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Museo di Casal de’ PazziIl Museo di Casal de' Pazzi è in via Egidio Galbani 6, 00156 Roma, nel territorio del IV Municipio, in quel settore di città compreso fra la via Tiburtina e la via Nomentana, a poche centinaia di metri dall'Aniene. L'ingresso è gratuito per tutti e la prenotazione è obbligatoria: si telefona allo 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Gli orari sono dal martedì al venerdì 9.00-14.00 e il sabato e la domenica 10.00-14.00, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; il lunedì il museo è chiuso, come il 1 maggio e il 25 dicembre. Il numero diretto del museo, attivo durante l'orario di apertura, è 06 6710 77007. Con i mezzi pubblici si scende a Rebibbia, capolinea della linea B della metropolitana, e si copre l'ultimo tratto a piedi o con una linea di superficie; in automobile si entra nel parcheggio del museo da via Adolfo Marco Boroli. In questo periodo il giardino pleistocenico e la passerella sospesa sopra il giacimento non sono visitabili per lavori di miglioramento dell'accessibilità: la sala espositiva con affaccio sul giacimento resta aperta su prenotazione e vi vengono proiettati alcuni dei video normalmente visibili dalla passerella, quindi la visita si fa comunque, in forma ridotta. La pagina degli avvisi del sito ufficiale del museo è il posto giusto dove controllare prima di mettersi in strada. Questa guida fa parte della raccolta dedicata ai musei di Roma.
C'è un momento in cui una visita smette di essere una passeggiata e diventa un'esperienza intellettuale. Al Museo di Casal de' Pazzi quel momento arriva quasi sempre nello stesso punto: quando il visitatore capisce che il pavimento su cui si affaccia non è una ricostruzione, non è un plastico, non è un calco, ma il letto vero di un fiume che scorreva lì duecentomila anni fa, con dentro le zanne degli elefanti che ci morivano sopra. Non c'è nessun altro posto a Roma dove si possa guardare il Pleistocene in faccia, restando dentro il Grande Raccordo Anulare, senza biglietto e in una mattinata. Roma è la città dei Cesari e dei papi, e nessuno lo nega; ma sotto i Cesari e sotto i papi c'è una città più antica di duecento volte, e il Museo di Casal de' Pazzi è la sola porta aperta su quella.
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Museo di Casal de' Pazzi[/caption]
La definizione tecnica è "museo in situ": una struttura costruita sopra il proprio contenuto, che non trasporta i reperti altrove ma li protegge dove sono stati trovati. In Italia i musei in situ si contano, e quasi tutti riguardano l'archeologia classica: una villa, un mosaico, una necropoli. Qui il contenuto è geologico e paleontologico prima ancora che archeologico. Il museo occupa circa 400 metri quadrati e custodisce una porzione dell'alveo di un antico fiume che, circa 200.000 anni fa, scorreva esattamente dove ora sorge l'edificio. Tutto il resto - l'illuminazione, i pannelli, le vetrine, le proiezioni - esiste in funzione di quei metri quadrati di ghiaia fossile.
Il Museo di Casal de' Pazzi appartiene al Sistema dei Musei di Roma Capitale, la rete civica che comprende i Musei Capitolini, la Centrale Montemartini, i Musei di Villa Torlonia, il Museo di Roma e una trentina di altre sedi. È dunque un museo comunale, gestito dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi affidati alla società strumentale del Comune. Questa appartenenza spiega due cose che al visitatore interessano molto: la gratuità dell'ingresso e la validità della MIC card, la tessera annuale che apre l'intero sistema.
Un chiarimento che vale la pena fare subito, perché genera equivoci ricorrenti fra chi arriva con i figli: qui non si vedono i dinosauri. Il giacimento di Casal de' Pazzi è di sessantacinque milioni di anni più giovane dell'estinzione dei dinosauri non aviani. Gli animali di cui si vedono le ossa sono mammiferi del Pleistocene medio, cioè bestie che un cacciatore preistorico poteva incontrare davvero, e che condividevano il territorio con esseri umani in carne e ossa. Il fascino del posto è tutto lì: non nel mostro esotico, ma nel fatto che elefanti alti quattro metri e ippopotami si abbeverassero dove oggi passa la linea B della metropolitana, e che qualcuno con una mano come la nostra li guardasse.
La bassa valle dell'Aniene, fra la via Nomentana e la via Tiburtina, era una delle aree paleontologiche più importanti d'Europa. Nell'Ottocento e nella prima metà del Novecento le cave di ghiaia e di pozzolana lungo il fiume restituivano ossa fossili con una regolarità che oggi sembra incredibile: Sedia del Diavolo, Monte delle Gioie, Saccopastore, Ponte Mammolo, Casal de' Pazzi. Quei depositi sono stati sistematicamente cancellati dall'espansione edilizia del secondo dopoguerra. Il deposito conservato nel Museo di Casal de' Pazzi rappresenta oggi l'unico sito visibile dei molti scomparsi della bassa valle dell'Aniene. Non è un primato da poco: è ciò che resta di un archivio naturale distrutto quasi per intero.
Un giudizio senza cautele diplomatiche: il Museo di Casal de' Pazzi è il museo più sottovalutato di Roma. Non per colpa sua. Per colpa della geografia mentale del turismo, che si ferma alle Mura Aureliane e considera tutto il resto periferia indistinta. Chi accetta di prendere la linea B fino al capolinea trova un museo scientificamente serio, gratuito, silenzioso, dove nessuno spinge e dove un operatore ti spiega le cose guardandoti in faccia. Nel centro di Roma un'esperienza così costa venticinque euro e la fila di un'ora.
Lo scavo degli anni Ottanta interessò una superficie di oltre 1.200 metri quadrati. Di quella superficie, una variante al Piano Regolatore Generale del Comune di Roma permise di conservare circa 300 metri quadrati di deposito: il resto fu documentato, smontato, campionato e poi ceduto al quartiere che stava nascendo. Trecento metri quadrati sono l'equivalente di un appartamento grande, o di un campo da tennis senza le fasce laterali. Quando si è dentro, la percezione è di una superficie ampia, perché la si guarda dall'alto e perché il colore chiaro della ghiaia vulcanica la fa sembrare più estesa di quanto sia.
Il numero che colpisce di più, però, non è quello dei metri quadrati. È il rapporto fra superficie e reperti. Da quei 1.200 metri quadrati sono usciti circa 2.200 resti ossei e più di 1.500 strumenti in pietra scheggiata. È una densità enorme, che si spiega con la dinamica del sito: non un accampamento, ma un fiume che raccoglieva e concentrava.
L'indirizzo è via Egidio Galbani 6. Nella segnaletica e in alcune pubblicazioni più vecchie compare anche l'indicazione "via Ciciliano, incrocio via Egidio Galbani": è lo stesso posto, l'ingresso pedonale si apre all'angolo fra le due strade. Il quartiere è quello di Casal de' Pazzi, sviluppatosi fra gli anni Settanta e Ottanta lungo l'asse che collega la Tiburtina alla Nomentana, a ridosso di Rebibbia e di Ponte Mammolo. È una Roma di palazzine, di supermercati e di parcheggi condominiali, senza pretese monumentali e senza turisti. Chi ci arriva per la prima volta si guarda intorno con un certo scetticismo. Poi entra.
La stazione più comoda è Rebibbia, capolinea del ramo orientale della linea B. Da Termini il viaggio dura poco più di un quarto d'ora e non richiede cambi. Uscendo dalla stazione ci si trova sulla via Tiburtina, nel punto in cui il tessuto urbano si fa largo e disordinato. Il museo è a poco meno di un chilometro in linea d'aria verso sud-ovest, il che significa una passeggiata di una ventina di minuti oppure un tratto breve su una linea di superficie. Le linee dei bus che percorrono via di Casal de' Pazzi e la via Tiburtina vengono riorganizzate con una certa frequenza: la cosa più sensata è verificarle sul pianificatore di percorso dell'azienda dei trasporti il giorno stesso, insieme all'orario di ritorno, perché la mattina presto le frequenze sono buone e verso mezzogiorno si diradano.
Un avvertimento pratico che risparmia irritazione: la fermata Ponte Mammolo, quella immediatamente precedente sulla linea B, è il grande nodo di scambio con i pullman extraurbani ed è più trafficata e più caotica. Non serve scendere lì. Rebibbia è più tranquilla, ha il parcheggio di scambio ed è il punto di partenza corretto.
Il museo dispone di un proprio parcheggio, con ingresso da via Adolfo Marco Boroli. È una comodità rara per un museo romano e cambia completamente il calcolo di chi arriva da fuori città o dalla provincia: si viene in macchina, si posteggia dentro, si visita e si riparte. Dal Grande Raccordo Anulare si esce alla Tiburtina o alla Nomentana e si entra nel quartiere; la zona non ha zona a traffico limitato e non ha strisce blu diffuse come il centro. Chi viaggia con bambini piccoli, passeggini e borse dovrebbe considerare seriamente l'automobile: è uno dei pochissimi musei di Roma dove conviene davvero.
Camminare l'ultimo tratto ha un senso che va oltre la logistica. Il giacimento fu intercettato durante i lavori di urbanizzazione del quartiere, cioè mentre si scavavano le fondazioni e i sottoservizi delle palazzine che si attraversano venendo dalla metropolitana. Guardare quelle case sapendo che sotto, alla stessa quota, corre il letto di un fiume di duecentomila anni fa è l'unico modo per capire la scala del ritrovamento. Il deposito non era un punto: era una fascia lunga, tagliata dal cantiere in più punti. Trecento metri quadrati salvati significano che tutto il resto è sotto i garage.
Un ultimo elemento di orientamento: l'Aniene scorre poco più a nord e la sua fascia fluviale è tutelata come riserva naturale. Chi ha tempo può abbinare la visita al museo a una passeggiata nella riserva naturale della Valle dell'Aniene, che è il paesaggio contemporaneo dello stesso fiume di cui il museo racconta l'antenato. È l'accostamento più istruttivo che conosca in tutta la periferia romana.
Ripeto i dati perché sono quelli che fanno fallire la visita a chi arriva improvvisando. Apertura dal martedì alla domenica; dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 14.00, il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 14.00. Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura, quindi alle 13.00 nei giorni feriali. Chiusura settimanale il lunedì; chiusure annuali il 1 maggio e il 25 dicembre. Il museo apre solo la mattina: non esiste una visita pomeridiana ordinaria, e questo è il singolo dato che più spesso manda a vuoto una gita.
L'ingresso al Museo di Casal de' Pazzi è gratuito. Non c'è biglietto intero, non c'è ridotto, non c'è diritto di prenotazione. In compenso la prenotazione è obbligatoria, e si effettua chiamando lo 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Il motivo è organizzativo: il percorso si fa in forma accompagnata, con orari di ingresso scaglionati, e non è ammesso l'accesso a visita già iniziata. Chi si presenta al cancello senza aver telefonato rischia di aspettare il turno successivo o di non entrare affatto.
Questa combinazione di gratuità e prenotazione obbligatoria è una rarità del panorama museale romano e va capita per quello che è: non un ostacolo burocratico, ma il modo in cui un museo piccolo, con un contenuto fragile e un organico ridotto, garantisce a ciascuno una spiegazione vera invece di un vagabondaggio silenzioso fra i pannelli. Fra le due strade non ci sono dubbi su quale funzioni meglio.
I gruppi da 5 a 25 persone più la guida accedono esclusivamente tramite prenotazione gratuita allo 060608. Le scuole prenotano obbligatoriamente, anche per il solo ingresso senza attività, e devono presentare l'elenco nominativo degli alunni e degli insegnanti accompagnatori firmato dal dirigente scolastico su carta intestata. Il tetto dei venticinque partecipanti non è formale: dentro la sala espositiva, con le vetrine su tre lati e l'affaccio sul giacimento, un gruppo più numeroso non sentirebbe la voce di chi spiega.
Con cinque euro la MIC card permette di entrare gratuitamente per dodici mesi nel Sistema dei Musei di Roma Capitale. Possono usarla i maggiorenni residenti o domiciliati a Roma e nella Città Metropolitana di Roma e gli studenti delle università pubbliche e private del territorio metropolitano. Si acquista online sul portale dedicato, tramite l'applicazione per Android e iOS, in tutti i musei del Sistema e nei Tourist Infopoint; esiste anche in versione gift card. Oltre all'ingresso illimitato nei musei civici e nelle aree archeologiche del sistema, la tessera dà diritto alle visite guidate gratuite con i curatori del programma aMICi, all'accesso diretto senza fila, a riduzioni su mostre e spettacoli e a uno sconto del dieci per cento nei bookshop e nelle caffetterie museali.
Al Museo di Casal de' Pazzi, dove si entra già gratis, la MIC card non serve per varcare il cancello. Serve per tutto il resto: le attività del programma aMICi che il museo ospita periodicamente, e soprattutto il resto della rete. Chi vive a Roma e paga cinque euro una volta l'anno per entrare a piacimento ai Musei Capitolini, alla Centrale Montemartini, al Museo di Roma e nei musei di Villa Torlonia compie il miglior investimento culturale disponibile in Italia. La pagina dei musei gratis a Roma raccoglie le altre occasioni di ingresso senza biglietto in città.
La prima domenica di ogni mese i Musei di Roma Capitale e le principali aree archeologiche della città aprono con ingresso gratuito per tutti. Il Museo di Casal de' Pazzi partecipa all'iniziativa, che qui però non modifica il costo, già nullo: cambia semmai l'affluenza, perché la giornata porta visitatori anche in sedi periferiche che nelle altre domeniche vedono poca gente. Da febbraio 2026 il Sistema dei Musei di Roma Capitale applica inoltre la gratuità per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana che esibiscano la carta d'identità in biglietteria. Sono misure che spostano molto nei musei a pagamento e pochissimo qui: il vero filtro all'ingresso di Casal de' Pazzi resta la telefonata allo 060608.
Chi entra si aspetta un museo e trova invece un pezzo di paesaggio. Il giacimento è la porzione conservata dell'alveo di un fiume del Pleistocene medio: sabbie e ghiaie di composizione vulcanica che riempivano un tratto di letto fluviale, e dentro quelle ghiaie ossa, denti, zanne, foglie e schegge di selce. Il fiume aveva inciso un banco di tufo prodotto dal Vulcano Laziale, l'apparato vulcanico dei Colli Albani, datato a circa 366.000 anni fa. Quel tufo è il pavimento geologico su cui tutto poggia, e fornisce il primo dei due limiti cronologici del sito: il deposito non può essere più antico della roccia che il fiume ha scavato.
Il giacimento è riferibile allo stadio isotopico marino 7, cioè a circa 200.000 anni fa, ed è eccezionalmente ben conservato. Gli stadi isotopici marini sono la scala cronologica con cui i quaternaristi ordinano il clima degli ultimi due milioni e mezzo di anni: si ricavano dal rapporto fra isotopi dell'ossigeno nei gusci dei foraminiferi dei sedimenti oceanici, e i numeri dispari corrispondono alle fasi calde, i pari alle fasi fredde. Lo stadio 7 è un interglaciale, un periodo temperato compreso all'incirca fra 245.000 e 190.000 anni fa. Non è una data ottenuta a occhio: è una collocazione dentro una scala globale, incrociata con le datazioni radiometriche dei tufi vulcanici laziali, che in questa regione sono uno strumento cronologico di precisione insolita.
Vale la pena fermarsi un secondo sulla fortuna geologica di Roma. Il vulcanismo dei Colli Albani e dei Monti Sabatini ha coperto la campagna romana di colate e di depositi piroclastici databili con i metodi dell'argon; ogni volta che un deposito sedimentario si incastra fra due tufi datati, il suo intervallo temporale si stringe. È il motivo per cui la preistoria del Lazio ha una cronologia migliore di quella di regioni archeologicamente più celebri. Casal de' Pazzi ne è un esempio da manuale.
La composizione della fauna e della flora fossile indica condizioni climatiche tendenzialmente temperate e umide. Bisogna liberarsi dall'immagine da libro di scuola della preistoria come eterno inverno con i mammut nella neve. Duecentomila anni fa, in questo tratto della valle dell'Aniene, il clima assomigliava a quello attuale o era leggermente più caldo e più piovoso. Il fondovalle era occupato da un corso d'acqua a canali intrecciati, con barre di ghiaia, lanche, pozze stagnanti e sponde boscose. Intorno, un mosaico di bosco misto e di radure, con specie che oggi riconosceremmo quasi tutte.
Questa è la vera lezione del posto: non stiamo guardando un altro pianeta. Stiamo guardando lo stesso pezzo di terra, con lo stesso clima, popolato da animali che l'uomo ha poi fatto sparire. L'elefante antico non si è estinto per il freddo. Si è estinto quando è arrivato un predatore capace di organizzarsi.
Durante gli scavi una variante del Piano Regolatore Generale del Comune di Roma permise la conservazione di circa 300 metri quadrati di deposito. È un dato amministrativo che vale quanto un dato scientifico: senza quella variante, oggi non ci sarebbe nessun museo e la bassa valle dell'Aniene sarebbe archeologicamente muta. Chi lavora nella tutela sa che le battaglie decisive non si vincono con la pala ma con gli atti urbanistici, e questa fu una di quelle.
Il resto della superficie scavata venne documentato e poi restituito al cantiere. La parte conservata è quella che si vede dall'affaccio: un rettangolo irregolare di ghiaia chiara, attraversato da grandi blocchi di tufo che il fiume aveva trascinato, con ossa e zanne lasciate al loro posto, esattamente nella giacitura in cui sono state trovate. Non ci sono ricostruzioni, non ci sono pezzi rimessi lì per fare scena. Quello che si vede è il deposito.
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Museo di Casal de' Pazzi[/caption]
Nel 1981, durante i lavori di urbanizzazione del quartiere di Casal de' Pazzi, presso Ponte Mammolo, venne identificato un importante deposito fluviale del Pleistocene medio. La circostanza che ha fatto scattare tutto è una zanna d'elefante uscita dalla terra sotto una macchina da cantiere. Da lì nacque uno degli scavi preistorici più importanti mai condotti dentro il perimetro urbano di una capitale europea.
Immaginate la scena, che è più interessante di qualunque ricostruzione virtuale. Siamo all'inizio degli anni Ottanta, la periferia nord-est di Roma cresce a ritmo forsennato, le ruspe aprono le fondazioni di un quartiere nuovo. Da un fronte di scavo spunta un oggetto lungo, curvo, di un materiale che non è pietra e non è legno. Qualcuno capisce che non è un tronco. Arrivano gli archeologi e i geologi, e nel giro di poche settimane diventa chiaro che sotto il quartiere in costruzione c'è un pezzo di Pleistocene intatto.
Non è un dettaglio folkloristico. È il modo in cui, statisticamente, si trovano quasi tutti i giacimenti paleolitici dell'area romana: per caso, in cantiere, con qualcuno abbastanza sveglio da fermare la benna. Le grandi scoperte della preistoria laziale portano tutte questa firma. Il merito, quando c'è, va diviso fra l'operaio che si è insospettito e il funzionario che è corso sul posto.
Lo scavo fu condotto dalla Soprintendenza Archeologica di Roma dal 1981 al 1985 sotto la direzione di Anna Paola Anzidei. L'intervento interessò una superficie di oltre 1.200 metri quadrati e mise insieme professionalità diverse: la geologia con Aldo Giuseppe Segre, lo studio della fauna con Piero Cassoli, l'archeologia preistorica con Amilcare Bietti, il supporto tecnico e scientifico di Massimo Ruffo. I finanziamenti arrivarono prima dalla V Ripartizione del Comune di Roma, quella dei Lavori Pubblici, e poi dal Ministero per i Beni Culturali.
Quattro anni di scavo su milleduecento metri quadrati, in un deposito ghiaioso, con reperti ossei fragilissimi da liberare uno a uno: chi ha lavorato in cantieri di questo tipo sa che cosa significa. Significa migliaia di ore di lavoro a terra, quote prese punto per punto, ogni frammento numerato e orientato prima di essere sollevato. Il risultato di quella disciplina è che ancora oggi, quarant'anni dopo, si può discutere di come si sia formato il deposito, perché la posizione originaria di ciascun pezzo è documentata.
Furono rinvenuti circa 2.200 resti ossei e oltre 1.500 strumenti in pietra scheggiata, provenienti da un deposito interpretato come porzione del letto di un antico fiume. La specie simbolo del sito è l'elefante antico, Elephas (Palaeoloxodon) antiquus, rappresentato da venticinque zanne intere e circa cinquanta frammentarie, oltre a molari e frammenti ossei. L'industria litica comprende prevalentemente strumenti tipici del Paleolitico medio: raschiatoi, denticolati, intaccature.
La cifra delle zanne merita un commento. Venticinque zanne intere non significano venticinque elefanti morti sul posto in un giorno. Significano un accumulo progressivo, forse di secoli, dovuto alla dinamica del fiume: le carcasse finiscono in acqua, la corrente separa e trasporta gli elementi più pesanti e resistenti, che si depositano dove la velocità cala. Le zanne, per densità e forma, si comportano idraulicamente come grossi ciottoli. Un paleontologo direbbe che il deposito è "rimaneggiato". Un visitatore capisce meglio così: il fiume ha fatto la raccolta differenziata, e noi leggiamo il cassonetto.
Nel 2013 una breve campagna di scavo stratigrafico confermò le dinamiche di accumulo osservate in precedenza. È un'informazione che al pubblico sembra minore e che invece conta molto: significa che il sito è stato riletto con i metodi e le domande di trent'anni dopo, e che la ricostruzione degli anni Ottanta ha retto. Nella pratica scientifica accade il contrario più spesso di quanto si creda.
Fra la fine dello scavo e l'apertura al pubblico passano trent'anni esatti. Non è pigrizia burocratica: è il tempo tecnico di un problema conservativo molto difficile. Un deposito ghiaioso con dentro ossa fossili, esposto all'aria, si degrada in fretta. L'acqua piovana lo dilava, il gelo lo disgrega, i sali migrano, i microrganismi colonizzano le superfici ossee. Lasciarlo scoperto avrebbe significato perderlo in pochi inverni.
Nel 1986 il sito fu coperto con strati di argilla espansa e di gesso per prevenirne il degrado naturale, e poi protetto in via provvisoria con una struttura in legno e ondulato plastico. Sembra rudimentale, e per gli standard odierni lo è, ma quel pacchetto di materiali inerti ha fatto il suo lavoro: ha isolato il deposito dagli sbalzi termici e dall'acqua per il tempo necessario a costruirci sopra un edificio vero.
Il primo progetto di copertura permanente fu ideato nel 1985 da Giuseppe Morganti della Soprintendenza Archeologica, concepito in funzione della necessità primaria di proteggere il deposito dagli agenti atmosferici e dagli atti vandalici. I lavori iniziarono nel 1987 con finanziamenti della Provincia di Roma. Dal 1996 il sito passò in carico alla Sovrintendenza capitolina e nel 2000 iniziarono i lavori di costruzione dell'edificio del museo, che entrò a far parte del Sistema dei Musei Civici di Roma.
Chi guarda l'edificio da fuori vede un capannone basso e sobrio, senza gesti architettonici. È esattamente quello che doveva essere. Un museo in situ non ha il compito di farsi ammirare: ha il compito di stare in piedi sopra qualcosa di fragile senza toccarlo, di controllare l'umidità e la luce e di lasciare che l'attenzione vada al pavimento. Su questo punto l'opinione è netta: le coperture archeologiche spettacolari che si vedono in giro per l'Europa sono spesso monumenti all'ego dei progettisti. Qui hanno fatto la scelta giusta.
Da marzo a settembre del 2001 si svolsero i lavori di restauro del giacimento, secondo un progetto redatto in collaborazione con l'Istituto Centrale per il Restauro. L'intervento riguardò sia le rocce tenere del fondo fluviale sia i reperti faunistici rimasti in situ. Da allora vengono eseguite con cadenza semestrale operazioni di monitoraggio e rilevamento dello stato di conservazione del deposito e dei resti faunistici, oltre a depolveratura e trattamenti di disinfezione, a cura del personale dell'Area Conservazione della società che gestisce i servizi museali capitolini.
Due volte l'anno, quindi, qualcuno scende sul giacimento con pennelli, aspiratori e schede di rilevamento e passa in rassegna ossa vecchie di duecentomila anni. Un museo è davvero quella manutenzione lì, non la vetrina. La vetrina è il risultato.
La struttura museale è aperta continuativamente al pubblico dal 30 marzo 2015. Prima di quella data il sito era stato visitabile solo in occasioni straordinarie, per gruppi accompagnati e su prenotazione, in una condizione da cantiere permanente. L'apertura del 2015 è quindi la conclusione di un percorso lungo trentaquattro anni dalla scoperta. Trentaquattro anni fra la zanna nella benna e il primo visitatore con il biglietto gratuito in mano: chi dice che in Italia la tutela è lenta ha i suoi argomenti, ma il risultato è qui e si può toccare.
Nel deposito furono scoperti oltre duemila reperti faunistici, in condizioni climatiche tendenzialmente temperate e umide. Fra i resti di vertebrati ricorrono con maggiore frequenza l'elefante antico, il rinoceronte, l'ippopotamo, l'uro, il cervo elafo, la iena, il lupo e il cavallo, e sono documentati anche il daino, il cinghiale, la tartaruga d'acqua e quattro specie di uccelli acquatici. Nella sala espositiva ciascuna di queste specie è presentata con un elemento scheletrico reale e con un disegno ricostruttivo, che è il modo corretto di fare le cose: prima il dato, poi l'interpretazione, e la differenza fra i due sempre visibile.
Elephas (Palaeoloxodon) antiquus è la specie simbolo del sito. Il nome scientifico va spiegato, perché nei pannelli compare in entrambe le forme e i visitatori se lo chiedono: la specie fu descritta come Elephas antiquus nell'Ottocento, poi molti autori l'hanno attribuita al genere Palaeoloxodon, ed è per questo che oggi si scrive spesso con il genere fra parentesi. È l'elefante dal cranio alto e dalle zanne quasi diritte, adattato ai boschi temperati europei, cosa ben diversa dal mammut lanoso, che era un animale delle steppe fredde e in Italia centrale non arrivava.
Le dimensioni sono la ragione per cui i bambini restano a bocca aperta. La presentazione del museo indica zanne lunghe fino a quattro metri; le pubblicazioni sul giacimento riportano una zanna maggiore di 3,50 metri fra quelle recuperate. Un maschio adulto di elefante antico poteva superare i quattro metri al garrese e le dieci tonnellate: più grande di qualunque elefante africano vivente. Immaginate una bestia di quella taglia che si abbevera in un fiume dove oggi passa la Tiburtina.
Dallo scavo provengono venticinque zanne intere e circa cinquanta frammentarie, oltre a molari e frammenti ossei. I molari dell'elefante antico sono uno degli oggetti più istruttivi da guardare in vetrina: sono blocchi grandi come una scarpa, formati da lamelle di smalto verticali cementate insieme, e funzionavano come una macina. Un elefante consuma i molari per abrasione e ne fa avanzare di nuovi da dietro, sei serie nell'arco della vita. Quando finisce la sesta, l'animale muore di fame. È la ragione per cui, in un deposito fluviale, i denti sono la parte che si conserva meglio e che permette di stimare l'età degli individui.
Bos primigenius, l'uro, è l'antenato selvatico dei bovini domestici. Nella sala espositiva è documentato da un'estremità distale di omero. Era un animale enorme, con corna lunghe e rivolte in avanti, alto al garrese fino a un metro e ottanta, molto più imponente delle razze bovine attuali. È l'unica specie di questo elenco che l'uomo europeo abbia visto sopravvivere fino all'età moderna: l'ultimo esemplare documentato morì nel 1627 nella foresta di Jaktorów, in Polonia. Duecentomila anni di storia si chiudono con una data precisa e con un fallimento.
Il rinoceronte del giacimento è documentato in vetrina da un dente. Nella letteratura sul sito compare come Dicerorhinus, il genere del rinoceronte a due corna di ambiente temperato, diffuso in Europa nel Pleistocene medio in forme che gli specialisti oggi tendono ad attribuire a Stephanorhinus. La sostanza per il visitatore non cambia: nella valle dell'Aniene, duecentomila anni fa, pascolavano rinoceronti.
L'ippopotamo, Hippopotamus amphibius, è rappresentato da un canino. Un canino di ippopotamo è un oggetto impressionante: cresce per tutta la vita dell'animale, ha sezione triangolare e si affila da solo contro il dente antagonista. La presenza dell'ippopotamo è anche il migliore indicatore ambientale di tutto il giacimento, perché richiede acqua permanente, profonda a sufficienza e non gelata d'inverno. Se c'era l'ippopotamo, l'Aniene di allora era un fiume vero, con lanche e pozze stabili, in un clima temperato.
Il cervo elafo, Cervus elaphus, è documentato da un frammento di palco deciduo. La parola "deciduo" è la chiave: il palco del cervo cade e ricresce ogni anno, e questo significa che un frammento di palco non implica necessariamente un animale morto. Può essere semplicemente un palco perso in primavera e trascinato dalla corrente. Sono le distinzioni che separano una lettura ingenua del deposito da una lettura tafonomica corretta.
Il daino, Dama dama, compare con un radio; il cinghiale, Sus scrofa, con un canino. Cervi, daini e cinghiali confermano un paesaggio di bosco misto con radure, esattamente l'ambiente che questi tre animali frequentano ancora oggi nel Lazio. Il visitatore che al mattino ha visto un cinghiale rovistare in un cassonetto lungo la Nomentana e nel pomeriggio ne trova il canino fossile in vetrina fa da solo il collegamento più efficace di tutta la visita.
Crocuta crocuta, la iena maculata, è presente con un metatarso. La iena è un attore fondamentale nella formazione dei depositi ossei: frantuma le ossa lunghe per estrarne il midollo, lascia tracce di denti riconoscibili e accumula resti nelle tane. Ogni volta che in un giacimento del Pleistocene compaiono ossa spezzate, la prima domanda dello specialista è se le abbia rotte un uomo o una iena, e la risposta si legge sui margini di frattura e sulle impronte dei denti.
Canis lupus, il lupo, è documentato da una mandibola; il cavallo, Equus, da un molare. Il cavallo selvatico è l'animale delle praterie aperte e la sua presenza, accanto a cervi e cinghiali di bosco, descrive un mosaico ambientale: non foresta chiusa, non steppa, ma un alternarsi di boschi ripariali, radure e prati umidi lungo il corso d'acqua.
Quattro specie di uccelli acquatici sono state riconosciute nel deposito: l'oca lombardella, Anser albifrons, il fischione, Anas penelope, la canapiglia, Anas strepera, e l'alzavola, Anas crecca. Sono tutte specie svernanti o di passo, che ancora oggi si osservano nelle zone umide del Lazio. In vetrina compaiono anche impronte di uccelli nel limo: la traccia più fragile e più commovente di tutto il museo, perché registra un istante, non un'epoca. Un uccello camminò sul fango di una lanca in un giorno qualunque di duecentomila anni fa, il fango si seccò, un'inondazione lo coprì, e quell'istante è arrivato fino a noi.
Completa il quadro un frammento di carapace di tartaruga d'acqua. Davanti a questa vetrina vale la pena insistere su un punto: gli anatidi, la tartaruga palustre e l'ippopotamo raccontano tutti la stessa cosa, cioè acqua ferma e permanente accanto all'acqua corrente. Il fiume aveva le sue morte, le sue pozze laterali, i suoi canneti. È in quelle pozze che si formavano i sedimenti fini dove le impronte si conservano.
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Museo di Casal de' Pazzi[/caption]
Nel giacimento sono state rinvenute foglie fossili di Zelkova crenata, una grande pianta che può raggiungere i trenta metri di altezza, con tronco liscio e breve e numerosi rami eretti, foglie ovoidali dal margine grossolanamente dentato. Appartiene alla famiglia degli olmi. Oggi è diffusa nei territori intorno al Mar Nero e al Mar Caspio, mentre durante il Pleistocene medio era presente anche nella penisola italiana. Dallo scavo provengono inoltre resti riferibili al nocciolo e all'artemisia, e la documentazione del sito ricorda la presenza dell'albero di Giuda e dell'alloro.
Il pubblico si ferma davanti alle zanne e passa oltre la vetrina delle foglie. Sbaglia. Una zanna dice che c'era un elefante. Una foglia dice che clima faceva, quanto pioveva, che tipo di bosco cresceva sulle sponde, e con quale composizione. La paleobotanica è lo strumento più fine che abbiamo per ricostruire un ambiente antico, perché le piante non migrano in un pomeriggio: registrano condizioni medie su decenni.
La Zelkova ha in più un valore narrativo. È un albero che dall'Italia è scomparso e che si è ritirato verso il Caucaso e il Mar Caspio, dove sopravvive. Le glaciazioni hanno funzionato come un rastrello: hanno spinto le specie verso sud e verso est, e molte non sono più tornate indietro. La flora europea attuale è impoverita rispetto a quella del Pleistocene medio, e la foglia in vetrina è la ricevuta di quella perdita.
All'esterno dell'edificio il museo ha realizzato un giardino pleistocenico. Il giardino non nasce per caso: vuole offrire una suggestione, e il sentiero ricalca il percorso di un fiume antico. Le piante messe a dimora sono specie che esistevano nel Pleistocene e che ancora oggi caratterizzano gli ambienti mediterranei e temperati italiani: salvia, erica arborea, corbezzolo, palma nana, alloro, ulivo, leccio, acero campestre e la Zelkova, l'unica del gruppo a non essere più diffusa in Italia. Ci sono arbusti che diventano piccoli alberi, specie aromatiche e alberi veri, disposti lungo il percorso in modo da far capire la stratificazione della vegetazione ripariale.
Il giardino è, insieme alla passerella, la parte del museo attualmente non visitabile per i lavori di miglioramento dell'accessibilità. Quando riaprirà, il consiglio è di percorrerlo alla fine e non all'inizio: dopo aver visto la foglia fossile in vetrina, camminare fra le piante vive che le somigliano produce un cortocircuito mentale che nessun pannello riesce a ottenere.
L'industria litica, cioè l'insieme degli oggetti e dei manufatti prodotti e usati dall'uomo, è costituita da più di 1.500 oggetti, realizzati e impiegati per necessità diverse: procacciamento del cibo, preparazione degli alimenti, lavorazione delle pelli, taglio e foratura. L'industria è attribuibile al Paleolitico medio e presenta caratteristiche affini all'industria musteriana: raschiatoi, denticolati e intaccature sono frequenti, mentre grattatoi, punte e punteruoli sono meno abbondanti. Nella sala espositiva quattro vetrine ne presentano una selezione di ventidue pezzi, più uno strumento in osso.
I nomi degli strumenti paleolitici sono la barriera principale fra il visitatore e la vetrina, e vale la pena abbatterla. Il raschiatoio è una scheggia con un margine lungo, ritoccato in modo continuo, adatta a raschiare superfici: pelli, legno, ossa. Il denticolato ha il margine lavorato a piccole tacche che formano una dentellatura, e serve a segare o a sfibrare. L'intaccatura ha una sola concavità ritoccata, ottima per assottigliare un'asta di legno facendola scorrere dentro l'incavo. Il chopper è un ciottolo scheggiato su una faccia sola, uno strumento pesante da spacco. Il nucleo non è uno strumento: è il blocco da cui si staccavano le schegge, ed è l'oggetto che permette di ricostruire la sequenza dei gesti dello scheggiatore.
Il termine "musteriano" indica il complesso tecnologico associato in Europa ai Neandertaliani, dal riparo di Le Moustier in Dordogna. Non è una moda decorativa: descrive un modo di produrre schegge predeterminate a partire da nuclei preparati, cioè un livello di pianificazione mentale notevole. Chi guarda una scheggia musteriana guarda il prodotto di una catena operativa progettata in anticipo.
Gli studi tracceologici condotti sui materiali del sito hanno rivelato che gli strumenti erano utilizzati per decorticazione, piallatura e lavorazione del legno, oltre che per scarnificazione e raschiamento. Il dato interessante è che questa lettura contrasta spesso con le denominazioni archeologiche tradizionali: uno strumento classificato come raschiatoio in base alla forma può risultare, all'esame delle tracce microscopiche sul filo, uno strumento da legno. La tipologia descrive la forma, la traceologia descrive la funzione, e le due non coincidono sempre.
È un punto che vale la pena sottolineare davanti alle vetrine perché insegna qualcosa sul metodo scientifico in generale. Per un secolo la preistoria ha classificato le pietre in base all'aspetto e ne ha dedotto l'uso. Poi qualcuno ha guardato i fili al microscopio e ha scoperto che l'aspetto ingannava. La disciplina non ha buttato via le vecchie classificazioni: le ha mantenute come linguaggio descrittivo e ha aggiunto un livello di lettura. Anche questo è progresso.
La presenza di questi resti nel deposito non è direttamente riconducibile ad azioni umane determinabili, ma è il risultato del trasporto operato dalla corrente. Detto in modo comprensibile: Casal de' Pazzi non è un accampamento paleolitico congelato nel tempo. Non c'è un focolare, non c'è una capanna, non ci sono aree di attività leggibili. C'è un fiume che ha raccolto, lungo il proprio corso, ciò che gli uomini avevano abbandonato sulle rive e ciò che restava delle carcasse degli animali, e lo ha ammassato dove la corrente rallentava.
Questa consapevolezza toglie qualcosa al racconto romantico e aggiunge moltissimo alla comprensione. La domanda giusta davanti al giacimento non è "che cosa facevano qui gli uomini", ma "che cosa ci dice questo accumulo del territorio a monte". La risposta è che in quel territorio, duecentomila anni fa, vivevano gruppi umani che producevano strumenti in selce con tecnica musteriana e che frequentavano abitualmente le sponde di un fiume ricco di grandi mammiferi. Non è poco: è la fotografia di un popolamento stabile.
Nel giacimento è stato rinvenuto un frammento di parietale destro attribuibile al genere Homo, scoperto nel 1983 sotto un blocco di tufo. È il reperto più importante del sito e, paradossalmente, il meno vistoso: un pezzo di osso piatto che si tiene nel palmo di una mano. Sebbene non consenta un'attribuzione tassonomica precisa, il confronto con resti craniali come quelli di Saccopastore a Roma e di Petralona in Grecia ha evidenziato caratteristiche definite preneandertaliane, mentre la datazione del deposito suggerirebbe una presenza neandertaliana vera e propria.
Il dettaglio della posizione conta. Il frammento venne trovato sotto un blocco di tufo, cioè in una condizione di sepoltura rapida che ne ha protetto la superficie. Nei depositi fluviali le ossa umane sono rarissime, per due ragioni: gli esseri umani erano pochissimi rispetto agli erbivori, e le loro ossa sono piccole e fragili rispetto a una zanna. Trovare un frammento umano in un contesto del genere è statisticamente un colpo di fortuna, e spiega perché questo pezzo abbia generato una letteratura scientifica sproporzionata rispetto alle sue dimensioni.
Il reperto è stato pubblicato sul Journal of Human Evolution nel 1990 da Giorgio Manzi, Loretana Salvadei e Pietro Passarello, con il titolo che lo definisce "the Casal de' Pazzi archaic parietal"; gli stessi autori, in altre sedi, avevano presentato il fossile come nuova evidenza di Homo sapiens arcaico dell'Italia centrale, e Manzi e Passarello hanno collocato il pezzo nel quadro degli "anténéandertaliens et néandertaliens du Latium" in un lavoro del 1991 su L'Anthropologie. Il lessico usato in quegli anni rispecchia una discussione ancora aperta.
Vale la pena spiegare la questione, perché è il punto in cui una guida può dare al proprio pubblico qualcosa che nessuna didascalia gli darà. Fra 400.000 e 200.000 anni fa, in Europa, si compie la neandertalizzazione: una serie di popolazioni umane accumula progressivamente i caratteri che riconosciamo nei Neandertaliani classici, senza che esista un momento in cui una specie si trasforma in un'altra. I fossili di quell'intervallo mostrano combinazioni intermedie, e a seconda del carattere che si privilegia si possono chiamare preneandertaliani, Homo heidelbergensis, Homo sapiens arcaici o Neandertaliani arcaici. La discussione sui nomi è una discussione su dove tagliare un continuum, e i continui non hanno tagli naturali.
Nel caso di Casal de' Pazzi il paradosso è dichiarato: la morfologia del frammento richiama forme più antiche, la cronologia del deposito lo colloca in un momento in cui in Italia si trovano già Neandertaliani riconoscibili. Le spiegazioni possibili sono almeno tre: che il frammento sia rimaneggiato e provenga da un livello più antico portato dal fiume, che la variabilità individuale sia maggiore di quanto le classificazioni ammettano, o che nell'Italia centrale la neandertalizzazione abbia avuto tempi propri. Il dato solido resta uno: il pezzo mostra caratteri arcaici in un contesto cronologico tardo. La certezza tassonomica non esiste, e chi la promette vende fumo.
Saccopastore si trova poco più a valle lungo lo stesso Aniene, verso la Nomentana: due crani umani vennero recuperati in una cava di ghiaia fra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento e furono studiati dall'antropologo Sergio Sergi, che li riconobbe come Neandertaliani. Sono fra i fossili umani più celebri d'Italia e appartengono allo stesso sistema di depositi fluviali di cui Casal de' Pazzi è l'ultimo lembo visibile. Petralona, in Calcidica, ha restituito nel 1960 un cranio umano completo incrostato di calcite dentro una grotta, uno dei fossili europei più discussi del Pleistocene medio.
Il confronto con questi due termini colloca il frammento di Casal de' Pazzi dentro la storia della paleoantropologia europea, e non ai suoi margini. Ecco perché insisto sul fatto che questo museo periferico e gratuito custodisce un reperto di cui si discute nelle riviste internazionali. Chi lo guarda distrattamente, pensando che sia solo un pezzo d'osso, si perde il centro della visita.
Il percorso museologico venne progettato a partire dal 2000, dopo il completamento degli interventi di tutela del sito, con una scelta comunicativa dichiarata: affiancare alla comunicazione testuale forme verbali, visive e interattive, per raggiungere pubblici diversi. È un allestimento narrativo, costruito intorno all'idea di riportare il visitatore dentro le acque del Pleistocene.
All'ingresso due grandi pannelli in maioliche artistiche ricostruiscono l'ambiente pleistocenico. Sono la prima cosa che si incontra e assolvono una funzione precisa: dare al visitatore un'immagine mentale del paesaggio prima che veda le ossa. Senza quell'immagine, un deposito di ghiaia resta un deposito di ghiaia. Con quell'immagine, diventa la sponda di un fiume popolato.
La scelta della maiolica, materiale ceramico durevole e lucido, ha anche una ragione pratica in un ambiente umido come questo, e una ragione affettiva: la realizzazione del museo ha coinvolto l'istituto comprensivo del quartiere, il Municipio IV, associazioni locali e cooperative sociali, studenti della Sapienza, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e i detenuti dell'istituto penitenziario di Rebibbia. Non capita spesso che un museo nasca con questo tipo di paternità collettiva, e chi conosce il quartiere sa quanto conti.
L'itinerario di visita prevede la vista del giacimento dall'alto di una passerella, da cui si osservano i fossili, i grandi blocchi trascinati dalla corrente e i resti di fauna lasciati in posto. È il cuore dell'allestimento e la ragione per cui il museo esiste. Camminare sospesi sopra un letto di fiume di duecentomila anni fa, con le zanne sotto i piedi, è un'esperienza fisica prima che intellettuale: il corpo capisce la profondità del tempo meglio di quanto la capisca la testa.
In questo periodo la passerella non è visitabile, per i lavori di miglioramento dell'accessibilità in corso insieme a quelli del giardino. Il museo resta regolarmente aperto tutte le mattine dal martedì alla domenica e garantisce, su prenotazione allo 060608, l'accesso alla sala espositiva con vista sul giacimento, dove vengono mostrati alcuni dei video normalmente fruibili dalla passerella. Chi ha in programma la visita faccia la telefonata e chieda a che punto sono i lavori: è un'informazione che al telefono danno volentieri.
L'illuminazione controllata dell'ambiente permette una proiezione di acque virtuali direttamente sul giacimento, che restituisce l'impressione del fiume in movimento sopra la ghiaia. È l'invenzione più riuscita di tutto l'allestimento e funziona per una ragione semplice: invece di sostituire il reperto con una ricostruzione, la ricostruzione viene sovrapposta al reperto, e il visitatore vede contemporaneamente il dato e la sua interpretazione. Davanti a quell'effetto si resta zitti per un minuto intero.
Un filmato accompagna la visita, combinando sequenze in animazione e frammenti di riprese attuali, con una ricostruzione tridimensionale dell'elefante antico e una voce narrante. È qui che il museo gioca la carta dei bambini: l'elefante ricostruito in tre dimensioni, con le proporzioni corrette e le zanne quasi diritte, resta impresso a chiunque abbia meno di dodici anni.
La sala espositiva raccoglie una selezione di reperti fra gli oltre duemila fossili rinvenuti nello scavo, ordinati per categorie. La fauna è presentata con elementi scheletrici significativi accanto ai disegni ricostruttivi delle specie: la zanna e il molare dell'elefante antico, l'estremità distale di omero dell'uro, il dente di rinoceronte, il canino di ippopotamo, il metatarso di iena, la mandibola di lupo, il frammento di palco di cervo, il radio di daino, il molare di cavallo, il canino di cinghiale, il frammento di carapace di tartaruga d'acqua, i resti degli anatidi e le impronte di uccelli nel limo. La flora è rappresentata dai resti fossili di foglie di Zelkova, dal nocciolo e dall'artemisia.
L'ordinamento per categorie, invece che per unità stratigrafiche, è una scelta divulgativa consapevole e corretta per un museo di quartiere che accoglie molte scolaresche. Chi cerca la lettura stratigrafica la trova nei pannelli e nella bibliografia scientifica che il museo mette a disposizione; chi entra per la prima volta ha bisogno di capire prima chi c'era, e solo dopo come ci è finito.
Quattro vetrine espongono ventidue strumenti litici, più uno strumento in osso: nuclei, schegge, chopper e chopping tool nella prima famiglia; denticolati, intaccature, raschiatoi, un bulino, punteruoli e punte nella seconda; grattatoi e raschiatoi nella terza; strumenti vari nella quarta. È una selezione minima rispetto agli oltre millecinquecento pezzi recuperati, e proprio per questo curata: ogni oggetto rappresenta una categoria tecnologica.
Davanti a queste vetrine conviene guardare i nuclei prima degli strumenti. Il nucleo è il negativo, il calco in cavo dei gesti dello scheggiatore: si vedono i punti di percussione, la direzione dei distacchi, gli errori. Guardare un nucleo significa guardare la mano che lavorava, non l'oggetto finito. È l'unico modo per uscire dall'idea che la preistoria sia una collezione di sassi.
Nella sala espositiva è installata la Pleistostation, una postazione con schermo tattile che propone questionari, videogiochi, ipertesti e filmati. È pensata soprattutto per il pubblico giovane e per le scolaresche, e funziona bene per una ragione che non ha niente a che vedere con la tecnologia: il museo è piccolo e la postazione permette di scaglionare l'attenzione dei ragazzi mentre l'operatore parla con il resto del gruppo.
Il percorso comprende inoltre oggetti in pietra realizzati con l'archeologia sperimentale che i visitatori possono toccare. L'archeologia sperimentale è la disciplina che ricostruisce gli strumenti antichi replicando le tecniche originali, e serve a verificare ipotesi: quanto tempo occorre per produrre una scheggia, quanto dura un filo, quale gesto lascia quale traccia. Poter prendere in mano una replica di raschiatoio e sentirne il peso e la presa cambia radicalmente la percezione dell'oggetto in vetrina. Per i bambini è il momento decisivo della visita; per gli adulti, spesso, lo è ancora di più.
All'esterno, oltre al giardino pleistocenico, sono state ricavate tre aree didattiche destinate alle attività con le scuole e con le famiglie. Sono spazi semplici, all'aperto, che permettono di svolgere laboratori senza occupare la sala espositiva. È un'organizzazione intelligente in un museo di queste dimensioni: la parte fragile resta protetta, la parte rumorosa esce fuori.
La curiosità vera di questo posto non è l'elefante: è il pavimento. Il museo è uno dei pochissimi luoghi al mondo in cui un pezzo di letto fluviale del Pleistocene medio è stato lasciato dov'era, sotto un tetto, invece di essere smontato e portato in un magazzino. La decisione di conservarlo non passò per una legge speciale né per un decreto ministeriale: passò per una variante al Piano Regolatore Generale del Comune di Roma, che sottrasse circa trecento metri quadrati alla lottizzazione. Un atto urbanistico, la cosa più prosaica che una città produca, ha salvato duecentomila anni di storia naturale.
La seconda curiosità riguarda la struttura del deposito. Le zanne che si vedono non sono disposte come starebbero in un cimitero di elefanti: sono orientate, allineate, incastrate fra i ciottoli come tronchi trascinati da una piena. Il fiume le ha ordinate. Un idraulico riconosce in quel disegno la stessa logica con cui una corrente dispone i detriti dietro un ostacolo; un paleontologo la chiama selezione idrodinamica. Le zanne e i grandi ossi lunghi si comportano come ciottoli grossi, si depositano dove la velocità cala e vengono coperti dalla ghiaia successiva. Ecco perché a Casal de' Pazzi ci sono venticinque zanne intere e nessuno scheletro completo.
Terza curiosità, di quelle che raramente si leggono: il tetto geologico del sito è un banco di tufo del Vulcano Laziale datato a circa 366.000 anni fa, e il fiume lo aveva inciso. Vuol dire che chi guarda il fondo del giacimento guarda la superficie di una colata vulcanica dei Colli Albani, cioè un altro capitolo di storia della Terra, precedente e indipendente. In pochi metri quadrati convivono due archivi: quello del vulcano e quello del fiume. Non conosco un altro punto di Roma in cui i due si tocchino a vista.
Che l'ingresso è gratuito lo sanno in molti. Che senza telefonata allo 060608 si rischia di restare fuori lo sanno in pochissimi, e questa è la cosa che nessuno dice. La prenotazione è obbligatoria anche se il biglietto costa zero, gli ingressi sono scaglionati e non è ammesso l'accesso a visita già iniziata. Capita che famiglie arrivate in automobile dalla provincia trovino il cancello aperto, il parcheggio libero e il personale gentile, e ripartano senza aver visto niente perché il turno successivo cade dopo l'orario di chiusura. Il museo apre solo la mattina: non c'è una seconda occasione nel pomeriggio.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda il formato della visita. Qui non si entra e si gira da soli fra i pannelli: il percorso è accompagnato, con un operatore che spiega, e su richiesta è previsto anche in inglese. Per il visitatore questo cambia tutto. Significa che si arriva puntuali, che si resta con il gruppo e che si esce quando esce il gruppo. Significa anche, e nessuno lo scrive nelle guide, che si può fare domande a una persona competente per tutta la durata della visita, cosa che nei grandi musei romani costa un supplemento.
La terza è più sottile e riguarda le aspettative. La sala espositiva è una sola e le vetrine sono contate: chi arriva pensando di trovare un museo di storia naturale con sale in sequenza resta spiazzato. Il valore del posto non è nella quantità di oggetti, è nella relazione fra gli oggetti e il pavimento su cui si cammina. Detto brutalmente: se si cerca una grande quantità di materiale esposto si va altrove, se si vuole capire una cosa sola fino in fondo si viene qui. Chi arriva con la seconda aspettativa non se ne pente mai.
Prenotate il primo turno del mattino di un giorno feriale, meglio martedì o mercoledì. Il museo apre alle 9.00 dal martedì al venerdì e alle 10.00 nei fine settimana, e le scolaresche occupano soprattutto le fasce centrali della mattina fra ottobre e maggio. Chi entra per primo trova la sala vuota, la luce dell'allestimento ancora fredda e un operatore che non ha già ripetuto la stessa spiegazione quattro volte. La differenza qualitativa è enorme e non costa nulla.
Secondo consiglio: chiedete di vedere il filmato prima di affacciarvi sul giacimento, se l'organizzazione della visita lo permette. La ricostruzione tridimensionale dell'elefante antico e le sequenze animate costruiscono l'immagine mentale del paesaggio; dopo averla vista, la ghiaia chiara sotto i piedi smette di essere ghiaia e diventa il fondo di un fiume. Nell'ordine inverso l'effetto si dimezza.
Terzo: portate i bambini, ma preparateli con due frasi in macchina. Basta dire che sotto il museo c'è un fiume vecchissimo, che dentro il fiume ci sono le zanne di elefanti veri e che l'uomo che li guardava non era ancora come noi. Tre concetti, non di più. I bambini che arrivano con una domanda in testa restano attenti per quaranta minuti; quelli che arrivano senza si stancano in dieci.
Quarto e ultimo, quello che nessuna guida scrive: non venite di corsa fra un impegno e l'altro. Il museo è al capolinea della linea B e il viaggio, andata e ritorno da Termini, richiede almeno un'ora e mezza di soli spostamenti. Costruite la mattinata intorno a questa visita, aggiungete una passeggiata lungo l'Aniene e tornate verso il centro con calma. Trattare Casal de' Pazzi come una tappa da incastrare è il modo migliore per sprecarlo.
Il fatto risaputo è che Roma sorge su un sottosuolo archeologico continuo. Quello che si cita di rado è che il sottosuolo di Roma è anche un archivio paleontologico di prima grandezza, e che quell'archivio è stato quasi interamente distrutto in cinquant'anni. La bassa valle dell'Aniene, fra la Nomentana e la Tiburtina, ospitava una serie straordinaria di depositi pleistocenici: Sedia del Diavolo, Monte delle Gioie, Saccopastore, Ponte Mammolo, Casal de' Pazzi. Le cave di ghiaia e di pozzolana che li intercettavano hanno restituito per decenni ossa fossili e strumenti in selce.
Di quella serie non resta praticamente nulla. I complessi di Monte delle Gioie e di Sedia del Diavolo sono scomparsi a causa degli interventi antropici del secolo scorso e sono stati datati allo stadio isotopico 9, cioè a circa 300.000 anni fa: erano quindi più antichi di Casal de' Pazzi di un centinaio di migliaia di anni, e con esso condividevano caratteristiche dell'industria litica e della composizione faunistica. Il deposito conservato nel Museo di Casal de' Pazzi rappresenta oggi l'unico sito visibile dei molti scomparsi della bassa valle dell'Aniene.
Un dettaglio toponomastico che diverte sempre i gruppi: la Sedia del Diavolo, che ha dato il nome a uno di questi siti, è in realtà il sepolcro romano di Elio Callistio, un edificio funerario del II secolo dopo Cristo in forma di tempietto, che crollando ha assunto il profilo di una grande cattedra. Il nome popolare nasceva dai bagliori dei fuochi che di notte venivano accesi al suo interno; nel 1958, su richiesta dei residenti, la piazza abbandonò quel nome per assumere quello di piazza Elio Callistio. Un monumento romano, un toponimo diabolico e un giacimento del Pleistocene, tutti nello stesso punto: è il modo in cui Roma stratifica le proprie storie.
La conseguenza pratica di questo fatto poco citato è che il Museo di Casal de' Pazzi non è una curiosità locale. È un superstite. Ogni volta che qualcuno lo tratta come un museo minore di quartiere, sorrido e chiedo dove intenda andare a vedere il Pleistocene romano, visto che tutto il resto è sotto i palazzi.
La fotografia che vale è una sola e non contiene persone: il giacimento inquadrato dall'alto, con le zanne e i blocchi di tufo che emergono dalla ghiaia, presa a filo del parapetto dell'affaccio in modo che il piano del deposito occupi tutto il fotogramma. Deve sembrare una veduta aerea di un fiume prosciugato, perché è esattamente quello che è. Se nell'inquadratura entra un pezzo di ringhiera o di struttura moderna, la fotografia perde la sua forza: l'obiettivo è togliere ogni riferimento contemporaneo e lasciare che chi guarda non capisca la scala.
La seconda inquadratura da provare è il contrario: includere deliberatamente il bordo dell'affaccio, la scarpa di un visitatore e sotto la ghiaia con una zanna. È la fotografia che racconta il museo meglio di qualunque didascalia, perché mette nella stessa immagine il presente e i duecentomila anni. Funziona benissimo in verticale, con il piede in alto e il fossile in basso.
Sul piano tecnico servono due accorgimenti. Il primo è la stabilità: l'illuminazione della sala è controllata e volutamente bassa, quindi i tempi si allungano; appoggiate il telefono o la macchina al parapetto invece di cercare l'inquadratura a braccia libere. Il secondo è la pazienza con le proiezioni: quando sul giacimento scorrono le acque virtuali, l'immagine cambia continuamente e conviene scattare a raffica e scegliere dopo, perché il fotogramma con l'acqua nel punto giusto vale dieci fotogrammi ordinari.
Il flash va escluso, sempre, davanti a materiali fossili e in un ambiente con proiezioni: rovina la fotografia e disturba il resto del gruppo. Prima di scattare, come in tutti i musei del Sistema capitolino, conviene chiedere all'operatore che accompagna la visita quali riprese siano consentite: le regole sull'uso delle immagini possono cambiare a seconda delle attività in corso. Una domanda di dieci secondi risparmia un richiamo e permette di lavorare tranquilli.
Il primo avvenimento è di circa duecentomila anni fa e non ha testimoni umani se non i suoi protagonisti: un fiume a canali intrecciati scorre nella bassa valle dell'Aniene, incide un banco di tufo dei Colli Albani vecchio di 366.000 anni, raccoglie nelle proprie ghiaie le carcasse degli elefanti antichi, dei rinoceronti, degli ippopotami e degli uri che muoiono lungo le sponde, e insieme a quelle raccoglie le schegge di selce lasciate da gruppi umani che frequentano il territorio. È l'unico avvenimento davvero decisivo di questa storia: tutto il resto è il modo in cui, molto più tardi, ce ne siamo accorti.
Il secondo avvenimento è del 1981. I lavori di urbanizzazione del quartiere di Casal de' Pazzi, presso Ponte Mammolo, intercettano il deposito fluviale. Una zanna d'elefante emerge da un fronte di scavo e il cantiere si ferma. Comincia una campagna archeologica che durerà fino al 1985, diretta da Anna Paola Anzidei per la Soprintendenza Archeologica di Roma, su oltre 1.200 metri quadrati, con geologi, paleontologi e archeologi al lavoro insieme e con i finanziamenti prima della V Ripartizione del Comune di Roma e poi del Ministero per i Beni Culturali.
Il terzo avvenimento è del 1983: sotto un blocco di tufo compare un frammento di parietale destro umano. È il reperto che porterà il nome del sito nelle riviste internazionali di paleoantropologia e che alimenterà per anni la discussione sul confine fra preneandertaliani e Neandertaliani in Italia centrale.
Il quarto è amministrativo e vale quanto gli altri: una variante al Piano Regolatore Generale consente di conservare circa trecento metri quadrati di deposito. Nel 1986 il sito viene coperto con argilla espansa e gesso e protetto in via provvisoria con legno e ondulato plastico. Il progetto di copertura permanente, ideato nel 1985 da Giuseppe Morganti della Soprintendenza Archeologica, entra in cantiere nel 1987 con i fondi della Provincia di Roma.
Il quinto è del 2001: da marzo a settembre si svolgono i lavori di restauro del giacimento, su progetto redatto con l'Istituto Centrale per il Restauro, sulle rocce tenere del fondo fluviale e sui reperti faunistici lasciati in posto. Da allora il monitoraggio è semestrale.
Il sesto è del 30 marzo 2015, quando la struttura museale apre continuativamente al pubblico. Nel 2013, poco prima, una breve campagna di scavo stratigrafico aveva confermato le dinamiche di accumulo osservate trent'anni prima. Fra la zanna nella benna e il primo visitatore passano trentaquattro anni: la misura esatta di quanto costa, in Italia, trasformare una scoperta in un museo.
Questo non è un luogo di papi e di imperatori, e sarebbe disonesto inventarne il passaggio. Chi è passato di qui, e ha lasciato il segno, sono gli studiosi che hanno fatto del giacimento un caso scientifico. Il primo nome è quello di Anna Paola Anzidei, archeologa preistorica della Soprintendenza Archeologica di Roma, che diresse lo scavo dal 1981 al 1985 e che firmò, sola o con altri, la maggior parte delle pubblicazioni sul sito, dai risultati preliminari del 1983 fino agli studi comparativi sull'industria litica degli stadi isotopici 9 e 7 nell'area romana pubblicati nel 2001.
Accanto a lei lavorarono Aldo Giuseppe Segre, geologo del Quaternario, che nel 1983 pubblicò la prima presentazione del giacimento preistorico di Rebibbia-Casal de' Pazzi; Piero Cassoli, specialista di faune pleistoceniche; Amilcare Bietti, archeologo preistorico, che nel 1985 presentò il sito a un pubblico internazionale nel volume Ancestors: The Hard Evidence; e Massimo Ruffo, che curò il supporto tecnico e scientifico dello scavo e che con Anzidei firmò le prime sintesi sul deposito pleistocenico.
Sul frammento umano è passato Giorgio Manzi, oggi fra i paleoantropologi italiani più noti al grande pubblico, che nel 1990 pubblicò con Loretana Salvadei e Pietro Passarello lo studio comparativo del parietale arcaico di Casal de' Pazzi sul Journal of Human Evolution, e che nel 1991, con Passarello, inserì il pezzo nel quadro complessivo degli antenati neandertaliani del Lazio. Manzi è tornato al museo anche come conferenziere, per parlare di evoluzione umana nella sede che custodisce uno dei fossili di cui si è occupato: una simmetria rara e piacevole.
Sulla musealizzazione hanno lasciato traccia Giuseppe Morganti, autore del progetto di copertura e coautore con Anzidei del contributo del 1988 sulla musealizzazione del deposito, e Paola Gioia, che ha firmato le presentazioni del museo dal contributo del 2004 nel volume Elefanti a Roma fino agli studi sulla musealizzazione dei giacimenti pleistocenici italiani. Sono nomi che il visitatore non trova sui pannelli e che invece meritano di essere pronunciati: senza di loro, sopra il giacimento oggi ci sarebbe un condominio.
Infine, e non per retorica, sono passati di qui i detenuti dell'istituto penitenziario di Rebibbia, gli studenti dell'istituto comprensivo del quartiere, i ricercatori della Sapienza e del Consiglio Nazionale delle Ricerche e le associazioni del Municipio IV, che hanno collaborato alla realizzazione del museo. In un quartiere che il resto della città nomina quasi solo per via del carcere, un museo costruito anche con il lavoro di chi ci è recluso è un fatto che vale la pena raccontare senza enfasi e senza abbellimenti.
Metto le mani avanti con un'affermazione forte, perché la penso davvero: il Museo di Casal de' Pazzi è uno dei tre o quattro posti migliori di Roma dove portare un bambino fra i sei e i dodici anni. Non lo dico per campanilismo periferico. Lo dico perché ha tutte le caratteristiche che rendono una visita sopportabile a un'età in cui la soglia dell'attenzione è breve: dura poco, costa zero, si arriva in automobile e si parcheggia dentro, l'ambiente è chiuso e sicuro, la spiegazione è fatta da una persona in carne e ossa e il contenuto ha un protagonista che si chiama elefante.
Funziona per una ragione che gli adulti sottovalutano: qui la scala del tempo diventa fisica. Un bambino non capisce l'espressione "duecentomila anni fa", e nemmeno la maggior parte degli adulti la capisce davvero. Capisce però che sotto i suoi piedi c'è il fondo di un fiume, e che dentro quel fondo ci sono i denti degli animali che ci bevevano. Il passaggio dal concetto astratto all'oggetto concreto avviene in tre secondi, senza mediazioni.
Funziona anche perché il museo mette in mano ai visitatori repliche di strumenti in pietra realizzate con l'archeologia sperimentale. Toccare è il verbo che nei musei è quasi sempre vietato, e qui invece è previsto. Un bambino che stringe un raschiatoio e sente che pesa, che il filo è tagliente e che l'impugnatura non è comoda ha capito del Paleolitico più di quanto glielo spieghi un libro. Aggiungete la Pleistostation, con i suoi questionari e i suoi giochi, e avete una visita che si regge da sola.
Il museo ha una tradizione didattica solida, costruita nel tempo con le scuole del quartiere. Il calendario propone periodicamente laboratori per bambini, ragazzi e famiglie: percorsi di paleontologia dedicati al riconoscimento delle parti scheletriche dei diversi animali e alle tracce lasciate sulle ossa dagli interventi umani, laboratori sulla pietra scheggiata, cacce al tesoro nelle giornate di festa, esplorazioni multisensoriali del giardino preistorico all'interno del programma aMICi riservato ai possessori della MIC card. Le attività si prenotano allo 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, e il calendario aggiornato è pubblicato sul sito ufficiale del museo.
Alcune attività sono gratuite, altre hanno un costo a partecipante e sono gestite da cooperative specializzate: le condizioni cambiano da un'iniziativa all'altra e vanno chieste al momento della prenotazione. Per le scuole la prenotazione è obbligatoria anche per il solo ingresso, con l'elenco nominativo degli alunni e degli accompagnatori firmato dal dirigente scolastico su carta intestata.
La raccomandazione: dai sei anni in su la visita funziona pienamente. Fra i quattro e i sei anni funziona se l'adulto accompagna il racconto e non pretende che il bambino ascolti l'operatore per tutta la durata. Sotto i quattro anni il museo resta un ambiente comodo, chiuso e tranquillo, ma il contenuto scivola via. Gli adolescenti, contrariamente a quanto si crede, reagiscono bene: la parte sul frammento di cranio umano e sulla neandertalizzazione tocca corde che a quell'età sono scoperte.
Un confronto onesto con le alternative: Explora, il museo dei bambini di Roma, è concepito per il gioco e per i più piccoli; il Museo Civico di Zoologia ha collezioni ampie e una balena che nessun bambino dimentica; il Bioparco mette gli animali vivi. Casal de' Pazzi non compete con nessuno di questi: offre una cosa che loro non hanno, cioè un sito reale sotto i piedi. In un fine settimana ben organizzato trovano posto entrambe le esperienze, quella degli animali vivi e quella degli animali di duecentomila anni fa.
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Museo di Casal de' Pazzi[/caption]
Il museo è indicato come accessibile nelle comunicazioni istituzionali della Sovrintendenza Capitolina, e in questo momento sono in corso lavori proprio per migliorarne l'accessibilità: sono quei lavori a tenere temporaneamente chiusi il giardino pleistocenico e la passerella con vista sul giacimento. L'edificio è a un solo livello, il parcheggio è interno con ingresso da via Adolfo Marco Boroli, e la sala espositiva con affaccio sul giacimento resta raggiungibile su prenotazione.
Chi ha esigenze specifiche, dalla sedia a rotelle alle difficoltà motorie, dalle disabilità sensoriali alla necessità di un accompagnatore, dovrebbe dichiararle al momento della prenotazione allo 060608. In un museo piccolo, con percorso accompagnato e turni scaglionati, l'organizzazione può adattare l'accoglienza al singolo visitatore, cosa impossibile in una sede con centinaia di ingressi all'ora. È uno dei vantaggi pratici delle strutture di questa dimensione, e conviene sfruttarlo.
La visita accompagnata dura all'incirca un'ora, e in questo periodo, con la passerella e il giardino non accessibili, si accorcia. Chi si limita alla sala espositiva e all'affaccio sul giacimento esce in quaranta o quarantacinque minuti. Chi fa domande, guarda i filmati per intero e si ferma davanti alle vetrine dell'industria litica arriva comodamente a un'ora e un quarto.
Il calcolo del tempo totale, però, va fatto sugli spostamenti. Dal centro storico occorrono fra i quaranta e i cinquanta minuti a tratta con la metropolitana più il tratto finale, il che significa che la mattinata si consuma tutta. In automobile, dalla Nomentana o dalla Tiburtina, i tempi si dimezzano. La formula che consiglio è questa: primo turno del mattino, un'ora abbondante di museo, poi una passeggiata nella riserva dell'Aniene o il rientro verso il centro in tempo per il pranzo.
Chi ha soltanto una mattinata e vuole spenderla bene può costruire un itinerario coerente: metropolitana fino a Rebibbia, museo su prenotazione al primo turno, e poi discesa lungo l'Aniene nel tratto tutelato dalla riserva naturale, dove il fiume attuale scorre a poca distanza dal fossile del suo antenato. È l'unico itinerario di Roma che permetta di vedere lo stesso corso d'acqua a duecentomila anni di distanza. Nessuno lo propone, e non capisco perché.
L'area protetta che segue il corso dell'Aniene nel tratto urbano è la compagna naturale di questa visita. La riserva naturale della Valle dell'Aniene conserva lembi di vegetazione ripariale, prati umidi e percorsi pedonali fra i quartieri della periferia nord-est. Chi ha appena visto in vetrina il canino di ippopotamo e il frammento di carapace di tartaruga d'acqua trova nel fiume di oggi, con i suoi salici e i suoi aironi, il discendente impoverito di quell'ecosistema. È una lezione di ecologia storica che nessun pannello riesce a dare.
Sedia del Diavolo, Monte delle Gioie, Saccopastore, Ponte Mammolo: sono nomi che oggi corrispondono a incroci, quartieri e fermate, e che nella letteratura preistorica corrispondono a giacimenti. Chi vuole capire la geografia della preistoria romana può percorrere la Nomentana verso il centro e fermarsi in piazza Elio Callistio a guardare il sepolcro di Elio Callistio, il monumento che ha dato il nome popolare al sito della Sedia del Diavolo. Non c'è nulla da vedere di paleontologico: c'è tutto da capire sul modo in cui una città cancella il proprio sottosuolo.
Chi vuole proseguire il discorso ha in città alcune tappe naturali. Il Museo Preistorico Etnografico Pigorini, all'EUR, dentro il Museo delle Civiltà, conserva le collezioni preistoriche nazionali; il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi della Sapienza è legato proprio alla scuola antropologica romana che studiò i crani di Saccopastore; il Museo Universitario di Scienze della Terra presenta le collezioni geologiche e paleontologiche dell'ateneo; il Museo Civico di Zoologia, a Villa Borghese, permette il confronto anatomico con gli animali attuali. Fuori Roma, il Museo Preistorico di Pofi e il museo geopaleontologico di Rocca di Cave completano il quadro laziale.
Un suggerimento di metodo per chi vuole costruirsi una giornata seria: Casal de' Pazzi prima, il Pigorini dopo. Il primo mostra il contesto reale di un giacimento, il secondo mostra come i materiali di mille giacimenti diventano una collezione ordinata. Nell'ordine inverso, il museo di quartiere sembra povero; nell'ordine giusto, il museo nazionale diventa comprensibile.
Il periodo migliore è la tarda primavera e l'inizio dell'autunno, quando il giardino esterno è nella condizione migliore e la passeggiata lungo l'Aniene ha senso. In pieno inverno la visita resta gradevole perché tutto il percorso principale è al coperto e riscaldato. In luglio e agosto il museo è aperto ma il quartiere è arroventato e il tratto a piedi dalla metropolitana diventa faticoso: chi viene d'estate arrivi in automobile o prenoti il primo turno del mattino.
Il momento da evitare, se si cerca tranquillità, è la fascia centrale della mattina nei giorni feriali durante l'anno scolastico: fra ottobre e maggio le scolaresche riempiono il museo, e con venticinque ragazzi in sala l'esperienza cambia natura. Da evitare anche la prima domenica del mese, quando l'iniziativa dell'ingresso gratuito nei Musei di Roma Capitale porta più visitatori del solito anche nelle sedi periferiche; il museo qui è già gratuito tutti i giorni, quindi la giornata non offre alcun vantaggio economico e comporta soltanto più gente.
Il momento migliore in assoluto, se posso permettermi una preferenza personale, è un martedì mattina di novembre alle nove. Sala vuota, luce artificiale, nessun rumore, il giacimento illuminato e un operatore che ha tutto il tempo di rispondere. In quelle condizioni il Museo di Casal de' Pazzi vale una mattinata più di molti musei del centro storico, e non lo dico per spirito di contraddizione.
Niente. L'ingresso al Museo di Casal de' Pazzi è gratuito per tutti, senza distinzione fra intero e ridotto e senza diritto di prevendita. La sola condizione è la prenotazione, obbligatoria e anch'essa gratuita, allo 060608.
Sì, la prenotazione è obbligatoria. Si chiama lo 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Gli ingressi sono organizzati per turni e non è ammesso l'accesso a visita già iniziata: presentarsi senza prenotazione significa, nella migliore delle ipotesi, aspettare il turno successivo.
Dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 14.00, il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 14.00, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Il museo è aperto solo la mattina.
Il lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre. Il 1 gennaio 2026 il museo ha osservato un orario speciale dalle 11.00 alle 16.00; per le festività conviene sempre verificare il calendario sul sito ufficiale.
In via Egidio Galbani 6, 00156 Roma, nel IV Municipio, fra la via Tiburtina e la via Nomentana. In alcune indicazioni più vecchie compare l'ubicazione come via Ciciliano all'incrocio con via Egidio Galbani: è lo stesso ingresso.
Con la linea B della metropolitana fino a Rebibbia, che ne è il capolinea, e poi con una passeggiata di una ventina di minuti oppure con una linea di superficie diretta verso via di Casal de' Pazzi. Le linee dei bus della zona vengono riorganizzate periodicamente: conviene controllarle sul pianificatore di percorso dell'azienda dei trasporti il giorno stesso.
Sì, il museo ha un proprio parcheggio con ingresso da via Adolfo Marco Boroli. È una comodità rara nei musei romani e rende l'automobile la scelta più sensata per chi viaggia con bambini o arriva da fuori città.
Circa un'ora per il percorso completo. In questo periodo, con la passerella e il giardino non accessibili, la visita si riduce a quaranta o quarantacinque minuti. Chi fa molte domande e guarda i filmati per intero arriva a un'ora e un quarto.
Il percorso è accompagnato, con orari di ingresso definiti. Su richiesta è previsto anche in lingua inglese. È il motivo per cui la prenotazione è obbligatoria anche a ingresso gratuito.
Molto. Dai sei anni in su funziona pienamente: il contenuto ha un protagonista riconoscibile, l'elefante antico, la durata è breve, ci sono repliche di strumenti in pietra da toccare e una postazione interattiva. Sotto i quattro anni il contenuto è ancora fuori portata, ma l'ambiente resta comodo e sicuro.
No, e conviene dirlo ai bambini prima di partire per evitare delusioni. Il giacimento è del Pleistocene medio, circa 200.000 anni fa: sessantacinque milioni di anni dopo l'estinzione dei dinosauri non aviani. Gli animali del museo sono mammiferi, uccelli e rettili acquatici contemporanei dei primi uomini.
Elefante antico, uro, rinoceronte, ippopotamo, cervo elafo, daino, cinghiale, iena maculata, lupo, cavallo, tartaruga d'acqua e quattro specie di anatidi: oca lombardella, fischione, canapiglia e alzavola. Ciascuno è presentato con un elemento scheletrico reale accanto al disegno ricostruttivo della specie.
La presentazione del museo indica zanne di elefante antico lunghe fino a quattro metri; fra quelle recuperate nello scavo la maggiore misura 3,50 metri. Dallo scavo provengono venticinque zanne intere e circa cinquanta frammentarie.
È la fase climatica in cui si colloca il giacimento, un interglaciale di circa 200.000 anni fa. Gli stadi isotopici marini sono una scala cronologica globale ricavata dal rapporto fra isotopi dell'ossigeno nei sedimenti oceanici: i numeri dispari corrispondono alle fasi calde, i pari alle fasi fredde.
Sì. Nel 1983 fu rinvenuto sotto un blocco di tufo un frammento di parietale destro attribuibile al genere Homo. Il confronto con i crani di Saccopastore e di Petralona ha evidenziato caratteri definiti preneandertaliani, mentre la datazione del deposito suggerirebbe una presenza neandertaliana vera e propria. La classificazione precisa resta discussa.
Le regole sulle riprese vanno chieste all'operatore che accompagna la visita, perché possono cambiare in funzione delle attività in corso. In ogni caso il flash è da escludere sempre, davanti ai materiali fossili e in un ambiente con proiezioni.
Il museo appartiene al Sistema dei Musei di Roma Capitale, quindi sì, ma l'ingresso è già gratuito per tutti. La MIC card, che costa 5 euro e dura dodici mesi, serve qui per le attività del programma aMICi e soprattutto per il resto della rete civica.
I maggiorenni residenti o domiciliati a Roma e nella Città Metropolitana di Roma e gli studenti delle università pubbliche e private del territorio metropolitano. Si acquista online, tramite l'applicazione dedicata, nei musei del Sistema e nei Tourist Infopoint.
Sì, come tutti i Musei di Roma Capitale. Qui però la gratuità è ordinaria, quindi la giornata non porta risparmio e porta soltanto più visitatori: se cercate tranquillità, scegliete un altro giorno.
L'edificio è a un solo livello e il museo è indicato come accessibile nelle comunicazioni istituzionali; in questo periodo sono in corso lavori proprio per migliorarne l'accessibilità. Le esigenze specifiche vanno dichiarate al momento della prenotazione allo 060608, così che l'accoglienza possa essere organizzata.
Il giardino pleistocenico e la passerella con vista dall'alto sul giacimento, chiusi per i lavori di miglioramento dell'accessibilità. Il museo resta aperto tutte le mattine dal martedì alla domenica e garantisce su prenotazione l'accesso alla sala espositiva con affaccio sul giacimento, dove vengono proiettati alcuni dei video normalmente visibili dalla passerella.
Sì, sono previste visite guidate a pagamento in diverse lingue, oltre alla visita accompagnata ordinaria compresa nell'ingresso. Anche i gruppi da 5 a 25 persone con guida propria accedono esclusivamente tramite prenotazione gratuita allo 060608.
Sempre allo 060608, con prenotazione obbligatoria e gratuita anche per il solo ingresso. Occorre l'elenco nominativo degli alunni e degli insegnanti accompagnatori, firmato dal dirigente scolastico su carta intestata.
È un museo piccolo e i servizi accessori sono ridotti al minimo: conviene non contarci e organizzarsi con una pausa nel quartiere o al rientro. Chi ha bisogno di informazioni sui servizi disponibili le chiede al momento della prenotazione.
Circa 2.200 resti ossei e più di 1.500 strumenti in pietra scheggiata, provenienti da uno scavo che interessò oltre 1.200 metri quadrati fra il 1981 e il 1985. Di quella superficie sono stati conservati circa 300 metri quadrati di deposito, che costituiscono il giacimento visibile.
Casal de' Pazzi è un museo in situ: conserva un singolo giacimento dove è stato trovato e ne racconta il contesto. Il Museo Preistorico Etnografico Pigorini, all'EUR, è un museo di collezione: raccoglie materiali da centinaia di siti italiani ed extraeuropei e li ordina per temi. Sono complementari, e l'ordine migliore per visitarli è prima il primo e poi il secondo.
Se si è a Roma per tre giorni e non si è mai visto il Colosseo, no. Se si vive a Roma, o si è alla terza o quarta visita in città, o si viaggia con un figlio curioso, sì, senza esitazione. È l'unico posto in cui il Pleistocene romano si vede ancora, e costa soltanto una telefonata e un'ora di metropolitana.
I musei che restano in mente non sono quasi mai i più ricchi. Sono quelli in cui una cosa sola viene spiegata fino in fondo. Il Museo di Casal de' Pazzi appartiene a questa categoria: non ha capolavori, non ha marmi, non ha nomi altisonanti da mettere sul biglietto da visita, e ha invece il letto di un fiume di duecentomila anni fa con dentro le zanne degli elefanti che ci morivano sopra, salvato per un pelo da una variante urbanistica e tenuto in vita da due manutenzioni all'anno. Se dovessi scegliere una sola mattinata da regalare a un romano che crede di conoscere la propria città, sceglierei questa: si torna a casa con l'idea che Roma sia molto più vecchia di quanto raccontino le pietre del centro, e con la sgradevole consapevolezza che di questa Roma antichissima abbiamo distrutto quasi tutto. Prendete il telefono, chiamate lo 060608 e fissate il primo turno del mattino. Il resto lo fa il pavimento.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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