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Oasi Naturista “Le Sabbie Nere” di Macchiatonda – Santa Severa
Le Sabbie Nere sono il tratto di litorale che corre a sud del Castello di Santa Severa, nel territorio del Comune di Santa Marinella, e che si allunga fino a toccare il margine della Riserva naturale di Macchiatonda. Il nome descrive la cosa con precisione: qui la sabbia risulta scura, ferrosa, quasi grigio antracite quando è bagnata, e cambia colore a seconda della luce e della mareggiata. È un pezzo di costa privo di stabilimenti, privo di chioschi, privo di docce e di noleggi, e proprio per questo è diventato negli anni il riferimento dei naturisti del litorale a nord di Roma, l’alternativa settentrionale a Capocotta. Chi arriva qui pensando di trovare un servizio organizzato fa un viaggio a vuoto; chi arriva sapendo che si porta tutto da casa, acqua compresa, trova una delle spiagge più silenziose e più spartane della provincia di Roma. Nelle righe che seguono si trovano le informazioni pratiche, i limiti di quello che si può dire con onestà sul riconoscimento del tratto naturista, e le regole di comportamento che qui contano più che altrove, perché accanto c’è un’area protetta e una duna che si rovina in una stagione e si ricostruisce in dieci anni.
La geografia di questo tratto è semplice da leggere sulla carta e un po’ meno sul posto, perché il paesaggio non offre punti di riferimento evidenti una volta che si è scesi sull’arenile. Il riferimento fisso è uno solo ed è il castello: una mole di pietra scura piantata sulla battigia al chilometro 52,600 della Strada statale 1 Via Aurelia. Da lì si guarda verso sud, cioè verso Roma, e si cammina. La spiaggia si allunga bassa e regolare, senza scogliere, senza promontori, senza nulla che spezzi la linea; alle spalle corre una fascia di vegetazione bassa e poi la campagna della piana costiera, con i Monti Ceriti che chiudono l’orizzonte a est. Dopo qualche chilometro si entra nella zona di pertinenza della riserva di Macchiatonda, il cui accesso ufficiale si trova più indietro, al chilometro 49,900 della stessa Aurelia.
La linea regionale FL5 Roma Civitavecchia è il modo più comodo per arrivare senza auto. Parte da Roma Termini, tocca Tuscolana, Ostiense, Trastevere, San Pietro e Aurelia dentro l’area urbana, poi esce verso la costa con Maccarese Fregene, Torre in Pietra Palidoro, Palo Laziale, Ladispoli Cerveteri, Marina di Cerveteri, Santa Severa, Santa Marinella e infine Civitavecchia. La fermata di Santa Severa è quella che serve: dal piazzale della stazione al castello si cammina, e il tratto è alla portata di chiunque abbia gambe discrete e scarpe chiuse, ma va fatto con l’acqua nello zaino perché lungo la strada non si trova granché nelle ore centrali. Gli orari cambiano ogni cambio stagionale e vanno controllati il giorno stesso sul sito di Trenitalia: d’estate vengono aggiunte corse nel fine settimana, in inverno alcune fermate minori saltano, e la differenza fra un treno e il successivo su questa linea può valere mezz’ora di attesa sotto il sole.
Il consiglio pratico, per chi viene da Roma in giornata: prendere un treno del primo mattino e rientrare prima delle diciotto. I convogli di rientro del tardo pomeriggio nei fine settimana di luglio e agosto si riempiono, e chi arriva in stazione con un’ora di ritardo rispetto al programma rischia di viaggiare in piedi con il telo bagnato sulle spalle.
Da Roma la strada naturale è la Via Aurelia, che si imbocca dal Grande Raccordo Anulare e poi corre parallela al mare per una cinquantina di chilometri. Chi preferisce l’autostrada usa la A12 Roma Civitavecchia e sceglie il casello di Santa Marinella, oppure quello di Cerveteri Ladispoli se arriva da sud e vuole fare l’ultimo tratto con calma sull’Aurelia. In condizioni normali dal Raccordo si arriva in poco meno di un’ora; nei sabati e nelle domeniche di luglio e agosto, fra le nove e le undici del mattino, il tempo si allunga parecchio e la coda si forma esattamente dove l’Aurelia si restringe in prossimità degli abitati costieri.
Il parcheggio è la variabile che rovina più giornate. Attorno al castello e lungo le traverse che scendono al mare la sosta è limitata e nei mesi caldi si esaurisce presto; le aree regolamentate cambiano di stagione in stagione e le tariffe vanno lette sulla cartellonistica sul posto, perché non esiste un listino stabile da riportare. Chi vuole giocare sul sicuro parte presto, lascia l’auto e poi cammina: qui la camminata fa parte del prezzo del biglietto, ed è anche il filtro che tiene il tratto meno affollato di quanto sarebbe altrimenti.
Il servizio extraurbano Cotral transita sull’Aurelia e collega i centri costieri fra loro e con Roma. Le fermate lasciano sulla statale, non sulla sabbia, e l’ultimo tratto si fa comunque a piedi.
La bicicletta funziona bene su questa costa, perché il terreno è pianeggiante e le distanze fra un centro e l’altro sono contenute. Sul tratto di arenile, invece, la bicicletta va lasciata: pedalare sulla sabbia asciutta è faticoso e inutile, e sulla battigia si finisce per passare dove non si dovrebbe. Si lega il mezzo dove ci sono rastrelliere o pali nell’area del castello e si prosegue camminando.

La domanda arriva sempre, di solito dopo il primo passo a piedi nudi alle due del pomeriggio: perché questa sabbia è nera, e perché scotta tanto. La risposta ha a che fare con la storia geologica del Lazio settentrionale. Tutta la fascia costiera che va da Ladispoli a Civitavecchia riceve materiale eroso dai rilievi vulcanici dell’entroterra, cioè dai distretti che hanno costruito i Monti Sabatini, la zona della Tolfa e più a nord l’area vulsinia. I fiumi e i fossi hanno portato al mare per millenni minerali pesanti ricchi di ferro e magnesio, che le correnti hanno poi selezionato e ridistribuito lungo la costa. Il risultato è una sabbia scura, a grana media, molto più pesante di quella bianca e fine delle spiagge del Circeo o di Sperlonga.
Questo ha due conseguenze pratiche che conviene conoscere prima di partire. La prima è termica: una sabbia scura assorbe più radiazione solare di una sabbia chiara, e nelle ore centrali di luglio la superficie diventa incamminabile a piedi nudi. Le ciabatte qui non sono un vezzo, sono attrezzatura. La seconda è che la sabbia scura, quando il mare è mosso, sporca il telo e la pelle in modo diverso: si attacca, resta, e non si toglie con una scrollata. Chi ha l’abitudine di sciacquarsi alla doccia dello stabilimento deve cambiare abitudine, perché docce non ce ne sono, e l’unica soluzione è una tanica d’acqua in macchina.
Il fondale scende in modo graduale per un buon tratto, poi si approfondisce. Non ci sono scogli affioranti e non ci sono barriere frangiflutto sul tratto libero, il che rende il mare piacevole nei giorni di calma e meno gestibile nei giorni di vento. Il punto che va detto senza giri di parole: su questo arenile non è presente un servizio di salvataggio. Le spiagge libere del litorale laziale non hanno assistenza bagnanti garantita come gli stabilimenti in concessione, e su un tratto che si raggiunge solo a piedi il soccorso, se serve, arriva con i tempi che si immaginano. Chi nuota lo fa sotto la propria responsabilità, e nelle giornate di libeccio conviene semplicemente restare a riva.
Non esistono qui cabine, ombrelloni a noleggio, bar, bagni chimici stabili o punti di ristoro. Non esiste un’illuminazione. Non esiste un presidio fisso. Questo è il motivo per cui il tratto ha mantenuto il suo carattere e anche il motivo per cui va affrontato con un minimo di organizzazione: acqua, cappello, crema, un telo in più per l’ombra, un sacchetto per riportare indietro i rifiuti.
Questa è la domanda che merita la risposta più onesta di tutte, perché è quella su cui in rete circolano le indicazioni meno affidabili. La pratica naturista su questo litorale si concentra nel tratto che va dal castello verso sud, cioè allontanandosi dall’abitato di Santa Severa e avvicinandosi al margine della riserva di Macchiatonda. Il criterio reale, quello che si osserva sul posto, è la distanza dagli accessi: nel primo pezzo, quello più vicino al castello e ai varchi comodi, la frequentazione è mista e prevalentemente vestita; man mano che si cammina e gli ingressi si diradano, la frequentazione diventa naturista.
Nessuno troverà una linea gialla sulla sabbia, un cartello con le coordinate o una recinzione. Il confine è dato dall’uso, si sposta di stagione in stagione e dipende anche dalle mareggiate invernali, che ogni anno ridisegnano la larghezza dell’arenile e spostano gli imbocchi dei sentieri. Chi arriva per la prima volta dovrebbe fare una cosa semplice: camminare, guardare, e regolarsi su quello che vede. In pratica ci si spoglia dove si vedono altre persone che lo fanno, e non prima. Il contrario è altrettanto valido: se si arriva sul tratto naturista vestiti, non c’è alcun obbligo di spogliarsi, ma è opportuno non piantare l’ombrellone in mezzo a chi ha scelto diversamente, perché la convivenza qui funziona proprio sul rispetto reciproco della distanza.
Sul riconoscimento formale del tratto occorre essere precisi, perché la differenza fra una spiaggia riconosciuta con atto amministrativo e una spiaggia a frequentazione naturista consolidata è sostanziale. Le associazioni naturiste, in particolare la componente laziale dell’Unione Naturisti Italiani, si sono battute per anni perché il litorale a nord di Roma avesse un tratto naturista pari a quello riconosciuto sul litorale sud, e nella comunicazione delle associazioni il tratto delle Sabbie Nere viene presentato come oasi naturista. Quello che risulta sul posto è una frequentazione lunga, stabile e pacifica, tollerata e ampiamente nota anche a chi non la pratica.
Quello che invece non si può riportare con sicurezza è il testo, la data e i confini di un atto comunale che delimiti il tratto con misure esatte. Chi scrive non è in condizione di citare un provvedimento con numero e protocollo, e preferisce dirlo apertamente piuttosto che riportare un dato che poi si rivela sbagliato davanti a un controllo. La conseguenza pratica per il visitatore è una sola e non cambia di molto la giornata: qui il naturismo è una consuetudine consolidata, non una linea tracciata sulla mappa, e la prudenza di spogliarsi solo dove la pratica è visibilmente in corso resta il comportamento giusto. Chi vuole la certezza amministrativa la trova invece a Capocotta, sul litorale di Roma, dove il riconoscimento del settore naturista risale al 1999 ed è il primo caso italiano su spiaggia libera.
La storia di questo pezzo di costa è una storia di pazienza. Per decenni la frequentazione naturista si è mantenuta senza clamore, in un tratto che non interessava a nessun altro perché lontano dai parcheggi e privo di attrattive commerciali. Quando il litorale a nord di Roma ha cominciato a essere più frequentato, la comunità che veniva qui si è organizzata per non perdere il tratto: presidi, lettere alle amministrazioni, presenza costante nei mesi caldi, pulizia volontaria dell’arenile. È questo il senso della frase che si sente ripetere sul posto, e cioè che la spiaggia se la sono tenuta loro. Chi arriva oggi trova un luogo curato più di quanto la totale assenza di servizi lascerebbe supporre, e il merito è di quella continuità.
Le regole di una spiaggia naturista non sono una liturgia, sono il minimo che serve perché il posto continui a esistere. Chi le rispetta non se ne accorge nemmeno; chi le ignora rovina la giornata a tutti e, nel medio periodo, mette a rischio la tolleranza che regge l’intera situazione. Le elenco in modo asciutto, perché è così che vanno lette.
Fotografare o riprendere persone senza il loro consenso è vietato. Non è una questione di galateo: la diffusione di immagini di persone identificabili senza il loro consenso costituisce una violazione della normativa sulla protezione dei dati personali, e la ripresa non consensuale in un contesto come questo può avere conseguenze penali. Sul tratto naturista la regola pratica è ancora più semplice: la macchina fotografica e il telefono restano nello zaino, e se si vuole fotografare il paesaggio lo si fa quando nell’inquadratura non entra nessuno, oppure inquadrando solo il mare e la duna. Chi viene sorpreso a riprendere altri viene invitato ad andarsene, e ha senso che sia così.
La distanza fra i teli è l’unica forma di educazione che conta su una spiaggia libera. Non ci si sistema a un metro da chi era già lì, non si tiene la musica accesa, non si urla. Lo sguardo insistente è la cosa che infastidisce di più ed è anche la più facile da evitare. Il registro corretto è quello della normalità: qui la nudità è una condizione ordinaria e non un evento, e trattarla come tale è esattamente ciò che rende il posto vivibile anche per le famiglie e per le persone sole.
Il tratto è aperto e libero, quindi capita che qualcuno ci finisca per caso. Se succede, la soluzione è banale: si continua a camminare o si torna indietro verso il tratto misto. Nessuno è tenuto a spogliarsi e nessuno è tenuto a restare. Allo stesso modo, chi frequenta il tratto naturista non ha titolo per far pesare la propria scelta a chi resta vestito. La convivenza sulle spiagge libere del Lazio regge da anni proprio perché questa reciprocità viene data per scontata.
Non esistono cestini e non esiste un servizio di raccolta sull’arenile. Tutto quello che si porta si riporta indietro, mozziconi compresi, e il mozzicone è il rifiuto più diffuso e più dannoso su questo tipo di spiaggia. I fuochi e i barbecue sulla sabbia non vanno accesi: oltre al divieto, alle spalle della battigia si trova vegetazione secca per buona parte dell’estate e il rischio di innesco è concreto, tanto più in un’area contigua a una riserva naturale. Chi porta il cane raccoglie, sempre, e nella zona dunale lo tiene al guinzaglio.
La curiosità riguarda il colore, e va oltre il fatto geologico. Se si prende una manciata di questa sabbia e la si passa sotto una calamita, una parte dei granelli resta attaccata. Sono i minerali ferromagnesiaci portati qui dall’erosione dei rilievi vulcanici dell’entroterra e concentrati dalle correnti lungo la fascia costiera settentrionale del Lazio. È un esperimento che i bambini trovano irresistibile e che spiega in dieci secondi perché questo arenile non somiglia a nessuna delle spiagge chiare che si vedono più a sud.
La seconda parte della curiosità è che il colore non è costante. Dopo una mareggiata il mare rimescola gli strati e la superficie può apparire più chiara, perché il materiale leggero viene rideposto sopra quello pesante; dopo qualche giorno di vento e di risacca selettiva la superficie torna scura. Nelle prime ore del mattino, con la sabbia ancora umida, il tratto appare quasi nero e riflette la luce come una lastra; a mezzogiorno, asciutto, vira al grigio ferro. Gli habitué riconoscono il punto in cui si trovano proprio da queste sfumature, e non è un modo di dire: su un arenile privo di riferimenti verticali il colore della sabbia diventa una mappa.
Alle spalle della battigia corre una fascia di sabbia asciutta e poi una duna bassa, discontinua, in parte erosa dalle mareggiate e dal calpestio. Su questo tipo di duna cresce una vegetazione specializzata che ha impiegato secoli a mettersi a punto e che si distrugge in una stagione. Le specie che si riconoscono più facilmente sono la gramigna delle spiagge, che con i suoi rizomi trattiene la sabbia e costruisce materialmente il rilievo, il ravastrello marittimo, l’eringio marittimo con le sue foglie spinose e azzurrine, e soprattutto il giglio di mare, che fiorisce fra la fine di luglio e agosto con un fiore bianco dal profumo forte. Vederlo fiorito su un tratto frequentato è un buon segno: significa che chi passa di lì cammina dove deve.
La regola è una sola ed è facile da rispettare: si attraversa la fascia dunale solo sui sentieri già tracciati, in fila, senza aprire scorciatoie e senza sedersi sul rilievo. Il motivo è meccanico prima ancora che normativo. Le piante psammofile trattengono la sabbia con radici e rizomi superficiali; il calpestio le spezza, la sabbia non viene più trattenuta, il vento apre un varco e la mareggiata successiva entra da quel varco portandosi via il rilievo. Un sentiero nuovo aperto in agosto diventa un canale di erosione a novembre. Ricostruire quel pezzo di duna richiede anni, e in molti punti del litorale laziale semplicemente non si ricostruisce più.
C’è anche una ragione che riguarda gli animali. Sulle spiagge del litorale laziale nidifica a terra il fratino, un piccolo trampoliere che depone in una semplice depressione della sabbia, fra la primavera e l’inizio dell’estate. Il nido risulta praticamente invisibile e non c’è modo di accorgersene finché non lo si è già rovinato. Per questo nei mesi di nidificazione conviene tenersi sulla fascia umida vicino al mare e lasciare in pace tutto quello che si trova più in alto, oltre che tenere i cani al guinzaglio dove la duna è viva.
Il tratto confina a sud con la Riserva naturale regionale di Macchiatonda, istituita nel 1983 con la legge regionale del 23 luglio 1983 numero 54 e ampia circa 244 ettari, interamente nel territorio del Comune di Santa Marinella. È una delle poche zone umide costiere sopravvissute sulla piana a nord di Roma: un sistema di pantani, prati allagati, canali e boscaglia che conserva un frammento di quello che era il paesaggio della fascia litoranea prima delle bonifiche. La riserva funziona come area di sosta per l’avifauna migratoria, che vi trova acqua dolce, cibo e riparo lungo la rotta verso i siti di nidificazione; per questo il periodo più interessante per una visita non è l’estate ma la stagione dei passi, fra l’autunno e la primavera.
L’ingresso della riserva si trova al chilometro 49,900 della Strada statale 1 Via Aurelia. I percorsi principali sono il Sentiero del Boschetto, la Strada Idrovora, il Sentiero della spiaggia, il Sentiero dei capanni e la strada di accesso; i capanni servono all’osservazione degli uccelli e vanno usati come si usano i capanni, cioè in silenzio. L’apertura al pubblico è regolata e prevede giornate e fasce dedicate, con visite guidate organizzate soprattutto nel fine settimana e nel periodo estivo; il riferimento per orari, prenotazioni e attività è il servizio di guardiaparco della Regione Lazio, e le condizioni vanno confermate prima di presentarsi perché cambiano di stagione in stagione e in occasione di lavori o di esigenze di tutela.
Il punto da tenere presente per chi va in spiaggia: l’area protetta e l’arenile libero sono due cose diverse, con regole diverse. Non si entra nella riserva dalla spiaggia come se fosse la continuazione della passeggiata, non si accede fuori dagli orari e dai percorsi previsti, e non si porta il cane libero nelle aree di tutela. La contiguità fra un tratto naturista e una riserva naturale è una fortuna rara sul litorale romano, ed è anche una responsabilità: basta poco perché diventi un problema per entrambi.

La cosa che non viene mai scritta è che il vero problema di questa spiaggia non è trovarla, è tornarci a piedi nel primo pomeriggio. Il tratto si raggiunge con una camminata sulla sabbia, e sulla sabbia asciutta e scura, a mezzogiorno di luglio, quella camminata pesa il doppio di quanto pesava al mattino. Le persone che si vedono in difficoltà su questo litorale non sono quelle che nuotano troppo al largo, sono quelle che hanno sottovalutato il rientro: poca acqua, niente cappello, niente ciabatte, e un chilometro abbondante da rifare con il sole a picco e senza un metro di ombra.
La conseguenza operativa è che qui l’acqua va calcolata come si calcola in escursione, non come si calcola in stabilimento. Un litro e mezzo a testa per una giornata intera è il minimo, due se si resta oltre le sedici e se si è camminato all’andata. Chi ha l’auto lascia una tanica nel bagagliaio e ringrazia sé stesso al rientro. Chi arriva in treno mette in conto che l’ultimo pezzo verso la stazione si fa sull’asfalto caldo.
Questo tratto di costa è esposto e non ha ripari. Con il ponente e con il libeccio il mare si alza in fretta e la sabbia scura, sollevata dal vento, diventa un fastidio serio: entra ovunque, sferza le gambe, rende inutile qualunque telo. Con il maestrale il mare resta più ordinato ma l’aria si raffredda anche in piena estate. La lettura del vento, la sera prima, vale più di qualunque previsione generica di bel tempo: una giornata di sole con vento teso qui è una giornata sprecata, mentre una giornata coperta e senza vento può essere ottima.
C’è poi il tema delle mareggiate invernali, che non riguarda chi viene a fare il bagno ma riguarda chi conosce il posto da anni. L’arenile cambia larghezza da un inverno all’altro, i sentieri di accesso si spostano, e in alcuni punti la duna arretra. Chi torna dopo qualche stagione trova una spiaggia che non corrisponde al ricordo, e se ne stupisce; in realtà è il comportamento normale di un litorale sabbioso privo di opere di difesa, ed è anche il motivo per cui qui la duna vale come una diga.
Va detto perché evita delusioni. Nei fine settimana di luglio e agosto anche questo tratto si popola, soprattutto nella fascia più vicina agli accessi. Chi cerca il silenzio assoluto deve venire in settimana, o di mattina presto, o nelle stagioni intermedie: maggio, giugno e settembre sono i mesi in cui questa spiaggia dà il meglio, con acqua ancora accettabile a settembre e temperature che rendono la camminata una passeggiata anziché una prova.
Il consiglio è di costruire la giornata su due tempi, e di non trattare la spiaggia come l’unico obiettivo. Arrivo presto, mare e sole nelle ore buone, poi rientro verso il castello nel primo pomeriggio e visita alla parte culturale quando il sole è ancora alto e la sabbia è invivibile. Si torna eventualmente in spiaggia verso le diciassette, quando la luce si abbassa e il tratto diventa la cosa più bella della giornata. Questo schema risolve il problema del caldo, riempie il buco delle ore centrali e restituisce una gita completa invece di sei ore stese sul telo.
Acqua in quantità, come detto. Cappello. Crema solare ad alta protezione, e qui vale un’avvertenza che su una spiaggia naturista conta più che altrove: le zone di pelle abitualmente coperte non hanno alcuna abitudine al sole e si scottano in tempi brevissimi, per cui la protezione va messa prima di arrivare e rimessa dopo ogni bagno, senza dimenticare i piedi. Un telo grande e un secondo telo o un pareo da usare come ombra improvvisata. Ciabatte o sandali chiusi per la sabbia rovente. Un sacchetto per i rifiuti. Un minimo di kit per le piccole emergenze, perché qui non c’è una farmacia a cinquanta metri. Contanti spiccioli per il parcheggio, se si usa un’area a pagamento.
La cassa bluetooth, in primo luogo. Su una spiaggia libera e silenziosa la musica di uno è il rumore di trenta persone. Il drone, perché sorvolare un arenile frequentato e per giunta contiguo a un’area protetta è sbagliato su tutti i piani, e in una spiaggia naturista è semplicemente inaccettabile. La macchina fotografica con il teleobiettivo, che non ha alcuna funzione legittima in questo contesto. I vetri, che si rompono nella sabbia e restano lì per anni. E il gonfiabile grande, che con il vento di questa costa finisce al largo prima di quanto si creda.
Chi non ha mai frequentato una spiaggia naturista tende a caricare il momento di significati che non ha. Il consiglio pratico è di arrivare, sistemarsi, fare un bagno e regolarsi senza fretta. Non esiste nessun obbligo e nessuna soglia da varcare, e nessuno guarda chi arriva. Se ci si sente a disagio ci si veste e si resta comunque; se ci si sente a proprio agio ci si spoglia e non succede niente di particolare. Il senso di normalità che si respira qui è esattamente il punto: è una spiaggia, non un evento.
Il quadro dei servizi si riassume in una riga: non ce ne sono sul tratto naturista. Nessuno stabilimento, nessun chiosco, nessuna doccia, nessun noleggio di ombrelloni e lettini, nessun bagno. È una scelta di fatto, legata alla conformazione del posto e alla distanza dagli accessi carrabili, ed è anche ciò che ha permesso al tratto di restare quello che è. I servizi si trovano invece nella parte nord, verso l’abitato e verso il castello, dove la spiaggia è attrezzata in modo convenzionale e dove si alternano concessioni e varchi liberi.
Come tutto l’arenile marittimo italiano, anche questo litorale è demanio pubblico. Gli stabilimenti operano in concessione su porzioni delimitate, mentre i tratti liberi restano accessibili a chiunque; la battigia è sempre percorribile. Questo significa che si può camminare da nord verso sud lungo la riva anche passando davanti alle concessioni, purché si resti sulla fascia bagnata e non si occupi lo spazio in concessione. I varchi di accesso al mare devono essere mantenuti e segnalati, ed è da lì che conviene scendere quando si arriva dalla strada.
Un’avvertenza sulla balneazione: la qualità delle acque viene controllata dagli enti competenti e i risultati vengono pubblicati sui portali regionali e ministeriali dedicati. Non ha senso riportare qui un giudizio fisso, perché un giudizio fisso non esiste: dopo piogge intense e nei giorni successivi a un evento meteorico rilevante, su qualunque tratto costiero conviene semplicemente controllare prima di fare il bagno. Chi vuole il dato ufficiale lo cerca sul portale delle acque di balneazione, e quello è l’unico riferimento affidabile.
Sul litorale di Santa Marinella viene allestita nella stagione balneare un’area dedicata ai cani, la cosiddetta Bau Beach, che consente di portare l’animale in spiaggia in uno spazio attrezzato e regolamentato. La collocazione, la gestione e le condizioni di accesso vengono definite stagione per stagione e non sono un dato stabile da riportare: chi viaggia con il cane fa bene a verificare prima della partenza dove viene aperta quell’anno e con quali regole. Sul tratto naturista vero e proprio il cane si porta con buon senso, al guinzaglio nella fascia dunale, raccogliendo sempre, e tenendo presente che nelle aree contigue alla riserva la presenza di un animale libero disturba la fauna che nidifica a terra.
Va detto con chiarezza, perché è un’informazione che serve: il tratto naturista non è accessibile a chi ha difficoltà motorie. Si arriva solo camminando su sabbia asciutta e profonda, per una distanza non banale, senza passerelle e senza punti di appoggio. Chi ha bisogno di percorsi attrezzati trova condizioni migliori nella parte nord del litorale, dove alcune strutture in concessione predispongono passerelle e servizi dedicati, con modalità che variano da stabilimento a stabilimento e che vanno chieste direttamente.
Il fatto risaputo è che questo pezzo di costa non è mai stato una periferia. Poche centinaia di metri a nord del tratto, sotto e attorno al castello, si trova l’area archeologica di Pyrgi, che nell’antichità era uno dei porti della potente città etrusca di Caere, cioè dell’odierna Cerveteri. Pyrgi non era uno scalo qualsiasi: ospitava un santuario di rilievo internazionale, frequentato da mercanti e marinai di tutto il Mediterraneo, e la sua fama era tale da attirare anche chi voleva saccheggiarlo.
Il ritrovamento che ha reso il sito celebre fra gli studiosi di tutto il mondo è quello delle lamine d’oro, portate alla luce nel 1964 durante gli scavi condotti dall’Università di Roma sotto la direzione di Massimo Pallottino. Sono tre lamine iscritte, due in etrusco e una in fenicio, che documentano una dedica alla divinità femminile venerata nel santuario, identificata come Uni nel mondo etrusco e come Astarte in quello fenicio-punico, da parte di Thefarie Velianas, il personaggio che reggeva Caere in quel momento. Il valore del documento è doppio: da un lato attesta rapporti politici e commerciali diretti fra gli Etruschi e il mondo punico, dall’altro fornisce agli studiosi un testo bilingue che ha aiutato la ricerca sulla lingua etrusca. Le lamine sono conservate a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, e chi visita il castello e poi le vede al museo mette insieme i due pezzi della stessa storia.
La cosa che si cita poco è la continuità. Fra il santuario etrusco, la colonia romana che vi si insediò, la torre di avvistamento medievale, il borgo che vi crebbe attorno e la spiaggia che oggi si percorre a piedi nudi non c’è soluzione di continuità: è lo stesso posto, usato in modi diversi per venticinque secoli. Camminare verso sud sapendo questo cambia il tono della passeggiata, e vale anche per chi è venuto solo per il mare.
Prima della fotografia, la regola che viene prima di tutte: qui non si fotografano le persone. Nessuna, mai, senza un consenso esplicito, e sul tratto naturista nemmeno con il consenso se nell’inquadratura finiscono terzi. Detto questo, il paesaggio di questa costa è generoso e la fotografia giusta esiste.
La fotografia da portare a casa si fa sul bagnasciuga, di prima mattina o nell’ultima ora di luce, tenendo la macchina bassa e sfruttando il velo d’acqua che resta sulla sabbia dopo l’onda. La sabbia scura bagnata si comporta come uno specchio: riflette il cielo, e in quel momento il colore del tratto diventa evidente anche a chi guarda la fotografia senza esserci mai stato. Il soggetto forte è il contrasto fra la lastra scura e riflettente della battigia e il bianco della schiuma.
La seconda fotografia è quella classica: il profilo del castello che chiude l’inquadratura a nord, visto dal tratto libero con la spiaggia in primo piano e la linea dell’arenile che accompagna lo sguardo. Funziona meglio nel tardo pomeriggio, quando la luce arriva da dietro le spalle di chi guarda verso nord e il castello prende un colore caldo. Se si sceglie invece il mattino, il castello resta in controluce e il risultato è una silhouette, che è comunque una buona immagine ma è un’altra fotografia.
La terza fotografia è quella che quasi nessuno fa: il dettaglio della duna. Il giglio di mare fiorito fra fine luglio e agosto su una sabbia nera è un soggetto che vale il viaggio, e si fotografa dal sentiero, inginocchiati sul passaggio già battuto, senza mettere un piede sulla vegetazione. Verso la riserva, nelle stagioni di passo, i capanni di osservazione permettono immagini di avifauna che sull’arenile non si otterrebbero mai; anche lì valgono le regole della riserva, cioè silenzio, percorsi e orari. Il drone, lo ripeto perché è il punto su cui ci si intestardisce di più, qui non si usa.

La sequenza di questo pezzo di costa è lunga e vale la pena metterla in fila, perché aiuta a capire che cosa si attraversa camminando.
Fra il sesto e il quinto secolo avanti Cristo Pyrgi era lo scalo marittimo di Caere e ospitava un grande complesso santuariale affacciato sul mare. Il porto serviva i traffici che collegavano l’Etruria meridionale con la Grecia, con la Magna Grecia e con il mondo fenicio-punico; il santuario era il luogo in cui quei rapporti venivano sanciti anche sul piano religioso e politico. Le dediche a Uni e Astarte documentano proprio questa doppia appartenenza culturale.
Nel 384 avanti Cristo Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, condusse una spedizione navale contro il santuario di Pyrgi e ne saccheggiò il tesoro. L’episodio è ricordato dalle fonti antiche ed è uno dei pochi eventi datati che riguardano direttamente questo tratto di costa; racconta anche quanto fosse ricco un luogo che oggi si attraversa senza pensarci. Dopo quel colpo il santuario non tornò più all’antico splendore.
Con l’espansione di Roma verso il litorale tirrenico il sito divenne colonia romana, inserita nel sistema di presidi costieri, e il passaggio della Via Aurelia consolidò il ruolo della zona come snodo fra il mare e l’entroterra. La strada che ancora oggi si percorre per arrivare qui ricalca quel tracciato, ed è il motivo per cui i chilometraggi dell’Aurelia restano il modo più preciso per indicare i punti di accesso su questo litorale.
Nel medioevo sull’area portuale antica si formò un insediamento fortificato, con una torre di avvistamento affacciata sul mare e un borgo raccolto dentro le mura. Il nome del luogo è legato alla memoria della martire Severa, venerata in questo tratto di costa, e il complesso conserva testimonianze religiose stratificate: una chiesa paleocristiana, un battistero e la chiesa dedicata a Santa Maria Assunta. La torre, chiamata Saracena, ricorda la stagione delle incursioni dal mare che per secoli hanno segnato la vita dei borghi costieri del Lazio.
Il complesso è oggi un polo culturale pubblico, gestito in collaborazione fra Regione Lazio, LAZIOcrea e Comune di Santa Marinella, con la vigilanza archeologica della soprintendenza competente. Il recupero del borgo e l’apertura al pubblico degli spazi museali sono il risultato di un lavoro lungo, concluso nella seconda metà degli anni Dieci del Duemila. All’interno si visitano il Museo del Castello, il Museo del Mare e della Navigazione Antica, il Museo del Territorio e l’Antiquarium, oltre all’area archeologica; il borgo ospita anche un ostello. Orari e biglietti cambiano di stagione e vanno controllati sul sito ufficiale del castello prima di partire.
Nel 1983, con la legge regionale del 23 luglio numero 54, la Regione Lazio istituì la Riserva naturale di Macchiatonda su circa 244 ettari di zona umida costiera nel territorio di Santa Marinella. Fu un atto decisivo, perché in quegli anni la piana litoranea a nord di Roma era sotto forte pressione edilizia e agricola, e quella porzione di pantani e prati allagati rischiava di scomparire come era già scomparso quasi tutto il resto. La tutela della riserva è anche il motivo per cui il tratto di spiaggia contiguo ha mantenuto un carattere spoglio e poco costruito.
Nel 1999 il settore naturista della spiaggia di Capocotta, sul litorale romano, ottenne il riconoscimento che ne fece la prima spiaggia libera italiana dove la pratica del naturismo venne ammessa in modo esplicito. È l’evento che ha aperto la strada a tutto il resto, comprese le rivendicazioni per il litorale a nord della capitale, e per questo va citato anche parlando delle Sabbie Nere: senza quel precedente, la vicenda di questo tratto sarebbe stata diversa.
Qui conviene essere sinceri: non esiste un elenco di celebrità legate a questo tratto di spiaggia, e chi ne propone uno lo sta inventando. Le persone che hanno davvero lasciato un segno in questo luogo sono altre, e sono più interessanti.
I primi a passare di qui in modo sistematico furono gli equipaggi che approdavano a Pyrgi. Mercanti etruschi, greci e fenici, marinai, pellegrini diretti al santuario: per qualche secolo questa striscia di sabbia scura fu un luogo di arrivo e di partenza, e i traffici che vi passavano collegavano l’Etruria meridionale al resto del Mediterraneo. Il tesoro che Dionigi di Siracusa venne a prendersi nel 384 avanti Cristo si era formato grazie a loro.
Massimo Pallottino, fra i massimi etruscologi del Novecento, diresse le campagne di scavo che nel 1964 portarono alla luce le lamine d’oro. Con lui lavorarono generazioni di studenti e ricercatori dell’università romana, e il sito di Pyrgi è tuttora un riferimento negli studi etruscologici internazionali. Chi cammina su questa spiaggia passa a poca distanza dal punto in cui è stato trovato uno dei documenti più importanti dell’archeologia italiana del secolo scorso.
La terza categoria è quella che riguarda più da vicino il carattere attuale del posto: le persone che da decenni frequentano questo arenile e che, attraverso le associazioni naturiste e in particolare la componente laziale dell’Unione Naturisti Italiani, hanno chiesto alle amministrazioni il riconoscimento del tratto e ne hanno difeso la continuità. Non sono nomi noti al grande pubblico, ma senza la loro presenza costante, la loro pulizia volontaria dell’arenile e la loro capacità di tenere un comportamento corretto per anni, questo pezzo di costa sarebbe oggi indistinguibile da qualunque altro.
Infine ci sono gli ornitologi, i volontari e il personale della riserva, che da quarant’anni contano gli uccelli, manutengono i capanni, accompagnano le scolaresche e tengono in vita un frammento di zona umida che altrove è stato cancellato. È il tipo di lavoro che non finisce sui giornali e che però decide se fra vent’anni qui ci sarà ancora qualcosa da guardare.
La risposta breve: da metà maggio a fine giugno e per tutto settembre. La risposta lunga richiede qualche riga in più, perché su una spiaggia senza ombra e senza servizi la scelta del periodo pesa più che altrove.
Aprile e maggio sono i mesi in cui questo litorale si mostra nella versione migliore dal punto di vista del paesaggio: la duna è verde, la vegetazione fiorisce, l’arenile è largo perché le mareggiate invernali hanno appena finito di lavorare, e la riserva di Macchiatonda ospita il passaggio dei migratori. L’acqua è ancora fredda per la maggior parte delle persone, ma per camminare e per fotografare non c’è periodo migliore. È anche la stagione in cui la nidificazione a terra rende più importante che mai restare sui percorsi e vicino alla battigia.
Luglio e agosto sono i mesi in cui il tratto funziona peggio, e non per colpa del mare. Il caldo sulla sabbia scura è severo, l’assenza di ombra diventa un problema reale, il parcheggio si esaurisce e nei fine settimana la parte vicina agli accessi si affolla. Chi può scegliere viene in settimana, arriva entro le nove del mattino e lascia il tratto nelle ore centrali. Chi non può scegliere si organizza con acqua, telo per l’ombra e un piano preciso per il rientro, che è la parte della giornata che si sottovaluta sempre.
Settembre è il mese che consiglio a chiunque me lo chieda. L’acqua è al massimo della temperatura, le presenze calano bruscamente dopo la prima settimana, la luce del tardo pomeriggio è la migliore dell’anno e la camminata sulla sabbia torna a essere una passeggiata. In ottobre e novembre il mare diventa una cosa per pochi, ma il tratto resta ottimo per camminare, e la riserva entra nella stagione in cui l’osservazione degli uccelli acquatici dà i risultati migliori.
D’inverno qui non viene quasi nessuno, ed è un peccato. Con il mare grosso lo spettacolo è notevole, la sabbia scura bagnata diventa una superficie riflettente che vale la fotografia dell’anno, e il castello sullo sfondo con il cielo carico è un’immagine che d’estate non si ottiene. Si viene coperti, con scarpe chiuse, e si tiene la distanza dalla battigia nei giorni di mareggiata, perché le onde su un arenile basso arrivano molto più in alto di quanto sembri.
Giornate con vento teso da ponente o da libeccio: sabbia in faccia e mare inutilizzabile. Giornate immediatamente successive a piogge intense, per le ragioni dette sulla balneazione. I ponti di agosto, se si cerca tranquillità. E le ore fra le dodici e le sedici in piena estate, in qualunque giorno, perché è il momento in cui questa spiaggia dà il peggio e in cui succedono i piccoli guai che poi si raccontano.
Il tratto naturista da solo riempie mezza giornata. Intorno, però, c’è abbastanza per costruire un fine settimana intero, e vale la pena saperlo per non ridurre il viaggio a una sola spiaggia.
Il Castello di Santa Severa è la visita naturale, e si fa proprio nelle ore in cui la spiaggia è invivibile. Dentro le mura si girano il borgo, le chiese, la torre, l’area archeologica e i musei, fra cui il Museo del Mare e della Navigazione Antica, che è quello che interessa di più a chi arriva dalla spiaggia. Orari, tariffe e giorni di chiusura vanno controllati sul sito ufficiale del castello, perché cambiano con la stagione e con gli eventi.
La spiaggia di Santa Severa nella sua parte nord offre stabilimenti, chioschi e servizi per chi con i bambini piccoli ha bisogno di un appoggio. Poco più avanti si trova Santa Marinella, con il suo lungomare e le sue calette, mentre verso sud la costa prosegue con Ladispoli e il Bosco di Palo. A nord si arriva in poco a Civitavecchia, che è il grande scalo crocieristico del Lazio e che per chi sbarca da una nave rende questo tratto di costa raggiungibile in una mattinata.
Dietro la costa comincia l’Etruria meridionale, che è uno dei territori più densi di storia d’Italia. A Cerveteri si visita la Necropoli della Banditaccia, la città dei morti dell’antica Caere, cioè della stessa città a cui apparteneva il porto di Pyrgi: è la continuazione logica della giornata per chi si è appassionato alle lamine d’oro. Più a nord si arriva a Tarquinia, con le tombe dipinte, e ancora oltre a Vulci. Verso l’interno salgono i Monti della Tolfa, con il borgo di Tolfa e con Allumiere, dove il paesaggio cambia del tutto in mezz’ora di macchina. Chi ha una giornata in più scende verso il Lago di Bracciano.
Chi cerca alternative sul litorale laziale ha due riferimenti principali oltre a questo. Il primo è l’Oasi Naturista di Capocotta, sul litorale romano, che dal 1999 è la prima spiaggia libera italiana con riconoscimento esplicito della pratica naturista e che si trova dentro un contesto dunale tutelato; il secondo è la spiaggia dell’Arenauta a Gaeta, nota anche come spiaggia dei cento gradini per la scalinata che la collega alla strada, con una frequentazione naturista tradizionale di lunga data. Fra i tre, le Sabbie Nere sono il tratto più spartano e più silenzioso; Capocotta è il più organizzato e il più accessibile da Roma; l’Arenauta è il più scenografico e il più faticoso da raggiungere.
La pratica risulta consolidata e pacifica da decenni sul tratto a sud del castello, verso la riserva, ed è nota alle associazioni e alla comunità locale. Un atto amministrativo con confini misurati non è però un dato che si possa citare con sicurezza, e la differenza va conosciuta: il riconoscimento qui è di fatto, non formalizzato in modo pubblicamente documentabile. La regola prudente resta quella di spogliarsi solo dove la pratica è visibilmente in corso.
Non esiste un confine segnato. Si cammina verso sud dal castello e la frequentazione cambia gradualmente man mano che ci si allontana dagli accessi. Il criterio è l’osservazione, non la mappa.
No. Sul tratto naturista non ci sono servizi di alcun tipo, e non c’è assistenza bagnanti. I servizi si trovano nella parte nord del litorale, verso l’abitato.
Solo del paesaggio, e solo quando nell’inquadratura non entrano persone. Fotografare o riprendere qualcuno senza consenso è vietato e può avere conseguenze serie. I droni non si usano.
Con buon senso e al guinzaglio nella fascia dunale, raccogliendo sempre. Per l’area cani attrezzata del litorale, collocazione e regole vengono definite ogni stagione e vanno verificate prima di partire.
Il fondale basso aiuta, ma la distanza a piedi, l’assenza di ombra e la sabbia rovente rendono il tratto poco pratico con bambini piccoli in piena estate. Per una giornata in famiglia la parte attrezzata a nord risulta più gestibile.
Da metà maggio a fine giugno e per tutto settembre, meglio in settimana e nelle prime ore del mattino. Luglio e agosto sono i mesi peggiori per caldo, parcheggio e affollamento.
Le Sabbie Nere di Macchiatonda si trovano sul litorale di Santa Severa, lungo la Strada statale 1 Via Aurelia, con il castello di Santa Severa, al chilometro 52,600, come punto di riferimento fisso. Dal castello si guarda verso sud, cioè verso Roma, e si cammina lungo la spiaggia in direzione della riserva di Macchiatonda.
La sabbia delle Sabbie Nere di Macchiatonda è scura perché tutta la fascia costiera che va da Ladispoli a Civitavecchia riceve materiale eroso dai rilievi vulcanici dell’entroterra, cioè dai distretti che hanno costruito i Monti Sabatini. Una parte dei granelli è composta da minerali ferromagnesiaci, tanto che si attaccano a una calamita passata sulla sabbia.
La pratica naturista risulta consolidata e pacifica da decenni sul tratto a sud del castello di Santa Severa, verso la riserva di Macchiatonda, ed è nota alle associazioni e alla comunità locale. Non si tratta però di un atto amministrativo con confini misurati e formalizzati: il riconoscimento è di fatto, non pubblicamente documentato con precisione.
No, sul tratto naturista delle Sabbie Nere di Macchiatonda non ci sono servizi: nessuno stabilimento, nessun chiosco, nessuna doccia, nessun noleggio di ombrelloni e lettini, nessun bagno. I servizi si trovano invece nella parte nord del litorale, verso l’abitato di Santa Severa.
Sul tratto naturista delle Sabbie Nere di Macchiatonda non si fotografano le persone: fotografare o riprendere qualcuno senza consenso esplicito non è ammesso, e la regola vale anche se il soggetto principale è un’altra persona che compare per caso nell’inquadratura. Il paesaggio della costa, invece, si può fotografare liberamente, meglio di prima mattina o nell’ultima ora di luce.
Il periodo consigliato per visitare le Sabbie Nere di Macchiatonda va da metà maggio a fine giugno e per tutto settembre. Aprile e maggio sono i mesi in cui il litorale si mostra nella versione migliore dal punto di vista del paesaggio, con la duna verde e l’arenile largo.
Vicino alle Sabbie Nere di Macchiatonda, poche centinaia di metri a nord del tratto, sotto e attorno al castello di Santa Severa, si trova l’area archeologica di Pyrgi, uno dei porti dell’antica città etrusca di Caere, l’odierna Cerveteri, che ospitava un santuario di rilievo internazionale.
Chi vuole costruire un itinerario completo sul litorale a nord di Roma, mettendo insieme il mare, il castello e l’Etruria interna, trova guide e servizi di accompagnamento su Tour Leader Pro, mentre per pianificare un viaggio più ampio in Italia il riferimento è ItalyPlanner.
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