Ottobrate Romane: a Roma l’estate dura sempre un po’ di più!

Non credi che anche quest’anno possano esserci delle Ottobrate romane memorabili?

Le origini delle ottobrate romane sono molto antiche e risalgono ai famosi Baccanali che gli antichi romani dedicavano al Dio del Vino (Bacco) a partire dal 2 secolo a.C.: delle caldissime feste propiziatorie, al suono di flauti e tamburelli, danze sfrenate e licenziose, nonché abbondanti libagioni.

Le ottobrate romane nella Roma pontificia (fino all’unificazione d’Italia) erano il nome dato alle tante feste organizzate a chiusura della vendemmia.

Ogni famiglia e ogni gruppo di amici, per celebrare il raccolto e la fine del duro lavoro, organizzava il Giovedì e la Domenica mattina delle scampagnate “fori porta”, ovvero gite di gruppo tra le vigne e le osterie, tradizione che andò consolidandosi sempre di più, e ad allargarsi ai Castelli Romani, fino a divenire estremamente popolare a partire dal XVIII secolo, come forma di svago ed evasione collettiva, unitamente per i nobili e per il popolo che lì finivano per mischiarsi.

Ottobrata Romana - Roma d'Autunno vista da Villa Borghese
Ottobrata Romana – Roma d’Autunno vista da Villa Borghese

In che consistevano le Ottobrate Romane?

Le ottobrate romane per secoli si  sono svolte tra eccessi di vino, cibo, danze, amori e goliardia.

Per gli aristocratici le ottobrate romane erano un’occasione unica per sfuggire alla routine di palazzo e per il popolo rappresentava una singolare possibilità per evadere da un quotidiano spesso grigio e faticoso: tutto l’anno divisi, ma in occasione delle ottobrate mescolati tra loro nella più sfrenata allegria, alimentata dalla voglia di vivere e dal buon vino.

Per partecipare alla festa era usanza vestirsi in modo molto ricercato: le donne erano solite ornarsi di fiori e piume, ma anche gli uomini, come illustrano tante stampe e incisioni dell’epoca usavano vestiti particolarmente sfarzosi.

I programmi delle ottobrate romane erano a base di giochi come bocce, ruzzola, altalena e alberi della cuccagna; poi c’erano i canti, balli, stornelli, vino a fiumi e grandi mangiate: durante le “scampagnate” non mancavano mai gnocchi, gallinacci, trippa e abbacchio.

Si suonava con tamburelli, chitarre e nacchere e soprattutto si ballava il saltarello, le cui movenze erano spesso accompagnate da un ritornello che recitava:

“birimbello birimbello
quant’è bono ‘sto sartarello
smòvete a destra smòvete a manca
smòvete tutto cor piede e coll’anca”.

C’è da sapere che le Ottobrate romane erano una festa (anzi una serie di feste) così tanto attese, che pur di parteciparvi si era disposti a indebitarsi, ricorrendo ai Gobbi del “monte d’empietà”, come scherzosamente veniva chiamato il Monte dei Pegni, per avere abbastanza bajocchi da poter comprare un nuovo, eccentrico vestito giusto per l’occasione, ma anche affittare la carrozza e pagarsi il vino e il cibo alla festa.

Chi aveva bisogno di dovervi ricorrere impegnava di tutto: biancheria e suppellettili, abiti vecchi e piccoli oggetti preziosi.

Uno dei racconti della tradizione narra di una donna che per acquistare il vestito adatto all’ottobrata romana arrivò a impegnarsi il letto, dato che il marito, al ritorno a casa, sarebbe stato tanto ubriaco da non accorgersene.

Una cronaca burlesca del 1860 ricorda che una volta moglie e marito portarono al Monte de’ Pegni ognuno i vestiti dell’altro.

Ottobrata romana -il saltarello al Parco degli acquedotti
Ottobrata romana -il saltarello al Parco degli acquedotti

Dove erano le migliori feste delle Ottobrate Romane?

“Siccome Testaccio stà vvicino a Roma l’ottobbre ce s’annava volontieri, in carozza e a piedi.
Arivati llà sse magnava, se bbeveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi s’annava a bballà er sartarello o ssur prato, oppuramente su lo stazzo dell’osteria der Capannone, o sse cantava da povèti, o sse se giôcava a mora”.
– Giggi Zanazzo (1907)

Dal 600 vennero scavate diverse grotte, cantine e magazzini per conservare il vino ai piedi del Monte de’Cocci a Testaccio.

Il Monte Testaccio nel tardo medioevo era già sede del ludus Testacie (una sorta di corrida), e così divenne la meta preferita anche delle note “ottobrate romane” del Settecento.

Fino a inizi novecento – a Ottobre – si vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio carretti addobbati a festa dalle “mozzatore“, cioè dalle donne che lavoravano come raccoglitrici d’uva nel periodo della vendemmia: tra canti, balli, gare di poesia, giochi e chiacchiere, ci si rinfrancava dal lavoro e si “innaffiava” il tutto con il vino dei Castelli Romani, anch’esso custodito nelle cantine scavate alle pendici del monte.

La presenza di orti e vigne intorno alle porte della città favorì la diffusione delle Ottobrate romane, oltre che nella zona di Testaccio, anche altre zone fuori porta, in particolare a Ponte Milvio, San Giovanni, Porta Pia, Porta San Pancrazio, San Paolo, Monteverde e Monte Mario, che fino al 1900 erano ancora coltivati a orti e vigne.

Monte dei Cocci a Testaccio - Roma
Monte dei Cocci a Testaccio – Ludus Testacie – Ottobrata Romana

La Carettella dell’Ottobrata Romana – Status symbol e tradizione

Chi aveva la possibilità si recava alle gite dell’ottobrata romana con la carettella (la caratteristica carrozza a forma di guscio d’uovo che trasportava fino a nove minenti, ossia le esponenti della borghesia romana vestite a festa) e lasciava sedere la più bellona accanto al carrettiere per attrarre più persone possibile.

Il resto della comitiva seguiva la carettella a pieni suonando e intonando stornelli e canti popolari:

“Fiore de lino / e la più bella sta accanto al vetturino”

Una volta arrivati a destinazione i nobili – inebriati dal vino – si mischiavano con i popolani come sempre successo nella tradizione romana.

Le festose scampagnate attirarono anche l’attenzione di illustri viaggiatori stranieri del tempo, filosofi, osservatori e curiosi. Giacomo Casanova, per esempio, racconta di aver vissuto una giornata bellissima, con un unico neo: la brevità del percorso da Roma a Testaccio, meta della sua personale ottobrata, perché il tempo da passare in carrettella a contatto con le sue donne era decisamente insufficiente.

Il ritmo del saltarello ravvivava il clima della festa che via via si surriscaldava a causa degli effetti del vino tanto che, come ci racconta lo stesso Zanazzo, il rientro in città era sempre più chiassoso della partenza e la città bbrilluccicava tutta, illuminata dalle fiaccole degli ebri ottobbrari:

“la sera s’aritornava a Roma ar sôno de le tamburelle, dde le gnàcchere e dde li canti…

E ttanto se faceva a curre tra carozze e ccarettelle che succedeveno sempre disgrazzie”.

Per chi invece – per qualsiasi motivo – non poteva permettersi di uscire dalla città c’era un’alternativa alle gite fuori porta, gentilmente offerta dai principi Borghese: le domeniche di ottobre venivano aperti i giardini di Villa Borghese (al tempo privata) e si poteva trascorrere lì la giornata, in particolare nel Giardino del lago e piazza di Siena.

A partire dalla fine del 1700 infatti, i principi Borghese fecero allestire spazi per spettacoli, giochi, orchestre, alberi della cuccagna, la canoffiera (altalena di gruppo), esibizioni equestri e gare atletiche fino ad arrivare ai globi aerostatici per allietare le giornate e le serate dei romani che rimanevano in città.

Carettella delle ottobrate romane di Achille Pinelli
La Carettella delle ottobrate romane di Achille Pinelli

Che significa Ottobrate romane?

Il termine “ottobrata romana” oggi sta a indicare una condizione climatica molto favorevole in cui da sempre si trova Roma ad Ottobre, nonostante altrove sia un mese decisamente più rigido e piovoso.

L’ ottobrata romana nasce quindi – tecnicamente – grazie all’alta pressione delle Azzorre che domina in questi giorni sul Mediterraneo centrale, portando condizioni di stabilità atmosferica con tempo in prevalenza soleggiato e un clima particolarmente mite che impedisce l’arrivo di perturbazioni, specialmente nella zona di Roma, determinando un’anomala assenza di piogge proprio ad ottobre che, invece, altrove è tra i mesi più piovosi.

La tradizione delle Ottobrate Romane, sopravvissuta alla fine del governo papale, rimase ufficialmente viva fino ai primi anni del Novecento, ma ancora oggi, grazie ai tanti romani che per godere dell’ottimo clima della capitale non rinnegano di organizzarne i festeggiamenti.

La mitezza climatica di questo periodo è alla base dell’ottobrata romana, un mese particolarmente interessante per uscire e scoprire le bellezze della città eterna.

“Che bella ottobrata!” viene ancora oggi associato al buon clima di Roma, tanto che molti colgono l’occasione per un ultima vacanza (nella Capitale). L’ottobrata romana in genere si protrae, appunto, per tutto il mese, dando il tempo ai romani, e a chi visita la città, di abituarsi all’arrivo dell’autunno e dell’inverno.

Durante le ottobrate romana non importa altro se non lo stare insieme all’aperto, e non c’è nulla di più bello che districarsi, con parenti e amici, tra pranzi, cene, feste, visite ai musei e alle attrazioni turistiche di Roma, passeggiate notturne in città e gite fuori porta, in campagna o per un ultimo sole tra i tanti laghi e spiagge vicino la città.

Oggi quindi possiamo affermare che con l’espressione ottobrata romana si fa riferimento quasi esclusivamente al “fenomeno atmosferico”, ovvero a una mix di temperatura particolarmente gradevole e suggestivo che evoca ancora la bella stagione e la volontà di vivere la città e le sue numerose bellezze, ma per i romani significa ancora qualcosa di più.

Ottobrata Romana - Villa Borghese
Ottobrata Romana – Villa Borghese

Gli eventi di Ottobre a Roma

Molti sono i visitatori che preferiscono visitare Roma ad Ottobre e tanti, in genere, sono gli eventi culturali e ricreativi che allietano la visita in questo mese.

Tanti turisti riescono ad organizzarsi per dei brevi tour e dall’alba iniziano a visitare la città per catturare degli scatti fotografici con meno pubblico a dar fastidio: l’alba a Roma ad ottobre è tra le 7:08 e le 7:34, con il cambio orario il 25 ottobre alle 6:36.

Da segnalare che a Ottobre Roma ospita:

Sempre ad Ottobre il FAI, Fondo Ambiente Italiano, organizza a Roma visite guidate a luoghi del patrimonio italiano che, normalmente, non sono accessibili al pubblico.

Molte poi sono le sagre caratteristiche nei dintorni di Roma, dalla famosa Sagra dell’Uva di Marino in cui il vino sgorga direttamente dalla fontana del paese dei Castelli Romani, alle tantissime sagre del vino, delle castagne, del tartufo, del cinghiale, … in tutta la regione, che vagamente rievocano il vecchio spirito dell’Ottobrata romana, che altrimenti oggi può esser ritrovato solo in situazioni più piccole e intime rispetto a due secoli fa.

Ottobrata Romana - Festa del Cinema di Roma dal 2006
Ottobrata Romana – Festa del Cinema di Roma dal 2006

Ottobrata Romana | Le antiche origini

Le origini dell’ottobrata romana sono molto antiche e risalgono ai famosi Baccanali che gli antichi romani dedicavano al Dio del Vino (Bacco) a partire dal II° secolo a.C. prendendo a prestito l’antico culto greco di Dioniso: delle caldissime feste (prima orgiastiche, poi) propiziatorie, al suono di flauti e tamburelli, danze sfrenate e licenziose, nonché abbondanti libagioni in occasione della raccolta delle messi.

La Roma repubblicana, però, non poteva tollerare che usanze greche influenzassero la cultura latina, pertanto ne vietò lo svolgimento.

Spesso il baccanale coinvolgeva più popolazioni di un territorio che si riunivano per diversi giorni in un luogo-simbolo, dove venivano praticati sacrifici animali e riti orgiastici.

Sicuramente le pratiche sessuali che vi si svolgevano erano finalizzate alla propiziazione, ma anche ai festeggiamenti per i pastori che ritornavano dalla transumanza dopo un’intera stagione.

Baccanali dedicati a Bacco - origine dell'Ottobrata Romana - dipinto di Lawrence Alma-Tadema
Baccanali dedicati a Bacco – origine dell’Ottobrata Romana – dipinto di Lawrence Alma-Tadema

Nella Roma del II secolo però tali aspetti erano evidentemente assenti e una delle questioni che portò al senatoconsulto de Bacchanalibus fu che durante tali riti alcuni adepti esercitassero violenze estreme – che colpivano senza distinzione uomini liberi e donne, “talmente segreti che talvolta non rimanevano neppure i corpi per la sepoltura”, oltre a vari altri illeciti.

Ciò era in contrasto con le leggi romane che impedivano tali atti tra cittadini, pur permettendole nei confronti degli schiavi, e i baccanali vennero visti come pericolosi per l’ordine morale e sociale.

Questo divieto prevedeva pene talmente severe per i contravventori, che i Baccanali scomparvero del tutto dalle tradizioni dei romani, per resuscitare, in forma decisamente più contenuta, molti secoli più tardi.

Come è successo per la gran parte delle antiche festività romane poi, la Chiesa e la borghesia hanno provato a rendere la tradizionale festa autunnale un tantino più morigerata, riuscendoci malgrado l’alto tasso alcolico di chi vi partecipava.

L’ ottobrata romana nella Roma pontificia (fino all’unificazione d’Italia) era quindi il nome dato alle tante feste organizzate a chiusura della vendemmia: la scampagnata “fori porta”, ovvero la gita tra le vigne e le osterie che andò consolidandosi sempre di più fino a divenire estremamente popolare a partire dal XVIII secolo, come forma di svago ed evasione unitamente per i nobili e per il popolo.

Wilhelm Marstrand - Festa fuori le mura di Roma una sera d'Ottobre (1839) - Ottobrata Romana
Wilhelm Marstrand – Festa fuori le mura di Roma una sera d’Ottobre (1839) – Ottobrata Romana

Le ottobbrate romane

 

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Er Sole, a ottobbre, quanno artrove è Inverno,

a Roma scalla l’aria già a màtina,

er cielo azzuro sembra ‘na vetrina,

pe’ mette pace a chi guarda all’esterno.

 

E nun c’è posto nè pe’ nebbia e brina,

e quer che è attimo, diventa eterno,

da mette in bella copia sur quaderno,

dov’ appunta’  l’immensità divina.

 

Er popolo le chiama l’ottobbrate,

come ch’er mese stesse a fa’ da clima,

pe’ vesti’ Autunno de stracci d’ Estate.

 

Ma Ottobbre, a core, ‘n’è tutta sta cima,

pe’ quanto porti avanti ste ggiornate,

Novembre lo sorpassa e ariva prima.

 

Stefano Agostino

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