. In una sala come la Sinopoli, con un impianto di quel tipo, si sente il respiro fra una frase e l'altra, e la voce non deve combattere. Se il concerto del 7 dicembre 2026 seguirà quella linea, e tutto lascia pensare di sì, quello che ascolterete sarà molto più vicino a un recital che a un concerto pop. Regolate le aspettative di conseguenza: qui non si canta sopra la gente, si canta davanti alla gente.
L'Auditorium Parco della Musica è un complesso multifunzionale progettato da Renzo Piano su un'area di circa 55.000 metri quadrati compresa fra Villa Glori, il Villaggio Olimpico, il viadotto di corso di Francia e viale Maresciallo Pilsudski. I volumi principali sono tre sale da concerto ospitate in tre edifici distinti, con una sagoma che richiama quella di uno scarabeo, coperte con lastre di piombo e disposte a raggiera attorno a un teatro all'aperto, la cavea, che accoglie circa 3000 spettatori. Attorno all'insieme corre un vasto terrazzo praticabile: quello che i romani chiamano semplicemente il piazzale, e che è di fatto una piazza pubblica sopraelevata aperta a chiunque, anche senza biglietto.
Le tre sale hanno nomi che sono già una dichiarazione di intenti. La Sala Santa Cecilia, in onore della patrona della musica, ha 2756 posti. La Sala Sinopoli, intitolata al direttore d'orchestra Giuseppe Sinopoli, ne ha 1133. La Sala Petrassi, che all'inaugurazione si chiamava genericamente Sala Settecento dal numero dei suoi posti e che fu poi intitolata al compositore Goffredo Petrassi dopo la sua morte nel 2003, ne ha 673. A queste si aggiungono la cavea da 3000 posti, intitolata a Luciano Berio, e il Teatro Studio da 308 posti, intitolato a Gianni Borgna.
La prerogativa della sala mediana è l'adattabilità dello spazio interno in funzione del numero di esecutori e del comportamento acustico richiesto dall'evento. Tradotto: la Sinopoli si può stringere o allargare. L'interno è esteticamente più sobrio delle altre due sale, con pareti e controsoffitto perpendicolari, e una galleria si estende su tre dei quattro lati. Non troverete i gusci di legno di ciliegio americano che rendono famosa la volta della Santa Cecilia, e non troverete la fossa d'orchestra e le pareti semoventi della Petrassi, pensate per il teatro e per la lirica. Troverete una scatola sobria, regolabile, costruita per far arrivare in fondo una voce.
Su questo punto, un giudizio che vale per tutte e tre le sale. La Santa Cecilia è magnifica e impegnativa: è la sala acusticamente più difficile da gestire del complesso, e quando ci si mette dentro un concerto di canzone il rischio di dispersione è reale. La Petrassi è perfetta per il teatro ma corta di respiro per la musica. La Sinopoli, con i suoi 1133 posti, è la sala in cui un cantante con una band di cinque o sei elementi suona esattamente come dovrebbe. Per un repertorio come quello di "Feminae", fatto di dinamiche basse e di lingue diverse in cui conta capire ogni sillaba, è la scelta più intelligente che si potesse fare.
Renzo Piano vinse il concorso a inviti del 1993 e lavorò in sinergia con Jürgen Reinhold dello studio Müller-BBM di Monaco di Baviera, che si occupò di dotare le tre sale di un'acustica ottimale, e con l'architetto paesaggista Franco Zagari, che curò la consulenza urbanistica e gli spazi esterni. Sono tre nomi che nel racconto popolare dell'Auditorium spariscono quasi sempre a favore del solo Piano, e invece la qualità del suono in Sala Sinopoli è opera di uno studio di acustica tedesco, e la ragione per cui il piazzale funziona come luogo di ritrovo anche d'inverno è opera di un paesaggista.
L'indirizzo è viale Pietro de Coubertin 30. Il punto critico, lo dico subito, non è arrivare: è ripartire. L'Auditorium fu costruito in un'area che già negli anni Novanta non veniva considerata ideale da tutti, e uno dei motivi era proprio la distanza dalla metropolitana e dalle direttrici del trasporto pubblico. La stazione della metro più vicina è Flaminio, in piazzale Flaminio, e non è dietro l'angolo. Chi se ne dimentica finisce, a concerto finito, in coda per un taxi insieme ad altre mille persone.
La soluzione più affidabile resta la metro A fino alla stazione Flaminio, uscita su piazzale Flaminio, e poi il tram 2 che risale via Flaminia in direzione di piazza Mancini. Si scende nella zona alta del percorso e si raggiunge l'Auditorium a piedi in pochi minuti. Il tram 2 è una linea corta e frequente, e il tragitto attraversa il Flaminio storico, con le palazzine razionaliste e le facciate del Villaggio Olimpico: in dicembre, con le luci accese alle cinque del pomeriggio, è una delle corse più belle della rete urbana, e costa quanto un biglietto ordinario.
Per il ritorno vale la pena un accorgimento che sembra banale e che invece salva la serata. Se il concerto finisce intorno alle undici, non tutti i mezzi sono ancora nel pieno della loro frequenza. Verificate l'ultima corsa prima di entrare in sala, non dopo: dentro la sala il telefono è spento, fuori dalla sala ci sono duemila persone che cercano tutte lo stesso mezzo. Chi va in due o in tre risolve tutto dividendo una corsa in auto fino a piazzale Flaminio o a piazza del Popolo, e da lì la città si riapre.
I parcheggi sono il problema storico e irrisolto dell'Auditorium. Quelli interni sono pochi e il pubblico li considera cari, il che ne scoraggia l'uso, e la conseguenza è che le auto in sosta per i concerti invadono il quartiere del Villaggio Olimpico. Chi arriva in macchina una sera di dicembre con tre sale piene contemporaneamente perde venti minuti a girare. Il consiglio è netto: se siete in due, usate un mezzo pubblico all'andata e valutate un'auto a chiamata al ritorno. Se siete in gruppo e avete un'auto per forza, arrivate con un'ora buona di anticipo e parcheggiate lontano, verso viale Tiziano o verso il lungotevere, camminando gli ultimi cinque minuti.
Un dettaglio di viabilità che spiega molte cose: viale De Coubertin fu chiuso al traffico automobilistico in corso d'opera. Quando i ritrovamenti archeologici costrinsero a modificare radicalmente il progetto, due dei tre scarabei furono traslati verso ovest, fino quasi a sfiorare il viadotto di corso Francia che taglia in due il Villaggio Olimpico, e questo impose una serie di accorgimenti sulla circolazione. L'Auditorium che vedete oggi ha la pianta che ha perché sotto c'era qualcosa che non si poteva spostare, e il traffico attorno ne porta ancora le conseguenze.
Da Piazza del Popolo all'Auditorium si cammina in poco più di mezz'ora risalendo via Flaminia, e non è affatto una perdita di tempo: si passa accanto al MAXXI di Zaha Hadid, si costeggia la zona di via Guido Reni e si arriva al piazzale dal basso, che è il modo migliore per vedere i tre gusci di piombo emergere uno alla volta. In inverno serve una giacca seria, perché l'ultimo tratto è aperto e ventoso. Chi arriva così, però, entra in sala con l'edificio già dentro gli occhi, e il concerto comincia meglio.
C'è un equivoco che accompagna questa cantante da tutta la vita, e che lei a un certo punto ha deciso di affrontare di petto invece di subirlo. Il nome d'arte è Tosca. All'anagrafe si chiama Tiziana Tosca Donati, quindi il nome è davvero suo, non un'invenzione da copertina. Ma per un pubblico italiano "Tosca" è prima di tutto l'opera di Giacomo Puccini, cioè Floria Tosca, cantante romana, gelosa, tragica, che nel terzo atto si butta da Castel Sant'Angelo. Convivere con quel nome, facendo la cantante a Roma, significa portarsi dietro un fantasma ingombrante per trent'anni.
La curiosità vera è come lo ha risolto, ed è un gesto che trovo di una raffinatezza rara. Il 14 febbraio 2021 pubblica in edizione limitata la raccolta "D'Altro Canto", che contiene le cover eseguite durante la sua trasmissione radiofonica, ed esce accompagnata dal videoclip del brano "Vissi d'arte". "Vissi d'arte" è l'aria del secondo atto della "Tosca" di Puccini, la più celebre dell'opera. Il video è girato al Teatro dell'Opera di Roma. E il Teatro dell'Opera di Roma è esattamente il luogo dove, nel gennaio del 1900, la "Tosca" di Puccini debuttò in prima assoluta.
Fermatevi un attimo sulla costruzione, perché è perfetta. Una cantante che di nome fa Tosca, di mestiere non fa lirica, e che per chiudere i conti con il proprio omonimo va a cantare l'aria più famosa di quell'opera nella sala esatta in cui quell'opera è nata, centoventun anni dopo. Non è un'appropriazione e non è una parodia: è una visita di cortesia. Come dire, io mi chiamo così, tu ti chiami così, vediamoci una volta e mettiamo a posto la faccenda.
Questo aneddoto vale doppio in vista del 7 dicembre 2026, e vi spiego perché. "Vissi d'arte" è, letteralmente, il lamento di una donna che ha dedicato la vita all'arte e chiede conto del prezzo che le viene fatto pagare. Un disco intitolato "Feminae" che arriva cinque anni dopo quel videoclip non è un caso: la linea che collega le due cose è dichiarata. Se durante il concerto sentirete una citazione pucciniana, anche solo un accenno strumentale, avrete capito da dove arriva. E se non la sentirete, sappiate che comunque c'è, sotto il titolo.
Un'ultima precisazione, perché l'ambiguità qui è facile e non voglio contribuirci. Tosca non è una cantante lirica e non fa opera: viene dalla canzone d'autore, dal teatro-canzone e dalla world music, e il suo repertorio è fatto di canzoni, non di arie. Chi comprasse il biglietto aspettandosi una serata pucciniana resterebbe deluso. Chi lo compra sapendo che quella parentela è un gioco colto, e non un programma di sala, si diverte molto di più.
Tiziana Tosca Donati nasce a Roma il 29 agosto 1967, nel quartiere Garbatella. Il percorso artistico comincia in una piccola compagnia teatrale, quella di Checco Durante, e cioè nel cuore più romano del teatro romano. Passa dal piano bar, e in un piano bar della città viene notata da Renzo Arbore, che la arruola nella trasmissione televisiva "Il caso Sanremo" con Lino Banfi. Nel 1989 canta "Carcere 'e mare" nella colonna sonora di "Scugnizzi" di Nanni Loy. Nel 1992 esce il primo album, intitolato semplicemente "Tosca", e partecipa al Festival di Sanremo nella categoria Giovani con "Cosa farà Dio di me".
Nel 1993 incide il secondo album, "Attrice". Il triennio che va dal 1993 al 1996 la vede collaborare con una serie di nomi che da soli raccontano un'epoca della canzone italiana: Lucio Dalla, con cui duetta in "Rispondimi"; Riccardo Cocciante, in "L'amore esiste ancora"; Renato Zero, in "Inventi". E poi Ron, insieme al quale si esibisce, da non accreditata, al Festival di Sanremo 1996 con "Vorrei incontrarti fra cent'anni", che si piazza al primo posto in finale. Nello stesso anno esce "L'altra Tosca", raccolta dei duetti più significativi, e nell'ottobre del 1996 è protagonista del "Carro Fantastico" al Teatro alla Scala di Milano. Sempre nel 1996 interpreta il brano del film "Jane Eyre" diretto da Franco Zeffirelli.
Nel 1997 torna a Sanremo con "Nel respiro più grande", scritta da Susanna Tamaro e musicata da Ron, e in primavera esce il quarto album, "Incontri e passaggi", che le vale la Targa Tenco come miglior interprete. Chi ha vissuto quegli anni ricorda una cosa che oggi si tende a dimenticare: a metà anni Novanta Tosca era una delle voci più richieste del paese, e avrebbe potuto tranquillamente restare lì, in quella zona comoda e redditizia della canzone italiana. Non ci è restata.
Dal 2000 in poi la sua biografia diventa illeggibile se si guarda solo alla discografia. Nel 2000 è scelta per interpretare "Mater Iubilaei", inno mariano del Giubileo, e in maggio esegue per la prima volta quella preghiera nella grotta di Lourdes: è la prima cantante al mondo a esibirsi sotto la grotta. Nel 2001 è protagonista con Giampiero Ingrassia nell'opera teatrale "Salvatore Giuliano", regia di Armando Pugliese. Nel 2002 recita e canta in "Wozzeck, Lulu, la morte e gli altri" al fianco di Carla Fracci, per la regia di Beppe Menegatti, al Teatro dell'Opera di Roma, e recita in un'edizione dei "Monologhi della vagina" per la regia di Emanuela Giordano.
Nel 2003 allestisce "Notte in Bianco", teatro-canzone di cui è anche autrice, con la regia di Claudio Insegno, associato all'uscita del quinto disco "Sto bene al mondo". Fra il 2003 e il 2005 interpreta Jenny delle Spelonche nell'"Opera da tre soldi" di Brecht al fianco di Massimo Venturiello, e con lo stesso attore è Nadia nel "Tango delle ore piccole" di Manuel Puig nella stagione 2004-2005. Nello stesso periodo canta il repertorio romano in "Semo o nun semo" di Nicola Piovani.
Nel giugno 2005 debutta ad Asti Teatro con "Romana", omaggio a Gabriella Ferri diretto da Venturiello: uno spettacolo che tornerà più volte nella sua vita e che è probabilmente la cosa più romana che abbia fatto. Dal 2006 al 2008 è Lucia in "Gastone" di Ettore Petrolini, regia di Venturiello. Nel 2007 è ancora a Sanremo con "Il terzo fuochista", scritta da Massimo Venturiello e musicata da lei stessa con Ruggiero Mascellino. Nella stagione 2008-2009 interpreta Gelsomina nell'adattamento teatrale de "La strada". Dal 2009 al 2011 è in scena con "Musicanti (Sonata a Cosimina)", con Venturiello che ne cura anche testo e regia.
Il 30 settembre 2014 esce "Il suono della voce", album con pezzi scritti fra gli altri da Ivano Fossati e Joe Barbieri, alcuni brani cantati in lingue diverse fra cui il libanese, lo yiddish, il rumeno, il giapponese, altri presi dalla tradizione napoletana e romana e adattati anche in altre lingue in chiave originale. È il disco in cui Tosca smette di essere una cantante italiana con qualche curiosità esotica e diventa un'altra cosa. Nell'aprile 2015 debutta in "Il grande dittatore", prima trasposizione teatrale del capolavoro di Charlie Chaplin, diretta da Venturiello.
Nel gennaio 2017 ottiene un grande successo proprio all'Auditorium Parco della Musica con il concerto "Appunti musicali dal mondo", che la vede sul palco con ospiti come Nicola Piovani, Gegé Telesforo, Danilo Rea, Germano Mazzocchetti, Joe Barbieri e Gabriele Mirabassi. Il concerto diventa anche un album, pubblicato nel novembre di quell'anno. Nel 2018 partecipa alla colonna sonora di "A casa tutti bene" di Gabriele Muccino, scritta da Nicola Piovani, cantando "L'invenzione di un poeta". Il 31 dicembre 2018 riporta in scena all'Auditorium, dopo dieci anni, l'omaggio a Gabriella Ferri "Romana. Il concerto", con un nuovo tutto esaurito.
Nell'ottobre 2019 esce "Morabeza", prodotto da Joe Barbieri, con una lista di collaborazioni che spiega da sola la direzione presa: Ivan Lins, Luísa Sobral, Cezar Mendes, Arnaldo Antunes, Cyrille Aimée, Lenine, Vincent Segal, Awa Ly, Gabriele Mirabassi, Nicola Stilo, Lotfi Bouchnak. Brasile, Portogallo, Francia, Stati Uniti, Senegal, Tunisia, Italia. Nello stesso 2019 arriva la Targa Tenco nella categoria album a progetto per "Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici", firmato dal gruppo Adoriza, nato nell'ambito di Officina Pasolini da un'idea della stessa Tosca con Paolo Coletta e Felice Liperi.
La cosa che non vi dirà nessuno, nelle presentazioni di questo concerto, è che "Feminae" non nasce nel 2026. Nasce nel 2002, in un teatro, e ha una catena di antenati che si può ricostruire uno per uno. Messa in fila, la storia cambia il peso della serata.
Primo anello: 2002. Tosca recita in un'edizione dei "Monologhi della vagina" per la regia di Emanuela Giordano. Siamo in un'epoca in cui quel testo, in Italia, era ancora capace di far discutere, e lei ci entra dentro da cantante prestata alla prosa.
Secondo anello: settembre 2011, teatro Argentina di Roma. Partecipa allo spettacolo "Italiane" insieme a Maddalena Crippa e Lina Sastri, di nuovo con la regia di Emanuela Giordano. Tre attrici e cantanti sul palco, un titolo che è già un programma, e la stessa regista del 2002. Chi cerca il punto in cui questo filone diventa un progetto e non un'occasione, lo trova qui.
Terzo anello: 2019. È madrina della quindicesima edizione del Premio Bianca d'Aponte, a Aversa, un premio nato nel nome di una giovane cantautrice scomparsa e dedicato alle voci femminili della canzone d'autore. Non è una passerella: è un impegno che si ripete e che porta un nome preciso.
Quarto anello, il più tecnico e il più bello: 27 aprile 2022. Come già accennato, le tre versioni internazionali di "Ho amato tutto" vengono affidate a tre donne che non si limitano a tradurre, ma adattano. Silvia Pérez Cruz in spagnolo, Adriana Calcanhotto in portoghese, Awa Ly in francese. Chi lavora con le lingue sa la differenza: tradurre una canzone significa dire la stessa cosa, adattarla significa riscriverla perché suoni. Tosca ha consegnato la propria canzone a tre autrici e si è fidata del risultato.
Quinto anello: 2024. Partecipa al progetto-omaggio di Simona Molinari all'artista argentina Mercedes Sosa, "Hasta siempre Mercedes", duettando nel brano "Mon amour". Una cantante italiana, una cantante italiana più giovane, e la voce più politica dell'America Latina del Novecento. Mercedes Sosa dentro un disco di Tosca non è un ornamento, è una dichiarazione di appartenenza.
Sesto anello: il 2026, con il duetto inciso con Carmen Consoli. E poi il disco.
Ecco perché chi arriva al 7 dicembre 2026 pensando di andare a sentire "il disco nuovo" si perde metà della serata. Quello che arriva in Sala Sinopoli è un lavoro di ventiquattro anni che finalmente ha trovato un titolo. Se durante il concerto Tosca racconterà da dove vengono le canzoni, e di solito lo fa, quei nomi torneranno fuori uno alla volta, e voi li riconoscerete.
C'è un modo semplice per distinguere un progetto sincero da un'operazione di posizionamento, e consiste nel guardare chi c'era prima che l'argomento diventasse conveniente. Nel 2002 nessuno costruiva la propria comunicazione attorno a un disco al femminile. Nel 2011, al teatro Argentina, "Italiane" era uno spettacolo di nicchia. Nel 2019 il Premio Bianca d'Aponte era, e resta, un appuntamento per addetti ai lavori. Tosca era lì ogni volta, per vent'anni, quando non serviva a niente. Questo, per me, chiude la questione.
Il consiglio principale è uno solo e riguarda l'orario: arrivate almeno un'ora prima. Non per paura delle code, che in Sala Sinopoli si smaltiscono in fretta, ma perché il piazzale dell'Auditorium alle sei del pomeriggio di un lunedì di dicembre è uno dei posti più sottovalutati di Roma. Il terrazzo praticabile che corre attorno ai tre gusci è aperto a chiunque, anche a chi non ha il biglietto, e a quell'ora è quasi vuoto. Ci si cammina attorno in venti minuti, si vedono le lastre di piombo cambiare colore mentre cala la luce, e si arriva in sala nello stato d'animo giusto invece che col fiatone.
Fra la Sala Santa Cecilia e la Sala Sinopoli, cioè esattamente sul percorso che farete per entrare, sono visibili i resti di una villa romana venuti in luce durante la costruzione del complesso. Non è una curiosità marginale: quella scoperta comportò una sostanziale modifica del progetto originario di Renzo Piano. I reperti sono esposti in un piccolo museo ricavato sotto la cavea.
La storia del sito, per come è ricostruita, è a strati. Sul luogo esisteva prima una piccola fattoria di epoca arcaica, datata al VI secolo avanti Cristo. Nel III secolo avanti Cristo il primo edificio fu sostituito da una villa patrizia. La costruzione è stata interpretata anche in relazione al culto di Anna Perenna, la divinità romana il cui bosco sacro è stato individuato in piazza Euclide, poco distante da qui. Anna Perenna era una divinità femminile legata al ciclo dell'anno, e si festeggiava alle idi di marzo con una festa popolare fuori porta, fatta di vino, canti e auguri di lunga vita.
Vi lascio fare il collegamento da soli. Una cantante arriva con un disco intitolato "Feminae" e suona dentro un edificio costruito sopra un sito che forse era legato al culto di una divinità femminile romana. Nessuno lo ha progettato, è una coincidenza di terreno. Però è una di quelle coincidenze che a Roma capitano di continuo, e che raccontare a chi vi accompagna vale più di qualunque introduzione al concerto.
La sala ha una galleria che si estende su tre dei quattro lati. Questo significa che le posizioni disponibili sono sostanzialmente tre, e non tutte valgono lo stesso per un concerto di voce. La platea centrale, nelle file intermedie, è la scelta classica e la più sicura: si è dentro l'asse del palco, il suono arriva bilanciato, si vedono le mani dei musicisti. Le prime file di platea, che molti inseguono per istinto, per un repertorio di questo tipo sono spesso peggiori: si è sotto il livello del palco, si perde la fusione dell'ensemble e si sente più l'amplificazione che la sala.
La galleria frontale è l'opzione che consiglio a chi vuole capire la sala: da lì si percepisce la geometria, le pareti e il controsoffitto perpendicolari fanno il loro lavoro e la voce arriva integra. Le gallerie laterali sono più economiche e sono un buon compromesso se si accetta una visuale angolata; per un recital, in cui il palco resta fermo e non ci sono scenografie mobili, l'angolazione pesa molto meno che in uno spettacolo teatrale. Se comprate all'ultimo e restano solo posti laterali alti, prendeteli senza esitare: in questa sala non sono posti sacrificati.
Per un concerto in Sala Sinopoli con 1133 posti e un nome che a Roma ha un pubblico fedele da trent'anni, aspettare l'ultima settimana è un rischio concreto. Tosca ha già riempito questo complesso più volte, e non soltanto nelle sale piccole. Il canale da usare è quello ufficiale dell'Auditorium, dove trovate anche eventuali riduzioni, le convenzioni e le tariffe per i gruppi. Chi organizza una serata per più di dieci persone faccia una telefonata: le condizioni per i gruppi esistono e non sono sempre pubblicate in evidenza.
Il complesso ha al proprio interno un bar, un bar-caffetteria, un bar-ristorante con accesso anche dalla strada e una grande libreria. Il bar-ristorante è comodo e funziona, ma la sera di un concerto importante è affollato. Chi vuole cenare con calma prima dello spettacolo faccia due passi verso il Villaggio Olimpico o verso viale Tiziano, dove la ristorazione è meno turistica di quanto ci si aspetti e i prezzi sono da quartiere. La libreria interna, invece, merita una sosta a prescindere: è una delle poche librerie musicali serie rimaste in città, ed è aperta anche a chi non ha il biglietto.
Una precisazione: la scaletta di una serata futura non la conosce nessuno, e chiunque la racconti in anticipo la sta inventando. Quello che si può dire, e che si può dire con qualche fondamento, riguarda il modo in cui questa cantante costruisce i suoi concerti, perché è un metodo riconoscibile e ripetuto da anni.
Aspettatevi di sentire cantare in più di una lingua, e non come numero di colore. In "Il suono della voce" del 2014 ci sono brani in libanese, in yiddish, in rumeno, in giapponese. In "Morabeza" del 2019 la geografia si sposta verso il Brasile, Capo Verde, il mondo lusofono e il Mediterraneo del sud. Nel 2019 ha inciso con la capoverdiana Tété Alhinho il brano "Scutam es Morna", cantato in creolo e in italiano. Nel 2024 ha cantato "Bella ciao" con Francesco Guccini in italiano e in farsi. Il farsi, sulla bocca di una cantante romana, dentro una canzone della Resistenza italiana: questo è il livello di ambizione linguistica di cui parliamo.
Tosca viene dal teatro-canzone, e il teatro-canzone è un genere in cui la parola parlata ha lo stesso statuto della parola cantata. Non aspettatevi il concerto in cui l'artista dice grazie e attacca il pezzo dopo. Aspettatevi introduzioni, aneddoti, digressioni, e ogni tanto una pausa lunga. Chi ha fretta lo trova un difetto. Chi ci si abbandona esce di lì sapendo dieci cose che prima non sapeva.
Vale la pena conoscere la storia di "D'Altro Canto", perché spiega la forma di molti suoi concerti recenti. Nell'autunno del 2020 conduce su Rai Radio 3 un programma in dieci puntate con quel titolo, insieme al giornalista e autore televisivo Giorgio Cappozzo. Ogni puntata era dedicata a un tema: le grandi canzoni d'amore, il teatro, il cinema, le serenate, gli adattamenti. In ognuna interveniva un artista amico con un messaggio vocale, raccontando un aneddoto o commentando un brano in programmazione: fra questi Fiorella Mannoia, Nicola Piovani, Tiziano Ferro, Salvador Sobral, Renzo Arbore, Silvia Pérez Cruz.
Il 14 febbraio 2021 quel programma diventa un disco, la raccolta "D'Altro Canto" in edizione limitata con le cover eseguite in trasmissione. Nel 2024 diventa un evento teatrale vero e proprio, scritto con Giorgio Cappozzo, Valentina Romano e Alessandro Greggia, e porta in scena quattro serate speciali proprio all'Auditorium Parco della Musica. Una cosa nata come radio, passata per il disco e finita a teatro: è un percorso che in Italia hanno fatto in pochissimi, e che spiega perché i suoi concerti abbiano quella struttura a capitoli.
La formazione con cui si presenterà il 7 dicembre 2026 non è nota in anticipo. Quello che si sa è quali sono i musicisti con cui ha lavorato più spesso negli ultimi anni e quale idea di organico persegue. "Tosca Quintet", nell'estate 2023, era pensato per violoncello, chitarra, percussioni e voci. In "Appunti musicali dal mondo" del 2017, sul palco dell'Auditorium, avevano suonato con lei Nicola Piovani, Gegé Telesforo, Danilo Rea, Germano Mazzocchetti, Joe Barbieri e Gabriele Mirabassi. Joe Barbieri, in particolare, è stato il produttore di "Morabeza" e l'adattatore italiano di "Non so dirlo", versione del brano di Chico Novarro incisa nel 2023. Sono nomi che dicono una cosa sola: qui si suona acustico, si suona bene, e non ci si nasconde dietro il volume.
Il fatto risaputo è che l'Auditorium Parco della Musica esiste perché a Roma, per sessantasei anni, non c'è stata una sala da concerto. Lo sanno in molti. Quello che si cita raramente è la catena di eventi che ha reso quei sessantasei anni possibili, e che è una delle storie urbanistiche più istruttive del Novecento romano.
La sala che c'era si chiamava Augusteo, e fu demolita nel 1936. Il dibattito su dove ricostruirla prese il via subito dopo la demolizione, e riprese negli anni Cinquanta con l'ipotesi del Borghetto Flaminio, una vasta area che era stata espropriata nell'anteguerra per realizzare un complesso monumentale destinato a celebrare la Marcia su Roma. Fu anche indetto un concorso, e nel 1960 venne predisposta una variante urbanistica per rendere possibile la costruzione della nuova struttura. Una vertenza allora in corso, relativa ad alcuni espropri, fece naufragare l'iniziativa.
Il dibattito riprese negli anni Settanta e si concluse soltanto nel 1992, con l'abbandono definitivo dell'area del Borghetto Flaminio, sostenuta da urbanisti come Piero Maria Lugli e avversata soprattutto dagli ambientalisti, capitanati all'epoca da Francesco Rutelli, e con l'adozione dell'ipotesi del Villaggio Olimpico, caldeggiata fra gli altri da Antonio Cederna, Vittorio Emiliani e da Italia Nostra. Il concorso a inviti vinto da Renzo Piano è del 1993. I lavori vanno dal 1995 al 2002.
Fate il conto: dalla demolizione dell'Augusteo nel 1936 alla riapertura di una sala nel 2002 passano sessantasei anni, di cui cinquantasei di sola discussione su dove costruirla. Quando entrerete in Sala Sinopoli il 7 dicembre 2026 tenetelo a mente, perché cambia il modo in cui si guarda l'edificio. Non è una sala qualunque: è la sala che Roma non è riuscita ad avere per più di mezzo secolo.
La storia costruttiva non è stata lineare. Il cantiere ebbe vicende molto travagliate: in corso d'opera il contratto con la ditta aggiudicataria fu risolto e fu indetta una nuova gara d'appalto, con una conseguente forte lievitazione dei costi sulla quale si concentrarono critiche e accuse da parte della Corte dei conti. Nel 1995 e nel 1997 il Consiglio superiore dei lavori pubblici emise pareri fortemente critici, che furono minimizzati dall'allora sindaco Francesco Rutelli, sostenuto in quell'occasione dalla stampa e da larga parte dell'opinione pubblica. Anche sul piano urbanistico, una volta che la sagoma della struttura ebbe preso forma, ci si rese conto che a causa delle dimensioni il complesso risultava fuori scala rispetto al tessuto circostante.
Ce n'è un'altra, ed è di quelle che gli appassionati si tramandano. Nelle sale dell'Auditorium non esiste un organo a canne. Fu Italia Nostra a lanciare l'appello nel 2002, a lavori non ancora ultimati, e la polemica ebbe un'eco vastissima sulla stampa. Il critico musicale Paolo Isotta arrivò, per questo, a definire la Sala Santa Cecilia un salotto senza divano. Replicò all'associazione Luciano Berio, allora direttore dell'Accademia, con argomentazioni che musicisti e organologi rigettarono. A distanza di oltre vent'anni la questione resta aperta, e in una città che ha centinaia di organi storici nelle chiese è una stranezza che vale la pena conoscere.
C'è invece un dato tecnico che ribalta la percezione, e che nelle guide turistiche non compare mai. L'Auditorium è incluso nel Censimento delle architetture italiane dal 1945 a oggi, il progetto nazionale promosso dal Ministero della cultura per individuare e documentare, con criteri bibliografici e storico-critici omogenei, le opere ritenute significative nella storia dell'architettura contemporanea italiana. La scheda ministeriale, attribuita al Renzo Piano Building Workshop e riferita al periodo che va dal 1994 al 2002, lo classifica nella tipologia degli edifici per la promozione culturale e gli attribuisce tutti e sette i criteri previsti dalla metodologia del censimento. In quella tipologia la banca dati conta 79 architetture, e soltanto due soddisfano tutti e sette i criteri: l'Auditorium Parco della Musica e la ristrutturazione del Lingotto di Torino, entrambe attribuite allo studio di Renzo Piano.
Prima quello che non si fa, perché è la parte che risolve più problemi. Dentro la sala, durante il concerto, non si fotografa e non si riprende. Non è una questione di regolamento da leggere: è che in un concerto di voce con dinamiche basse lo schermo acceso della fila davanti rovina la serata a venti persone, e il flash rovina la serata anche a chi è sul palco. Se volete un ricordo, prendetelo prima o dopo. La foto buona, in ogni caso, non è quella del palco lontano.
La fotografia che vale la pena portarsi a casa da questa serata è dall'alto del terrazzo praticabile che corre attorno ai tre volumi, e va scattata nei quaranta minuti prima del concerto. A dicembre a Roma il sole cala fra le quattro e mezza e le cinque, quindi se l'inizio è fissato in orario serale avrete una finestra di luce blu perfetta. I tre gusci rivestiti di listelli di piombo, con la base in mattone, in quella luce smettono di sembrare grigi e diventano di un colore che varia dal peltro al viola. Mettetevi in modo da avere due gusci in primo piano e il terzo che sbuca dietro, e tenete la cavea vuota in basso come linea di fuga. La sagoma che richiama lo scarabeo si legge solo da questa posizione.
Fra la Sala Santa Cecilia e la Sala Sinopoli, dal terrazzo, si affacciano i resti della villa romana emersa durante il cantiere. È il soggetto più raccontabile del complesso: pietra antica incassata dentro un edificio di piombo e legno di ventiquattro anni fa, con la gente che passa sopra per andare a sentire un concerto. Se dovete scegliere una sola immagine che spieghi che cosa sia Roma a chi non c'è mai stato, questa la spiega meglio del Colosseo. Di sera i resti sono illuminati e l'inquadratura dall'alto funziona anche senza treppiede, tenendo il telefono appoggiato al parapetto.
A pochi minuti dall'Auditorium il Ponte della Musica attraversa il Tevere verso il Foro Italico. È un ponte pedonale e ciclabile, quindi si sosta al centro senza pericolo, e al tramonto dà una delle poche inquadrature del Tevere in cui non c'è un lungotevere trafficato dentro l'immagine. Guardando a valle si vedono le curve del fiume verso il centro; guardando a monte, con la luce giusta, si arriva fino alla zona di Ponte Milvio. Venti minuti fra andata e ritorno, e avete la fotografia migliore della serata prima ancora di aver sentito una nota.
Il quartiere che circonda l'Auditorium è uno dei più anomali di Roma, e vale la pena arrivarci con un'ora di anticipo anche solo per attraversarlo. A due passi c'è il Villaggio Olimpico, costruito per i Giochi del 1960 e poi diventato quartiere residenziale vero, con i suoi palazzi su pilotis e i portici continui: un pezzo di architettura moderna italiana che si cammina liberamente, senza biglietto e senza custodi. Il viadotto di corso di Francia lo taglia in due, e sotto il viadotto si passa come dentro una galleria urbana.
Verso il fiume c'è il Ponte della Musica, che porta al Foro Italico in pochi minuti a piedi. Verso il centro, lungo via Guido Reni, c'è il MAXXI, e appena oltre Explora, il museo dei bambini di Roma, che risolve il pomeriggio a chi viaggia con famiglia e vuole comunque essere in sala alle nove. Il Teatro Olimpico è dall'altra parte di piazza Gentile da Fabriano, e nella stessa serata può avere in cartellone qualcosa di completamente diverso. Più a nord si arriva a Ponte Milvio, che di sera si riempie e che resta uno dei ponti più antichi ancora in uso della città.
Dentro l'Auditorium stesso, per chi ha tempo, c'è anche il museo degli strumenti musicali dell'Accademia, legato alla sede principale di Santa Cecilia che qui ha anche la propria Bibliomediateca. Non è una visita lunga, ma è una di quelle cose che cambiano la percezione dell'edificio: sotto i concerti c'è un'istituzione musicale con secoli di storia alle spalle, non un centro eventi.
Dicembre all'Auditorium è un mese denso, e il complesso lavora su più sale in parallelo. Chi si trova bene qui e vuole tornare può guardare che cosa succede intorno a quelle date: nello stesso mese, per esempio, sono in calendario in città il concerto di Sergio Cammariere, con cui Tosca ha inciso nel 2020 il brano "Tu, io e domani" insieme a Joe Barbieri, Fabrizio Bosso e Luca Bulgarelli, e le serate di Max Gazzè all'Auditorium fra il 26 e il 30 dicembre, che occupano la settimana fra Natale e Capodanno. In estate lo stesso spazio cambia pelle e si sposta all'aperto con il Roma Summer Fest nella cavea, e in autunno ospita la Festa del Cinema di Roma.
Ecco le date che contano, perché un edificio di ventiquattro anni ha già una cronologia densa e quasi nessuno la conosce per intero.
VI secolo avanti Cristo. Sul terreno esiste una piccola fattoria di epoca arcaica. È il primo insediamento noto dell'area, e verrà alla luce soltanto con gli scavi del cantiere.
III secolo avanti Cristo. La fattoria viene sostituita da una villa patrizia romana, la cui costruzione è stata interpretata anche in relazione al culto di Anna Perenna, divinità il cui bosco sacro è stato individuato nella vicina piazza Euclide.
1936. Viene demolito l'Augusteo, la sala da concerto storica di Roma. Da quel momento la città resta senza un auditorium degno del nome, e comincia un dibattito che durerà più di mezzo secolo.
1960. Viene predisposta una variante urbanistica per costruire la nuova sala al Borghetto Flaminio. Una vertenza sugli espropri fa naufragare l'iniziativa. Nello stesso anno, poco distante, si tengono i Giochi Olimpici e nasce il Villaggio Olimpico.
1992. Il consiglio comunale di Roma sceglie definitivamente l'area del Villaggio Olimpico, abbandonando l'ipotesi del Borghetto Flaminio.
1993. Renzo Piano vince il concorso a inviti per la progettazione del nuovo auditorium.
1995. Aprono i cantieri. Gli scavi restituiscono i resti della villa romana e impongono una sostanziale modifica del progetto originario: due dei tre volumi vengono traslati verso ovest.
21 aprile 2002. Il complesso viene inaugurato con l'apertura della Sala Sinopoli. Cioè: la sala in cui si terrà questo concerto è la prima che Roma abbia riaperto dopo sessantasei anni di attesa. Goffredo Petrassi, nonostante l'età avanzata, volle assistere all'inaugurazione, ed ebbe l'onore della prima assoluta in Sala Sinopoli della sua Ouverture da concerto per orchestra, composta nel 1931.
21 dicembre 2002. Viene aperto il resto del complesso e inaugurata la Sala Grande, intitolata a Santa Cecilia, con un concerto dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Chung Myung-whun.
2003. L'Auditorium diventa sede stabile della stagione concertistica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che vi trasferisce anche la propria Bibliomediateca e il museo degli strumenti musicali. Nello stesso anno la Sala Settecento viene intitolata a Goffredo Petrassi, scomparso in quell'anno.
19 luglio 2004. Nasce la Fondazione Musica per Roma, che cambia la ragione sociale della società per azioni istituita nel 1999. Giuridicamente è la prima trasformazione di una società per azioni in fondazione consentita dalla riforma del diritto societario.
2006. L'Auditorium comincia a ospitare la Festa del Cinema di Roma, che da allora è uno dei suoi appuntamenti fissi.
2014. I frequentatori totali del Parco della Musica in un anno vengono calcolati in più di due milioni, il che lo conferma come prima struttura culturale europea per numero di visitatori e seconda al mondo dopo il Lincoln Center di New York.
2016. Anno di record: la sola Fondazione Musica per Roma realizza 608 eventi, esclusi gli appuntamenti congressuali, per un incasso di 9.702.260 euro e 287.109 biglietti venduti.
2020. Dopo una riunione del consiglio comunale, viene approvata l'intitolazione dell'Auditorium a Ennio Morricone, scomparso in quell'anno. Da allora il nome completo è Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.
Dal 26 dicembre 2022 al 1º gennaio 2023. Tosca chiude il suo tour mondiale proprio qui, con cinque concerti intitolati "Morabeza Rendez-vous. Festa a Roma", pensati appositamente per il Teatro Studio Borgna.
1º gennaio 2024. Tosca è artista residente all'Auditorium e apre l'anno con il concerto "Unico", per festeggiare i trent'anni di carriera, seguito da quattro serate speciali del format "D'Altro Canto".
Questa voce merita due elenchi distinti, perché qui si incrociano due storie diverse: quella del luogo e quella della cantante.
Cominciamo dai nomi che sono scritti sulle porte. Giuseppe Sinopoli, direttore d'orchestra, dà il nome alla sala del concerto. Santa Cecilia, patrona della musica, alla sala grande. Goffredo Petrassi, compositore, alla più piccola delle tre, e fu lui ad avere l'onore della prima assoluta in Sala Sinopoli il giorno dell'inaugurazione del 2002. Luciano Berio, che fu direttore dell'Accademia, dà il nome alla cavea da 3000 posti. Gianni Borgna, assessore alla cultura di Roma e saggista della canzone italiana, dà il nome al Teatro Studio da 308 posti. Ennio Morricone dà il nome all'intero complesso dal 2020.
Poi ci sono quelli che l'edificio lo hanno fatto: Renzo Piano, che ne firma il progetto con il suo studio; Jürgen Reinhold dello studio Müller-BBM di Monaco di Baviera, che ne ha costruito l'acustica; Franco Zagari, architetto paesaggista, che ha disegnato gli spazi esterni e il rapporto con il quartiere. E quelli che ci hanno fatto musica ai massimi livelli: Chung Myung-whun, che diresse il concerto inaugurale della Sala Santa Cecilia il 21 dicembre 2002, e Daniel Harding, direttore musicale dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la cui stagione ha qui la sua casa dal 2003. Sul piano istituzionale il complesso è retto dalla Fondazione Musica per Roma e dall'Accademia, che qui ha la sede principale.
L'altro elenco è più lungo e più sorprendente, perché copre generi che di solito non si parlano. Agli inizi ci sono Checco Durante, nella cui piccola compagnia teatrale comincia, e Renzo Arbore, che la nota in un piano bar romano e la porta in televisione accanto a Lino Banfi. Negli anni Novanta arrivano Lucio Dalla, Riccardo Cocciante, Renato Zero, Fiorello e soprattutto Ron, con cui vince Sanremo nel 1996, e Susanna Tamaro, che le scrive il testo di "Nel respiro più grande". Nello stesso periodo canta per Franco Zeffirelli in "Jane Eyre" e ha già cantato per Nanni Loy in "Scugnizzi".
Sul versante teatrale i nomi sono altrettanto pesanti: Carla Fracci, al cui fianco recita e canta nel 2002 per la regia di Beppe Menegatti al Teatro dell'Opera di Roma; Giampiero Ingrassia; Armando Pugliese; Claudio Insegno; Nicola Piovani, con cui lavora in "Semo o nun semo" e più volte negli anni successivi; Emanuela Giordano, regista che l'accompagna dai "Monologhi della vagina" fino a "Italiane" del 2011 con Maddalena Crippa e Lina Sastri; Massimo Popolizio, con cui è in scena nel 2020 nell'"Isola della luce" di Piovani. E naturalmente Massimo Venturiello, attore e regista di gran parte dei suoi spettacoli, con cui convive dal 2005 e che ha sposato nel giugno del 2024.
Sul versante internazionale, che è quello che porta dritto a "Feminae": Ivan Lins, Luísa Sobral, Cezar Mendes, Arnaldo Antunes, Cyrille Aimée, Lenine, Vincent Segal, Awa Ly, Gabriele Mirabassi, Nicola Stilo e Lotfi Bouchnak in "Morabeza"; Tété Alhinho, capoverdiana, in "Scutam es Morna"; Silvia Pérez Cruz, catalana, con cui incide anche una versione di "Piazza grande"; Adriana Calcanhotto, brasiliana. In Italia: Joe Barbieri, produttore e complice di lungo corso, Fabrizio Bosso, Luca Bulgarelli, Sergio Cammariere, Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, Pierpaolo Vacca, Peppe Barra, Danilo Rea, Gegé Telesforo, Germano Mazzocchetti, Pino Marino, Carolina Bubbico, Cristiana Verardo, Petra Magoni, Elio, Adriano Viterbini, Simona Molinari, Paolo Benvegnù, Riccardo Tesi, Francesco Guccini e Carmen Consoli.
Leggeteli tutti di fila e vi accorgerete di una cosa: non esiste una scuola, non esiste un giro, non esiste una scena. Esiste una persona che per trent'anni ha chiamato chiunque le interessasse, senza chiedersi se fosse del suo genere. È questo che rende i suoi concerti imprevedibili, ed è questo che rende sensato spendere una serata di dicembre per andarla a sentire.
Il 7 dicembre 2026, un lunedì, alla Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. L'orario preciso di inizio e le eventuali variazioni di sala si controllano sul sito ufficiale del complesso.
Nel complesso di viale Pietro de Coubertin 30, quartiere Flaminio. È la sala mediana delle tre, quella di mezzo fra la Santa Cecilia e la Petrassi, e si raggiunge dal foyer comune.
Solo il nome, che peraltro è il suo vero secondo nome di battesimo. Ha però giocato più volte con quella parentela, fino a girare il videoclip di "Vissi d'arte" al Teatro dell'Opera di Roma, dove l'opera di Puccini debuttò nel gennaio del 1900.
Metro A fino a Flaminio, poi tram 2 lungo via Flaminia in direzione piazza Mancini, e pochi minuti a piedi. È la combinazione più affidabile, soprattutto all'andata.
Sì. Il terrazzo praticabile attorno alle tre sale, la cavea, la libreria e i bar sono spazi aperti al pubblico. Anche i resti della villa romana fra la Santa Cecilia e la Sinopoli si vedono dall'esterno.
Per chiudere, l'unica cosa che si può garantire. Quali canzoni sentirete il 7 dicembre 2026 e chi ci sarà sul palco non è noto, e chi lo racconta adesso sta tirando a indovinare. So però che una donna di Roma che ha cominciato in una compagnia di teatro dialettale, ha vinto Sanremo, ha cantato sotto la grotta di Lourdes, ha inciso in creolo, in yiddish, in farsi e in giapponese, e che a un certo punto ha affidato la sua canzone più famosa a tre autrici perché la riscrivessero in tre lingue, arriva su un palco con qualcosa da dire. In una sala da 1133 posti costruita sopra una villa romana, dentro un edificio che Roma ha aspettato sessantasei anni. Se dovessi scegliere una serata di dicembre da passare al chiuso, sceglierei questa.
Il concerto di Tosca in "Feminae" a Roma è in programma lunedì 7 dicembre 2026, alla Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. L'orario preciso di inizio e le eventuali variazioni di sala vanno verificati sul sito ufficiale del complesso.
Il concerto si tiene nella Sala Sinopoli, la sala mediana tra la Sala Santa Cecilia e la Sala Petrassi, all'interno dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, in viale Pietro de Coubertin 30, nel quartiere Flaminio di Roma.
Tosca, all'anagrafe Tiziana Tosca Donati, nasce a Roma il 29 agosto 1967, nel quartiere Garbatella. Comincia il percorso artistico in una compagnia teatrale romana, passa dal piano bar dove viene notata da Renzo Arbore, e nel 1989 canta "Carcere 'e mare" in un'importante colonna sonora, prima di costruire una lunga carriera da cantautrice.
"Feminae" è il titolo, latino e plurale femminile, con cui Tosca dichiara adesso in modo esplicito un tema presente nel suo percorso artistico da almeno vent'anni. Non è un disco a tema costruito a tavolino, ma il punto di arrivo di una riflessione che l'artista porta avanti da tempo.
L'indirizzo dell'Auditorium Parco della Musica è viale Pietro de Coubertin 30, e la stazione della metropolitana più vicina è Flaminio, in piazzale Flaminio, non immediatamente accanto al complesso. Il punto critico non è tanto arrivare quanto ripartire a fine serata, per la distanza dalle direttrici principali del trasporto pubblico.
Il consiglio è di arrivare almeno un'ora prima del concerto di Tosca in "Feminae" a Roma, non per timore delle code, che in Sala Sinopoli si smaltiscono in fretta, ma perché il terrazzo praticabile che corre attorno ai tre gusci dell'Auditorium è aperto a chiunque, anche senza biglietto, ed è uno dei posti più sottovalutati di Roma nel tardo pomeriggio.
No, dentro la sala, durante il concerto di Tosca in "Feminae", non si fotografa e non si riprende: in un concerto di voce con dinamiche basse lo schermo acceso della fila davanti disturba chi è seduto vicino, e il flash rovina la serata anche a chi è sul palco.
Al concerto "Feminae" ci si può aspettare di sentire Tosca cantare in più di una lingua, una caratteristica ricorrente e riconoscibile del modo in cui l'artista costruisce da anni i suoi spettacoli dal vivo.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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