Castelletto Torre Angela
Ci sono luoghi di Roma che si visitano e luoghi di Roma che si leggono. Il Castelletto di Torre Angela appartiene alla seconda categoria: non ha una biglietteria, non ha un bookshop, non ha un custode che ti spieghi le cose. Ha invece una massa muraria compatta piantata lungo via di Torrenova, un nome che tutto il quartiere conosce e quasi nessuna guida turistica ha mai stampato, e una funzione che nessun architetto contemporaneo saprebbe più progettare: stare in mezzo alla campagna e sorvegliarla.
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✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Accompagno persone per Roma da abbastanza tempo da sapere che il centro storico è la parte facile. La parte difficile, e per me molto più interessante, comincia dove finiscono le cartoline: qui, a est, oltre il Grande Raccordo Anulare, dove la città si è mangiata l'Agro romano nel giro di due generazioni e ha lasciato in piedi, come ossa dentro la carne, le torri e i casali che quell'Agro lo governavano. Il Castelletto di Torre Angela è una di quelle ossa.
Questa scheda non è un pezzo di cronaca. Torre Angela viene raccontata quasi esclusivamente per i suoi problemi, e chi ci abita lo sa meglio di chiunque altro. Io faccio il contrario: racconto la stratigrafia. Chi ha costruito qui, perché, con quali pietre, per difendersi da chi, e come si è passati dal grano ai palazzi in cinquant'anni. Non è un esercizio di gentilezza: è semplicemente il modo corretto di guardare un pezzo di città che ha millenni di storia sotto i piedi e cinquant'anni di storia sopra la testa.
Dove si trova esattamente Castelletto Torre Angela
L'indirizzo di riferimento è via di Torrenova, al civico 700, nel settore orientale di Roma Capitale. Siamo nel Municipio VI, quello che tutti chiamano Municipio delle Torri e che il nome se lo è guadagnato onestamente: Torre Angela, Torre Maura, Torre Spaccata, Torre Gaia, Torrenova, Tor Bella Monaca, Tor Sapienza, Torraccia, Tor Vergata. Non è una civetteria toponomastica: è un inventario di infrastrutture medievali sopravvissute alla città che è arrivata dopo.
Sul piano amministrativo, Torre Angela è la zona Z. XIII dell'Agro romano di Roma Capitale e corrisponde alla zona urbanistica 8F del Municipio VI. Confina a nord con la zona Acqua Vergine, a est e a sud-est con la Borghesiana, a sud con Torrenova e Torre Gaia, a ovest con Torre Spaccata. Tradotto per chi non maneggia la toponomastica romana: siamo fuori dal Raccordo, in mezzo al fascio di strade che da Porta Maggiore va verso i monti Prenestini e verso i Castelli, incastrati fra la via Casilina a sud e la via Prenestina a nord.
La geografia che conta per capire Castelletto Torre Angela
Se guardi una carta altimetrica invece di una carta stradale, la posizione smette di sembrare casuale. Tutto questo quadrante è un altopiano di tufi vulcanici depositati dal distretto dei Colli Albani, inciso da fossi che scendono verso l'Aniene a nord e verso il Tevere a ovest. I fossi, in romanesco, si chiamano marrane, e sono state per secoli le uniche linee d'acqua affidabili della campagna: dove c'è una marrana c'è un guado, dove c'è un guado c'è un passaggio obbligato, e dove c'è un passaggio obbligato prima o poi qualcuno costruisce qualcosa di alto e di spesso per controllarlo.
Il Castelletto di Torre Angela sta esattamente dentro questa logica. Non è su una cima panoramica da cartolina: è su un dosso modesto che però, prima che i palazzi alzassero l'orizzonte artificiale a venti metri, dominava un tratto di campagna sufficiente a vedere arrivare qualcuno con mezz'ora di anticipo. Mezz'ora, nel Medioevo, era la differenza fra chiudere le porte e perdere il raccolto.
Il quadrante di Castelletto Torre Angela in una frase
Se dovessi riassumere il contesto a un cliente appena sceso dall'aereo, lo direi così: siamo nell'ultima fascia di Roma in cui la campagna resiste a chiazze fra i quartieri, sopra un sottosuolo pieno di ville romane e di basolati, dentro un tessuto urbano costruito in gran parte fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento, servito oggi da una linea metropolitana e affiancato da un campus universitario fra i più estesi d'Europa. Tutto questo nel raggio di quattro chilometri.
Che cosa è davvero Castelletto Torre Angela
Sgombero subito il campo da un equivoco che vedo nascere ogni volta che pronuncio la parola castelletto davanti a un gruppo. Nessuno, qui, ha mai costruito un castello nel senso disneyano del termine: niente fossato, niente ponte levatoio, niente torri cilindriche con le bandierine. Nell'Agro romano il termine castelletto indica un organismo molto più prosaico e molto più interessante: un nucleo rurale fortificato, cioè un complesso di edifici agricoli stretti attorno a una torre o a un corpo di fabbrica robusto, chiuso verso l'esterno e aperto su una corte interna.
Era, in sostanza, un'azienda agricola dotata della capacità di resistere a un colpo di mano. Non a un assedio con macchine da guerra: a una banda armata, a una scorreria, a un gruppo di briganti o a una milizia baronale che passava a far razzia di bestiame. La differenza fra un casale e un castelletto sta tutta lì: il casale produce, il castelletto produce e si difende.
Gli elementi tipici di un nucleo come Castelletto Torre Angela
Quando osservo una struttura di questo tipo cerco sempre le stesse cinque cose, e le suggerisco anche a te. La prima è il corpo più alto e più compatto, che di norma è la parte più antica: è la torre, o ciò che ne resta dopo che i secoli l'hanno accorciata e i proprietari l'hanno inglobata in fabbricati successivi. La seconda è la muratura: se vedi filari di tufo squadrato, scaglie di selce annegate nella malta e blocchi di reimpiego palesemente romani, hai davanti una cronologia che parte dal Medioevo e arriva all'età moderna.
La terza cosa è la quota delle aperture. Nelle strutture di controllo le finestre basse sono quasi sempre tarde: originariamente si entrava in alto, con scale removibili, e al piano terra c'erano soltanto feritoie o magazzini ciechi. La quarta è la corte: cerca il recinto, anche se oggi è un muretto con la rete metallica sopra. La quinta è la relazione con la strada: un castelletto non guarda mai altrove, guarda la via. Se ti sembra che l'edificio sia storto rispetto all'asfalto, quasi sempre è l'asfalto ad essersi spostato.
Visitabilità: la parte che devo dirti chiaramente
Il Castelletto di Torre Angela non è un monumento aperto al pubblico. Non ha orari, non ha biglietti, non ha percorsi di visita, e la documentazione accessibile su di esso è scarsa e frammentaria, come accade per la gran parte dei nuclei rurali fortificati dell'Agro romano finiti dentro il tessuto urbano moderno. Molti di questi complessi sono proprietà private, altri sono in uso agricolo o residenziale, altri ancora versano in condizioni che ne sconsigliano l'avvicinamento.
Quindi il modo corretto di venire qui è uno solo: si guarda dalla strada pubblica, si rispetta la proprietà privata, non si scavalca nulla e non si entra in nessun cortile. Non è una limitazione, è la normale buona educazione che si usa quando si passeggia dentro casa d'altri. Ti assicuro che dalla strada si capisce moltissimo: la massa, i materiali, la giacitura rispetto alla via, il rapporto con le palazzine che gli sono cresciute attorno. E il rapporto con le palazzine, per come la vedo io, è la cosa più eloquente di tutte.
Il nome: perché si chiama Castelletto Torre Angela
Il toponimo si legge in due tempi. Castelletto è il nome comune del tipo edilizio, come ho appena spiegato. Torre Angela è il nome del luogo, ed è un nome che ha una storia documentata e piuttosto elegante.
La forma antica attestata è Turris Aegidi Angeli, cioè la torre di Egidio Angeli. La tenuta di Tor Angela risulta appartenuta, nel XIV secolo, ad Angelo Del Bufalo. Il passaggio da Turris Aegidi Angeli a Torre Angela è una banalissima erosione fonetica: il genitivo latino si sfalda, il nome proprio maschile si femminilizza per attrazione con la parola torre, e nel giro di qualche secolo un possessore medievale diventa una signora immaginaria. Roma è piena di queste metamorfosi, e quasi sempre chi ci abita se le tiene strette convinto che raccontino una leggenda, mentre raccontano un rogito.
Perché il dettaglio del nome non è un dettaglio
A me questa etimologia piace perché smonta l'idea romantica secondo cui i toponimi dell'Agro nascerebbero dal paesaggio. Non nascono dal paesaggio: nascono dal catasto. Ogni torre dell'Agro romano porta, incisa nel nome, l'identità di chi la possedeva o di chi ci lavorava. Torre Angela dice Angeli; Tor Bella Monaca rimanda a una tradizione legata a una monaca; Torre Spaccata dichiara il proprio stato di conservazione; Torrenova avverte che a un certo punto qualcuno ne costruì una nuova, e che quindi ce n'era una vecchia.
È una toponomastica che funziona come un registro di proprietà a cielo aperto. Quando cammini fra Torre Angela e Torrenova non stai attraversando quartieri: stai attraversando i confini di antiche tenute, e le strade che percorri ricalcano in buona parte le vie di servizio che collegavano un casale all'altro. Via di Torrenova, che è la strada del nostro Castelletto, appartiene a questa famiglia di percorsi: non è nata come strada urbana, è diventata strada urbana.
I Del Bufalo e il mestiere di possedere la campagna
I Del Bufalo sono una famiglia romana di antica presenza cittadina, e la loro comparsa in questo angolo di Agro nel Trecento è perfettamente coerente con la meccanica sociale del tempo. La campagna attorno a Roma, nel basso Medioevo, non era popolata da contadini proprietari: era spartita fra grandi casate cittadine, enti ecclesiastici, monasteri, capitoli di basiliche e ospedali. Il possesso era una rendita, non un mestiere.
Il proprietario stava in città, dentro le mura, in un palazzo con la sua brava torre gentilizia; in campagna teneva un fattore, un casale, qualche famiglia di lavoranti e, quando serviva, un presidio armato. La torre in mezzo ai campi era simultaneamente magazzino, posto di guardia, segnale visivo e affermazione di proprietà: un cartello stradale alto quindici metri che diceva, a chiunque passasse, che da lì in poi si pagava a lui.
Le torri dell'Agro romano: il sistema di cui Castelletto Torre Angela fa parte
Per capire davvero il Castelletto bisogna smettere di guardarlo come un oggetto isolato e cominciare a guardarlo come un nodo. Fra l'XI e il XIV secolo la campagna romana si riempie di torri: centinaia, disseminate lungo le consolari, sui crinali, ai guadi, sopra i ruderi delle ville imperiali. Non le costruisce un'autorità sola secondo un piano unitario, ed è questo il punto che di solito sorprende chi arriva con in testa il modello dei castelli di frontiera.
Le costruiscono i baroni romani, le abbazie, le basiliche, gli ospedali, i comuni rurali. Ognuno fortifica il proprio pezzo. Il risultato, però, finisce per funzionare come una rete: da una torre se ne vedono altre due o tre, e in una giornata limpida un segnale di fumo o una campana potevano attraversare l'Agro molto più in fretta di un cavallo. Non era un sistema di allarme progettato a tavolino, era un sistema emergente. Le reti migliori, spesso, nascono così.
Difendersi da chi, esattamente
La domanda che mi fanno sempre è: ma da chi si difendevano? La risposta onesta è: soprattutto gli uni dagli altri. Roma nel Duecento e nel Trecento è una città dove le grandi famiglie si combattono per il controllo delle rendite, delle cariche e dei transiti. Aggiungi le incursioni che di tanto in tanto risalgono dal mare o scendono dai monti, le compagnie di ventura del Trecento, il brigantaggio endemico che accompagnerà l'Agro fino all'Ottocento, e hai il quadro.
C'è poi un nemico meno spettacolare ma più costante: il furto di bestiame. In un'economia dove la ricchezza cammina su quattro zampe, un recinto solido e una torre da cui vedere lontano valgono più di qualsiasi contratto. Il Castelletto di Torre Angela nasce in questo mondo, e la sua pianta compatta racconta esattamente questa preoccupazione.
Perché ne sono rimaste così tante
Uno dei paradossi più interessanti dell'Agro romano è che la sua arretratezza economica ha funzionato da conservante. Dove l'agricoltura si industrializza presto, i vecchi casali vengono demoliti perché intralciano; dove l'agricoltura resta estensiva, cerealicola e pastorale, il vecchio casale continua a servire e quindi resta in piedi. L'Agro attorno a Roma ha vissuto per secoli di grano, pascolo e latifondo, con una popolazione stabile bassissima. Risultato: le torri hanno perso i merli, hanno guadagnato tettoie, sono diventate fienili e stalle, ma non sono state buttate giù.
Poi, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, è arrivata la città, e in trent'anni ha fatto più danni di sette secoli. Molte torri sono sparite sotto le fondazioni delle palazzine, altre sono sopravvissute per il rotto della cuffia, incastrate fra un parcheggio e un supermercato. Che il Castelletto di Torre Angela sia ancora lì, riconoscibile, è già di per sé una notizia.
Le strade che spiegano Castelletto Torre Angela: Casilina e Prenestina
Nessuna torre dell'Agro si capisce senza la strada che sorvegliava. Qui le strade sono due, e sono entrambe antichissime.
La via Casilina, ovvero la Labicana travestita
La via Casilina moderna ricalca, per buona parte del suo tracciato urbano ed extraurbano, l'antica via Labicana, che usciva da Roma verso il centro latino di Labicum e proseguiva poi verso sud-est, congiungendosi alla via Latina e puntando in direzione della Campania. Il nome moderno deriva da Casilinum, l'antico centro presso Capua: la strada, insomma, ha cambiato nome ma non ha cambiato mestiere. È sempre stata la direttrice verso il Mezzogiorno.
Per il nostro quadrante la Casilina è la spina dorsale. Ci corrono accanto la ferrovia ex concessa Roma-Fiuggi, di cui la metropolitana attuale è in parte erede sul tracciato esterno, e una sequenza ininterrotta di borgate cresciute a pettine sui lati. Se vuoi capire com'è fatta la Roma orientale, percorri la Casilina da Porta Maggiore verso i Castelli e osserva come cambia il tessuto ogni due chilometri: prima l'ottocentesco, poi il fascista, poi il popolare anni Cinquanta, poi l'abusivo anni Sessanta, poi il piano di zona anni Ottanta.
La via Prenestina e il mondo di Gabii
A nord corre invece la via Prenestina, che è la strada verso Praeneste, l'odierna Palestrina, ed è forse la consolare più sottovalutata di Roma. Lungo la Prenestina si incontrano il parco di Villa dei Gordiani con il suo grande mausoleo a rotonda noto come Tor de' Schiavi, l'area archeologica di Gabii e il Ponte di Nona, che deve il nome al nono miglio della strada.
Gabii merita una parentesi, perché è uno di quei siti che spiegano l'intero paesaggio. Era una città latina antichissima, potente prima di Roma e poi assorbita da Roma; il suo santuario dedicato a Giunone Gabina è uno dei complessi sacri repubblicani più importanti del Lazio, e da alcuni decenni l'area è oggetto di campagne di scavo sistematiche condotte in collaborazione con università straniere. Ma soprattutto Gabii è la ragione geologica di mezza Roma: da qui si estraeva il lapis gabinus, il peperino grigio usato in città per soglie, stipiti e strutture che dovevano resistere al fuoco.
Quando guardi il tufo del Castelletto di Torre Angela, quindi, stai guardando la stessa storia geologica che ha fornito i materiali al centro di Roma. Il vulcano laziale ha costruito la città due volte: una volta facendo il terreno e una volta fornendo le pietre.
L'antichità sotto Castelletto Torre Angela
Questa è la parte che la gente non si aspetta. Il quadrante di Torre Angela non è affatto vergine dal punto di vista archeologico: al contrario, è una delle aree suburbane più ricche di testimonianze romane, semplicemente perché ci passavano due consolari e perché la campagna era fittamente occupata da ville rustiche.
Ville, sepolcri e basolati
Nel territorio della zona sono note strutture di grande interesse: una villa lungo l'antica via Gabina, di cui si riconoscono fasi molto alte, tratti di basolato dell'antico percorso verso Gabii, sepolcri di età imperiale allineati come da manuale ai lati della strada, e il già citato Ponte di Nona, che è un manufatto di età repubblicana in opera quadrata, uno dei ponti romani meglio conservati del suburbio.
La logica insediativa romana in questo settore era semplice: la strada, ai suoi lati le tombe, dietro le tombe le ville rustiche con i loro impianti produttivi, e attorno i campi. Quando nel Medioevo si costruiscono le torri, spessissimo le si pianta sopra o accanto a queste strutture antiche, perché le fondazioni ci sono già, il materiale da costruzione è a portata di mano e la posizione era stata scelta bene duemila anni prima da qualcuno che sapeva il fatto suo.
Il riuso come metodo
Nell'Agro romano il reimpiego non è un'eccezione, è la norma. Blocchi di travertino di un sepolcro finiscono negli angoli di una torre; frammenti di marmo diventano soglie; un rocchio di colonna serve da paracarro. Non c'era nessuna intenzione di conservare l'antico e nemmeno di distruggerlo: c'era il buon senso di chi ha una cava già scavata a duecento metri da casa.
Ti consiglio, quando osservi murature come quelle del Castelletto di Torre Angela, di cercare le anomalie: un blocco troppo grande, troppo regolare, con un profilo modanato che non c'entra niente con il resto. Sono le firme involontarie di un edificio precedente, e sono il modo più diretto per toccare con gli occhi duemila anni di continuità di uso del suolo.
Il Medioevo delle tenute attorno a Castelletto Torre Angela
Fra il X e il XII secolo la campagna romana attraversa una trasformazione profonda. Il modello tardoantico della villa produttiva è collassato da tempo; al suo posto si afferma un paesaggio di domuscultae, cioè grandi aziende agricole papali organizzate per rifornire Roma, e poi, dal pieno Medioevo, un paesaggio di tenute laiche ed ecclesiastiche identificate da un casale e da una torre.
La parola chiave è casale. Nel lessico documentario romano il casale non è una casa di campagna: è un'unità fondiaria, un pezzo di territorio con confini, diritti d'acqua, diritti di pascolo, e al centro un complesso edilizio che ne è la testa. La tenuta di Tor Angela è esattamente questo, e il nostro Castelletto è, con ogni probabilità, la testa di uno di questi organismi.
Chi lavorava qui
Il lavoro agricolo dell'Agro romano è stato per secoli un lavoro stagionale e migrante, non stanziale. Il grano richiede braccia concentrate in poche settimane, alla mietitura; il resto dell'anno la campagna è quasi vuota. Arrivavano squadre dalla Sabina, dalla Ciociaria, dagli Abruzzi, dalle Marche, e ripartivano. La popolazione stabile era ridotta a poche famiglie per tenuta: il fattore, il vergaro, qualche guardiano, i butteri per il bestiame.
Questo spiega una cosa che a prima vista sembra assurda: perché a pochi chilometri da una delle città più popolose d'Europa ci fosse, fino a poco più di un secolo fa, una campagna semideserta. Non era abbandono, era un modello economico. E il Castelletto di Torre Angela, con la sua corte e i suoi ambienti, era la casa di quel modello.
La rendita, il pascolo, il grano
Il proprietario incassava affitti in denaro o in natura, il conduttore rischiava il raccolto, i pastori pagavano il diritto di far pascolare le greggi sui campi a riposo. Un sistema tanto stabile quanto rigido, che ha resistito quasi immutato dal Trecento all'Ottocento e che ha lasciato in eredità a Roma la caratteristica più discussa del suo territorio: la concentrazione della proprietà fondiaria in poche mani, che nel Novecento diventerà la materia prima della speculazione edilizia.
Le carte antiche che raccontano Castelletto Torre Angela
Se vuoi capire come appariva questo pezzo di campagna prima della città, devi passare dalle mappe. E qui la fortuna di Roma è enorme, perché il suo Agro è uno dei territori meglio cartografati d'Europa in età moderna.
Il Catasto Alessandrino
Il documento che amo di più è il Catasto Alessandrino, la grande ricognizione cartografica dell'Agro romano promossa sotto Alessandro VII nella seconda metà del Seicento e oggi conservata all'Archivio di Stato di Roma. Sono centinaia di piante acquerellate, disegnate da agrimensori che percorrevano le tenute a piedi e a cavallo, con i confini, i fossi, le strade, i casali e le torri rappresentati con una precisione sorprendente e un gusto pittorico che oggi definiremmo naïf.
Sfogliare quelle carte significa vedere l'Agro come un mosaico di poligoni irregolari, ciascuno con il suo nome e il suo proprietario. Le torri sono disegnate come piccoli parallelepipedi con il tetto, quasi dei giocattoli, ma la loro posizione è affidabile. Sono, di fatto, la prima infrastruttura informativa del territorio romano.
Nibby, Tomassetti, Ashby
Poi arriva l'Ottocento e con esso la topografia scientifica. Antonio Nibby pubblica nel 1837 la sua analisi storico-topografica dei dintorni di Roma, tenuta per tenuta, e ancora oggi è il punto di partenza per chiunque voglia sapere che cosa c'era in un dato punto dell'Agro. Poi viene Giuseppe Tomassetti, che alla Campagna Romana antica, medioevale e moderna dedica una vita intera: l'opera comincia a uscire nel 1910 e viene completata dal figlio, ed è tuttora il repertorio di riferimento per le tenute, i casali e le torri, via consolare per via consolare.
Infine c'è Thomas Ashby, l'archeologo britannico che fra fine Ottocento e primo Novecento percorse l'Agro romano fotografandolo sistematicamente, e le cui immagini, conservate a Roma presso l'istituzione britannica di ricerca che diresse, sono l'ultima testimonianza visiva della campagna prima della sua urbanizzazione. Chi guarda quelle lastre capisce in un istante che cosa abbiamo perso e perché le torri superstiti, come il Castelletto di Torre Angela, valgono molto più di quanto il loro stato di conservazione lasci intuire.
L'Ottocento attorno a Castelletto Torre Angela: malaria, butteri, latifondo
C'è un'immagine che nell'Ottocento europeo diventa un genere pittorico a sé: la Campagna Romana. Rovine, acquedotti spezzati, mandrie, pastori con il mantello, orizzonti bassissimi e cieli enormi. Corot ci ha lavorato da giovane, generazioni di paesaggisti stranieri ci hanno costruito una carriera, e nel primo Novecento un gruppo di pittori romani si riunisce addirittura in un sodalizio dedicato alla Campagna Romana per andarla a dipingere dal vero prima che sparisca.
Quel paesaggio, però, era anche una condanna sanitaria. L'Agro romano era malarico, gravemente e cronicamente. Le zone umide, i fossi impaludati, l'assenza di popolazione stabile e la stagionalità del lavoro creavano le condizioni perfette per la trasmissione. Si moriva, e si moriva molto, soprattutto fra i braccianti stagionali che arrivavano dalla montagna e non avevano alcuna resistenza acquisita.
Le leggi sulla bonifica
Dopo il 1870 lo Stato italiano affronta il problema con una serie di provvedimenti per la bonifica dell'Agro romano, che tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta dell'Ottocento impongono ai proprietari opere di risanamento, drenaggio, costruzione di case coloniche e di pozzi. Nei primi anni del Novecento si aggiunge la distribuzione pubblica del chinino, che è forse il primo grande intervento di sanità di massa dell'Italia unita.
Il risultato è lento ma reale: la campagna comincia a popolarsi, compaiono i primi casali colonici moderni, le tenute vengono frazionate. Il paesaggio delle torri medievali si arricchisce di un secondo strato: le case coloniche a due piani con il portico e la stalla, che ancora oggi si riconoscono qua e là fra le palazzine del quadrante.
I butteri, o della dignità di un mestiere
Vale la pena spendere due parole sui butteri, i mandriani a cavallo dell'Agro romano e della Maremma, perché sono la figura umana che meglio rappresenta questa campagna. Lavoravano bestiame semibrado, usavano un bastone lungo chiamato uncino invece del lazo, montavano con una sella caratteristica e avevano una loro festa rituale, la merca, la marchiatura dei puledri.
Nel 1890 il circo di Buffalo Bill arrivò a Roma con il suo spettacolo del Far West, e ne nacque una sfida rimasta celebre: i cowboy americani contro i butteri dell'Agro romano, guidati da Augusto Imperiali. La cronaca dell'epoca raccontò che i butteri se la cavarono benissimo, domando cavalli che gli americani avevano dichiarato indomabili. Prendila per quello che è, un episodio di folklore giornalistico, ma con un fondo serissimo: quella era gente che con gli animali ci viveva, e nella campagna dove sorge il Castelletto di Torre Angela lavoravano esattamente così.
Il Novecento agricolo che precede Castelletto Torre Angela urbano
Fra le due guerre l'Agro romano viene investito da una politica agraria molto aggressiva. Si costruiscono borgate rurali, si frazionano tenute, si fondano centri di servizio, si scava, si drena. Contemporaneamente Roma si espande, e comincia a espellere verso l'esterno le popolazioni sgomberate dai quartieri centrali per far posto agli sventramenti.
Le cosiddette borgate ufficiali nascono così, come discariche sociali travestite da politica abitativa: si demolisce un isolato in centro, si portano gli abitanti a dieci chilometri di distanza, in casette senza fogna, senza scuole e senza trasporti, e si chiama tutto questo risanamento. La Roma orientale, con la sua campagna a buon mercato e le sue consolari, è la destinazione naturale di questo movimento.
Il dopoguerra e l'esplosione
Ma il vero terremoto arriva dopo il 1945. Roma passa da poco più di un milione e mezzo di abitanti a superare i due milioni e mezzo nel giro di vent'anni, e l'immigrazione arriva soprattutto dal Lazio interno, dall'Abruzzo, dal Molise, dalla Campania, dalla Puglia. Serve casa, tanta e subito, e il mercato ufficiale non ce la fa.
La risposta è quella che gli urbanisti chiamano edilizia spontanea e che tutti gli altri chiamano abusivismo di necessità: si compra un lotto agricolo da un proprietario che lo fraziona senza titolo, si costruisce nei fine settimana con l'aiuto dei parenti, prima un piano, poi il secondo, poi il terzo. Niente piano regolatore, niente urbanizzazioni, niente fogne. Torre Angela nasce in gran parte così, e questo va detto senza reticenze e senza moralismi: era il modo in cui migliaia di famiglie hanno risolto un problema che nessuno risolveva per loro.
Come Torre Angela è diventata quartiere attorno a Castelletto Torre Angela
Il meccanismo dell'edilizia spontanea romana è quasi sempre lo stesso, ed è affascinante da ricostruire perché è leggibile ancora oggi nella pianta delle strade. Il proprietario di un fondo agricolo traccia una strada di penetrazione, spesso ricalcando una vecchia carrareccia, e lungo quella strada vende lotti stretti e profondi. I lotti diventano case, la strada diventa asse del quartiere.
Quando cammini per Torre Angela e trovi vie lunghissime e leggermente sinuose che si diramano da via di Torrenova o dalla Casilina, non stai guardando un progetto urbanistico: stai guardando i confini delle particelle catastali agricole del secolo scorso. La geometria del quartiere è la geometria dei campi. È lo stesso motivo per cui certi isolati hanno forme che nessun architetto avrebbe mai disegnato.
Il risanamento delle borgate
Dagli anni Settanta in poi comincia il lungo e faticoso lavoro di recupero. Il Comune di Roma perimetra i nuclei edilizi sorti fuori piano e li avvia a piani di recupero urbanistico, con l'obiettivo di portarci strade, fogne, illuminazione, scuole, verde. Le sanatorie nazionali degli anni Ottanta completano il quadro sul piano giuridico. È un processo lento, mai davvero concluso, ma è la ragione per cui oggi Torre Angela ha servizi che negli anni Sessanta erano impensabili.
Il Castelletto attraversa tutto questo restando fermo. È l'unica cosa che nel raggio di un chilometro non si è mossa di un centimetro dagli anni Cinquanta a oggi, mentre attorno cambiava tutto. Trovo che sia questa, più delle sue pietre, la sua qualità più rara: è il punto fisso che permette di misurare quanto è cambiato il resto.
Tor Bella Monaca e la città pianificata
All'estremità del territorio di Torre Angela nasce, nei primi anni Ottanta, Tor Bella Monaca, che è l'esatto opposto dell'edilizia spontanea: un piano di zona interamente progettato, con edifici in linea e a torre, spazi verdi disegnati, servizi previsti fin dall'inizio. Il quartiere prende il nome da una torre medievale duecentesca, che è ancora lì e che è uno dei riferimenti storici del quadrante.
La storia successiva di Tor Bella Monaca è nota e non serve che la ripeta. Dico solo una cosa da persona che si occupa di architettura: il fallimento sociale di quel quartiere non è stato causato dalla sua architettura, che era ambiziosa e in certi punti notevole, ma dalla concentrazione di fragilità sociale in un unico luogo e dall'assenza per anni di quei servizi che erano stati previsti sulla carta. Il progetto urbanistico è un vaso, non è l'acqua.
Le altre torri che fanno da corona a Castelletto Torre Angela
Ti ho detto che il Municipio VI si chiama delle Torri. Vale la pena passarle in rassegna, perché ciascuna aggiunge un tassello alla comprensione del nostro Castelletto.
Torrenova
Torrenova è la zona immediatamente a sud, fra la Casilina e la Tuscolana. Il suo nome dichiara una successione cronologica: c'era una torre, se ne fece una nuova. Il complesso più significativo è il castello cinquecentesco affacciato sulla Casilina, con la sua chiesa dedicata a san Clemente: un esempio bellissimo di come, in età moderna, il nucleo fortificato medievale evolve in residenza signorile di campagna, mantenendo l'aspetto difensivo come pura rappresentanza. Sul territorio si trovano anche un casale settecentesco, un casale del dazio ottocentesco e resti romani di rilievo, comprese terme di età imperiale nell'area di Tor Vergata.
Il rapporto fra il Castelletto di Torre Angela e Torrenova è diretto anche in senso letterale: la strada che collega i due luoghi è quella su cui il Castelletto si affaccia. Non è una coincidenza, è la sopravvivenza di un collegamento fra tenute.
Torre Maura, Torre Spaccata, Torre Gaia
Andando verso la città si incontra Torre Maura, il cui toponimo rimanda con ogni probabilità al colore scuro della muratura o a un possessore. Poi Torre Spaccata, che ha il nome più onesto di tutti: la torre era spaccata, e chi la vedeva la descriveva così. Torre Gaia, più a sud, chiude il quadrante verso i Castelli.
Osservando la distribuzione di queste torri sulla carta si nota che sono tutte nella fascia compresa fra il quinto e il dodicesimo miglio dalle porte di Roma. È esattamente la distanza in cui la campagna smetteva di essere periurbana e diventava terra da presidiare: abbastanza vicina da essere redditizia, abbastanza lontana da non essere protetta dalle mura.
Tor Sapienza, Tor Tre Teste, Torraccia
A nord, verso la Prenestina, la sequenza continua: Tor Sapienza, che deve il nome a un possesso dello Studium Urbis, cioè dell'università di Roma; Tor Tre Teste, dove oggi si trova uno degli edifici religiosi contemporanei più noti d'Europa, la chiesa progettata da Richard Meier e consacrata nel 2003, con le sue tre grandi vele di calcestruzzo bianco; e la Torraccia, il cui accrescitivo dispregiativo racconta un rudere che nessuno si è preso la briga di ribattezzare.
Se hai mezza giornata e voglia di guidare, ti suggerisco di fare il giro di queste torri in sequenza. È un itinerario che non troverai su nessuna guida, dura circa tre ore e ti fa capire la struttura profonda della Roma orientale meglio di qualunque libro.
I materiali e le tecniche di Castelletto Torre Angela
Passiamo alla parte tecnica, che è quella che rende una passeggiata una lezione. Le murature dell'Agro romano sono un libro aperto, a patto di conoscere l'alfabeto.
Il tufo
Il materiale dominante è il tufo, roccia piroclastica prodotta dalle eruzioni del distretto vulcanico dei Colli Albani e, per certe varietà, del distretto sabatino a nord. È leggero, si taglia con la sega, indurisce all'aria ed è pessimo se esposto alla pioggia battente senza intonaco. Le torri medievali dell'Agro sono quasi tutte in blocchetti di tufo squadrati, disposti in filari regolari, con giunti di malta abbondante.
Guarda la dimensione dei blocchetti: nei paramenti di età romana i blocchi tendono a essere grandi e perfettamente squadrati, mentre nel Medioevo si lavora con moduli piccoli, dell'ordine dei venti-trenta centimetri di lunghezza, perché il cantiere è più povero e la manodopera meno specializzata. È un indicatore cronologico grossolano ma sorprendentemente affidabile.
La selce e i frammenti
Accanto al tufo compare spesso la selce, la pietra lavica durissima con cui i Romani lastricavano le strade. Nell'Agro se ne trova ovunque, perché ogni basolato smembrato diventava una cava. La selce si usa a scaglie, annegata nella malta, nei riempimenti murari e nelle parti meno visibili.
Poi ci sono i laterizi: mattoni romani di reimpiego, riconoscibili perché più sottili e più larghi dei mattoni moderni, spesso usati per rinforzare gli angoli e per formare archi di scarico sopra le aperture. Quando vedi un arco fatto di mattoni antichi in una muratura di tufo medievale, stai guardando due imperi sovrapposti nello stesso metro quadro.
Le trasformazioni successive
Nessuna struttura di questo tipo è arrivata a noi come era stata costruita. Sopra il nucleo medievale si sono aggiunti, nei secoli, tettoie, corpi bassi, stalle, fienili, aperture nuove, tamponature di aperture vecchie, e nell'ultimo secolo intonaci cementizi, serramenti metallici, coperture in laterocemento. Un restauratore direbbe che è un palinsesto. Io preferisco dire che è un edificio che ha continuato a lavorare, e gli edifici che lavorano si sporcano.
Il compito di chi guarda non è immaginare come sarebbe se fosse pulito, ma leggere le stratificazioni in ordine. È molto più divertente, e non richiede nessun ponteggio.
Il paesaggio agricolo residuo attorno a Castelletto Torre Angela
Una cosa che spiazza chi arriva qui per la prima volta è che la campagna non è finita. È a chiazze, è frammentata, in certi punti è ridotta a un fazzoletto fra due strade, ma c'è. Roma ha una superficie comunale enorme, con una quota di territorio agricolo che la rende, per estensione di terreni coltivati dentro i confini municipali, un caso quasi unico fra le grandi capitali europee.
Nel quadrante orientale questa campagna residua si riconosce dal finestrino: appezzamenti a grano o a foraggio incastrati fra i quartieri, filari di eucalipti piantati nel Novecento lungo le strade poderali, canneti nei fossi, qualche gregge che pascola con un'aria di totale indifferenza rispetto ai palazzi che ha alle spalle.
Perché conta
Questa campagna interstiziale non è un residuo passivo. È l'unica cosa che permette ancora di capire perché il Castelletto di Torre Angela sta dove sta. Togli i campi e la torre diventa un edificio strano in mezzo alle case; lascia i campi, anche pochi, e improvvisamente la logica torna: la torre guarda quello, controlla quello, difende quello.
Per questo, quando accompagno qualcuno da queste parti, cerco sempre il punto di vista in cui l'inquadratura tiene insieme la struttura antica e almeno una lingua di terra coltivata. È lì che l'immagine si spiega da sola.
La stagionalità
Il paesaggio cambia radicalmente con le stagioni, molto più che nel centro storico. Fra marzo e maggio il grano è verde e l'erba dei margini esplode; a giugno il grano ingiallisce e la campagna assume quel colore biondo che i pittori dell'Ottocento hanno reso famoso; a luglio e agosto è tutto stoppie e polvere; in autunno le arature rimettono a nudo il terreno scuro; in inverno le mattine di tramontana regalano una trasparenza dell'aria che permette di vedere i monti Prenestini e i Castelli con una nitidezza quasi irreale.
Il verde pubblico e i parchi vicini a Castelletto Torre Angela
Il quadrante ha una dotazione di verde attrezzato che è cresciuta molto negli ultimi decenni, quasi sempre come esito dei piani di recupero delle borgate e dei piani di zona.
Il parco di Tor Bella Monaca
Il più esteso è l'area verde che accompagna il quartiere di Tor Bella Monaca, con prati, alberature e attrezzature sportive. Non è un giardino storico e non pretende di esserlo: è un parco urbano di quartiere, e come tale va giudicato. Nelle giornate di primavera è uno degli osservatori migliori per capire la vita sociale di questa parte di Roma.
Villa dei Gordiani, poco più a nord
Sulla Prenestina, in direzione della città, il parco di Villa dei Gordiani offre invece un'esperienza diversa: rovine monumentali di età imperiale dentro un parco pubblico frequentatissimo, con il grande mausoleo a pianta circolare noto come Tor de' Schiavi e altri corpi di fabbrica in laterizio. L'attribuzione della villa alla famiglia imperiale dei Gordiani nasce da una fonte tarda e va presa con le pinze, ma la monumentalità del complesso non è in discussione.
Ti consiglio di abbinarlo alla visita del quadrante, perché mostra che cosa fossero le proprietà suburbane dell'aristocrazia romana e quindi che cosa sia venuto prima delle tenute medievali.
Il verde agricolo di Tor Vergata
A sud, il grande comprensorio universitario di Tor Vergata conserva ampie superfici libere, in parte agricole, in parte incolte, con presenze archeologiche note. È un paesaggio insolito: capannoni universitari, campi, resti romani e, sullo sfondo, l'orizzonte dei Castelli. Non è pittoresco, ma è vero, e ha una sua bellezza aspra che apprezzo molto.
Le chiese del quartiere attorno a Castelletto Torre Angela
La storia religiosa di Torre Angela racconta la crescita del quartiere meglio di qualsiasi statistica, perché le parrocchie si erigono quando la popolazione supera certe soglie e i loro edifici datano la crescita con precisione notarile.
La parrocchia dei Santi Simone e Giuda Taddeo viene eretta il 4 aprile 1961, ed è il segnale che alla fine degli anni Cinquanta qui c'era già una comunità stabile abbastanza numerosa da richiederla. Segue Santa Rita a Torre Angela, anch'essa novecentesca. Poi arriva Santa Maria Madre del Redentore, costruita fra il 1985 e il 1987, che corrisponde alla fase del piano di zona e dell'arrivo massiccio di nuovi abitanti.
Nel nuovo secolo il quartiere continua a crescere e nascono altre due chiese: quella dedicata a sant'Edith Stein, realizzata fra il 2005 e il 2009, e quella dedicata a san Massimiliano Kolbe, fra il 2007 e il 2009. Cinque parrocchie in cinquant'anni sono un indicatore demografico impressionante.
Come leggere un'architettura religiosa di periferia
Le chiese romane del secondo Novecento sono un capitolo di storia dell'architettura che merita più attenzione di quanta ne riceva. Sono quasi sempre l'unico edificio pubblico progettato con qualche ambizione formale in quartieri costruiti in fretta, e spesso sono anche l'unico spazio coperto disponibile per attività collettive.
Quando ne guardo una cerco tre cose: come è risolta la luce naturale, perché è lì che si gioca tutta la qualità dello spazio; come è trattato il sagrato, cioè se l'edificio dialoga con la strada o le volta le spalle; e quale materiale domina, perché racconta il budget e l'epoca. È un esercizio che si può fare in dieci minuti e che cambia il modo in cui guardi un quartiere intero.
Come si arriva a Castelletto Torre Angela
Questa è una delle poche periferie storiche romane che si raggiunge comodamente senza automobile, e per me è una buona notizia, perché significa che si può visitare in mezza giornata partendo dal centro.
La metropolitana
La linea C della metropolitana di Roma serve direttamente il quadrante con una stazione che porta il nome del quartiere, Torre Angela, e con le stazioni vicine di Torrenova, Torre Gaia e Grotte Celoni. La prima tratta della linea, quella esterna che collega la zona di Pantano al Parco di Centocelle, è entrata in servizio nel novembre 2014; negli anni successivi la linea è stata prolungata verso il centro, prima fino a Lodi e poi fino a San Giovanni, dove si scambia con la linea A.
Il consiglio pratico è banale ma efficace: scendi a Torre Angela e cammina. Le distanze nel quadrante sono ampie e i marciapiedi non sempre generosi, ma il tessuto urbano si legge solo a piedi. In auto vedi le facciate, a piedi vedi i cortili.
Il trenino che c'era prima
Merita di essere raccontata la preistoria della metro C, perché è una storia romana perfetta. Fino a pochi anni fa lungo questo corridoio correva la vecchia ferrovia a scartamento ridotto che da Roma raggiungeva Fiuggi e la Ciociaria, inaugurata negli anni Dieci del Novecento e progressivamente ridotta nei decenni successivi fino a sopravvivere solo nella tratta urbana verso Pantano e in quella verso Giardinetti.
Era un trenino lento, con le carrozze verdi e un fascino che oggi definiremmo vintage e che all'epoca chiamavamo semplicemente vecchiaia. Ha trasportato per generazioni pendolari, contadini con le ceste, studenti. La metro C ne ha ereditato in gran parte la sede, e chi conosceva il trenino ancora oggi, salendo sulla linea C, sa esattamente dove passava. È il caso raro in cui un'infrastruttura moderna non cancella la precedente ma la ricalca.
Strade e automobile
Chi arriva in auto ha come riferimenti la via Casilina, la via Prenestina e l'uscita del Grande Raccordo Anulare corrispondente. Via di Torrenova è una strada di collegamento fra la Casilina e il comprensorio universitario, quindi ha traffico consistente nelle ore di punta. Il parcheggio in zona è possibile ma disordinato: non aspettarti stalli comodi, aspettati di girare.
Se posso permettermi un'osservazione da professionista: questo è un quadrante in cui l'automobile fa perdere tempo invece di farne guadagnare. La metropolitana più le gambe è la combinazione vincente.
Tor Vergata, il vicino ingombrante di Castelletto Torre Angela
A pochi chilometri a sud del Castelletto si estende il campus dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, istituita nel 1982 come secondo ateneo statale della capitale. Il comprensorio è enorme, uno dei più vasti d'Europa per superficie, e comprende facoltà scientifiche, un policlinico universitario, centri di ricerca e aree ancora libere.
Il nome, anche in questo caso, viene da una torre: tor vergata, cioè torre a strisce, probabilmente per l'alternanza di materiali nella muratura. Anche l'università, insomma, è figlia della toponomastica dell'Agro romano, e ancora una volta il filo conduttore è lo stesso: qui tutto prende nome da una struttura di controllo del territorio.
La Vela incompiuta
Dentro il comprensorio si trova quello che è forse il più celebre edificio incompiuto d'Italia: la struttura progettata da Santiago Calatrava per il polo sportivo universitario, avviata nella seconda metà degli anni Duemila in vista dei campionati mondiali di nuoto ospitati a Roma nel 2009 e mai portata a termine. Le sue grandi arcate bianche si vedono da molto lontano e sono diventate, loro malgrado, un monumento involontario.
Ne parlo perché è istruttivo. A cinque chilometri di distanza abbiamo due strutture che non si visitano: una torre medievale che non si visita perché è privata e ha smesso di essere un monumento pubblico, e un'opera contemporanea che non si visita perché non è mai stata finita. La prima ha lavorato per settecento anni, la seconda non ha lavorato un giorno. Trarne una morale è troppo facile, ma la simmetria mi ha sempre colpito.
Che cosa significa avere un'università accanto
La presenza dell'ateneo ha cambiato la struttura sociale della Roma sud-orientale: ha portato studenti in affitto, servizi, mobilità quotidiana, ricerca. Non ha risolto i problemi del quadrante, e sarebbe ingenuo pretenderlo, ma ha creato un secondo motore economico accanto a quello residenziale. Nelle mattine feriali, sulla metro C in direzione Grotte Celoni, si riconoscono benissimo i due flussi che convivono.
La vita di quartiere attorno a Castelletto Torre Angela
Un luogo non è solo pietre. Se vieni qui devi mettere in conto che stai entrando in un quartiere residenziale vissuto, non in un'area monumentale, e questo cambia il modo in cui ti muovi.
I mercati rionali
La Roma orientale ha una fitta rete di mercati rionali, coperti e su strada, che sono i luoghi dove la vita sociale del quartiere è più visibile. Sono anche il posto in cui la geografia dell'immigrazione interna italiana si legge negli accenti e nei prodotti: la salumeria che tradisce origini abruzzesi, il banco che vende ortaggi dell'agro pontino, il pescivendolo che arriva dal litorale.
Un mercato rionale romano al mattino è un'esperienza antropologica di prima categoria, e non costa niente. Se hai un'ora e vuoi capire un quartiere, vacci prima delle undici.
Il Teatro di Tor Bella Monaca
Il quadrante ospita un teatro pubblico che ha una programmazione stabile e che negli anni è diventato un riferimento culturale per tutta la Roma est. È uno di quei presidi che si notano poco dall'esterno e che contano moltissimo dall'interno: un luogo dove il quartiere si vede rappresentato e dove il resto della città, ogni tanto, viene a sedersi.
Ho un'opinione forte in proposito: la qualità di una periferia non si misura dai suoi monumenti, ma dal numero di luoghi in cui una persona può entrare gratuitamente o quasi e restarci un paio d'ore senza dover consumare. Biblioteche, teatri, parchi, centri anziani, oratori, campetti. Da questo punto di vista il quadrante di Torre Angela è molto più attrezzato di quanto la sua reputazione lasci immaginare.
Le associazioni e la memoria
C'è poi un tessuto associativo che nella Roma orientale è particolarmente vivace: gruppi che si occupano di doposcuola, di sport popolare, di orti urbani, di recupero di spazi, di memoria locale. È soprattutto grazie a questi gruppi che pezzi di storia del quadrante, comprese le vicende delle torri e dei casali, sono stati documentati, fotografati e raccontati quando nessun altro se ne occupava.
Quando parlo del Castelletto di Torre Angela e delle sue vicende, so bene che buona parte di ciò che se ne sa localmente è passata attraverso questo lavoro volontario. Non è storiografia accademica, ma è memoria raccolta con serietà, e in assenza d'altro vale moltissimo.
Un itinerario a piedi che parte da Castelletto Torre Angela
Ti propongo un percorso che uso davvero, calibrato su due o tre ore di cammino tranquillo, senza alcuna pretesa di completezza e con la sola ambizione di farti leggere il territorio.
Prima tappa: la struttura e la strada
Si parte dal punto in cui via di Torrenova costeggia il complesso. Dedica dieci minuti buoni all'osservazione da fermo, dal marciapiede opposto se il traffico lo consente. Cerca le cinque cose di cui ti ho parlato: il corpo più alto, la muratura, la quota delle aperture, il recinto, l'orientamento rispetto alla strada. Poi allontanati di cento metri e riguarda: da lontano si capisce la massa, da vicino si capisce la tecnica, e servono entrambe.
Seconda tappa: il tessuto spontaneo
Da lì infilati in una delle strade laterali residenziali. Cammina per dieci minuti guardando le case: noterai che quasi nessuna è uguale all'altra, che i piani sono spesso aggiunti in tempi diversi, che le scale esterne sono frequenti, che i lotti sono stretti e profondi. Stai leggendo l'autocostruzione degli anni Sessanta e Settanta, un fenomeno urbano che a Roma ha prodotto centinaia di ettari di città e che meriterebbe uno studio serio molto più della millesima guida al Colosseo.
Terza tappa: il piano di zona
Poi dirigiti verso l'area dei grandi edifici pubblici, cioè verso il quartiere pianificato. Il cambio di scala è brutale e istruttivo: si passa da facciate di sei metri a facciate di sessanta, da strade di quartiere a viali, da tetti a falde a coperture piane. Due modi opposti di fare città a cinquecento metri di distanza.
Quarta tappa: il margine agricolo
Chiudi cercando il bordo, cioè il punto in cui il costruito si interrompe e comincia il campo. È il luogo più fotogenico e più significativo di tutto l'itinerario. In quel punto vedi contemporaneamente le tre Rome che si sono sovrapposte qui: quella agricola, quella spontanea e quella pianificata. Se ti riesce di tenerle tutte e tre nella stessa inquadratura, hai capito il quadrante.
Regole di buon senso
Nessun dramma e nessuna paranoia: è un quartiere residenziale come tanti, e ci vivono decine di migliaia di persone che vanno al lavoro, portano i figli a scuola e fanno la spesa. Valgono le normali cautele urbane: non entrare in proprietà private, non fotografare persone senza permesso, non lasciare oggetti in vista nell'auto, muoviti con discrezione. Il rispetto è la migliore lettera di presentazione, qui come ovunque.
Che cosa mangiare e bere nei dintorni di Castelletto Torre Angela
Non troverai qui la ristorazione da guida gastronomica, e sinceramente non è quello che cerco quando vengo. Troverai invece la ristorazione di quartiere romana nella sua forma più autentica, che ha regole precise e ottimi risultati se sai che cosa ordinare.
La regola del forno
Il primo indirizzo di ogni periferia romana è il forno. La pizza bianca tagliata a pezzi, la pizza rossa, il filone, la crostata di visciole. Un forno che sforna a più riprese durante la giornata e che ha la fila alle undici del mattino è quasi sempre un forno buono. Costa pochissimo e ti dà il quadro esatto della qualità media del quartiere.
La cucina romana di quartiere
Nei ristoranti di zona la carta è prevedibile e va benissimo così: cacio e pepe, gricia, amatriciana, carbonara, coda alla vaccinara, trippa il sabato, abbacchio nelle occasioni, e i contorni della tradizione, cicoria ripassata, puntarelle in stagione, broccoletti. La cucina romana è una cucina di ingredienti poveri trattati con precisione: il pecorino romano, il guanciale, il pepe, la pasta tenuta al dente in modo aggressivo.
Un'osservazione che faccio sempre ai clienti stranieri: la carbonara non ha panna, la gricia è l'amatriciana senza pomodoro, e l'ordine di apparizione storico è probabilmente l'opposto di quello che immaginano. La gricia viene prima, il pomodoro arriva dopo.
Il caffè e il rito
Nei bar di periferia il caffè si beve al banco in trenta secondi, spesso in piedi accanto a qualcuno che commenta la partita. È un rito sociale prima che una bevanda. Se vuoi passare per persona di mondo, ordina un caffè e basta, bevilo al banco e paga alla cassa se il bar è di quelli all'antica. E non chiedere il cappuccino dopo pranzo, non perché sia vietato, ma perché ti guarderanno con quella particolare tenerezza che i romani riservano ai forestieri.
Quando venire a vedere Castelletto Torre Angela
Il quadrante non ha orari di apertura, quindi la domanda giusta non è quando è aperto ma quando è leggibile.
Le stagioni
La primavera, fra la fine di marzo e la prima metà di maggio, è il momento migliore in assoluto: i campi sono verdi, la luce è lunga, le temperature permettono di camminare per ore. L'autunno, fra ottobre e novembre, è il secondo momento migliore, con arature fresche e cieli molto puliti dopo le prime piogge.
L'estate romana in periferia è dura: il quadrante è aperto, ventilato ma completamente esposto, e fra le undici e le sedici il sole è punitivo. Se vieni in luglio o in agosto, vieni presto la mattina. L'inverno regala giornate di tramontana con una nitidezza dell'aria spettacolare, ideali per la fotografia a lunga distanza verso i Castelli e i Prenestini.
Le ore
La prima ora dopo l'alba e l'ultima prima del tramonto sono le uniche in cui una muratura di tufo si racconta davvero: la luce radente mette in evidenza i filari, le tamponature, le cuciture fra le fasi costruttive, i fori delle buche pontaie. A mezzogiorno il tufo diventa una superficie piatta e beige e non dice più niente.
I giorni
Il sabato mattina il quartiere è al massimo della sua attività, con i mercati e le famiglie in giro; la domenica pomeriggio è più silenzioso e più adatto a camminare con calma. I giorni feriali sono i migliori per capire la mobilità: metro affollata al mattino, strade congestionate nelle ore di punta, e quel movimento pendolare verso l'università che è ormai una caratteristica strutturale del quadrante.
Castelletto Torre Angela e il modo sbagliato di raccontare le periferie
Devo affrontare la questione, perché ignorarla sarebbe ipocrita. Torre Angela e i quartieri limitrofi compaiono nei media nazionali quasi soltanto quando succede qualcosa di brutto. Il risultato è che chi non ci ha mai messo piede si è costruito un'idea del luogo fatta esclusivamente di cronaca, e chi ci abita si porta addosso un marchio che non ha scelto.
Non ho nessuna intenzione di negare i problemi: esistono, sono documentati, e le persone che vivono qui li conoscono infinitamente meglio di me. Ma raccontare un territorio solo attraverso i suoi reati è come descrivere un ospedale elencando i decessi. Manca tutto il resto: le persone che lavorano, le scuole che funzionano, i volontari, i commercianti, i ragazzi che studiano, gli anziani che hanno costruito queste case con le proprie mani nei fine settimana del 1968.
La periferia come categoria pigra
C'è poi un problema di vocabolario. La parola periferia viene usata come se indicasse una condizione morale invece che una posizione geografica. A Roma ci sono periferie ricchissime e centri storici degradati; ci sono quartieri esterni con servizi eccellenti e zone semicentrali senza un giardino pubblico. La distanza dal Campidoglio non spiega quasi niente.
Quello che spiega qualcosa è la storia di come un luogo è stato costruito: se è nato con un piano o senza, se ha avuto servizi subito o dopo trent'anni, se è stato pensato come città o come deposito. Torre Angela è nata in gran parte senza piano ed è stata attrezzata dopo, faticosamente, e questo spiega moltissimo delle sue caratteristiche attuali, molto più di qualsiasi giudizio sui suoi abitanti.
Il ruolo di una torre in tutto questo
Ed è qui che il Castelletto di Torre Angela smette di essere una curiosità antiquaria e diventa qualcosa di utile. Un quartiere che sa di avere sette secoli di storia sotto i piedi si racconta diversamente da un quartiere che crede di essere nato nel 1965. La torre non risolve nessun problema sociale, sia chiaro. Ma cambia la frase con cui il quartiere comincia la propria autobiografia, e le frasi iniziali contano.
Che cosa leggere per approfondire Castelletto Torre Angela
Chi volesse andare oltre queste righe ha a disposizione una bibliografia solida, che indico volentieri perché è la stessa che uso io.
Le opere di riferimento sull'Agro
Il punto di partenza obbligato resta Giuseppe Tomassetti con La Campagna Romana antica, medioevale e moderna, pubblicata a partire dal 1910 e completata dal figlio: è organizzata per vie consolari e passa in rassegna tenuta per tenuta, con le fonti documentarie citate. Prima di lui, l'Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma di Antonio Nibby, del 1837, resta una miniera di notizie.
Per il paesaggio e la sua trasformazione fotografica, le campagne di Thomas Ashby sono insostituibili. Per la cartografia storica, il Catasto Alessandrino conservato all'Archivio di Stato di Roma è il documento principe, ed è in parte consultabile in riproduzione.
Le fonti istituzionali
Per lo stato attuale dei beni, i riferimenti sono la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, competente sui beni di proprietà comunale e sulla carta della qualità, e la Soprintendenza statale competente per territorio, oltre al Ministero della cultura. Le informazioni amministrative sui municipi, sulle zone urbanistiche e sui piani di recupero si trovano nei portali istituzionali di Roma Capitale.
Le fonti locali
Infine ci sono le pubblicazioni e i lavori di documentazione prodotti da associazioni, comitati e gruppi di quartiere della Roma orientale. Sono materiali disomogenei, a volte privi di apparato critico, ma spesso contengono fotografie, testimonianze orali e dettagli che nessuna fonte accademica ha mai raccolto. Vanno usati con spirito critico, non snobbati.
Conservare Castelletto Torre Angela: il problema e le possibilità
Il destino dei nuclei rurali fortificati inglobati nella città è uno dei capitoli meno risolti della tutela romana. Sono troppi per essere musealizzati tutti, troppo pochi perché la loro perdita sia irrilevante, quasi sempre privati e quasi mai redditizi. La conseguenza è che sopravvivono per inerzia finché qualcuno continua a usarli, e cominciano a sgretolarsi il giorno in cui smettono di servire a qualcosa.
Perché il riuso è l'unica tutela realistica
Un edificio storico si conserva se ha una funzione. Le esperienze migliori, in Italia e altrove, sono quelle in cui i casali e le torri sono diventati sedi di associazioni, centri di documentazione, aziende agricole didattiche, biblioteche, spazi per il quartiere. Non è retorica: è manutenzione. Un tetto che perde viene riparato solo se sotto c'è qualcuno.
La difficoltà, nel caso dei complessi privati, è che l'iniziativa dipende dalla proprietà, e nessuna norma può obbligare qualcuno ad aprire casa propria. Quello che l'amministrazione può fare è agevolare, vincolare, monitorare le condizioni statiche e, quando è possibile, acquisire. Quello che possiamo fare noi è molto più semplice: conoscere questi luoghi, nominarli correttamente, ricordarci che ci sono. Un bene di cui nessuno parla è un bene già mezzo perduto.
La carta della qualità e i vincoli
Roma dispone di strumenti urbanistici che censiscono e classificano il patrimonio edilizio storico diffuso, torri e casali dell'Agro compresi, con l'obiettivo di sottoporli a discipline di intervento specifiche. Non tutti i beni censiti hanno lo stesso grado di protezione, e la distanza fra tutela formale e manutenzione reale può essere considerevole. Ma il censimento è il presupposto di ogni cosa: non si tutela quello che non si è mai contato.
Domande frequenti su Castelletto Torre Angela
Si può entrare?
No. Non è un sito aperto al pubblico e non risultano percorsi di visita ordinari. Si osserva dallo spazio pubblico, senza oltrepassare recinzioni né cancelli.
Quanto tempo serve?
Per la sola osservazione della struttura, venti minuti. Per una passeggiata sensata nel quadrante, che è il modo giusto di venire qui, calcola due o tre ore. Se aggiungi Villa dei Gordiani sulla Prenestina o l'area di Gabii, hai riempito una giornata intera.
È adatto ai bambini?
Sì, con l'avvertenza che si tratta di una passeggiata urbana su strade trafficate, non di un parco archeologico recintato. Ai bambini, per esperienza, la caccia ai blocchi di reimpiego e ai mattoni antichi dentro le murature piace moltissimo: trasforma una camminata in un gioco di osservazione.
Costa qualcosa?
Nulla. È un itinerario a costo zero, salvo il biglietto della metropolitana e il caffè al bar.
Con che tempo conviene venire?
Con cielo sereno o poco nuvoloso, preferibilmente nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, evitando le ore centrali dell'estate. Con la pioggia il quadrante perde molto, perché è un paesaggio che vive di orizzonti lunghi.
È sicuro?
Valgono le regole di qualsiasi quartiere residenziale di una grande città europea: attenzione ordinaria, discrezione, buon senso. Non ci sono ragioni per evitare la zona di giorno, e non ci sono ragioni per comportarsi diversamente da come ci si comporterebbe in qualsiasi altro quartiere abitato.
Una curiosità su Castelletto Torre Angela
La curiosità più bella riguarda il nome, e riguarda un cambio di sesso avvenuto per pura consunzione linguistica. La forma antica del toponimo è Turris Aegidi Angeli: la torre di Egidio Angeli. Nel Trecento la tenuta risulta di Angelo Del Bufalo. In entrambi i casi siamo davanti a un uomo, a un cognome, a un possesso fondiario perfettamente maschile e perfettamente notarile.
Poi succede quello che succede sempre alle parole quando smettono di essere scritte e cominciano a essere solo pronunciate. Il genitivo latino Angeli perde la sua funzione grammaticale, viene riletto come un nome proprio, e l'attrazione della parola femminile torre che lo precede fa il resto. Angeli diventa Angela. Nel giro di qualche generazione un possessore medievale si è trasformato in una signora che non è mai esistita, e nessuno se n'è accorto.
Trovo che sia una delle cose più romane che si possano raccontare. Questa città ha una capacità impressionante di produrre personaggi immaginari a partire da errori di trascrizione: una torre spaccata diventa un aggettivo, una monaca ipotetica dà il nome a un quartiere di trentamila abitanti, e un tale Egidio Angeli, di cui non sappiamo praticamente nulla, viaggia da settecento anni sotto mentite spoglie femminili sui cartelli stradali, sulle fermate della metropolitana e sui documenti d'identità di chi è nato qui. Se questa non è immortalità, le somiglia parecchio.
Una cosa che non ti dice nessuno su Castelletto Torre Angela
La cosa che non ti dice nessuno è che la pianta del quartiere è ancora la pianta della tenuta agricola, e che quindi camminando per Torre Angela stai letteralmente camminando dentro un catasto del Seicento leggermente asfaltato.
Funziona così. Quando negli anni Cinquanta e Sessanta i grandi fondi vengono frazionati e venduti a lotti, chi vende non disegna un quartiere: usa i confini che ha già. Le vecchie strade poderali diventano strade di penetrazione; i limiti fra un campo e l'altro diventano limiti fra isolati; i fossi, tombati o meno, diventano assi o barriere. Il risultato è che l'irregolarità del quartiere, che a occhio distratto sembra caos, in realtà è ordine antico riletto male. Ogni curva inspiegabile ha avuto una ragione agraria.
La seconda cosa che nessuno ti dice è più scomoda. Della grande maggioranza delle torri e dei casali dell'Agro romano non esiste uno studio monografico. Sono citati negli elenchi ottocenteschi, compaiono nelle carte storiche, vengono censiti negli strumenti urbanistici, ma quasi nessuno ha mai fatto per loro quello che si fa di routine per un palazzo del centro: rilievo, analisi stratigrafica delle murature, ricerca d'archivio sistematica, datazione delle fasi. Sappiamo più cose sulla decorazione di un soffitto in via Giulia che sull'intera storia costruttiva di venti torri dell'Agro messe insieme.
Non è colpa di nessuno in particolare: è la conseguenza di una gerarchia culturale che ha considerato per decenni la periferia come una zona senza storia. Il paradosso è evidente: proprio qui, dove la storia visibile è più scarsa, ogni singolo edificio storico superstite avrebbe un valore documentario enorme. Il Castelletto di Torre Angela è uno di questi archivi in muratura che nessuno ha ancora aperto per bene.
Il consiglio che ti do per visitare Castelletto Torre Angela
Il consiglio operativo è semplice: vieni in metropolitana, vieni a fine giornata e vieni con l'idea di camminare, non di guardare un monumento. La linea C ti lascia nel quartiere, e i venti minuti a piedi dalla stazione fanno parte della visita, non sono un fastidio da sopportare. È in quei venti minuti che leggi il tessuto urbano, i piani aggiunti, le officine al piano terra, i cortili, i murales, i mercatini.
Il secondo consiglio riguarda l'ora. Arriva in modo da avere l'ultima ora e mezza di luce a disposizione. Il tufo è una pietra che si accende solo con il sole radente: a mezzogiorno è una superficie inerte, a mezz'ora dal tramonto rivela i filari, le cuciture, le tamponature, le buche pontaie, il punto in cui una fase costruttiva finisce e ne comincia un'altra. In pratica, la luce fa gratis il lavoro che altrimenti richiederebbe un archeologo dell'architettura.
Il terzo consiglio è di metodo, ed è quello a cui tengo di più. Non venire qui da solo se puoi evitarlo, e soprattutto non venire con l'atteggiamento dell'esploratore urbano che documenta il degrado. Questo è un quartiere dove vivono decine di migliaia di persone: saluta, chiedi se puoi passare, non puntare l'obiettivo verso le finestre, non entrare in cortili privati, non pubblicare foto di persone senza il loro consenso. Se ti fermi al bar e chiedi al barista dov'è il Castelletto, nove volte su dieci ti risponderà con precisione e ti racconterà anche qualcosa in più. La cortesia, in periferia, apre più porte di qualsiasi guida.
Il quarto e ultimo: abbina. Da solo il Castelletto è una tappa di venti minuti. Inserito in una giornata che comprenda il parco di Villa dei Gordiani sulla Prenestina, l'area archeologica di Gabii, il Ponte di Nona e magari la chiesa contemporanea di Tor Tre Teste, diventa il tassello di un racconto che va dall'età repubblicana al ventunesimo secolo senza soluzione di continuità. È una delle giornate romane più intelligenti che si possano organizzare, e non incontrerai un solo gruppo turistico.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: Roma è, per estensione di superficie agricola compresa dentro i confini comunali, uno dei comuni più agricoli d'Europa. Non è una battuta e non è un paradosso da quiz: il territorio di Roma Capitale è vastissimo, e una porzione molto rilevante di esso è ancora coltivata o comunque non edificata. Ci sono aziende agricole attive, seminativi, oliveti, vigne, allevamenti, dentro il perimetro della città.
Tutti lo sanno, nel senso che chiunque abbia guardato una mappa se ne è accorto, eppure quasi nessuno lo cita quando parla di Roma, perché stride con l'immagine mentale della capitale monumentale. E invece è la chiave di lettura di quartieri come Torre Angela: qui la città non ha sostituito la campagna, ci si è appoggiata sopra, lasciandone in vita dei brandelli. Il Castelletto non è un relitto capitato per caso in mezzo ai palazzi. È un pezzo di un sistema produttivo che in parte funziona ancora, a qualche centinaio di metri di distanza.
Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda i numeri delle torri. Le strutture fortificate medievali censite nella campagna romana si contano a centinaia: non decine, centinaia. È una densità che nessun'altra area metropolitana italiana possiede, ed è il residuo materiale del più lungo conflitto per il controllo di un territorio agricolo che l'Italia abbia conosciuto, quello fra le famiglie baronali romane, il papato e gli enti ecclesiastici, protrattosi per cinque secoli.
Quando lo racconto ai clienti, la reazione è quasi sempre la stessa: e perché non ce l'hanno mai detto? La risposta onesta è che il turismo romano ha una capacità di assorbimento limitata e ha scelto, comprensibilmente, di concentrarsi su tre chilometri quadrati di centro. Ma chi ha già visto quei tre chilometri quadrati due o tre volte farebbe bene a sapere che fuori c'è un intero sistema territoriale, leggibile, gratuito e vuoto di visitatori.
La foto giusta da fare a Castelletto Torre Angela
La foto giusta non è il primo piano della muratura, anche se la tentazione è forte. La foto giusta è quella del contrasto di scala: la struttura storica in primo piano o in secondo piano, e dietro di essa la palazzina moderna, il balcone con i panni stesi, l'antenna parabolica, il lampione. È l'immagine che racconta in un colpo solo settecento anni di storia dell'uso del suolo, e non serve nessuna didascalia per capirla.
Tecnicamente: usa una focale medio-lunga, dai settanta ai centotrenta millimetri equivalenti, e mettiti il più lontano possibile compatibilmente con la sicurezza stradale. Il teleobiettivo comprime i piani e fa sembrare il palazzo moderno addosso alla struttura antica, che è esattamente l'effetto narrativo che cerchi. Con il grandangolo, al contrario, tutto si allontana e il confronto si sgonfia.
Sulla luce ho già detto: sole radente, prima o ultima ora. Aggiungo che il tufo ha una dominante calda e che nelle ore centrali tende a bruciarsi; se scatti in digitale, sottoesponi leggermente e recupera le ombre in post-produzione, perché le alte luci sul tufo chiaro si perdono in fretta. Il cielo, se è azzurro pieno, si può saturare un poco: il contrasto fra il beige della pietra e il blu funziona sempre.
La seconda foto da portare a casa è quella del margine: il punto in cui l'ultima palazzina finisce e comincia il campo. Inquadrala in orizzontale, con la linea di separazione fra costruito e coltivato che taglia il fotogramma, e aspetta che passi qualcuno per dare la scala. È la fotografia più onesta che si possa fare in questo quadrante, perché mostra il confine mobile su cui si è giocata tutta la storia recente di Roma est.
Una raccomandazione che faccio sempre e che qui vale doppio: non fotografare le finestre delle case, non fotografare bambini, non fotografare persone identificabili senza chiedere. Sembra ovvio, ma la quantità di reportage sulle periferie realizzati senza mai rivolgere la parola a chi ci vive è la ragione per cui in certi quartieri una macchina fotografica viene guardata con diffidenza. Non è paranoia, è memoria.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo pezzo di Agro romano si legge per grandi soglie, e ciascuna soglia ha lasciato un segno ancora visibile.
La prima soglia è antica. Fra il quarto e il secondo secolo avanti Cristo il territorio viene organizzato dalle strade consolari, la Labicana e la Prenestina, e disseminato di ville rustiche e sepolcri. È di età repubblicana il Ponte di Nona, che porta la via Prenestina oltre il fosso al nono miglio, ed è di questa fase la fitta rete di insediamenti agricoli di cui sopravvivono resti in tutta la zona, compresa la villa lungo l'antica via Gabina. Nel frattempo, poco più a est, Gabii passa da città latina autonoma a satellite di Roma, e le sue cave di peperino diventano una delle fonti di materiale da costruzione della capitale.
La seconda soglia è medievale ed è quella che ci interessa di più. Fra l'undicesimo e il quattordicesimo secolo la campagna viene riorganizzata in tenute con al centro un casale e una torre. In questo quadro nasce la Turris Aegidi Angeli, e nel Trecento la tenuta di Tor Angela risulta in mano ad Angelo Del Bufalo. È il momento in cui il toponimo si fissa e in cui la struttura che oggi chiamiamo Castelletto assume la sua funzione di presidio.
La terza soglia è moderna. Nella seconda metà del Seicento gli agrimensori incaricati sotto Alessandro VII percorrono l'Agro e ne redigono le mappe che compongono il Catasto Alessandrino, fissando per la prima volta con precisione confini, strade e fabbricati delle tenute. Da quel momento il territorio è documentato, e ogni trasformazione successiva diventa misurabile.
La quarta soglia è ottocentesca e sanitaria: dopo il 1870 le leggi per la bonifica dell'Agro romano impongono opere di risanamento e costruzione di case coloniche, e all'inizio del Novecento la distribuzione pubblica del chinino riduce drasticamente la mortalità per malaria. La campagna comincia a popolarsi stabilmente.
La quinta soglia è quella del secondo dopoguerra, ed è la più violenta di tutte. Fra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta il quadrante si riempie di edilizia spontanea: migliaia di famiglie comprano lotti e costruiscono senza titolo, dando forma al quartiere che vediamo oggi. Nel 1961, il 4 aprile, viene eretta la parrocchia dei Santi Simone e Giuda Taddeo, primo riconoscimento istituzionale del fatto che qui ormai vive una comunità.
La sesta soglia è pianificatoria: negli anni Settanta e Ottanta il Comune avvia il recupero urbanistico delle borgate, e nei primi anni Ottanta viene costruito il grande piano di zona di Tor Bella Monaca. Nel 1982 nasce l'Università di Roma Tor Vergata, che porta a pochi chilometri di distanza un polo universitario destinato a diventare uno dei più estesi d'Europa. Fra il 1985 e il 1987 sorge la chiesa di Santa Maria Madre del Redentore.
La settima e ultima soglia è recentissima: nel novembre 2014 entra in servizio la prima tratta della linea C della metropolitana, con la stazione Torre Angela, e per la prima volta nella sua storia il quartiere è collegato al centro da un trasporto pubblico su ferro moderno. Sette soglie, duemilatrecento anni, e una struttura in tufo che le ha attraversate quasi tutte restando dov'era.
Chi è passato da Castelletto Torre Angela
Comincio dalle persone di cui abbiamo il nome. Angelo Del Bufalo, il possessore trecentesco della tenuta di Tor Angela, appartiene a una famiglia romana di lungo corso, e con lui passano di qui fattori, vergari, castaldi e famiglie di lavoranti di cui non sapremo mai nulla ma che hanno abitato questi muri molto più a lungo di lui. Prima ancora, il misterioso Egidio Angeli, che ha dato alla torre il nome e alla toponomastica il suo equivoco più fortunato.
Poi ci sono quelli che sono passati per mestiere. Gli agrimensori pontifici della seconda metà del Seicento, che percorsero queste tenute con la tavoletta pretoriana e la corda per redigere le mappe del Catasto Alessandrino, sono forse i primi tecnici ad avere guardato questo pezzo di campagna con occhio sistematico. Un secolo e mezzo dopo Antonio Nibby fece lo stesso lavoro con l'erudizione antiquaria; poi Giuseppe Tomassetti, che alla Campagna Romana dedicò decenni di ricognizioni e di spoglio d'archivio; poi l'archeologo britannico Thomas Ashby, che fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento attraversò l'Agro fotografandolo prima che sparisse.
Su questi non ho documenti che li colleghino a questo specifico complesso, e non intendo attribuire loro visite che non posso provare: ma il metodo con cui hanno lavorato prevedeva di passare, guardare e annotare tenuta per tenuta, e questa era una delle tenute. È ragionevole immaginarli lungo questa strada, con il taccuino in mano.
Sono passati i butteri, i mandriani a cavallo dell'Agro romano, che qui conducevano bestiame semibrado e che nel 1890 diedero al circo di Buffalo Bill, in visita a Roma, la lezione di equitazione che le cronache dell'epoca raccontarono con enorme divertimento: il più noto di loro, Augusto Imperiali, è rimasto nella memoria popolare come l'uomo che domò i cavalli che gli americani avevano dichiarato indomabili. Sono passati i pastori della transumanza, che dagli Abruzzi scendevano a svernare nelle pianure laziali lungo tratturi in uso da millenni. Sono passate le squadre di mietitori stagionali, che arrivavano a giugno e ripartivano a luglio, e che pagavano il loro salario in febbri.
Sono passati i pittori. Nell'Ottocento la Campagna Romana diventa un soggetto d'obbligo per chiunque studi a Roma, e generazioni di paesaggisti italiani e stranieri escono dalle porte della città con cavalletto e ombrellino per dipingere torri, acquedotti e mandrie. Nel 1904 un gruppo di artisti romani fonda un sodalizio esplicitamente dedicato alla Campagna Romana, con l'idea di andarla a dipingere dal vero mentre è ancora in piedi. Avevano ragione ad avere fretta.
E poi, soprattutto, sono passati e rimasti quelli senza nome: le decine di migliaia di persone che fra il 1950 e il 1980 sono arrivate qui dalla Ciociaria, dall'Abruzzo, dal Molise, dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia, hanno comprato un lotto, hanno tirato su un piano, poi un altro, hanno fatto figli che hanno tirato su il terzo. Sono loro ad avere costruito il quartiere che circonda il Castelletto di Torre Angela, con le proprie mani e nei propri fine settimana, e se una struttura medievale può ancora essere guardata da una strada asfaltata e illuminata è perché quella strada l'hanno chiesta, pretesa e a volte pagata loro.
Della torre si ricorda il nome di un proprietario del Trecento. Del quartiere non si ricorda quasi nessun nome. Trovo che valga la pena dirlo, prima di andarsene.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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