Cieloterra

Via di Portonaccio, 23
Roma

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Cieloterra è uno spazio notturno che vive nel ventre est di Roma, in quel tratto di via di Portonaccio dove la città smette di raccontarsi con le cartoline e comincia a parlare la lingua dei capannoni, dei muri alti, delle saracinesche abbassate e dei binari che passano poco più in là. Non è un posto che ti viene incontro: lo devi cercare, e quando lo trovi capisci che è esattamente questo il punto. Un vecchio deposito riconvertito, uno spazio ex industriale, o post industriale, o archeo industriale, come preferisci chiamarlo, che si presta come pochi altri ad accogliere strobo, impianti audio e una quantità di gente che balla nelle ore in cui il resto della città dorme o finge di dormire.

Ai più attenti, e ai meno scordarelli, questo indirizzo suonerà familiare. A quest’altezza di via di Portonaccio, negli stessi metri cubi, il fu Animal Social Club ha dato il suo meglio per anni, ed è uno di quei nomi che se lo pronunci in una certa fascia d’età romana vedi accendersi gli occhi. Cieloterra abita quel guscio. Non lo imita, non lo rinnega, semplicemente lo riusa: e nella vita notturna di questa città, dove i locali nascono e muoiono con la velocità dei fuochi d’artificio, il riuso di un indirizzo che ha già funzionato non è mai un caso.

Il formato, nella sostanza, è lineare. Solo nel fine settimana, solo nelle ore piccole, cassa rigorosamente in quarti. Si entra quando altrove si sta già chiudendo, si esce che il cielo comincia a schiarire sopra i tetti del Tiburtino, e si torna a casa con il primo mezzo pubblico dell’alba, quando le strade sono ancora vuote e l’aria di Roma ha quell’odore pulito che dura mezz’ora e poi sparisce sotto il traffico. È una liturgia, e come tutte le liturgie funziona proprio perché è ripetitiva.

Ti racconto questo posto come lo racconterei a un amico che mi chiede dove andare a ballare senza finire in un contenitore anonimo con i led rossi e i tavoli riservati. Ti dico cosa aspettarti, cosa non aspettarti, cosa c’è intorno, perché quel pezzo di città è fatto così e non diversamente, e come si torna a casa senza trasformare una bella nottata in un problema. Perché la parte più sottovalutata di una serata è sempre il ritorno.

Dove si trova Cieloterra, e perché l’indirizzo conta

Via di Portonaccio è una di quelle strade romane che non hanno nessuna intenzione di piacerti al primo sguardo. Corre nel quadrante est, in mezzo a una geografia fatta di ferrovia, svincoli, officine, magazzini, depositi, capannoni riconvertiti a mille usi diversi e palazzine residenziali che si sono infilate negli spazi rimasti. È una strada di lavoro, storicamente, non di passeggio. Ed è proprio per questo che la notte cambia pelle con una facilità che altrove non trovi.

Il numero 23 è un portone che di giorno non racconta niente. Passi davanti e vedi una struttura bassa, larga, industriale nella pianta e nella logica. Di notte, invece, quello stesso portone diventa un imbuto: capannello all’ingresso, gente che arriva a piedi dalla direzione della stazione, gente che scende dalle macchine parcheggiate nelle traverse, gente che fuma sul marciapiede e discute con quella intensità tipica delle due di notte, quando ogni argomento sembra importantissimo.

La cosa che va detta subito è che qui la distanza percepita non coincide con la distanza reale. Portonaccio sembra lontano da tutto quando lo guardi su una mappa dal centro, e invece è appoggiato al più grande nodo ferroviario dell’est romano. La stazione Tiburtina è lì, a due passi in linea d’aria, con tutto quello che comporta: treni, metropolitana, autolinee, taxi, gente che arriva e gente che parte a qualunque ora. Questa vicinanza è la ragione strutturale per cui un posto del genere può funzionare a orari in cui altri quartieri si spengono.

Poi c’è la questione del cavalcavia. Il ponte di Portonaccio è uno di quei manufatti che i romani odiano e usano ogni giorno, un ponte stradale che scavalca il fascio dei binari e mette in comunicazione due mondi che altrimenti resterebbero separati dalla ferrovia. Quando ci passi sopra in macchina vedi sotto di te un mare di rotaie, luci gialle, carri fermi, cabine di manovra. È una vista industriale pura, di quelle che in altre città finiscono sulle copertine dei dischi. A Roma nessuno la fotografa mai, e secondo me è un errore.

Che cosa è Cieloterra, detto senza giri di parole

È uno spazio per ballare di notte ricavato in un ex deposito. Punto. Tutto il resto sono conseguenze di questa frase.

Conseguenza numero uno: il volume d’aria. Un deposito industriale ha soffitti alti, campate larghe, pochi muri portanti interni. Vuol dire che la sala non ti stringe addosso come nei sottoscala riadattati, e che il suono ha spazio per respirare invece di rimbalzare in faccia a chi balla. Chi ha orecchio lo sente immediatamente: non è la stessa cosa mettere un impianto in una scatola alta due metri e settanta o in un capannone che di altezza ne ha il doppio abbondante.

Conseguenza numero due: le superfici. Cemento, metallo, mattone a vista, strutture portanti lasciate dove stavano. Nessuno ha provato a nascondere l’origine del posto sotto cartongesso e velluti. Questa scelta, che a prima vista sembra soltanto estetica, ha effetti concreti: riverbero, temperatura, percezione dello spazio. E ha un effetto psicologico ancora più forte, perché il pubblico capisce subito che è entrato in un luogo che non è nato per lui, e questo genera un tipo di attenzione diverso rispetto a un locale costruito apposta.

Conseguenza numero tre: la luce. Lo strobo, in un ambiente così, non è un effetto decorativo, è uno strumento di misura. Nel buio pieno di un capannone il lampo ti restituisce la profondità della sala a intermittenza, e ti fa capire quanta gente c’è davvero intorno a te. È una sensazione che nei locali piccoli non esiste, perché lì lo spazio lo vedi tutto insieme e non ti sorprende più.

Conseguenza numero quattro: gli orari. Un posto così ha senso solo nella fascia in cui il quartiere non ha residenti da svegliare a ogni metro quadro e in cui il pubblico ha già fatto altro prima. Per questo il formato è quello delle ore piccole nel fine settimana, e non l’aperitivo alle sette di sera con il tagliere.

Una curiosità su Cieloterra

La curiosità vera, quella che mi piace raccontare, riguarda il nome. Cieloterra mette insieme due parole che in un capannone industriale sembrano in contraddizione: il cielo, che in un deposito non lo vedi mai perché sopra la testa hai una copertura, e la terra, che invece è sempre lì, sotto forma di pavimento in cemento che restituisce ogni vibrazione alle caviglie. Eppure la contraddizione è solo apparente, perché chi esce da un posto del genere alle prime luci vive esattamente quel passaggio: dalla terra battuta dai bassi al cielo che si apre appena fuori dal portone, sopra i binari.

Nella toponomastica notturna romana degli ultimi vent’anni i nomi dei posti hanno seguito modi diversi. C’è stata la stagione dei nomi inglesi, quella dei nomi vagamente esotici, quella degli acronimi incomprensibili, quella dei nomi ironici. Un nome composto italiano, secco, con due elementi naturali attaccati senza spazio, appartiene a un gusto più recente e più asciutto, quello che preferisce evocare invece di spiegare. Ti dico la verità: funziona. È un nome che si ricorda dopo averlo sentito una volta sola, ed è il primo requisito di qualunque posto che voglia costruirsi un pubblico senza spendere una fortuna in comunicazione.

Seconda curiosità, collegata: l’indirizzo stesso. Via di Portonaccio numero 23 è un numero civico che in certi ambienti romani viene usato come sinonimo del posto, esattamente come succedeva con alcuni indirizzi storici del clubbing europeo. Quando un civico diventa nome proprio vuol dire che il luogo ha superato il livello del locale e si è preso lo status di riferimento. È presto per dire se accadrà davvero, ma il meccanismo è già partito: la gente dice il numero e gli altri capiscono.

Terza curiosità, per chi ama i dettagli urbanistici: Portonaccio come toponimo appartiene a quella famiglia di nomi romani che derivano da vecchi casali e poderi suburbani, quando qui fuori c’erano campagna, vigne e passaggi verso la campagna tiburtina. Il nome è sopravvissuto a tutto, alla ferrovia, all’industria, ai bombardamenti, alla ricostruzione, alla motorizzazione di massa, agli svincoli. Oggi indica un quadrante che di agreste non ha più nulla, ma il toponimo resta lì, testardo, a ricordare che prima della città qui c’era altro.

Il quadrante: Portonaccio, lo scalo, la Tiburtina

Per capire Cieloterra devi capire dove poggia i piedi. E dove poggia i piedi è uno dei pezzi di Roma più interessanti e meno raccontati: la fascia che corre tra la ferrovia, via Tiburtina e il fiume Aniene.

Qui la storia moderna comincia con i binari. Lo sviluppo ferroviario romano tra Ottocento e Novecento ha disegnato questo settore della città come un ventaglio di fasci di binari, scali merci, depositi, officine di manutenzione, magazzini di smistamento. Dove ci sono i binari arrivano le merci, dove arrivano le merci nascono i magazzini, dove ci sono i magazzini nascono le fabbriche piccole, le officine, i laboratori. E dove ci sono fabbriche e officine arrivano le persone che ci lavorano, che devono abitare vicino perché nessuno, all’epoca, poteva permettersi di attraversare la città due volte al giorno.

È così che il quadrante tra Portonaccio, il Tiburtino e Pietralata si è riempito: non per un piano elegante disegnato a tavolino, ma per stratificazione, per necessità, per spinta. Le borgate ufficiali e quelle spontanee, i lotti popolari, le palazzine costruite quando si poteva e come si poteva. Un pezzo di città operaio nella sostanza, anche quando l’operaio in senso stretto è diventato una minoranza.

Poi, nel secondo dopoguerra e soprattutto dagli anni Settanta in avanti, è arrivata la grande trasformazione: la produzione si sposta fuori, i depositi diventano antieconomici, le officine chiudono o si spostano nei capannoni della campagna romana dove il metro quadro costa un decimo. Restano i contenitori. Grandi, solidi, costruiti per durare, improvvisamente senza funzione. In tutta Europa questa è la materia prima della vita notturna degli ultimi quarant’anni: Berlino, Londra, Milano, Barcellona hanno costruito interi immaginari sopra fabbriche svuotate. Roma ci è arrivata più tardi e in modo più disordinato, ma ci è arrivata.

Il Tiburtino di oggi è la somma di tutti questi strati. Ci trovi la stazione nuova, inaugurata nel 2011, che ha cambiato la scala del quartiere con la sua passerella sospesa sopra i binari. Ci trovi l’università e i centri di ricerca poco più in là. Ci trovi il commercio all’ingrosso, i concessionari, le carrozzerie. Ci trovi i residenti storici e quelli arrivati ieri. Ci trovi i locali notturni. Tutto insieme, tutto sovrapposto, senza che nessuno abbia mai messo ordine. Ed è per questo che funziona: l’ordine, nella notte, è quasi sempre il nemico.

Pietralata, il cinema e la memoria di un pezzo di città

Pochi minuti più in là rispetto al portone di via di Portonaccio comincia Pietralata, ed è un nome che merita una sosta, perché è uno dei luoghi letterari e cinematografici più forti della Roma del Novecento.

Pier Paolo Pasolini ha frequentato questo quadrante nei suoi primi anni romani, quando insegnava in periferia e girava le borgate accumulando la materia umana che sarebbe diventata i suoi romanzi e i suoi film. Pietralata compare nella sua scrittura e nel suo cinema con una precisione che non è mai folclore: i ragazzi, le case basse, il fiume, i campi ai margini, la povertà che non viene abbellita. Chi ha letto quelle pagine e poi cammina per queste strade fa un esercizio strano, perché la geografia è cambiata quasi del tutto, ma la struttura sociale del quadrante, la sensazione di stare in un pezzo di città che si è fatto da sé, quella è ancora perfettamente leggibile.

Ti dico perché questa cosa conta per chi va a ballare. Perché la notte in periferia non è mai soltanto musica. È anche il rapporto con un territorio che ha una storia densa, e che non ti aspetta a braccia aperte. Chi arriva qui per la prima volta a volte resta spiazzato dal contrasto: dentro c’è un impianto da migliaia di watt e una folla che si muove insieme, fuori c’è una strada industriale silenziosa, qualche lampione, il rumore lontano dei treni. Quel contrasto è metà dell’esperienza. Se lo togli, resta soltanto una discoteca.

Una cosa che non ti dice nessuno su Cieloterra

Quello che non ti dice nessuno è che in un posto così la serata comincia molto prima di quando pensi, e non intendo l’orario di apertura. Intendo la logistica.

Un locale notturno in zona industriale funziona con regole diverse da un locale di quartiere. Non hai il bar accanto dove aspettare che si riempia. Non hai la fila di posti dove ripiegare se la serata non ti convince. Non hai il tabaccaio aperto, non hai la pizzeria al taglio all’angolo, non hai il flusso spontaneo di passanti che entra perché passava di lì. Qui, dopo una certa ora, c’è il locale e c’è il buio industriale intorno. Vuol dire che ogni cosa che ti serve devi portartela dietro o procurartela prima: la carica del telefono, i contanti per ogni evenienza, una felpa per l’uscita all’alba, quando anche a luglio l’aria di Roma prima del sorgere del sole è più fresca di quanto ti aspetti.

La seconda cosa che non ti dice nessuno riguarda il corpo. Ballare in un capannone per tre, quattro, cinque ore di fila è uno sforzo fisico vero, e la maggior parte delle serate che finiscono male finiscono male per ragioni banalissime: si è saltata la cena, non si è bevuta acqua, si è rimasti in mezzo alla pista senza mai uscire a prendere aria. L’acqua è la cosa più sottovalutata di tutta la vita notturna. Il pavimento in cemento, poi, è meno perdonante del parquet: se hai intenzione di restare in piedi fino all’alba, le scarpe sbagliate te lo faranno pagare intorno alle quattro, con una precisione svizzera.

Terza cosa che nessuno dice: il rientro va deciso prima, non dopo. Alle sei del mattino, stanco e con le orecchie che fischiano, nessuno è nelle condizioni migliori per organizzare qualcosa. Se sai già come torni, la nottata è tutta in discesa. Se non lo sai, passerai l’ultima ora a risolvere un problema invece che a goderti la fine della serata. Questa è la differenza tra chi la notte la frequenta da anni e chi la scopre adesso, e ti assicuro che si vede a occhio nudo all’uscita.

Quarta cosa, meno pratica e più sottile: in un ex deposito il suono si comporta in modo disomogeneo. Ci sono punti della sala dove i bassi ti prendono lo sterno e le voci spariscono, e altri, di solito verso i lati o sotto le strutture, dove senti molto meglio i dettagli. Chi conosce il posto si sposta durante la notte invece di piantarsi in un punto solo. È un piccolo accorgimento che cambia completamente la percezione di una serata, e non costa niente.

Il consiglio che ti do per visitare Cieloterra

Il consiglio principale è uno e lo metto in cima: decidi come torni a casa prima di uscire di casa. Non è una raccomandazione da manuale, è la cosa che distingue una notte bella da una notte complicata. Roma di notte ha la rete dei bus notturni, ha i taxi, ha la stazione Tiburtina a poca distanza che all’alba riprende a muoversi, ha gli amici con la macchina. Qualunque sia la tua soluzione, sceglila da lucido, e se la soluzione è la macchina, stabilisci prima chi guida e fai in modo che quella persona non beva. Non è moralismo, è aritmetica: un’intera nottata può essere rovinata da dieci minuti di strada fatti male.

Secondo consiglio: arriva con calma e non troppo presto. In un posto che vive sulle ore piccole, presentarsi all’apertura significa quasi sempre trovare una sala ancora vuota, con il suono che gira a metà volume e l’atmosfera che deve ancora accendersi. Non c’è nessun premio per chi arriva primo. Il momento in cui questi spazi diventano se stessi è più avanti, quando la sala si riempie e il volume d’aria comincia a lavorare.

Terzo consiglio: vestiti per il capannone, non per la foto. Scarpe chiuse e comode, strati leggeri che puoi togliere, niente di prezioso che non vuoi perdere. In una sala così ti muovi molto, sudi molto e l’escursione termica tra la pista e il cortile è notevole. Una felpa leggera nello zaino è il miglior investimento della serata.

Quarto consiglio: mangia prima. Sembra banale, ma nel quadrante, a quell’ora, non hai il paracadute gastronomico di Trastevere o del centro. Una cena vera prima di uscire cambia tutta la resistenza della nottata, e cambia anche il modo in cui il tuo corpo reagisce al resto.

Quinto consiglio: bevi acqua con regolarità, ed esci a prendere aria almeno una volta ogni ora. Le due cose insieme fanno la differenza tra uscire alle sei contento e uscire alle quattro distrutto. Se la serata prevede alcol, tienila una scelta consapevole e misurata, alterna sempre con acqua, e ricorda che chi guida non beve. Detto questo, ti garantisco che nessuno in quella sala si accorgerà mai di cosa hai nel bicchiere: quello che conta è se stai ballando oppure no.

Sesto consiglio: rispetta la strada. Questo è un quartiere dove la gente abita e lavora. Il volume delle voci fuori dal portone, la spazzatura lasciata sul marciapiede, le macchine parcheggiate nei passi carrabili sono le tre cose che chiudono i locali notturni nelle periferie di tutta Italia. Non è retorica, è la storia degli ultimi trent’anni della notte romana. Uscire in silenzio è il modo più concreto di fare un favore al posto che ti è piaciuto.

Settimo consiglio, per chi viene da fuori Roma: non provare a incastrare questa serata con una visita ai musei la mattina dopo. Non funziona. Se hai messo in programma una notte così, considera il giorno successivo come un giorno lento, da colazione tardiva e passeggiata. Chi prova a fare tutte e due le cose finisce per fare male entrambe.

Il ritorno a casa, spiegato bene

Voglio dedicare una sezione intera al ritorno, perché è la parte che tutti trattano come un dettaglio e che invece determina la qualità del ricordo.

Roma ha una rete di linee notturne che copre la città nelle ore in cui la metropolitana è ferma, e ha un nodo importante proprio qui accanto, quello di Tiburtina, dove convergono treni, metropolitana e autolinee. All’alba il sistema riparte gradualmente, e il primo mezzo della giornata è, storicamente, il taxi naturale di chi esce dalle serate lunghe. Uscire con il primo autobus di linea mentre il cielo passa dal blu al grigio chiaro è una delle esperienze più romane che esistano, e chi l’ha fatta almeno una volta sa che vale quasi quanto la serata.

Detto questo, il consiglio pratico: verifica gli orari del servizio notturno e del primo servizio del mattino nel giorno in cui esci, perché cambiano tra feriali, festivi e periodi dell’anno. Non affidarti alla memoria di un amico, e non affidarti alla mia: gli orari sono l’unica cosa che nella notte romana non perdona l’approssimazione.

Se scegli il taxi, sappi che in zona, a quell’ora, la disponibilità è più alta vicino alla stazione che davanti a un portone industriale. Camminare qualche centinaio di metri nella direzione giusta a volte risolve un’attesa di venti minuti. Se scegli la macchina, parcheggia in modo che non rischi né la multa né il carro attrezzi, e ricorda che i passi carrabili di un quartiere di officine sono usati sul serio, anche molto presto la mattina.

E se la serata è andata più lunga del previsto e ti senti a pezzi, l’opzione migliore resta sempre la più noiosa: aspetta, bevi acqua, siediti, e rimanda la partenza di mezz’ora. Nessuno ha mai rimpianto di essere tornato a casa mezz’ora più tardi e in condizioni migliori.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Roma ha un rapporto complicato con la sua vita notturna, e che questo rapporto ha una geografia precisa. Tutti lo sanno, quasi nessuno lo dice con chiarezza: il centro storico, che è il pezzo di città più celebre del mondo, è anche quello dove è più difficile ballare, per ragioni di residenza, di tutela, di rumore, di spazi. Risultato: la musica da ballare, quella con gli impianti veri e le notti lunghe, si è spostata dove gli spazi grandi esistono e i vicini sono pochi. Cioè esattamente in fasce come questa, tra ferrovia, capannoni e svincoli.

La conseguenza poco citata è che la mappa notturna di Roma è, di fatto, la mappa della sua deindustrializzazione. Dove c’erano depositi ferroviari, magazzini, stabilimenti, oggi ci sono spazi per la musica, per l’arte, per gli eventi. È successo lungo l’Ostiense, è successo nel quadrante Prenestino, è successo qui. Non è una moda estetica: è la risposta logica a una domanda di metri cubi che il centro non può soddisfare.

Secondo fatto risaputo e poco citato: questa scena vive di cicli brevi. Uno spazio apre, costruisce un pubblico, diventa un punto di riferimento, poi cambia gestione, o cambia nome, o chiude, e nello stesso involucro nasce qualcos’altro. Chi frequenta la notte romana da abbastanza tempo ha imparato a ragionare per indirizzi più che per insegne, perché l’insegna cambia e il capannone resta. Il caso di via di Portonaccio 23 è esemplare proprio per questo: lo stesso guscio, generazioni diverse di pubblico, una continuità che passa attraverso la discontinuità dei nomi.

Terzo fatto: la ferrovia, che di giorno è percepita come una barriera, di notte diventa una risorsa. Il fascio di binari tiene lontani i residenti su un intero lato, riduce il conflitto acustico, e allo stesso tempo porta un nodo di trasporto pubblico a distanza pedonale. Sono le condizioni ideali per un locale notturno, e non è un caso che in tutta Europa i quartieri della notte siano quasi sempre attaccati agli scali merci dismessi.

Quarto fatto, quello che mi sta più a cuore: la notte di periferia è una cosa seria dal punto di vista sociale. In quartieri dove i luoghi di aggregazione serale sono pochi, uno spazio che apre le porte e mette insieme qualche centinaio di persone per qualche ora fa un lavoro che nessun ufficio comunale sa fare. Poi si può discutere all’infinito di regole, orari e decibel, e va discusso, ma il punto di partenza è questo.

La foto giusta da fare a Cieloterra

Ti dico subito qual è la foto sbagliata, perché è quella che fanno tutti: la pista dal centro della pista, con il flash. Non funziona mai. Il flash cancella la profondità, appiattisce le luci, congela facce sudate in pose che il giorno dopo non vorresti vedere, e soprattutto disturba chi ti sta intorno. In un capannone buio il flash è la cosa più antisociale che esista.

La foto giusta è un’altra, e per me sono tre.

La prima è la foto dell’architettura. Ti metti sul bordo della sala, con le spalle al muro, e inquadri verso l’alto, prendendo dentro le capriate, la struttura del tetto, i tubi, le travi, e in basso una fascia di teste e braccia alzate. È una foto che racconta che sei in un deposito, non in un locale qualunque, e che il posto ha un volume. Tienila in orizzontale, tieni l’esposizione bassa, lascia che il nero resti nero e che a bucarlo siano soltanto le luci. Se il telefono ti propone la modalità notte, spegnila: qui il rumore digitale lavora a tuo favore, la pulizia eccessiva uccide l’atmosfera.

La seconda è la foto dello strobo. Va cercata, va aspettata, e il metodo è semplice: tieni il telefono fermo con due mani, appoggiato al corpo, e scatta durante la sequenza di lampi invece che a caso. Lo strobo congela i corpi in posizioni che a occhio nudo non vedi, e il risultato ha quella qualità scultorea che le foto di club riescono ad avere una volta su venti. Se te ne viene una buona, hai la foto della serata.

La terza, e per me è la migliore, è la foto di fuori. All’uscita, nella luce blu del primissimo mattino, con la strada industriale vuota, i lampioni ancora accesi, il portone alle spalle e magari il cavalcavia o la sagoma dei capannoni sullo sfondo. Quella foto racconta tutto: il posto, l’ora, il quartiere, la sensazione di essere gli ultimi svegli di una città che si sta alzando. È anche l’unica foto che potrai guardare tra dieci anni senza imbarazzo.

Due regole di buona educazione, perché contano più della tecnica. Prima regola: nessun volto altrui in primo piano senza che la persona lo sappia. Nella notte le persone si lasciano andare e hanno diritto di non finire nel telefono di uno sconosciuto. Seconda regola: telefono in tasca per la maggior parte del tempo. Le serate migliori sono quelle di cui restano tre foto e un ricordo enorme, non quelle di cui restano duecento video che non riguarderà nessuno.

Il suono: perché la cassa in quarti funziona qui

La cassa in quarti, quel colpo regolare su ogni quarto della battuta che è la spina dorsale della musica da ballare da decenni, non è una scelta pigra. È una scelta architettonica, nel senso letterale del termine.

In un ambiente ampio, con superfici dure e riverbero lungo, la musica costruita su troppi eventi ritmici irregolari diventa poltiglia. Il riverbero riempie gli spazi vuoti tra i colpi e, se i colpi sono troppi e troppo vari, il risultato è una nuvola indistinta. La cassa regolare, invece, dà al riverbero un reticolo su cui appoggiarsi. Ogni colpo arriva quando l’eco del precedente si sta spegnendo. È il motivo per cui questa forma musicale è nata proprio in capannoni, magazzini e depositi, in America prima e in Europa poi, e non nelle sale da concerto.

C’è poi la questione del corpo. A un certo volume, la frequenza bassa non la senti soltanto con le orecchie: la senti nel torace, nelle gambe, nel pavimento. Il cemento di un ex deposito conduce benissimo, e questa è una delle ragioni per cui ballare in un capannone è un’esperienza fisicamente diversa dal ballare in un locale con il pavimento flottante. Sensazione bellissima, con una controindicazione seria: l’orecchio si abitua e smette di avvertirti che il volume è alto. Per questo i tappi per le orecchie, quelli buoni, che abbassano il volume senza uccidere le frequenze, sono lo strumento più intelligente che puoi infilare in tasca. Costano poco, non si vedono, e sono la differenza tra ballare ancora a cinquant’anni e non sentire più le campanelle. Chi lavora con la musica li usa da sempre, e non è un caso.

Ultima nota sul suono: il punto di ascolto migliore quasi mai è davanti alla console. Davanti alla console hai la pressione massima e la definizione minima. Un paio di metri più indietro e leggermente di lato, dove i coni dei diffusori si incontrano, il suono si apre e cominci a sentire i dettagli che il fonico ha messo lì apposta. Provare per credere.

Cosa c’è intorno, se arrivi presto o se resti la mattina dopo

Il quadrante non è il centro storico, quindi niente file di monumenti a portata di sguardo. Però ha una sua sostanza, e se arrivi presto o hai voglia di camminare c’è materiale.

C’è la stazione Tiburtina, che vale una passeggiata anche solo per la passerella sospesa sopra i binari: è uno dei pochi punti di Roma da cui guardi un paesaggio ferroviario dall’alto, con la città che si allunga verso i monti a est. Di sera, con le luci accese, è una vista che non ha niente da invidiare a quella di altre capitali.

C’è via Tiburtina, che è una strada consolare antichissima, quella che portava verso Tivoli e verso le acque albule. Oggi è un asse commerciale e industriale, ma sotto la crosta moderna resta una delle direttrici storiche di uscita dalla città, ed è impressionante pensare che quel percorso è lo stesso da più di duemila anni.

C’è San Lorenzo, poco più a sud, quartiere di storia operaia e universitaria, uno dei più densi di locali della città. Chi vuole fare una serata lunga spesso comincia lì e finisce da queste parti, ed è un itinerario che ha una sua logica geografica oltre che una sua logica notturna.

C’è il Verano, il grande cimitero monumentale, che è a tutti gli effetti un museo a cielo aperto di scultura funeraria fra Ottocento e Novecento, con viali alberati e cappelle che meritano una visita diurna e composta. Non è il posto dove andare in coda a una nottata, ma è uno dei luoghi più sottovalutati di Roma.

C’è il fiume Aniene, con le sue aree verdi lungo le sponde, un pezzo di natura urbana che i romani di questo quadrante conoscono benissimo e i turisti non conoscono affatto. Per una mattinata lenta dopo una notte lunga, camminare vicino all’acqua è la scelta più intelligente possibile.

E c’è, semplicemente, il quartiere: bar di quelli veri dove il cappuccino costa quello che deve costare, forni, officine, un tessuto commerciale ordinario che è la cosa più autentica che una città possa offrirti. Se vuoi capire com’è fatta Roma davvero, l’ora giusta è le otto del mattino in un bar di Portonaccio, non mezzogiorno a piazza Navona.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Chi balla in un capannone raramente pensa a cosa è successo in quei metri quadri prima che ci mettessero dentro un impianto. Eppure questo quadrante ha attraversato alcune delle pagine più pesanti della storia di Roma, e vale la pena raccontarle, perché cambiano il modo in cui guardi la strada mentre aspetti fuori dal portone.

Il primo avvenimento è la costruzione del sistema ferroviario. Non è una data, è un processo lungo che tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento ha trasformato questo settore orientale della città da campagna suburbana a infrastruttura. I fasci di binari, gli scali merci, i depositi e le officine hanno disegnato una griglia che condiziona ancora oggi ogni cosa: dove si può costruire, dove si passa, dove si attraversa, dove la città si interrompe. Le strade che scavalcano i binari con i cavalcavia, come quello di Portonaccio, sono cicatrici di quella operazione.

Il secondo avvenimento, il più grave, è il bombardamento del 19 luglio 1943. Quel giorno l’aviazione alleata colpì Roma per la prima volta, e l’obiettivo dichiarato era proprio il nodo ferroviario: lo scalo di San Lorenzo, il grande scalo merci che serviva la città e il fronte. Le bombe caddero sullo scalo e sul quartiere di San Lorenzo intorno, causando un numero altissimo di vittime civili e distruzioni enormi. Il cimitero del Verano fu colpito, la basilica di San Lorenzo fuori le mura subì danni gravissimi alla facciata e al portico. Fu il giorno in cui la guerra arrivò dentro Roma, e fu il colpo che accelerò la caduta del regime, pochi giorni dopo.

Quel bombardamento non è un fatto lontano per questo quadrante: è la ragione per cui interi isolati hanno la forma che hanno, per cui certi edifici sono ricostruzioni del dopoguerra, per cui la memoria di quel luglio è ancora una cosa viva nelle famiglie del Tiburtino e di San Lorenzo. Quando cammini di notte lungo queste strade e senti passare un treno merci, vale la pena ricordare che quel fascio di binari, ottant’anni fa, era considerato un bersaglio strategico e che per questo migliaia di persone che abitavano accanto pagarono il prezzo più alto.

Il terzo avvenimento è la ricostruzione e l’espansione del dopoguerra. Roma cresce in modo tumultuoso, il quadrante est si riempie, nascono e si consolidano le borgate, arrivano i lotti di edilizia popolare, la città mangia la campagna in pochi anni. È la stagione raccontata dal cinema e dalla letteratura, quella di Pietralata e delle periferie che diventano soggetto artistico. È anche la stagione in cui questo pezzo di Roma prende la sua identità operaia e popolare, che non ha mai perso del tutto.

Il quarto avvenimento è la deindustrializzazione, tra gli anni Settanta e Novanta. Le attività produttive si spostano, i depositi si svuotano, i capannoni restano in piedi senza funzione. È il momento in cui nasce, in tutta Europa, la possibilità stessa di posti come questo: senza quel vuoto, non ci sarebbe niente da riempire con la musica.

Il quinto avvenimento è la grande trasformazione del nodo Tiburtina, con la nuova stazione inaugurata nel 2011 e la riorganizzazione di tutta l’area circostante. Il quartiere cambia scala, arrivano flussi nuovi, il valore immobiliare si muove, alcune funzioni vecchie spariscono e altre arrivano. La vita notturna in zona è, in parte, figlia anche di questo: un nodo di trasporto attivo quasi ventiquattr’ore su ventiquattro rende possibile un pubblico che senza mezzi non potrebbe arrivare.

Il sesto avvenimento, più recente e più minuto, è quello che riguarda direttamente il civico 23: la nascita, la stagione e la fine dell’Animal Social Club, e poi il ritorno alla vita dello stesso spazio con un nome nuovo. Nella scala della storia di Roma è una cosa piccolissima. Nella scala della storia di chi ha ballato qui, è tutto.

L’Animal Social Club, e perché un indirizzo ha memoria

Ci sono locali che lasciano una traccia sproporzionata rispetto alla loro durata. L’Animal Social Club, in questo indirizzo, è stato uno di quelli per una generazione di romani: un nome che ricorre nei racconti, nelle foto sbiadite, nelle playlist che qualcuno tiene ancora salvate. Non è il caso di trasformarlo in mito, perché i miti della notte sono sempre un po’ costruiti a posteriori, però il dato resta: quello spazio ha funzionato, ha costruito un pubblico, ha reso via di Portonaccio un posto dove andare e non soltanto un posto da attraversare.

Quando un locale chiude, la reazione più comune è la nostalgia. La reazione più utile, invece, è guardare cosa resta: resta l’involucro, resta la conoscenza di come si fa funzionare quell’involucro, resta la memoria collettiva dell’indirizzo. Sono tre patrimoni concreti, e sono la ragione per cui riaprire dove qualcosa ha già funzionato è quasi sempre più intelligente che aprire dal nulla in una zona vergine.

Cieloterra raccoglie questa eredità senza travestirsi da continuazione. Il nome è diverso, l’epoca è diversa, il pubblico è in buona parte nuovo, le musiche cambiano perché cambiano ogni cinque anni. Ma l’ossatura è la stessa: capannone, notte, fine settimana, ore piccole. È la prova che, nella vita notturna, l’architettura conta più del branding.

Ti racconto anche il rovescio della medaglia, perché mi sembra onesto. Chi ha vissuto la stagione precedente tende a fare confronti, e i confronti in questo campo sono quasi sempre ingiusti. Quando avevi vent’anni tutto era più forte, la musica era migliore, le notti erano più lunghe, e non è vero: eri semplicemente più giovane. Il consiglio, per chi ha ballato qui vent’anni fa e torna adesso, è di lasciare fuori dal portone il metro di paragone. Il posto è lo stesso e non lo è più, e va bene così.

Chi è passato da Cieloterra

Non ti faccio la lista dei nomi in console, perché le line up cambiano di settimana in settimana e chiunque ti scriva oggi un elenco definitivo ti sta vendendo fumo. Ti racconto invece chi passa davvero da qui, che è una cosa molto più interessante e molto più difficile da trovare scritta.

Passa il pubblico storico del quadrante: gente del Tiburtino, di Pietralata, del Collatino, di San Lorenzo, di Casal Bruciato, che a un posto così ci arriva a piedi o con dieci minuti di macchina e lo considera casa propria. Sono quelli che conoscono il portone da prima, che salutano tre persone su dieci all’ingresso, che di solito sono anche i più tranquilli e i meno interessati a farsi notare.

Passano i reduci dell’Animal Social Club, riconoscibili a occhio: hanno qualche anno in più, guardano il soffitto invece del palco nei primi dieci minuti, e a un certo punto della serata raccontano a qualcuno più giovane com’era una volta. Sono una parte importante del pubblico, perché sono quelli che tramandano la memoria del posto, e senza di loro un indirizzo è solo un indirizzo.

Passano gli universitari e i ricercatori della zona, che in questo quadrante sono tantissimi tra atenei, dipartimenti, centri di ricerca e residenze. È un pubblico che nella notte romana degli ultimi decenni ha avuto un peso enorme, perché è quello che ha portato ascolti diversi e che ha sempre spinto la scena a non accontentarsi.

Passano quelli che arrivano in treno. È una specificità di questa zona: essere accanto a un nodo ferroviario significa avere pubblico che arriva da fuori Roma per una notte e riparte la mattina dopo con il primo collegamento utile. Ne incontri sempre, riconoscibili dallo zaino, e sono spesso i più entusiasti della sala perché non hanno il locale sotto casa.

Passano i lavoratori della notte, che sono una categoria a sé: chi finisce il turno all’una e ha voglia di due ore di musica, chi lavora in altri locali e viene qui quando stacca, chi fa mestieri che non hanno orari umani. Sono quelli che ballano meglio, perché non hanno niente da dimostrare e hanno pochissimo tempo.

E passano, inevitabilmente, i curiosi: quelli che hanno letto qualcosa, che hanno sentito parlare del capannone, che vogliono vedere com’è. A loro dico sempre la stessa cosa: venite, ma venite con l’atteggiamento giusto. Un posto così non è un’attrazione da spuntare, è una sala dove qualche centinaio di persone passa insieme alcune ore. Se entri con la testa del visitatore, non capirai niente. Se entri con la testa di chi partecipa, ti porti a casa una delle notti migliori dell’anno.

Un’ultima categoria, la più bella: quelli che tornano. La differenza tra un locale e un posto è tutta qui. Nei locali si passa, nei posti si torna. Via di Portonaccio 23, per come la vedo io, appartiene alla seconda famiglia, ed è il motivo per cui vale la pena scriverne più di quattro righe.

Il pubblico, le regole non scritte e il comportamento in sala

Ogni spazio notturno ha un galateo che nessuno scrive e tutti conoscono. In un capannone romano le regole sono più o meno queste, e se le rispetti ti troverai bene ovunque, non solo qui.

Non si sta fermi in mezzo alla pista a guardare il telefono. È il modo più rapido per diventare un ostacolo e per rovinare il flusso a chi ti sta intorno. Se devi rispondere a un messaggio, ti sposti verso i lati o esci.

Non si urla nell’orecchio degli sconosciuti per farsi largo. Una mano sulla spalla e un sorriso funzionano meglio di qualunque parola in una sala dove nessuno sente niente.

Non si commenta l’aspetto di nessuno, e non si insiste. Questa è la regola numero uno della notte contemporanea e la cosa migliore che le scene di club abbiano imparato negli ultimi quindici anni. Un no vale un no, e chi non lo capisce viene accompagnato fuori, giustamente.

Si fa attenzione a chi sta male. Se vedi qualcuno seduto per terra che non risponde bene, avvisa lo staff invece di girarti dall’altra parte. È la cosa più semplice del mondo e ogni tanto salva una serata, o qualcosa di più.

Si beve acqua e si esce a prendere aria. L’ho già detto, lo ripeto perché è la singola abitudine che cambia di più la qualità della notte.

Si esce in silenzio. Il rapporto tra uno spazio notturno e il suo quartiere si gioca tutto nei venti metri fuori dal portone e nei dieci minuti dopo la chiusura. Non è mai la musica dentro a chiudere i locali: è il rumore fuori.

Quando andarci, e in che stagione

Il formato è quello del fine settimana nelle ore piccole, quindi la scelta del giorno è più semplice che altrove. Il vero discrimine, a Roma, è la stagione.

D’inverno un capannone è un capannone: sala chiusa, temperatura che sale rapidamente per via della gente, uscita all’aperto che è una doccia fredda. Va bene, funziona, ma richiede la gestione degli strati: lascia il cappotto pesante dove lo puoi lasciare e vestiti a cipolla, perché passerai la notte tra venticinque gradi dentro e sette fuori.

D’estate cambia tutto. Roma nelle notti di luglio e agosto è una città che si sposta all’aperto, e la concorrenza delle arene, delle terrazze e delle serate lungo il fiume è fortissima. In compenso l’uscita all’alba d’estate è imbattibile, perché la luce arriva prestissimo e il quartiere, alle cinque e mezza del mattino di un sabato di luglio, ha una qualità irreale.

Le mezze stagioni sono, secondo me, il momento migliore: né il freddo dell’uscita invernale né il caldo appiccicoso di agosto, e una città che è tornata piena dopo le vacanze o che si sta svegliando dopo l’inverno. Se puoi scegliere, scegli ottobre o aprile.

Un avvertimento sul calendario romano: nei mesi centrali dell’estate molti spazi al chiuso rallentano o sospendono, perché il pubblico è tutto all’aperto. Nei giorni intorno a Ferragosto la città si svuota e riaprire ha poco senso. Sono dinamiche generali della notte romana, quindi prima di partire per una serata conviene sempre controllare le comunicazioni ufficiali del posto: il programma di uno spazio notturno cambia più in fretta di qualunque pagina scritta.

Un metodo per orientarsi nella notte romana, non solo qui

Ti lascio il metodo che uso io, perché vale per questo indirizzo come per qualunque altro spazio della città.

Primo: ragiona per quadranti, non per singoli locali. Se ti muovi verso il Tiburtino, sai già che troverai capannoni, spazi grandi, orari lunghi e un pubblico misto. Se vai verso Ostiense trovi un’altra cosa, se vai a Trastevere un’altra ancora. Scegliere il quadrante è il novanta per cento della decisione.

Secondo: verifica sempre il programma della serata direttamente alla fonte, il giorno stesso. Nella notte romana le informazioni invecchiano in poche ore.

Terzo: costruisci la serata in due tempi. Una prima parte in un quartiere con vita di strada, dove si mangia e si chiacchiera, e una seconda parte nel capannone. Andare direttamente al capannone alle due di notte senza aver fatto nulla prima è una scelta che funziona solo se hai dormito il pomeriggio.

Quarto: non inseguire il posto del momento. La notte migliore è quasi sempre quella in cui vai dove c’è la musica che ti piace con le persone con cui stai bene, non quella in cui vai dove devi essere visto.

Quinto: pianifica il ritorno. Ancora. Sempre. È la parte del metodo che nessuno ricorda e l’unica che, se salti, ti rovina la nottata.

Domande che mi fanno spesso su Cieloterra

È lontano dal centro? In termini di chilometri, meno di quanto sembri. In termini di percezione, sì, perché il paesaggio cambia completamente. Considera che il nodo di Tiburtina è vicinissimo, e che questo semplifica enormemente sia l’andata sia il ritorno.

Ci si arriva a piedi? Dalla zona della stazione sì, con una camminata breve. Di notte, come ovunque, meglio non farla da soli se non conosci la strada, e meglio tenere la direzione delle vie illuminate.

Serve prenotare? Dipende dalla serata, ed è una di quelle informazioni che cambiano continuamente. La regola prudente è controllare i canali ufficiali dello spazio prima di uscire di casa.

Che musica si ascolta? La famiglia è quella della musica elettronica da ballare costruita sulla cassa in quarti. Dentro questa famiglia le sfumature sono infinite e cambiano con la serata, quindi il consiglio resta quello di guardare il programma specifico.

È adatto a chi non ha mai messo piede in un posto così? Sì, a patto di avere le aspettative giuste. Non è un locale con i tavoli e il servizio, è una sala dove si balla al buio per diverse ore. Se questa descrizione ti attira, ti troverai benissimo. Se ti spaventa, esistono cento altre notti romane più adatte.

Che scarpe metto? Chiuse, comode, che puoi sacrificare. Il cemento non perdona e la sala non è un salotto.

Posso andarci se il giorno dopo ho un volo la mattina? Te lo sconsiglio con tutto il cuore. Una notte così finisce all’alba, e le partenze del mattino dopo non sono mai una buona idea.

Un pensiero finale su questo pezzo di Roma

Mi capita spesso di sentir dire che Roma non ha una vera vita notturna, che rispetto ad altre capitali europee è ferma, che i posti chiudono presto e le regole sono troppe. C’è del vero, ma è una verità parziale, e soprattutto è una verità che riguarda il centro. Appena ti sposti verso i quadranti dove gli spazi grandi esistono, scopri una città che di notte ha sempre avuto una sua energia, spesso disordinata, a volte precaria, quasi mai raccontata bene.

Via di Portonaccio 23 è uno dei punti dove questa energia si vede. Un deposito che ha smesso di essere un deposito, una strada industriale che cambia funzione dopo mezzanotte, un pubblico che tiene insieme il quartiere storico e chi arriva da fuori, una continuità di indirizzo che attraversa le insegne. Se ti interessa capire com’è fatta davvero questa città, un posto così ti dice molte più cose di un giro serale in centro tra le comitive.

Ti lascio con la stessa raccomandazione con cui ti lascerei se fossimo davvero davanti a quel portone alle due di notte: divertiti, bevi acqua, non esagerare, tieni d’occhio i tuoi amici, esci in silenzio e torna a casa in modo sicuro. La musica sarà ancora lì il fine settimana successivo. Tu è meglio che ci sia.

Se questa città ti sta prendendo davvero

Se leggendo fin qui ti è venuta voglia di guardare Roma da vicino invece che di corsa, due strumenti che uso e consiglio senza secondi fini. Per chi organizza viaggi e gruppi e ha bisogno di lavorare con guide, accompagnatori e itinerari costruiti bene, il riferimento è TourLeaderPro, che affronta la parte professionale del mestiere. Per chi invece sta costruendo il proprio viaggio in Italia e vuole capire quanti giorni servono, cosa mettere in fila e cosa lasciare perdere, la lettura giusta è ItalyPlanner. Due approcci diversi, stessa idea di fondo: meglio poche cose fatte bene che un elenco infinito spuntato di fretta.

Fonte

RiassuntoCieloterra Via di Portonaccio, 23 Roma Un nuovo spazio dove fare le ore notturne in zona Portonaccio.
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