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SHE DEVIL 14, la storica rassegna di videoarte al femminile ideata nel 2006 da Stefania Miscetti, è ancora visibile al MACRO di Via Nizza 138: aperta il 29 aprile 2026, prorogata fino al 20 settembre. Il tema di questa edizione è la paura, attraversata da quattordici posizioni diverse tra film d'artista, video-performance, documentari e animazione, con Nathalie Djurberg madrina.
Al 12 settembre 2026 mancano pochi giorni alla chiusura. SHE DEVIL 14 era annunciata per l'estate e doveva concludersi ad agosto; il museo l'ha allungata fino al 20 settembre insieme ad altre due mostre, e il risultato è che chi pensava di averla persa ha ancora una finestra buona. Non capita spesso di poter dire una cosa del genere a settembre inoltrato, quando di solito il compito di chi scrive di eventi romani consiste nel raccontare al passato quello che è finito ad agosto.
La seconda ragione è che SHE DEVIL non è una mostra qualunque e nemmeno un festival nel senso classico. È una rassegna che va avanti dal 2006, che ha cambiato sedi, città e persino continenti, e che ogni anno rimette in gioco la stessa domanda: che cosa succede quando si chiede a un gruppo di artiste e di curatrici di affrontare un tema unico con lo strumento del video. Quest'anno il tema è la paura, e non è una scelta neutra in un momento storico in cui la paura viene amministrata quotidianamente da chiunque abbia qualcosa da vendere o da far votare.
MACRO, Museo d'Arte Contemporanea di Roma, Via Nizza 138, con ingresso secondario su Via Reggio Emilia 54, 00198 Roma. SHE DEVIL 14 è aperta dal 29 aprile al 20 settembre 2026. Gli orari del museo sono lunedì chiuso, da martedì a venerdì dalle 12:00 alle 19:00, sabato e domenica dalle 10:00 alle 19:00, con ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura. Il biglietto per le mostre costa 6 euro intero e 4 euro ridotto, con una lista lunga di riduzioni e di gratuità che vale la pena leggere prima di mettersi in fila, perché il MACRO ha convenzioni con decine di enti e associazioni. Per le variazioni dell'ultimo momento la fonte da guardare è il sito del museo, che è l'unico posto dove chiusure e proroghe compaiono in tempo reale.
Come ci si arriva: autobus 38 con fermata Nizza o Regina Margherita, 80 con fermata Dalmazia, oppure 60, 62, 82, 89 e 90 con fermata Nomentana o Regina Margherita. In metropolitana la linea A scende a Termini e la linea B a Castro Pretorio, ma in entrambi i casi serve un pezzo di autobus o venti minuti di camminata. Da Roma Termini, da piazza dei Cinquecento, il 90 in direzione Libia porta a Nomentana Regina Margherita in tre fermate, e il 38 in direzione Porta di Roma porta a Nizza Regina Margherita in sei fermate. Il numero di telefono del museo è 06 696271.
Parto dalla definizione che ne dà il museo, perché è più precisa di quelle che circolano di solito. SHE DEVIL è una rassegna di videoarte che esplora con ironia e leggerezza lo spirito diabolico e bizzarro con cui l'esperienza artistica femminile attraversa il quotidiano, sovvertendone le regole e offrendo nuove prospettive di lettura del mondo. Nata nel 2006 da un'idea di Stefania Miscetti, prende il titolo da un'eroina Marvel e dal celebre film del 1989 diretto da Susan Seidelman, e da lì porta con sé fin dall'origine un'attitudine ribelle e visionaria.

Sottolineo due parole di quella definizione, ironia e leggerezza, perché sono la chiave che distingue SHE DEVIL da quasi tutto il resto. Le rassegne dedicate all'arte delle donne, in Italia, hanno spesso un tono solenne, commemorativo, quasi didattico. Questa no. Il diavolo del titolo non è una provocazione di superficie: indica un modo di stare al mondo obliquo, sghembo, che preferisce lo sberleffo alla denuncia frontale. È anche il motivo per cui la rassegna regge da vent'anni senza diventare una liturgia.
SHE DEVIL è per definizione un progetto corale. Ogni edizione coinvolge artiste e curatrici italiane e internazionali, dalle più giovani alle più affermate, e le invita a indagare un tema specifico attraverso il linguaggio del video. La struttura, quindi, non è quella di una mostra a tesi con una curatela unica che seleziona e dispone. È una piattaforma aperta, in cui opere e prospettive critiche diverse convivono in un discorso a più voci, e questo discorso a più voci prova a dare forma alle molteplicità dei mondi e delle visioni femminili.
Detto in modo più concreto: in SHE DEVIL ogni artista arriva accompagnata da una curatrice che l'ha scelta e che se ne assume la responsabilità critica. Non è un dettaglio organizzativo, è il meccanismo centrale. Significa che il programma finale non rispecchia il gusto di una sola persona ma la somma delle convinzioni di una dozzina di professioniste diverse per età, formazione e geografia. Il risultato è irregolare per costruzione, e chi ci va aspettandosi un percorso omogeneo rimane spiazzato. Chi ci va sapendo che ogni video ha avuto un avvocato difensore diverso, invece, si diverte parecchio.
SHE DEVIL 14 affronta una delle emozioni primarie: la paura. Il punto di partenza dichiarato sono le urgenze e le criticità del nostro quotidiano, e le opere esplorano questo sentimento attraverso una molteplicità di punti di vista e di forme, cioè film d'artista, video-performance, documentari e animazioni, indagandone le diverse declinazioni e le diverse modalità di rappresentazione.
La narrazione visiva mette la paura in dialogo con molti aspetti dell'esistenza: la caducità, la violenza, il rapporto con la natura e con il territorio, l'identità e il senso di appartenenza nelle sue dimensioni personali, sociali e politiche. Ne emerge un percorso poliedrico che non si limita a illuminare le sfaccettature contemporanee della paura, ma riesce anche a immaginarne il superamento, aprendo prospettive di liberazione.
Quell'ultima frase è la più importante del progetto e anche la meno prevedibile. Una rassegna sulla paura poteva facilmente diventare un catalogo di incubi, e sarebbe stata la scelta comoda: il pubblico contemporaneo ha una tolleranza altissima per le immagini di disastro. Impostare invece il percorso in modo che la paura venga attraversata e non solo esibita, e che dall'altra parte si intraveda qualcosa di simile a una via d'uscita, è una decisione curatoriale che costa fatica e che si paga in complessità. Nel percorso si sente.
Perché la paura è un fatto di durata. Un quadro che rappresenta il terrore lo consegna tutto in un colpo solo, e chi guarda può decidere in mezzo secondo se restare o andarsene. Un video no: impone il suo tempo, dura quello che dura, e la paura è esattamente l'emozione che si costruisce nell'attesa di qualcosa che deve ancora succedere. È il motivo per cui il cinema dell'orrore esiste e la pittura dell'orrore, come genere autonomo, sostanzialmente no.
La curiosità che preferisco riguarda il nome. SHE DEVIL prende il titolo da un'eroina Marvel e dal film del 1989 di Susan Seidelman, cioè da due oggetti di cultura popolare, non da un saggio di teoria femminista. Nel 2006, quando la rassegna nasce, era una scelta quasi controcorrente: l'arte delle donne veniva raccontata soprattutto con il lessico accademico, e intitolare un progetto serio con il nome di un personaggio dei fumetti e di una commedia nera con due dive di Hollywood significava rinunciare in partenza a una certa forma di rispettabilità. Vent'anni dopo, quella scelta si rivela la più lungimirante di tutte, perché il nome è rimasto memorabile e la rassegna non è invecchiata insieme al vocabolario critico della sua epoca.
La seconda curiosità riguarda i numeri. Quattordici edizioni in vent'anni significa che SHE DEVIL non ha cadenza rigorosamente annuale: ci sono stati anni doppi e anni saltati, e ci sono state edizioni speciali fuori numerazione. Il 2015, per fare un esempio, ha visto la settima edizione e insieme le prime due tappe di SHE DEVIL on tour, a Terni e a Belfast. Il 2018 ha visto la decima edizione e insieme selezioni presentate a Roma e al Centro Pecci. È il comportamento tipico di un progetto che non dipende da un'istituzione unica e che si muove quando trova le condizioni, non quando lo impone il calendario.
Terza curiosità, questa più sottile. Nella comunicazione ufficiale della quattordicesima edizione compare la parola madrina, riferita a Nathalie Djurberg. Non è una carica che esiste nell'organigramma standard di una mostra: non è curatela, non è direzione artistica, non è patrocinio. È una figura di riconoscimento, che segnala un debito e una parentela. Djurberg lavora da anni con Hans Berg su animazioni in plastilina che sono tra le cose più disturbanti e più buffe prodotte dalla videoarte europea degli ultimi vent'anni, ed è difficile immaginare una madrina più appropriata per un'edizione sulla paura, visto che il suo lavoro tiene insieme esattamente il terrore e la risata.
Quarta curiosità, per chi ama le date. La quinta edizione di SHE DEVIL è stata presentata al MACRO nel 2011. La quattordicesima torna nello stesso museo nel 2026, quindici anni dopo. In mezzo la rassegna è passata dal MAXXI, dal Centro Pecci, da Bucarest, da Belfast, da Vilnius, da Lipsia e da Buenos Aires. Il ritorno al MACRO, quindi, non è una tappa qualsiasi: è un ritorno a una casa già abitata, con un museo nel frattempo cambiato tre volte di direzione.
Qui conviene rallentare, perché l'elenco è il cuore della rassegna e perché il modo in cui viene presentato dice tutto sul metodo. Ogni artista compare accompagnata dal nome di chi l'ha proposta. Le coppie sono riportate così come le presenta il museo, con qualche riga di contesto solo dove il dato è certo.
Artista di origine kuwaitiana, tra le voci più riconoscibili della scena mediorientale contemporanea, lavora da anni sull'immaginario del petrolio, sulle superfici iridescenti e sulla cultura materiale del Golfo. Il suo lavoro ha una qualità che serve a una rassegna sulla paura: riesce a rendere seducente qualcosa che sappiamo essere tossico, e a farci accorgere della seduzione mentre accade.
È la presenza storica del programma. Condit lavora con il video dagli anni Ottanta, in una zona di confine tra fiaba, horror domestico e canzoncina infantile, e i suoi lavori hanno avuto una seconda vita imprevista presso pubblici molto più giovani di quelli per cui erano nati. Metterla dentro una rassegna sulla paura nel 2026 significa dichiarare una genealogia, perché quasi tutto il registro perturbante che oggi consideriamo contemporaneo passa da lì.
La coppia che fa da madrina a questa edizione. Lei costruisce e anima figure in plastilina, lui compone le musiche, e insieme producono un mondo in cui la crudeltà e il ridicolo sono la stessa cosa. Nella loro produzione la violenza non viene mai rappresentata in modo realistico, e proprio per questo arriva più a fondo: quando a subire una brutalità è un pupazzo modellato a mano, il pubblico non può schermarsi dietro l'alibi della finzione realistica.
Artista italiana, con una ricerca che attraversa geografie, mappe, spostamenti e il modo in cui le convenzioni di rappresentazione costruiscono il nostro senso dei luoghi. In un percorso sulla paura il suo contributo lavora sul versante del territorio e dell'appartenenza, che è una delle linee dichiarate della rassegna.
Un duo che compare come tale nel programma, presentato da una curatrice che nella stagione autunnale del MACRO firma anche altri due progetti della sala video e della sala audio. La loro ricerca lavora sul corpo, sul disagio sociale e su una comicità che scivola continuamente nell'imbarazzo.
Artista e poeta guatemalteca, una delle figure più radicali della performance contemporanea, con un lavoro che affronta di petto la violenza politica, la memoria dei conflitti centroamericani e la condizione dei corpi femminili dentro sistemi repressivi. Quando in una rassegna sulla paura compare il suo nome, si capisce che il tema non verrà trattato come una metafora esistenziale.
Artista francese, tra le più note della sua generazione, lavora tra film, disegno, scultura e installazione, con un interesse costante per il modo in cui organizziamo e classifichiamo il sapere. La sua presenza porta nel percorso il versante antropologico e la questione di come le narrazioni che ci raccontiamo servano a tenere insieme un mondo che altrimenti ci spaventerebbe.
Artista francese di base tra Bruxelles e Londra, ha vinto il Turner Prize nel 2013 e ha rappresentato la Francia alla Biennale di Venezia. Il suo lavoro gioca con il linguaggio, con la traduzione sbagliata, con l'oggetto che non corrisponde alla parola che lo nomina. In un contesto sulla paura, la sua è la voce che lavora sullo smarrimento più che sul terrore.
Artista britannica che lavora tra film, installazione, scultura e poesia, con una ricerca centrata sul corpo, sulla trasformazione, sulla tossicità e sui regimi di visibilità imposti alle soggettività non conformi. Nel programma del museo il nome compare con l'asterisco, scelta grafica che la rassegna adotta in modo coerente con la propria attenzione alle identità.
Artista greca, che ha rappresentato la Grecia alla Biennale di Venezia, con un lavoro cinematografico riconoscibile per la presenza costante degli animali e per un senso di lutto trattenuto, quasi asciutto. La paura, nel suo cinema, è quella che precede la perdita e non quella che segue lo spavento.
Artista e ricercatrice che lavora sull'incrocio tra tecnologie digitali, spiritualità, salute e memoria coloniale, con una estetica saturata di grafica di rete e di iconografia terapeutica. La curatrice che la presenta firma anche la mostra di Hito Steyerl in corso al museo, e questo dà un'idea di quanto le linee della programmazione del MACRO si intreccino.
Artista britannica, tra le più discusse degli ultimi anni, con un lavoro che mette insieme corpo, medicina, chirurgia, animali e favola in una forma che molti spettatori trovano fisicamente difficile da sostenere. In una rassegna sulla paura è la presenza che va più vicina al dolore corporeo diretto, ed è anche quella che più spesso viene ricordata a distanza di mesi.
Un gruppo lituano che compare nel programma come collettivo di quattro nomi. È il contributo più insolito dell'edizione, perché mette insieme competenze che di solito non si incontrano dentro una rassegna d'arte, e porta nel percorso il versante documentario e la relazione tra corpo, protesta e immagine pubblica.
Artista cinese di base in Francia, lavora sul sovraccarico di immagini, sui materiali trovati in rete e sul modo in cui la produzione industriale di contenuti visivi modifica l'attenzione di chi guarda. Il suo contributo lavora sul versante della paura contemporanea meno spettacolare e più diffusa, quella dello stordimento permanente.
Non un tema imposto dall'alto, perché un tema come la paura è talmente ampio da non imporre nulla. Quello che le tiene insieme è il metodo di selezione: ognuna di queste artiste è arrivata perché una curatrice ha deciso di metterci la faccia. Il risultato è un percorso che non ha un climax e nemmeno una tesi conclusiva, e che assomiglia più a una conversazione lunga che a un discorso.
Se proprio devo indicare tre assi, direi questi. Il primo è il corpo, che compare come luogo dove la paura si manifesta prima ancora che la mente la riconosca. Il secondo è il territorio, inteso come il posto da cui si viene e da cui si può essere cacciati. Il terzo è l'immagine stessa, cioè il sospetto che le immagini che ci circondano siano uno dei principali dispositivi di produzione della paura e non un semplice modo per raccontarla.
Che le date sono cambiate in corsa, e che questo cambia parecchio il modo in cui conviene programmare la visita. La rassegna era annunciata con una chiusura di fine agosto, in linea con il calendario estivo del museo. A settembre il MACRO ha comunicato invece la proroga fino al 20 settembre, insieme ad altre due mostre aperte lo stesso giorno del 29 aprile. Chi si era fatto l'idea che tutto fosse finito con l'estate, quindi, si è trovato davanti otto giorni di recupero che non erano previsti da nessuna parte.
Il secondo elemento poco raccontato riguarda l'estate del museo. Da martedì 14 luglio 2026 al MACRO è partito un intervento straordinario, realizzato da Roma Capitale, sull'impianto di climatizzazione dell'ala storica. Un lavoro necessario, che serviva a rendere gli spazi adeguati alle temperature estive romane, e chiunque abbia provato a guardare un video di venti minuti dentro una sala calda capisce al volo di che cosa parliamo. Per permettere i lavori sono rimasti temporaneamente chiusi il cinema, le sale espositive dell'ala storica, che ospitano la mostra sugli ottant'anni del Premio Strega e la videoinstallazione di Hito Steyerl, e una delle due aule studio. Durante il periodo dei lavori è stata attiva una promozione due per uno, due biglietti al prezzo di uno, pensata per condividere la visita o per tornare al museo a intervento concluso.
Il terzo elemento è quello che considero il più interessante, e riguarda il rapporto tra la rassegna e il suo contenitore. Una mostra di videoarte, per sua natura, ha bisogno di buio, di silenzio relativo e di sedute. È il tipo di allestimento che soffre di più quando il museo è affollato e che invece guadagna moltissimo quando il museo è semivuoto. Il MACRO nelle settimane di settembre, passata l'onda di agosto e prima dell'apertura della stagione autunnale, offre esattamente quella condizione. Non lo dico come consolazione: lo dico perché il momento migliore per vedere una rassegna di video è quasi sempre il momento in cui nessun altro ci pensa.
Il quarto elemento, che riguarda il metodo e non il calendario: nel programma ufficiale di SHE DEVIL 14 non compaiono i titoli delle opere accanto ai nomi delle artiste. Compaiono i nomi e le curatrici che le hanno presentate. È una scelta di comunicazione insolita e coerente con l'impianto della rassegna, che mette al centro la relazione tra chi propone e chi viene proposta piuttosto che il catalogo delle cose esposte. Per chi visita significa una cosa pratica: conviene leggere i cartellini in sala, perché online quel livello di informazione semplicemente non c'è.
La storia della rassegna merita di essere raccontata per intero, perché è una delle poche cose nate nel sistema dell'arte romano degli anni Duemila che sia sopravvissuta a se stessa senza irrigidirsi. La ricostruisco seguendo la cronologia che il museo stesso riporta.
SHE DEVIL nasce nel 2006 da un'idea di Stefania Miscetti. Le prime due edizioni, del 2006 e del 2007, hanno un numero limitato di curatrici e di artiste. È la fase sperimentale, quella in cui il formato viene messo a punto: poche presenze, un tema, il video come unico linguaggio ammesso.
Dal 2009 la rassegna coinvolge più curatori, e questa è la mossa che cambia tutto. Passare da una curatela ristretta a una curatela allargata significa rinunciare al controllo sul risultato finale in cambio di una varietà che nessuna singola persona potrebbe produrre. Lo stesso anno il progetto consolida il proprio successo con un'edizione speciale internazionale al Museo d'Arte Contemporanea MNAC di Bucarest. Andare a Bucarest nel 2009, con una rassegna italiana di videoarte femminile, non era una scelta ovvia e dice molto sulla direzione che il progetto voleva prendere.
Nel 2011 la quinta edizione viene presentata al MACRO di Roma. È il primo passaggio nel museo di Via Nizza, ed è anche il momento in cui la rassegna entra in una istituzione pubblica romana di primo livello. Il MACRO di allora era un museo diverso: la nuova ala di Odile Decq era stata inaugurata da poco, la direzione era in transizione, e l'idea che un museo civico dovesse ospitare progetti nati fuori dalle proprie mura era ancora in discussione.
La sesta edizione del 2014 conferma l'attenzione dei media. Nel 2015, oltre alla settima edizione, si svolgono le prime due tappe di SHE DEVIL on tour, a Terni e a Belfast. La coppia di città è emblematica: una città umbra di tradizione industriale e la capitale dell'Irlanda del Nord. Niente circuito delle capitali dell'arte, nessuna tappa a Parigi o a Berlino. Il tour di SHE DEVIL sceglie posti dove la videoarte femminile non arriva per inerzia.
Nel 2016 l'ottava edizione si affianca a SHE DEVIL Leipziger Edition Home, alla Galerie KUB; nel 2017 il tour arriva in Lituania, con la nona edizione a Vilnius. Vale la pena tenerlo a mente, perché nella quattordicesima edizione compare un gruppo di quattro autrici lituane: la relazione tra SHE DEVIL e la scena baltica non nasce quest'anno, viene da lontano.
Nel 2018, oltre alla decima edizione, selezioni della rassegna vengono presentate a Roma e al Centro Pecci di Prato. Arrivare alla doppia cifra per un progetto indipendente, in Italia, è già di per sé una notizia.
Nel 2019 SHE DEVIL 11 è accompagnata dalla pubblicazione di un libro-catalogo che racconta le undici edizioni, pubblicato da CURA. È il momento in cui la rassegna si dà un archivio e smette di essere soltanto una successione di eventi. Per chi si occupa di videoarte italiana quel volume è uno strumento di lavoro, perché mette in fila una quantità di nomi e di passaggi che altrimenti sarebbero dispersi in comunicati stampa.
Nel 2021 la dodicesima edizione si tiene al MAXXI. Nel 2022 la tredicesima si svolge presso lo Studio. Due sedi opposte per scala e per natura, il museo nazionale delle arti del XXI secolo e uno spazio molto più raccolto: ancora una volta la rassegna dimostra di funzionare sia in grande sia in piccolo.
Nel 2023, in occasione della quarta edizione di BIENALSUR, una edizione speciale si svolge al MUNTREF di Buenos Aires, con oltre cinquanta video dalle passate edizioni e una selezione argentina inedita. È il momento in cui l'archivio della rassegna diventa a sua volta materiale espositivo: cinquanta video di storia pregressa più una parte nuova costruita sul posto. Un modello che pochissimi progetti italiani hanno la consistenza per reggere.
E arriviamo a SHE DEVIL 14, dal 29 aprile al 20 settembre 2026 al MACRO, quindici anni dopo la quinta edizione ospitata nello stesso museo. Il tema è la paura, la madrina è Nathalie Djurberg, le artiste coinvolte sono quattordici tra individuali e gruppi, e ognuna arriva con la propria curatrice.
Il consiglio principale è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: non entrare con meno di due ore davanti. Una rassegna di videoarte non si guarda come una mostra di quadri, perché ogni opera ha una durata propria e perché entrare a metà di un video significa quasi sempre non capirlo. Se si hanno quaranta minuti, il rischio concreto è di vedere quattordici frammenti scollegati e di uscirne con la sensazione che non ci fosse niente da capire. Con due ore, invece, si riesce a scegliere: cinque o sei opere viste per intero valgono infinitamente di più di quattordici opere annusate.
Il metodo è banale ma funziona. Al primo giro attraverso tutto senza fermarmi, in dieci minuti, soltanto per capire che cosa c'è, quanto dura ciascuna cosa e dove si può stare seduti. Poi si torna indietro e ci si siede davanti a quelle che al primo passaggio hanno trattenuto anche solo per venti secondi. In una rassegna corale come SHE DEVIL questo secondo giro è il vero percorso: il primo serve solo a costruire la mappa.
Il museo è chiuso il lunedì. Da martedì a venerdì apre alle 12:00 e chiude alle 19:00; il sabato e la domenica apre alle 10:00. L'ultimo ingresso è trenta minuti prima della chiusura, il che significa che presentarsi alle 18:40 non permette di vedere nulla di serio in una rassegna di video. Per una visita lunga il momento migliore è il sabato o la domenica mattina presto, quando il museo apre alle 10:00 e le sale sono ancora vuote; in alternativa il martedì o il mercoledì pomeriggio, che sono i giorni più tranquilli della settimana in quasi tutti i musei romani.
Il biglietto per le mostre costa 6 euro intero e 4 euro ridotto. Il ridotto vale, tra gli altri casi, dai 7 ai 26 anni, per gli over 65, per gli insegnanti in attività, per le forze dell'ordine, per i giornalisti con licenza dell'Ordine nazionale, per i gruppi di almeno dieci persone con prenotazione obbligatoria e per studenti, dottorandi e ricercatori. L'ingresso gratuito riguarda i bambini fino a sei anni, la visita durante l'opening, un accompagnatore ogni dieci studenti, i visitatori con disabilità o invalidità e il loro accompagnatore, le guide turistiche nazionali e i possessori di tessera ICOM e ICROM. Esiste poi una lista lunga di convenzioni che danno diritto al ridotto, dalla Bibliocard alla carta Feltrinelli, dal Touring Club al FAI, dalla Metrebus card al Roma Pass fino alle principali università romane: prima di pagare il pieno conviene controllare se una tessera che si ha in tasca rientra nell'elenco.
Non con bambini piccoli, e lo dico senza giri di parole: alcune opere di questa edizione lavorano su corpo, violenza e disagio in modo diretto, e il contesto di una rassegna sulla paura non è pensato per un pubblico infantile. Con adolescenti curiosi invece funziona benissimo, e funziona anche con chi dichiara di non capire niente di arte contemporanea, perché il video è il linguaggio in cui quella dichiarazione conta meno: chi ha guardato film e serie per tutta la vita possiede già gli strumenti, deve solo accettare che qui la durata e il montaggio obbediscano ad altre regole.
Per capire dove ci si trova serve sapere che cosa era questo posto prima di diventare un museo. Il MACRO occupa una parte del complesso che la Società Birra Peroni utilizzava per le proprie attività produttive, nel quartiere Salario Nomentano. L'area compresa tra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari fu acquistata dalla Società Birra Peroni il 24 novembre 1911, e l'anno seguente cominciò la costruzione degli edifici che oggi ospitano il museo, su progetto dell'architetto Gustavo Giovannoni. La destinazione originaria era quella di stalle e magazzini. In una città che ha archeologia romana ovunque, il complesso è un esempio raro e poco frequentato di archeologia industriale.
Il nome di Giovannoni vale una sosta, perché non era un professionista qualsiasi: è una delle figure centrali della cultura architettonica e urbanistica italiana della prima metà del Novecento. Che abbia firmato stalle e magazzini per una fabbrica di birra racconta un modo di intendere il mestiere in cui la gerarchia tra edificio nobile ed edificio di servizio non era così rigida come diventerà poi. Il risultato pratico è una struttura robusta e razionale, capace di sopravvivere a tredici anni di abbandono e di reggere una conversione museale quasi un secolo dopo. Molti fabbricati industriali romani coetanei non ce l'hanno fatta.
Nel 1971 la Peroni chiuse la produzione in questo stabilimento e i manufatti restarono vuoti. Tra il 1978 e il 1982 fu varato un piano di recupero: la società cedeva gratuitamente al Comune una parte del complesso, con destinazione a servizi di quartiere. Nel 1984 il Comune di Roma prese possesso degli edifici e nel 1989 li assegnò come sede della Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea. I lavori di ristrutturazione partirono nel 1996 e nel 1999 il sito aprì come Galleria Comunale. Quell'intervento recuperò il fronte principale su via Reggio Emilia, consolidò le strutture portanti, rifece le coperture, ridefinì le bucature sui fronti interni e ripensò la distribuzione interna. Superfici espositive e depositi, però, risultarono subito insufficienti.
Nel 2000 il Comune bandì un concorso internazionale di progettazione, per rispondere a quella insufficienza e per ridefinire immagine e funzionamento dell'intero complesso, con spazi capaci di reggere l'eterogeneità della produzione artistica contemporanea e di entrare in relazione tanto con gli edifici esistenti quanto con la città intorno. Nel 2001 l'incarico per l'ampliamento andò all'architetta francese Odile Decq; i lavori partirono nel 2004. Nel 2002, intanto, l'istituzione prese il nome di MACRO, Museo d'Arte Contemporanea di Roma. La riapertura al pubblico arrivò nel 2010.
L'intervento di Decq ha dato al museo un sistema dinamico di articolazioni e di collegamenti molteplici. Le sale espositive occupano una superficie complessiva di 4.350 metri quadrati e, insieme al foyer, all'auditorium e alla terrazza, sono collegate da scalinate, ascensori, ballatoi e passaggi che offrono prospettive tangenziali e punti di vista sequenziali. Tradotto per chi visita: non esiste un percorso lineare, le viste migliori si trovano guardando in diagonale verso l'alto o verso il basso, e la sensazione di non sapere esattamente a che piano ci si trovi fa parte del progetto e non è un difetto della segnaletica.
Per una rassegna di videoarte questa architettura ha un effetto specifico. Un museo a percorso obbligato costringe a vedere le opere in un ordine deciso da qualcun altro; un museo fatto di rampe, ballatoi e diramazioni lascia che ciascuno costruisca la propria sequenza. SHE DEVIL, che è un progetto corale senza gerarchia interna, trova qui un contenitore che le assomiglia.
Tra il 1997 e il 2011, quando l'istituzione era ancora la Galleria Comunale, la direzione fu di Giovanna Bonasegale. Con Danilo Eccher, dal 2001 al 2008, avvennero l'espansione e la nascita del MACRO come lo conosciamo. La nuova ala di Odile Decq fu inaugurata sotto la direzione di Luca Massimo Barbero, dal 2008 al 2011. Seguì Bartolomeo Pietromarchi, dal 2011 al 2013. Dal 2013 al 2018 il museo fu gestito da due dirigenti interne alla Sovrintendenza, Giovanna Alberta Campitelli e Federica Pirani. Dal 2018 al 2019 la direzione artistica passò a Giorgio De Finis con il progetto MACRO Asilo. Dall'inizio del 2020 al febbraio 2025 la direzione artistica fu di Luca Lo Pinto, con il programma Museo per l'Immaginazione Preventiva. Dal marzo 2025 la direzione è affidata a Cristiana Perrella.
Sette avvicendamenti in meno di trent'anni sono molti, e chiunque frequenti il museo da tempo ne vede le tracce: ogni direzione ha lasciato una idea diversa di che cosa debba essere un museo civico d'arte contemporanea in una città che possiede già tutto il resto. La quattordicesima edizione di SHE DEVIL cade nel secondo anno della gestione Perrella, che ha rimesso al centro le monografiche riconoscibili e le collaborazioni con progetti e istituzioni esterne. Una rassegna nata fuori dal museo e ospitata dentro il museo rientra esattamente in quella linea.
Fino al 2017 il MACRO faceva parte del sistema Musei in Comune della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Dal 2018 la gestione è dell'Azienda Speciale Palaexpo, ente strumentale di Roma Capitale, che si occupa anche del Palazzo delle Esposizioni, del Mattatoio e del Museo delle Periferie. Sembra un dettaglio amministrativo e invece è un'informazione pratica: quei quattro luoghi ragionano con calendari comunicanti, e chi programma una giornata di arte contemporanea a Roma conviene che li guardi insieme e non uno alla volta.
Che Roma, nella storia della videoarte italiana, è arrivata prima di quasi tutti e se lo ricorda pochissimo. Si tende a raccontare la videoarte come una faccenda nordica, di gallerie milanesi e di istituzioni straniere, e a considerare la scena romana come un fenomeno recente legato al MAXXI e alle sue sale video. La cronologia di SHE DEVIL da sola smentisce quella narrazione: una rassegna interamente dedicata al video, tutta al femminile, che nel 2006 nasce a Roma da un'idea di una gallerista romana, nel 2009 finisce a Bucarest e negli anni successivi a Belfast, Vilnius, Lipsia e Buenos Aires. Non è un progetto che ha seguito una tendenza: è un progetto che la tendenza l'ha anticipata di parecchi anni.
C'è un secondo fatto, noto agli addetti e poco detto in pubblico: SHE DEVIL nasce dall'idea di Stefania Miscetti, che a Roma gestisce da decenni uno spazio privato dedicato alla ricerca. Una parte consistente di ciò che i musei pubblici italiani mostrano oggi è stata coltivata per anni, a spese proprie, dentro gallerie senza nessuna garanzia di rientrare dell'investimento. Quando un progetto come questo arriva al MACRO o al MAXXI, il museo fa una cosa precisa e utile: riconosce un lavoro fatto altrove e gli dà una scala di pubblico che la galleria da sola non raggiungerebbe.
Il terzo fatto, il più concreto: la videoarte è il settore dell'arte contemporanea in cui la presenza femminile è storicamente più forte, e non per caso. Quando il video entra nella pratica artistica, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, è un mezzo nuovo, senza tradizione accademica alle spalle, senza un mercato consolidato e senza una gerarchia di maestri da scalare. In assenza di quelle tre barriere, le artiste hanno trovato uno spazio che in pittura e in scultura veniva loro conteso metro per metro. Una rassegna di videoarte al femminile, quindi, non è una quota riservata: è il racconto di una zona dell'arte in cui le donne c'erano dall'inizio.
Il MACRO si trova in una parte di Roma che quasi nessun visitatore straniero attraversa e che moltissimi romani frequentano ogni giorno senza pensarci. Siamo tra via Nizza, via Reggio Emilia e via Cagliari, in un tessuto di strade con nomi di città italiane, palazzine dei primi del Novecento, uffici, scuole e negozi di quartiere. Non è una zona monumentale ed è proprio per questo che funziona: si esce dal museo e ci si ritrova in una Roma che continua per conto suo.
A pochi minuti a piedi verso nord si entra nel quartiere Coppedè, che è la cosa più stravagante costruita a Roma nel Novecento e che merita una deviazione anche solo di venti minuti. L'arco di ingresso, la fontana delle rane, le facciate che mescolano medioevo, barocco, art nouveau e invenzione pura: è un pezzo di città che sembra scenografia e invece è tutto abitato. Chi esce da una rassegna sulla paura con la testa piena di immagini inquiete trova lì un decompressore perfetto, perché il Coppedè lavora su un registro fantastico che non spaventa nessuno e che libera parecchio.
Per mangiare, il museo ha il ristorante sulla terrazza, Materia Terrazza MACRO, che è anche uno dei modi migliori per vedere l'edificio da un punto di vista insolito. Dentro il museo ci sono poi una libreria d'arte, con pubblicazioni, editoria per l'infanzia e oggettistica, e due aule studio pubbliche aperte a chi vuole leggere o lavorare. Le aule studio sono la cosa meno pubblicizzata del MACRO e una delle più utili: un museo che offre alla città due stanze silenziose gratuite fa un servizio di quartiere che non compare in nessuna statistica sulle visite.
Prima un chiarimento necessario, perché evita figuracce: dentro il museo non è consentito fotografare con il flash né effettuare riprese video, e per fotografie e video professionali serve un'autorizzazione della direzione dell'Azienda Speciale Palaexpo. Nelle sale video, poi, la questione va oltre il regolamento: fotografare uno schermo acceso al buio disturba chiunque sia seduto accanto, e il risultato è quasi sempre pessimo, perché la frequenza del video e quella dell'otturatore non vanno d'accordo e si finisce con una banda nera orizzontale che taglia l'immagine.
La foto giusta, quindi, non è quella dell'opera. È quella dell'architettura, e il MACRO ne offre almeno tre di livello.
L'intervento di Odile Decq ha costruito un sistema di ballatoi, rampe e passaggi sospesi. Affacciarsi da uno di quei livelli intermedi e fotografare verso il basso produce l'immagine più riconoscibile del museo: linee nere, superfici rosse, persone piccolissime che attraversano uno spazio che sembra molto più grande di quanto sia. Conviene appoggiare i gomiti al parapetto e scattare con il grandangolo, tenendo una figura umana nell'inquadratura per dare la scala.
Dalla terrazza si vede il quartiere da un'altezza inconsueta, con i tetti del Nomentano, le antenne e, nelle giornate limpide, un profilo di città che non assomiglia per niente alla cartolina romana. È la foto che spiazza chi la guarda, perché nessuno riconosce Roma. Ora migliore: la fine del pomeriggio, quando la luce radente prende le facciate.
La più interessante delle tre, e la meno scattata. Cercare il punto in cui il muro del vecchio birrificio incontra l'acciaio e il vetro dell'ampliamento, e inquadrare esattamente quella linea di contatto. In quella fotografia ci sono cento anni di storia dell'edificio: la fabbrica del 1912, l'abbandono, il recupero, l'ampliamento del 2010. Se un'immagine deve raccontare che cosa è il MACRO, è quella, non la facciata intera.
Se serve una foto da mostrare, la si va a prendere al Coppedè, a pochi minuti a piedi: l'arco con il lampadario di ferro battuto e la fontana delle rane funzionano in qualunque condizione di luce e non richiedono nessuna autorizzazione. Regola di buon senso: quello è un quartiere residenziale, la gente ci abita, quindi voce bassa e niente treppiedi piazzati in mezzo alla carreggiata.
Ecco i passaggi che hanno cambiato davvero la natura di questo luogo, perché sono più di quanti se ne raccontino di solito e perché ciascuno ha lasciato un segno visibile ancora oggi.
La Società Birra Peroni acquista il terreno compreso tra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari. Roma in quegli anni si espande verso nord est e questa zona è ancora in gran parte da costruire. Comprare un isolato intero per farne un impianto produttivo significa scommettere su una città che sta per raddoppiare.
L'anno dopo l'acquisto parte la costruzione degli edifici oggi occupati dal museo, destinati allora a stalle e magazzini. Il progetto è di Gustavo Giovannoni, tra i nomi più autorevoli della cultura architettonica italiana del primo Novecento.
La Peroni cessa l'attività in questo stabilimento. Gli edifici restano abbandonati per oltre un decennio, in una zona che nel frattempo è diventata quartiere consolidato. È il periodo che non compare mai nelle brochure e che spiega meglio di tutti gli altri perché il recupero fu complicato.
Viene varato un piano che prevede la cessione gratuita al Comune di una parte del complesso, con destinazione a servizi di quartiere. Non era prevista, all'inizio, la destinazione museale: l'idea era restituire al rione degli spazi pubblici.
Nel 1984 il Comune di Roma prende possesso degli edifici. Nel 1989 li assegna come sede della Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea. Da quel momento la destinazione è scritta.
Partono i lavori di ristrutturazione e nel 1999 il complesso apre come Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Vengono recuperati il fronte principale su via Reggio Emilia, le strutture portanti e le coperture; la distribuzione interna viene rifatta. La città ottiene finalmente un museo civico dedicato al contemporaneo, e si accorge quasi subito che gli spazi non bastano.
Il Comune bandisce un concorso internazionale e nel 2001 affida l'ampliamento a Odile Decq. È la decisione che dà al museo l'aspetto con cui oggi lo riconosciamo.
I lavori partono nel 2004 e il museo riapre al pubblico nel 2010, con 4.350 metri quadrati di sale espositive, il foyer, l'auditorium e la terrazza collegati da scalinate, ascensori, ballatoi e passaggi.
La quinta edizione della rassegna viene presentata proprio qui, a un anno dalla riapertura. È il primo incontro tra questo progetto e questo museo.
Il MACRO passa dal sistema Musei in Comune all'Azienda Speciale Palaexpo, insieme al Palazzo delle Esposizioni, al Mattatoio e al Museo delle Periferie. Cambia il modello: non più un museo dentro una rete di musei civici, ma un centro di produzione culturale dentro una azienda speciale.
Da martedì 14 luglio 2026 Roma Capitale avvia un intervento straordinario sull'impianto di climatizzazione dell'ala storica, con chiusura temporanea del cinema, delle sale dell'ala storica e di una delle due aule studio, e con una promozione due biglietti al prezzo di uno per tutto il periodo dei lavori.
SHE DEVIL 14 viene prorogata fino al 20 settembre insieme alla mostra dedicata ad Amelia Rosselli e a quella sugli ottant'anni del Premio Strega; il 24 settembre si apre la stagione autunnale. Otto giorni di sovrapposizione tra una stagione che finisce e una che comincia: per chi segue il museo è la settimana più densa dell'anno.
Nel senso letterale, da questa edizione sono passate quattordici posizioni artistiche e altrettante curatrici, ed è un elenco che vale la pena rileggere per intero perché mette insieme generazioni molto distanti. Ci sono Monira Al Qadiri con Valentina Bruschi, Cecelia Condit con Elena Magini, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Raffaella Crispino con Alessandra Troncone, Helen Anna Flanagan e Josefin Arnell con Maria Lodovica Ferrari, Regina José Galindo con Benedetta Casini, Camille Henrot con Manuela Pacella, Laure Prouvost con Caterina Taurelli Salimbeni, P.Staff con Eloisa Magiera, Janis Rafa con Paola Ugolini, Tabita Rezaire con Alice Labor, Marianna Simnett con Susanna Bianchini, il gruppo lituano formato da Berta Tilmantaitė, Neringa Rekašiūtė, Rūta Meilutytė e Aurelija Urbonavičiūtė con Alessandra Mammì, e Yuyan Wang con Dobrila Denegri. Nathalie Djurberg è la madrina dell'edizione.
Nel senso più largo, cioè chi è passato dalla rassegna nei suoi vent'anni di vita, la risposta è: molte più persone di quante ne contenga un elenco. Il libro-catalogo pubblicato da CURA nel 2019 racconta le prime undici edizioni ed è il documento che più si avvicina a un censimento. L'edizione speciale al MUNTREF di Buenos Aires, nel 2023, ha messo insieme oltre cinquanta video provenienti dalle edizioni passate: un numero che dà la misura dell'archivio accumulato.
C'è poi una categoria di passaggi meno visibile e altrettanto determinante, quella delle curatrici. SHE DEVIL ha funzionato per anni come piattaforma di esordio critico: proporre un'artista dentro una rassegna consolidata è, per chi comincia, una delle poche occasioni reali di firmare una scelta in un contesto pubblico. Molti nomi che oggi si leggono nei crediti di mostre museali italiane sono passati da lì, e questa è la parte della storia che non entra mai nei comunicati.
Infine, le istituzioni. In vent'anni la rassegna è passata dal MNAC di Bucarest, dal Festival di Ravello, dal MACRO, dalla Galerie KUB di Lipsia, dal Centro Pecci di Prato, dal MAXXI, dal MUNTREF di Buenos Aires, e ha fatto tappa a Terni, Belfast e Vilnius. Per un progetto indipendente nato in una galleria romana è un percorso che pochi programmi istituzionali possono esibire.
Questa è la parte che serve davvero a chi legge oggi, perché SHE DEVIL 14 chiude il 20 settembre e il museo, quattro giorni dopo, apre la stagione nuova. Il calendario di settembre 2026 è quindi doppio e conviene conoscerlo prima di decidere quando andare.
Oltre a SHE DEVIL 14 restano aperte, con la stessa data di chiusura, due mostre nate lo stesso 29 aprile. La prima è Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio, a cura di Andrea Cortellessa, una mostra sonora che porta il pubblico a contatto diretto con la voce e con la produzione della poeta. La seconda è Uno, cinque, dodici. Ottant'anni del Premio Strega, a cura di Maria Luisa Frisa e Mario Lupano. Tre chiusure lo stesso giorno significano una cosa sola: chi va nel fine settimana del 19 e 20 settembre le vede tutte e tre con un biglietto unico.
Continua la videoinstallazione Mechanical Kurds di Hito Steyerl, a cura di Alice Labor, aperta fino al 1 novembre 2026. Prosegue fino al 15 novembre 2026 la grande personale di Miriam Cahn, Ciò che mi guarda, a cura di Cristiana Perrella, inaugurata a giugno. Chi arriva al museo dopo il 20 settembre e cerca immagine in movimento trova comunque Steyerl, che è una delle voci più lucide sul rapporto tra tecnologia, guerra e circolazione delle immagini.
Il 24 settembre il MACRO apre l'autunno con un programma che intreccia fotografia, immagine in movimento e ricerca sonora. Il fulcro è Sguardo rovescio, la prima grande mostra museale italiana dedicata a Marialba Russo, a cura di Cristiana Perrella ed Elena Magini, aperta dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027 nella Galleria del MACRO. Russo, nata a Giugliano nel 1947, è tra le autrici che dalla fine degli anni Sessanta hanno ridefinito il linguaggio fotografico in Italia, intrecciando pratica artistica, antropologia visiva e osservazione del sociale; la mostra riunisce sei nuclei della sua produzione degli anni Settanta e si sviluppa in dialogo con una seconda sede al Museo delle Civiltà, dove il progetto Immagini della Madonna dell'Arco (After) è dedicato al lavoro sul campo che l'artista svolse nel 1971 e alla collaborazione avviata tra il 1972 e il 1977 con l'allora Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.
Nella sala video, sempre dal 24 settembre e fino all'8 novembre 2026, arriva Maria's Dream di Gaia De Megni, a cura di Maria Lodovica Ferrari: un video girato in pellicola 16 mm, prodotto da Careof e vincitore di ArteVisione 2024, presentato per la prima volta in uno spazio museale, con Monica Vitti come filo conduttore. Nella sala audio, con le stesse date e la stessa curatrice, si ascolta 52 Spaces di Robin Rimbaud, cioè Scanner, lavoro sonoro del 2002 realizzato per il novantesimo anniversario della nascita di Michelangelo Antonioni e ispirato a L'eclisse del 1962.
Il public program autunnale prevede il 1 ottobre una masterclass di Didier Fiúza Faustino, autore con il suo studio del progetto allestitivo della mostra di Miriam Cahn, il 7 ottobre una live performance di Scanner che rilegge L'eclisse, e il 22 ottobre un incontro sulla mostra di Hito Steyerl in dialogo con Paolo Benanti sul rapporto tra intelligenza artificiale, tecnologia ed etica.
SHE DEVIL 14 chiude e quattro giorni dopo, negli spazi dedicati all'immagine in movimento e al suono, comincia un nuovo ciclo. Non è una coincidenza di calendario: il MACRO ha scelto negli ultimi anni di tenere una programmazione stabile su video e audio, e questo fa di Via Nizza uno dei pochi posti a Roma dove l'immagine in movimento non è un'ospite occasionale. Chi ha apprezzato l'impianto della rassegna troverà in Maria's Dream e in 52 Spaces una continuità evidente, perché anche lì si lavora sull'immagine del femminile, sul cinema italiano e su Roma come paesaggio interiore.
Sì, fino al 20 settembre 2026. Era prevista una chiusura anticipata e il museo ha comunicato la proroga.
Il biglietto per le mostre del MACRO costa 6 euro intero e 4 euro ridotto. Esistono numerose gratuità e una lista molto ampia di convenzioni che danno diritto al ridotto.
Per SHE DEVIL 14 da sola calcolerei due ore. Per vedere anche le altre mostre in corso, mezza giornata.
Senza flash e senza riprese video. Per foto e video professionali serve l'autorizzazione della direzione dell'Azienda Speciale Palaexpo.
Non ai più piccoli. Diverse opere trattano violenza, corpo e disagio in modo diretto. Il museo ha però un laboratorio d'arte con attività dedicate a bambini e famiglie, con tariffe a partire da 8 euro per la fascia 3-6 anni.
Sì, con noleggio gratuito di sedie a rotelle, percorribilità con mobility scooter e sedie elettriche e servizi igienici riservati in ciascuna area dei bagni.
Sì, Materia Terrazza MACRO, sulla terrazza. Dentro il museo ci sono anche una libreria d'arte e due aule studio pubbliche.
La rassegna va avanti dal 2006 senza una cadenza rigidamente annuale e ha cambiato spesso sede. Per sapere dove e quando la fonte da seguire è l'organizzazione della rassegna stessa, che annuncia tema e programma nel corso dell'anno.
Sì, She Devil 14 al MACRO di Roma è visitabile fino al 20 settembre 2026. La rassegna era annunciata con una chiusura di fine agosto, in linea con il calendario estivo del museo, ma a settembre il MACRO ha comunicato la proroga fino al 20 settembre, insieme ad altre due mostre aperte lo stesso giorno.
Il biglietto per le mostre del MACRO, compresa She Devil 14, costa 6 euro intero e 4 euro ridotto. Esistono inoltre numerose gratuità e una lista ampia di convenzioni che danno diritto alla riduzione, secondo quanto indicato dal museo stesso.
Per vedere She Devil 14 da sola al MACRO conviene calcolare almeno due ore, perché è una rassegna di videoarte in cui ogni opera ha una durata propria, e il consiglio è di non entrare con meno di due ore a disposizione. Per vedere anche le altre mostre aperte in contemporanea serve più tempo.
Il MACRO si trova nel quartiere Salario Nomentano di Roma, in un'area compresa fra via Reggio Emilia, via Nizza e via Cagliari, in un complesso che un tempo apparteneva alla Società Birra Peroni. Il terreno fu acquistato dalla Peroni il 24 novembre 1911, e la costruzione degli edifici cominciò l'anno seguente.
SHE DEVIL è una rassegna di videoarte del MACRO che esplora con ironia e leggerezza l'esperienza artistica femminile nel quotidiano, sovvertendone le regole. È nata nel 2006 da un'idea di Stefania Miscetti e prende il titolo da un'eroina Marvel e dal film del 1989 di Susan Seidelman, due riferimenti di cultura popolare più che accademica.
In She Devil 14 al MACRO sono presenti quattordici posizioni artistiche, ciascuna presentata da una curatrice diversa, fra cui Monira Al Qadiri con Valentina Bruschi, Cecelia Condit con Elena Magini e Nathalie Djurberg e Hans Berg. Ogni opera compare quindi accompagnata dal nome di chi l'ha proposta, secondo il metodo tipico della rassegna.
SHE DEVIL 14 è la quattordicesima puntata di un progetto che a Roma dura da vent'anni e che ha attraversato mezzo mondo senza perdere il proprio carattere: ironia, leggerezza, curatela collettiva e un tema all'anno da aggredire con il video. Questa edizione ha scelto la paura e ha deciso di non fermarsi al catalogo degli spaventi, tenendo aperta la possibilità di attraversarla e di uscirne. Quattordici artiste e gruppi, altrettante curatrici, Nathalie Djurberg come madrina, e una sede che è insieme un museo civico e un pezzo di archeologia industriale. La chiusura è fissata al 20 settembre 2026, dopo una proroga che ha regalato tre settimane in più.
Se stai decidendo quando andare, il consiglio è il fine settimana del 19 e 20 settembre, quando con un biglietto solo si vedono tre mostre che chiudono insieme, oppure la settimana successiva, quando il museo riparte con la stagione nuova e la sala video accende un ciclo diverso. In entrambi i casi conviene abbinare il MACRO a una passeggiata nel quartiere Coppedè, che è a pochi minuti a piedi, e semmai a una sosta all'archivio storico e museo della Birra Peroni, che chiude il cerchio con la fabbrica da cui tutto è cominciato.
Noi di estateromana.com ci occupiamo di Roma e del Lazio, ma capita spesso che serva qualcosa di più largo. Se stai organizzando un viaggio in Italia e cerchi itinerari realistici, tempi di percorrenza veri e consigli scritti da chi in Italia ci vive, la guida di riferimento è Italy Planner, che lavora in inglese sulle domande che si pongono davvero i visitatori stranieri. Se invece il viaggio lo organizzi per lavoro, perché fai la guida turistica, l'accompagnatore, il tour leader o gestisci gruppi, lo strumento giusto è Tour Leader Pro, pensato per chi i musei li deve prenotare, raccontare e far funzionare con venti persone al seguito. Due progetti diversi con lo stesso principio: informazioni verificate, scritte da persone, senza scorciatoie.
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