Chiesa Anglicana All Saints Church – Chiesa di Ognissanti
Ci sono monumenti che a Roma si fanno trovare e monumenti che bisogna avere l'accortezza di guardare. La Chiesa Anglicana All Saints Church - Chiesa di Ognissanti appartiene alla seconda categoria, e non perché sia nascosta: sta in via del Babuino, in una delle strade più battute del centro storico, a poche decine di metri da piazza di Spagna, dove ogni giorno passano decine di migliaia di persone. Il punto è che quasi nessuno alza lo sguardo. Se lo facesse, vedrebbe una cosa che a Roma non dovrebbe esserci: una guglia gotica inglese, aguzza, sottile, di travertino, che si stacca dal profilo delle cornici barocche e delle terrazze con i vasi di limoni come una firma straniera in calce a un documento notarile italiano.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Io questa chiesa la porto sempre nei miei itinerari, e non per completismo. La porto perché racconta una storia che riguarda Roma più di quanto sembri: la storia di una comunità che per oltre mezzo secolo ha dovuto pregare fuori dalle mura, dentro un granaio, perché in città il culto non cattolico era semplicemente vietato. E la storia di che cosa succede quando quel divieto cade e la comunità, finalmente, può costruire. Non ha costruito una cappella discreta. Ha chiamato uno dei più grandi architetti dell'Inghilterra vittoriana e gli ha chiesto una chiesa che si vedesse.
Chiesa Anglicana All Saints Church: che cosa si vede da via del Babuino
Il primo impatto è cromatico. Il centro di Roma è una città di ocra, di terra di Siena bruciata, di travertino grigio e di intonaci scrostati che virano al rosa. All Saints è rossa. Rosso mattone pieno, laterizio a vista, con fasce e cornici di travertino chiaro che tagliano la muratura in bande orizzontali. È un principio compositivo che ha un nome preciso nella storia dell'architettura: policromia costruttiva, cioè l'idea che il colore di un edificio debba nascere dal materiale e non dall'intonaco o dalla pittura. In Inghilterra questo modo di costruire venne battezzato con una certa irriverenza streaky bacon style, lo stile pancetta affumicata, per via delle strisce alternate. È un soprannome che fa sorridere, ma dietro c'è una convinzione morale seria: il materiale deve dire la verità su se stesso.
La facciata su via del Babuino non è monumentale nel senso romano del termine. Non ha colonne giganti, non ha un timpano spezzato, non ha statue che gesticolano verso il passante. Ha un portale ad arco, una sequenza di aperture ogivali, un ritmo verticale che tira l'occhio verso l'alto. È costruita per essere letta camminando, di scorcio, perché la strada è stretta e non concede la distanza frontale che un architetto barocco avrebbe preteso. Street, che di Italia ne aveva vista parecchia, questo lo sapeva benissimo e ha lavorato di conseguenza.
La chiesa sorge all'incrocio tra via del Babuino e via Gesù e Maria, con orientamento ovest-est, cioè con l'abside rivolta a oriente secondo la tradizione liturgica cristiana più antica. Questo dettaglio, che sembra un tecnicismo da manuale, ha in realtà condizionato tutto il progetto: il lotto disponibile era stretto e irregolare, e far entrare una chiesa correttamente orientata in un ritaglio urbano del genere è stato un esercizio di geometria applicata più che un gesto di libera fantasia.
Il colore che nessuno si aspetta
Vale la pena fermarsi trenta secondi sul marciapiede opposto e osservare come il rosso di All Saints reagisce alla luce romana. La mattina presto, con il sole basso da est, il laterizio è cupo e il travertino si accende. Nel pomeriggio, quando la luce si fa dorata e obliqua, succede il contrario: il mattone si scalda fino a diventare quasi arancione e le fasce chiare si smorzano. È un edificio che cambia umore tre o quattro volte al giorno, cosa che i romani sanno benissimo perché è vera anche per il travertino del Colosseo, ma qui l'effetto è più netto proprio per il contrasto tra i due materiali.
Non è un caso. I laterizi vennero fatti arrivare dal senese, dove la tradizione del mattone a vista è antichissima e la qualità dell'argilla è riconosciuta da secoli. Il travertino, invece, è quello di sempre, quello dei Monti Tiburtini, la pietra che ha costruito Roma dall'età imperiale in poi. C'è qualcosa di ammirevole in un architetto inglese che, dovendo costruire in Italia, decide di usare materiali italiani anziché importare pietra da casa. È una forma di rispetto che si legge nella muratura, riga per riga.
Dove si trova Chiesa Anglicana All Saints Church e perché proprio lì
L'indirizzo è via del Babuino 153. La fermata della metropolitana è Spagna, sulla linea A, e da lì si arriva in tre minuti a piedi. Ma la posizione non è casuale, e capire perché non lo sia significa capire mezza storia della Roma ottocentesca.
Via del Babuino è uno dei tre bracci del cosiddetto Tridente, il ventaglio di strade che si aprono da piazza del Popolo verso il cuore della città. Chi arrivava a Roma da nord, cioè la stragrande maggioranza dei viaggiatori stranieri che scendevano dalla Francia o dalla Germania, entrava da Porta del Popolo. E la prima cosa che vedeva era quel ventaglio. Il braccio di sinistra, via del Babuino, porta dritto a piazza di Spagna: ed è lì che dal Settecento in poi si era concentrata la colonia straniera, in particolare quella di lingua inglese, al punto che l'area venne soprannominata il ghetto degli inglesi.
Alberghi, pensioni, cambiavalute, librerie che vendevano guide in inglese, studi di pittori, gabinetti di lettura dove si trovavano i giornali di Londra con dieci giorni di ritardo: tutto l'apparato di servizi che una comunità espatriata si costruisce attorno stava lì. Quando gli anglicani poterono finalmente costruire dentro le mura, non andarono a cercare un lotto economico in periferia. Comprarono in via del Babuino, cioè nel salotto della loro stessa comunità, a poche decine di metri dalle case dove i loro fedeli dormivano.
Il nome della strada, giusto per togliersi la curiosità
Il Babuino non è un babbuino. O meglio: la strada prende il nome da una statua antica di Sileno, sdraiata sopra una fontana, che i romani trovarono così brutta da ribattezzarla er babbuino. La statua è ancora lì ed è una delle sei statue parlanti di Roma, quelle a cui nei secoli i cittadini attaccavano cartelli anonimi con pasquinate e satire contro il potere. Si trova a un centinaio di metri dalla chiesa, addossata al fianco di Sant'Atanasio dei Greci. Il fatto che una chiesa anglicana, una chiesa greco-cattolica e una statua satirica convivano nello stesso isolato dice su Roma più di molti saggi di storia urbana.
Prima del 1870: dove pregavano gli anglicani a Roma
Qui arriviamo al punto che rende questa chiesa qualcosa di più di un bell'edificio vittoriano. Fino al 1870 Roma era la capitale dello Stato Pontificio, e nello Stato Pontificio il culto pubblico non cattolico dentro le mura della città era vietato. Non tollerato con qualche eccezione: vietato.
Questo significa che per generazioni intere i protestanti che vivevano a Roma o vi soggiornavano a lungo, e non erano pochi, dovettero organizzarsi in una zona grigia fatta di permessi informali, di cappelle private dentro le ambasciate, di funzioni celebrate in appartamenti con la porta chiusa. La diplomazia offriva l'unica scappatoia legale: il territorio di una legazione straniera godeva di uno statuto particolare, e lì dentro un cappellano poteva officiare per i sudditi del proprio sovrano.
Le tracce di culto anglicano a Roma risalgono almeno al 1719, quando si celebravano funzioni a Palazzo Balestra. È una data che vale la pena tenere a mente: siamo in pieno Settecento, un secolo e mezzo prima che la chiesa di via del Babuino esistesse anche solo come idea. La comunità in forma più strutturata e continuativa si organizza però a partire dal 1816, subito dopo la fine delle guerre napoleoniche, quando l'Europa torna a viaggiare e il Grand Tour riprende con un'intensità che non aveva mai avuto prima.
Un elenco di indirizzi che è una mappa dell'esclusione
La sequenza dei luoghi in cui la congregazione si riunì prima di avere una chiesa vera e propria si legge come un romanzo di traslochi forzati. Si comincia nel 1816 in via dei Greci al numero 43, a due passi da dove oggi sorge il conservatorio di Santa Cecilia. Poi si passa a piazza Colonna. Poi a Palazzo Corea, l'edificio che oggi conosciamo per essere accanto all'Ara Pacis. Poi ancora in via Rasella, sotto il Quirinale, la stessa strada che nel 1944 sarebbe entrata nella storia per ragioni tragicamente diverse.
Sono tutti indirizzi centrali, tutti dignitosi, e tutti provvisori. Nessuno di questi luoghi era una chiesa: erano sale, saloni, appartamenti, spazi affittati o concessi in via amichevole. Una comunità religiosa che cambia sede quattro volte in nove anni non è una comunità instabile: è una comunità a cui non è permesso mettere radici.
Il granaio fuori Porta del Popolo: mezzo secolo in un magazzino
Nel 1825 si arriva alla soluzione destinata a durare quasi cinquant'anni. La congregazione anglicana ottiene di usare per le proprie funzioni un granaio situato fuori Porta del Popolo, cioè fuori dalle mura Aureliane, appena oltre il varco della porta.
Fermiamoci un attimo su questa immagine, perché merita. Ogni domenica, per decenni, uomini e donne in abito buono, ambasciatori, lord in viaggio, pittori squattrinati, governanti, mercanti di antichità, uscivano dalla porta della città e andavano a pregare dentro un magazzino per il grano. Con il caldo di luglio in un edificio pensato per conservare cereali. Con il fango di novembre sulla strada. Con il rumore dei carri che entravano e uscivano dalla dogana.
Il motivo del divieto era formalmente teologico e sostanzialmente politico: dentro le mura c'era la capitale della cristianità cattolica, il luogo dove risiedeva il pontefice, e la presenza visibile di un culto concorrente era considerata uno scandalo intollerabile. Fuori dalle mura, cinquanta metri più in là, il problema si scioglieva. La linea di demarcazione era letteralmente una linea: un muro di mattoni costruito nel III secolo dopo Cristo dall'imperatore Aureliano continuava a decidere, nel 1850, dove un inglese potesse cantare un inno.
Il cappellano e la lenta conquista della normalità
La comunità si organizza attorno alla figura del cappellano. Il primo di cui si ha memoria per il periodo moderno è Corbet Hue, attivo dal 1816. Nel 1828 arriva la nomina di un cappellano permanente per la cappella del granaio: è un passaggio piccolo sulla carta ed enorme nella sostanza, perché significa che la comunità non è più un assembramento occasionale di viaggiatori ma una realtà stabile, con un bilancio, un registro dei battesimi, dei matrimoni e delle sepolture.
In quel magazzino si celebrarono matrimoni, si battezzarono bambini, si accompagnarono defunti. Si organizzarono collette per gli indigenti. Si tennero le funzioni di Natale e di Pasqua. Cinquant'anni di vita religiosa vera dentro un contenitore che non era stato costruito per quello. Quando penso a All Saints, penso sempre che la magnificenza dell'edificio attuale sia in qualche misura una risposta a quei cinquant'anni. Una risposta educatissima, ma nettissima.
Il reredos che viene da prima
C'è un oggetto, dentro la chiesa di via del Babuino, che porta con sé la memoria del periodo precedente: la pala marmorea dietro l'altare, il reredos, disegnata nel 1865 da William Slater. È una data che non torna con il resto dell'edificio, perché nel 1865 la chiesa di Street non esisteva neppure sulla carta. Quel manufatto apparteneva alla fase precedente e venne portato nella nuova sede quando questa fu pronta. È il pezzo di continuità fisica tra il granaio e la cattedrale in miniatura, l'oggetto che ha fatto il trasloco insieme alla comunità.
La breccia di Porta Pia e la nascita di Chiesa Anglicana All Saints Church
Il 20 settembre 1870 le truppe italiane aprirono una breccia nelle mura Aureliane presso Porta Pia ed entrarono in Roma. Nel giro di poche settimane lo Stato Pontificio cessò di esistere come entità territoriale e Roma divenne la capitale del Regno d'Italia. Di quel giorno si ricordano soprattutto i cannoni, i bersaglieri e la retorica risorgimentale. Si ricorda molto meno che, dal punto di vista della libertà religiosa, fu una rivoluzione istantanea.
Lo Statuto Albertino, che dal 1848 era la carta fondamentale del Regno di Sardegna e poi del Regno d'Italia, riconosceva il cattolicesimo come religione dello Stato ma ammetteva gli altri culti come tollerati. Nella pratica dell'Italia liberale postunitaria questo si tradusse in una libertà di culto sostanziale, molto più ampia di quella che il regime precedente concedeva. Per gli anglicani di Roma significò una cosa sola: si poteva costruire dentro le mura.
Non successe subito, e questo è importante. Le cose che cambiano il volto di una città raramente accadono con la velocità dei proclami. La cappella del granaio continuò a funzionare fino al 1874 circa. La comunità dovette raccogliere fondi, individuare un terreno, ottenere autorizzazioni, scegliere un progettista. Passarono dieci anni tra la breccia e l'acquisto del lotto di via del Babuino, avvenuto nel febbraio 1880. Dieci anni sono un tempo ragionevole per un'impresa del genere, ma sono anche il segnale che nessuno voleva fare le cose di corsa. Chi aveva aspettato mezzo secolo poteva permettersi di aspettare ancora un decennio, purché il risultato fosse definitivo.
Un simbolo urbano, non solo un luogo di culto
Va detto con franchezza: costruire una chiesa neogotica inglese con un campanile che buca lo skyline, a trecento metri da piazza del Popolo, in una città che fino a ieri ti proibiva di celebrare messa dentro le mura, non è un gesto neutro. È una dichiarazione. Educata, urbana, elegantissima, ma una dichiarazione.
La comunità anglicana non costruì una sala di preghiera anonima dietro un portone. Costruì un edificio riconoscibile a distanza, con una guglia che segnala la propria presenza sopra i tetti. In termini contemporanei diremmo che si è dotata di un'insegna. In termini ottocenteschi diremmo che ha rivendicato il proprio diritto a esistere in modo visibile. Le due cose, in fondo, si assomigliano.
Non l'unica: la Roma dei culti stranieri dopo il 1870
All Saints non fu un caso isolato. Il ventennio successivo al 1870 vide sorgere a Roma una piccola costellazione di edifici di culto non cattolici: la chiesa episcopaliana americana di San Paolo dentro le Mura, in via Nazionale, progettata dallo stesso George Edmund Street e consacrata prima di All Saints; la chiesa metodista; il tempio valdese; e più tardi la sinagoga monumentale sul Lungotevere, inaugurata nel 1904. In meno di trentacinque anni Roma passò dall'essere una città a culto unico obbligato a essere una capitale europea con un panorama religioso plurale.
Guardare All Saints senza tenere presente questo contesto significa vederne solo l'aspetto pittoresco. Guardarla sapendolo significa capire che quella guglia rossa e bianca è un pezzo di storia costituzionale italiana travestito da architettura vittoriana.
George Edmund Street, l'architetto di Chiesa Anglicana All Saints Church
George Edmund Street nacque il 20 giugno 1824 e morì il 18 dicembre 1881. Fu uno dei protagonisti assoluti del Gothic Revival britannico, cioè di quel movimento che nell'Ottocento decise che l'architettura moderna dovesse ripartire dal gotico medievale invece che dal classicismo di derivazione rinascimentale.
Il pubblico lo conosce soprattutto per un edificio: le Royal Courts of Justice sullo Strand a Londra, il palazzo di giustizia che ancora oggi ospita l'Alta Corte inglese. Street vinse il concorso nel giugno 1868 e vi lavorò fino alla morte, senza vederlo terminato. È un edificio enorme, complicatissimo, pieno di torri, guglie e finestre bifore, che divide ancora i critici tra chi lo considera un capolavoro e chi lo considera un incubo neogotico. In ogni caso è impossibile da ignorare, ed è esattamente quello che si può dire anche di All Saints, in scala ridotta.
Street era però molto più di un progettista di tribunali. Fu un architetto ecclesiastico prolifico oltre ogni misura: nella sola diocesi di Oxford si contano più di cento sue chiese, tra costruzioni nuove e restauri. Fu associato della Royal Academy nel 1866 e accademico a pieno titolo nel 1871, presidente del Royal Institute of British Architects, insignito della Legion d'onore francese nel 1878.
Lo studio dove passarono William Morris e Philip Webb
C'è un dettaglio che fa capire quanto Street fosse centrale nella cultura visiva del suo tempo: nel suo studio, tra il 1856 e il 1857, lavorarono sia William Morris sia Philip Webb. Morris sarebbe diventato il padre del movimento Arts and Crafts, il teorico del ritorno all'artigianato contro la produzione industriale, uno degli intellettuali più influenti dell'Ottocento europeo. Webb sarebbe diventato l'architetto della Red House, la casa che di fatto inaugura l'architettura domestica moderna in Inghilterra.
Non è un caso che entrambi siano passati da lì. Lo studio di Street era una scuola: si imparava a disegnare, a rilevare, a capire come un edificio storico sta insieme. E si imparava soprattutto un'idea: che la forma di un edificio deve derivare dalla sua costruzione e dai suoi materiali, non da un repertorio decorativo applicato a posteriori.
Un inglese che aveva capito l'Italia
Qui viene la parte che rende Street l'uomo giusto per Roma. Nel 1855 aveva pubblicato The Brick and Marble Architecture of Northern Italy, un volume illustrato nato da lunghi viaggi di studio nel nord della penisola. Dieci anni dopo, nel 1865, pubblicò The Gothic Architecture of Spain. Erano libri seri, frutto di rilievi diretti, disegni presi sul posto, misurazioni.
Il primo dei due, in particolare, cambiò il gusto architettonico britannico. Street aveva osservato che nel nord Italia il gotico non era la pietra grigia e uniforme delle cattedrali francesi: era mattone rosso, marmo bianco, marmo verde, fasce alternate, superfici trattate come tessuti. Da lì nacque l'entusiasmo vittoriano per la policromia costruttiva, cioè per il colore come risultato della materia. Il famigerato streaky bacon style nasce, in ultima analisi, dalla contemplazione delle chiese lombarde e toscane da parte di un giovane architetto inglese in viaggio.
Ecco perché All Saints, pur essendo inequivocabilmente una chiesa inglese, non stona quanto ci si aspetterebbe. Il suo autore aveva imparato il proprio linguaggio proprio guardando l'Italia. Quando venne il momento di costruire in Italia, restituì un dialetto che aveva appreso qui.
San Paolo dentro le Mura, l'altra prova romana
Street aveva già lavorato a Roma prima di All Saints. La chiesa episcopaliana americana di San Paolo dentro le Mura, in via Nazionale, è sua: fu la prima chiesa non cattolica edificata dentro le mura di Roma dopo il 1870, ed è nota per i mosaici absidali di Edward Burne-Jones. Chi vuole capire davvero il pensiero architettonico di Street a Roma dovrebbe vedere le due chiese nello stesso pomeriggio: sono a venti minuti a piedi l'una dall'altra e si commentano a vicenda meglio di qualsiasi manuale.
Street progettò anche la cattedrale americana di Parigi, terminata dopo la sua morte dal figlio. C'è un filo che lega questi tre edifici: sono tutti chiese anglofone in capitali continentali, tutte affidate a un architetto che sapeva parlare gotico con accento locale.
Il cantiere di Chiesa Anglicana All Saints Church: dal convento alla guglia
Il progetto della chiesa risale al 1876. Il terreno venne acquistato nel febbraio 1880 e i lavori di preparazione del sito cominciarono nell'estate dello stesso anno. Il lotto ospitava in precedenza un convento: uno dei tanti complessi religiosi che dopo l'unità, con le leggi di soppressione degli enti ecclesiastici, cambiarono destinazione o vennero messi in vendita. C'è una ironia storica non da poco nel fatto che la prima chiesa anglicana costruita dentro le mura di Roma sorga sull'area di un convento cattolico.
La prima pietra fu posata la domenica di Pasqua del 1882, il 9 aprile. La scelta della data non è ornamentale: la Pasqua è la festa centrale del calendario cristiano, e per una comunità che aveva atteso decenni cominciare proprio quel giorno significava caricare l'evento di un significato di rinascita che non aveva bisogno di essere spiegato a nessuno dei presenti.
C'è però un fatto che rende quella cerimonia particolare, e che si dimentica sempre di raccontare: George Edmund Street era morto quattro mesi prima, il 18 dicembre 1881. Alla posa della prima pietra della sua chiesa romana, l'architetto non c'era. Aveva disegnato tutto, aveva pensato ogni proporzione, e non vide mai un solo mattone messo in opera.
Arthur Edmund Street, il figlio che finì il lavoro
Il cantiere fu portato avanti dal figlio, Arthur Edmund Street, architetto a sua volta, che ereditò lo studio del padre e il compito ingrato di completare opere altrui restando fedele a un'intenzione che non poteva più discutere con nessuno.
Ad Arthur si devono alcuni degli elementi più caratteristici dell'interno: la balaustra marmorea del presbiterio, disegnata nel 1889, e il pulpito, del 1891, che presenta elementi di gusto neoromanico. Sono opere posteriori all'apertura al culto, il che ci dice una cosa importante: la chiesa non venne finita e poi inaugurata, ma inaugurata e poi finita, pezzo per pezzo, man mano che i fondi arrivavano. È il modo in cui si sono costruite quasi tutte le grandi chiese della storia, comprese le cattedrali medievali che Street aveva studiato per una vita.
Al cantiere collaborò anche un professionista italiano, Pio Barucci, incaricato di seguire gli aspetti locali. Costruire in un paese straniero significa fare i conti con maestranze che parlano un'altra lingua tecnica, con norme diverse, con fornitori da individuare sul posto. Il fatto che l'edificio sia venuto su con questa qualità di esecuzione dice molto della collaborazione tra la direzione inglese e le maestranze romane.
Il coro nel 1885, l'apertura nel 1887
Il coro, cioè la parte orientale della chiesa dove si celebra, era finito e coperto nel 1885. Questo è un dato tecnico che vale la pena capire: in un cantiere ecclesiastico si parte quasi sempre dall'estremità liturgicamente essenziale, in modo da poter cominciare a officiare mentre il resto è ancora in costruzione. È esattamente quello che avvenne qui.
La chiesa venne aperta al culto la domenica di Pasqua del 1887, il 10 aprile. Cinque anni esatti dalla prima pietra, e di nuovo una Pasqua. La simmetria delle due date è troppo perfetta per essere casuale: qualcuno, in quella comunità, aveva il senso della drammaturgia liturgica.
Il campanile di Chiesa Anglicana All Saints Church: cinquant'anni di attesa
Passiamo all'elemento che rende questa chiesa riconoscibile da mezza Roma: il campanile. È ottagonale all'esterno e circolare all'interno, raggiunge un'altezza di 42,7 metri ed è coronato da una cuspide in travertino che è la parte visibile a distanza, quella che spunta sopra le terrazze del Tridente e che nelle fotografie aeree del centro storico appare come un'anomalia acuminata in un mare di tetti piatti e cupole.
La forma ottagonale non è un vezzo. È una soluzione tipica dell'architettura religiosa che risolve elegantemente il passaggio dalla base quadrata al coronamento a punta, distribuendo i carichi e permettendo una silhouette più snella. Che all'interno la canna sia circolare mentre all'esterno è ottagonale è un dettaglio da amatori, ma racconta la stessa cosa: si tratta di una struttura pensata da qualcuno che aveva rilevato personalmente decine di campanili medievali e sapeva come stanno insieme.
Ora, la parte che nessuno racconta. La chiesa aprì al culto nel 1887, ma il campanile non c'era. Rimase incompiuto per mezzo secolo. La guglia venne finalmente eretta nella primavera del 1937, cioè circa cinquant'anni dopo l'apertura, grazie a una donazione anonima.
Il donatore che non ha voluto il proprio nome
Su questa donazione anonima io mi soffermo sempre, quando accompagno qualcuno. Siamo abituati a un mondo in cui ogni contributo produce una targa, un ringraziamento, un nome inciso da qualche parte. Qui abbiamo un gesto di dimensioni notevoli, il completamento dell'elemento più visibile dell'intero edificio, e non sappiamo chi l'abbia fatto.
Chi ha pagato quella guglia sapeva che sarebbe stata l'unica cosa della chiesa visibile da lontano, e ha scelto di non firmarla. Il risultato è che ogni volta che qualcuno fotografa il profilo di All Saints, fotografa il dono di un ignoto. Mi sembra una delle forme di generosità più eleganti che si possano immaginare, e a Roma, città dove i cardinali del Seicento facevano scolpire il proprio stemma anche sui tombini, ha quasi il sapore di una provocazione.
Cinquant'anni di moncone e cosa significano
Per capire cosa vollero dire quei cinquant'anni bisogna immaginare la chiesa senza guglia. Un edificio bellissimo, completo nelle funzioni, perfettamente utilizzabile, ma tronco. Una comunità che ogni domenica entra da un portone sormontato da una torre che non finisce.
La ragione è la più prosaica di tutte: i soldi. Costruire un campanile alto quaranta metri e passa costa moltissimo e non serve a nulla dal punto di vista liturgico. Si può celebrare messa senza. Quando le risorse sono limitate, si finiscono prima le cose necessarie. È lo stesso motivo per cui in mezza Europa esistono cattedrali gotiche con una torre sola invece che due, o con la facciata incompiuta: i cantieri delle chiese sono progetti a lungo termine finanziati da flussi irregolari.
Che poi la guglia sia arrivata nel 1937, in un momento storico in cui i rapporti tra il Regno Unito e l'Italia si stavano avviando verso una crisi profonda, aggiunge una nota di malinconia che non sfugge a nessuno. Tre anni dopo l'Italia sarebbe entrata in guerra contro la Gran Bretagna. Quella guglia fu completata proprio mentre il mondo che l'aveva resa possibile stava per finire.
L'esterno di Chiesa Anglicana All Saints Church: leggere una facciata
Torniamo fuori e guardiamo con calma. L'esterno è in laterizio rosso proveniente dal senese e travertino. Il gioco è tutto lì: due materiali, due colori, un ritmo.
Le aperture sono ogivali, cioè ad arco acuto, secondo il canone gotico. Le cornici, i marcapiani, gli stipiti e gli archivolti sono evidenziati in pietra chiara, così che la geometria dell'edificio emerga con nettezza dal fondo rosso. È un modo di progettare quasi grafico: pensate a un disegno a inchiostro su carta colorata, dove le linee sono la struttura e il campo è la muratura.
Le proporzioni e la strada stretta
Via del Babuino è larga poco più di dieci metri. Un edificio alto come All Saints, in una strada di quelle dimensioni, non si può guardare frontalmente: bisogna arretrare fino al muro opposto e alzare la testa, oppure guardarlo in prospettiva camminando. Street lo aveva previsto e ha caricato di dettaglio la parte bassa, quella che si vede da vicino, lasciando la parte alta a un disegno più sintetico, fatto di grandi masse leggibili da lontano.
È un principio che i costruttori medievali applicavano con la stessa naturalezza e che si ritrova in tutte le chiese urbane addossate a strade strette: il portale e la zona d'ingresso sono ricche, la sommità è essenziale. Chi guarda l'edificio in fotografia, dove tutto viene appiattito su un piano, perde completamente questa gerarchia. È uno dei motivi per cui vale la pena venire qui di persona.
L'ingresso e la soglia
Il portale su via del Babuino ha una qualità che noto sempre: è dimensionato per una persona, non per una folla. Le chiese barocche romane hanno portoni pensati per processioni e cortei; qui si entra come si entra in una casa. Questo dipende in parte dalla ristrettezza del sito, ma dipende anche da una concezione diversa dello spazio sacro, in cui la comunità è un gruppo di persone che si conoscono per nome più che una massa anonima di fedeli.
Varcare quella soglia produce uno degli scarti sensoriali più netti che conosca a Roma. Fuori c'è via del Babuino, con le vetrine, i motorini, i turisti che risalgono verso piazza del Popolo, il rumore continuo. Dentro c'è penombra, marmo, un odore di cera e di pietra fredda, e un silenzio che sembra spesso. Tre passi separano le due cose.
L'interno di Chiesa Anglicana All Saints Church: pianta e struttura
La chiesa ha pianta a tre navate. Quella centrale termina con l'abside poligonale, preceduta da un coro quadrangolare coperto con volta a crociera costolonata. Le navate sono separate da archi a tutto sesto poggianti su colonne circolari, intervallate da pilastri quadrangolari marmorei.
Segnalo una cosa che sfugge quasi sempre: gli archi sono a tutto sesto, cioè a semicerchio, non ogivali. In una chiesa neogotica ci si aspetterebbe l'arco acuto ovunque. Che Street abbia scelto l'arco a tutto sesto per le arcate interne è una decisione consapevole, e va nella direzione di quel gotico italiano, e in particolare lombardo e toscano, che aveva studiato da giovane: un gotico meno verticale e slanciato di quello francese, più solido, più mediterraneo, con una parentela evidente con il romanico. Le finestre restano ogivali, le arcate no. Il risultato è una chiesa che dall'esterno legge come inglese e dall'interno respira come italiana.
Il cleristorio e la luce
Sopra le arcate corre il cleristorio, cioè la fascia superiore della navata centrale forata da finestre che portano luce dall'alto. Qui si trovano rosoni circolari inscritti dentro nicchie ad arco a tutto sesto. È una soluzione che raddoppia il disegno: il cerchio della finestra dentro il semicerchio dell'arco, un motivo che scandisce tutta la parete con un ritmo regolare.
La luce che entra dal cleristorio è la luce che modella lo spazio. Nelle chiese romane barocche la luce arriva da finestroni laterali e da lanterne di cupola e ha un carattere teatrale, drammatico, orientato a creare effetti. Qui la luce è distribuita, alta, uniforme. Serve a far leggere l'architettura, non a metterla in scena. È una differenza di temperamento prima che di stile.
Le pareti delle navate laterali
Le navate minori presentano una serie continua di arcate su colonnine e monofore ogivali. È un motivo di grande raffinatezza: invece di lasciare la parete nuda, la si articola con un finto loggiato cieco che dà profondità e movimento senza aggiungere volume.
Questo dispositivo, l'arcatura cieca su colonnine, è tipicamente medievale ed è presente in centinaia di chiese romaniche e gotiche europee. Street lo usa non come citazione erudita ma come strumento pratico: in uno spazio stretto serve a evitare la sensazione di corridoio. Camminando lungo le navate laterali di All Saints si ha la percezione di attraversare una sequenza di episodi, non un tunnel.
I marmi di Chiesa Anglicana All Saints Church: una geografia d'Italia
Adesso viene la parte che mi diverte di più da raccontare, perché richiede solo di guardare e di sapere cosa si sta guardando. L'interno della chiesa è un campionario di pietre italiane, scelte una per una per il colore.
C'è la pietra rosata di Arles, dalla Provenza, che dà il fondo caldo. Ci sono i marmi bianchi di Brindisi e di Como. C'è il giallo di Siena, quello dei grandi cantieri toscani. C'è il nero di Verona. C'è il rosso di Perugia. C'è il verde di Seravezza, dalle Apuane, la stessa area da cui esce il marmo di Carrara.
Messi insieme, questi materiali costruiscono un discorso preciso: le colonne, i pilastri, gli intarsi e le fasce alternano i colori in modo da produrre una vibrazione continua della superficie. È la traduzione all'interno di quello che il mattone e il travertino fanno all'esterno.
Perché queste pietre e non altre
Scegliere sei o sette varietà di marmo da altrettante regioni d'Italia, nell'Ottocento, significava organizzare una logistica non banale: cave diverse, trasporti diversi, tempi di consegna diversi, artigiani capaci di lavorare materiali con durezze e comportamenti differenti. Nessuno lo fa per caso.
La ragione è che Street voleva ottenere il colore dalla materia. Un architetto meno rigoroso avrebbe dipinto una finta marmorizzatura, tecnica in cui i decoratori italiani dell'Ottocento erano maestri assoluti e che costa una frazione. Street rifiutò quella scorciatoia. È lo stesso principio morale del mattone a vista: l'edificio non deve fingere di essere fatto di qualcosa che non è.
Come si guardano i marmi
Consiglio pratico, di quelli che servono davvero. Entrate, lasciate che l'occhio si abitui alla penombra per un minuto abbondante, e poi guardate le colonne una alla volta invece che tutte insieme. Il verde di Seravezza ha venature scure e irregolari che sembrano fumo. Il rosso di Perugia tende al mattone, con inclusioni chiare. Il giallo di Siena, quando prende luce, diventa quasi ambra. Il nero di Verona non è nero pieno ma grigio profondissimo con lampi bianchi.
Una volta che avete imparato a distinguerli qui, li riconoscerete ovunque a Roma: negli altari barocchi, nei pavimenti cosmateschi, nei rivestimenti delle cappelle gentilizie. All Saints funziona benissimo come corso accelerato di lapidologia romana, con il vantaggio che qui i pezzi sono grandi, puliti e ben illuminati.
I mosaici di Edward Burne-Jones in Chiesa Anglicana All Saints Church
Nella navata centrale si trovano tondi in mosaico raffiguranti gli Evangelisti e altri simboli cristiani, disegnati da Edward Burne-Jones. Detta così sembra una nota a piè di pagina. Non lo è affatto, e provo a spiegare perché.
Edward Burne-Jones è uno dei nomi maggiori dell'arte britannica dell'Ottocento. Legato alla seconda generazione preraffaellita, amico e socio in affari di William Morris, fu pittore, disegnatore, autore di cartoni per vetrate e arazzi. Il suo stile è immediatamente riconoscibile: figure allungate, volti dagli occhi grandi e dalle palpebre pesanti, panneggi che cadono in pieghe lunghe e ordinate, un'aria sospesa tra sogno e malinconia che ha influenzato tutta l'estetica europea di fine secolo, dal simbolismo al liberty.
Trovare un suo lavoro in una chiesa di via del Babuino significa che questa non è un'opera provinciale destinata a una comunità di espatriati. È un edificio in cui hanno messo le mani alcuni dei protagonisti assoluti della cultura visiva vittoriana. Chi passa davanti alla porta senza entrare, e sono quasi tutti, si perde questo.
Il tondo come formato
La scelta del tondo, cioè del medaglione circolare, non è banale. Il tondo è un formato antichissimo nell'arte cristiana: lo si trova nei mosaici paleocristiani, nelle decorazioni delle basiliche ravennati, nei clipei degli archi trionfali. Inserire una figura dentro un cerchio significa isolarla, darle una qualità iconica, sottrarla al racconto e consegnarla al simbolo.
Burne-Jones lavorava benissimo con questo formato, che chiedeva sintesi. E nel contesto di All Saints, dove ogni superficie è già animata dai colori dei marmi, i tondi funzionano come punti fermi: l'occhio, che vaga tra le vibrazioni policrome, trova nei medaglioni un ancoraggio.
Gli Evangelisti e i loro simboli
Gli Evangelisti nell'iconografia cristiana sono accompagnati dai loro simboli tradizionali, che derivano dalla visione di Ezechiele e dall'Apocalisse: l'angelo o l'uomo per Matteo, il leone per Marco, il toro per Luca, l'aquila per Giovanni. È un codice fissato in età tardoantica e rimasto praticamente immutato per millecinquecento anni.
Il fatto che una chiesa anglicana costruita nel pieno dell'Ottocento industriale adotti senza esitazioni questo repertorio dice molto sull'orientamento della comunità. L'anglicanesimo ottocentesco era attraversato da un dibattito acceso tra la componente più protestante, sospettosa verso le immagini, e quella più sacramentale e liturgicamente ricca, che rivendicava la continuità con la tradizione cattolica occidentale. All Saints, con i suoi mosaici, il suo altare marmoreo e le sue vetrate figurate, sta chiaramente nel secondo campo.
Le vetrate di Clayton and Bell in Chiesa Anglicana All Saints Church
Tutte le vetrate policrome della chiesa sono quelle originarie, realizzate dalla ditta londinese Clayton and Bell in stile neomedievale. Su questo dato vale la pena soffermarsi due volte: sono originarie, e sono tutte.
Che un edificio ottocentesco conservi l'intero corredo di vetrate d'origine non è affatto scontato. Le vetrate sono l'elemento più fragile di una chiesa: si rompono per grandine, per assestamenti strutturali, per incidenti, per bombardamenti. Roma durante la seconda guerra mondiale ha subito bombardamenti pesantissimi, e molte chiese della città hanno perso i loro vetri. Che qui ci sia ancora tutto è una notizia in sé.
Clayton and Bell fu una delle grandi manifatture vittoriane di vetrate, fondata a Londra e attiva per decenni con una produzione enorme, distribuita in tutto il mondo anglofono. Il loro stile è definito neomedievale: colori saturi e profondi, blu e rossi dominanti, figure delineate da piombature nette, composizioni organizzate in registri sovrapposti come nelle vetrate gotiche del Duecento.
La vetrata dell'Ascensione
La vetrata centrale rappresenta l'Ascensione di Gesù e risale al 1908, quindi appartiene a una fase successiva all'apertura della chiesa. È il punto focale dell'intero interno: sta al termine dell'asse longitudinale, sopra l'altare, e la sua luce colorata è quella che chiunque entri incontra per prima.
La scelta del tema non è indifferente. L'Ascensione è il momento in cui Cristo lascia la terra e sale al cielo, e iconograficamente si traduce sempre in un movimento verticale. Metterla nella finestra più alta e più visibile significa allineare il soggetto con la direzione dello sguardo: si guarda in alto e si vede una figura che sale. È esattamente il tipo di coerenza tra contenuto e collocazione che l'arte sacra medievale praticava e che il neogotico vittoriano si sforzava di recuperare.
Come cambiano nel corso della giornata
Le vetrate non sono oggetti, sono strumenti. Funzionano solo con la luce che le attraversa, e quindi cambiano continuamente. Le finestre dell'abside, rivolte a est, danno il meglio nelle prime ore del mattino, quando il sole le colpisce direttamente e proiettano colore sul pavimento e sulle colonne. Quelle della navata sud lavorano nelle ore centrali. Nel tardo pomeriggio l'abside è in ombra e la vetrata dell'Ascensione diventa scura e profonda, quasi un arazzo.
Chi vuole vedere una chiesa gotica come è stata pensata deve venire due volte, in due momenti diversi della giornata. È un consiglio che vale per Chartres come per via del Babuino: la differenza è che qui l'ingresso è gratuito e la seconda visita non costa nulla.
Il resto del programma iconografico
Oltre all'Ascensione, le vetrate della chiesa presentano gli Evangelisti, santi e scene bibliche distribuite nelle diverse parti dell'edificio. Un programma iconografico di questo tipo non si improvvisa: veniva discusso tra il cappellano, il comitato della chiesa e la manifattura, e rispondeva a criteri teologici precisi oltre che estetici.
Leggere una chiesa significa anche leggere queste scelte. Quali santi sono stati inclusi e quali no, quali episodi biblici sono stati privilegiati, come sono distribuiti nello spazio: sono tutte informazioni sulla comunità che ha commissionato l'opera. In una chiesa di lingua inglese a Roma, la presenza o l'assenza di santi britannici, di santi romani, di figure comuni alle due tradizioni è un piccolo documento diplomatico in vetro colorato.
Il presbiterio di Chiesa Anglicana All Saints Church e il velario liturgico
Il presbiterio, cioè lo spazio riservato al clero attorno all'altare, è delimitato dalla balaustra marmorea disegnata nel 1889 da Arthur Edmund Street. Dietro l'altare maggiore in marmo si trova un velario che, secondo l'uso anglicano, viene cambiato seguendo il colore del tempo liturgico.
Questo del velario è il dettaglio che consiglio sempre di osservare, perché è vivo. I colori liturgici cristiani seguono uno schema condiviso: bianco per le grandi feste, il Natale e la Pasqua; rosso per la Pentecoste, per le feste dei martiri e per la Domenica delle Palme; verde per il tempo ordinario, che occupa la maggior parte dell'anno; viola per l'Avvento e la Quaresima, tempi di penitenza e di attesa.
Significa che la stessa chiesa, vista a novembre e vista a Pasqua, ha un fondale diverso. Non è una modifica marginale: il velario è la superficie che sta dietro il punto focale dell'intero edificio, quindi cambiarne il colore cambia il registro emotivo di tutto lo spazio. Le chiese cattoliche romane, con i loro altari marmorei fissi e le loro pale dipinte immutabili, questa possibilità non ce l'hanno. È un piccolo vantaggio della tradizione anglicana e vale la pena approfittarne.
La balaustra e la soglia del sacro
La balaustra marmorea che separa il presbiterio dalla navata è un elemento che nella liturgia occidentale ha una storia lunga e discussa. Serve a marcare la soglia tra lo spazio della comunità e lo spazio del rito, ed è anche il luogo fisico dove i fedeli si accostano per ricevere la comunione, in ginocchio, secondo un uso che nella tradizione anglicana di orientamento alto si è conservato a lungo.
Che Arthur Street l'abbia disegnata nel 1889, due anni dopo l'apertura, conferma quello che dicevamo: la chiesa venne completata per parti. E che sia in marmo, e non in legno o in ferro battuto, la lega materialmente al resto dell'apparato lapideo dell'interno.
L'altare e il reredos
L'altare maggiore è in marmo, e alle sue spalle sta il reredos disegnato nel 1865 da William Slater, l'elemento che, come abbiamo visto, proviene dalla stagione precedente della comunità. Il reredos è la pala architettonica che chiude l'altare verso il fondo: in Inghilterra è un elemento canonico dell'arredo ecclesiastico e assume forme che vanno dal semplice pannello scolpito alla grande macchina architettonica popolata di statue.
Sapere che quel pezzo è più vecchio della chiesa che lo contiene cambia il modo di guardarlo. Non è un elemento del progetto di Street: è un'eredità, un oggetto portato dentro il nuovo edificio come si porta un mobile di famiglia in una casa nuova. La comunità aveva già una memoria materiale e non ha voluto lasciarla nel granaio.
La cappella laterale di Chiesa Anglicana All Saints Church
La navata di sinistra termina con una cappella laterale, concepita come il braccio sinistro di un ideale transetto. È illuminata da un'ampia trifora e contiene una copia di un bassorilievo di Benedetto da Maiano raffigurante la Madonna col Bambino.
L'espressione ideale transetto merita una spiegazione. Il transetto è il braccio trasversale che, incrociando la navata, dà alla chiesa la forma di croce latina. All Saints, per limiti di lotto, non poteva permettersi un transetto vero e proprio. Street ha risolto suggerendone uno: la cappella occupa la posizione del braccio sinistro e ne evoca la funzione, senza sporgere oltre il perimetro dell'edificio. È un compromesso brillante tra ambizione simbolica e realtà catastale, e chi lavora oggi su lotti urbani ristretti sa quanto sia difficile ottenerlo con questa naturalezza.
Benedetto da Maiano, un rinascimentale in casa anglicana
Benedetto da Maiano fu uno scultore fiorentino del Quattrocento, autore di opere celebri tra cui il pulpito di Santa Croce a Firenze. La presenza di una copia di un suo bassorilievo dentro una chiesa anglicana neogotica dice qualcosa di preciso sul gusto della comunità: la cultura britannica dell'Ottocento aveva un rapporto appassionato con il primo Rinascimento italiano, considerato l'epoca in cui l'arte occidentale aveva raggiunto un equilibrio tra naturalismo e spiritualità che poi, secondo i preraffaelliti, sarebbe andato perduto.
Il nome stesso preraffaelliti significa questo: prima di Raffaello, cioè prima che la maniera prendesse il sopravvento sulla sincerità. Che in una chiesa progettata dal maestro di William Morris ci sia una Madonna quattrocentesca fiorentina è quindi tutto tranne che una casualità. È una dichiarazione di poetica.
La trifora e la qualità della luce
La cappella è illuminata da un'ampia trifora, cioè da una finestra tripartita da due colonnine. La trifora è uno dei motivi più eleganti dell'architettura medievale e ha un vantaggio pratico: permette di aprire una grande superficie vetrata senza indebolire la muratura, perché le colonnine lavorano come sostegni intermedi.
Il risultato, in questa cappella, è uno spazio più luminoso del resto dell'interno. È il luogo dove consiglio di fermarsi qualche minuto in silenzio: la navata principale impressiona, la cappella raccoglie. Ed è anche il punto in cui si capisce meglio che questa non è una chiesa da visitare, ma una chiesa da abitare, sia pure per pochi minuti.
Il fonte battesimale e il pulpito di Chiesa Anglicana All Saints Church
Il fonte battesimale è costituito da una vasca ottagonale ornata a bassorilievo, poggiante su quattro tozze colonnine. Anche qui l'ottagono non è casuale: il numero otto ha nella tradizione cristiana un significato battesimale antichissimo, perché rimanda all'ottavo giorno, quello che segue il ciclo settimanale della creazione e allude alla vita nuova. I battisteri paleocristiani, da Ravenna a Milano, sono ottagonali per questo motivo, e la scelta si è tramandata per secoli.
Vedere un fonte ottagonale in una chiesa vittoriana significa vedere all'opera un architetto che conosceva quella tradizione e ha voluto rispettarla. Non è archeologia: è ortodossia formale. Street era convinto che le forme dell'architettura cristiana avessero un contenuto e che cambiarle arbitrariamente significasse perdere qualcosa.
Il pulpito neoromanico del 1891
Il pulpito venne disegnato da Arthur Edmund Street nel 1891 e presenta elementi neoromanici. Questa notazione stilistica è interessante perché apre una piccola crepa nella coerenza gotica dell'edificio. Il romanico non è il gotico: è più antico, più massiccio, fondato sull'arco a tutto sesto e su superfici piene invece che su strutture traforate.
Che il figlio di Street si sia concesso questo scarto potrebbe dipendere da diverse ragioni: il gusto stava cambiando, il contesto italiano suggeriva soluzioni diverse da quelle inglesi, e le arcate interne della chiesa, come abbiamo visto, sono già a tutto sesto. In fondo il pulpito si accorda con quelle. È un caso in cui l'apparente incoerenza stilistica rivela invece una coerenza più profonda con lo spazio reale.
Il pulpito e la parola
Nel culto anglicano il pulpito ha un peso specifico notevole. La predicazione, cioè il sermone, è un momento centrale del servizio, erede diretta dell'attenzione riformata alla Scrittura. Un pulpito monumentale, ben posizionato acusticamente, non è un ornamento: è uno strumento di lavoro.
Osservate dove è collocato rispetto ai banchi e capirete come è pensata la liturgia in questo edificio. L'altare sta a est, in fondo, ed è il fulcro sacramentale; il pulpito sta lungo la navata ed è il fulcro della parola. Le due polarità convivono, ed è esattamente questa convivenza che definisce la tradizione anglicana rispetto sia al cattolicesimo romano sia al protestantesimo più radicale.
L'organo di Chiesa Anglicana All Saints Church: 2392 canne
L'organo è uno dei pezzi forti di questa chiesa e merita più attenzione di quanta gliene venga di solito riservata. Lo strumento originario venne costruito nel 1894 da Peter Conacher, organaro britannico. Fu poi ricostruito tra il 1959 e il 1960 dalla ditta italiana Mascioni, come opus 789, e nella configurazione attuale dispone di 40 registri per un totale di 2392 canne.
Duemilatrecentonovantadue canne, in un edificio delle dimensioni di All Saints, sono uno strumento importante. Per dare un termine di paragone, un organo da chiesa parrocchiale di medie dimensioni ne ha spesso poche centinaia. Qui siamo su un livello concertistico.
Lo strumento ha un doppio prospetto: uno principale affacciato sul coro e uno laterale collocato in una finestra ogivale della navata destra. La consolle, cioè il mobile con le tastiere e i registri da cui l'organista suona, è mobile e si trova a pavimento. Questa è una soluzione moderna e pratica: consente di spostare l'organista a seconda delle esigenze, per esempio per dirigere il coro guardandolo in faccia invece che di spalle attraverso uno specchietto.
Da Conacher a Mascioni, storia di due scuole
Il passaggio da uno strumento britannico di fine Ottocento a una ricostruzione italiana di metà Novecento non è un dettaglio tecnico. Le due scuole organarie hanno filosofie diverse. L'organo romantico inglese di fine Ottocento privilegia i suoni fondi, gli impasti orchestrali, i crescendo ottenuti con la cassa espressiva: è uno strumento pensato per accompagnare grandi masse corali e per eseguire trascrizioni sinfoniche.
La ditta Mascioni, fondata nell'Ottocento e attiva a Cuvio in provincia di Varese, è una delle grandi case organarie italiane, autrice di strumenti in mezza Italia comprese basiliche di primissimo piano. Una ricostruzione Mascioni degli anni Sessanta si colloca in un momento in cui l'organaria europea stava riscoprendo la chiarezza dei registri, la trasparenza dei ripieni, il gusto per il repertorio barocco. È probabile che lo strumento attuale abbia quindi una voce diversa da quella che avevano in orecchio i fedeli del 1894, e questo fa parte della vita normale di un organo, che è forse l'unico strumento musicale che invecchia venendo continuamente rifatto.
Il trasloco del 1913
C'è un episodio che riguarda l'organo e che ha avuto conseguenze sull'architettura: nel 1913 lo strumento venne spostato in tribuna, e lo spazio che liberò venne trasformato in cappella. È un caso da manuale di come gli edifici religiosi si adattino nel tempo alle necessità della comunità. Un organo occupa molto volume; spostarlo significa guadagnare una stanza.
Nella stessa occasione l'organo venne elettrificato per la prima volta. Prima di allora l'aria veniva pompata a mano da un addetto, spesso un ragazzo, che azionava i mantici dietro lo strumento. Sono mestieri scomparsi che vale la pena ricordare: fino all'inizio del Novecento, in ogni chiesa d'Europa, dietro la musica c'era qualcuno che sudava.
Un piccolo primato tecnologico: l'elettricità nel 1909
A proposito di modernità: la luce elettrica venne installata in chiesa nel 1909. Per un edificio romano del tempo è una data precoce. Prima di allora l'illuminazione era a gas o a candela, e vale la pena immaginare come apparissero i marmi policromi e le vetrate sotto quel tipo di luce: molto più calda, molto più mobile, con i bianchi che viravano al giallo e i verdi che sparivano.
Sopra il santuario si trovano lampade veneziane, acquistate a suo tempo dal reverendo De Nancrede. Sono uno di quei dettagli che si notano solo alzando la testa e che raccontano la stratificazione degli arredi: ogni cappellano, ogni generazione di fedeli, ha lasciato qualcosa. Un edificio di culto attivo non è mai finito.
La musica e i concerti in Chiesa Anglicana All Saints Church
La musica sacra di tradizione anglicana è uno dei patrimoni culturali più solidi della Gran Bretagna, e sarebbe un errore considerarla un fatto puramente devozionale. Il repertorio corale inglese, dai compositori del Cinquecento e Seicento fino a quelli del Novecento, è studiato ed eseguito in tutto il mondo, e il modo in cui viene eseguito nelle chiese di quella tradizione, con cori misti di voci bianche e adulte, ha una qualità timbrica riconoscibile ovunque.
All Saints ha un coro e lo impiega nel servizio principale della domenica mattina. Chi capita a Roma di domenica e vuole ascoltare musica sacra eseguita in un contesto liturgico, cioè per la ragione per cui è stata scritta e non in una sala da concerto, ha qui una possibilità che poche altre città continentali offrono con questa continuità.
La chiesa ospita inoltre attività musicali aperte alla città, e la presenza di uno strumento come l'organo Mascioni la rende una sede naturale per l'ascolto. Le iniziative variano nel tempo e la cosa più sensata è verificare il programma corrente sui canali ufficiali della chiesa prima di presentarsi.
Perché l'acustica funziona
Uno spazio a tre navate con volte a crociera nel coro, superfici marmoree, muratura in laterizio e un volume relativamente contenuto produce un'acustica riverberante ma controllata. Le grandi basiliche romane hanno tempi di riverbero lunghissimi che impastano il suono e rendono difficile la comprensione del testo cantato; qui il rimbombo c'è ma non travolge.
È un equilibrio che dipende in buona parte dalle dimensioni. All Saints non è enorme, e questo è un vantaggio acustico. La voce di un solista arriva con nitidezza in fondo alla navata, e un coro di venti persone riempie lo spazio senza forzare. Chi ha orecchio se ne accorge nei primi trenta secondi.
La comunità anglofona di Roma oggi
Sarebbe comodo raccontare All Saints come un reperto ottocentesco. Non lo è: è una chiesa attiva, con una congregazione viva e una vita comunitaria quotidiana. La parrocchia riunisce un insieme eterogeneo di persone: dipendenti espatriati di aziende internazionali, professionisti che lavorano a Roma, personale diplomatico delle ambasciate, studiosi in visita, studenti internazionali. Giovani e anziani, provenienze diverse, lingue diverse.
Questa composizione riflette la Roma contemporanea molto più fedelmente di quanto si pensi. La città ospita un numero considerevole di organizzazioni internazionali, agenzie delle Nazioni Unite, istituti di ricerca, accademie straniere, università pontificie con studenti da tutto il mondo. La comunità anglofona di Roma nel ventunesimo secolo non è più fatta di lord in viaggio: è fatta di funzionari, ricercatori, insegnanti, studenti e famiglie che si fermano qualche anno.
Una chiesa come infrastruttura sociale
Per chi si trasferisce in un paese straniero, un luogo dove si parla la propria lingua, dove si incontrano persone nella stessa situazione e dove esiste una rete di aiuto reciproco ha un valore che va oltre la dimensione religiosa. È esattamente la funzione che le chiese nazionali hanno svolto a Roma per secoli, e che continuano a svolgere.
All Saints organizza scuola domenicale per i bambini durante il servizio principale, un gruppo per giovani adulti, e un pranzo del giovedì dopo la messa di mezzogiorno. Sono dettagli minuscoli che raccontano una comunità reale: qualcuno cucina, qualcuno apparecchia, qualcuno lava i piatti. Non è folklore, è manutenzione ordinaria dei legami umani.
Il programma di distribuzione alimentare
La chiesa gestisce un programma di distribuzione alimentare. È un'attività che a Roma svolgono decine di realtà religiose e laiche e che risponde a un bisogno concreto e crescente della città. Vale la pena saperlo, perché rovescia l'idea che All Saints sia un club per stranieri benestanti: una parte del suo lavoro riguarda persone che con la comunità anglofona non hanno alcun rapporto e che semplicemente hanno bisogno di mangiare.
Quando entro qui con un gruppo, questo lo dico sempre. Un edificio storico è anche un'istituzione che opera nel presente, e la parte più interessante della sua storia potrebbe essere quella che sta scrivendo oggi.
La Chiesa d'Inghilterra e la Diocesi in Europa
Dal punto di vista istituzionale, All Saints appartiene alla Chiesa d'Inghilterra e in particolare alla Diocesi in Europa, la circoscrizione ecclesiastica che raccoglie le congregazioni anglicane del continente europeo e di alcune aree limitrofe. È una diocesi anomala per estensione: copre un territorio che va dal Portogallo alla Turchia, dalla Finlandia al Marocco, con parrocchie sparse a distanze che nessun vescovo inglese ordinario si sognerebbe di dover percorrere.
La comunità è in comunione con Canterbury, cioè con la sede primaziale della Comunione anglicana mondiale. Questa precisazione conta, perché il panorama delle chiese di tradizione anglicana e episcopaliana è più articolato di quanto sembri: a Roma, per esempio, San Paolo dentro le Mura appartiene alla Chiesa episcopaliana statunitense, che è una provincia autonoma della stessa Comunione. Due chiese anglicane nella stessa città, due giurisdizioni diverse, piena comunione reciproca.
Il cappellano attualmente in carica è padre Robert Warren, dal 2019. Nell'elenco dei suoi predecessori compare Henry Watson Wasse, cappellano dal 1875 al 1887: cioè l'uomo che guidò la comunità esattamente negli anni in cui la chiesa veniva progettata, cantierata e infine aperta. Immagino che quella Pasqua del 1887 sia stata il giorno più importante della sua vita professionale.
Anglicani e cattolici a Roma: una storia che è cambiata
Il rapporto tra la Comunione anglicana e la Chiesa cattolica a Roma è cambiato radicalmente nel corso del Novecento. Dal divieto assoluto di culto dentro le mura si è passati, nell'arco di un secolo, a un dialogo teologico strutturato e a rapporti istituzionali regolari. Esiste a Roma un centro anglicano permanente, e le visite reciproche tra le due tradizioni sono diventate un fatto normale.
Raccontare All Saints senza dire questo significa lasciare la storia a metà. La chiesa nasce come affermazione di una comunità a lungo esclusa; oggi è un luogo che quella esclusione la ricorda senza rancore, come si ricorda una fase superata. È una traiettoria che vale la pena guardare con attenzione, perché non era affatto scontata e perché non tutte le storie di intolleranza religiosa finiscono così.
Via del Babuino e la Roma degli inglesi
Per capire davvero perché questa chiesa sta qui bisogna ricostruire cosa fosse questo quadrilatero tra il Settecento e l'Ottocento. Piazza di Spagna, via del Babuino, via Margutta, via Sistina, via Gregoriana: è l'area che le guide dell'epoca chiamavano senza mezzi termini il quartiere degli stranieri.
Il Grand Tour, il grande viaggio di formazione che i giovani aristocratici britannici compivano attraverso la Francia e l'Italia, aveva fatto di Roma una tappa obbligata già dal Seicento. Nell'Ottocento, con la fine delle guerre napoleoniche e poi con l'arrivo della ferrovia e del piroscafo, il fenomeno si allargò enormemente: non più solo aristocratici, ma professionisti, artisti, scrittori, donne sole con una piccola rendita, malati che cercavano un clima mite.
Attorno a loro nacque un'economia. Il caffè Greco in via Condotti, aperto nel Settecento, era il punto di ritrovo. Le pensioni di piazza di Spagna affittavano camere a settimana. I pittori affittavano studi in via Margutta. C'erano librai che vendevano stampe di rovine, antiquari che vendevano frammenti autentici e frammenti meno autentici, cambiavalute, medici che parlavano inglese, corrieri postali. Quando arrivi in questo quartiere e trovi ancora oggi gallerie d'arte, alberghi storici e negozi di antiquariato, stai guardando la coda lunghissima di quel fenomeno.
Le tre presenze inglesi del quartiere
Nel raggio di quattrocento metri da All Saints si trovano tre luoghi che raccontano la stessa comunità in tre modi diversi. La chiesa, che è dove quella comunità pregava. La Keats-Shelley House ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, che è dove morì uno dei suoi poeti. E poco lontano, dall'altra parte della città, il Cimitero Acattolico di Testaccio, che è dove quella comunità seppelliva i propri morti.
Nascere, pregare, morire: se si vogliono visitare i tre luoghi in una giornata si ottiene un ritratto completo della Roma anglofona dell'Ottocento, molto più efficace di qualsiasi museo tematico. È un itinerario che propongo spesso e che funziona sempre, anche con persone che di poesia romantica non sanno nulla.
La Keats-Shelley House a due passi da Chiesa Anglicana All Saints Church
Alla base della scalinata di Trinità dei Monti, sulla destra guardando verso l'alto, c'è una casa color ruggine. È lì che il 23 febbraio 1821 morì John Keats, a venticinque anni, di tubercolosi. Era arrivato a Roma pochi mesi prima, accompagnato dall'amico pittore Joseph Severn, nella speranza che il clima italiano gli giovasse. Non gli giovò.
La casa è oggi un museo dedicato a Keats, a Percy Bysshe Shelley e ai poeti romantici inglesi in Italia. Conserva libri, manoscritti, cimeli e la stanza in cui il poeta morì. È un luogo piccolo e straordinariamente intenso, uno dei pochi musei romani in cui l'oggetto principale è un'assenza.
Il collegamento con All Saints è cronologico e sociale. Quando Keats morì, nel 1821, la comunità anglicana di Roma si riuniva già in forma organizzata, ma non aveva una chiesa: era in quella fase di indirizzi provvisori che abbiamo ricostruito. Il funerale di un protestante a Roma nel 1821 era una faccenda complicata, che si svolgeva di notte per evitare disordini e si concludeva fuori dalle mura. La chiesa di via del Babuino nasce, in un certo senso, per far sì che quelle complicazioni finissero.
Perché i due luoghi si spiegano a vicenda
Chi visita la Keats-Shelley House e poi cammina cinque minuti fino a All Saints compie un percorso cronologico oltre che geografico. Dalla clandestinità alla visibilità, dalla stanza affittata alla chiesa con il campanile, dal 1821 al 1887. Sessantasei anni, cioè poco più di una vita umana.
Il fatto che i due luoghi siano così vicini non è casuale ma è comunque fortunato: la geografia del quartiere degli stranieri li ha messi a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, e oggi permette di raccontare in una passeggiata una vicenda che altrimenti richiederebbe una biblioteca.
Il Cimitero Acattolico e l'altra metà della storia
Il Cimitero Acattolico di Roma si trova a Testaccio, addossato alla Piramide Cestia e a un tratto delle mura Aureliane. È il luogo dove per secoli sono stati sepolti i non cattolici morti a Roma: protestanti di ogni denominazione, ortodossi, ebrei in un primo momento, e poi via via chiunque non potesse essere accolto in terra consacrata cattolica.
Vi riposano John Keats, la cui lapide non porta il suo nome ma la celebre iscrizione che parla di un nome scritto sull'acqua; il cuore di Percy Bysshe Shelley; il figlio di Goethe; Antonio Gramsci; e migliaia di altri, tra cui generazioni di membri della comunità anglicana romana. È uno dei luoghi più belli e più silenziosi della città, pieno di cipressi, di gatti e di iscrizioni in dieci alfabeti diversi.
La sua esistenza dice esattamente quello che dice il granaio fuori Porta del Popolo: fino al 1870, per un non cattolico, Roma era una città in cui si poteva vivere, lavorare, spendere e persino morire, ma non celebrare e non essere sepolti dentro le mura. Il cimitero sta fuori dalle Aureliane per la stessa ragione per cui la cappella anglicana stava fuori da Porta del Popolo. Sono due facce dello stesso confine.
La Piramide, testimone silenziosa
La Piramide Cestia, il sepolcro di Caio Cestio costruito attorno al 12 avanti Cristo e poi inglobato nelle mura Aureliane, sovrasta il cimitero. È un'immagine che i viaggiatori romantici hanno descritto e disegnato centinaia di volte: la tomba di un magistrato romano di età augustea che veglia sulle tombe di poeti inglesi morti diciotto secoli dopo.
Shelley, che nel cimitero sarebbe stato sepolto pochi anni più tardi, scrisse che era il luogo più bello e solenne che avesse mai visto, e che poteva far innamorare della morte. Era una frase da poeta romantico, ma chiunque ci sia stato in un pomeriggio di novembre capisce cosa intendesse.
San Paolo dentro le Mura: l'altro Street romano
Ho già accennato a questa chiesa e ci torno, perché per chi si interessa a All Saints è una tappa quasi obbligatoria. San Paolo dentro le Mura sta in via Nazionale, all'angolo con via Napoli, ed è la chiesa della comunità episcopaliana americana di Roma. È opera dello stesso George Edmund Street ed è nota per un ciclo di mosaici absidali disegnati da Edward Burne-Jones, quindi ritroviamo entrambi i protagonisti.
Il nome stesso, dentro le Mura, è una dichiarazione: la chiesa rivendica nel proprio titolo il fatto di sorgere all'interno della cinta muraria, cosa che prima del 1870 sarebbe stata impossibile. È il gemello americano di quello che All Saints rappresenta per gli inglesi.
Il confronto tra i due edifici è istruttivo. Sono opera dello stesso architetto, negli stessi anni, nella stessa città, per due comunità anglofone diverse. Le differenze di scala, di decorazione, di rapporto con la strada raccontano molto sia sui mezzi economici delle due congregazioni sia sui contesti urbani in cui si trovavano: via Nazionale era all'epoca una strada nuova di zecca, ampia e moderna, aperta dopo l'unità; via del Babuino era una strada antica in un tessuto consolidato. Lo stesso architetto ha risposto in modo diverso a due domande diverse.
Il neogotico a Roma: un'anomalia da capire
Roma è, per storia e per vocazione, una città classica e barocca. Il gotico, qui, non ha praticamente mai attecchito. L'unica chiesa gotica di rilievo del centro storico è Santa Maria sopra Minerva, e anche quella, con le sue volte e le sue crociere, è un episodio isolato in un contesto che parlava tutt'altra lingua architettonica.
Per questo il neogotico ottocentesco a Roma appare sempre come una presenza importata. E per questo All Saints, con la sua guglia acuminata sopra i tetti del Tridente, produce quello scarto percettivo che è la prima cosa che si nota. Non c'entra nulla con il contesto, e proprio per questo si vede.
Perché il gotico non ha preso a Roma
Le ragioni sono molte. La prima è la disponibilità di materiali: a Roma c'erano il travertino, il marmo di reimpiego dai monumenti antichi, il tufo, la pozzolana per un calcestruzzo eccellente. Non c'era la tradizione della pietra da taglio lavorata a nervature che ha reso possibili le cattedrali francesi.
La seconda è culturale. Roma non ha mai smesso di avere sotto gli occhi l'architettura antica: il Pantheon, le terme, gli archi trionfali. Un architetto romano del Duecento o del Trecento aveva a disposizione modelli classici in scala reale, e li usava. La terza è politica: nel Cinquecento e nel Seicento il papato scelse deliberatamente un linguaggio architettonico monumentale e classicheggiante come strumento di rappresentanza, e quel linguaggio ridefinì il volto della città.
Il risultato è che quando nell'Ottocento arriva un architetto inglese convinto che il gotico sia l'unica architettura cristiana autentica, si trova a lavorare nella capitale mondiale della tesi opposta. La cosa notevole è che l'edificio che ne è uscito non risulta né arrogante né ridicolo. Sta lì, riconoscibilmente straniero, e nel giro di centoquarant'anni è diventato romano anche lui.
Come si visita Chiesa Anglicana All Saints Church
Questo è il paragrafo che mi sta più a cuore, perché riguarda il modo giusto di comportarsi. All Saints non è un museo. È una chiesa parrocchiale in piena attività, con una comunità che ci celebra i propri battesimi, i propri matrimoni e i propri funerali. Entrare qui non è come entrare in una sala espositiva, e il rispetto di questa differenza è la prima condizione perché la visita abbia senso.
La chiesa accoglie visitatori, turisti e pellegrini: lo dichiara apertamente. Non c'è nessuna ragione di sentirsi intrusi. C'è però una regola non scritta che vale ovunque nel mondo: se c'è una funzione in corso, o si partecipa o si aspetta. Non si attraversa la navata con la macchina fotografica mentre qualcuno prega.
Le celebrazioni si tengono in lingua inglese. La domenica si celebra una messa bassa la mattina presto e una messa cantata con il coro in tarda mattinata; il giovedì c'è una messa infrasettimanale a metà giornata, seguita da un momento conviviale. Gli orari e il calendario possono variare con le stagioni liturgiche e con la vita della parrocchia, quindi la cosa sensata è controllare i canali ufficiali della chiesa prima di andare, invece di fidarsi di quello che ha scritto qualcuno su internet tre anni fa.
Se volete assistere a una celebrazione
La chiesa dichiara che i cristiani di altre confessioni che condividono la fede trinitaria possono ricevere la comunione. Chi non è credente, o non se la sente, può tranquillamente restare al proprio posto: nessuno guarda, nessuno giudica, e in una chiesa anglicana restare seduti mentre gli altri si accostano all'altare è una cosa che accade di continuo e che non richiede spiegazioni.
Il consiglio pratico, se decidete di partecipare, è arrivare cinque minuti prima, prendere il libretto o il foglio del servizio che viene distribuito all'ingresso e sedersi. La liturgia anglicana è ordinata e prevedibile, tutto è scritto, e anche chi non ha mai messo piede in una chiesa di questa tradizione riesce a seguirla senza fatica. Se non capite l'inglese parlato con scioltezza, il testo scritto vi salva.
Fotografie, abbigliamento, silenzio
Sulle fotografie il criterio è di buon senso: fuori dalle celebrazioni, discretamente, senza flash e senza cavalletti che ingombrano, di norma non ci sono problemi, ma se vedete un cartello o se qualcuno vi chiede di non farlo, la risposta è una sola e non prevede trattative.
Sull'abbigliamento, All Saints non applica il rigore che troverete alle basiliche vaticane, dove spalle e ginocchia scoperte vi valgono un rifiuto all'ingresso. Detto questo, siamo in un luogo di culto: vestirsi come si vestirebbe per andare a trovare qualcuno a casa sua è la regola migliore, e vale a Roma d'agosto come altrove.
Sul silenzio non ci sono sfumature. È il bene più prezioso di questo posto, ed è anche la ragione per cui vale la pena entrarci. Fuori c'è una delle strade più trafficate del centro; dentro c'è una bolla acustica. Chi la rompe se la porta via.
Quando andare a Chiesa Anglicana All Saints Church
Il momento migliore, se l'obiettivo è vedere l'architettura, è la mattina di un giorno feriale. La luce entra da est, cioè dalle finestre dell'abside, e accende la vetrata dell'Ascensione; la chiesa è vuota o quasi; via del Babuino non ha ancora raggiunto il picco di traffico pedonale.
Il momento migliore, se l'obiettivo è capire la comunità, è la domenica mattina, durante la messa cantata. Sono due visite diverse e servono a cose diverse. Chi ha tempo le faccia entrambe.
Nei periodi forti dell'anno liturgico, cioè Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, la chiesa cambia colore per via del velario e spesso l'attività musicale si intensifica. Il Natale, in particolare, nella tradizione anglicana ha una liturgia di canti e letture che è una delle cose più belle che questa confessione abbia prodotto e che vale un viaggio a sé.
Le stagioni e la luce romana
C'è un fattore che nessuno considera e che invece è decisivo: l'inclinazione del sole cambia moltissimo tra dicembre e giugno. D'inverno il sole resta basso e i suoi raggi entrano più profondamente dalle finestre, arrivando fino al pavimento della navata; d'estate il sole è alto e la luce che entra è più verticale e più corta.
Questo significa che le stesse vetrate producono effetti diversi a sei mesi di distanza. Le chiese gotiche sono orologi solari abitabili, e chi le frequenta a lungo lo sa. In una città come Roma, dove la luce è il vero materiale da costruzione, è un dato che vale per il Pantheon come per via del Babuino.
Chiesa Anglicana All Saints Church e i dintorni: un itinerario a piedi
Metto in fila un percorso che uso spesso e che in due o tre ore rende conto sia della chiesa sia del suo contesto. Si parte da piazza del Popolo, che è il punto in cui i viaggiatori stranieri entravano in città. Si guarda la porta dall'interno e si prova a immaginare cosa significasse arrivarci dopo settimane di carrozza.
Si imbocca via del Babuino e si cammina verso sud. Dopo un centinaio di metri, sulla sinistra, la chiesa. Si entra, si dedica il tempo che merita, si esce. Si prosegue e si incontra la statua del Babuino, con la fontana e la facciata di Sant'Atanasio dei Greci. Si arriva a piazza di Spagna, si guarda la Barcaccia e si sale con lo sguardo verso Trinità dei Monti.
Sulla destra della scalinata c'è la Keats-Shelley House. Chi ha tempo entra; chi non ne ha almeno legga la lapide. Da lì, chi vuole completare il quadro prende la metropolitana e in un quarto d'ora è a Piramide, dove trovano il Cimitero Acattolico e la Piramide Cestia. La giornata finisce a Testaccio, che è anche uno dei posti migliori della città dove mangiare.
La deviazione per via Margutta
A cinquanta metri da All Saints, parallela a via del Babuino, corre via Margutta. È la strada degli studi d'artista: per secoli vi hanno lavorato pittori e scultori, italiani e stranieri, e ancora oggi conserva gallerie, botteghe e cortili con glicini che sembrano usciti da un altro secolo.
È anche la strada che il cinema ha reso celebre in tutto il mondo, e da questo punto di vista è forse l'unico vicolo di Roma dove i turisti arrivano per un motivo cinematografico e restano per un motivo estetico. Vale la deviazione di dieci minuti, e ha il vantaggio di essere quasi sempre più silenziosa di via del Babuino.
Il caffè e la sosta
Il quartiere è pieno di locali, alcuni storici e altri che vivono di sola posizione. Il consiglio generico che do sempre a Roma vale anche qui: allontanarsi di due isolati dalla direttrice turistica principale fa scendere i prezzi e salire la qualità. Via del Babuino ha vetrine bellissime e listini coerenti con le vetrine; le strade laterali verso via del Corso sono più ragionevoli.
Chiesa Anglicana All Saints Church nel Novecento
Il secolo scorso ha attraversato questa chiesa come ha attraversato tutte le istituzioni straniere in Italia. Le due guerre mondiali misero la comunità britannica di Roma in una posizione durissima. Durante la seconda guerra mondiale, con l'Italia e il Regno Unito su fronti opposti, i cittadini britannici presenti in Italia si trovarono nella condizione di stranieri nemici, con tutto ciò che ne consegue.
Che la chiesa sia arrivata fino a noi con il suo corredo integrale di vetrate originali è, in questa prospettiva, quasi sorprendente. Roma subì numerose incursioni aeree tra il 1943 e il 1944, alcune devastanti, e la fragilità delle vetrate ottocentesche di fronte alle onde d'urto è nota a chiunque si occupi di conservazione.
Il completamento della guglia nel 1937 e la ricostruzione dell'organo nel 1959 e 1960 raccontano, prese insieme, la parabola del secolo: un'ultima stagione di fiducia prima della catastrofe, e poi la ripresa paziente nel dopoguerra, quando la comunità internazionale a Roma tornò a crescere insieme alla nuova Italia repubblicana.
Un edificio che continua a essere manutenuto
Una chiesa in laterizio e travertino nel centro di Roma richiede manutenzione continua. Lo smog aggredisce le superfici, la pietra si sfalda, i giunti di malta cedono, le vetrate si deformano sotto il proprio peso, gli impianti invecchiano. La conservazione di un edificio come questo è un lavoro che non finisce mai e che grava su una comunità parrocchiale non particolarmente numerosa.
Chi entra e trova tutto in ordine dovrebbe sapere che quell'ordine costa. È uno dei motivi per cui, quando visito luoghi di culto attivi, lascio sempre qualcosa nella cassetta delle offerte: non per devozione, ma per una forma elementare di correttezza verso chi tiene aperto un pezzo di città che sto usando gratis.
Come si legge un edificio: una lezione di metodo
All Saints è uno degli edifici migliori di Roma su cui esercitarsi a guardare, e spiego perché. In una basilica barocca romana ci sono così tanti elementi sovrapposti, aggiunti, rifatti e restaurati in quattro secoli che districarli richiede una competenza specialistica. Qui l'edificio ha una data di nascita precisa, un autore identificato, un elenco di modifiche documentate. È leggibile.
Provate questo esercizio. Entrate e chiedetevi, per ogni elemento che vedete, se appartiene al progetto originario o è successivo. L'arcata: originaria. Il reredos: precedente, viene dal 1865. La balaustra: 1889, quindi posteriore. Il pulpito: 1891. La vetrata dell'Ascensione: 1908. Le lampade veneziane: donazione. La cappella nella navata sinistra dove stava l'organo: 1913. Il campanile: 1937. L'organo che sentite: 1959 e 1960 su base 1894.
Quando avrete finito, vi accorgerete di aver ricostruito centoquarant'anni di vita di una comunità semplicemente guardandovi intorno. Questo è, in sostanza, tutto quello che fa uno storico dell'architettura, e non richiede nessun titolo di studio: richiede attenzione e la disponibilità a restare fermi più a lungo di quanto siamo abituati.
L'errore più comune dei visitatori
L'errore più comune è entrare, fare un giro completo in novanta secondi, scattare due fotografie e uscire. Non è colpa di nessuno: è il ritmo che il turismo contemporaneo impone, e in una giornata romana in cui bisogna vedere anche i Musei Vaticani, il Colosseo e Trastevere, novanta secondi sono persino generosi.
Ma questo edificio non restituisce nulla a quella velocità. È fatto di dettagli, di variazioni cromatiche, di luce che si sposta. Il tempo minimo perché cominci a parlare è, secondo me, un quarto d'ora. Il tempo giusto è mezz'ora. Chi ne ha solo cinque, faccia una cosa sola: si sieda in un banco a metà navata, guardi verso l'altare e non faccia niente. Funziona meglio di qualsiasi giro perimetrale.
Una curiosità su Chiesa Anglicana All Saints Church - Chiesa di Ognissanti
La curiosità che preferisco riguarda un uomo che non ha mai visto la propria chiesa. George Edmund Street morì il 18 dicembre 1881. La prima pietra della chiesa di via del Babuino venne posata la domenica di Pasqua del 1882, il 9 aprile, cioè poco meno di quattro mesi dopo la sua morte. L'architetto aveva disegnato tutto nel 1876 e non vide mai un solo mattone messo in opera.
Non è un caso isolato nella sua biografia: anche le Royal Courts of Justice di Londra, l'opera per cui è più famoso, furono completate dopo la sua scomparsa, e così la cattedrale americana di Parigi. Street ha trascorso l'ultima parte della vita progettando edifici che sapeva benissimo di non poter vedere finiti. È una condizione che gli architetti delle cattedrali medievali conoscevano bene e che l'Ottocento, con i suoi cantieri lunghissimi, aveva riportato in auge.
C'è però un dettaglio che rende la vicenda ancora più singolare. Il figlio, Arthur Edmund Street, non si limitò a eseguire i disegni paterni: aggiunse elementi propri, come la balaustra del presbiterio nel 1889 e il pulpito nel 1891, quest'ultimo con caratteri neoromanici che il padre probabilmente non avrebbe scelto. Significa che dentro questo edificio convivono due generazioni di architetti, due gusti leggermente diversi, e un dialogo che si è svolto senza che uno dei due interlocutori potesse rispondere. Quando guardo il pulpito penso sempre che sia la voce del figlio in una conversazione rimasta a metà.
Una cosa che non ti dice nessuno su Chiesa Anglicana All Saints Church - Chiesa di Ognissanti
Quello che non vi dice nessuno è che questa chiesa è rimasta senza campanile per mezzo secolo. Aprì al culto la domenica di Pasqua del 1887 e la guglia venne eretta solo nella primavera del 1937. Cinquant'anni esatti, o quasi, in cui l'elemento oggi più riconoscibile dell'edificio semplicemente non esisteva.
Provate a immaginare la scena. Generazioni di fedeli hanno frequentato questa chiesa senza mai vederne il profilo completo. Bambini battezzati qui nel 1890 sono diventati adulti, si sono sposati, hanno avuto figli e sono forse morti prima che la guglia venisse su. Chi passava per via del Babuino nel 1910 vedeva una chiesa bella e tronca, con una torre che finiva a metà, e probabilmente pensava che sarebbe rimasta così per sempre.
La ragione era prosaica: mancavano i fondi. Un campanile alto quasi quarantatré metri costa moltissimo e liturgicamente non serve a nulla. Quando le risorse sono limitate si finiscono prima le cose che servono. La guglia arrivò infine grazie a una donazione anonima, il che aggiunge un secondo strato di ironia: l'elemento più visibile dell'intero edificio, quello che oggi lo identifica nelle fotografie aeree del centro storico, è il dono di una persona di cui non conosciamo il nome e che ha voluto restare sconosciuta.
Aggiungo un terzo elemento, per completare il quadro. La guglia venne completata nel 1937, cioè a tre anni dallo scoppio della guerra che avrebbe visto Italia e Regno Unito su fronti opposti. È l'ultimo gesto di fiducia di una comunità che stava per attraversare il periodo più difficile della propria storia romana. Chi ha firmato quell'assegno non poteva saperlo, ma ha completato una chiesa proprio mentre il mondo che l'aveva costruita stava per andare in pezzi.
Il consiglio che ti do per visitare Chiesa Anglicana All Saints Church - Chiesa di Ognissanti
Il mio consiglio è di venire due volte nello stesso viaggio, e di farlo in due momenti diversi della giornata. Non è un capriccio da esteta: è l'unico modo per capire come funziona davvero un edificio la cui architettura è progettata attorno alla luce.
La prima visita fatela di mattina presto, in un giorno feriale. Le finestre dell'abside sono rivolte a est: quando il sole è basso, le attraversa direttamente e proietta il colore delle vetrate di Clayton and Bell sul pavimento e sulle colonne di marmo. La vetrata dell'Ascensione, quella del 1908, in quel momento è nel pieno della propria funzione. La chiesa è vuota o quasi, il silenzio è totale, e potete guardare i marmi con calma. Il verde di Seravezza, il rosso di Perugia, il giallo di Siena, il nero di Verona, i bianchi di Brindisi e di Como: cercateli uno per uno, ci vogliono dieci minuti e poi li riconoscerete in mezza Roma.
La seconda visita fatela di domenica mattina, alla messa cantata, quando c'è il coro. Serve a capire una cosa che nessuna descrizione può trasmettere: che questo edificio non è un contenitore di opere d'arte ma uno strumento progettato per una funzione precisa. L'acustica, le proporzioni, la disposizione dei banchi, la posizione del pulpito rispetto all'altare, il colore del velario dietro l'altare che cambia secondo il tempo liturgico: tutto acquista senso solo quando lo spazio è in uso. Le celebrazioni sono in inglese e all'ingresso viene distribuito il testo del servizio, quindi anche chi non padroneggia la lingua parlata riesce a seguire senza problemi.
Un'ultima raccomandazione, la più importante di tutte. Questa è una chiesa parrocchiale attiva, non un monumento in visita libera. Se arrivate durante una funzione, o partecipate o aspettate fuori. Le fotografie fatele fuori dagli orari delle celebrazioni, senza flash, senza cavalletti, e se qualcuno vi chiede di smettere smettete senza discutere. Verificate orari e programma sui canali ufficiali della chiesa prima di mettervi in cammino: la vita di una parrocchia cambia con le stagioni liturgiche e nessuna guida stampata può starle dietro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
È noto a tutti che prima del 1870 a Roma il culto non cattolico fosse vietato dentro le mura. È molto meno noto, o quantomeno molto meno raccontato, che cosa questo significasse nella pratica quotidiana: che ogni domenica, per quasi cinquant'anni, la comunità anglicana di Roma usciva dalla città e andava a pregare in un granaio.
Dal 1825 la cappella anglicana era ospitata in un magazzino per il grano fuori Porta del Popolo, appena oltre le mura Aureliane. Prima ancora, tra il 1816 e il 1825, la congregazione si era spostata di sede in sede: via dei Greci 43, piazza Colonna, Palazzo Corea vicino all'Ara Pacis, via Rasella sotto il Quirinale. Nessuno di questi luoghi era una chiesa. Erano sale, appartamenti, spazi in prestito.
Il dettaglio che trovo più impressionante è la distanza. Il granaio non stava in campagna, a chilometri dalla città: stava appena fuori dalla porta, a poche decine di metri dal punto in cui il divieto cessava di valere. Il confine tra il lecito e l'illecito era spesso quanto un muro di mattoni costruito nel III secolo dopo Cristo dall'imperatore Aureliano per difendersi dalle invasioni barbariche. Milleseicento anni dopo, quel muro decideva ancora dove un cittadino britannico potesse cantare un inno la domenica mattina.
Quando si capisce questo, la chiesa di via del Babuino cambia completamente di significato. Non è un edificio elegante costruito da una comunità benestante: è la fine di un esilio lungo mezzo secolo. E il fatto che quella comunità, potendo finalmente costruire in città, abbia scelto un lotto a trecento metri da Porta del Popolo, cioè praticamente in faccia alla porta da cui usciva per andare al granaio, mi è sempre sembrato un modo molto britannico di chiudere una questione: senza alzare la voce e senza lasciare dubbi.
La foto giusta da fare a Chiesa Anglicana All Saints Church - Chiesa di Ognissanti
La fotografia che tutti provano a fare è la facciata frontale su via del Babuino, e quasi sempre viene male. Il motivo è geometrico: la strada è larga poco più di dieci metri e la chiesa è alta molto di più, quindi per farla entrare nell'inquadratura bisogna puntare l'obiettivo verso l'alto, e le linee verticali convergono producendo quell'effetto di edificio che si rovescia all'indietro. Se avete un grandangolo estremo peggiorate le cose, non le migliorate.
La foto giusta, all'esterno, è un'altra: la guglia in travertino che spunta sopra i tetti, fotografata da lontano e non da sotto. Cercate un punto rialzato o una prospettiva aperta che vi permetta di inquadrarla insieme al contesto romano circostante, cioè insieme alle terrazze, ai comignoli, alle cornici barocche. Il senso di quella fotografia non è documentare un campanile: è documentare un'anomalia. Una guglia gotica inglese in mezzo a un mare di tetti romani racconta in un solo scatto tutto quello che questa pagina ha impiegato migliaia di parole a spiegare. Il tardo pomeriggio, con la luce calda e radente, è il momento in cui il travertino della cuspide si accende meglio.
All'interno, invece, la foto giusta è quella che nessuno fa: non l'inquadratura d'insieme della navata verso l'altare, che risulta sempre buia e confusa, ma il dettaglio ravvicinato di due colonne di marmo diverso affiancate. Mettete a fuoco sulle venature, riempite l'inquadratura, dimenticate l'architettura. Quello che otterrete è un'immagine astratta di due pietre, una verde e una rossa, o una gialla e una nera, che è poi il vero soggetto di questo edificio: il colore che nasce dal materiale.
Se volete la fotografia più difficile e più bella, aspettate una mattina di sole e mettetevi in una navata laterale, guardando verso il pavimento nel punto in cui la luce filtrata dalle vetrate lo colpisce. Le macchie di colore proiettate sul marmo si spostano di minuto in minuto e non sono mai uguali. È l'unico soggetto di questa chiesa che non potrete mai ripetere identico, ed è per questo che vale la pena.
Naturalmente tutto questo vale solo fuori dagli orari delle celebrazioni. Fotografare durante una funzione non è una fotografia audace: è una scortesia, e si vede anche nel risultato.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è il 9 aprile 1882, domenica di Pasqua: la posa della prima pietra. Non fu una cerimonia edilizia ma un atto politico e religioso insieme. Una comunità che per cinquant'anni aveva pregato fuori dalle mura metteva la prima pietra di una propria chiesa nel cuore del Tridente, a poche centinaia di metri dalla porta che aveva varcato ogni domenica per andare al granaio. Che la data scelta fosse la Pasqua, festa della resurrezione, è un dettaglio che nessuno dei presenti avrà avuto bisogno di farsi spiegare.
Il secondo avvenimento è il 10 aprile 1887, di nuovo una domenica di Pasqua: l'apertura al culto. Cinque anni dopo, giorno di festa contro giorno di festa. Il coro era stato completato e coperto già nel 1885, il che aveva permesso di preparare il terreno liturgico prima dell'apertura ufficiale. Il cappellano in carica in quegli anni era Henry Watson Wasse, che guidò la comunità dal 1875 al 1887: entrò in carica quando la chiesa era un'ipotesi e lasciò l'anno in cui aprì.
Il terzo avvenimento è di ordine tecnico ma dice molto sul rapporto tra questa comunità e la modernità: nel 1909 venne installata la luce elettrica. Per un edificio religioso romano dell'epoca è una data precoce, e cambiò radicalmente il modo in cui si vedevano i marmi policromi e le vetrate. Quattro anni dopo, nel 1913, l'organo venne spostato in tribuna ed elettrificato per la prima volta, e lo spazio liberato divenne una cappella. Due interventi ravvicinati che rivelano una comunità pragmatica, disposta a modificare il proprio edificio quando serviva.
Il quarto avvenimento è la primavera del 1937, con l'erezione della guglia grazie a una donazione anonima. Cinquant'anni dopo l'apertura, l'edificio raggiungeva finalmente il profilo che oggi conosciamo. È l'ultimo grande atto costruttivo prima della cesura della seconda guerra mondiale, che per la comunità britannica in Italia significò la condizione di stranieri nemici e anni di sospensione.
Il quinto avvenimento appartiene al dopoguerra ed è la ricostruzione dell'organo da parte della ditta Mascioni tra il 1959 e il 1960, con quaranta registri e 2392 canne, sulla base dello strumento costruito da Peter Conacher nel 1894. È l'atto con cui la chiesa rientra pienamente nella vita culturale della Roma repubblicana e si dota di uno strumento di livello concertistico. Da allora la musica è una delle chiavi con cui questa comunità parla alla città.
Chi è passato da Chiesa Anglicana All Saints Church - Chiesa di Ognissanti
La risposta più onesta è: generazioni di persone di lingua inglese che a Roma ci hanno vissuto, e di cui in gran parte non conosciamo il nome. Ma alcuni nomi li conosciamo, e vale la pena metterli in fila perché disegnano una geografia culturale precisa.
Il primo è George Edmund Street, che però qui non è mai passato da vivo: morì nel dicembre 1881, prima ancora che si posasse la prima pietra. È presente solo attraverso i propri disegni, che è poi il modo in cui gli architetti abitano gli edifici che progettano. Suo figlio Arthur Edmund Street, invece, ci lavorò per anni, e le sue firme materiali sono la balaustra del 1889 e il pulpito del 1891. Al cantiere collaborò l'italiano Pio Barucci, che rappresenta la componente romana di questa impresa anglo-italiana.
Poi c'è Edward Burne-Jones, uno dei grandi nomi della pittura britannica dell'Ottocento, autore dei disegni per i tondi musivi della navata centrale con gli Evangelisti e i simboli cristiani. Burne-Jones lavorò anche ai mosaici absidali di San Paolo dentro le Mura, l'altra chiesa romana di Street: due edifici, due comunità anglofone diverse, lo stesso architetto e lo stesso pittore. La Roma anglofona di fine Ottocento era, in fondo, un ambiente piccolo e ben collegato.
Sul fronte delle maestranze e delle manifatture, la ditta londinese Clayton and Bell realizzò tutte le vetrate policrome, ancora oggi conservate integralmente; William Slater disegnò nel 1865 il reredos marmoreo dietro l'altare, che proviene dalla fase precedente della comunità; Peter Conacher costruì l'organo nel 1894 e la ditta Mascioni lo ricostruì tra il 1959 e il 1960. Sono nomi che raramente entrano nelle guide turistiche e che invece sono i veri autori materiali di quello che si vede.
Nell'elenco dei cappellani compaiono Corbet Hue, attivo dal 1816 quando la comunità si riuniva ancora in sedi provvisorie, Henry Watson Wasse, che guidò la parrocchia dal 1875 al 1887 attraversando l'intera vicenda della costruzione, il reverendo De Nancrede, a cui si devono le lampade veneziane sopra il santuario, e oggi padre Robert Warren, in carica dal 2019. Una linea continua di duecento anni che parte da un appartamento in via dei Greci e arriva a una parrocchia internazionale contemporanea.
Infine ci sono tutti gli altri, quelli senza nome: i viaggiatori del Grand Tour, i pittori di via Margutta, i diplomatici delle ambasciate, le governanti, gli studenti, i funzionari delle organizzazioni internazionali, gli espatriati di oggi. Chi entra in questa chiesa una domenica mattina e si siede in fondo alla navata sta occupando un posto che qualcuno occupava già centoquarant'anni fa, per le stesse ragioni: perché è lontano da casa e ha trovato un luogo dove sentirsi meno solo. È forse questa la cosa più interessante che si possa dire di un edificio.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.


